Tutto qui/7

Viscontessa, 12 febbraio 2009

Alla fine è caduta davvero.
Non si è rotta il femore ma è inciampata sul tappetino del bagno ed è finita per terra.
Mia mamma l’ha trovata così con un taglio sulla fronte e in stato confusionale.
“Cercavo lo stura lavandini, l’hai preso tu?” questo le dice la nonna non appena la vede e adesso mia madre se ne va in giro ripetendo a tutti quella frase come se il problema fosse davvero lo stura lavandini perduto.
Al pronto soccorso le mettono un paio di punti sulla ferita e poi la ricoverano in corsia per tenerla in osservazione. Non le fanno la tac perchè dicono che non c’è bisogno nonostante la storia dello stura lavandini
“Signora sua mamma è una donna molto anziana, sicuramente lo shock della caduta è stato forte ma per fortuna non si è fatta niente di grave. Il taglio è molto superficiale, le abbiamo messo un paio di punti solo perchè non resti la cicatrice “.
“la cicatrice?” gli fa mia madre “ ma cosa vuole che le interessi ad una donna di quell’età di una cicatrice? Con tutte le rughe che ha la cicatrice non la si sarebbe neanche notata”
“Lo so” dice l’infermiera “ ma noi dobbiamo lo stesso seguire una proceduta e i punti dovevamo metterli.”
“E una tac o una lastra invece non sono previsti per una donna di quell’età che batte le testa? E poi quel discorso sullo stura lavandini….”
“Una tac o anche una lastra per una persona di quell’età possono essere molto stressanti. Comunque non si preoccupi, ora la ricoveriamo un paio di giorni e la teniamo in osservazione.”

Quando vado a prendere mia madre in ospedale sono le sette di sera. E’ l’ora del passo così salgo anche io in reparto per salutare mia nonna che in quel letto bianco sembra piccolissima come se si fosse rattrappita tutta.
Ha un odore sgradevole, un misto di disinfettanti, di urina e di vecchio. Ma mi chino ugualmente su di lei e le bacio una guancia.
“come sta?” faccio a mia madre
“mah, ora si è addormentata”
“e che dicono i dottori?”
“niente, dicono che non è niente di grave, solo un piccolo taglio sulla fronte. La tengono un paio di giorni in osservazione e poi la rimandano a casa”
“allora non c’è niente di che preoccuparsi?”
“non lo so, loro dicono di no ma che vuoi, alla sua età qualsiasi cosa può essere fatale”
“Dai mamma! come sei pessimista! Se i dottori hanno detto che non c’è di che preoccuparsi stai tranquilla”
Poi torniamo a casa in silenzio, lei è pensierosa, prepara la cena e ci sediamo a tavola. Sono le otto e mezzo quando usciamo di nuovo per tornare in ospedale. La lascio all’entrata, ci sentiamo domattina. Saluta la nonna e mi raccomando cerca di dormire un po’ magari senti l’infermiera se ti danno una brandina per riposare.
Torno a casa e me ne vado a letto.

Il secondo giorno la nonna sembrava stare meglio, aveva mangiato pochissimo per colazione e continuava a ripetere che voleva andare via ma sembrava perfettamente lucida. Mia mamma dopo aver parlato con i medici, era tornata a casa per riposarsi un po’ e prima di tornare in ospedale era passata da casa della nonna a prendere una camicia da notte pulita.
A mezzogiorno l’aveva aiutata a mangiare il suo semolino. La nonna voleva il pollo lesso ma era senza dentiera. L’infermiera dice che per motivi di sicurezza non possono rendergliela finchè è ricoverata. Un’ora dopo mia nonna aveva chiesto di essere accompagnata in bagno ma l’infermiera dice le porto la padella che non può alzarsi. Due ore dopo aveva chiesto i suoi occhiali ma nessuno sapeva dove fossero finiti, forse sono rimasti a casa o sull’ambulanza. Verso le cinque aveva chiesto di accendere la televisione ma l’infermiera dice che deve stare buona a letto e deve smettere di chiamare ogni cinque minuti che l’ospedale è pieno di gente che soffre. Poi si rivolge a mia madre e la invita a tenere buona la nonna. Verso le sei le medicano la ferita, la spogliano per metterle la camicia da notte pulita e le mettono il catetere.
Alle sei e mezzo quando arriva il carrello con la cena, mia mamma si era addormentata e mio nonna se n’era andata.
In ospedale succede il finimondo. L’infermiera sveglia mia madre e le chiede allarmata che fine abbia fatto la 22.
“la 22?” dice mia madre sorpresa dal brusco risveglio. Poi vede il letto n. 22 vuoto e sviene..
Cosa succede dopo non lo so, so che quando finisco gli allenamenti in palestra trovo cinque chiamate dall’ospedale e mi precipito lì dove trovo mia nonna addormentata nel suo letto e mia madre nella sala infermieri con una una tazza di caffè in mano.
“le infermiere sono state gentilissime, mi hanno offerto anche il caffè”
“ma la nonna come sta? Dove era andata?”
“l’hanno ritrovata nella hall, aveva preso l’ascensore da sola e voleva andarsene a casa”
“e ora?”
“ora dorme, le hanno dato un sonnifero e hanno detto che dormirà fino a domattina, ma tu sapessi che spavento che mi sono presa”
“e tu come stai?”
“ora meglio ma quando ho visto che tua nonna era sparita mi è preso un colpo”.

Poi, prima di riportare mia madre a casa, andiamo a salutare la nonna che dorme beata nel suo letto numero 22 al quale hanno applicato dei cancelletti laterali perchè non provi nuovamente a scappare.
Una volta a casa provo a chiamare Lucrezia ma è occupata. Ho bisogno comunque di distrarmi saluto mia mamma e vado a farmi un giro.

C’è una strada nella periferia della mia città nella quale è ancora possibile trovare delle prostitute decenti. Fino a qualche anno fa, oltre a qualche tossica che si vendeva per una dose e qualche travestito di solito brasiliano, le ragazze per strada erano poche ma ti potevi fidare di loro e poi sapevano il fatto loro. Adesso è pieno di prostitute ovunque, ce n’è di tutte le razze e per tutti i gusti ma la maggior parte di loro è scortese e frettolosa e soprattutto non sai mai da che paese vengono e che malattie si portino dietro. Delle nigeriane per esempio non mi fido, una volta sono stata con una di loro ma mi sono fatto fare solo un pompino perchè avevo paura che a chiavarmela mi sarei potuto prendere qualche brutta malattia. Aveva un culo enorme e per un attimo ho pensato di prendere quelle grosse chiappe tra le mani e infilarglielo dentro poi mi è venuta in mente mia madre e mi son chiesto cosa avrei potuto raccontargli se mi fossi beccato una malattia venerea. Non ne ho fatto di niente. Di solito, quando vado in cerca di compagnia per strada, preferisco comunque le puttane che danno meno nell’occhio. Con il tempo infatti mi sono accorto che quelle appena arrivate sono le più timide e le migliori perchè anche se non ci sanno fare come le loro colleghe con maggior esperienza, sono più gentili e qualche volta ti permettono di fare anche qualcosa fuori programma. Però basta davvero poco, un paio di settimane di marciapiede e anche loro diventano come tutte le altre.
Quando arrivo nella strada di periferia con le prostitute decenti, ci sono si e no una decina di ragazze. Sono quasi tutte giovanissime e provengono dai paesi dell’est Europa anche se non saprei dire esattamente da dove perchè alcune nazioni non sapevo neanche esistessero. Prima di scegliere, mi guardo in giro per un po’ e se non trovo nessuna che mi piaccia, aspetto che qualche cliente ne riporti indietro qualcuna ma stasera sono fortunato. Dietro ad un gruppo di ragazze con i capelli ossigenati e jeans attillatissimi, c’è una morettina che non ho mai visto. Ad occhio sembra molto giovane ma quando le chiedo l’età, mi dice che ha diciannove anni e io la faccio salire in macchina.
“da quanto sei in Italia?” le chiedo ma lei non parla molto bene la nostra lingua e sembra spaventata. “non devi avere paura” le dico allora “non ti faccio mica male, stai tranquilla e vedrai che ti diverti anche tu”. Lei sorride mostrandomi un dente d’oro e io la chiavo da dietro per non vederlo più.

Tutto qui/6

Viscontessa, 11 febbraio 2009

Carlo l’ho conosciuto nel bar dove lavoravo prima.
Lui allora studiava ancora e per guadagnare qualcosa veniva a lavorare nel bar all’ora di pranzo.
Oltre a lui la mattina c’era anche Maria una ragazza croata che si occupava della cucina. Cibi precotti da riscaldare e sistemare sui piatti da portata.
Quando non c’era gente andavo volentieri in cucina a parlare con lei che mi raccontava di suo figlio.
Suo marito era morto in guerra e lei era rimasta vedova e con un bambino piccolo da crescere in un paese martoriato dal conflitto.
“tu conosci la guerra?” ma io non sapevo neanche di che guerra stesse parlando
“la guerra è brutta, è molto brutta, ti porta via tutto e nessuno ti restituisce mai niente”
“per questo sei fuggita dal tuo paese? E perchè non hai portato tuo figlio con te?”
“perchè qui sono venuta a lavorare e lui non saprei dove metterlo”
“non puoi mandarlo all’asilo?” allora lei rideva, un riso amaro che mi metteva tristezza
“asilo? E tu pensi che potrei permettermi di pagare un asilo?”
“perchè costano cari?”
“molto cari. Ma tu Evaristo dove vivi?”
“qui ma non ho figli, cosa vuoi che ci capisca di queste cose?”
“e un giorno vorresti averli?”
“figli? Non lo so, se trovo la donna giusta direi di si”
“e com’è la donna giusta?”
“è una come te, senza tanti grilli per la testa, una ragazza semplice che voglia occuparsi di me e dei nostri figli”
“ma io come vedi lavoro, e poi ho già un figlio piccolo nel mio paese che mi aspetta.”
“potresti portalo qui….. se ci sposassimo.Per esempio io non ti farei lavorare”.
Con Maria mi ero spinto molto più in là di quanto avessi mai fatto con una donna dopo Luana.
Maria era molto diversa da Luana e forse proprio per questo avevo smesso di pensare all’una quando avevo conosciuto l’altra.
Che fosse una troia come tutte le altre, l’avevo capito solo qualche tempo dopo.
Una sera ero uscito per andare a prendermi una birra nel solito locale e lei era lì in compagnia di Carlo. Con Carlo avevamo fatto amicizia quasi subito, lui è un tipo in gamba e con le donne ci sa fare.
“ma come hai fatto a uscire con quella tipa?”
“gliel’ho chiesto”
“e lei ti ha detto subito di si?”
“certo”
“e che avete fatto? Te la sei scopata?”
“no, proprio scopata no perchè lei si faceva un sacco di problemi per un tipo che si son lasciati ma a lei piace ancora…”
“e allora?”
“allora l’ho ascoltata per un po’ poi gli ho detto “senti, non mi puoi mandare a casa in queste condizioni fammi almeno un pompino”
“nooo, e lei te lo ha fatto?”
“lei ha cominciato a dire no, che non le andava, che non voleva farlo, ma io mi son slacciato i pantaloni e ho cominciato a dirgli vabbè dagli almeno un bacino”
“e lei te lo ha dato?”
“prima si è incazzata mi ha detto che ero un porco, poi quando ha visto che io mi riallacciavo i pantaloni e gli ho detto che la riaccompagnavo a casa, si è convinta”
“e ti ha fatto un pompino? E come è stato?”
“secondo me non aveva mai fatto un pompino in vita sua, quando ha finito si è pure messa a piangere perchè ha detto che lei queste cose non le fa e chissà cosa penserò adesso di lei”
“e tu?”
“e io niente, gli ho detto che dovevo alzarmi presto e l’ho riaccompagnata a casa. Fanno tutte le sante e poi son tutte troie.”

Che mi piacesse Maria non lo avevo detto a nessuno ma pensavo che Carlo se ne fosse accorto e mi ero illuso che anche lei provasse qualcosa per me. E invece quella troia era lì al bar in compagnia del mio amico, e non la stessa Maria che conoscevo io sempre in jeans e scarpe da ginnastica, ma una Maria in un abitino corto e scarpe altissime che si strusciava a Carlo come una cagna in calore.

Qualche tempo dopo ho invitato Maria per una birra. Sono passato a prenderla e siamo andati in un locale dove ero sicuro non avrei incontrato Carlo. Lei aveva una gonna abbastanza lunga ma indossava una maglietta molto scollata che metteva in risalto il seno.
Ha cominciato quasi subito a parlarmi di suo figlio, della sua terra e di suo marito. Poi, dopo aver bevuto un paio di birre, mi dice che durante la guerra è stata violentata dallo zio e che per questo è scappata dal suo paese.
”… quel bastardo mi ha anche preso a schiaffi e mi ha spaccato un labbro, gli uomini sono tutti dei bastardi” e si mette a piangere come se fosse colpa mia per quello che le ha fatto lo zio. La gente ci guarda e io mi sento a disagio.
Quando usciamo dal locale lei barcolla e mi si appoggia sulla spalla. Saliamo in macchina e gli metto una mano tra le cosce.
“Che cazzo fai?” mi dice lei
“niente” dico io e tanto comincio ad accarezzargli le gambe.
“leva subito la mano di lì schifoso ” e mi prende per il polso. Schifoso? Come cazzo ti permetti di darmi dello schifoso?
“dai non farla tanto lunga fatti toccare” e mi libero della sua mano.
“Sei un bastardo pure tu! Io pensavo che tu fossi diverso, tutti quei discorsi su mio figlio e invece volevi solo una cosa. Meglio il tuo amico che almeno non fa finta di essere interessato ad altro”. Stronza, e io che ci ho perso anche tempo ad ascoltarla mentre lei si faceva sbattere da Carlo. “guarda che con il tuo amico non c’è stato niente! Ho detto di no anche a lui”.
Si vabbè, raccontamene un’altra troia.
“non fare la stronza, lo so che piace anche a te” le prendo un seno in mano e lo stringo.
Lei urla, “lasciami stare, ti ho detto di levarmi le mani di dosso” e cerca di scendere dall’auto.
“stronza, smettila di urlare che arriva gente”.
Gli tappo la bocca con una mano, tiro su la gonna e glielo infilo dentro. Lei non dice niente, resta lì immobile fino a quando non ho finito, poi si tira giù la gonna e mi dice “portami a casa”.
Ha ragione Carlo, dicono no ma pensano si. Mentre alla stronza, gli vengo dentro penso a suo zio che l’ha violentata e secondo me, in fondo, è piaciuto anche a lei. Troia.

Il giorno dopo lei fa finta di niente. Ha un livido sul braccio e gli occhi rossi come se non avesse dormito.
Io non sono più andato in cucina a parlare con lei.
Un mese dopo lei ha cambiato lavoro.

Tutto qui/5

Viscontessa, 10 febbraio 2009

Il babbo di Luigia è morto dieci giorni dopo. Come amava sempre raccontare mia madre a mia nonna per metterla in guardia dai pericoli del fuoco, il babbo di Luigia era scivolato per terra e si era rotto un femore. Per farlo non aveva avuto neanche bisogno di indossare le scarpe per andare a messa né di mettere sul fuoco un pentolino di brodo. Semplicemente aveva inavvertitamente premuto la leva per tirarsi su dalla sua poltrona speciale ed era caduto a terra rompendosi il femore. La poltrona gliel’aveva regalata proprio Luigia in occasione dell’ultimo Natale. Aveva visto la pubblicità in televisione e gliel’aveva regalata. Lui però non ne aveva mai capito bene il funzionamento. Passava sulla poltrona giornate intere e come un bambino giocava con le leve che servono per tirare giù lo schienale, tirare su la seduta o allungare i piedi. Una volta Luigia l’aveva trovato praticamente a testa in giù perchè dopo aver fatto scendere tutto lo schienale non era più riuscito ad arrivare alla leva per farlo tornare su e aveva attesto tutta la mattina che Luigia tornasse dal lavoro per aiutarlo ad alzarsi. Luigia quando lo raccontava, ci rideva ma si vedeva che era preoccupata. – ma ti rendi conto, pover’uomo, è rimasto a testa in giù tutto il giorno. Aveva gli occhiali sopra alla fronte e stava imprecando contro la televisione. Lui odia Baeautifull, dice che gli ricorda mia madre e invece quel giorno lì è caduto a tesa in giù prima di fare in tempo a cambiare canale. Quando sono entrata in casa c’era Ridge che dalla televisione diceva “per tutta la vita” e mio padre che gli rispondeva “speriamo che ti pigli un colpo e ti levi dai coglioni”. –
Il babbo di Luigia è morto di polmonite. Lo hanno ricoverato in ospedale per operarlo al femore ma non hanno fatto in tempo e dieci giorni dopo è morto di polmonite. – pover’uomo – mi ha detto Luigia quando è tornata al lavoro – era pieno di piaghe da decubito e non ce la faceva più a respirare neanche con la bombola di ossigeno, ma lo sai cosa ha voluto sapere prima di morire? Se Ridge e Brooke erano tornati insieme -.

Quando ho conosciuto Luana anche lei guardava sempre Beautyfull. Io non ho mai capito cosa ci trovasse ma a lei piaceva anche se non come piaceva alla mamma di Luigia che non si perdeva mai una puntata. Luana invece, ogni tanto si perdeva qualche puntata e poi se la faceva raccontare per telefono da sua madre che stava in un paesino vicino. Lei invece viveva con due amiche in un appartamentino in affitto e tornava al suo paese la domenica sera per andare al mercato con sua madre il lunedì. Ogni volta mi portava qualcosa; un maglione, una camicia, un paio di scarpe o un cappello e tutte le volte le cose che mi portava lei mi stavano benissimo. Non so come facesse a sapere la mia taglia ma indovinava sempre. Una volta, eravamo vicino a Natale, mi regalò un paio di mutande rosse con la scritta “pacco regalo” ma non so che fine abbiano fatto. Le ho messe una volta sola e poi sono sparite. Lei disse che le aveva buttate via mia madre ma io gliel’ho chiesto e lei mi ha detto di no.
Io invece non sapevo mai cosa regalarle. Una volta le avevo comprato anche io un completino di biancheria intima di colore bianco che secondo me era fantastico. Ma a lei non era piaciuto. Da quel giorno quando dovevo farle un regalo chiedevo a mia madre e ci pensava lei. Il completino invece Luana lo mise una volta sola perchè diceva che con quelle mutande sembrava una suora. Quella sera avevo tentato di farmi una sega pensando a lei che si sfilava quelle mutande bianche ma non riuscivo venire. Così avevo pensato a lei che indossava un paio di slip viola con il filo nel culo che avevo visto nel negozio di biancheria intima e dopo essere venuto, mi ero vergognato per quel pensiero.

Quando ho detto a mia mamma che il babbo di Luigia è morto, lei ha avuto una reazione che non mi aspettavo. Si è messa a piangere.
“ma se non lo conoscevi neanche perchè piangi?”
“perchè sono così preoccupata per tua nonna. E’ sempre da sola e non sta bene”
“ma non mi avevi detto che il dottore gli ha dato delle medicine?”
“si ma mi fa stare in pensiero lo stesso. E come è morto pover’uomo?”
“di polmonite”
“fortunatamente la nonna non ha problemi con i polmoni”
“non ne aveva neanche il babbo di Luigia ma dice Luigia che dieci giorni allettato sono stati fatali”
“e perchè era allettato?”
“era in ospedale per operarsi ad un femore”
“un femore?” e il suo tono di voce è salito di un’ottava.
“si è caduto da una poltrona di quelle con tutte le leve che ti aiutano a stenderti e ad alzarti, hai presente la pubblicità?”
“si certo, pensavo quasi di comprarne una per la nonna, questo mese c’è anche la promozione sul modello Buon Riposo e insieme alla poltrona ti regalano in omaggio un divanetto a due posti che pensavo di mettere in camera tua così puoi guardare la televisione più comodo. Ma lo sai che basta telefonargli e viene a casa un incaricato che ti consiglia sul modello più adatto alle tue esigenze?”
“ma com’è il divanetto in regalo? Perchè io lo voglio morbido”
“non lo so, però possiamo chiederlo all’incaricato e tra l’altro puoi scegliere anche il colore del tessuto”
“boh ma vedi tu, io di queste cose non ci capisco niente”
“mah….. certo ora che mi ha raccontato del babbo di Luigia non sono mica tanto convinta, tu che ne dici?”
“per la nonna dici? Boh, non lo so, io di queste cose non ci capisco molto, fai venire l’incaricato e vediamo cosa ci consiglia lui”.
Poi lei si è messa a stirare e io sono uscito con Carlo.

Tutto qui/4

Viscontessa, 8 febbraio 2009

Oggi mi ha telefonato mia mamma per chiedermi se ce la faccio a pranzare da solo perchè lei è ancora dalla nonna che le pare non si senta troppo bene. Le ho detto di si e lei mi ha spiegato che il pranzo è già pronto e che quando arrivo a casa devo solo premere il tasto “on” del microonde. Il programma lo ha già impostato lei – e non stare a preoccuparti dei piatti sporchi, quando torno ci penso io, tu fai pure quello che devi fare -.
Io non devo fare niente così sparecchio e le metto già i piatti sporchi nel lavello.

Luana diceva che sono troppo mammone. Lei non andava troppo d’accordo con mia madre anche se la mamma era sempre gentile con lei. Una volta la mamma è andata a trovare una sua amica al mare perchè io potessi rimanere solo due giorni con Luana. Prima di partire ha pulito la casa, ha cambiato le lenzuola e gli asciugamani e ha lasciato il frigo pieno.
Luana viene a trovarmi e mi dice che per cena ha fissato con certi suoi amici. – Mica vorrai rinchiuderti in casa per due giorni? – mi fa. Io gli dico che avremmo dovuto mangiare quello che c’era in frigo. Rimaniamo a casa ma lei è nervosa e non facciamo neanche l’amore.
La sera dopo sono andato con una puttana per la prima volta.

Nel pomeriggio sono andato in palestra, dovevo lavorare sulle gambe ma poi ho visto Angela e mi sono messo a fare i pettorali.
Lei era sulla cyclette, teneva le cuffie nelle orecchie e pedalava piano.
Io ho scelto la macchina per i pettorali che è proprio di fronte a lei e mi son messo a lavorare sodo. Ogni volta che lasciavo andare le maniglie la guardo fisso ma lei fa finta di non vedermi.
Allora provo con i dorsali, la spio dallo specchio per vedere se mi guarda mentre tiro su 60 chili. Alle donne piacciono gli uomini con le spalle larghe ma a lei sembrano non interessare. Pedala e basta.
Da qualche tempo ho cominciato a farmi la ceretta sul petto e sulle spalle perchè i peli mi fanno schifo. La prima volta che l’ho fatto mi sono messo a piangere per il dolore ma adesso ho imparato a sopportare e resisto in silenzio.
Ho i dorsali e i pettorali ben scolpiti, devo lavorare ancora un po’ sulle gambe e secondo me Angela è una stronza: fa finta di non vedermi e invece mi guarda.

Quando torno a casa mia mamma non è ancora rincasata. Le telefono e mi dice che sta arrivando. Mia nonna non si è sentita bene e hanno chiamato il dottore. Il cuore è affaticato e la pressione è troppo alta. Il dottore le ha aumentato la dose della cardio aspirina e le ha prescritto dei diuretici ma mia mamma non è tranquilla. Io le ho detto di non preoccuparsi ma lei non è tranquilla.
Dopo cena telefona alla nonna che le dice si sentirsi meglio e lei va a letto perchè è molto stanca.
Io mi metto davanti al computer, entro in una chat e mi metto a chattare con una tipa.
Ma non mi fido delle tipe conosciute su internet, di solito sono delle cozze.
Prima di andare a letto mi viene in mente mio padre, non ci penso quasi mai ma stasera ripensando alla faccia preoccupata di mia madre, mi è tornato in mente lui.
E’ morto quando avevo cinque anni, lavorava in un cantiere edile lontano dalla nostra città e tornava a casa solo il fine settimana.
Un giorno hanno telefonato a mia madre per dirle che era successo un incidente e lei mi ha lasciato dai miei nonni ed è partita.
Per qualche settimana ho vissuto con loro, mia mamma tornava a casa una volta alla settimana per fare il bucato e poi con i panni puliti tornava in ospedale da mio padre.
Quando la vedevo era sempre molto preoccupata come oggi poi un giorno è tornata prima del solito e ho capito che mio padre era morto. Prima di morire mi aveva mandato i suoi saluti, io non lo vedevo da prima che succedesse l’incidente perchè mia madre diceva che l’ospedale non è un posto per i bambini. Lui mi aveva mandato i suoi saluti ed era morto mentre io a casa dei miei nonni giocavo con una grossa betoniera di plastica che mi avevano regalato per il compleanno.
Allora mi piacevano molto le betoniere, i trattori, le gru e tutte le macchine da lavoro che si trovano nei cantiere. Mio padre non parlava mai del suo lavoro ma io me lo immaginavo sempre alla guida di uno dei quei grossi mezzi. Poi un giorno la sua betoniera si era capovolta e poco dopo lui era morto inviandomi i suoi saluti.
Io buttai via tutte le mie betoniere di plastica e tornai a casa con mia madre.
Al funerale vidi mio padre per l’ultima volta. Era steso dentro ad una bara vestito con un abito scuro che non avevo mai visto. Era bianchissimo e aveva le gambe coperte da una specie di telo.
- anche io ti saluto – gli avevo detto e poi ero corso via da mia madre e mi ero messo a piangere.
Dopo il funerale io e mia mamma andammo a stare per un po’ di tempo dai miei nonni.
Mia mamma in quei giorni piangeva spesso e se ne stava quasi sempre a letto.
Io avrei voluto consolarla ma mio nonno mi diceva sempre che non dovevo disturbarla.
“dove le hai messe le tue macchinine?”
“non sono macchinine sono macchine da lavoro”
“vabbè perchè non vai a giocare con le tue macchine da lavoro?”
“perchè non ho voglia, voglio stare con la mamma”
“la tua mamma adesso è molto triste devi lasciarla stare” ma io soffrivo della sua lontananza più di quanto avessi sofferto della morte di mio padre che non vedevo quasi mai. Con mio padre ci eravamo salutati da uomini e adesso tutto quello che volevo era solo stare con mia madre ma lei non c’era più.
Un giorno poi mia nonna mi portò in chiesa e mi disse che dovevo pregare per la mia mamma ma io non sapevo come si fa a pregare.
“devi metterti in ginocchio e chiedere a Gesù che faccia guarire la tua mamma”.
“ma la mia mamma non è malata”
“è come se lo fosse, tu prega Gesù e vedrai che lei starà meglio”
Avevo pregato tutto il pomeriggio e poi anche tutta la notte ma la mattina dopo mia madre era sempre a letto.
“nonna, io ho pregato ma non funziona”
“devi avere fede, Gesù ha tante cose da fare e deve pensare un po’ a tutti. Tu continua a pregare e vedrai che lui ti ascolta. Prima o poi ascolta sempre tutti”.
Avevo pregato anche il giorno dopo e quello successivo, pregavo tutto il giorno ma mia madre non sembrava stare meglio finchè un giorno aveva smesso di piangere, si era alzata dal letto e mi aveva detto “torniamo a casa”. Ma non era la stessa mamma che ricordavo. Pensai di aver sbagliato a pregare. Dovevo dirgli “Gesù rivoglio la stessa mamma di prima, la stessa vita di prima, le stesse cose di prima” e ricominciai a pregare.
Era tutto lì.

Tutto qui/3

Viscontessa, 4 febbraio 2009

Stamattina Luigia non è venuta al lavoro. Suo padre si è sentito male nella notte e lei ha dovuto accompagnarlo in ospedale. E’ ancora lì.
Me l’ha detto il mio principale ma mi ha assicurato che domani torna.
Per oggi è venuta ad aiutarmi Adriana e io son contento. Cioè mi dispiace per il babbo di Luigia ma son contento di aver visto Adriana anche se stamattina c’è stata più confusione del solito e un cliente si è arrabbiato perchè pare che abbia aspettato un caffè macchiato per dieci minuti. Hanno sempre tutti fretta, che si fottano.
Adriana oggi mi ha detto che sabato prossimo va al mare con delle amiche. Stava lavando delle tazzine e mi ha detto “sabato vado al mare con due amiche, tu che fai?”.

Adriana lavora al bar da un paio di anni.
Prima di lei c’era una signora sposata e con due figli piccoli che avevano sempre qualche problema. Una volta erano ammalati, un’altra c’era sciopero a scuola e un’altra volta ancora uno dei due doveva andare in gita scolastica e lei doveva accompagnarlo.
Anche quando era al lavoro teneva sempre il cellulare in tasca perchè non si sa mai cosa può succedere con due figli piccoli a giro, e siccome il principale non vuole che si parli al telefono quando si è al lavoro, lei lo teneva con la vibrazione e ogni tanto la vedevo sussultare come se fosse stata percossa dalla corrente. Poi andava in bagno di corsa e quando tornava a volte diceva che doveva andare via perchè il bambino aveva la febbre.
I suoi bambini si ammalavano sempre, lei diceva che era colpa dell’asilo ed era sempre molto preoccupata ma sui clienti non fa una bella impressione vedere una che è sempre preoccupata.
Poi un giorno uno dei suoi bambini è caduto e si è rotto un braccio.
Anche quel giorno lì l’avevo vista vibrare mentre prendeva le ordinazioni e quando era tornata dal bagno era bianca come un cencio.
“Matteo è caduto e hanno chiamato un’ambulanza, devo scappare”. Si era tolta il grembiule ed era andata via in ciabatte. Il mio principale non c’era, era uscito per andare in banca e quando era tornato e non l’aveva trovata aveva detto “ora basta”.
Il giorno dopo quando si era ripresentata al lavoro il mio principale le aveva detto che non poteva più tenerla. Lei si era messa a piangere ma una settimana dopo non c’era più.

Adriana invece non è sposata e non ha figli.
Anche lei tiene sempre il telefono in tasca con la vibrazione ma non ha mai fretta di vedere chi l’ha chiamata.
Quando il mio principale cercava qualcuno che sostituisse la signora con due figli, mi aveva chiesto se conoscevo qualcuno. Io gli avevo proposto il mio amico Carlo che in quel periodo cercava lavoro ma il principale mi aveva detto che voleva una donna perchè i clienti preferiscono vedere una donna piuttosto che un uomo. E la voleva libera da impegni familiari. Non troppo giovane perchè i giovani hanno sempre un sacco di grilli per la testa, ma neanche anziana perchè gli uomini preferiscono vedere una bella donna piuttosto che una vecchia. Io però non conoscevo nessuno.

“sapessi….” rispondo ad Adriana. Non so che dirle. Io il sabato di solito non faccio niente di speciale, qualche volta accompagno mia mamma al centro commerciale, altre, se Carlo è libero, andiamo insieme a farci un giro, a volte resto a casa a guardare la televisione o vado in palestra e la sera esco per andare in qualche locale.
“che farai mai di così importante?” quando Adriana mi stuzzica così le si arricciava l’angolo della bocca in una smorfia maliziosa.

La prima volta che avevo visto Adriana aveva una maglietta tutta strizzata che le metteva in risalto il seno e i fianchi. Mi aveva dato la mano per presentarsi e mi aveva detto “piacere Adriana” con la stessa espressione che aveva adesso sul viso per prendermi in giro. Io le avevo dato la mano e la sera, pensando a lei, mi ero fatto una sega.
“sapessi…. non te lo posso dire che sennò dopo ti monti la testa” forse mi sarei fatto una sega pensando a quella conversazione ma non voglio che lei lo pensi.
“figurati, te ne starai a casa a guardare la televisione”. Mi provoca, l’ho capito fin da quella prima volta che l’ho vista ma io non sono uno che si fa fregare dalle donne.
“e il tuo fidanzato che dice che te ne vai da sola a giro con le tue amiche?”
“niente, cosa vuoi che dica, io faccio quello che mi pare non devo render conto a nessuno”
“se tu fossi la mia fidanzata io non ti lascerei andare da sola”. Adesso cambia espressione, sembra irritata e una bicchiere le scivola dalle mani. Ma con chi crede di avere a che fare? Fosse stata la mia fidanzata le avrei impedito di uscire con le amiche.

Sono uscito dal lavoro sono andato in palestra ma Angela non c’è.
Sono tornato a casa e ho telefonato a Lucrezia.
Lucrezia è russa ma vive nel nostro paese da quasi dieci anni e parla molto bene la nostra lingua anche se le è rimasto quell’accento duro dei suoi luoghi di origine.
Il suo vero nome è Irina ma quando ha deciso di aprire un sito internet tutto suo, ha cambiato nome e ora si fa chiamare Lucrezia.
Non è giovanissima ma è ancora una bella donna e quando vado a trovarla non mi mette mai fretta.

Ho sempre avuto problemi a raggiungere l’orgasmo quando faccio sesso con una donna. Per un certo periodo avevo pensato che dipendesse dal fatto che mi masturbavo troppo e avevo smesso. Ma non è servito a niente e ho ricominciato.
A me le donne piacciono e anche parecchio ma difficilmente riesco a venire senza mani o senza bocca.
Sono fatto così, una volta ne ho parlato anche con il mio dottore che mi ha detto che devo imparare a lasciarmi andare ma io mi lascio andare, solo che non capisco mai cosa vogliano veramente le donne.
Io per esempio sono sempre stato un grosso consumatore di giornali e film pornografici, fin da ragazzino mi masturbavo su quei giornaletti pieni di donne nude che non vedevano l’ora di scoparsi chiunque. Io pensavo che le donne fossero come gli uomini sempre vogliose e in cerca di sesso, pensavo che come mi aveva detto mio nonno, le donne prima di sposarsi fossero tutte troie.
Poi si sa con i figli le donne cambiano e per questo pensavo esistessero le puttane, ma ero convinto che prima di sposarsi le donne fossero tutte come quelle dei giornalini porno che dicono no ma pensano si. Pensavo che, come le mie eroine pornografiche, le donne fossero tutte serie e composte solo prima che un uomo volesse scoparsele. Poi perdevano ogni freno inibitorio e ti facevano qualunque cosa.
Il mio sogno era stato negli anni di scuola media, quello di scoparmi la professoressa di ginnastica. Avevo visto su uno dei miei giornali la storia di una professoressa di ginnastica che si scopava tutti gli alunni. Una vera ninfomane. Grazie a lei da allora avevo cominciato a fantasticare sulla mia insegnate di educazione fisica. Certo la nostra prof non era bella come quella del mio giornaletto, era piccola tarchiata e aveva la pelle del viso rovinata, ma aveva una seno enorme e su quello mi concentravo ogni volta che pensavo a lei.
Una volta mi aveva messo le mani sulle spalle per mostrarmi la posizione corretta per fare un tiro di basket e a me mi era diventato subito duro. Su quell’episodio mi ero concentrato intere settimane.
Eravamo in palestra, lei si avvicina e mi metteva le mani sulle spalle, io mi giravo, gli strappavo la maglietta e cominciavo a succhiargli i capezzoli mentre lei urlava “si, si…. ancora”.
Oppure eravamo in palestra, lei si avvicinava e mi metteva una mano sul cazzo “devi tenerlo dritto se vuoi fare canestro”. Io mi tiravo giù i pantaloni e infilavo il mio uccello nel suo canestro.
Ancora. Eravamo in palestra, lei si avvicinava e io mi giravo di scatto e gli mettevo le mani sulle spalle, poi la buttavo sul materasso per fare i salti e la prendevo da dietro.
Questi erano i miei sogni ogni notte poi un giorno mentre eravamo davvero in palestra, lei si era avvicinata nuovamente e questa volta, per spiegarmi meglio la posizione, si era appoggiata con il suo corpo al mio. Era arrivata da dietro e aveva fatto aderire perfettamente il suo corpo al mio. Potevo sentire le sue enormi tette e persino i suoi capezzoli sulla mia schiena e poi più giù la sua pancia e infine il suo sesso che si appoggiavano alle mie natiche. Poi mi aveva stretto a se per la vita e io in quel momento eroo venuto sporcandomi tutti i pantaloni della tuta che per fortuna erano coperti da una maglia lunga.
La lezione successiva mi ero avvicinato a lei e l’avevo abbracciata da dietro come aveva fatto lei con me la volta precedente
“E’ questa vero la posizione corretta?” le avevo sussurrato nell’orecchio.
Lei non si è tirata giù i pantaloni pregandomi di penetrarla come avevo immaginato e non mi aveva neanche preso in mano l’uccello come avevo sperato.
Si era girata, mi aveva tirato uno schiaffo e mi aveva portato dal preside.
Chiamarono mia madre e quando le raccontarono l’accaduto invece di infuriarsi con me come avevo temuto, se la presa con la professoressa. “Evidentemente” aveva detto rivolto alla mia insegnante di ginnastica “il bambino sarà stato incoraggiato dai suoi atteggiamenti!”.
Poi mi aveva cambiato scuola.

Prima di andare da Lucrezia mi fermo al bar a prendere una confezione di cioccolatini e incontro Adriana. Oggi ha fatto il doppio turno e ha la faccia stanca ma non si risparmia lo stesso una frecciatina.
“Hai comprato i cioccolatini da portare alla mamma?”.
“Sièee, alla mamma, ho un appuntamento va bene?”
“certo che va bene, per me puoi fare quello che ti pare, figurati. Certo che se uscire con una donna ti fa questo effetto è meglio che stai a casa guardare la televisione”
“che effetto scusa?”
“sei acido come yogurt andato a male”
“acido io? Ma che dici?”
“niente, niente, lo so io, lascia perdere e divertiti”.
Me ne sono andato ma ero arrabbiato. Quando sono arrivata da Lucrezia pensavo che mi sarei fatto fare solo un pompino.
Lei invece si è accorta subito che ero arrabbiato e non ha detto niente. Mi ha chiesto se avevo voglia di spogliarmi per farmi massaggiare la schiena. Volevo dirgli slacciami i pantaloni e prendilo in bocca. Ma lei ci teneva a massaggiarmi. Mi sono spogliato e mi sono sdraiato sul suo letto. Però non mi sono tolto le mutande che non avevo voglia.
Lucrezia ha messo un telo sopra alla lampada del comodino e sotto fondo ha messo un po’ di musica. “Ti piace questa musica?”. Della musica non mi importava niente ma non gliel’ho detto.
Quando un’ora dopo sono uscito da casa sua mi sentivo meglio. “La tua piccola Lu sa come farti stare bene vero? Ti aspetto giovedì alla solita ora?”

Luigia non è venuta al lavoro neanche oggi. Il mio principale dice che suo padre è in fin di vita e per qualche giorno non potrà venire. Al suo posto verrà Adriana che si è offerta di fare il doppio turno tutta la settimana. Forse ha litigato con il fidanzato e viene per me.
Quando arriva, comunque, mi guarda subito con quel suo sorriso strano e mi chiede “ti sei divertito ieri sera?” e io mi vergogno un po’ al pensiero che ero con Lucrezia. Non mi vergogno di andare a puttane ma alle donne non piace sentirlo dire.
Non ci rivolgiamo più la parola per tutta la mattina. Prima di andar via gli dico solo “ciao stronza” e me ne vado senza neanche guardala.
Adriana non la conosco bene, so che vive da sola e che ha un gatto, del suo fidanzato non so quasi niente. Una volta ho provato a chiederglielo ma lei mi ha detto di farmi gli affari miei e si è messa a pulire le mensole dove teniamo i liquori. Dopo l’ultima ristrutturazione adesso le mensole sono tutte di vetro e la polvere si vede subito. Di solito ci pensa Adriana che è quella che la sera si occupa dei cocktail.
Qualche volta, quando Adriana era appena arrivata, la serata passavo dal bar per vedere come lavorava. Di solito ci andavo solo con Andrea perchè Carlo in quel periodo doveva studiare ma una volta è venuto anche lui. Carlo secondo me non è affatto bello, è secco, mingherlino e cammina un po’ gobbo ma alle donne piace molto.
A volte quando vedo che le ragazze si mostrano più interessate a lui che a me, sono un po’ geloso soprattutto perchè io per essere come sono mi do un sacco da fare mentre a lui non gliene frega niente. Io vado in palestra quasi tutti i giorni, non fumo, mangio sano e ultimamente ho iniziato anche a prendermi cura della mia pelle.
A dire il vero era stata Luana, la mia ex fidanzata, ad insegnarmi certe cose. Lei diceva sempre che dovevo darmi una crema per prevenire le rughe e che almeno una volta al mese dovevo fare la pulizia del viso. A volte quando andavo a casa sua, mi metteva di schiena e mi schiacciava i punti neri. “uh guarda questo come è grosso!” e io mi immaginavo che parlasse del mio uccello. Mi ha lasciato perchè ha detto che con me non si può parlare.
“in che senso?”
“nel senso che te pensi solo a scopare e poi ti addormenti”
“non mi piace quando dici scopare”
“si vabbè… stavamo parlando di un’altra cosa. Fare l’amore, va bene?
“ma lo sai che io ti amo”
“ecco, per esempio, che vuol dire secondo te ti amo?”
“in che senso?”
“nel senso che devi spiegarmi cosa vuol dire che mi ami”
“vuol dire che voglio stare sempre con te”
“si vabbè, questo lo so ma perchè vuoi stare sempre con me?”
“perchè ti amo”.
Quando mi ha lasciato ho pianto per una settimana ma non l’ho detto a nessuno.
Tutto qui.

Tutto qui/2

Viscontessa, 31 gennaio 2009

Oggi siamo andati a pranzo da mia nonna.
Mia mamma va a trovarla quasi tutti i giorni e qualche volta ci andiamo insieme di domenica.
Mia nonna ha 95 anni, si chiama Italia ed è vedova da quasi trenta. Mio nonno me lo ricordo poco. Quando era vivo andavamo a pranzo da loro tutte le domeniche ma con lui non ci ho mai parlato molto.
Faceva il benzinaio e aveva sempre le mani nere. A tavola spesso stava zitto e dopo pranzo andava in salotto a guardare la televisione.
Mia mamma invece rimaneva in cucina a dare una mano alla nonna e poi si metteva a parlare con lei di certi loro conoscenti che qualcuno era sempre morto, qualcuno si era sposato e qualcun altro aveva problemi con il marito, con i soldi o con i figli.
Mi ricordo che i problemi erano sempre gli stessi e che io allora pensavo che non sposarsi e non avere figli fosse la soluzione migliore. Così quello che guadagni te lo tieni per te e non devi litigare con nessuno.
Una volta, mentre mia mamma e mia nonna parlavano di una certa loro conoscente che tradiva il marito, avevo detto che io non mi sarei mai sposato.
Non dire sciocchezze, – aveva detto mia mamma – certo che ti sposerai e avrai dei figli come tutti.
Quella frase me la ricordo bene perché allora mi era suonata come una condanna a morte.
Poi lei e la nonna si erano messe a parlare sottovoce di come mia mamma aveva scoperto che questa loro conoscente tradisse il marito e io ero andato in salotto a cercare mio nonno.
Io allora avevo otto anni.
Mio nonno sarebbe morto esattamente un anno dopo accasciandosi sul piatto nel quale stava mangiando la sua minestrina. In silenzio come era vissuto.
Quel giorno però mio nonno stava ancora bene.
Era seduto sulla sua poltrona del salotto e sonnecchiava di fronte alla televisione.
“nonno” gli avevo detto “tu perché hai sposato la nonna?”.
Lui si era svegliato dal suo dormiveglia, si era grattato la testa con quelle sue grosse mani nere, poi mi aveva guardato torvo in faccia “che domande son queste?”.
“Volevo sapere perché hai sposato la nonna. Non vi vedo mai parlare”.
“e cosa vuoi che ci diciamo? Sono più di quarant’anni che viviamo insieme”
“ma la mamma e la nonna parlano sempre anche se si conoscono da una vita”
“ma son donne, quelle parlerebbero anche da morte, tu con i tuoi amici passate il tempo a parlare? lasciale fare le donne dai retta a me”
“io con i miei amici gioco a calcio, qualche volta litighiamo ma poi uno tira una spinta all’altro e si finisce per fare a botte. Le donne invece non si picchiano mai vero?….. Però adesso non so che fare, mi annoio un po’ e poi mi diverte ascoltare quello che dicono. Lo sai che la mamma ha appena raccontato alla nonna che una signora che lei conosce tradisce il marito? Che “troia” ha detto la mamma”
“certe parole non dovresti neanche conoscerle tu! E poi cosa vuoi che ne sappia la tua mamma di donne?”
“perché cosa sono le troie?”
“le troie non esistono, le donne son tutte uguali, all’inizio ti fanno credere che vivranno solo per esaudire ogni tuo desiderio poi dopo il matrimonio si ricordano di te solo quando hanno bisogno”
“bisogno di cosa?”
“di qualsiasi cosa, ma lasciamo perdere”
“allora le troie sono le donne prima di sposarsi?”
“non son discorsi da farsi alla tua età, quando sarai grande capirai da solo e ora torna da tua madre che ti starà cercando”
Poi si era rimesso a dormire e un anno dopo era morto.

Per pranzo abbiamo mangiato le lasagne che ha preparato mia mamma.
Mia mamma ha paura che mia nonna usi i fornelli e per questo quando andiamo a pranzo da lei prepara sempre qualcosa da portare già pronto e quando siamo a tavola le racconta sempre di qualche signora anziana che viveva da sola, che ha acceso il fornello per scaldarsi un po’ di brodo ed è morta. Qualunque sia il motivo per cui le vecchie dei suoi racconti accendono il fuoco alla fine muoiono tutte.
Qualche volta muoiono perché ha preso fuoco la casa, altre perché si è spento il fuoco e il gas le ha asfissiate e quando è più preoccupata del solito, perché sono scivolate, si sono rotte il femore e sono rimaste lì a terra a morire mentre l’acqua della pentola evaporava e la pentola si bruciava.
Questo passaggio le piace particolarmente.
Mentre per le vecchie morte per incendio o asfissia tira via, i suoi racconti sulle vecchie morte per un femore rotto sono piene di dettagli raccapriccianti.
- Una signora anziana…… Aveva più o meno la tua età, forse anche qualche anno meno…. ma era una donna ancora in gamba la vedessi! Poi quella mattina si è messa le scarpe per andare a messa e quando è tornata con le sue belle scarpe ai piedi è andata in cucina, ha preso il pentolino ed è andata al lavandino per riempirlo. Probabilmente gli tremava un po’ la mano e un po’ di acqua è finita per terra così dopo aver messo la pentola sul fuoco, dev’essere tornata indietro e dev’essere scivolata sull’acqua. Te lo immagini quella povera donna con il femore rotto e le sue scarpe ai piedi quanto avrà rimpianto di non essersele tolte subito appena rientrata in casa? Ma i vecchi sono così, sono come bambini, non sai mai cosa gli passa per la testa….. Guarda che morire per un femore rotto è dolorosissimo e molto lungo soprattutto se hai un pentolino sul fuoco e l’acqua evapora fino a bruciare la pentola e poi chissà cos’altro….. Povera donna, quando l’hanno trovata era morta da due giorni e se ne sono accorti solo perché dalla casa proveniva un puzzo di bruciato insopportabile.-
Mia nonna ogni volta sembra addolorata per il destino di queste povere vecchie ma i racconti di mia madre non suscitano in lei reazioni molto diverse da quelle di altri fatti di cronaca.
”e l’hai sentito di quei quattro ragazzi morti in un incidente?”
“certo che l’ho sentito, poveretti, ma adesso mamma stavamo parlando di un’altra cosa”
“si si ma anche quei ragazzi…. tu Evaristo mi raccomando vai piano quando sei in macchina”
“a proposito ma sai che uno di quei ragazzi era il figlio della Maddalena Argingrossi? te la ricordi la Maddalena? Era a scuola con il figlio della Maria, te la ricordi quella bella ragazza con i capelli rossi che passava dal forno della Maria a chiedere se c’era suo figlio? Ecco era lei, la Maddalena Argingrosso”.
E cambiano discorso, parlano della Maddalena, della Maria e del figlio della Maria.
Poi mia madre pare rammentarsi del motivo per cui era iniziata quella conversazione così si alza e conclude “mi raccomando mammina eh?! Non accendere i fornelli quando sei da sola che altrimenti lo sai io sto in pensiero”.

Dopo pranzo mia mamma si è messa rigovernare i piatti, mia nonna si è seduta sulla sua poltrona a guardare la televisione e io mi sono messo a sfogliare una rivista di moto che mi ero portato dietro.
Quando mia mamma ha finito, mia nonna dormiva di fronte ad un vecchio film in bianco e nero e noi ci siamo presi il caffè.
“Evarsito io sono un po’ preoccupata per la nonna”
“perché mamma? Sta benissimo”
“ma ormai è anziana, tutto il giorno qui da sola”
“ma non vieni tu tutti i giorni a vedere come sta?”
“ma comincio ad essere vecchia anche io, prendere quattro autobus per venire a trovarla comincia a pesarmi”
“ma che dici, tu sei ancora giovane!”.
“eh si, tu mi vedi ancora giovane ma gli anni passano anche per me”.

Ogni volta che veniamo a trovare la nonna la stessa conversazione.
Io l’ascolto e le dico di non preoccuparsi.
Non saprei cos’altro dire.

continua

Tutto qui/1

Viscontessa, 30 gennaio 2009

Mi chiamo Evaristo e ho trentanove anni.
Lavoro in un bar del centro dalle sei del mattino fino alle due del pomeriggio e quando esco vado in palestra ad allenarmi.
Ci tengo a mantenermi in forma, per questo vado in palestra quasi tutti i giorni.
Altri interessi non ne ho a parte il calcio ma non sono uno di quegli esagitati che vanno allo stadio tutte le domeniche. Preferisco guardare le partite in televisione e giocare la schedina.
Spesso gioco anche al Gratta e Vinci perché mi piacerebbe comprarmi la moto ma per adesso non ho mai vinto quasi niente.
Vivo con mia madre e non ho una fidanzata ma non mi importa.

Ho due colleghe di lavoro che si chiamano Luigia e Adriana.
Luigia lavora al mio stesso turno. Lei prende le ordinazioni e me le passa a voce.
“Evaristo due caffè normali, un macchiato freddo, uno lungo, un cappuccino con orzo e uno senza schiuma. I caffè sono diventati quattro e aggiungi un cappuccino normale. Quattro caffè normali, un macchiato freddo che eccolo qui, un macchiato caldo, il cappuccino con orzo e uno senza schiuma. Due caffè, due cappucci, un caffè ristretto, un orzo con limone e uno normale. E il caffè lungo? Ah eccolo. Allora siamo a…..” e così via tutta la mattina anche se i momenti peggiori sono dalle otto alle dieci.
A volte, quando piove, anche le 11.
Luigia ha sessantacinque anni e le braccia più grosse che abbia mai visto. Soffre di mal di piedi e quando mi urla le ordinazioni di schiena a volte mi eccito.
Non sempre, ma qualche volta se ascolto solo la sua voce senza pensare a lei mi capita di eccitarmi. Me la immagino mentre mi urla “Evaristo levami la camicetta, le mutande, il reggiseno e le calze. Leccami, togliti i pantaloni e chiamami la tua puttana”.

Adriana invece lavora nel turno del pomeriggio.
Adriana è più giovane e mi piacerebbe chiederle di uscire ma credo sia fidanzata.
Qualche volta lavoriamo insieme e la sua voce è molto più dolce di quella di Luigia. Spesso scherziamo insieme ma poi, senza farmi vedere dal mio principale, devo buttare via un sacco di ordinazioni sbagliate.

Ho anche due amici che si chiamano Andrea e Carlo.
Andrea lavora da un gommaio ed è sposato.
Carlo invece è laureato in statistica e da qualche mese lavora come operatore di un call center, uno di quei posti dove la gente telefona per chiedere informazioni.

Una volta sono anche stato fidanzato per quasi due anni.
Lei si chiamava Luana e faceva l’estetista.
Ci eravamo conosciuti in un locale ma poi lei mi ha lasciato e io sono stato molto male.

Altre storie importanti nella mia vita non ne ho avuto.
Le donne mi piacciono ma sono troppo complicate e io non riesco a capirle.

Adesso per esempio c’è una tizia nuova in palestra che mi piace molto. Si chiama Angela, ho letto di nascosto il suo nome sulla scheda con il suo programma di allenamento.
Mentre si allena io la guardo fissa per fargli capire che mi piace ma lei sembra non accorgersene neanche.
O forse è fidanzata.

Comunque sono un tipo tranquillo, mi piace il mio lavoro, mi piace fare sport e mi piace uscire con gli amici. Mi piacciono anche le donne e forse un giorno incontrerò quella giusta.

Tutto qui, di me non ho altro da dire.

continua

4 – Marco

Viscontessa, 6 giugno 2008

Marco arriva sempre puntuale in un giorno a caso.
Mi telefona qualche giorno prima e mi chiede se ho posto per martedì alle 15.30 meglio le 16.00 anzi se avessi posto sarebbe meglio giovedì magari nel tardo pomeriggio verso le 19.00 oppure no, bisogna che ci vediamo prima. E’ urgente.
Marco ha 42 anni è felicemente sposato con una donna bella e intelligente con la quale ha due splendidi bambini che lui adora ma dei quali non sa praticamente niente. Lavora in proprio come consulente aziendale per le risorse umane, ha un’agenda sempre fitta di appuntamenti non solo di lavoro, pratica molto sport, ha una segretaria che lui chiama assistente e con la quale ha una relazione fissa, e si fa continuamente vanto della sua capacità di comprendere il genere umano e di aver saputo sfruttare questa sua capacità, per crearsi una famiglia e uno stile di vita invidiabili.
All’inizio, quando l’ho conosciuto, non riuscivo a capire perché cercasse del sesso a pagamento. Non gli mancavano le donne né pareva che fosse l’abitudine ad acquistare tutto quello che desiderava a rendere desiderabile una donna. Per un po’ avevo pensato che l’abitudine alla transazione economica lo facesse sentire più a suo agio anche in questo genere di rapporto: pagare una donna significa privarla di qualsiasi tipo di rivendicazione a cui invece è facile andare in contro se si è abituati a pagare tutto il resto, poi però mi ero resa conto che il suo successo era il frutto della paura profonda e inconfessabile di trovarsi solo con se stesso e con la sua mediocrità.
In me cercava la fuga, cercava una via di fuga dal suo mondo e dal suo personaggio, cercava un luogo, una situazione, del sesso che gli consentissero di dimenticarsi della sua paura per qualche ora. I nostri rapporti di solito erano frettolosi, deludenti, sciatti, degni di un adolescente alle prime armi. Gli piaceva trovarmi molto curata nell’aspetto fin nei minimi particolari. Mi voleva profumata, truccata, pettinata, voleva che interpretassi per lui quell’immagine di seduzione patinata a cui era abituato a rivolgere le sue attenzioni. Voleva che rimanessi un’immagine anche nell’intimità, era terrorizzato dall’idea che potessi diventare umana, che potessi essere una donna, una persona, un corpo.
Anche lui non si presentava mai senza essersi fatto prima una doccia, un genere di attenzione che non mi riservavano tutti i clienti. Con alcuni per esempio era stata costretta ad insistere perchè si lavassero prima di venire a trovarmi, per altri, i più generosi, preparavo personalmente un bagno caldo e profumato nel quale mi prendevo cura della loro sporcizia umana come una madre premurosa si prende cura del suo neonato.
Quando arrivava mi salutava sempre con una calorosamente carica di promesse, si sedeva sul mio divano, si occupava della mia vita, del mio futuro, delle mie potenzialità e di tutto quello che pensava potessi desiderare, io gli preparavo qualcosa da bere piano piano parlando e ammiccando e promettendo e bevendo, lui cominciava a lasciarsi andare prima nell’abbigliamento che si toglieva in modo casuale buttandolo sul pavimento e poi nei gesti, nelle parole, nei movimenti e infine nel sesso che spesso veniva consumato rapidamente, i suoi calzini ancora indosso, la mia biancheria ancora al suo posto e un orgasmo raggiunto in pochi minuti, senza una parola, senza un gemito da parte sua e senza neanche la muta richiesta di partecipazione da parte mia.
Marco nel sesso con me cercava lo squallore, lo squallore che sentiva essere la parte più intima di se stesso e di quella vita perfetta e vuota che si era creato.
Poi si faceva una doccia, si rivestiva con cura e rimaneva ancora un po’ a casa mia quel tanto che gli era sufficiente a riacquistare le caratteristiche del personaggio che si era costruito.

continua

3 – L’arrivo di Nicola

Viscontessa, 3 giugno 2008

Quando Nicola era andato a vivere con lei e sua madre, Martina soffriva ancora dei postumi di una brutta polmonite che l’aveva colpita quando lavorava come aiutate di cucina presso il cantiere edile dove stavano costruendo il nuovo ospedale.
Lui allora si guadagnava da vivere guarendo la gente con l’imposizione delle mani ma dopo aver tentato a lungo di curare Martina dai suoi disturbi, le sue capacità taumaturgiche si indebolirono a tal punto che quando una sua paziente malata di tumore morì fu chiaro a tutti che le mani di Nicola erano tornate ad essere quelle di un uomo qualunque e nessuno si rivolse più a lui neanche per farsi togliere una verruca o cucire un orzaiolo.

La mattina del giorno in cui fu ricoverata d’urgenza in ospedale, Martina si era svegliata prima dell’alba con la sensazione che il sogno di quella notte così bruscamente interrotto, fosse un segno del destino di cui adesso toccava a lei interpretarne il significato.
Nel sogno le era apparsa una donna bellissima che sembrava proprio una di quelle che con il loro sorriso smagliante, la sera le tenevano compagnia dalla vecchia televisione di cucina. La donna le aveva teso la mano e le aveva detto qualcosa che lei non era riuscita a sentire e mentre nel sogno cercava il telecomando della televisione dentro alla scatola di vecchie fotografie che sua madre teneva in dentro al cassettone, la donna aveva cambiato espressione e adesso era diventata rugosa e sdentata mentre pareva che ora la implorasse di prenderle la mano prima che fosse troppo tardi. A quel punto del sogno si ricordava di aver lasciato andare in terra la scatola delle fotografie che però non erano cadute al suolo ma erano rimaste sospese nell’aria come farfalle colorate su un prato fiorito. Una su tutte volava più alte delle altre e quando lei aveva cercato di afferrarla per vederne l’immagine, anche quella era sparita come la donna . Allora ne aveva acchiappata un’altra che era rimasta incastrata tra il cassettone e la piccola specchiera che vi stava sopra e quando l’aveva guardata, aveva visto di nuovo il volto di quella donna che adesso però assomigliava all’immagine della Madonnina che il parroco le aveva regalato il giorno della sua prima comunione.
Poi, mentre anche la madonnina della foto pareva che volesse dirle qualcosa, si era svegliata di colpo con le orecchie che le fischiavano e i capelli sudati incollati sul volto.

Nel corso della lunga degenza in ospedale, ripensò molto spesso a quel sogno e nel dormiveglia di giornate che parevano sospese in aria come quelle fotografie, tentò di volta in volta di dargli un significato fino a quando si convinse che la Madonnina avrebbe voluto indicarle che il suo destino sarebbe stato quello di fare televisione. Non ne parlò con nessuno ma una volta tornata a casa fu certa che la polmonite che le impediva di riprendere il suo vecchio lavoro, fosse un dono della Madonna e da allora ogni mattina all’alba, sgattaiolò di nascosto da casa per andare in chiesa ad accendere un cero.

All’inizio, nonostante le giornate di Nicola fossero sempre fitte di appuntamenti lui le appoggiava le mani calde sul torace ogni volta che la tosse che le sconquassava i polmoni. Col tempo però aveva finito per prendere tanto a cuore la sua situazione che le sue energie furono quasi esclusivamente impiegate per la sua guarigione fino a quando parve che queste si fossero del tutto dissolte nei polmoni malati di Martina.

In paese, tanto, già da tempo ci si domandava chi fosse colui che ogni mattina si recava in chiesa ad accendere un cero alla Madonna e quando Don Alvise fu costretto dalle circostanze ad ammettere che tutto ciò che sapeva era che il misterioso fedele era in realtà una giovane donna, fu la grazia ricevuta dalla giovane donna a diventare l’oggetto principale della curiosità popolare.
La madre di Martina che invece fino a poco dopo l’arrivo di Nicola in casa loro aveva spesso trascorso la notte fuori per lavoro, all’ora presto in cui la figlia si recava in chiesa, era di solito sprofondata in un sonno così profondo da non accorgersi di niente. Tuttavia quando lasciò il suo lavoro presso un’anziana signora di un paese vicino della quale si occupava durante la notte, continuò a mantenere intatte le sue abitudine e per quanto adesso la notte la trascorresse in casa, non riusciva mai ad addormentarsi prima dell’alba tanto che continuò ancora per diverso tempo ad ignorare le fughe della figlia.
Martina in quel periodo, avrebbe spesso voluto chiederle cosa ne fosse stato della signora anziana da cui si era recata ogni notte per tanto tempo, ma i rapporti che aveva allora con lei, l’avevano sempre scoraggiata dal porle quella domanda e quando qualche tempo dopo sua madre trovò lavoro come commessa in un supermercato della zona, decise che la signora anziana doveva essere morta e per qualche tempo si fermò in chiesa qualche minuto in più per recitare un atto di dolore per la sua anima.

L’anno appena trascorso era stato un anno difficile, prima la morte di suo padre, poi la sua polmonite e infine la perdita del suo lavoro, avevano indurito il carattere di sua madre che pur senza mai rinfacciarle il suo stato di salute, aveva finito talvolta per insinuare che Martina se la prendesse troppo comoda e quando alcune sere preparasi per andare a lavoro pareva che le costasse più fatica del solito, finiva per mostrare un sottile rancore per la figlia incolpandola genericamente di essere la causa di tutti i suoi mali. Martina che non aveva idea a cosa si riferisse sua madre, percepiva questo rancore come i topi percepiscono la presenza delle trappole, ma quel muro che pareva innalzarsi ogni giorno di più tra lei e sua madre, non le concedeva spazi per alcun approfondimento così già allora aveva preferito tacere alla madre il destino che le aveva indicato la Madonnina in sogno e alla fine, quando la voce si era sparsa per il paese, non aveva avuto più coraggio di raccontarle la verità.
Dal canto suo la madre, un pomeriggio alla settimana, la portava a casa di una vecchia megera che pareva godere di tutta la fiducia e il rispetto che sua madre non aveva mai dimostrato nei suoi confronti e la vecchia, che non mostrava nei confronti di Martina alcuna simpatia, le faceva bere decotti dal sapore terribile mentre recitava strane litanie osservando una ciotola di acqua nella quale galleggiavano alcune gocce d’olio. Poi, quando il rito aveva termine, la vecchia si girava verso sua madre e scuotendo la testa le ripeteva che il male non era ancora stato scacciato e che se non fossero riuscite ad eliminarlo completamente, lei avrei fatto la stessa fine di sua madre costringendola di fatto a portare per la visita successiva, ora una ciocca di capelli, ora un’unghia rotta e una volta al mese persino un panno imbevuto del suo mestruo di adolescente.

Il suo nuovo lavoro alla cooperativa, per quanto si sentisse ancora molto debole, era stato un toccasana per il rapporto tra lei e sua madre che adesso aveva quasi del tutto smesso di mantenere nei suoi confronti quell’atteggiamento accusatorio e aveva soprattutto ridotto le viste dalla vecchia megera ad una volta al mese in occasione del suo ciclo mestruale.
Poi la sua salute peggiorò, arrivò Nicola e sua madre trovò lavoro come commessa del supermercato e quando tutte queste novità divennero la quotidianità, sua madre riacquistò il giusto equilibrio tra sonno e veglia facendo sì che una mattina si svegliasse proprio mentre martina rientrava dalla sua visita in Chiesa.
Li per lì non successe nulla. O quasi.
Martina, ignara di essere stata scoperta, fu portata il giorno dopo dalla vecchia megera per quanto ci fosse stata soltanto il giorno prima e dopo aver atteso fuori dalla porta la fine di una conversazione tra la vecchia e sua madre, fu costretta a bere un decotto dal sapore più terribile del solito che le procurò un fortissimo mal di pancia che la costrinse a casa per due giorni.
E fu proprio il secondo giorno nel quale si contorceva sul letto in preda gli spasmi, che sua madre rincasò improvvisamente e la trovò praticamente nuda e in un bagno di sudore mentre Nicola, anche lui sudato ed ansimante, le teneva una mano appoggiata sulla pancia e l’altra sotto alla lunga veste che indossava sempre quando curava i suoi pazienti.

2 -Antonio

Viscontessa, 30 maggio 2008

Antonio è un agente di vendita che passa a trovarmi ogni martedì all’ora di pranzo.
Le due ore che trascorriamo insieme sono per lui la rappresentazione il più fedele possibile di una normale coppia di moglie e marito.
Per questo ogni martedì alla solita ora indosso un abito semplice e un grembiule di cucina poi raccolgo i capelli con delle forcine e comincio a preparare il pranzo
Al suo arrivo la tavola è sempre perfettamente apparecchiata, io lo saluto ogni volta con un bacio sulla guancia e gli chiedo come sia andata la sua giornata lavorativa.
La moglie, che ormai potrei riconoscere in una sala cinematografica al buio pur non avendola mai vista, lo ha lasciato ormai cinque anni fa e lui da allora soffre di quella solitudine che immalinconisce e ti fa passare persino l’appetito.
Così il martedì, prima di lasciargli affogare la sua tristezza tra le mie cosce, lo convinco a sedersi a tavola dove comincia a raccontarmi della sua giornata come aveva fatto fino a cinque anni prima con sua moglie, e come allora comincia a mangiare con la stessa voracità con quale si dev’essere divorato la pazienza di sua moglie.
Poi, dopo aver fatto l’amore si ritira in un angolo del mio letto come una bestia ferita e io gli accarezzavo dolcemente i capelli mentre lui comincia a singhiozzare sotto voce, piano piano come un bambino e piano piano mi chiede perchè secondo me che sono donna, sua moglie se n’è andata senza dargli neanche una spiegazione.
Non era vero che la moglie non gli avesse dato delle spiegazioni ma lui era talmente innamorato di lei da non farsi una ragione di tutto quell’amore sprecato. Per questo quella noia profonda e devastante che lei gli aveva manifestato prima di fare le valige, non erano per lui una spiegazione plausibile.

Mi vuole bene Antonio ma io sono solo una puttana, una donna né migliore né peggiore di altre ma il mio ruolo nella società è quello di vendere sesso a pagamento come quello di una moglie è quello di aspettare il marito a casa, o ancora quello di una madre di allevare e curarsi dei propri figli per tutta la vita. Non esistono per lui vie di mezzo o compromessi, né persone od individui ma solo ruoli che ci vengono assegnati dal destino e che noi dobbiamo ricoprire con diligenza e scrupolosità per tutta la vita.

Prima di andare via mi ha lasciato sul tavolo di cucina le solite due banconote da 100 euro giustificando la sua generosità, con la solita scusa che non ci saremmo più rivisti.
Ma io lo aspetterò martedì prossimo come al solito.

Il secondo cliente arriverà solo tra un paio di ore.
Non prendo mai appuntamenti uno di seguito all’altro perchè per fare bene il mio lavoro devi comprendere fino in fondo i motivi che spingono un uomo a cercare il sesso a pagamento e devi imparare a consolarli per quella loro debolezza affinché finiscano sempre per preferire te rispetto ad un’altra.

Rammentandomi di ciò che mi aveva detto Mara, nell’ora successiva alla visita di Antonio, ho infilato in una busta le due banconote da 100 euro che erano rimaste sul tavolo di cucina ma questa volta ho messo nella busta anche un semplice bigliettino per mia madre.
Da quando moti anni prima sono venuta via da casa le ho inviato un po’ di soldi tutte le settimane ma da lei non ho mai ricevuto neanche una parola di ringraziamento.
L’unica volta che avevo provato a telefonarle, mi ha risposto che quei soldi sono il minimo che posso fare dopo che Nicola è rimasto senza lavoro per colpa mia.

continua

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