Dolce primavera
Viscontessa, 20 Aprile 2006Le piaceva quella sua malinconia che aveva il colore del mare d’inverno e le piaceva quella sua solitudine senza compromessi che leniva solo di tanto in tanto con conoscenze occasionali di cui non ricordava neanche il nome.
Era nata grassa Martina, ma non di quel grasso lieve che ricopriva le cosce delle sue coetanee ma di un grasso greve e ingordo che si mangiava impertinente ogni angolo del suo corpo. Era nata grassa e aveva vissuto con quel suo grasso fin da piccola nonostante i suoi genitori avessero fatto di tutto per eliminare quella parte di lei così consistente. Ricordava la fame nera di stagioni intere e i ricoveri, le analisi, gli psicologi e i medicinali che per alcuni periodi la inebetivano a tal punto da pensare che la sua fame fosse solo un sogno e la sua sazietà realtà.
Era nata grassa Martina e fin da piccola aveva subìto con rassegnazione tutti i tentativi di chi le stava intorno di eliminare quella parte di lei così consistente da essere parte integrante di se stessa, come una mano, o un occhio o una parte del suo cervello. E aveva subìto le umiliazioni, le mortificazioni e le preoccupazioni di chi vedeva in quel suo grasso una menomazione fisica o un pericolo.
Era cresciuta così Martina, era cresciuta senza mai riuscire ad avere con il cibo un rapporto normale e non per sua volontà, ma per la volontà altrui che privandola di un sano rapporto con il suo istinto di nutrirsi, le faceva pesare quella che ad un certo punto fu definita con rassegnazione una disfunzione ormonale incurabile.
Bella Martina con i suoi occhi color mare infossati in quel volto tondo ricoperto da capelli neri come il male, bella Martina e il suo entusiasmo che si era andato spegnendo negli anni fino a quando l’altrui battaglia con il suo grasso fu perduta e dimenticata lasciando spazio ad un compatimento che la mortificava ancor di più.
Bella Martina quando dietro ad un monitor conobbe quella se stessa che non era mai stata e che gli altri si aspettavano diventasse, bella nelle sue notti in chat quando il grasso si scioglieva sulla tastiera e lei era finalmente quella donna bellissima che nella realtà rimaneva affogata nel suo grasso.
La bella Martina e le sue abbuffate che rimanevano nascoste, bella e dolce Martina che la prima volta che si fece coraggio e decise di incontrare uno dei suoi tanti corteggiatori virtuali, rimase sotto la pioggia ad aspettare Lupo Solitario che non si fece mai più trovare.
E bella Martina l’amica grassa e dolce, fuori da ogni competizione amorosa e dentro ad ogni cesso per vomitare cibo rancore.
Martina amava quella sua pacata solitudine tradita solo dal colore del mare dei suoi occhi che nessuno si prendeva la briga di guardare. Amava la solitudine e la sazietà del cibo che le era stato negato e poi concesso come si concede una sigaretta ad un condannato a morte, e amava cibarsi fino a star male e poi digiunare fino a svenire.
Amava quel suo corpo che non voleva piegarsi alle sue volontà e odiava il cibo che non aveva coraggio di imporsi alla mole del suo fisico.
Ama e odia Martina, ora ama e odia così intensamente che chi ha avuto l’occasione di incontrarla senza mai guardarla nel profondo dei suoi occhi, ne è fuggito spaventato domandandosi perchè una donna così bella e così intelligente sia animata da quel fuoco di ghiaccio che divorava ogni sentimento.
Ama e odia Martina, ora odia quel suo fisico asciutto e snello e ama il cibo che divora solo di tanto in tanto come una bestia affamata.
Era successo senza che lei se ne rendesse conto, un giorno aveva conosciuto Bibo uno zoppo che sulla chat non aveva mai parlato di quella sua deformità. Bibo la cui dolcezza si era sciolta come neve al sole non appena l’aveva incontrata, Bibo che si era preso gioco di lei chiamandola “cicciona schifosa” nel momento in cui lei si stava innamorando di quella sua gambetta deforme.
Bibo che le aveva sputato in faccia mentre lei per la prima volta in vita sua, stava cucinando per qualcuno, Bibo che fu finito con una coltellata al alla schiena mentre sanguinante e terrorizzato si avviava pericolosamente verso il telefono….
Bibo.
Poi, dopo un primo momento di orrore e smarrimento, Martina si era inchinata su quel cadavere ancora pulsante di vita e aveva cominciato a baciargli la gamba zoppa e poi a leccarla e leccarla fino quando i suoi denti, senza che lei se ne rendesse neanche conto, erano affondati nella carne ancora calda di Bibo.
E non seppe mai se fu l’aroma caldo del sangue o il suo dolore trattenuto a lungo per così tanto tempo che la costrinsero a continuare e ad assaggiare prima il suo fegato e poi il suo pancreas e un morso all’anca, uno al testicolo e poi un dito e il cuore e il cervello, e non seppe mai quanto durò quel suo rito di iniziazione grondante sangue: forse giorni o mesi.
L’unica cosa che ricordava bene era che non riusciva più a smettere, vomitava e ricominciava più ingorda e più avida di prima, per un certo periodo perse anche i sensi risvegliandosi poi tra le sue feci acquose e il suo vomito sanguinolento ma neanche le osse di Bibo sopravvissero a tanto furore e quando qualche tempo dopo con i denti rotti, le unghie spezzate e il vomito rappreso sul viso si fermò, si rese conto di essere per la prima volta sazia e felice in vita sua.
Da allora Martina ha cominciato a dimagrire e il cibo ha perso per lei ogni interesse, si nutre solo saltuariamente quando il suo fisico lo richiede e per fare ciò torna su una chat, una chat qualsiasi dove procurasi il cibo….




