Addio anche a te e grazie di tutto.

Viscontessa, 27 gennaio 2010

C’e l’hai un posticino dove prenderti un appunto? Un bloc notes, un’agenda, il calendario della tua vita quello che dovrebbe iniziare il giorno della nostra nascita e finire il giorno della nostra morte. Come le agende scolastiche che barano sempre un po’ e non sapendo quando sarà la data precisa del termine della scuola, mettono qualche giorno in più e ti lasciano nell’incertezza. Non resta che sperare nelle elezioni.
Beh, se hai un posto dove annotarti la vita come il giorno del caffè quello nel quale – siccome non ti è successo proprio niente di niente – decidi di dedicarlo al caffè, oggi avrei bisogno di un favore. Ovvio, sempre ammesso che tu non abbia già dedicato la giornata più noiosa della vostra vita al caffè ma questa è una cosa importante.
Dovresti scriverci che oggi è stata la giornata più merdosa della Vis. O della Giò. O come ti pare. O come vorresti che mi chiamassi baby? Più merdosa perché è quel tipo di merda che non ha età e che può colpirti da quando acquisisci l’età della consapevolezza fino a quando la perdi. Una merda che non ha conseguenze come quando prendi la scossa con un gomito che duole per tutti uguale e non c’è bisogno di essere il Dott. House, per sapere che fa male.
E’ stata una giornata di merda come quando vedi il tuo cane morire e aggrediscono tua figlia per rubarle il cellulare.
Una giornata così che torni a casa e trovi il cane accasciato sotto al tavolo in un lago di urina e tua figlia che tarda a tornare a casa dalla scuola. Le hai comprato il caschetto per la bici proprio stamattina perché vuoi cercare di proteggerla dalle cadute. Poi passa uno, la tira giù dalla bicicletta e le porta via il cellulare. Lei torna a casa piedi con una vagonata di lacrime che ancora non è riuscita a piangere. La guardi in volto e pensi che se non piange esploderà. Ma non esplode perché il cane è in fin di vita e bisogna prendere una decisione dolorosa.
Poi lei è un fiume in piena e io mi faccio la doccia più lunga da quando sto in questa casa.
Questa casa mi odia e io odio lei.
Mi accuccio sotto allo scroscio d’acqua calda e faccio pipì così. Come un cane. Come Birba.
Addio anche a te Birba. E grazie di tutto.

Dì ciao con la manina

Viscontessa, 20 gennaio 2010

Non amo molto facebook, credo di aver capito come funziona ma non capisco che divertimento ci sia nell’accumulare amicizie fasulle e nel condividere con loro le proprie informazioni personali tramite format preparati da altri. Probabilmente ho le amicizie sbagliate ma sapere che tizio dedica un pensiero affettuoso a tutti gli amici e lo fa inviando un un cuoricino sorridente, mi pare una cosa davvero stupida.
Stupida perché “spalmare” un pensiero affettuoso è come “spalmare” il paté de fois gras dentro ad un cantuccio di pane toscano e stupida perché per esprimersi si usa un linguaggio primordiale fatto di figure e di simboli privi di qualsiasi sfumatura.
Qualcuno da qualche parte ha “inventato” l’ideogramma digitale di un sentimento e lo ha offerto al proprio pubblico per consentirgli di esprimersi senza parlare o, in questo caso, senza scrivere.
Non amo facebook perché ogni giorno ricevo decine di inviti per iscrivermi ai gruppi più diversi e metà dei gruppi ai quali mi viene chiesto di iscrivermi, sono assolutamente in contrasto con le mie idee (sinteticamente ma chiaramente espresse nel mio profilo) l’altra metà sono unanimemente condivisibili per cui del tutto inutili. Per questo, quando per esempio sento dai media tradizionali che un gruppo per rivolgere un pensiero addolorato ad Haiti colpita dal terremoto, ha raccolto migliaia di adesioni in poche ore, mi viene amaramente da sorridere. Rivolgere un pensiero addolorato è come rivolgere un pensiero affettuoso, non costa niente ma non serve neanche a niente.
L’ultimo motivo per il quale non amo facebook, anzi la cosa che maggiormente mi irrita di questo strumento di comunicazione, sono i suggerimenti. E non parlo solo delle amicizie; quello che non posso proprio tollerare è che mi venga suggerito come comportarmi con chi. Come una solerte segretaria, uno scrupoloso insegnante o una mamma alle prese con l’educazione del proprio pargolo, facebook ti consiglia cosa dire a tizio o caio tanto che oggi mi ha addirittura suggerito di dire “ciao” ad una amico della lista che evidentemente, ultimamente avevo trascurato un po’.
“amore della mamma, dì ciao alla tua amichetta come ti ho insegnato a fare io”.
E la bimba agita la manina o invia chissà quale simbolo digitale ad una amichetta virtuale.

La casetta di marzapane

Viscontessa, 15 gennaio 2010

Ore 7,30.
Apro gli occhi e vedo il muro bianco che si vede dalla finestra con gli infissi bianchi accanto all’enorme armadio bianco.
Mi giro di lato.
E’ ancora presto e ieri è stata una giornata impegnativa.
Accanto al cassettone sul quale sono accatastati oggetti di ogni tipo, vedo gli enormi buchi nel muro dai quali l’altro ieri sono cadute le mensole sulle quali avevo riposto alcuni tra gli oggetti che mi sono più cari. Sbriciolata una coppia di lampade a petrolio, decapitata la coppia di negretti in terracotta che avevo acquistato a Milano quindici anni fa, fratturata la mandibola del teschio proveniente dal manicomio criminale.
Qualcuno in casa cerca qualcosa.
Scivolo dal letto e afferro i pantaloni da lavoro che ho abbandonato per terra insieme ad un paio di calzini che dopo tanti giorni, mi scodinzolano felici appena gli avvicino i miei piedi mentre il cane è ancora sotto alle coperte e l’unica cosa che vedo di lui, è il culetto rinsecchito e la coda pelosa.
Potrei dormire ancora un po’ ma alle otto deve arrivare il muratore e prima che arrivi voglio almeno prendere il caffè.
Mentre inciampo in un gatto appollaiato sul mio cappotto nero che giace per terra accanto a qualche vetro rotto e una manciata di tasselli spanati, mi pungo un piede con una vite e chiunque cercasse non ricordo cosa, dal piano di sotto mi urla “lascia fare! Trovato!”.
Vado in bagno, il bagno è l’unica stanza nella quale mi sento a mio agio. E’ uno schifo di bagno con i sanitari vecchissimi e la seggetta del bagno in plastica colorata con una calcomania di ostriche e perle. Ma è grande ci stanno tutti i miei mobiletti del bagno che quando li avevo comprati mi erano sembrati tanto belli ma che dopo sette anni di cantina, hanno preso la puzza di muffa e si sono persi tutti tassellini per montarvi all’interno le mensole in vetro. Avevo comprato anche i tassellini per rimontarli ma naturalmente erano della misura sbagliata e allora fanculo ci accatasto la roba dentro.
Mi siedo sul water per fare pipì e penso che probabilmente sto poggiando le mie chiappe su una seggetta sulla quale hanno appoggiato le loro la famiglia di cinesi che viveva prima di noi in questa casa. L’altro giorno volevo comprare almeno una seggeta nuova ma poi ho comprato una scatola semi professionale per riporre tutti i ti tipi di chiodi e di viti che mi servono per la casa. Tanto dal cessetto dei gatti che costretti in un giardino troppo piccolo hanno ripreso l’abitudine di pisciare nel loro bagnetto, si alza una puzza terribile di urina di gatto e pensare che solo un metro più in là, sotto agli accappatoi che cazzo sono tutti diversi di tutti i colori diversi, c’è una confezione nuova di lettiera ma non ho ancora fatto in tempo a cambiarla. Mi alzo dal cesso e vedo il cesto della biancheria sporca che ormai strabocca di indumenti di qualunque tipo e non mi consolo neanche davanti allo specchio perché questo l’ho attaccato ieri e non mi fido della sua tenuta. Nessun buco nel muro ma i tasselli erano troppo distanti per le placche del mio specchio così ho smontato le placche e le ho allontanate un po’. Spero di non averle allontanate troppo perché oltre a sorreggere lo specchio nel muro, le placche servivano anche per tenere insieme lo specchio con la cornice.
Dopo mi lavo. Poi mi ricordo che mi sono già lavata ieri anche se non ho fatto in tempo a farmi una doccia, e mi dico che per il momento può bastare.
Ore 7.45.
Scendo le scale ed entro in cucina o almeno di quello che resta della mia bella cucina in noce dopo che il mio “omino” tutto fare, ne ha segata mezza compreso il piano in marmo, per farla entrare dove sta adesso. Per il resto è tutto smontato, e sulla tavola, accanto alle ciotole con gli avanzi dei crocchini dei cani, appoggio la scatola di biscotti e mi siedo un attimo prima di accendere la macchina del caffè. Farsi un caffè con una macchina espresso alla quale sono saltate le guarnizioni non è semplice: devi farlo al momento giusto e girare la tazza perché l’acqua che esce da ogni parte non finisca dentro alla tazza ma neanche sul mobile che altrimenti si allaga tutto e l’acqua scende dalle fessure dei piani in marmo che ancora non sono stati siliconati, e va a finire nel cassetto delle posate. Bisogna essere rapidi, decisi e guardinghi. L’acqua che esce dalla macchinetta mi ricorda la fontana di Barcellona, non sai mai quale spruzzo colorato uscirà da dove. Prendo la tazzina e la ciotola per rincorre l’acqua di troppo ma la lavastoviglie quasi in mezzo alla cucina, mi impedisce la precisione necessaria e preferisco bermi uno sbroscione di caffè piuttosto che cominciare la giornata rimontando la cucina per asciugare l’acqua dei cassetti. La lavastoviglie naturalmente non fa una grinza. Da quando si ha smesso di funzionare costringendomi a smontare la balza montata in fondo alla cucina e ad estirparla dalla sua sede naturale, giace in mezzo alla cucina in attesa che l’”omino” che deve finire di montarmi la cucina, deve appendermi le mensole e i lampadari deve portarmi via un pezzo di armadio che mi è avanzato e riportarmi una poltrona che è a casa di mia mamma, si faccia vivo. Doveva tornare lunedì ma oggi è giovedì e ancora non l’ho rivisto.
Cazzo mia madre! Si è rotta un piede la settimana scorsa e da quando l’ho riportata a casa sua lunedì scorso, soffre di attacchi d’ansia e sicuramente la notte si è alzata per fare pipì, ha battuto la testa e adesso giace immobile da ore sul pavimento ghiacciato della camera. Questa volta magari l’ambulanza arriva davvero e non come lunedì che dopo l’ingessatura le hanno detto ci rivediamo tra venti giorni e decidiamo cosa fare. Si ma adesso? Adesso cosa? Adesso come riporto a casa mia madre che sta ad un secondo piano senza ascensore e io sono da sola? Verso l’una mi sono rivolta ad un infermiera per chiederle se poteva chiamarmi un’ambulanza. Alle due sbraitavo al telefono con la Misericordia perché non potevano mandarmi un’ambulanza. Alle due e mezzo, stavo minacciando denunce a tutto l’ospedale, ad un quarto alle tre minacciavo il portiere del CTO di incatenarmi per protesta al suo gabbiotto se non trovava un modo di rimandare a casa me e mia madre. Alle tre chiamavo i pompieri, alle tre e mezzo piagnucolavo al telefono con la polizia. Dopo dieci minuti me la caricavo in macchina e facevo mia la sua idea di farsi gli scalini seduta ad uno ad uno. Un piano fantastico. Telefono a mia figlia e le intimo di precipitarsi immediatamente a casa della nonna così lei le tiene su la gamba e io da dietro la prendo sotto alle ascelle e la tiro su uno scalino per volta.

Il telefono di casa di mia madre suona inutilmente. Probabilmente è morta. Anzi è sicuramente morta mentre io dormivo beatamente nella mia cuccia per la quale ho scelto lenzuola beige perché non ho tempo di fare il bucato e poi lo scarico della lavatrice da qualche problema e la bastarda non mi centrifuga il bucato che oltretutto non so dove stendere perché il giardinetto è sempre all’ombra ed è molto umido. Le lenzuola beige durano più a lungo e tra i ramage floreali sul marrone e rosa, non si nota quasi niente. Infatti non ho notato neanche il pezzo di vetro della lampada a petrolio che si è rotta l’altro giorno cadendo dalla mensola e adesso mi ha ferita leggermente una mano.
Infilo le mani in tasca in cerca del cellulare e ci trovo un pezzo di carta igienica sporco di sangue, una manciata di viti, un accendino, un cacciavite, una punta da 6 per il trapano, due chiodi in acciaio, una penna, un assegno che devo versare in banca, un crocchino che dalle dimensioni direi da gatti, un osso di seppia che volevo mettere al pappagallo ma poi mi sono dimenticata, e finalmente il cellulare.
“pronto”. La sua voce è cavernosa, lenta, esausta ma è ancora viva e forse sono ancora in tempo a salvarle la vita. “come stai?” le urlo nella cornetta del telefono e lei mi risponde “bene, stavo dormendo così bene….. ma che vuoi a quest’ora?”.
Accendo il computer e controllo se internet ha ripreso a funzionare o se oggi dovrò fare anche il piccolo tecnico dei computer per far funzionare questo aggeggio. La linea è ok ma l’antenna della televisione è stata scardinata dal muro e il lo schermo mi dice che c’è bassa intensità del digitale.
Allo otto deve arrivare il muratore nell’attesa porto fuori un sacco della nettezza che giaceva chiuso in giardino da quasi una settimana. Mi era sembrato di vederlo muovere e così ho pensato che fosse il momento di portarlo al cassonetto prima che ci andasse da solo.
Devo fare un sacco di cose. Alle otto il muratore, alle due l’”omino” tuttofare, alle due e mezzo quelli della caldaia e per il resto del pomeriggio forse posso anche cominciare a mettere seriamente ordine nel cantiere che è diventato questa casa.
Mi cullo su questo pensiero e mi riaddormento sul divano pensando a domenica scorsa passata ad asciugare acqua dal pavimento di cucina perché dopo aver smontato la lavastoviglie non avevo più teflon per sigillare i rubinetti. Questa domenica sarà diversa e potremmo tutti farci una bella doccia, la doccia della domenica che giri per casa in accappatoio fino a quando non ti si congelano che chiappe. Fortunatamente lunedì mattina sono stata alla casa dell’idraulico e ho comprato tutto quello che mi serviva per poter sigillare il lavandino di cucina e riaprire l’acqua di casa. Poi suona il campanello.
Ore 9.
E’ il muratore in ritardo e io speravo proprio di non vederlo perché viene per via di una perdita che sta bagnando il muro della signora dell’appartamento accanto. Son qui da poco più di una decina di giorni, la casa era stata appena ristrutturata, non può esserci niente di così grave ma il muratore è una figura cattiva, è quello che vedi all’opera solo quando di spacca le mattonelle, ti sventra la casa e poi ti dice che deve spaccarti un altro pezzo di casa e poi ti dice torno lunedì e tu stai un mese in mezzo ai calcinacci.
Ma io sono ottimista almeno fino a quando non mi dice che deve spaccare le mattonelle del bagnetto e non lo vedo dirigersi sicuro verso il piccolo bagno di servizio. “non apra quella porta!” ma non faccio in tempo a dirlo che il muratore si vede piombare addosso una montagna di scatole di scarpe perché non sapendo dove mettere le scarpe, per adesso le avevo sistemate lì che per adesso si fa con un bagno solo che è pure grande e ci ho anche rimesso lo specchio.
Ore 9.30.
Io e il muratore stiamo ancora spostando scatole di scarpe che finiscono in camera mia alla rinfusa sul pavimento, sul letto, sul gatto e pure sui calcinacci venuti giù dal tentativo fallito di appendere delle mensole. Eppure una l’ho appesa. Ne ho appesa una dello studio, ci ho messo una giornata intera, ho trapanato il muro che neanche con una mitragliatrice, ho ristuccato il muro, ho allargato i fori delle mensole perché i pali erano un po’ storti, ho cosparso di polvere rossa tutti i libri dello studio, ho sudato come un cinghiale in un bagno turco, ma alla fine della giornata una mensola l’avevo montata. Guardo il muratore che agguanta le scatole dei miei stivali come fosse un trapano a percussione a punta dodici, e mi dico che nessuno meglio di lui, può appendermi delle mensole in un muro di acqua e farina. Se non altro lui ha la calce e io a comprare la calce non ci sono ancora arrivata.
Ore 10.00.
Lo sapevo che qualcuno oggi sarebbe dovuto morire e visto che non è mia madre si vede che tocca a me. Sento la prima scossa tellurica un attimo dopo che ho lasciato da solo il muratore in bagno e mentre sono ancora lì a domandarmi perché cazzo tengo tutti questi cani e questi gatti in casa se quando arriva il terremoto neanche ti avvisano, ecco che arriva il terremoto quello vero e io ripenso subito alla mia coppia di statue in terracotta alle quali ho tentato di riattaccare la testa con l’attak e che poi, per non soffrire troppo, ho nascosto tra i libri in attesa che il dolore per la loro perdita mi consenta di scoprire un modo per restaurali come si deve.
Salgo di corsa le scale urlando “bambini miei! La mamma vi vuole bene! Vengo a salvarvi che prima o poi giuro che vi riattacco anche in piedi e vi ricostruisco le dita delle mani con il Das”, quando mi accorgo che il muratore ha spaccato tutto il muro del bagnetto.
Tutto si ferma, cessa il terremoto e il muratore esce dal bagno armato di un attrezzo enorme e cattivissimo in grado di disintegrare qualsiasi muro in pochi minuti.
“mi dispiace” fa con l’aria di chi è abituato a leggere l’espressione di terrore sulla faccia della gente. “la perdita non è qui, devo spaccare l’altro bagno, dentro alla doccia.
Ore 10.30.
Arriva Mary Jane la ragazza filippina che mi da una mano in casa e che parla quasi soltanto inglese e che è la prima volta che viene in casa nuova.
Entra e invece di sorridere e dirmi buongiorno, nella sua faccia si forma una strana espressione di terrore alla quale io rispondo con un ferro da stiro in mano. Fortunatamente c’è tanta roba da stirare che sta lì nel sottoscala in quella cesta straboccante di roba tra i cenci polverosi, l’aspirapolvere che si è intasata di calcinacci e una scatola di cavi elettrici per il giorno nel qual giocherò al piccolo elettricista.
Ore 11.30.
L’unica stanza nella quale non devo attaccare al muro niente è il salotto e decido di cominciare la giornata da lì. Sposto per la centesima volta i quadri poi tento di appendere un piatto antico al muro ma mi cade e si rompe. Frega un cazzo. Ho deciso che oggi frega un cazzo di niente perché io sono paziente e ottimista e tutto andrà bene e tutto si aggiusterà. Soprattutto sei ha appena comprato dieci tipi di collante diverso che visto l’andazzo era l’unico tipo di precauzione che potevo prendere.
La casa continua a tremare fino a quando il muratore disarmato mi dice che deve aspettare l’idraulico così ne approfitto e gli chiedo di appendermi le mensole. Lui storce un po’ il naso ma poi accetta e io mi fiondo fuori a comprare altre dieci mensole che vorrei attaccare nello studio del piano di sopra. Attraverso la città e arrivo al negozio del legno che però è chiuso perché sono già le una e mezzo.
Ore 13.35.
Al piano di sopra Mary Jane stira chiusa in camera di mia figlia.
Mia figlia torna da scuola e ha una fame terribile così si fionda in cucina.
In cucina c’è l’omino tutto fare che sta trapando un muro per attaccare un mobiletto e lo sta facendo chiaramente controvoglia così non sposta neanche i piatti puliti che Mary Jane, dopo averli lavati, aveva riposto, in assenza di mobili, sul top di marmo sopra al quale adesso l’omino sta in piedi tirando giù calcinacci su ogni cosa.
Nella stanza accanto, nel mio studio, un muratore sconosciuto arrivato qui per caso per spaccare un pezzo di muro, mi ha appena chiesto uno straccio bagnato da appoggiare sull’enorme attrezzo che ha appena tirato fuori da un’enorme valigetta e che serve per tagliare una parte della staffa della mensola che pare sia troppo lunga rispetto al buco delle mensola stessa.
Il trapano e il taglia staffe di ferro lavorano contemporaneamente il pupazzo che ride sentendo le vibrazioni, si sganascia dalle risate cadendo in testa al muratore che si spaventa e bestemmia in una lingua sconosciuta mentre il pappagallo momentaneamente parcheggiato in giardino urla come un matto e mia figlia passa sotto al tavolo per raggiungere il frigo dal quale si prende un peperone che va a mangiare in camera sua dove Mary Jane sta minacciando la Madonnina di imparare l’italiano per insultarla meglio.

A questo punto gli eventi si si susseguono in una progressione indescrivibile.
Alle 17 la situazione è la seguente:
Al piano di sopra: il muratore vistosamente irritato dalla giornata mi sta comunicando che l’idraulico che finalmente è arrivato, ha sentenziato che bisogna spaccare tutto il bagno.
Mentre tutti e tre insieme ci guardiamo con orrore negli occhi, la moglie del padrone di casa che mentre spostavo cassettate di roba mi raccontava della sua vecchia macchina da cucire, chiama di corsa il muratore perché la soglia in marmo del bagnetto è un po’ scheggiata e bisogna assolutamente cambiarla.
Al piano di sotto: il padrone di casa , aiutato da una amico, sta tentando portarsi via il lavandino di cucina che giaceva in giardino ormai da giorni e per farlo sta tentando di convincere il mio vecchio cane, sordo, un po’ cieco e soprattutto sempre sdraiato nel mezzo, a farsi un po’ più in là per lasciarlo passare. Il pappagallo che all’improvviso gli ha urlato alle spalle, lo ha già fatto sussultare mentre mentre issava l’orribile oggetto da portarsi via e adesso che un gatto gli passa di corsa tra le gambe, mi rendo conto che il terrore si sta impossessando di lui. Richiamato da un disperato grido di aiuto, mi precipito al piano di sotto, prendo il cane in braccio (25 chili) e lo porto al piano di sopra dove lo rinchiudo in camera di mia figlia.
L’”omino” se ne è andato con la lavastoviglie in funzione ma non appena ho riavvicinato il battiscopa alla cucina la lavastoviglie ha smesso di funzionare e il tubo dell’acqua ha cominciato a perdere.
Mary Jane ormai distrutta dalla giornata si improvvisa arredatrice e fa le prove tappeto di fronte al cassettone dell’ingresso proprio mentre il padrone di casa passa di corsa con il lavandino gocciolante e il cagnolino spuntato da chissà quale divano gli si fa incontro scodinzolante per salutarlo.

Ore 18.00.
Non ho più una doccia, ho un solo bagno nel quale la terra si è depositata persino sugli spazzolini da denti. Ho una camera nella quale giacciono decine di scatole di scarpe e stivali e un letto invaso di vestiti e di gatti.
Ho un pezzo enorme di armadio che doveva essere portato via e che invece sul tetto della macchina non ci sta e allora son cazzi miei.
Ho la camera di mia figlia con la roba stirata sul letto e lei sdraiata sul letto che chatta con gli amici.
Ho una cucina nuovamente smontata con un lavandino che perde e una lavastoviglie che non funziona.
Ho un salotto nel quale ho appeso un solo piatto antico che si è rotto.
Ho uno studio nel quale adesso ci sono solo tre mensole perché ci sono i tubi di qua e di là e i muri sono di burro e non si possono mettere altre mensole. Ho scatoloni ancora da aprire di libri che restano rannicchiati in un angolo mentre i tappeti provati da Mary Jane si sono accumulati sul divano. Ho calcinacci, pezzi di ferro, chiodi, viti, tasselli, vetri, prolunghe, cacciaviti, trapani, punta 14, punta 12 e punta sei sparsi sul pavimento.
Ho un ingresso nel quale abbiamo messo un tappeto e io mi sono ricordata che non ho mangiato e che ho una fame che mi potrei mangiare un cinghiale.
Ho un vaso molto bello che gira da una stanza all’altra perché non sono affatto sicura di volerlo mettere su una mensola e se continuo a portarlo a giro, alla fine si rompe pure lui.
Ho un pupazzo che ride con le vibrazioni, il tecnico della caldaia che mi dice che non è potuto venire se va bene uguale per domani alla solita ora e ho tanto tempo libero perché dal primo gennaio sono disoccupata.
Eppure non ho mai lavorato tanto in vita mia.
Domani giocherò a fare l’elettricista.

Ps non ce la faccio neanche a rileggere.

Flussi e riflussi

Viscontessa, 22 dicembre 2009

Lo staff dei traslochi è così composto.
Membri interni: una figlia adolescente riottosa a cambiare casa che per ogni scatola che fa invece di scriverci sopra semplicemente il suo nome, ci fa i disegnini, gli smile, le paroline, qualche tvb, qd, xche, e un commentino svolazzante dentro ad un cuore colorato di rosso al quale ha fatto anche gli occhietti a forma di gatto.
Un marito che non è mai stato tanto in ufficio da quando abbiamo iniziato ad imballare la casa e che quando è a casa non vede l’ora di darmi una mano ma non può inchinarsi perché gli fa male la schiena e non può salire sulla scala perché soffre di vertigini e non può stare in mezzo alla polvere perché gli fa allergia e non può chiudere le scatole perché sai il tunnel carpale, e non può neanche assentarsi un attimo per andare a lavorare che quando torna a casa gli ho spostato il taglia unghie.
Un cagnetta molto vecchia ma pur sempre abbastanza stronza che se mentre hai uno scatolone di quindici chili in mano la incoraggi a spostarti per farti passare, è capace anche che si rigira e ti agguanta un polpaccio. Così abbiamo imparato tutti quanti a scavalcarla tanto che ormai per casa camminiamo tutti a passi enormi e lentissimi perché tanto non la vedi ma lei sicuramente di fronte ai tuoi piedi. Che poi è diventata pure incontinente così il più delle volte caga per casa così camminiamo tutti con passi enormi e sguardo a terra come se cercassimo funghi sulla luna. “merda!” è il grido d’ordine al che scatta immediatamente la corsa allo scotte x e naturalmente la fatidica frase “di chi è?”.
Questo perché l’altro membro appartenente alla razza canina, un giovane di belle speranze e paraculo come nessun altro cane, caga in casa pure lui che fuori fa freddo, ha nevicato e adesso piove. E se scivolo sul ghiaccio e mi rompo una zampa? E se mi ammalo visto che sono un cane cinese nudo? Mi domando – dice sempre il cane cinese nudo che è un paraculo ma pure uno stronzo – e se si facessero delle discriminazioni solo perché io sono cinese, anche se con il pedigree, mentre lei è italiana anche se è una bastarda figlia di nn?
Poi c’è gatto n.1 che ha capito che sta succedendo qualcosa e siccome a lui non piace affatto che succedano cose nuove ogni giorno prende un passerotto infreddolito, se ne mangia mezzo e poi lascia la carcassa davanti al tappetino di camera mia. Per consolarsi, dopo il passerotto, si fa fuori anche mezza ciotola di crocchini e poi, ruttando vistosamente, va a cercarsi la scatola più comoda, quella dove potersi affilare meglio le unghie prima di acciambellarsi sul golfino nero di cachemire che ho appena appoggiato sul letto.
Gatta n.2 che ha trascorso la sua poca vita in casa (perché sta sempre in giardino) rinchiusa in qualche armadio, scomparsa dentro a qualche cassetto e una volta persino un paio di giorni chiusa in lavatrice. Detta anche “la piccola Udinì”, abbiamo tutti il terrore di chiuderla dentro ad una scatola di bicchieri di cristallo per cui l’ordine tassativo per chiunque è “controllare sempre attentamente il contenuto prima di chiudere”.
Gatta n. 3 che ho allattato personalmente quando aveva si e no 20 giorni e che ancora adesso che ha quattro anni mi guarda come se fosse la prima volta che mi vede e qualche volta si spaventa anche. Attività preferita stare nel mezzo di qualunque mezzo si tratti. Il cane sta sotto e il gatto sopra. Guardi n basso per non pestare il cane e il gatto, da sopra, ti afferra i capelli con le unghie. Guardi in alto per vedere se ‘è il gatto appollaiato da qualche parte, e pesti il cane che si incazza oppure una merda che neanche i Ris sono più capaci di togliertela dalle suole e di individuare il colpevole.
“ehi, cosa abbiamo qui Ron”
“poco capo, feci di cane maschio dell’età approssimativa di quattro anni, un cane di piccola taglia, probabilmente un chinese crested ma non saprei dirle se nella varietà nuda o in quella piumino di cipria. La mancanza di peli nelle feci, vede capo – e lo avvicina ad un microscopio – mi farebbe pensare ad un esemplare nudo, tuttavia non posso esserne certo fino a quando non avrò confrontato il dna rilevato nelle feci, con quello contenuto nella banca mondiale delle merde di cane. Ma se ripassa il tempo di una pisciata, saprò essere più preciso”.
“grazie Ron”
Infine due pappagalli che trombano come ricci e che appena gli ho rimesso il nido hanno già cominciato a fare le uova così quando l’altra notte la temperatura è scesa di parecchio sotto allo zero, mi sono precipitata a portarli in casa nuova, al riparo nella serra in mezzo alle piante e agli scatoloni, di fronte ad una finestra con vista sul giardino. Ma non mi danno notizie da un paio di giorni e io sono preoccupata. Eppure gli ho lasciato da mangiare per un mese, da bere per un anno e un cellulare per ogni evenienza.
E la pappagalla urlante perché da una settimana non la faccio uscire dalla gabbia e quando ieri l’ho finalmente lasciata andare si è accorta che non c’erano più i suoi mobili ma solo scatoloni così si è spaventata a morte e per tranquillizzarla ho dovuto farle fare il bagno nel lavandino di cucina. Naturalmente con effetto idromassaggio e musichetta di sotto fondo.

Membri esterni: Silvia, donnone di dimensioni impressionanti reclutata alle macchinette dei videogiochi del bar sotto casa e ingaggiata per lavori pesanti.
Filippina di dimensioni lillipuziane che proprio mentre noi tiriamo giù scatole piene di polvere, ragni e pure qualche scorpione morto, lei si mette a stirare le lenzuola bianche.
Piccolo sardo tutto fare che mi ha detto “ora che traslochi ricordati i cellulari”, io ho pensato ai pappagalli ma poi lui mi ha ricordato che fa collezione di vecchi cellulari.
Padrone di casa pensionato che, prima che riuscissi a chetarlo, mi ha spiegato che per fare le volture dell’acqua devo prendere il 35 in piazza stazione quello che va verso la direzione di Rovezzano e devo scendere alla fermata prima dei giardini perché la società dell’acqua è lì ma probabilmente devo venire anche io che sono il padrone di casa lei mi dice quando ci va e io la raggiungo. L’ho già deluso, ho fatto tutto per telefono in dieci minuti (più le attese “fra qualche secondo la mettiamo in comunicazione con un operatore ma nel frattempo le ricordiamo di consultare il nostro sito dove potrà trovare tutte le informazioni commerciali che le interessano come la nuovissima offerta……” la più bella è stata quella del 199 che mentre ti spiega quanto cazzo ti costerà parlare con un loro operatore, ti chiede anche di digitare uno se vuoi partecipare ad un sondaggio sul grado di professionalità, cortesia ed efficienza del loro servizio. Altrimenti prema due. L’opzione “ma siete scemi a chiedermi se voglio partecipare ad un sondaggio per il quale devo anche pagare con il costo della mia telefonata al vostro stracazzo di 199” purtroppo non esiste.
Traslocatori locali e a me mi è venuta tanta nostalgia di quando traslocavo per lavoro. Cioè non io, cioè non è che facevamo traslochi, smontavamo le case, le rimontavamo in esposizione e poi le vendevamo all’asta. A volte dovevamo farlo in un paio di giorni e alla fine mettevamo anche i fiori e poi ci addormentavamo sui divani in esposizione.
Quando è finita è finito anche il mio primo matrimonio, ho cambiato casa e ho cambiato marito. Però mi sono tenuta il cane e il gatto.
Mia madre che gli sarebbe venuto in mente di spostare il tavolo del salotto che però per farlo uscire bisogna passarlo dalla finestra del salotto e farlo rientrare in quella del soggiorno e poi se mi interessa in cantina ci sarebbero quelle duemila riviste di tuo padre che è un peccato tenerle lì e pensava che potrei anche riprendermi la poltrona bordeaux o in alternativa potrei dare i divani bianchi a lei e prendere quelli gialli anche se forse già che ci siamo si potrebbe smontare completamente la cucina e fare a cambio. Così. Tanto per.

Io, che si cambia tutto nel 2010.

Babbo Natale io voto per te.

Viscontessa, 15 dicembre 2009

Mi piace il Natale perchè a Natale ci sono sempre un sacco di pubblicità di profumi. Mi piacciono le pubblicità dei profumi perchè sono animate da esseri eteri, evanescenti, inconsistenti come un profumo. Esseri incorporei, esseri che ti pare di potergli guardare attraverso. Solo che attraverso di loro non vedi niente, non c’è niente. Come una sorta di illusione ottica che dovrebbe evocare un odore evanescente come un profumo.
Però a Natale ci dovrebbero essere un sacco di trasmissioni edificanti nelle quali i bambini vestiti da piccoli lord, cantano di fronte alle telecamere e i genitori si commuovono quando il loro piccolo, incalzato dalle domande di Mike, li indica tra il pubblico e le telecamere li inquadrano.
Oppure ci dovrebbero esseri quei filmini nordici tanto carini dove un bambino svedese che vive in lapponia con le renne, trova una mappa dentro al tronco di un albero caduto su una casetta di legno in mezzo al bosco nel quale il bambino si è perso.
E invece Berlusconi è riuscito a rubare il posto anche a Babbo Natale e questo è davvero la cosa più crudele che potesse fare. Si era già preso tutto, si era preso le nostre speranze, i nostri soldi, le nostre illusioni, il nostro buon senso, la nostra pazienza, il nostro futuro e persino quello dei nostri figli, ma Babbo Natale almeno poteva lasciarcelo.
A noi ci piaceva guardare la storia di un orfanello che la notte di Natale si perde in un bosco dove si era perso anche un bambino svedese che aveva trovato una mappa dentro ad un albero caduto su una casetta di legno in mezzo al bosco. Ci piaceva quando l’orfanello e il bambino svedese scoprivano di essere fratelli gemelli omozigoti separati alla nascita da un intervento che aveva separato i loro piccoli peni. Ci piaceva quando mostrandosi il pistolino si accorgevano di avere ciascuno una cicatrice compatibile con quella dell’altro. Ci piaceva quando dopo questa scoperta….. Insomma ci piacevano i racconti edificanti di natale e ci piaceva Mike Bongiorno che intervistava una bambina obesa di nome Jessica che di lì a poco avrebbe ballato Flash Dance. Ci piaceva Babbo Natale che ci portava in dono una bella candela profumata e un’Antonella Clerici o una Milly Carlucci che fanno sangue ai signori più attempati mentre le mogli sono in cucina a preparare il caffè.
Ci piaceva Babbo Natale e invece da ieri non si vede che Berlusconi. Invece di Fabrizio Frizzi che ci porta nella cucina della famiglia Scognamiglio (due genitori, cinque figli, quattro nonni, sedici zii, ventinove nipoti più i fidanzati vari e il vicino tunisino per dimostrare che gli italiani non sono razzisti) adesso c’è Bonaiuti che ci porta nella camera d’ospedale di Berlusconi.
Cosa cucinerà la famiglia Scognamiglio per questo Santo Natale, non lo sapremo mai. Eppure alla famiglia Scognamiglio ci eravamo già un po’ affezionati, l’avevamo conosciuta a Pomeriggio Cinque quando in formazione ridotta (erano solo 35) avevano raccontato ad una Barbara d’Urso visibilmente commossa, della miracolosa guarigione della figlia Concetta affetta da una rara forma di ragadi anali. La storia aveva avuto un tale successo di pubblico che il giorno dopo Sposini (poco convinto dal tema della punata che avrebbe dovuto mandare in onda quel pomeriggio e intitolata “minorenni: stop al seno rifatto. Ma la chiappa? La si potrà ancora tirare su prima dei 18 anni?”) aveva voluto a tutti i costi la famiglia Scognamiglio in studio anche se la produzione era stata irremovibile sul tema da affrontare nella puntata. Il risultato era stato quello di parlare per tre ore di chiappe miracolate e la bagarre che aveva accompagnato la discussione era stata così accesa che la puntata di Sposini aveva battuto i record d’ascolto persino del gallinaio pomeridiano della De Filippi. Ed era stato così che la famiglia Scognamiglio era entrata trionfalmente nel mondo dello spettacolo con il ruolo “famiglia tipo italiana” che guarda caso votava Pdl adorava Berlusconi ed era stata miracolata da Padre Pio.
Natale a casa Scognamiglio. In trepidante attesa di sapere cosa avrebbe preparato per il cenone di Natale la tipica famiglia italiana del sud, avremmo tanto potuto godere della compagnia della tipica famiglia italiana del nord che vota Lega, che va in chiesa tutte le domeniche e che tiene due bravi figli: il maschio che studia economia aziendale, aiuta il padre nell’azienda di famiglia ed è fidanzato con la figlia del maresciallo dei carabinieri, e la femmina che ha vinto il concorso di bellezza per miss condominio ed è diventata famosa perchè ha dichiarato che da grande vuol farsi suora.
E invece niente. Al posto di Frizzi c’è Vespa, al posto di Babbo Natale c’è Napolitano.
L’unica cosa che invece non manca mai è sempre il miracolo o il miracolato.
Note:
1)vendo souvenir del Duomo di Milano mai usato.
2)Ciao Maroni, se stai spiando anche me digli a Berlusconi che rivogliamo Babbo Natale.

quest’anno invece del presepe faccio il rave party

Viscontessa, 10 dicembre 2009

Se fossi in cinta non lo scriverei. Non sono in cinta ma c’era un’altra cosa che non mi andava di scrivere e non riuscivo a capire perché. Poi ho pensato che non lo avrei fatto perché era troppo intimo e mi sono chiesta: intimo come cosa? E mi è venuta in mente quella cosa di essere in cinta. Sarà perché tra qualche giorno è il compleanno di mia figlia.
Entro breve comunque potrei cominciare a sognare catartico. Sempre lo stesso argomento e ogni volta che speri che sia l’ultima. Ma quando è l’ultima davvero allora lo sai e sai che quello è il sogno catartico.
L’ultimo sogno catartico mi è venuto in mente l’altro giorno mentre provavo le tecniche per l’autoipnosi. Dovevo scendere e salire le scale o pensare ad un sogno e mi è venuto in mente l’ultimo sogno catartico. Però non mi sono autoipnotizzata manco per niente, forse, mi son detta perché non sapevo decidermi tra la scala e il sogno.
Così il giorno dopo mi sono concentrata sulla scala della mi futura casa e mi sono autoipnotizzata con una planimetria.
Quello che mi preoccupa è quando i sogni catartici rischiano di accavallarsi. Non sai mai come vanno le cose e quando comincerai a digerirle. Quando è morto il mio primo cane ha dovuto aspettare diversi mesi per essere sognato perché ancora non avevo fatto il sogno catartico precedente e ad un certo punto, nel giro di pochi mesi, c’avevo i sogni affollati di animali che poco prima avevano affollato il mio letto. C’avevo da digerire un lavoro ed è morto il cane, e poi, pochi mesi dopo, anche i miei due vecchi gatti. Morti tutti insieme e vissuti tutti insieme.
Quando ero piccola volevo sposare uno scienziato avere due figli, un maschio e una femmina, e avere un cane e un gatto. Sono partita dal fondo e il resto ho lasciato fare.
Ho preso un cane e un gatto che sono cresciuti insieme e sono morti insieme.
In fondo i cani e i gatti durano poco e questo bisognerebbe dirlo per convincere la gente ad adottare un animale abbandonato. Un pappagallo è complicato, vive tantissimo e ti tocca lasciarlo in eredità, ma un cane, per dire, vive al massimo quindici anni che con la sua durata non ci finisci neanche di pagare il mutuo della casa. Il cane, per dire, ti costa meno, ti dura meno e non devi frazionarlo in millesimi per sapere quanto ti costerà rifargli il lastrico solare.
L’ultima grande vecchia della prima formazione animale della famiglia, è la Birba che adesso ha 15 anni e non riesce più reggersi sulle zampe posteriori. La porto fuori ogni giorno ma lei fatica a camminare mentre quello scemo di cane cinese nudo, tira come un disperato e le passeggiate diventano un supplizio. Tra un po’ è anche il loro compleanno perché il cinese nudo è nato lo stesso giorno di mia figlia e anche di mio padre e la Birba è convenzionalmente nata il 20 che poi sarebbe anche la data di nascita di mia nipote che anche la data nella quale è morta mia nonna. Ci manca solo Gesù Bambino il 25 e poi abbiamo fatto il presepe.
Io nel presepe vorrei fare il gommaio. Un presepe più moderno, più all’avanguardia, con pappagalli al posto di galline e i re magi che arrivano sul motorino e portano coca, pasticche e fumo per i ragazzi del rave. Perché questa cosa del bambino che nasce in una grotta da una che è rimasta in cinta vergine con tutti che vanno a trovarla seguendo una stella cometa, a me mi pare una roba da “rave party”, ma di quei rave party tosti dove se dicono che quello di colore laggiù c’ha la “mirra” tu pensi che dev’essere una droga da sballo che come minimo ti fa vedere gli angeli che volano. Queste cose succedono continuamente ma tutti a parlare della nascita del Salvatore e nessuno che si ricordi della “roba” di Salvatore.
Sogno catartico numero due pronto sulla rampa di lancio del 2010. Appena ho finito di sognare la casa che devo lasciare e quella nuova dove mi devo trasferire, c’ho pronto il cane e poi forse anche il lavoro e poi chissà. Per adesso c’è da affrontare un trasloco e mi domando come mettere a proprio agio umani e animali.

p.s Meno male che almeno nel nostro Paese va tutto bene: lo ha detto la Cesara al TG5 di stasera dalla quale ho saputo che abbiamo sconfitto la mafia, che gli italiani sono impazzati per tutta la penisola nel corso di questo lungo ponte pre natalizio e che a Natale spenderemo più dell’anno scorso. E poi ho saputo che le vendite dello spumante italiano battono di gran lunga quelle dello champagne e queste son belle notizie perchè l’altro giorno ho comprato un due paia di calzini da un vucumprà e c’era scritto sopra made in italy. Son soddisfazioni

Siamo seri

Viscontessa, 1 dicembre 2009

- Che peccato però!
- Cosa?
- Che i blog sono finiti, inghiottiti da Facebook e da Berlusconi
- Avevano appetito eh!
- Chi?
- Facebook e Berlusconi
- No, non c’era molta roba. Quello lì per esempio se non si “coagulava” con facebook, mica resisteva come blogger. Sarebbe morto da solo, di morte naturale e sarebbe andato in putrefazione. Facebook e Berlusconi si nutrono solo di carne giovane.
- ma di che stai parlando?
- Quello da Gad Lerner, lo vedi? È quello là dietro con gli occhiali che fa parte di quelli che hanno organizzato il No Berlusconi Day. Lui pensa che la gente si debba coagulare in piazza.
- Dio che schifo!
- Si, anche io non vorrei coagularmi con nessuno.
- Però scusa, ma quelli lì non sono Giglioli e Sofri?
- Si e allora?
- Loro sono blogger.
- Blogger inghiottiti da Berlusconi. E poi sono anche giornalisti.
- Come sarebbe questa teoria?
- Sarebbe che gli unici blog sopravvissuti alle idee parlano di politica, sono di sinistra e di solito sono gestiti da giornalisti e politici.
- Quindi hai deciso di dedicarti al bricolage?
- Si, pensavo di mettermi a fare babbi natale in pasta di sale, che ne pensi?
- Voglio dire, che te ne frega? Tu continua a scrivere sul tuo blog quel cazzo che ti pare, no?
- Effettivamente l’idea dei babbi natale in pasta di sale non era un granché. E se mi facessi risucchiare da facebook anche io?
- Ottimo, così se ti succede qualcosa invece di dovermi inventare tutti i motivi per i quali la tua perdita sarà incolmabile, potrò citare il tuo numero di amici su facebook.
- Ma che dici?
- Quelle cose tipo che quando arriva la giornalista contrita di MattinoCinque per ricostruire con me la tua vita straordinaria pur nella sua semplicità, mi sarà sufficiente dire che avevi 179 amici su facebook.
“Viveva in questa casa Viscontessa, con la figlia, il marito – ora distrutti dal dolore – e tutti i suoi adorati animali: tre gatti, tre pappagalli e due cani che adesso attendono fiduciosi il rientro della loro padrona perché loro non sanno che purtroppo la loro padrona non tornerà più. Viscontessa, dopo una dura giornata di lavoro, rientrava a casa a quest’ora e si prendeva cura della sua famiglia, della sua casa e naturalmente dei suoi adorati animali. Viscontessa era una donna semplice che amava soprattutto la famiglia e la sua adorata figlia che ora dovrà crescere senza più una mamma che la seguiva a scuola, a tennis e nelle sue prime uscite da sola con gli amici quando prima di uscire, la mamma, gli raccomandava di fare attenzione perché il mondo è pieno di pericoli. Ma adesso sentiamo il marito che ha accettato di rispondere a qualche domanda per farci capire meglio chi fosse davvero Viscontessa” poi si avvicinerà a me e io in lacrime balbetterò “gli volevano tutti bene” la giornalista allora guarderà in studio per capire se deve insistere o se può accontentarsi della mia risposta e poi si rivolgerà ancora a me e mi incalzerà con domande tipo “ma ci parli un po’ di sua moglie, ci racconti che donna era, ci dica cosa ha provato in quel momento” e io risponderò “c’aveva 179 amici su facebook”. A questo punto la giornalista visibilmente sorpresa ripeterà la cifra guardando in studio e riceverà il segnale che può ringraziare il marito affranto e fiondarsi su facebook a cercare la pagina personale della Viscontessa…..
- …… dalla quale apprenderà che la sottoscritta è fuggita in Bulgaria con l’acrobata cinese di un circo liberiano promotore su facebook di un sito per la salvaguardia del parco naturale dell’Uzbekistan.
- E Berlusconi? Non dirmi che in tutto questo Berlusconi non c’entra niente!
- Vuoi che Berlusconi non abbia in programma un bel viaggio istituzionale dell’Uzbekistan per incontrare un leader democratico con il quale stringere un’alleanza economica importante per il nostro paese ?
- Ah già non ci avevo pensato.
- Ecco, vedi perché prima o poi scapperò con l’acrobata cinese? …….ma secondo te, gli acrobati cines, ce l’hanno piccolo?
- Secondo me è l’ora di andare a dormire.
- Si, si, certo….. poi dice che una sogna di fuggire con un acrobata cinese……

Movimento di liberazione dei BNR

Viscontessa, 29 novembre 2009

Natale sotto tono. Non so se dipenda dalla crisi che c’è, che c’è stata o arriverà ma quest’anno non ho ancora avvistato neanche un finto Babbo Natale arrampicato sui balconi e i terrazzi dei palazzi. Negli anni passati ogni volta che li vedevo appesi per aria, mi veniva in mente il movimento di liberazione dei nani da giardino che se qualcuno non lo sapesse, esiste davvero ed è nato in Francia una quindicina di anni fa.
Pensieri sovversivi di lotta armata per liberare i finti Babbi Natale Rampicanti, mi passavano rapidamente per la testa ma quest’anno, sarà la crisi o sarà che già ci pare di vivere in un Paese poco serio, di babbi natali non ne ho ancora visto neanche uno. O forse, ho pensato questa sobrietà rappresenta un diffuso bisogno di serenità. Serenità nei toni, nelle parole, nel confronto, nel futuro e anche nel presente.
Tanto, l’amministrazione comunale, interpretando in maniera davvero singolare questo bisogno, e in tendenza con l’usanza sempre più radicata di essere più buoni a Natale, ci regala la sua interpretazione di “serenità nei toni” ovvero quella che dovranno usare d’ora in avanti i mendicanti di strada. Escluse alcune zone ben precise, i mendicanti, d’ora in avanti, potranno svolgere tranquillamente la loro attività purchè mendichino con gentilezza, cortesia e senza troppo insistenza. In una parola dovranno essere “educati” perchè in questo Paese affidiamo sempre ai poveracci le cose che non ci servono più come le scarpe vecchie, i lavori nei campi di pomodori, la cura degli anziani e adesso anche l’educazione. Paradossalmente il medicante potrà gentilmente chiederci una monetina per mangiare e noi potremmo offenderlo manifestando platealmente il nostro fastidio per la sua presenza. Ma tant’è, qualcuno, magari quelli più bravi, guadagnerà qualcosa e qualcuno, magari quelli più tradizionalisti, si sentirà più buono.
Se poi invece la latitanza dei babbi natale finti dipendesse dalla crisi, bisognerà che qualcuno, prima o poi ci dica come stanno sul serio le cose e non soltanto come dovrebbero andare tra un anno. Se dobbiamo imbottirci di dati sulle previsioni dei vari organi istituzionali, vorrei sapere prima di tutto perchè oggi non ci sono più i babbi natali finti. Che tra un anno o forse due, si prevede che i primi babbi natale potrebbero tornare ad arrampicarsi sui balconi, è un dato che non mi rende affatto serena.

Il tacchino vince sulla RU486

Viscontessa, 27 novembre 2009

Sono sempre in ritardo, volevo scrivere una cosa sulla giornata contro la violenza sulle donne ma sono caduta vittima di questa violenza e non ho fatto in tempo.
E poi mi pareva che l’ennesima sospensione della RU486 fosse l’espressione massima di quanto, questo Paese, sia sensibile a problemi che non dovrebbero essere solo femminili ma lo sono e di che considerazione goda, di conseguenza, questa giornata nell’opinione pubblica.
Obama è un grand uomo, un bel pezzo di ragazzo che qualsiasi studentessa del college avrebbe voluto sposare. E’ proprio così. Per il Giorno del Ringraziamento la famiglia Obama non mangerà il tacchino e Barack lo dice davanti alla Casa Bianca mentre, con un sorriso dei suoi, accarezza un tacchino vivo. Se poi lo vedi solo accarezzare il tacchino senza volume, pensi che la devi assolutamente smettere di farti le canne e cambi canale, ma questo è un altro discorso.
Pagliacciate per pagliacciate, meglio Obama che accarezza la testa di un tacchino che Berlusconi che accarezza il fondo schiena di una ragazza. E questa la dice lunga su tante cose, su tante di quelle cose che stanno succedendo negli ultimi tempi, da non trovare mai un attimo a soffermarsi sul resto. Il resto per esempio, è la totale indifferenza nella quale trascorre la giornata contro la violenza sulle donne. Certo aspettarsi di vedere inquadrato Berlusconi mentre accarezza una confezione di RU486, è fantascienza, ma metti che in una giornata come oggi rivolge un saluto alle donne, si schiera contro la violenza sulle donne, o anche solo si ricorda che oltre alle donne c’è di più. Marrazzo docet.
Tanto tra donne si parla di violenza sulle donne dimostrando quanti passi indietro abbiamo fatto negli ultimi anni. Pensavamo di dover discutere di pari diritti sul lavoro e invece ci ritroviamo qui a parlare di come salvarsi il culo dagli stupratori. Se ne parla nei siti femminili, nelle riviste femminili, nelle trasmissioni televisive femminili, ma agli uomini, allora chi glielo dice? Perché spettegolare nei vari salottini femminili è proprio quel genere di mentalità che va combattuta. Ce lo diciamo tra noi quanto siano cattivi certi uomini. E siamo tutte d’accordo: certi uomini andrebbero castrati, rinchiusi, ammazzati, evirati e magari anche un po’ torturati, ma non possiamo farlo in contrapposizione agli uomini, e soprattutto in maniera sottomessa senza invadere i loro spazi di discussione, di confronto, di convivialità.
E poi lo sapete come fanno gli uomini. Voi siete indignate per tutto quello che avete visto, letto e sentito in giro, e lui fa si con la testa ma sta pensando che quando vi vede così incazzate, vi scoperebbe sul tavolo di cucina e gli si confondo ancor più le idee, e non sa più se può dirvi che con quella minigonna lo attizzate e così sta zitto, si tiene dentro questo ennesimo interrogativo che alla fine diventerà come un tarlo che lo rode fino a quando scapperà con la badante ucraina del nonno, che ha dieci anni meno di voi e porta solo minigonne perché “piacciono tanto a mio Cicci”. Ora il dottor Pier Ugo Mariotti Pantacaldi si fa fa chiamare Cicci.
E invece Ciccio, come lo chiamate voi quando non era ancora dottore, deve sapere che questo fenomeno non riguarda solo quelle figure riprese di spalle e con la parrucca in testa che con voce metallica raccontano storie terribili, ma riguarda anche lui o quel suo amico che le donne, sotto, sotto, son tutte maiale. E riguarda tutti i finti obbiettori di coscienza, riguarda tutti coloro che non ci vedono niente di male, anzi condividono, l’autostentazione grottesca della virilità del Presidente del Consiglio. Riguarda quelli che le donne “le amano” in senso talmente ampio che non c’è alcun dubbio su quale sia l’unica caratteristica che le accomuna tutte. E riguarda quelli che istintivamente, di fronte ad una coppia, interloquiscono solo con lui o quelli che istintivamente riconosco più autorevolezza ad uomo piuttosto che ad una donna. Non riguarda il vostro desiderio per noi ma la vostra incapacità di comprendere quando non è il caso di assecondarlo.
Dobbiamo cercare di fargli capire che non frega niente a nessuno che lui lavi i piatti e faccia la spesa, ma ci frega di essere libere anche noi, di fare altrettanto. Lo so che è più o meno la stessa cosa ma implica due modi di pensare molto diversi. Non dobbiamo combattere gli uomini ma dobbiamo affermare noi stesse.
La violenza nella quale sono caduta oggi non la ricordo, ma sicuramente qualcuno ha fatto qualcosa di innocuo, di assolutamente irrilevante ed insignificante e della quale forse non mi sono neanche accorta, ma sicuramente l’ha fatta. E non è quel gesto o quel pensiero innocuo ad essere violento ma il clima che se respira quando si parla di certi argomenti.

odio la zuppa di verdura

Viscontessa, 24 novembre 2009

In motorino in mezzo al traffico. Sono ferma ad un semaforo rosso.
Dlen dlen – Scusi? Mi fa passare? -
La vedo dallo specchietto. E’ una ciclista con il basco. Io odio le cicliste con il basco. Fanno tanto bio, con i calzettoni di lana colorati che fanno tanta allegria e le zuppe di verdura che fanno tanto bene all’intestino. Io odio anche le zuppe di verdura. E con il mio intestino ho un buon rapporto.
Le cicliste con il basco guidano sempre biciclette un po’ scassate con un elastico per capelli legato intorno al manubrio o un parafango dipinto di colore verde. Calzano scarpe o stivali bassi, comodi, realizzati con materiali naturali e confezionate volutamente come delle vecchie ciabatte sformate che servono a distinguerle da tutte le altre calzature. Durano una vita, sono fatte con materiali di ottima qualità e di provenienza biologica, sono pubblicizzate con un marchio eco sostenibile e sono associate ad immagini di paesaggi bucolici nei quali le vacche – per fare la pelle delle tue cazzo di scarpe – se la tolgono volontariamente e te la regalano. Perché le tue scarpette di cuoio, cara ciclista con il basco, ti rendono solo un po’ migliore di altri ma solo un po’. Quindi restatene in seconda fila e aspetta che scatti il verde.
Mi giro e le dico – è rosso -.
si lo so – fa la ciclista con il basco – ma mi potrebbe far passare lo stesso? -
Non ci penso neanche. Si lo so, tu studi, lavori, sei impegnata nel sociale e sai come finirà il mondo anche se il mondo non si decide a darti retta. Tu il mondo lo vuoi cambiare per davvero, vuoi farlo tornare un luogo vivibile e pulito non come i tuoi genitori che volevano cambiarlo con le ideologie. Sempre a sinistra sei ma la tua sinistra è migliore di quella dei tuoi genitori che si ostinano a buttare le riviste pubblicitarie ancora con il cellophane nel cassonetto della carta. Non ti faccio passare perché tre metri più in là c’è la pista ciclabile e siccome voi ciclisti avete rotto i coglioni a tutta la città perché volevate le piste ciclabili, adesso andate a ciclarci sopra. Beati voi che avete il tempo di andare in bicicletta. Voi che non avete cartellini da timbrare, bambini da andare a prendere a scuola e dieci chilometri per andare e dieci (anzi dodici perché bisogna ritirare il bambino) per tornare da lavoro. Non siete nate qua, siete studentesse che vivete insieme ad altre ragazze che come voi si arrabattano tra studio e lavoro. Siete arrivate in una città nuova che doveva regalarvi il sogno di una giovane vita e adesso quel sogno lì si è un po’ offuscato e ve ne siete creato un altro, persino migliore, quello di salvare il mondo. Ma questa cosa del cambiare il mondo non l’hanno sempre voluta fare tutti i giovani del mondo?
- Scusa, perché devo fare manovra per farti passare che tra un attimo scatta il verde e che comunque adesso è rosso? -
Si mettono il basco storto perché fa meno serio, più giovanile, più anticonformista, divertente. C’è tanto allegria in un basco e tante cure in quei capelli che sembrano sbucare casualmente dal quel basco. Il basco. Il basco te lo sei fatto ai ferri con la lana comprata tramite un sito di donne peruviane che con la lana che ti hanno venduto hanno messo su un laboratorio artigianale con cento donne che sottopagano e sfruttano come sono state sfruttate loro. Ma tu questo non lo sai perché nel mondo esiste ancora qualcosa di pulito.
- Perché stare dietro al tubo di scappamento di questo scooterone non è proprio piacevole -.
Scommetto che ti lavi i denti ogni volta che metti in bocca qualcosa. Scommetto che sei di quelle che se uno ti offre una caramella tu dici “no grazie perché mi sono appena lavata i denti”. A parte il fatto che questo tuo mettermi a parte di quanto sia scrupolosa la tua igiene personale, mi da leggermente fastidio, ma poi, te con la tua dentatura bianca e profumata come un campo di lavanda, ti sei mai chiesta quanto inquini quel tuo cazzo di dentifricio che usi ogni volta che ti lavi i denti?
- Neanche vedersi davanti una ciclista con il basco intesta e magari il paraurti posteriore dipinto di bianco con i fiorellini verdi –
- Come fai a sapere che parafango ho? -
- Perché ho riconosciuto la bicicletta dal manubrio con le frange e lo specchietto retrovisore enorme.-
Era mia di quando ero più giovane. L’ho venduta un paio di anni fa.

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