Dolce primavera

Viscontessa, 20 Aprile 2006
Martina non sarebbe stata diversa neanche se ne avesse avuto la possibilità.

Le piaceva quella sua malinconia che aveva il colore del mare d’inverno e le piaceva quella sua solitudine senza compromessi che leniva solo di tanto in tanto con conoscenze occasionali di cui non ricordava neanche il nome.

Era nata grassa Martina, ma non di quel grasso lieve che ricopriva le cosce delle sue coetanee ma di  un grasso greve e ingordo che si mangiava impertinente ogni angolo del suo corpo. Era nata grassa e aveva vissuto con quel suo grasso fin da piccola nonostante i suoi genitori avessero fatto di tutto per eliminare quella parte di lei così consistente. Ricordava la fame nera di stagioni intere e i ricoveri, le analisi, gli psicologi e i medicinali che per alcuni periodi la inebetivano a tal punto da pensare che la sua fame fosse solo un sogno e la sua sazietà realtà.

Era nata grassa Martina e fin da piccola aveva subìto con rassegnazione tutti i tentativi di chi le stava intorno di eliminare quella parte di lei così consistente da essere parte integrante di se stessa, come una mano, o un occhio o una parte del suo cervello. E aveva subìto le umiliazioni, le mortificazioni e le preoccupazioni di chi vedeva in quel suo grasso una menomazione fisica o un pericolo.

Era cresciuta così Martina, era cresciuta senza mai riuscire ad avere con il cibo un rapporto normale e non per sua volontà, ma per la volontà altrui che privandola di un sano rapporto con il suo istinto di nutrirsi, le faceva pesare quella che ad un certo punto fu definita con rassegnazione una disfunzione ormonale incurabile.

Bella Martina con i suoi occhi color mare infossati in quel volto tondo ricoperto da capelli neri come il male, bella Martina e il suo entusiasmo che si era andato spegnendo negli anni fino a quando l’altrui battaglia con il suo grasso fu perduta e dimenticata lasciando spazio ad un compatimento che la mortificava ancor di più.

Bella Martina quando dietro ad un monitor conobbe quella se stessa che non era mai stata e che gli altri si aspettavano diventasse, bella nelle sue notti in chat quando il grasso si scioglieva sulla tastiera e lei era finalmente quella donna bellissima che nella realtà rimaneva affogata nel suo grasso.

La bella Martina e le sue abbuffate che rimanevano nascoste, bella e dolce Martina che la prima volta che si fece coraggio e decise di incontrare uno dei suoi tanti corteggiatori virtuali, rimase sotto la pioggia ad aspettare Lupo Solitario che non si fece mai più trovare.

E bella Martina l’amica grassa e dolce, fuori da ogni competizione amorosa e dentro ad ogni cesso per vomitare cibo rancore.



Martina amava quella sua pacata solitudine tradita solo dal colore del mare dei suoi occhi che nessuno si prendeva la briga di guardare. Amava la solitudine e la sazietà del cibo che le era stato negato e poi concesso come si concede una sigaretta ad un condannato a morte, e amava cibarsi fino a star male e poi digiunare fino a svenire.

Amava quel suo corpo che non voleva piegarsi alle sue volontà e odiava il cibo che non aveva coraggio di imporsi alla mole del suo fisico.



Ama e odia Martina, ora ama e odia così intensamente che chi ha avuto l’occasione di incontrarla senza mai guardarla nel profondo dei suoi occhi, ne è fuggito spaventato domandandosi perchè una donna così bella e così intelligente sia animata da quel fuoco di ghiaccio che divorava ogni sentimento.

Ama e odia Martina, ora odia quel suo fisico asciutto e snello e ama il cibo che divora solo di tanto in tanto come una bestia affamata.



Era successo senza che lei se ne rendesse conto, un giorno aveva conosciuto Bibo uno zoppo che sulla chat non aveva mai parlato di quella sua deformità. Bibo la cui dolcezza si era sciolta come neve al sole non appena l’aveva incontrata, Bibo che si era preso gioco di lei chiamandola “cicciona schifosa” nel momento in cui lei si stava innamorando di quella sua gambetta deforme.

Bibo che le aveva sputato in faccia mentre lei per la prima volta in vita sua, stava cucinando per qualcuno, Bibo che fu finito con una coltellata al alla schiena mentre sanguinante e terrorizzato si avviava pericolosamente verso il telefono….

Bibo.


Poi, dopo un primo momento di orrore e smarrimento, Martina si era inchinata su quel cadavere ancora pulsante di vita e aveva cominciato a baciargli la gamba zoppa e poi a leccarla e leccarla fino quando i suoi denti, senza che lei se ne rendesse neanche conto, erano affondati nella carne ancora calda di Bibo.

E non seppe mai se fu l’aroma caldo del sangue o il suo dolore trattenuto a lungo per così tanto tempo che la costrinsero a continuare e ad assaggiare  prima il suo fegato e poi il suo pancreas e un morso all’anca, uno al testicolo e poi un dito e il cuore e il cervello, e non seppe mai quanto durò quel suo rito di iniziazione grondante sangue:  forse giorni o mesi.

L’unica cosa che ricordava bene era che non riusciva più a smettere, vomitava e ricominciava più ingorda e più avida di prima, per un certo periodo perse anche i sensi risvegliandosi poi tra le sue feci acquose e il suo vomito sanguinolento ma neanche le osse di Bibo sopravvissero a tanto furore e quando qualche tempo dopo con i denti rotti, le unghie spezzate e il vomito rappreso sul viso si fermò, si rese conto di essere per la prima volta sazia e felice in vita sua.

Da allora Martina ha cominciato a dimagrire e il cibo ha perso per lei ogni interesse, si nutre solo saltuariamente quando il suo fisico lo richiede e per fare ciò torna su una chat, una chat qualsiasi dove procurasi il cibo….

oggi sono morta

Viscontessa, 28 Febbraio 2006
Oggi sono morta senza aver terminato quel che stavo facendo.
Io lo sapevo che oggi sarei morta ma quando l’ho saputo ormai era troppo tardi per mettere le piante dentro alla serra e scrivere a mia madre per dirle che nonostante tutto le ho sempre voluto bene.
L’ho saputo appena sveglia, tutti appena svegli sanno riconoscere il giorno della loro morte ma nessuno ha mai il tempo di comunicarlo agli altri o il coraggio di portare a termine quello che stava facendo.
Se solo lo si potesse sapere un poco prima del giorno stesso, sarebbe molto più facile organizzarsi ma siamo così tenacemente attaccati a questa unica vita di cui c’è certezza, che ci rifiutiamo di ascoltare i sintomi della nostra morte imminente. Poi ti alzi una mattina e ti rendi conto, perfettamente conto, che questo è il giorno prescelto.
Il giorno in cui devi morire ti pare che il sole splenda più luminoso del solito oppure ti pare che la pioggia che cade sia più bagnata di quella di ieri e il grigio delle nuvole sia di un grigio più brillante, è un po’ come passare una mano di coppale sulla tua vita ma prima che quella si secchi e ti permetta di toccare finalmente quelle superfici ormai brillanti, tu te ne sei già andato con le mani tutti appiccicose di coppale impiastricciata.
Il giorno in cui devi morire ti pare poi di poter evitare l’evento, stamattina, per esempio, mentre ammiravo i viali luminosi e il traffico disordinato, pensavo di dover guidare con prudenza. Immaginavo che sarei morta in un incidente d’auto con un contorno di passanti incuriositi che coprivano gli occhi ai loro figli per non fargli vedere i sangue denso che mi usciva dalla testa. Avevo anche pensato di mettere per l’occasione un cappotto scuro che mascherasse il colore del mio sangue sparso, ma poi, dopo essermi accurata lavata, profumata ed essere stata in bagno per sfigurare di fronte al patologo che mi avrebbe forse fatto l’autopsia, mi sono rimessa il mio cappottino giallo perché non volevo ancora credere che oggi sarei morta.
Quando poi sono scesa dalla macchina, ho attraversato la strada con prudenza e mentre facevo colazione al bar ho pensato che forse mi sarei strozzata con la brioche. Si ecco, forse mi sarei strozzata con la brioche, sarei diventata tutta paonazza e strabuzzando gli occhi fuori dalle orbite, mi sarei accasciata al suolo sporcandomi il cappottino giallo con la tazzina di caffè bollente che tenevo ancora tra le mani.
Ho masticato con calma, ho masticato talmente lentamente che il caffè si è freddato e io ho fatto tardi.
L’appuntamento era per le nove dal dentista, niente di preoccupante solo la pulizia dei denti ma mentre l’igienista mi massacrava le gengive, pensavo che sarei morta per una scossa elettrica sulle gengive. Che morte orribile, ho pensato mentre lei mi scorticava una gengiva in cerca di chissà quale deposito di tartaro invisibile!
Certo morire con una bocca pulita è una soddisfazione ma devo dire che quello è stato l’unico momento in cui ho seriamente pensato che, se stavo morendo o che se non comunque non fossi morta in quell’istante, non valeva proprio la pensa di sottoporsi a quella tortura se tanto dovevo morire. Che poi avevo dietro il mio bel documento di identità quindi nessuno avrebbe dovuto prendermi le impronte dei denti per riconoscermi e allora tanto valeva morire insieme al mio tartaro.
Poi anche il dentista è passato, o almeno credevo, e mentre mi chiedevo quale altro pericolo potessi evitare, mi sono girata per salutare la mia igienista e sono inciampata nella guida sulle scale.
Se oggi non fossi dovuta morire, mi sarei ripresa da quel volteggiar nell’aria in cerca di appigli, ma poi ho pensato che tanto valeva approfittare dell’occasione e che se il mio destino era segnato, almeno avrei potuto avere l’ultima parola sul fato e mi sono lasciata andare.
Adesso sono qui alla base delle scale con l’osso del collo rotto, anche questo braccio ha una posizione innaturale e questo piede all’altezza dell’ascella, mi fa supporre che anche la gamba debba aver subito qualche danno.
Intorno gente che urla, rumore di sirene, qualcuno piange e la Dasy dev’essere svenuta perché sento che qualcuno sta chiedendo se ci sono dei sali e non possono essere certo per me….
Sono morta, ma il mio cappottino giallo non si è sporcato di sangue e non si è neanche strappato.
E anche queste sono soddisfazioni alla faccia del destino cinico e baro!

La vita peccaminosa di un panettone borghese

Viscontessa, 5 Dicembre 2005
Io nacqui un bel giorno di pioggia in inverno
uscendo di fretta dal grembo materno
dorato, goloso, pasciuto e fragrante
fui cotto in un forno dal caldo incessante.

Col nastro dorato la scatola rossa
fu di un gran dama la semplice mossa
che con ingordigia e sguardo amoroso
mi tolse la carta con far premuroso.

Io nudo su un piatto adesso giacevo
le labbra sue calde con ansia attendevo
ma ella incurante sedendosi lesta
si accinse a parlarmi con falsa modestia

“Ti voglio godere” mi disse sorniona
“adesso mi spoglio e mi metto in poltrona
sei pieno di burro e di frutta candita
e poi c’è l’uvetta che è  in te custodita

Non trovi mio caro la coscia pesante
e il mio fondoschiena un po’ troppo ingombrante?”
io fisso sull’abito che lento scendeva
sentivo il mio interno che tosto cresceva

Ma lei continuava togliendosi ardita
le sue mutandine con agili dita
e mentre la lingua le labbra seguiva
lei roca e assai bella così proseguiva

“Sarai la mia colpa, il peccato di gola
che io questa sera consumo da sola
adesso ti prendo di morsi ti mangio
mi godo l’uvetta con te io m’arrangio

Ti lecco la crosta, ti rubo un candito
socchiudo la bocca, mi lecco poi il dito
ti assaggio, ti gusto, ti tocco, ti annuso
ti mangio e ti prendo in ogni pertugio
ti lecco, ti bacio, ti accolgo, ti sento
ti voglio, ti amo, ti prendo già dentro”

Io fatto che m’ero di burro ormai fuso
il dolce mio interno a lei avevo schiuso
e con passo felino la dama arrivò
ed il mio candito, commosso ringraziò

 

annalisa

Viscontessa, 27 Ottobre 2005
Annalisa quando arrivò a Milano pensò che finalmente avrebbe visto la neve.
Alla stazione a prenderla c’era quell’amico di sua mamma che le era capitato di vedere qualche volta nella sua vecchia casa e per quanto lei non lo avesse mai trovato troppo simpatico, era contenta che sua mamma fosse felice di vederlo.

Alla sua mamma, quando c’era lui, le si illuminavano gli occhi e lei si perdeva in quel riflesso di gioia come da piccola si era persa tra le sue braccia quando il sonno è ancora lieve come una carezza.

I primi tempi a Milano furono eccitanti, una scuola nuova, un’insegnante nuova e più carina di inglese, le strade con quei buffi autobus che stavano attaccati al cielo e una cameretta grande e luminosa che dava su un giardino con un fragile alberello nel mezzo.

Con il nuovo compagno di sua mamma di solito si ignoravano, lui era sempre gentile e cortese ma sembrava lontano e distratto e lei, così occupata ad annusare quella sua nuova esistenza, non se ne sarebbe curata troppo se non si fosse accorta che la sua mamma faceva di tutto perché lei si affezionasse a lui.

Quel primo Natale insieme, lui le fece un regalo bellissimo e lei ne rimase così colpita che da quel giorno cercò di essere più gentile e disponibile nei confronti di quell’uomo per i cui lineamenti, ormai così familiari, cominciava a provare una certa nostalgia ogni volta che lui era lontano.

Quell’inverno trascorse con la crescente consapevolezza che presto sarebbero diventati una vera famiglia e Annalisa, che pure voleva un gran bene al suo vero papà, cominciò ad affezionarsi talmente tanto a quell’amico della sua mamma, che pensò di chiamare papà anche lui.
E l’affetto fu ricambiato, profondo, inatteso e vigoroso come la chioma dell’alberello che vedeva nel giardino della sua finestra e che quando arrivò l’estate, diventò bella, forte e di un verde intenso come il colore di quel mare dove trascorsero un’estate indimenticabile.

Poi Annalisa, non avrebbe saputo dire il perché, ma le cose cominciarono a cambiare.
La sua mamma ora sembrava più nervosa, più scontenta, quel suo sguardo luminoso si era spento per riaccendersi solo quando prendendole il volto tra le mani, le diceva che le voleva tanto bene e stringendola forte al suo cuore, le sussurrava parole rassicuranti che sembravano pronunciate più per se stessa che per la piccola Annalisa.

Anche quel nuovo papà sembrava tornato lontano e distante.
Era sempre gentile con lei, ma le sue premure, talvolta inesistenti, altre le sembravano eccessive e fuori luogo come quella volta che andò a prenderla a scuola e la portò al Luna Park in una giornata di pioggia e gelo.

A volte, quando rimaneva sola nella sua cameretta, le sembrava di sentire il suono strozzato di un singhiozzo provenire dalla camera accanto e altre sentiva bisbigliare quel suo nuovo papà, con un tono che non avrebbe saputo definire ma che le ricordava quelle folate di vento gelido che spazzavano via le foglie del suo alberello del cortile.
Lei rimaneva distesa nel suo lettino con il fiato sospeso e lo sguardo perduto fuori dalla finestra e immaginava che le lacrime della sua mamma fossero come le foglie strappate dall’albero dal vento gelido che silenzioso, si placava solo dopo molte ore.

Annalisa cominciò ad essere triste, si sentiva nuda e fragile come l’alberello del cortile e solo le sue radici saldamente conficcate nel cuore di sua madre, le donavano quel tepore che le serviva a sopravvivere.

Poi un giorno il vento soffiò più rumoroso e gelido del solito e lei, in preda ad un’angoscia che non aveva mai provato, si precipitò nella camera accanto e vide nello sguardo di quel suo nuovo papà un gelo che conosceva.

Qualche giorno dopo lei e sua madre se ne andarono, lei, prima di partire corse nel cortile e raccolse da terra la foglia più bella che trovò.
Poi salutò l’alberello.
“mi mancherai” le disse “conserverò questa foglia nel mio diario. Tu crescerai forte e bello e io quando sarò più grande tornerò a trovarti. Te lo prometto”.

Milano diventò solo il ricordo di quell’albero e delle sue foglie strappate come lacrime dai suoi rami

la teoria del calzino

Viscontessa, 25 Ottobre 2005
L’amante ideale si riconosce dai calzini.
Pensavo prima, parlando di calzini, che l’arte di leggere il calzino dovrebbe essere  insegnata alla scuola dell’obbligo.
Tante volte si è parlato di educazione sessuale da impartire ai ragazzetti in età pre-puberale affinchè le loro prime esperienze sessuali non si risolvessero nel disastro di incompetenza che ognuno di noi ben rammenta. Tube di fallopio, pene, seno, vagina, ormoni e testicoli sono quel genere di informazioni che fanno assomigliare troppo il sesso ad un una visita dal dentista, ma se spiegare scientificamente cosa sia la passione è quanto meno complicato, alcuni accorgimenti come la lettura del calzino, possono aiutare il giovane alle prime armi ad affrontare con successo il meraviglioso mondo del sesso.
La prima cosa che va saputa è che la sudorazione del piede, in età adolescenziale,  è direttamente proporzionale alla produzione di ormoni che però, fuori dal controllo del proprio padrone, possono essere sgradevoli tanto quanto il calzino di quello stesso adolescente. Solo quando il calzino di spugna sarà eliminato dall’elenco stillato dalle Nazioni Unite delle armi battereoligiche, l’adolescente avrà cominciato ad acquisire il controllo del proprio mezzo e se nel frattempo il medesimo non è rimasto incastrato nel tubo dell’aspirapolvere, il maschio potrà definirsi tale.
Consiglierei invece l’uso della femmina quando questa abbia dismesso definitivamente il gambaletto con il filo tirato o l’ancor più temibile gambaletto floreale sinonimo di frivolezza sguaiata e inconcludente.
Il calzino nell’età adulta segue l’evoluzione del corpo e dello spirito così cestinato i calzino di spugna e l’orrido gambaletto, il giovane si orienterà verso scelte talvolta discutibili ma pur sempre ponderate.
Per esperienza personale io eviterei l’uomo con il calzino acquistato da Mustafà in confezioni da dieci paia perché normalmente chi indossa regolarmente tali calzini, si porta a letto una cultura equa e solidale che tra le lenzuola può risultare stucchevole e poco appetitosa. Così come eviterei la donna pratica con la calzamaglia sotto al jeans perché anche la praticità talvolta, non è l’ingrediente ideale per una buona seduta di sesso: a letto niente è più pratico della vecchia missionaria con orgasmo simultaneo e l’asettica e imbarazzante formalità del “ti è piaciuto” da espletare come da protocollo un attimo dopo il temine del mugolio (simultaneo pure quello).
Importante poi è non farsi fregare dalla calza autoreggente, le case produttrici hanno ormai inventato calze autoreggenti spesse come un coltrone di lana e tenute su da una striscia di silicone sufficiente a sigillare l’intero reparto docce dello spogliatorio di San Siro. Le donne che cercano di trovare un accomodamento tra sensualità e comfort, sono donne egoiste che tra le lenzuola pretenderanno tutto e subito insensibili al fascino del dolore/piacere di un pizzo sulla pelle nuda. Il loro corrispondente maschile sarà l’uomo con il calzino a losanghe nei colori moda, in misto cotone. Questo calzino, infatti, si arroga la presunzione di essere un capo comodo e caldo ma elegante e pratico come dire passionale e attento ma egoista e rapido. L’uomo che indossa questo tipo di calzino, è di solito privo di fantasia ma sicuro del suo operato grazie ad una lettura scrupolosa e attenta della rubrica del cuore di tutte le riviste femminili.
Se invece siete riusciti ad individuare una donna che indossa ancora il reggicalze, sappiate che dopo l’amore vi concederà di fumare in camera da letto, vi preparerà il caffè e vi lascerà tranquillamente sporcare le lenzuola immacolate del suo letto.
Il filo di scozia è rigoroso e non risente dei cambi stagionali, un vero filo di scozia è un gentleman che toglierà i suoi calzini con cura e li riporrà dentro alle scarpe ordinatamente posizionate in fondo al letto. Se sulle prime tutta questa attenzione vi parrà dannosa per il vostro desiderio, sappiate che il filo di scozia saprà ripagarvi dell’attesa con una cura e una attenzione per i dettagli che finirà per stupirvi. Il filo di scozia non ha mai fretta, per lui le stagioni non volgono al termine perché rimarrà immutato nel corso di tutto l’anno e questa mancanza di fretta, si risolverà in maniera più che positiva nel corso del vostro amplesso.
Un filo di scozia trova la sua compagna ideale nel collant nero a vita bassa, un trenta danari adatto ad ogni circostanza e ogni stagione e se il collant detto così vi fa schifo, pensate che anche un uomo nudo con i calzini non affatto attraente.
Capitolo a parte meritano i calzini rammendati o i calzettoni di lana da casa fatti ai ferri dalla nonna.
Entrambi questi capi di abbigliamento sono tristi come i loro possessori e la loro copula avrà lo stesso sapore di una  zuppa di miglio e broccoli.
Il gambaletto femminile infine, è il compagno ideale di un calzino di cotone gettato senza pudore ai piedi del letto, quando aprendo il cassetto del vostro comò troverete un numero di gambaletti molto superiore a quello delle calze, significa che avete appena accolto il ricorso di un paio di calzini in cotone da uomo, che si erano appellati ad Amnesty International per il riconoscimento dei loro diritti di calzino.

una storia intelligente

Viscontessa, 15 Ottobre 2005
Io sono una persona intelligente.
Mica sono scema io, la mamma dei cretini è sempre incinta ma mia mamma è in menopausa ormai da anni e quindi non può essere incinta.
O almeno io questa cosa l’ho capita così.

Io sono intelligente e non sopporto quelli che cercano di farmi passare da cretina. Non sopporto quelli che parlano parlano parlano e poi ti chiedono se hai capito. Certo che ho capito mica sono cretina io, se dici una cosa la capisco. Anche se a volte i cretini ti dicono una cosa perché ne vogliono un’altra e pensano che tu sia una povera ingenua che non è in grado di capire davvero cosa loro vogliono.

L’altro giorno per esempio, c’era il mio capo reparto che mi diceva che io meriterei un lavoro migliore.
Io lavoro in fabbrica, devo controllare che le matite siano messe nelle scatole nella gradazione di colore riportata nel pannello che ho di fronte. Bianco, giallo, rosa, celeste, grigio, arancione, rosso, blu, marrone e nero. La macchina che deve mettere nelle scatole le matite è stata programmata per riconoscere questi colori ma a volte confonde il celeste con il grigio o il blu con il marrone e allora io devo fermare la macchina e rimettere in ordine i colori.
Otto ore al giorno.

A me il mio lavoro piace perché quando la macchina sbaglia mi viene in mente mia nonna che quando ero piccola a volte confondeva il filo per cucire e mi faceva l’orlo sui pantaloni azzurri con il filo verde. E poi mi piace pensare ai bambini che useranno quelle matite e ai disegni meravigliosi che verranno fuori con quei colori.
Il mio capo reparto dice sempre che sono molto brava, è sempre molto gentile con me e passa spesso per chiedermi come sto. Quando qualche colore nelle scatole è sbagliato e me ne accorgo mentre lui è lì, lui è così contento che qualche volta mi abbraccia anche.
Una volta mi ha tenuto così stretta tra le sue braccia che qualcosa che teneva dentro alla tasca dei pantaloni mi premeva così forte su una coscia da farmi quasi male. Io volevo quasi dirglielo ma poi avevo paura che se la prendesse a male e non gli ho detto niente.

L’altro giorno quando sono uscita l’ho trovato fuori che mi aspettava. Mi ha detto ti accompagno a casa che volevo parlarti e io gli ho risposto va bene anche se le mie colleghe ridacchiavano alle nostre spalle.
Così lui ha cominciato a dirmi che io ero molto bella e che ero una ragazza troppo intelligente per stare tutto il giorno davanti alla macchina delle matite.
Io gli ho detto che il mio lavoro mi piaceva ma lui mi ha chiesto se non mi piacerebbe fare qualcosa di più. Ci ho pensato un po’ su e poi gli ho risposto che no, mi trovo bene dove sono e non mi piacerebbe cambiare.
Allora lui ha detto che aveva bisogno di un vice perché lui da solo non ce la fa più a fare tutto il lavoro da solo e mi ha chiesto se mi piacerebbe fare il vice capo reparto. Io ci ho pensato un po’ su e poi gli ho risposto che no, mi trovo bene dove sono.
Ma guadagneresti un bel po’ di soldi in più, non ti piacerebbe avere qualche soldo in più per comprarti magari un cappotto nuovo con tutto il collo di pelliccia come vanno di moda quest’anno? Io ci ho pensato un po’ su e poi ho risposto che no, mi piace il cappotto che ho e non mi interessa comprarne uno nuovo.
Così è rimasto in silenzio per un po’ e poi all’improvviso mi ha chiesto se mi andava di andare a bere qualcosa insieme a lui ma io non avevo sete e gliel’ho detto.
Lui a quel punto ha tirato fuori un portachiavi dalla tasca dei pantaloni e io ho capito cosa mi avevo premuto sulla coscia quando mi aveva abbracciata e gliel’ho detto: - quando mi abbraccia dovrebbe togliersi le chiavi dalla tasca perché mi pigiano sulla coscia e mi fanno male.
Lui si è fermato, mi ha guardata, e mi ha abbracciata stretta stretta poi mi ha detto se volevo andare in macchina con lui e io, che ero stanca di camminare, gli ho detto di si.
Però quando siamo saliti in macchina lui non ha messo in moto subito, mi ha appoggiato una mano tre le gambe e mi ha chiesto dove mi aveva fatto male. Io gli ho detto che non importava che era una cosa vecchia e ormai non mi faceva più male ma lui che è sempre così gentile insisteva e mi toccava tutte le gambe perchè voleva proprio sapere il punto esatto dove mi aveva fatto male.
Allora io per non scontentarlo gli ho indicato un punto a caso sulla coscia e lui subito si è inchinato per darmi un bacino sulla bua. Così ha detto.
Poi mi ha detto che anche lui aveva una bua e che io dovevo curargliela, si slacciato i pantaloni e ha tirato fuori il suo pene. Io me lo immaginavo già che fosse malato perché è sempre tutto sudato e la pelle del suo viso è rossa e ruvida come la lingua di un gatto ma quando ha tirato fuori il suo pene ho capito dall’odore che la sua doveva essere una malattia grave. Anche mio nonno aveva un odore forte come il suo poco prima di morire. E’ morto per una malattia al fegato e dopo averlo seppellito abbiamo dovuto tenere le finestre aperte di camera sua per una settimana. Anche se era inverno.
Il mio capo mi ricorda molto mio nonno.
– Mi fa tanto male qui, dammi un bacino – mi ha detto, e io, anche se a me non sembrava che il male fosse lì, mi sono inchinata per dargli un bacino. – Lo devi baciare molto a lungo… prendilo tra le labbra e mettilo in bocca che così lo baci per bene – e me lo ha messo in bocca mentre con una mano mi spingeva in su e in giù la testa – brava –diceva –brava….- e la sua voce era diventata roca.
Per il dolore ho pensato io.
Poi ha cominciato come a lamentarsi, più io lo baciavo e più lui si lamentava, avrei voluto chiedergli se gli facevo male ma non potevo parlare e allora ho pensato che forse è come quando ti levano una scheggia da un dito che anche se ti fa male sai che devi resistere perché è per il tuo bene.
Infine ha come smesso di respirare, non diceva più niente ed era tutto rigido come mio nonno quando è morto ma mentre stavo per tirarmi su per vedere cosa stava succedendo lui ha lanciato come un urlo e si è accasciato. Io a quel punto non sapevo più cosa dovevo fare e così mi sono tirata su per guardarlo anche perché mi sembrava di avere della roba appiccicosa sulla faccia e non capivo bene che cosa fosse successo.
Lui stava lì con gli occhi chiusi e la bocca aperta come quando hai fatto una corsa e ti riposti, poi ha preso un fazzolettino di carta e mi ha pulita. Mi ha detto che ero un po’ sporca di saliva anche se a me non sembrava che fosse saliva ma non gliel’ho detto.
Ha messo in moto la macchina e senza dire niente mi ha accompagnata a casa.
Solo quando siamo arrivati mi ha detto che mi avrebbe accompagnata a casa tutte le sere. Ma  non sono mica cretina io, l’ho capito subito che lui ci teneva proprio che io facessi carriera e per questo mi ha mostrato la sua malattia perchè sperava che io mi intenerissi.
E così gliel’ho detto  - non sono mica cretina sa’, se sta male l’aiuterò a curarsi come ho fatto con mio nonno ma non per questo sono disposta a diventare vice capo reparto.
Lui non ha detto niente, sembrava stupito e pensavo che ce l’avesse con me ma poi ha capito.
Ha detto che va bene e abbiamo fissato per domani pomeriggio alle cinque.