4 - Marco

Viscontessa, 6 Giugno 2008

Marco arriva sempre puntuale in un giorno a caso.
Mi telefona qualche giorno prima e mi chiede se ho posto per martedì alle 15.30 meglio le 16.00 anzi se avessi posto sarebbe meglio giovedì magari nel tardo pomeriggio verso le 19.00 oppure no, bisogna che ci vediamo prima. E’ urgente.
Marco ha 42 anni è felicemente sposato con una donna bella e intelligente con la quale ha due splendidi bambini che lui adora ma dei quali non sa praticamente niente. Lavora in proprio come consulente aziendale per le risorse umane, ha un’agenda sempre fitta di appuntamenti non solo di lavoro, pratica molto sport, ha una segretaria che lui chiama assistente e con la quale ha una relazione fissa, e si fa continuamente vanto della sua capacità di comprendere il genere umano e di aver saputo sfruttare questa sua capacità, per crearsi una famiglia e uno stile di vita invidiabili.
All’inizio, quando l’ho conosciuto, non riuscivo a capire perché cercasse del sesso a pagamento. Non gli mancavano le donne né pareva che fosse l’abitudine ad acquistare tutto quello che desiderava a rendere desiderabile una donna. Per un po’ avevo pensato che l’abitudine alla transazione economica lo facesse sentire più a suo agio anche in questo genere di rapporto: pagare una donna significa privarla di qualsiasi tipo di rivendicazione a cui invece è facile andare in contro se si è abituati a pagare tutto il resto, poi però mi ero resa conto che il suo successo era il frutto della paura profonda e inconfessabile di trovarsi solo con se stesso e con la sua mediocrità.
In me cercava la fuga, cercava una via di fuga dal suo mondo e dal suo personaggio, cercava un luogo, una situazione, del sesso che gli consentissero di dimenticarsi della sua paura per qualche ora. I nostri rapporti di solito erano frettolosi, deludenti, sciatti, degni di un adolescente alle prime armi. Gli piaceva trovarmi molto curata nell’aspetto fin nei minimi particolari. Mi voleva profumata, truccata, pettinata, voleva che interpretassi per lui quell’immagine di seduzione patinata a cui era abituato a rivolgere le sue attenzioni. Voleva che rimanessi un’immagine anche nell’intimità, era terrorizzato dall’idea che potessi diventare umana, che potessi essere una donna, una persona, un corpo.
Anche lui non si presentava mai senza essersi fatto prima una doccia, un genere di attenzione che non mi riservavano tutti i clienti. Con alcuni per esempio era stata costretta ad insistere perchè si lavassero prima di venire a trovarmi, per altri, i più generosi, preparavo personalmente un bagno caldo e profumato nel quale mi prendevo cura della loro sporcizia umana come una madre premurosa si prende cura del suo neonato.
Quando arrivava mi salutava sempre con una calorosamente carica di promesse, si sedeva sul mio divano, si occupava della mia vita, del mio futuro, delle mie potenzialità e di tutto quello che pensava potessi desiderare, io gli preparavo qualcosa da bere piano piano parlando e ammiccando e promettendo e bevendo, lui cominciava a lasciarsi andare prima nell’abbigliamento che si toglieva in modo casuale buttandolo sul pavimento e poi nei gesti, nelle parole, nei movimenti e infine nel sesso che spesso veniva consumato rapidamente, i suoi calzini ancora indosso, la mia biancheria ancora al suo posto e un orgasmo raggiunto in pochi minuti, senza una parola, senza un gemito da parte sua e senza neanche la muta richiesta di partecipazione da parte mia.
Marco nel sesso con me cercava lo squallore, lo squallore che sentiva essere la parte più intima di se stesso e di quella vita perfetta e vuota che si era creato.
Poi si faceva una doccia, si rivestiva con cura e rimaneva ancora un po’ a casa mia quel tanto che gli era sufficiente a riacquistare le caratteristiche del personaggio che si era costruito.

continua

3 - L’arrivo di Nicola

Viscontessa, 3 Giugno 2008

Quando Nicola era andato a vivere con lei e sua madre, Martina soffriva ancora dei postumi di una brutta polmonite che l’aveva colpita quando lavorava come aiutate di cucina presso il cantiere edile dove stavano costruendo il nuovo ospedale.
Lui allora si guadagnava da vivere guarendo la gente con l’imposizione delle mani ma dopo aver tentato a lungo di curare Martina dai suoi disturbi, le sue capacità taumaturgiche si indebolirono a tal punto che quando una sua paziente malata di tumore morì fu chiaro a tutti che le mani di Nicola erano tornate ad essere quelle di un uomo qualunque e nessuno si rivolse più a lui neanche per farsi togliere una verruca o cucire un orzaiolo.

La mattina del giorno in cui fu ricoverata d’urgenza in ospedale, Martina si era svegliata prima dell’alba con la sensazione che il sogno di quella notte così bruscamente interrotto, fosse un segno del destino di cui adesso toccava a lei interpretarne il significato.
Nel sogno le era apparsa una donna bellissima che sembrava proprio una di quelle che con il loro sorriso smagliante, la sera le tenevano compagnia dalla vecchia televisione di cucina. La donna le aveva teso la mano e le aveva detto qualcosa che lei non era riuscita a sentire e mentre nel sogno cercava il telecomando della televisione dentro alla scatola di vecchie fotografie che sua madre teneva in dentro al cassettone, la donna aveva cambiato espressione e adesso era diventata rugosa e sdentata mentre pareva che ora la implorasse di prenderle la mano prima che fosse troppo tardi. A quel punto del sogno si ricordava di aver lasciato andare in terra la scatola delle fotografie che però non erano cadute al suolo ma erano rimaste sospese nell’aria come farfalle colorate su un prato fiorito. Una su tutte volava più alte delle altre e quando lei aveva cercato di afferrarla per vederne l’immagine, anche quella era sparita come la donna . Allora ne aveva acchiappata un’altra che era rimasta incastrata tra il cassettone e la piccola specchiera che vi stava sopra e quando l’aveva guardata, aveva visto di nuovo il volto di quella donna che adesso però assomigliava all’immagine della Madonnina che il parroco le aveva regalato il giorno della sua prima comunione.
Poi, mentre anche la madonnina della foto pareva che volesse dirle qualcosa, si era svegliata di colpo con le orecchie che le fischiavano e i capelli sudati incollati sul volto.

Nel corso della lunga degenza in ospedale, ripensò molto spesso a quel sogno e nel dormiveglia di giornate che parevano sospese in aria come quelle fotografie, tentò di volta in volta di dargli un significato fino a quando si convinse che la Madonnina avrebbe voluto indicarle che il suo destino sarebbe stato quello di fare televisione. Non ne parlò con nessuno ma una volta tornata a casa fu certa che la polmonite che le impediva di riprendere il suo vecchio lavoro, fosse un dono della Madonna e da allora ogni mattina all’alba, sgattaiolò di nascosto da casa per andare in chiesa ad accendere un cero.

All’inizio, nonostante le giornate di Nicola fossero sempre fitte di appuntamenti lui le appoggiava le mani calde sul torace ogni volta che la tosse che le sconquassava i polmoni. Col tempo però aveva finito per prendere tanto a cuore la sua situazione che le sue energie furono quasi esclusivamente impiegate per la sua guarigione fino a quando parve che queste si fossero del tutto dissolte nei polmoni malati di Martina.

In paese, tanto, già da tempo ci si domandava chi fosse colui che ogni mattina si recava in chiesa ad accendere un cero alla Madonna e quando Don Alvise fu costretto dalle circostanze ad ammettere che tutto ciò che sapeva era che il misterioso fedele era in realtà una giovane donna, fu la grazia ricevuta dalla giovane donna a diventare l’oggetto principale della curiosità popolare.
La madre di Martina che invece fino a poco dopo l’arrivo di Nicola in casa loro aveva spesso trascorso la notte fuori per lavoro, all’ora presto in cui la figlia si recava in chiesa, era di solito sprofondata in un sonno così profondo da non accorgersi di niente. Tuttavia quando lasciò il suo lavoro presso un’anziana signora di un paese vicino della quale si occupava durante la notte, continuò a mantenere intatte le sue abitudine e per quanto adesso la notte la trascorresse in casa, non riusciva mai ad addormentarsi prima dell’alba tanto che continuò ancora per diverso tempo ad ignorare le fughe della figlia.
Martina in quel periodo, avrebbe spesso voluto chiederle cosa ne fosse stato della signora anziana da cui si era recata ogni notte per tanto tempo, ma i rapporti che aveva allora con lei, l’avevano sempre scoraggiata dal porle quella domanda e quando qualche tempo dopo sua madre trovò lavoro come commessa in un supermercato della zona, decise che la signora anziana doveva essere morta e per qualche tempo si fermò in chiesa qualche minuto in più per recitare un atto di dolore per la sua anima.

L’anno appena trascorso era stato un anno difficile, prima la morte di suo padre, poi la sua polmonite e infine la perdita del suo lavoro, avevano indurito il carattere di sua madre che pur senza mai rinfacciarle il suo stato di salute, aveva finito talvolta per insinuare che Martina se la prendesse troppo comoda e quando alcune sere preparasi per andare a lavoro pareva che le costasse più fatica del solito, finiva per mostrare un sottile rancore per la figlia incolpandola genericamente di essere la causa di tutti i suoi mali. Martina che non aveva idea a cosa si riferisse sua madre, percepiva questo rancore come i topi percepiscono la presenza delle trappole, ma quel muro che pareva innalzarsi ogni giorno di più tra lei e sua madre, non le concedeva spazi per alcun approfondimento così già allora aveva preferito tacere alla madre il destino che le aveva indicato la Madonnina in sogno e alla fine, quando la voce si era sparsa per il paese, non aveva avuto più coraggio di raccontarle la verità.
Dal canto suo la madre, un pomeriggio alla settimana, la portava a casa di una vecchia megera che pareva godere di tutta la fiducia e il rispetto che sua madre non aveva mai dimostrato nei suoi confronti e la vecchia, che non mostrava nei confronti di Martina alcuna simpatia, le faceva bere decotti dal sapore terribile mentre recitava strane litanie osservando una ciotola di acqua nella quale galleggiavano alcune gocce d’olio. Poi, quando il rito aveva termine, la vecchia si girava verso sua madre e scuotendo la testa le ripeteva che il male non era ancora stato scacciato e che se non fossero riuscite ad eliminarlo completamente, lei avrei fatto la stessa fine di sua madre costringendola di fatto a portare per la visita successiva, ora una ciocca di capelli, ora un’unghia rotta e una volta al mese persino un panno imbevuto del suo mestruo di adolescente.

Il suo nuovo lavoro alla cooperativa, per quanto si sentisse ancora molto debole, era stato un toccasana per il rapporto tra lei e sua madre che adesso aveva quasi del tutto smesso di mantenere nei suoi confronti quell’atteggiamento accusatorio e aveva soprattutto ridotto le viste dalla vecchia megera ad una volta al mese in occasione del suo ciclo mestruale.
Poi la sua salute peggiorò, arrivò Nicola e sua madre trovò lavoro come commessa del supermercato e quando tutte queste novità divennero la quotidianità, sua madre riacquistò il giusto equilibrio tra sonno e veglia facendo sì che una mattina si svegliasse proprio mentre martina rientrava dalla sua visita in Chiesa.
Li per lì non successe nulla. O quasi.
Martina, ignara di essere stata scoperta, fu portata il giorno dopo dalla vecchia megera per quanto ci fosse stata soltanto il giorno prima e dopo aver atteso fuori dalla porta la fine di una conversazione tra la vecchia e sua madre, fu costretta a bere un decotto dal sapore più terribile del solito che le procurò un fortissimo mal di pancia che la costrinse a casa per due giorni.
E fu proprio il secondo giorno nel quale si contorceva sul letto in preda gli spasmi, che sua madre rincasò improvvisamente e la trovò praticamente nuda e in un bagno di sudore mentre Nicola, anche lui sudato ed ansimante, le teneva una mano appoggiata sulla pancia e l’altra sotto alla lunga veste che indossava sempre quando curava i suoi pazienti.

2 -Antonio

Viscontessa, 30 Maggio 2008

Antonio è un agente di vendita che passa a trovarmi ogni martedì all’ora di pranzo.
Le due ore che trascorriamo insieme sono per lui la rappresentazione il più fedele possibile di una normale coppia di moglie e marito.
Per questo ogni martedì alla solita ora indosso un abito semplice e un grembiule di cucina poi raccolgo i capelli con delle forcine e comincio a preparare il pranzo
Al suo arrivo la tavola è sempre perfettamente apparecchiata, io lo saluto ogni volta con un bacio sulla guancia e gli chiedo come sia andata la sua giornata lavorativa.
La moglie, che ormai potrei riconoscere in una sala cinematografica al buio pur non avendola mai vista, lo ha lasciato ormai cinque anni fa e lui da allora soffre di quella solitudine che immalinconisce e ti fa passare persino l’appetito.
Così il martedì, prima di lasciargli affogare la sua tristezza tra le mie cosce, lo convinco a sedersi a tavola dove comincia a raccontarmi della sua giornata come aveva fatto fino a cinque anni prima con sua moglie, e come allora comincia a mangiare con la stessa voracità con quale si dev’essere divorato la pazienza di sua moglie.
Poi, dopo aver fatto l’amore si ritira in un angolo del mio letto come una bestia ferita e io gli accarezzavo dolcemente i capelli mentre lui comincia a singhiozzare sotto voce, piano piano come un bambino e piano piano mi chiede perchè secondo me che sono donna, sua moglie se n’è andata senza dargli neanche una spiegazione.
Non era vero che la moglie non gli avesse dato delle spiegazioni ma lui era talmente innamorato di lei da non farsi una ragione di tutto quell’amore sprecato. Per questo quella noia profonda e devastante che lei gli aveva manifestato prima di fare le valige, non erano per lui una spiegazione plausibile.

Mi vuole bene Antonio ma io sono solo una puttana, una donna né migliore né peggiore di altre ma il mio ruolo nella società è quello di vendere sesso a pagamento come quello di una moglie è quello di aspettare il marito a casa, o ancora quello di una madre di allevare e curarsi dei propri figli per tutta la vita. Non esistono per lui vie di mezzo o compromessi, né persone od individui ma solo ruoli che ci vengono assegnati dal destino e che noi dobbiamo ricoprire con diligenza e scrupolosità per tutta la vita.

Prima di andare via mi ha lasciato sul tavolo di cucina le solite due banconote da 100 euro giustificando la sua generosità, con la solita scusa che non ci saremmo più rivisti.
Ma io lo aspetterò martedì prossimo come al solito.

Il secondo cliente arriverà solo tra un paio di ore.
Non prendo mai appuntamenti uno di seguito all’altro perchè per fare bene il mio lavoro devi comprendere fino in fondo i motivi che spingono un uomo a cercare il sesso a pagamento e devi imparare a consolarli per quella loro debolezza affinché finiscano sempre per preferire te rispetto ad un’altra.

Rammentandomi di ciò che mi aveva detto Mara, nell’ora successiva alla visita di Antonio, ho infilato in una busta le due banconote da 100 euro che erano rimaste sul tavolo di cucina ma questa volta ho messo nella busta anche un semplice bigliettino per mia madre.
Da quando moti anni prima sono venuta via da casa le ho inviato un po’ di soldi tutte le settimane ma da lei non ho mai ricevuto neanche una parola di ringraziamento.
L’unica volta che avevo provato a telefonarle, mi ha risposto che quei soldi sono il minimo che posso fare dopo che Nicola è rimasto senza lavoro per colpa mia.

continua

1 - Martina e la maga

Viscontessa, 29 Maggio 2008

Martina e la maga

Rossana era diventata “cartomante” un notte di qualche anno prima quando abbassando lo sguardo flaccido si era accorta che i suoi capezzoli erano stanchi di mostrare la loro impertinenza al mondo..
Stanca di battere i denti e una piazzola di sosta fuori da un motel dell’autostrada, era entrata in autogrill e aveva stampato quei biglietti da visita alla macchinetta accanto alla toilette.
Di quella notte accanto alla toilette ricordava ogni particolare. Scegliere “cartomante” era stato semplice, di fronte alla scelta della professione la sua mano non aveva esitato un attimo tanto che negli anni aveva finito per convincersi che qualcuno, per la prima volta in vita sua, avesse guidato la sua mano verso il suo destino anzichè tra le cosce sudate di una squallida sessualità a pagamento. E Stella era il nome che aveva scelto per quella nuova vita che iniziava, come quasi sempre ogni vita, tra il dolore e la gioia di viscere squarciate dalle urla.
Stella sarebbe stato il suo nome come lo era stato quello di una vecchia cagna sempre gravida che quando lei era piccola cacava piccoli bastardi come stronzi che come stronzi finivano quasi sempre sotto alle ruote delle auto che sfrecciavano sulla statale dietro a casa sua..
Anche allora quel nome lo aveva scelto lei un giorno che portando a quel bastardo qualche crosta di pane avanzata, aveva notato sulla fronte del cane una piccola macchia bianca a forma di stella tanto che negli anni aveva conservato quel nome nella sua memoria, in attesa di poterlo usare quando fosse tornata a vivere.
Un giorno semplicemente la cagna sparì e con lei se ne andarono anche quei rari momenti di felicità di una bambina cresciuta troppo in fretta per le strade di un quartiere dimenticato da Dio ma non dagli uomini.

Stella guardò gli occhi della cagna che adesso aveva davanti e si commosse come le capitava da bambina. Non avrebbe dovuto scegliersi quel nome ma quando lo aveva fatto sapeva che ormai era troppo tardi per pensare che un giorno sarebbe potuta tornare a vivere e giurò a se stessa che almeno una volta nella vita avrebbe onorato i sentimenti che per la prima volta le avevano suggerito quel nome.
La donna che adesso aveva di fronte aveva paura.
La paura è questione di un attimo. Le sue aveva imparato a dominarle fin da piccola per non offrire il fianco alla vita di merda che le era toccata in sorte.
Afferrò lo sguardo della donna prima che la paura svanisse e quella bambina tornò a portare le croste di pane secco alla cagna che aveva davanti.

L’ultima carta dei tarocchi era stata la Morte.
Nella cucina di un modesto appartamento del centro, il futuro di uomini e donne si svelava su una vecchia tovaglia stinta dove antiche macchie di unto suggerivano un presente lacero come un mendicante.
La donna che un giorno in un autogrill si era fatta stampare “cartomante” sui biglietti da visita osservò senza farsi vedere l’espressione dell’altra. Poi decise come comportarsi.

– novità in arrivo – disse senza abbassare lo sguardo - la tua vita cambierà in meglio entro pochi giorni – e con quella penosa bugia saldò il suo vecchio debito con il destino tornando ad essere per un attimo la Rossana di cui fin troppi uomini non si erano mai scomodati di conoscere neanche il nome.
Mentre Stella, come un cane randagio, cercava un luogo qualunque dove appoggiare il suo sguardo, la donna tirò un sospiro di sollievo e giunse le sue piccole mani in segno di preghiera ringraziando forse le stelle, forse Stella o forse uno dei tanti Santi che a suo avviso la proteggevano ogni giorno.
Gli odori di quella cucina quel giorno le davano il voltastomaco. Le bacchette di incenso infilate dentro ad un limone quasi marcio bruciavano senza sosta ma l’odore di cibo stantio di cui erano impregnati tutti i mobili di quel fatiscente appartamento, riuscivano a sovrastare il lezzo di rosa canina dell’incenso.
O forse non era rosa canina ma soffritto di pancetta rancida, la provenienza di entrambe i prodotti dagli scaffali del medesimo supermercato forse ne confondeva gli aromi e il sapore.
Avrebbe vomitato sui tarocchi da un momento all’altro se non fosse arrivata la Morte a portarsi via la nausea serrandogli lo stomaco in una morsa d’acciaio che non le faceva più passare neanche il respiro.
Nell’attesa che Stella si pronunciasse aveva cercato un po’ di sollievo nella rassicurante convinzione che le carte non sono mai ciò che rappresentano ma sono soltanto dei pezzi di un puzzle di cui soltanto una vera cartomante poteva conoscere l’immagine finale e nel corso di quei due anni nei quali si era recata da Stella almeno un paio di volte alla settimana, non aveva mai avuto modo di dubitare delle sue capacità.
Una mosca si era posata sulla carta della Temperanza, si era pulita rapidamente le zampe anteriori ed era ripartita velocemente non appena Stella si era decisa ad emettere il suo verdetto.

Quando la donna uscì dal piccolo appartamento di Stella con gli abiti impregnati di un’essenza molto simile a quella del più comune disincrostante per la tazza del bagno, ebbe come la sensazione che quel cambiamento avrebbe avuto bisogno di un suo incoraggiamento. Per questo aveva cominciato ad attenderne i segnali fin da subito e mentre alla fermata dell’autobus aveva atteso trentacinque minuti il numero venti che l’avrebbe riportata a casa, si era convinta che cento euro su un ambo secco non potevano che essere il giusto prezzo dell’indicazione che avrebbe condotto a lei la fortuna.
Venti e trentacinque, nonostante fosse leggermente in ritardo, si fermò nella tabaccheria sotto casa e se li giocò.

Una volta a casa si tolse gli abiti puzzolenti che ora le procuravano anche un leggero senso di vertigine e dopo aver rivolto le sue preghiere alla Vergine Maria perchè perdonasse per i suoi peccati e a Padre Pio perchè vegliasse su di lei, si preparò per il lavoro con la solita cura.

continua…..

Postriciclo: una storia intelligente

Viscontessa, 27 Novembre 2007

Io sono una persona intelligente.
Mica sono scema io, la mamma dei cretini è sempre incinta ma mia mamma è in menopausa ormai da anni e quindi non può essere incinta.
O almeno io questa cosa l’ho capita così.

Io sono intelligente e non sopporto quelli che cercano di farmi passare da cretina. Non sopporto quelli che parlano parlano parlano e poi ti chiedono se hai capito. Certo che ho capito mica sono cretina io, se dici una cosa la capisco. Anche se a volte i cretini ti dicono una cosa perché ne vogliono un’altra e pensano che tu sia una povera ingenua che non è in grado di capire davvero cosa loro vogliono.

L’altro giorno per esempio, c’era il mio capo reparto che mi diceva che io meriterei un lavoro migliore.
Io lavoro in fabbrica, devo controllare che le matite siano messe nelle scatole nella gradazione di colore riportata nel pannello che ho di fronte. Bianco, giallo, rosa, celeste, grigio, arancione, rosso, blu, marrone e nero. La macchina che deve mettere nelle scatole le matite è stata programmata per riconoscere questi colori ma a volte confonde il celeste con il grigio o il blu con il marrone e allora io devo fermare la macchina e rimettere in ordine i colori.
Otto ore al giorno.

A me il mio lavoro piace perché quando la macchina sbaglia mi viene in mente mia nonna che quando ero piccola a volte confondeva il filo per cucire e mi faceva l’orlo sui pantaloni azzurri con il filo verde. E poi mi piace pensare ai bambini che useranno quelle matite e ai disegni meravigliosi che verranno fuori con quei colori.
Il mio capo reparto dice sempre che sono molto brava, è sempre molto gentile con me e passa spesso per chiedermi come sto. Quando qualche colore nelle scatole è sbagliato e me ne accorgo mentre lui è lì, lui è così contento che qualche volta mi abbraccia anche.
Una volta mi ha tenuto così stretta tra le sue braccia che qualcosa che teneva dentro alla tasca dei pantaloni mi premeva così forte su una coscia da farmi quasi male. Io volevo quasi dirglielo ma poi avevo paura che se la prendesse a male e non gli ho detto niente.

L’altro giorno quando sono uscita l’ho trovato fuori che mi aspettava. Mi ha detto ti accompagno a casa che volevo parlarti e io gli ho risposto va bene anche se le mie colleghe ridacchiavano alle nostre spalle.
Così lui ha cominciato a dirmi che io ero molto bella e che ero una ragazza troppo intelligente per stare tutto il giorno davanti alla macchina delle matite.
Io gli ho detto che il mio lavoro mi piaceva ma lui mi ha chiesto se non mi piacerebbe fare qualcosa di più. Ci ho pensato un po’ su e poi gli ho risposto che no, mi trovo bene dove sono e non mi piacerebbe cambiare.
Allora lui ha detto che aveva bisogno di un vice perché lui da solo non ce la fa più a fare tutto il lavoro da solo e mi ha chiesto se mi piacerebbe fare il vice capo reparto. Io ci ho pensato un po’ su e poi gli ho risposto che no, mi trovo bene dove sono.
Ma guadagneresti un bel po’ di soldi in più, non ti piacerebbe avere qualche soldo in più per comprarti magari un cappotto nuovo con tutto il collo di pelliccia come vanno di moda quest’anno? Io ci ho pensato un po’ su e poi ho risposto che no, mi piace il cappotto che ho e non mi interessa comprarne uno nuovo.
Così è rimasto in silenzio per un po’ e poi all’improvviso mi ha chiesto se mi andava di andare a bere qualcosa insieme a lui ma io non avevo sete e gliel’ho detto.
Lui a quel punto ha tirato fuori un portachiavi dalla tasca dei pantaloni e io ho capito cosa mi avevo premuto sulla coscia quando mi aveva abbracciata e gliel’ho detto: - quando mi abbraccia dovrebbe togliersi le chiavi dalla tasca perché mi pigiano sulla coscia e mi fanno male.
Lui si è fermato, mi ha guardata, e mi ha abbracciata stretta stretta poi mi ha detto se volevo andare in macchina con lui e io, che ero stanca di camminare, gli ho detto di si.
Però quando siamo saliti in macchina lui non ha messo in moto subito, mi ha appoggiato una mano tre le gambe e mi ha chiesto dove mi aveva fatto male. Io gli ho detto che non importava che era una cosa vecchia e ormai non mi faceva più male ma lui che è sempre così gentile insisteva e mi toccava tutte le gambe perchè voleva proprio sapere il punto esatto dove mi aveva fatto male.
Allora io per non scontentarlo gli ho indicato un punto a caso sulla coscia e lui subito si è inchinato per darmi un bacino sulla bua. Così ha detto.
Poi mi ha detto che anche lui aveva una bua e che io dovevo curargliela, si slacciato i pantaloni e ha tirato fuori il suo pene. Io me lo immaginavo già che fosse malato perché è sempre tutto sudato e la pelle del suo viso è rossa e ruvida come la lingua di un gatto ma quando ha tirato fuori il suo pene ho capito dall’odore che la sua doveva essere una malattia grave. Anche mio nonno aveva un odore forte come il suo poco prima di morire. E’ morto per una malattia al fegato e dopo averlo seppellito abbiamo dovuto tenere le finestre aperte di camera sua per una settimana. Anche se era inverno.
Il mio capo mi ricorda molto mio nonno.
– Mi fa tanto male qui, dammi un bacino – mi ha detto, e io, anche se a me non sembrava che il male fosse lì, mi sono inchinata per dargli un bacino. – Lo devi baciare molto a lungo… prendilo tra le labbra e mettilo in bocca che così lo baci per bene – e me lo ha messo in bocca mentre con una mano mi spingeva in su e in giù la testa – brava –diceva –brava….- e la sua voce era diventata roca.
Per il dolore ho pensato io.
Poi ha cominciato come a lamentarsi, più io lo baciavo e più lui si lamentava, avrei voluto chiedergli se gli facevo male ma non potevo parlare e allora ho pensato che forse è come quando ti levano una scheggia da un dito che anche se ti fa male sai che devi resistere perché è per il tuo bene.
Infine ha come smesso di respirare, non diceva più niente ed era tutto rigido come mio nonno quando è morto ma mentre stavo per tirarmi su per vedere cosa stava succedendo lui ha lanciato come un urlo e si è accasciato. Io a quel punto non sapevo più cosa dovevo fare e così mi sono tirata su per guardarlo anche perché mi sembrava di avere della roba appiccicosa sulla faccia e non capivo bene che cosa fosse successo.
Lui stava lì con gli occhi chiusi e la bocca aperta come quando hai fatto una corsa e ti riposti, poi ha preso un fazzolettino di carta e mi ha pulita. Mi ha detto che ero un po’ sporca di saliva anche se a me non sembrava che fosse saliva ma non gliel’ho detto.
Ha messo in moto la macchina e senza dire niente mi ha accompagnata a casa.
Solo quando siamo arrivati mi ha detto che mi avrebbe accompagnata a casa tutte le sere. Ma non sono mica cretina io, l’ho capito subito che lui ci teneva proprio che io facessi carriera e per questo mi ha mostrato la sua malattia perchè sperava che io mi intenerissi.
E così gliel’ho detto - non sono mica cretina sa’, se sta male l’aiuterò a curarsi come ho fatto con mio nonno ma non per questo sono disposta a diventare vice capo reparto.
Lui non ha detto niente, sembrava stupito e pensavo che ce l’avesse con me ma poi ha capito.
Ha detto che va bene e abbiamo fissato per domani pomeriggio alle cinque.

Gi uomini non vanno provocati

Viscontessa, 29 Giugno 2006

Cioè che cazzo vuoi, non è che perchè te l’ho succhiato una sera adesso mi devi mandare questi sms che mi fanno venire il vomito. Che cazzo vuol dire “vorrei rivederti”? Io no, a me di te non me ne frega un cazzo, cioè gli uomini si mettono in testa delle cose strane, glielo prendi in bocca per una sera e subito pensano che tu voglia fidanzarti con loro. Cioè col cazzo.
Io voglio essere libera di fare quello che mi pare, se una sera mi va di sbronzarmi con le mie amiche lo faccio senza dover rendere conto a nessuno. E a te che cazzo te ne frega se mi sbronzo tutte le sere? Non mi fare la morale per piacere, che già c’è mia madre che mi rompe i coglioni tutti i giorni. Ma fatti i cazzi tuoi anche tu, no? Cioè c’hai la tua vita, il tuo lavoro, il tuo “fidanzatino” scopa con lui e non rompere i coglioni a me.
No davvero, l’altra settimana quella stronza mi dice che vuole portarmi da un dottore “io non ti capisco più” mi dice tra le lacrime e poi se ne viene fuori con questa storia che Fabrizio il suo fidanzatino, ha un amico medico che potrebbe aiutarmi. Aiutarmi a fare cosa? Io sto benissimo così, e poi certi discorsi mi fanno sclerare sul serio così gli ho risposto di andare a farsi sbattere da Fabrizio o dal suo amico medico e di non rompermi i coglioni. Che poi, cioè, a me la gente che ti sta sempre addosso mi da fastidio, mia madre con i suoi discorsi del cazzo e anche questo scemo qui che mi manda i messaggi che vorrebbe rivedermi. Ma che cazzo vuoi da me?
Io la gente non la capisco, davvero, cioè non capisco perchè la gente non si faccia i cazzi suoi invece di stare sempre a guardare cosa fanno gli altri, ma che te ne frega di cosa faccio io? Se io sto bene così a te che cazzo te ne frega? Allora l’altro giorno dopo che ho mandato a fanculo mia madre, arriva quel cretino di Fabrizio e mi dice che non devo trattare così mi madre, ma tu chi cazzo sei? Gli ho detto, che cazzo vuoi da me? Sempre con il cazzo in bocca! Mi risponde lui, e a te che cazzo te ne frega di quello che tengo in bocca io? Poi però si è accorto che io mi stavo incazzando sul serio e allora lo scemo ha cambiato tono e ha cominciato a dirmi che mia madre è molto preoccupata per me e che con lui posso parlare liberamente e posso raccontargli se c’è qualcosa che non va che lui magari può aiutarmi. Allora ho fatto finta di ascoltarlo, mi sono avvicinata a lui e ho cominciato a piangere, ma non a piangere sul serio con gli urli e il singhiozzo e tutte quelle cazzate da ragazzine, mi sono solo fatta scendere due grosse lacrime sulle guance e ho appoggiato la mia testa sulle ginocchia. Il cretino è rimasto un po’ così, non sapeva bene cosa fare poi piano piano ha cominciato ad accarezzarmi i capelli e a chiedermi con una vocina da frocio se avevo dei problemi con il mio ragazzo. A me a sentirlo parlare veniva il vomito, ma davvero pensava che non mi fossi accorta che gli era venuto il cazzo duro? Così gli appoggiato una mano sopra la coscia e ho cominciato a raccontargli delle stronzate tipo che il mio “ragazzo” non sapeva scopare, anche se non gli ho detto proprio scopare, e poi gli ho raccontato che io preferivo gli uomini maturi perchè a letto sono più bravi e non cercano subito di infilartelo in ogni buco.
Lui non ha detto niente ma il suo respiro si era fatto più affannoso così, cazzo, prima che si rendesse conto di cosa stava succedendo, gli ho slacciato la patta dei pantaloni e ci ho infilato la mano mentre continuavo a raccontargli stronzate tipo che lui mi era sempre piaciuto un casino e che avrei voluto fare l’amore con un uomo vero come lui.
Così quando gliel’ho preso in bocca lui si è lamentato debolmente solo per un po’ “ma cosa fai….non devi….ma sei ancor una bambina…..e poi tua madre…..” ma io non gli ho dato il tempo di proseguire perchè ho cominciato a succhiarglielo, cazzo, come non glielo aveva mai succhiato nessuno.
Io sono molto brava in certe cose, lo so benissimo perchè me lo dicono sempre tutti e infatti quando ho finito con lo scemo, lui aveva gli occhi stralunati e continuava a ripetere “cazzo….cazzo….cazzo”. Poi si è riallacciato di corsa i pantaloni e mi ha detto che certe cose non dovevo farle, che non dovevo comportarmi così con gli uomini altrimenti nessuno mi avrebbe mai presa sul serio e mi ha detto che ha ragione mia madre ad essere preoccupata per me e che dovrei farmi vedere da un dottore perchè io non sono normale.
“E invece tu?” Gli ho risposto io “tu che ti sei fatto succhiare il cazzo da una ragazzina che per giunta è la figlia della tua fidanzata, tu sei normale?”
“ma io sono un uomo” mi ha risposto “se tu mi provochi così, io cosa vuoi che faccia?”
“Cazzo, sei proprio un cretino e mia madre non poteva che stare con un cretino come te!”

Poi ho pensato a quando mia madre mi veniva a chiamare perchè mio padre voleva che mi facessi il bagno.
“mamma” le dicevo “io non voglio che il papà mi faccia il bagno”
“non fare la sciocchina” mi rispondeva “giri sempre per casa mezza nuda e adesso ti vergogni a fare il bagno con tuo padre?”.

E lì ho pianto, cazzo, ho pianto proprio come una ragazzina ,cazzo!

Dolce primavera

Viscontessa, 20 Aprile 2006
Martina non sarebbe stata diversa neanche se ne avesse avuto la possibilità.
Le piaceva quella sua malinconia che aveva il colore del mare d’inverno e le piaceva quella sua solitudine senza compromessi che leniva solo di tanto in tanto con conoscenze occasionali di cui non ricordava neanche il nome.
Era nata grassa Martina, ma non di quel grasso lieve che ricopriva le cosce delle sue coetanee ma di  un grasso greve e ingordo che si mangiava impertinente ogni angolo del suo corpo. Era nata grassa e aveva vissuto con quel suo grasso fin da piccola nonostante i suoi genitori avessero fatto di tutto per eliminare quella parte di lei così consistente. Ricordava la fame nera di stagioni intere e i ricoveri, le analisi, gli psicologi e i medicinali che per alcuni periodi la inebetivano a tal punto da pensare che la sua fame fosse solo un sogno e la sua sazietà realtà.
Era nata grassa Martina e fin da piccola aveva subìto con rassegnazione tutti i tentativi di chi le stava intorno di eliminare quella parte di lei così consistente da essere parte integrante di se stessa, come una mano, o un occhio o una parte del suo cervello. E aveva subìto le umiliazioni, le mortificazioni e le preoccupazioni di chi vedeva in quel suo grasso una menomazione fisica o un pericolo.
Era cresciuta così Martina, era cresciuta senza mai riuscire ad avere con il cibo un rapporto normale e non per sua volontà, ma per la volontà altrui che privandola di un sano rapporto con il suo istinto di nutrirsi, le faceva pesare quella che ad un certo punto fu definita con rassegnazione una disfunzione ormonale incurabile.

Bella Martina con i suoi occhi color mare infossati in quel volto tondo ricoperto da capelli neri come il male, bella Martina e il suo entusiasmo che si era andato spegnendo negli anni fino a quando l’altrui battaglia con il suo grasso fu perduta e dimenticata lasciando spazio ad un compatimento che la mortificava ancor di più.
Bella Martina quando dietro ad un monitor conobbe quella se stessa che non era mai stata e che gli altri si aspettavano diventasse, bella nelle sue notti in chat quando il grasso si scioglieva sulla tastiera e lei era finalmente quella donna bellissima che nella realtà rimaneva affogata nel suo grasso.
La bella Martina e le sue abbuffate che rimanevano nascoste, bella e dolce Martina che la prima volta che si fece coraggio e decise di incontrare uno dei suoi tanti corteggiatori virtuali, rimase sotto la pioggia ad aspettare Lupo Solitario che non si fece mai più trovare.
E bella Martina l’amica grassa e dolce, fuori da ogni competizione amorosa e dentro ad ogni cesso per vomitare cibo rancore.

Martina amava quella sua pacata solitudine tradita solo dal colore del mare dei suoi occhi che nessuno si prendeva la briga di guardare. Amava la solitudine e la sazietà del cibo che le era stato negato e poi concesso come si concede una sigaretta ad un condannato a morte, e amava cibarsi fino a star male e poi digiunare fino a svenire.
Amava quel suo corpo che non voleva piegarsi alle sue volontà e odiava il cibo che non aveva coraggio di imporsi alla mole del suo fisico.

Ama e odia Martina, ora ama e odia così intensamente che chi ha avuto l’occasione di incontrarla senza mai guardarla nel profondo dei suoi occhi, ne è fuggito spaventato domandandosi perchè una donna così bella e così intelligente sia animata da quel fuoco di ghiaccio che divorava ogni sentimento.
Ama e odia Martina, ora odia quel suo fisico asciutto e snello e ama il cibo che divora solo di tanto in tanto come una bestia affamata.

Era successo senza che lei se ne rendesse conto, un giorno aveva conosciuto Bibo uno zoppo che sulla chat non aveva mai parlato di quella sua deformità. Bibo la cui dolcezza si era sciolta come neve al sole non appena l’aveva incontrata, Bibo che si era preso gioco di lei chiamandola “cicciona schifosa” nel momento in cui lei si stava innamorando di quella sua gambetta deforme.
Bibo che le aveva sputato in faccia mentre lei per la prima volta in vita sua, stava cucinando per qualcuno, Bibo che fu finito con una coltellata al alla schiena mentre sanguinante e terrorizzato si avviava pericolosamente verso il telefono….
Bibo.

Poi, dopo un primo momento di orrore e smarrimento, Martina si era inchinata su quel cadavere ancora pulsante di vita e aveva cominciato a baciargli la gamba zoppa e poi a leccarla e leccarla fino quando i suoi denti, senza che lei se ne rendesse neanche conto, erano affondati nella carne ancora calda di Bibo.
E non seppe mai se fu l’aroma caldo del sangue o il suo dolore trattenuto a lungo per così tanto tempo che la costrinsero a continuare e ad assaggiare  prima il suo fegato e poi il suo pancreas e un morso all’anca, uno al testicolo e poi un dito e il cuore e il cervello, e non seppe mai quanto durò quel suo rito di iniziazione grondante sangue:  forse giorni o mesi.
L’unica cosa che ricordava bene era che non riusciva più a smettere, vomitava e ricominciava più ingorda e più avida di prima, per un certo periodo perse anche i sensi risvegliandosi poi tra le sue feci acquose e il suo vomito sanguinolento ma neanche le osse di Bibo sopravvissero a tanto furore e quando qualche tempo dopo con i denti rotti, le unghie spezzate e il vomito rappreso sul viso si fermò, si rese conto di essere per la prima volta sazia e felice in vita sua.

Da allora Martina ha cominciato a dimagrire e il cibo ha perso per lei ogni interesse, si nutre solo saltuariamente quando il suo fisico lo richiede e per fare ciò torna su una chat, una chat qualsiasi dove procurasi il cibo….