Mi ha punto una zanzara

Viscontessa, 4 Agosto 2008

Esistono due tipi di portatori sani di esempi.
Gli ingenui, quelli che quando ti punge una zanzara ti dicono che un loro amico è morto per una cosa simile.
I maligni, quelli che quando ti punge una zanzara ti dicono che avevano un amico che fingeva di essere allergico alle zanzare per lamentarsi e prendere tre giorni di malattia.
Con i primi ti tocchi, i secondi li schiacci.

Io vado a diritto per la mia strada

Viscontessa, 9 Gennaio 2008

Io mi faccio gli affari miei e tiro avanti per la mia strada.
Qualche volta inciampo, annaspo nell’aria per ritrovare l’equilibrio perduto e poi proseguo, magari zoppico per un po’, una caviglia, un piede, il ginocchio, qualcosa messo male che quando inciampo si posiziona per un attimo nella maniera sbagliata. Duole per qualche minuto ma poi torna a posto, il suo posto, la sua collocazione naturale e io riprendo il mio passo.
Io tiro avanti per la mia strada a testa alta perché gli altri mi possano guardare negli occhi, gli occhi bassi, quelli collocati più in basso non mi interessano, non ho tempo per guardarli, magari quando cresceranno li incontrerò, per adesso devo tirare avanti per la mia strada.
Io cammino con il mio passo deciso, un piede davanti all’altro poi c’è un semaforo rosso, mi fermo e quando arriva il verde attraverso.
Non mi distraggo guardandomi introno, osservo il semaforo per non farmi cogliere impreparata quando diventa verde. Al semaforo ci si ferma per aspettare che arrivi il verde e non per cercare il cellulare nella borsa o sistemarsi il lacciolino dei sandali.

Io non porto sandali perché sono scomodi e intralciano il mio passo, io trio avanti per la mia strada senza incertezze perché la strada è fatta per essere camminata e non ha senso fermarsi, girarsi, distrarsi ed osservare.
Io tiro avanti senza osservare niente, quelli che stanno sempre con il naso all’insù finiscono per sbattere nei pali oppure per venirti addosso e io non sopporto che gli altri mi finiscano addosso. Le persone, se le tocchi, ti invadono con la loro umanità e ti distraggono dal quell’armonia di gambe e braccia che si muovo con una sincronia perfetta. Poi devi riprendere il passo che hai perduto e ci vuole un po’ di tempo per riprendere il ritmo.
Io mi faccio gli affari miei e tiro avanti per la mia strada.
Esco la mattina presto e cammino, cammino, cammino fino a quando sono stanca e torno a casa.

Cammino per gli affari miei, mi fermo ai semafori e giro appena la testa quando devo attraversare sulle strisce. Sulle strisce ho la precedenza e sono gli altri a doversi fermare, mi giro appena e attraverso. Una volta ho sentito un botto alle mie spalle ma io non mi sono girata a guardare. Ho solo sentito il botto e quel lieve sussulto delle spalle che mi ha colto di sorpresa, mi ha infastidita. La colpa era loro e io per colpa loro ho sussultato con le spalle.
Poi quando sono ripassata ho visto che per terra c’era un motorino e del sangue sull’asfalto.

Io non porto sandali perché sono scomodi, calzo scarpe chiuse e robuste con la suola di gomma zigrinata che fa più presa sul suolo. Ogni suolo e ogni tempo.
Oggi ho pestato la cacca di un cane, dal rumore che ho sentito doveva essere una grossa cacca maleodorante che si è insinuata sotto alla suola zigrinata della mia scarpa destra.
Ma io non mi sono fermata, io non mi fermo mai, ho tirato avanti per la mia strada e mi sono portata dietro la grossa cacca maleodorante fino quando sono tornata a casa.
Poi ho pulito le mie scarpe per domani.

Postriciclo 2°: 09/08/06

Viscontessa, 13 Settembre 2007

La donna prese il gatto e lo mise a bollire nella pentola. Non prima ovviamente di avergli spezzato il collo come aveva imparato a fare da piccola con i conigli.
Il brodo di gatto le piaceva molto ma le piaceva molto anche rosicchiare gli occini della coda della bestiola lessa. Questo il motivo per cui sceglieva solo esemplari con la coda lunga e possibilmente anche con il pelo lungo.
E poi bastava prendere gatti molto giovani, di solito li prendeva da piccoli, i giornali di annunci gratuiti erano pieni di gente che regalava gattini tenerissimi e dolcissimi e di qualcuno c’era anche la foto: una cucciolata di micetti di tutti i colori nei quali si intravedeva dietro una mano che costringeva le bestiole a girarsi verso l’obbiettivo. A dire il vero questi erano i suoi preferiti perchè chi si prendeva la briga di fotografare i propri gattini prima di regalarli, doveva amare abbastanza i gatti per aver ben alimentato e curato mamma gatta. Certo, per non destare sospetti, non poteva quasi mai prenderne più di uno per volta ed erano rare le occasioni in cui, senza destar sospetto, riusciva a portarsene a casa un paio della stessa cucciolata, ma poi bastava girare l’angolo e c’era un altro affettuoso padrone disposto a regalare un altro gattino e volendo in una sola giornata potevi portarti a casa tutti i gatti che volevi.
Le stagioni migliori era naturalmente la primavera e l’estate, i gatti, come d’altra parte quasi tutte le specie animali, figliavano più frequentemente durante la stagione calda ma anche d’inverno si trovava sempre qualcosa e poi tra l’inizio della primavera e la fine dell’estate, ci si poteva procurare abbastanza gatti per sfamarsi anche d’inverno.
All’inizio aveva cominciato con i gatti randagi, le città erano piene di gatte randage che consumate dalla fame e dall’amore, mettevano al mondo nidiate intere di gattini pulcuiosi e cisposi che finivano sotto le macchine appena mamma gatta riusciva a staccarli dalle sue mammelle per partorirne un’altra cucciolata. E qualche volta, dopo aver raccolto quei piccoli pelle ossa che miagolavano disperati non appena lei si avvicinava con un po’ di cibo, aveva ucciso anche le gatte quando ad occhio le pareva che non fossero gravide. Le pareva che porre un definitivo rimedio a quelle vite randagie fosse il minimo che poteva fare per tutto quello che le gatte facevano continuamente per lei.
Poi ad un certo punto parte del genere umano che viveva soprattutto nelle città, pareva si fosse accorto del patimento di questi animali e avevano cominciato a castrare i gatti randagi e a creare le colonie feline ovvero gruppi di vecchi gatti sterili che non servivano né a riprodursi e neanche più ad essere mangiati. I primi tempi questa nuova usanza le complicò un po’ la vita, se prima per procurarsi qualche gatto bastava farsi una girata al parco, adesso poteva camminare giornate intere senza trovare un solo gatto che facesse al caso suo. E all’inizio quando pareva che alla penuria di gattini randagi non vi fosse rimedio, si era anche adattata a qualche grosso gatto castrato raccolto senza sforzo da una di queste colonie. Poi un giorno comprò per caso una rivista di annunci gratuiti e lì, con sua grande gioia e sorpresa, si accorse che poteva avere tutti gatti che voleva.
Di solito preferiva gatti che avessero almeno un paio di mesi, quelli più piccoli il più delle volte, dovevano ancora essere svezzati cosa di cui lei non poteva occuparsi, e quelli più grandi avevano già cominciato a mangiare fetide scatolette che ne compromettevano irrimediabilmente il sapore della carne. Per questo di solito si informava prima a che punto fosse lo svezzamento dei gattini e quando i padroni premurosi la invitavano ad un’altra settimana di pazienza perchè i piccoli prendevano ancora il latte, non metteva mai premura ai padroni restando tranquillamente in attesa del momento giusto.
I suoi gatti, infatti, erano i gatti più belli e più sani che si fossero mai potuti trovare in giro, non appena si staccavano dalla mammella materna, entravano a far parte della sua “gatteria”, come la chiamava lei, e da quel giorno e per circa un anno sarebbero stati nutriti con i migliori alimenti che un gatto potesse desiderare. La sua etica, infatti, le impediva rigorosamente di uccidere un gatto prima del compimento del suo primo anno di età, l’infanzia era una cosa sacra per la quale bisognava avere un rispetto profondo qualsiasi fosse la specie ed era suo preciso dovere fare in modo che i suoi gatti vivessero la propria nel miglior modo possibile.
Poi raggiunto l’anno di età quando le loro carni erano ancora tenere e la loro vita era stata la miglior vita che un gatto potesse desiderare, li ammazzava con un colpo secco alla nuca che non permetteva alle bestiole di soffrire e probabilmente neanche di rendersi bene conto di cosa gli stava capitando.
I gatti morti venivano scuoiati in un’apposita stanza dove le pellicce, fatte essiccare, servivano poi per confezionare coperte, cuscini, colli e persino oggetti più stravaganti come borsette o cappellini la cui successiva vendita le consentiva di poter contare su introiti più che sufficienti per i suoi bisogni, i gatti scuoiati invece finivano nella pentola d’acqua con gli odori, oppure nel congelatore per gli inverni più difficili.
Ciò che guadagnava dalla vendite tramite internet dei suoi articoli in “lapin” (chissà perchè la gente avesse tanto a cuore i gatti e così scarsa considerazione per i conigli) e non era necessario per il suo sostentamento, finiva tutto in beneficenza.

Adesso mentre nella casa cominciava a spandersi quel delizioso profumino di gatto lesso, la donna si rigirava tra le mani quell’invito non sapendo bene come regolarsi. L’associazione degli Amici del Gatto, in occasione di una serata speciale, voleva conferirle il premio quale più generosa sostenitrice della loro associazione e lei che i gatti vivi li toccava solo quando non poteva farne a meno e con le dovute precauzioni, non sapeva come fare ad accettare un invito che le sarebbe potuto costare la vita.

Sull’invito era chiaramente indicata la presenza dei loro “amici”gatti in occasione della serata ma era escluso lei si potesse presentare con la tuta che le consentiva di toccare un gatto vivo senza rischiare un shock anafilattico per l’allergia al loro pelo “vivo” ed era anche escluso che le massicce dosi di cortisone a cui faceva ricorso quando doveva andare a procurasi un gatto, sarebbero state sufficienti a consentirle una serata intera in compagnia di quelle bestie.

Tanto, sul calendario, un cerchietto rosso le suggeriva che altri quattro gatti avrebbero raggiunto l’anno di età entro la settimana prossima…….

Postriciclo 1°: 8/09/05

Viscontessa, 7 Settembre 2007

Ho pensato che descrivere la giornata già trascorsa è terribilmente faticoso. Oggi per esempio sono inciampata nel gradino delle scale e ho pensato che mi sarebbe piaciuto dedicare a quel gradino un po’ di attenzione proprio in questo momento e non domani sera quando la bua al ginocchio mi sarà già passata.
Il ginocchio però sta valgo, ieri sono andata a fare la visita di controllo al ginocchio rotto e il dottore ha detto che va tutto bene anche se mi ha consigliato di sottopormi ad un altro intervento per togliere un po’ di ferri dalla gamba. Ed effettivamente quella vite che spunta con una protuberanza sotto al ginocchio non è affatto gradevole e in più mi crea non pochi problemi durante la depilazione. Ieri per esempio, per fare bella figura con il dottore, mi sono rasata ulteriormente la gamba ma siccome avevo fretta, sono passata troppo rapidamente con la lametta e mi sono incastrata proprio lì nella vite. Per cui ieri la mia vite aveva una piccola crosta sanguinolenta sopra e io per tutto il tempo che ho atteso la visita, mi sono chiesta cosa avrei potuto rispondere al dottore se mi avesse chiesto cosa mi ero fatta.
Pericolo scongiurato, il dottore mi ha detto “cammini” e poi ha sentenziato che la gamba è storta.
- Ma me l’avete riattaccata voi! Io l’ho sempre detto che me l’avete riattaccata storta.
Lui ha glissato e ha aggiunto che tutte le donne hanno un po’ le gambe ad X e che dovrei fare una suoletta da mettere nella scarpa.
Gli uomini certe cose non le capiscono:
- Lei va con la ricetta e la scarpa invernale in un negozio di ortopedia e si fa fare una suoletta su misura.
- La scarpa invernale? Quale scarpa invernale?
- Si , le scarpe che usa in inverno, tanto in inverno quante scarpe potrà mai portare, due paia?

Ho buttato la ricetta e mi sono messa in lista per un intervento di protesi al ginocchio, prospettiva molto concreta se non raddrizzo la gamba.
Poi ieri sera c’è stata la Rificolana, festa pagana in attesa della Madonna e caratterizzata dalle rificolone ovvero piccole lanterne da portare appese ad un lungo bastone e costruite con la carta e una piccola fiammella al suo interno.

Ora le rificolone le compri già fatte e sono a forma di pesce, di drago, di astronave, di coniglio o di sole ma un tempo le rificolone si costruivano in casa e così io e mia figlia, ieri pomeriggio, abbiamo costruito due rificolone.
La mia si chiamava “speranza” ed era un grosso sole in cartoncino giallo con raggi in carta crespa e tripudio di palloncini al centro. Le palle e il sole, realtà e futuro.
Cio’ che non avevo considerato mentre davo sfogo al mio estro artistico, è che se da un lato i bambini piccoli girano con le rificolone, dall’altra i bambini più grandi e i ragazzini si armano di cerbottane con lo stucco e tirano pestilenziali pallini su tutte le rificolone.
Ora, secondo voi, ad una quarantenne con tripudio di palloncini che gira per una piazza gremita di ragazzini armati di cerbottana cosa può succedere? E’ successo che mi hanno sparato in ogni dove e che i palloncini, poco gonfi, hanno tranquillamente resistito ad ogni attacco così, per salvare la mia rispettabilissima persona, ho cominciato a minacciare ogni bambino armato di cerbottana e poi, brandendo il lungo bastone della rificolona come avrei potuto fare con una lancia, ho cominciato a correre per la piazza fendendo la folla e urlando “Felloni! Non avrete le mie palle!”.
Poi ho mangiato del croccante.
Ona..ona..ona…. ma che bella rificolona
Più bella è la mia
Di quella della zia
La mia la c’ha i fiocchi
La tua la cha i pidocchi.
Ieri indossavo jeans corti al ginocchio, scarpette chanelline nere con tacchetto a spillo e maglietta nera.
La notizia del giorno è del TG5: incubo sui treni pieni di pulci, pidocchi e zecche. Intervistata una delle viaggiatrici del vagone invaso dalle zecche (per le pulci e pidocchi si stanno attrezzando in redazione).
La donna ha preferito mantenere l’anonimato. Forse temeva di essere citata per danni dalle zecche, mah!