prendimi così, non possiamo farne un dramma

Viscontessa, 23 marzo 2010

Ore 6. Un fastidioso rumore di sottofondo mi conduce ad un livello di coscienza leggermente superiore a quello del coma.
Ore 6.10 “ma cazzo! Ma vi pare l’ora di svuotare i pozzi neri?” la voce di mio marito che dalla finestra del bagno si rivolge agli svuotatori di fogne alle prese con i pozzetti dei vicini, mi risveglia completamente dal coma e mi metto a ballare il tip tap sulle sue palle per la gioa.
Ore 6.11 “e loro?” mi informo sulla risposta sicuramente garbata dei vuotatori di fogne che alle sei della mattina sono già molto più nella merda di quanto potremmo esserlo noi nel corso di tutta la giornata.
Ore 6.12 “si” e si sono rimessi a rimestare nella merda del vicino.
Ore 6.20 cerco il cane dentro al letto e lo rimetto sul cuscino così posso accarezzarlo. Mi dico che sono una gran figa perché la maggior parte della gente passa l’infanzia a dormire con un cucciolo di peluches, poi lo butta via e comincia a crescere. Io invece i peluches non li ho mai sopportati e da grande mi sono presa un cane vero da portare a letto. Sarà l’unico momento della giornata nella quale mi sentirò una gran fica.
Ore 6.30 Sogno che Luca Sofri si dimentica di portarsi via il topo che poco prima avevo visto nella gabbietta a prendere il sole a pancia all’aria. E avrei giurato che persino rideva ma non vorrei esagerare. Mi sveglio in preda alla convulsioni ma tengo a mente per lungo l’espressione felice del topo.
Ore 7.00 Non sono riuscita a riaddormentarmi. Questa tenda non va. Lascia filtrare la luce e non mi ripara dal muro bianco. Lascio il cane dentro al letto e mi alzo. Il caffè è finito. Mi metto a guardare i cartoni animati in tv.
Ore 8.30 telefona mia mamma, parliamo di tendine e malattie. Comincio piano piano ad assomigliare a lei. Non so che giorno sia il 26 né cosa farò oggi ma sicuramente ho qualcosa da fare.
Ore 8.45. Rifaccio i letti mentre parlo al telefono con mia madre e alla fine le confesso la mia frustrazioni per la tenda di camera che non copre.
Ore 8.50 Le dico preparati che passo a prenderti e lei mi dice si che ci mette un attimo. Penso allo zerbino che ho comprato ieri. C’è scritto “worning! desperate house wife”. Mio marito ci è passato sopra due volte senza neanche accorgersene. Mia figlia ha chiesto “che vuol dire?” sono otto anni, dico otto anni, che studia inglese.
Ore 9.00 Ho rifatto i letti, areato le camere, ammirato la mia lavatrice nuova, innaffiato le mie piante, spostato qualche cornice con le foto, parlato con i pappagalli, fatto uscire e entrare i gatti almeno dieci volte e mi sono anche lavata e vestita.
Ore 9.01 telefona mia mamma. Non può venire perché le fa male il piede e non se la sente di farsi in su e in giù tutto il centro commerciale in cerca delle tendine.
Ore 9.05 mi telefona un’amica che non sento da almeno tre mesi. Mi dice mi son licenziata e io le dico anche io. Mi dice che in fondo ci meritiamo un po’ di riposo e io le dico che non sono tanto sicura. Mi dice ci vediamo, le dico ci vediamo. Mi dice vengo venerdì mattina da te e ti porto le paste più buone che tu abbia mai mangiato. Ti porto anche il giornale? Mi dico che è danese. Beata lei.
Ore 9.15 Metto il guinzaglio al cane ed esco. Mi fermo sulla soglia e non so da che parte andare. Il cane nell’attesa piscia sull’angolo di casa e di striscio anche sulle mie scarpe. Mi dirigo verso la macchina, vado subito al centro commerciale e poi vado a fare la spesa e dopo pranzo vado in banca e poi alle poste. Passa una carrozzella trainata da un cavallo. Cazzo, oggi è martedì e c’è il mercato. Cazzo, adesso non so proprio cosa fare. Cazzo, ritelefona mia mamma e mi dice che le hanno telefonato per dirle che il cuscino che avevo ordinato è pronto.
Ore 9.20 Faccio scendere il cane dalla macchina, riprendo la borsa e chiudo l’auto.
Ore 9.21 Mi avvio in direzione opposta trainandomi il cane che sta cercando di cagare e che mi guarda come per supplicarmi di decidere cosa dobbiamo fare che altrimenti non sa mai quando è il momento buono per cagare. Lui ha i suoi punti di riferimento e secondo la direzione che prendiamo, caga sempre nello stesso posto. Però bisogna essere precisi perché traccheggi un pochino sulla porta perché non hai deciso la direzione, a quello gli si sballa tutto l’intestino ed è capace che per sicurezza torna a cagare a casa sul tappeto dello studio.
Ore 9.25 Mi sento leggera come una farfalla. Ho deciso che vado a piedi in banca così passo anche a ritirare il cuscino e faccio fare al cane una passeggiata abbastanza lunga. Magari prima faccio una piccola deviazione verso quel bar che ho scoperto ieri e che fa delle sfoglio con miele e pinoli che sono la fine del mondo. Se mi fermo a fare colazione, poi vado a ritirare il cuscino e poi vado in banca, dovrei fare abbondantemente in tempo anche a tornare a casa, lasciare il cane e andare a fare la spesa….. o andare al mercato? Ci penserò poi.
Ore 10.00 Tutto come previsto, ho ritirato il cuscino, il cane ha cagato e in banca c’era un po’ di fila ma ho lasciato tutto al cassiere e così ho fatto presto. Dieci minuti a passo svelto e siamo a casa.
Ore 10.01 Se però vado di qua, passo anche di fronte all’ufficio postale così mando via queste raccomandate e mi levo anche questa.
Ore 10.15 Cazzo però, l’ufficio postale me lo ricordavo più vicino sarà che ci sono stata in motorino. Certo che per tornare a casa adesso mi ci vuole un sacco di tempo. E poi chissà quanta gente ci sarà.
Ore 10.25 Lo vedo da lontano e mi impongo il training autogeno. L’importante è non guardare le vetrine e tirare dritto. Quante vetrine saranno mai? Se ricordo bene sono almeno sette o otto e ciascuna mostra tappezzerie diverse secondo lo stile. Passo la prima, la seconda, la terza.
Ore 10.30 Tanto devo fare solo una domanda e poi non mi serve niente.
Ore 11.30 Se all’ufficio postale non c’è tanta gente e cammino a passo svelto, forse faccio ancora in tempo ad andare al mercato. O a fare la spesa. Magari al supermercato e poi nel pomeriggio vado dall’ortolano e al centro commerciale. Il cane alza gli occhi al cielo.
Ore 11.45 C’era solo una persona davanti a me. Finalmente tocca a me. Ho il cane al guinzaglio, la borsa, il sacco con il cuscino, la borsetta porta documenti, le raccomandate in mano insieme ai soldi e al numerino. Squilla il cellulare. Non so in che tasca l’ho messo.
Ore 11.46 Il cellulare viene rinvenuto in una tasca interna della giacca che non ricordavo neanche di avere ma della quale, evidentemente a livello inconscio, conoscevo perfettamente l’ubicazione. Mi torna il mente il topo e mi compare un cerchio alla testa. Soprattutto perché il nome che appare sul display del cellulare mi mette di pessimo umore: è la mia ex padrona di casa praticamente un herpes, periodicamente ributta.
Ore 11.50 Esco dall’ufficio postale e valuto che per tornare a casa a piedi mi ci vorranno almeno venti minuti. E poi la mia ex padrona di casa il cui nome è rimasto sul registro delle telefonate perse, mi ha messo di pessimo umore e allora al mercato non ci vado e non vado da nessuna parte, anzi torno a casa di corsa e mi rinchiudo lì ad odiarla. Contenta?
Ore 12.30 Vado a piedi, mi ci vorranno dieci minuti e poi al mercato non si trova parcheggio.
Ore 12.35 Torno indietro perché sono stanca di camminare e allora prendo il motorino.
Ore 12.40 Sono al mercato e faccio ancora in tempo a vedere se trovo le tende. Comincio a camminare tra le fila dei banchini e il caldo diventa insopportabile. Mi allento la sciarpa, mi slaccio il giubbotto, mi cade la sciarpa, raccolgo la sciarpa, mi cade la borsa, raccolgo la borsa, sudo come d’agosto.
Ore 13.00 Trovo le tendine che cercavo anche se non sono proprio così ma sono molto simili a quelle altre che ho comprato che non erano proprio come le volevo e erano abbastanza uguali a come le volevo se non fosse stato che mancava mezzo metro di tenda. Mi faccio comunque tutto il mercato e torno a casa giusto in tempo per ricordarmi che mia figlia torna a pranzo con un’amica e io non ho fatto la spesa. Passo in rassegna qualsiasi soluzione alternativa ma non ce ne sono.
Ore 13.15 Entro nel forno un attimo prima che tiri giù il bandone e compro pizza per tutti. Questo però fa tanto mamma yeah e non casalinga disperata vero?
Ore 13.20 Torno a casa, prendo lo scaleo, e mi arrampico sul tendone della tenda per fare delle prove.
Ore 13.21 Mi telefona un’amica per confermarmi l’invito per sabato e mi racconta dell’ultimo cucciolo bruttissimo che è nato nell’ultima cucciolata. Mi dice che è dolcissimo e che non può venderlo ma che non può neanche tenerlo. Le dico “sabato porta anche lui” e poi mi mangio le mani anche solo per essermi fatta venire in mente una certa idea.
Ore 13.25 Mi dice che è tanto tempo che non ci vediamo per la sua contabilità e io le dico “tranquilla è tutto sotto controllo”. Mi dice “se lo dici tu”. Mi dico che devo smetterla di rinviare di settimana in settimana. Poi torno alle tende. Però fa tanto donna lavoratrice e non casalinga disperata.
Ore 14.00 mi telefona mia mamma e mi dice che mia sorella è ancora in ospedale per un controllo e che ci avrebbe chiesto se possiamo andare noi a prendere sua figlia a scuola e poi dal pediatra.
Porca puttana! Oggi pomeriggio dovevo fare la spesa!
Mia mamma non dice niente. Aspetta. Poi mi fa, ma cosa hai fatto poi stamattina? Va bene mi organizzo.
Ore 14.20 mi ritelefona mia mamma per il solito contrordine. Mia sorella ha ritelefonato che allora fa in tempo a fare tutto.
Ore 14.30 Mi arriva la mail di un settimanale femminile per chiedermi se in giornata posso rilasciare una piccola intervista sui blog al femminile. Rispondo di si e mi pare che le quattro siano una buona ora. Alle quattro e mezzo sono fuori alle sei e mezzo ho finito di fare la spesa alle sette ho già sistemato tutto e faccio anche in tempo a riguardare quella cosa che dovevo correggere. Mi sento tanto donna impegnata e non casalinga disperata.
Ho iniziato a scrivere questo post alle quattro e venti perché mi pareva che fosse ancora presto per uscire. Finisco ora e sono già in ritardo un’altra volta.
Magari vado solo al supermercato e, dall’ortolano vado domani che tanto devo anche andare al centro commerciale e devo attaccare le tende che sono tutte buttate sul letto e poi c’era quella cosa lì e quell’altra là. Autoindulgo.

quest’anno invece del presepe faccio il rave party

Viscontessa, 10 dicembre 2009

Se fossi in cinta non lo scriverei. Non sono in cinta ma c’era un’altra cosa che non mi andava di scrivere e non riuscivo a capire perché. Poi ho pensato che non lo avrei fatto perché era troppo intimo e mi sono chiesta: intimo come cosa? E mi è venuta in mente quella cosa di essere in cinta. Sarà perché tra qualche giorno è il compleanno di mia figlia.
Entro breve comunque potrei cominciare a sognare catartico. Sempre lo stesso argomento e ogni volta che speri che sia l’ultima. Ma quando è l’ultima davvero allora lo sai e sai che quello è il sogno catartico.
L’ultimo sogno catartico mi è venuto in mente l’altro giorno mentre provavo le tecniche per l’autoipnosi. Dovevo scendere e salire le scale o pensare ad un sogno e mi è venuto in mente l’ultimo sogno catartico. Però non mi sono autoipnotizzata manco per niente, forse, mi son detta perché non sapevo decidermi tra la scala e il sogno.
Così il giorno dopo mi sono concentrata sulla scala della mi futura casa e mi sono autoipnotizzata con una planimetria.
Quello che mi preoccupa è quando i sogni catartici rischiano di accavallarsi. Non sai mai come vanno le cose e quando comincerai a digerirle. Quando è morto il mio primo cane ha dovuto aspettare diversi mesi per essere sognato perché ancora non avevo fatto il sogno catartico precedente e ad un certo punto, nel giro di pochi mesi, c’avevo i sogni affollati di animali che poco prima avevano affollato il mio letto. C’avevo da digerire un lavoro ed è morto il cane, e poi, pochi mesi dopo, anche i miei due vecchi gatti. Morti tutti insieme e vissuti tutti insieme.
Quando ero piccola volevo sposare uno scienziato avere due figli, un maschio e una femmina, e avere un cane e un gatto. Sono partita dal fondo e il resto ho lasciato fare.
Ho preso un cane e un gatto che sono cresciuti insieme e sono morti insieme.
In fondo i cani e i gatti durano poco e questo bisognerebbe dirlo per convincere la gente ad adottare un animale abbandonato. Un pappagallo è complicato, vive tantissimo e ti tocca lasciarlo in eredità, ma un cane, per dire, vive al massimo quindici anni che con la sua durata non ci finisci neanche di pagare il mutuo della casa. Il cane, per dire, ti costa meno, ti dura meno e non devi frazionarlo in millesimi per sapere quanto ti costerà rifargli il lastrico solare.
L’ultima grande vecchia della prima formazione animale della famiglia, è la Birba che adesso ha 15 anni e non riesce più reggersi sulle zampe posteriori. La porto fuori ogni giorno ma lei fatica a camminare mentre quello scemo di cane cinese nudo, tira come un disperato e le passeggiate diventano un supplizio. Tra un po’ è anche il loro compleanno perché il cinese nudo è nato lo stesso giorno di mia figlia e anche di mio padre e la Birba è convenzionalmente nata il 20 che poi sarebbe anche la data di nascita di mia nipote che anche la data nella quale è morta mia nonna. Ci manca solo Gesù Bambino il 25 e poi abbiamo fatto il presepe.
Io nel presepe vorrei fare il gommaio. Un presepe più moderno, più all’avanguardia, con pappagalli al posto di galline e i re magi che arrivano sul motorino e portano coca, pasticche e fumo per i ragazzi del rave. Perché questa cosa del bambino che nasce in una grotta da una che è rimasta in cinta vergine con tutti che vanno a trovarla seguendo una stella cometa, a me mi pare una roba da “rave party”, ma di quei rave party tosti dove se dicono che quello di colore laggiù c’ha la “mirra” tu pensi che dev’essere una droga da sballo che come minimo ti fa vedere gli angeli che volano. Queste cose succedono continuamente ma tutti a parlare della nascita del Salvatore e nessuno che si ricordi della “roba” di Salvatore.
Sogno catartico numero due pronto sulla rampa di lancio del 2010. Appena ho finito di sognare la casa che devo lasciare e quella nuova dove mi devo trasferire, c’ho pronto il cane e poi forse anche il lavoro e poi chissà. Per adesso c’è da affrontare un trasloco e mi domando come mettere a proprio agio umani e animali.

p.s Meno male che almeno nel nostro Paese va tutto bene: lo ha detto la Cesara al TG5 di stasera dalla quale ho saputo che abbiamo sconfitto la mafia, che gli italiani sono impazzati per tutta la penisola nel corso di questo lungo ponte pre natalizio e che a Natale spenderemo più dell’anno scorso. E poi ho saputo che le vendite dello spumante italiano battono di gran lunga quelle dello champagne e queste son belle notizie perchè l’altro giorno ho comprato un due paia di calzini da un vucumprà e c’era scritto sopra made in italy. Son soddisfazioni

Il tacchino vince sulla RU486

Viscontessa, 27 novembre 2009

Sono sempre in ritardo, volevo scrivere una cosa sulla giornata contro la violenza sulle donne ma sono caduta vittima di questa violenza e non ho fatto in tempo.
E poi mi pareva che l’ennesima sospensione della RU486 fosse l’espressione massima di quanto, questo Paese, sia sensibile a problemi che non dovrebbero essere solo femminili ma lo sono e di che considerazione goda, di conseguenza, questa giornata nell’opinione pubblica.
Obama è un grand uomo, un bel pezzo di ragazzo che qualsiasi studentessa del college avrebbe voluto sposare. E’ proprio così. Per il Giorno del Ringraziamento la famiglia Obama non mangerà il tacchino e Barack lo dice davanti alla Casa Bianca mentre, con un sorriso dei suoi, accarezza un tacchino vivo. Se poi lo vedi solo accarezzare il tacchino senza volume, pensi che la devi assolutamente smettere di farti le canne e cambi canale, ma questo è un altro discorso.
Pagliacciate per pagliacciate, meglio Obama che accarezza la testa di un tacchino che Berlusconi che accarezza il fondo schiena di una ragazza. E questa la dice lunga su tante cose, su tante di quelle cose che stanno succedendo negli ultimi tempi, da non trovare mai un attimo a soffermarsi sul resto. Il resto per esempio, è la totale indifferenza nella quale trascorre la giornata contro la violenza sulle donne. Certo aspettarsi di vedere inquadrato Berlusconi mentre accarezza una confezione di RU486, è fantascienza, ma metti che in una giornata come oggi rivolge un saluto alle donne, si schiera contro la violenza sulle donne, o anche solo si ricorda che oltre alle donne c’è di più. Marrazzo docet.
Tanto tra donne si parla di violenza sulle donne dimostrando quanti passi indietro abbiamo fatto negli ultimi anni. Pensavamo di dover discutere di pari diritti sul lavoro e invece ci ritroviamo qui a parlare di come salvarsi il culo dagli stupratori. Se ne parla nei siti femminili, nelle riviste femminili, nelle trasmissioni televisive femminili, ma agli uomini, allora chi glielo dice? Perché spettegolare nei vari salottini femminili è proprio quel genere di mentalità che va combattuta. Ce lo diciamo tra noi quanto siano cattivi certi uomini. E siamo tutte d’accordo: certi uomini andrebbero castrati, rinchiusi, ammazzati, evirati e magari anche un po’ torturati, ma non possiamo farlo in contrapposizione agli uomini, e soprattutto in maniera sottomessa senza invadere i loro spazi di discussione, di confronto, di convivialità.
E poi lo sapete come fanno gli uomini. Voi siete indignate per tutto quello che avete visto, letto e sentito in giro, e lui fa si con la testa ma sta pensando che quando vi vede così incazzate, vi scoperebbe sul tavolo di cucina e gli si confondo ancor più le idee, e non sa più se può dirvi che con quella minigonna lo attizzate e così sta zitto, si tiene dentro questo ennesimo interrogativo che alla fine diventerà come un tarlo che lo rode fino a quando scapperà con la badante ucraina del nonno, che ha dieci anni meno di voi e porta solo minigonne perché “piacciono tanto a mio Cicci”. Ora il dottor Pier Ugo Mariotti Pantacaldi si fa fa chiamare Cicci.
E invece Ciccio, come lo chiamate voi quando non era ancora dottore, deve sapere che questo fenomeno non riguarda solo quelle figure riprese di spalle e con la parrucca in testa che con voce metallica raccontano storie terribili, ma riguarda anche lui o quel suo amico che le donne, sotto, sotto, son tutte maiale. E riguarda tutti i finti obbiettori di coscienza, riguarda tutti coloro che non ci vedono niente di male, anzi condividono, l’autostentazione grottesca della virilità del Presidente del Consiglio. Riguarda quelli che le donne “le amano” in senso talmente ampio che non c’è alcun dubbio su quale sia l’unica caratteristica che le accomuna tutte. E riguarda quelli che istintivamente, di fronte ad una coppia, interloquiscono solo con lui o quelli che istintivamente riconosco più autorevolezza ad uomo piuttosto che ad una donna. Non riguarda il vostro desiderio per noi ma la vostra incapacità di comprendere quando non è il caso di assecondarlo.
Dobbiamo cercare di fargli capire che non frega niente a nessuno che lui lavi i piatti e faccia la spesa, ma ci frega di essere libere anche noi, di fare altrettanto. Lo so che è più o meno la stessa cosa ma implica due modi di pensare molto diversi. Non dobbiamo combattere gli uomini ma dobbiamo affermare noi stesse.
La violenza nella quale sono caduta oggi non la ricordo, ma sicuramente qualcuno ha fatto qualcosa di innocuo, di assolutamente irrilevante ed insignificante e della quale forse non mi sono neanche accorta, ma sicuramente l’ha fatta. E non è quel gesto o quel pensiero innocuo ad essere violento ma il clima che se respira quando si parla di certi argomenti.

Merda d’artista

Viscontessa, 23 novembre 2009

Non ho voglia di leggere, ho comprato il libro della Tobagi sulla vita di suo padre e avevo anche iniziato a leggerlo ma poi ho visto la Tobagi dalla Dandini e mi è passata la voglia. Benedetta Tobagi non ha niente che non va, anzi, ma qualcosa in lei che mi disturba come quando a scuola non sopportavi la prima della classe solo perchè era la prima della classe ma faceva la modesta.
Non ho voglia di leggere, ho comprato Repubblica ma le notizie sono già vecchie e degli approfondimenti, gli editoriali, i dibattiti, i confronti, i punti di vista, ne ho piene le scatole, si parla sempre delle solite cose, con le stesse persone, negli stessi ambienti. L’unico punto di vista “originale” degli ultimi tempi, è quello di Topo Gigio che ci invita ad aprire le finestre di casa per combattere l’influenza.
Non ho voglia di leggere, ho acceso il computer e ho letto le notizie che avevo già letto sul giornale e avevo già visto in televisione. Fino a poco tempo fa pensavo che “il popolo di internet” fosse un’invenzione di chi internet non lo usava mai ma ultimamente mi sto convincendo sempre più che “il popolo di internet” esiste ed è sempre più simile a quello che si legge sui giornali e si vede in televisione.
Non ho voglia di scrivere, dovrei fare la lista della spesa ma non ho fame e non riesco proprio a pensare cosa comprare oggi da mangiare venerdì prossimo. La spesa settimanale è uno dei punti che ho intenzione di rivedere nel mio sistema di vita non appena avrò un attimo di tempo.
Non ho voglia di scrivere, dovrei scrivere una bella letterina all’ufficio delle imposte per scusarmi delle Poste che ci mettono due mesi a comunicare un pagamento così se ritardi a pagare una rata, è come se non ne avessi pagate tre. Ma se alle Poste invece di vendere l’ultimo best seller da supermercato fossero un po’ più celeri nel comunicare i pagamenti all’ufficio delle imposte, non sarebbe più facile?
Non ho voglia di scrivere, mi ero detta che lo avrei scritto su FriendFeed ma poi mi son detta che non avevo voglia di scrivere. E poi non ho ancora capito bene come funziona: c’è chi scrive cose tipo “ho cucinato due uova al tegamino” e sotto ci sono decine di commenti animati da veri e propri gruppi di solidarietà per i cucinatori di uova al tegamino e poi c’è chi scrive “oggi ho mangiato due uova al tegamino perché non avevo altro da mangiare” e quelli son cazzi suoi dei quali non frega niente a nessuno. A volte, leggendo su FriendFeed certe esternazioni e il successo che ottengono, mi viene in mente la merda d’artista di Piero Manzoni.
Non ho neanche voglia di guardare la televisione perché nonostante per un motivo o per l’altro se ne parli da tempo, non so ancora come si chiamasse il trans Brenda, quale fosse la sua storia di essere umano e quale fosse il suo nome vero quello con il quale almeno una volta nella vita, qualcuno gli ha voluto bene davvero, magari anche solo per poche ore.
Non ho voglia di guardare la televisione perché le cose che vedo in televisione le ho già viste su internet dove ho già letto il giornale e ho scritto un post sulle uova al tegamino.
In barattolo.
E firmate.
Brenda

Logica ferrea

Viscontessa, 18 novembre 2009

- Pronto chi parla?
- Scusi lei chi cervava.
- Eh non lo so, avete chiamato voi mio marito
- Noi chi scusi?
- Voi avete telefonato a mio marito e poi io ho richiamato quel numero e gli ho detto che ero la moglie e potevano dire a me ma quella ha detto che non può.
- Quindi non l’abbiamo chiamata noi, questo è un altro ufficio, lei deve rifare l’interno dell’operatore che l’ha cercata.
- L’ho fatto! Ma quella signorina in malafede non mi ha voluto dire niente. Se mio marito dovesse pagare un debito io che sono la moglie avrei il diritto di saperlo per cui se non me lo ha voluto dire significa che la signorina era in malafede per questo ho chiamato lei.
- Si ma come le ho già detto io non so di cosa stia parlando, chiami il numero che le hanno lasciato.
- Eh no, perchè se richiamo l’altro numero mi risonde la signorina in malafede e lei mi capisce, come si fa a parlare con una che è in malafede?
- Senta signora, io non la conosco ma so che mi sta dicendo che una mia collega che invece conoscono molto bene, è in malafede. Cosa le fa pensare che io voglia aiutarla?
- Ma per questo glielo dico, perchè se signorine in malafede telefonano così senza che nessuno ne sappia niente, lei mi capisce: uno si fa un’idea sbagliata. Ma voi che società siete? Di cosa vi occupate? Cosa fate di preciso?
- Mi dispiace signora ma io non sono tenuta a dirle un bel niente
- Lo dicevo io che dietro alla signorina in malafede c’era una presunta società in malafede! Altro che debito! Voi telefonate alla gente così a caso, figuriamoci se mio marito ha un debito che io non so! E poi se così fosse, me lo avreste detto perchè io sono la moglie.
- Logica inattaccabile signora. Mi lascia gentilmente il cognome di suo marito così posso comunicare alla mia collega in malafede che il pollo questa volta non ci è cascato?
- Il cognome di mio marito?
- Si, mi serve per far chiudere la pratica a nome di suo marito.
- Come sarebbe a dire chiudere la pratica?
- Sarebbe a dire che se suo marito non intende pagare perchè, siccome lei non sa che ha un debito lui il debito non ce l’ha, faccio chiudere insoluta la pratica di suo marito e la invio all’ufficio legale per il recupero coatto del credito.
- E che vuol dire coatto? Ma che fate voi? Chi siete?
- Non lo so signora, se vuole altre risposte deve far parlare suo marito con la signorina in malafede, e vedrà che si chiarirà ogni dubbio.
- Senta signora, parliamoci chiaro, io di queste cose qui non ci capisco niente ma se siete uno di quei servizi lì….. come si chiamano? ciat erotiche o quei numeri a pagamento che fate le schifezze per telefono, io giuro che vengo lì e vi carico di legnate che mio marito è un brav’uomo e voi dovete smetterla di approfittare di lui.
- Signora, siamo una società di recupero crediti.
- Recupero crediti? Ma allora era vero! Oddio! Vuoi vedere che quello schifoso lì si è indebitato per andare a puttane? Brutto porco, schifoso, io che non compro un paio di scarpe a mia figlia perchè non ci sono soldi e lui va a puttane?……. ma che voi prestate i soldi anche per andare a puttane? Ma che gente siete? Che razza di gente c’è al mondo? Ma io vi denuncio! Poi se la prendono con Berlusconi perchè gli piacciono le ragazze! Ma pensate per voi pervertiti che prestate i soldi per andare a puttane!……pronto?……Pronto?

tra il pettegolezzo e il gossip…

Viscontessa, 8 novembre 2009

Quando ero bambina andavo con mia madre a prendere il caffè dalle amiche.
Le amiche, di solito, erano le nostre vicine di casa che rappresentavano anche il tessuto sociale nel quale mia madre si muoveva quotidianamente. Andavano insieme a far la spesa, parcheggiavano noi figli a casa dell’una o dell’altra per andare dal dottore e si scambiavano pezzi di pane fresco la sera a cena quando apparecchiando ti accorgevi che il pane era finito e il forno ormai era chiuso. “corri dalla Carla” mi urlava mia madre “e chiedile se ha un pezzetto di pane da darci, digli che semmai ci va bene anche quello di ieri. Meglio di niente”. Il pane allora lo si comprava tutti i giorni e non era ipotizzabile sedersi a tavola senza.
Di solito queste amicizie nascevano davanti alla nostra scuola o dall’ortolano, in parrocchia o tra i banchi del mercato. Amicizie femminili che piano piano coinvolgevano tutta la famiglia e si intersecavano tra loro. Donne che rappresentavano un vero collante sociale per il quartiere come quasi sempre accade in qualsiasi contesto sociale anche se questa loro capacità viene definita solo nella sua accezione negativa: le donne sono pettegole-
Spettegolare significa giudicare in maniera più o meno esplicita le debolezze altrui, ma il più delle volte lo scambio delle informazioni che avveniva tra mia madre e le sue amiche, era soltanto il modo più efficace mantenere viva una comunità e aiutarsi l’un l’altra nei limiti delle possibilità di ciascuno.
Era normale per esempio, regalare i vestiti che non ci stavano più ai cinque fratelli Pieri che economicamente non se la passavano troppo bene, ed era normale presentarsi improvvisamente a casa dei Fabiani dopo che la piccola Marianna in lacrime aveva risposto al telefono che sua mamma non poteva rispondere perché stava litigando con il babbo e stava rompendo tutti i piatti di cucina.
Era normale essere invitati a pranzo da tutti quanti quelle rare volte che mia madre si ammalava e non poteva cucinare e alla fine era normale anche ipotizzare che tizio avesse sposato tale solo per i suoi soldi ma questo era solo qualche sporadico effetto collaterale della solidarietà femminile.
Allora il pettegolezzo non si alimentava sulla capacità di una donna di mantenersi giovane ma su quella di mantenersi un marito che le garantisse solidità economica. Quella affettiva era un valore aggiunto molto apprezzato ma non essenziale.
Si spettegolava sulla pelliccia di visone, sulle lezioni di equitazione dei figli, sulle origini della Contessa. Ma si ospitavano le riunioni della Avon per aiutare un’amica in difficoltà e si portavano in vacanze i figli delle coppie in crisi.

E adesso eccoci qui, sono le cinque di una domenica pomeriggio.
Se fossi ancora bambina mio padre sarebbe nel soggiorno a disegnare di fronte alla televisione e mia mamma sarebbe in cucina e calzerebbe un paio di scarpe invece delle solite ciabatte.
Sul tavolo di cucina è pronto il servizio da tè e mentre il fornello sul quale sta il pentolino d’acqua, aspetta di essere acceso, lei si arrampicata su una sedia per cercare il barattolo dei biscotti di Prato fatti da lei.
Se fossi ancora bambina tra qualche minuto suonerebbe il campanello e comincerebbero ad arrivare i primi amici. Mi domando chi ci sarà perché alcuni amici dei miei genitori mi interessano meno di altri e dal suo comportamento immagino che fosse così anche per mio padre. Secondo chi arriverà si sposterà in salotto e si accenderà un sigaro, altrimenti rimarrà in soggiorno a disegnare con la televisione accesa e accoglierà lì i suoi ospiti della domenica pomeriggio.
Chiunque sia la preparazione del tè sarà molto lunga perché è proprio in quel lasso di tempo che la buona educazione non vieterà alle donne di stare in cucina da sole. Preparare il tè è una faccenda da donne ed equivale ad una moderna riunione di redazione. Nessuna interferenza viene tollerata e la sua durata dipende dal tempo che ci vorrà per condividere una medesima linea editoriale da portare in pubblico.
Era lì che si prendevano le decisioni importanti, lì che avveniva lo scambio di informazioni e recriminazioni, era quello il momento nel quale le avversarie di una opposta fazione, si incontravano per la prima volta dopo le voci circolate sul loro conto.
Mentre il limone veniva tagliato con una lentezza ancor più esasperante dell’acqua che non bolliva mai, venivano snocciolati nomi, date e circostanze che piano piano si collocavano in un quadro generale. Fatti apparentemente scollegati si ricongiungevano e si attorcigliavano con verità nascoste e inconfessabili timori. Ricette segrete per la torta di ricotta si tramandavano di voce in voce per non lasciare tracce scritte, le attività della signora Rossi che nelle ultime settimane avevano destato preoccupazione, venivano catalogate come crisi d’ansia di madre troppo ambiziosa. Qualcuno avevo saputo da una lontana conoscente che il figlio era stato rimandato in greco e che questo creava nella signora Rossi un comprensibile imbarazzo.
Niente di buono invece per la signora Leda. Quello scavezzacollo di suo figlio aveva lasciato la moglie e il figlio per una ragazza straniera. Forse addirittura una di colore ma questo lo si sussurrava piano piano per non farsi sentire troppo che noi italiani non siamo mica razzisti.
Discutevano, urlavano a bassa voce, facevano gestacci e se sorprendevano noi bambini ad origliare, ci mandavano via minacciando di chiamare il babbo cosa che noi sapevamo benissimo, non avrebbero fatto per niente al mondo.

Domenica pomeriggio ore 17.30 il tè non è più quello Star acquistato al super mercato ma una tisana di tè verde acquistata tramite un sito nepalese. Se suonano alla porta di casa e non aspetti nessuno, non ti alzi neanche dal divano per chiedere chi è ma ti ricordi che devi rimettere un’etichetta con il tuo cognome sul campanello di quella campanelliera tappezzata di pecette adesive sovrapposte ad identificare gli inquilini di questo condominio dove se finisci il pane è molto più probabile che tu trovi un forno aperto fino a tardi piuttosto che un vicino di casa disposto ad aprirti la porta.
Se il figlio della signora Rossi non è stato ammesso alla scuola di Amici, ve lo racconta la televisione. Il nostro Paese è pieno di signore Rossi, vi raccontiamo la storia di una di loro che tanto è uguale uguale a quella della vostra signora Rossi. Ve la raccontiamo noi già pronta e impacchettata, vi forniamo la linea editoriale comune che abbiamo scelto per voi nella infame riunione di redazione e vi evitiamo la penosa presa di coscienza degli errori che a volte nascono da certi atteggiamenti di gruppo. Vi raccontiamo sempre l’indifferenza e la cattiveria degli altri per non farvi sentire in colpa e per l’intrattenimento il figlio della Signora Leda lo facciamo interpretare a Corona e la sua nuova fiamma a Belen Rodriguez.
Vi prepariamo la notizia, il pettegolezzo e vi forniamo gli attori, la sceneggiatura e anche il dibattito tra amiche in uno qualunque dei salotti televisivi per signora. Da protagoniste vi trasformiamo in telespettatrici della vostra vita, raccogliamo per voi i vestiti usati per una qualsiasi famiglia Pieri che non se la passi bene e che vi sarà riconoscente mostrando in tivvu la sua miseria e rinunciando alla sua dignità. E parleremo di depilazione, della ricetta segreta per la torta di ricotta e di tutto quello che se una volta aveva un sua funzione sociale ben precisa, adesso si è trasformato in gossip.
Ci stanno globalizzando le emozioni.

Sta bene

Viscontessa, 21 ottobre 2009

Il giorno che ho chiuso il gatto in lavatrice, è cominciato come un giorno qualunque.
Mi sono alzata, andando in bagno ho tolto il telo alla gabbia del pappagallo, ho acceso la macchina da caffè, ho dato il collirio al cane n.1, ho ascoltato Brachino che si “scusava” (si fa per dire) con il giudice Mesiano, ho dato la spray sulla ferita del cane n. 2, ho levato il telo dai pappagallini in giardino, ho dato da mangiare al gatto n. 1, ho dato la pomata al cane n. 1, ho cacciato il gatto n. 2 dal letto, ho rifatto il letto, ho dato la pasticca al cane n. 2, sono andata in giardino, ho aperto la lavatrice, ho tolto il bucato, ho lasciato la lavatrice aperta e poi bla bla bla fino a quando ho richiuso la lavatrice.
Poi all’ora di pranzo ho telefonato a casa e bla bla bla “hai visto la Marta?” (il gatto n. 3).
Niente. Ma lei fa così. Quando non la vedi per un paio di giorni è rimasta chiusa in un armadio. Qualcuno, comunque, deve aver fatto il giro degli armadi perché ieri sera quando “qualcuno ha visto la Marta?” qualcun altro ha risposto “negli armadi non c’è”.
Ore 17.00. Devo cambiare il pomello del cassetto di cucina. E’ ormai da una settimana che per prendere un cucchiaino bisogna aprire lo sportello delle pentole e far scorrere il cassetto da sotto. La conseguenza più immediata è stata quella di girare il caffè con il dito e brucare l’insalata direttamente dalla ciotola. Per cena patatine e polpette fritte così non si usano posate e non si deve aprire il cassetto.
Ore 17.30. Il cassetto di cucina è buttato a terra. Posate di ogni tipo compresi i coltellacci di cucina sono sparsi ovunque. La finestra di cucina è aperta ed è aperto anche il casottino in giardino. Lungo il percorso casottino-cucina, sono sparsi attrezzi di ogni genere: cacciaviti, martelli, seghetti, chiavi inglesi, seghe elettriche, piallatrici, maceti, smerigliatrici, trapani a percussioni e punte grosse come una canna di bambù (va beh, un po’ di doppi sensi).
Le luci sono tutte accese, il cane n.1 sul tavolo per la consueta dose di collirio. Il pappagallo urla perché vuole uscire dalla gabbia. Il gatto n. 2 salta il cassetto e tutte le posate e si posiziona davanti alla ciotola del cibo vuota. Il gatto n. 2 ora miagola e allora ecco che arriva il cane n.2 che preso alla sprovvista, si fa mettere lo spray sulla ferita senza neanche accorgersene.
Io ho le mani gonfie perché prima di passare al martello pneumatico ho tentato di forare il cassetto avvitando una vita con un cacciavite a mano. Quello elettrico era scarico. Come sempre d’altronde.
Ore 18.00. Grazie ad un mazzuolo ed una segretissima mossa di karate che so solo io, il pomello del cassetto è tornato a posto. I danni sono evidenti ovunque comunque sia, per consolarmi, faccio scorrere in su e in giù il cassetto per ogni posata che sto rimettendo a posto.
Ore 20.00. Per cena assaggio di bistecca (vedi posata da bistecca) assaggio di pesce (vedi posata da pesce) assaggio di assaggini (vedi posata da assaggini) e via dicendo fino al dolce “al cucchiaio”.
Frittata e insalata.
La serata si concluderà con una confezione di Togo al cioccolato fondente e l’abbiocco sul divano.

La mattina successiva, come ogni mattina nella quale il gatto n. 3 spariva, i tre componenti umani della famiglia, si scambiarono uno sguardo complice. Nessuno aveva visto il gatto n.3 e gli armadi, ognuno per parte sua, erano stati nuovamente rovistati almeno tre volte.
Ore 8.45. Il bipede di sesso maschile, era entrato di corsa in camera da letto dove il bipede vecchio di sesso femminile stava cercando di insegnare al vecchio bipede pennuto a dire “buongiorno viscontessa”.
L’uomo, in vistoso stato di agitazione, in mutande, con la schiuma da barba in volto e il rasoio impugnato a mo’ di scettro aveva detto di aver sentito miagolare un gatto. Alla donna, che ancora non si capacitava di come mai a quell’ora fosse già sveglia, più che suo marito, gli era parso di vedere una specie di Giove discinto e lì si era rassicurata all’idea che stava ancora dormendo e stava solo sognando di essere sveglia.
Comunque sia, la donna aveva suggerito all’uomo di controllare nel casottino del giardino per via di quella brutta storia del cassetto della sera precedente e poi gli aveva indicato anche il casottino delle scope e con questo si era rimessa davvero a letto e si era dimenticata del gatto n.3.
Ore 10.00. La donna stava mettendo il cappottino al cane n. 1. Per un attimo, come le accadeva ogni volta che aveva fatto indossare il cappotto al cane, le era tornato in mente, con una stretta al cuore, il cappottino da cani Barbour che aveva visto a Londra qualche mese prima. Per un inspiegabile motivo se non gli 85 euro di costo, gli altri bipedi della famiglia ne avevano ostacolato l’acquisto. La vecchia bipede aveva insistito per un po’ poi pareva che si fosse stranamente arresa tanto che padre e figlia, si erano non poco meravigliati della sua remissività.
La donna in effetti, che anni prima aveva acquistato tramite internet il Borbour che indossava adesso e che nella vetrina di un negozio della sua città aveva visto in vendita a cento euro di più, aveva finto di arrendersi non appena le era venuto in mente quell’episodio tanto che appena tornati in città, era subito andata a cercarsi on line i cappottini per cani della Borbour ma quel modello lì purtroppo non lo aveva trovato. Da allora viveva con quel rimorso .
E fu proprio quella piccola fitta al cuore a riportarle alla mente l’oscuro destino del gatto n. 3.
Ripassando mentalmente tutto ciò che era stato fatto fino ad allora per trovare il gatto, si rese conto che effettivamente era stato fatto tutto ciò che poteva essere ritenuto ragionevole fare. Era stato insomma applicato alla regola, il protocollo d’intesa tra le parti addette al ritrovamento del gatto. Il protocollo era stato preparato con cura e approvato da tutte le parti. Erano state previste le priorità, da quella di individuare con precisione chi aveva visto per l’ultima volta il gatto, a quello di ricorre, in casi disperati, all’intervento delle unità cinofile di casa costrette, in caso di assenza prolungata, a percorre gli isolati intorno alla casa alla ricerca di indizi utili per ritrovare il felino.
Il gatto – si sforzò di rammentare la donna con cani che passeggiava intorno all’isolato – era stato visto l’ultima volta la mattina precedente. Considerate le condizioni climatiche, almeno nella notte sarebbe dovuto tornare anche se il cibo per i gatti randagi del quartiere, era sempre a disposizione e un qualche anfratto sicuro, in uno qualsiasi dei giardini, era sempre possibile trovarlo.
D’altra parte erano stati ispezionati gli armadi, i cassetti, la cesta della biancheria sporca e di quella da stirare, i pensili di cucina, il ripostiglio, i luoghi chiusi del giardino e persino la cantina. Il gatto n. 3 era stato chiamato secondo le procedure previste dal protocollo: a voce, con i versi da gatto, con linguaggio voce-versi che di solito coincide ad un “psssss, pssssss, miciiiino? Dove sei? Maaaaaarta? Pssss psssss, vieni a casa micioliiiiiiiina!” e con il sistema crocchino e crocchino misto a versi.
Ore 13.30. la lavoratrice tornò dal bagno un attimo dopo che il suo cellulare aveva smesso di squillare. A farle sapere che aveva ricevuto una telefonata, fu la collega della lavoratrice che le disse: “ha chiamato tuo marito per sapere dove si trova il frigo”.
Era una vecchia battuta che circolava tra loro. Se la ridevano delle debolezze dell’altrui famiglia come quella del figlio della collega della lavoratrice che non sapeva mai come vestirsi quando pioveva o quella del marito della lavoratrice, che tutti i giorni all’ora di pranzo telefonava alla lavoratrice per sapere cosa poteva mangiare purché fosse già pronto e fosse visibile aprendo il frigorifero senza spostare niente. E’ in frigo – diceva lei al telefono indicando con precisione quali alimenti spostare per raggiungere ciò che il marito cercava – ma non è difficile, basta che sposti quel contenitore di plastica con il tappo azzurro e vedrai che il formaggio è lì dietro.
E lui – ma ce ne sono due con il tappo azzurro, quale devo spostare con precisione?
E lei – ce ne sono due? Cazzo non me lo ricordavo e adesso come faccio ad indicarti con precisione quale spostare? Non vorrei che tu sbagliassi!
E lui – ma perché se sbaglio che succede?
E lei – non lo so, ma visto che volevi sapere quale dei due dovevi spostare pensavo che fosse una cosa importante!
Stronza!.
La lavoratrice pigiò il tasto richiama, fece un bel sospiro e si lasciò cadere sulla sedia mentre con la mano destra apriva il solitario di carte sul computer.
L’avevi poi trovata la Marta?
Fa il bipede maschile che evidentemente doveva aver trovato il gatto ma voleva farla cadere un po’ dall’alto e un po’ voleva far sentire in colpa la donna che non gli aveva creduto quando quella mattina gli aveva detto di aver sentito miagolare il gatto vicino vicino.
Dov’era?
In giardino, non immaginerai mai dove
Beh in giardino ci sono solo il casottino di legno e il ripostiglio delle scope
No, in giardino c’è anche la lavatrice.

Dico

Viscontessa, 17 ottobre 2009

Dice a che ora torni?
dico alle otto
dice andiamo a cena fuori?
Dico si
………
Dico ciao
dice ciao
dico allora andiamo a cena fuori?
Dice si
dico hai portato fuori i cani?
Dice no
dico hai messo dentro il pappagallo?
Dice no
dico hai coperto i pappagallini?
Dice no
Dico hai dato il collirio a Ghandi?
Dice no
Dico e la pomata?
Dice no
Dico e hai dato le pasticche a Birba?
Dice no
Dico e lo spry sulla ferita?
Dice no
Dico ma almeno gli hai dato da mangiare?
Dice no
Dico faccio due spaghetti?
Dice si

Toc toc

Viscontessa, 16 ottobre 2009

Toc, toc, ehi ci sei? Sto battendo sul monitor come si faceva una volta sulle vecchie televisioni.
La figura in bianco e nero si avvicinava sempre alla telecamera e con aria confidenziale cercava di attirare la tua attenzione fingendo di bussare sullo schermo.
Una volta, quando ero piccola, avevo scoperto il “diamante” quell’attrezzo che si usa per tagliare il vetro e che mio padre usava per tagliare il vetro delle cornici per i suoi quadri.
Qualche volta lo faceva usare anche me, si metteva una squadra di metallo e via con il “diamante” come si farebbe con il trincetto. Ho sempre sognato di usare il diamante per tagliare il monitor del vecchio televisore. Immaginavo che i personaggi si sarebbero liquefatti e sarebbero colati giù dal taglio nel vetro, come sangue da una ferita aperta.
Toc, toc, ah ecco ci sei, dunque, volevo dirti un paio di cose.
La prima è che sono piena di contenuti perché quello che conta sono contenuti e i contenuti vanno ritrovati o preferiti anche perché, con tutti i mezzi che abbiamo a disposizione per mostrare i nostri contenuti, sarebbe davvero un peccato esserne privi. Pensa che disgrazia se tu avessi il telefono, il cellulare e internet e non avessi niente da dire a tutti i milioni di contatti che hai memorizzato ovunque.
La seconda riguarda il mio contenuto perché io contengo la verità anche se la maggior parte della gente questa cosa non la sa. A volte capita che qualcuno poi delle cose se ne accorga. Funziona così, te fai parte di quelli che di solito non fanno un cazzo. Non perché tu non faccia davvero un cazzo, anzi, fai tantissime cose ma non potendo identificarti con precisione in niente di ciò che fai, pare che tu non faccia un cazzo. Così nel tuo non far un cazzo ti tocca vivere, ti tocca fare tutte quelle cose necessarie per vivere come lavorare, muoverti nel traffico, andare in banca, fare la spesa…. insomma tutte quelle stronzate che fanno tutti o almeno quasi tutti perché ci sono alcuni, quelli che di solito decidono come devi lavorare, come devi spostarti, come devi indebitarti o cosa devi comprare, che queste cose non le fanno mai e non le hanno mai fatte. Qualcun altro le fa per loro.
Che poi sono un po’ come quelli che non hanno provato attrazione per persone dello stesso sesso ma vogliono decidere come tu devi gestirti la tua sessualità o quegli altri che ti parlano di figli e di famiglia ma non hanno mai avuto figli e tanto meno una famiglia.
Tu che invece non fai un cazzo ma che soprattutto non conti un cazzo, hai una famiglia, hai dei figli, hai una sessualità normale che non ti costringe ad odiare quella altrui, hai le bollette da pagare e tutto il resto così le cose le devi per forza capire al volo; entri al supermercato e nello scaffale dove c’è sempre stato la testina di ricambio per il tuo spazzolino da denti, adesso c’è la nuova versione del tuo spazzolino da denti che sembra identico al tuo ma che in più si chiama “turbo falsh” e ha le setole della testina intercambiabile di colore azzurro con un meccanismo ad incastro che non si vede, ma che sicuramente diverso da quello del tuo spazzolino.
Tu brutto stronzo che hai comprato quel fottuto spazzolino da denti perché un ricercatore della Biancodent ti ha sfidato per mesi a trovarne uno migliore – soddisfatti o rimborsati – sapevi benissimo che quello migliore lo avrebbe inventato proprio la Biancodent qualche mese dopo eppure lo hai comprato lo stesso come lo stesso ti sei fatto insultare o ti sei fatta toccare il culo dal capo perché il mobbing, lo stalking o la social card sono come l’ambulanza sotto ad una rupe grazie alla quale puoi buttarti senza paura. Non bisogna avere paura, bisogna essere ottimisti, bisogna avere coraggio, bisogna avere fiducia nelle nostre capacità, nelle nostre forze, nel volo. Tu buttati senza paracadute perché i soldi per i paracadute non li abbiamo, ma non preoccuparti, noi siamo qui con l’ambulanza per recuperare quel che resta di te.
Tu brutto stronzo, le cose le capisci al volo ma fai finta di niente, aumenti i tuoi contenuti, sei pieno di contenuti amari che non sgorgheranno dal taglio dello schermo televisivo.
Toc, toc, mi chiedevo, ma si potrà davvero tagliare la tivvu con un diamante?

I problemi seri degli italiani

Viscontessa, 12 ottobre 2009

Li avevo messi tutti vicini. Una vecchia coppia di calzini insieme ormai da anni, era accanto ad un single di ritorno, un tipo strano, un calzino già diverso dal suo compagno quando li ho comprati e che poi, in seguito ad una sfortunata lavatrice, è rimasto solo. Da allora si accoppia con quel che trova in lavatrice.
Nei piani più alti avevo sistemato le mutande. Mutande di tutti i generi, giovani perizomi in cotone e pratiche coulotte in microfibra, mutande di tutti i colori e di tutte le razze capitate lì da ogni lavatrice della giornata.
L’altro stendino lo avevo riservato per capi istituzionali più importanti come le alte cariche del cassetto delle camice e una folta rappresentanza delle esponenti delle camicette che sventolavano a ritmo le loro maniche. Con il colletto rigido tenuto ben saldo dalle mollette da bucato, avevano per compagnia gli asciugamani che come colore, avevano potuto godere della medesima lavatrice. Tenui spugne losangate che appesantite dall’acqua si lasciavano cadere a piombo sui fili dello stendino, come soldatini che colpiti nella notte, cadano con onere e senso del dovere.
Il terzo stendino era quello dei pezzi grossi. Quello degli arricchiti, dei furbetti, degli immobiliaristi che prima si chiamavano palazzinari e degli imprenditori che prima si chiamavano corrotti, la fuffa insomma, l’ego spropositato e tanto spazio per nulla. Leggiadre lenzuola a far da corte da un copriletto vanaglorioso, l’ingombro del nulla trapuntato a losanghe e un vecchio e robusto tappeto che nonostante il tempo, non si rovina mai ma soprattutto non si asciuga mai. Quel fottuto tappeto era steso da una settimana e ce l’avevo quasi fatta…..
Infine i piani alti, l’attico con vista giardino riparato dalle foglie del diospero: i fili tirati tra due tronchi, il paradiso del bucato steso, il sogno di ogni fottutissimo straccio infilato in lavatrice.
Lì, a dondolarsi nel soleggiato pomeriggio di domenica, avevo steso i pantaloni. Quattro paia di pantaloni tra i quali gli illustrissimi jeans, indumento senza il quale, è impensabile affrontare una settimana lavorativa e scolastica.
Era tutto lì. Tutto il mio piccolo mondo antico fatto di amorevoli cure e imbarazzanti vezzi come quello di scegliere ogni molletta per ogni capo, se ne stava beato in giardino e riposava dopo la fatica delle centrifuga e prima del calore del ferro da stiro.
Sventolava allegro in una domenica pomeriggio di metà ottobre, mentre il cinguettino degli uccellini accompagnava il loro riposo fino all’ora del tramonto.
Poi sono andata in giardino e mi sono accorta che era quasi tutto asciutto.
Di solito la sera metto gli stendini sotto alle tende per ripararsi, di solito li riporto verso casa perché l’umido della notte non li disturbi, qualche volta, nelle sere nelle quali sono più apprensiva del solito, li porto dentro con me e non nego, talvolta, di portarli proprio in camera da letto così quando la notte mi alzo per andare in bagno, inciampo nello stendino che va a finire sulla gabbia del pappagallo che comincia ad urlare solo un attimo prima che il cane si metta ad ululare svegliando mia figlia che dopo aver acceso tutte le luci di casa piomba in camera nostra chiedendo al gatto che per lo spavento si è attaccato sulla testa di mio marito, “cosa è successo?”.
Sto divagando perché non ho il coraggio di andare avanti, certi ricordi fanno male, male davvero e non è facile parlarne.
Comunque sia ieri sera non ho fatto niente di ciò che faccio di solito. Ho delicatamente tastato, mutande e camice, calzini e tappeti, pantaloni e lenzuola, e poi ho deciso di lasciare tutto così come stava. Per una volta mi ero voluta fidare, i panni erano quasi asciutti, stavano bene e parevano così felici di passare la loro prima notte fuori, che non avevo avuto il coraggio di spostare niente.
Ho gettato un ultimo sguardo al carico di lavatrice che dovevo ancora stendere e sono andata a letto.
“domani” mi son detta prima di addormentarmi “quando torno dall’ufficio tolgo il bucato steso che sarà asciutto al punto giusto e stendo quegli accidenti di copri divano che mi domando che stracazzo li ho lavati a fare visto che avevo già lavato il copriletto”.
Purtroppo le cose non sono andate così.
Non ricordo per quale motivo ieri sera ho deciso di mettere la sveglia alle sette e mezzo.
Stamattina, quando è suonata la sveglia, ho tentato a lungo di ricordare il perché poi, in preda ad un attacco di autolesionismo da lunedì, mi sono alzata e quasi subito ho avuto la sensazione che qualcosa non andasse.
Dalla strada proveniva un rumore strano, quasi ovattato come se la strada fosse bagnata. Anche la luce mi pareva strana ma prima di lasciarmi andare alla più insopportabile delle verità, ho preso in mano il telefono e non ho controllato l’ora ma ho controllato a che ora avessi messo la sveglia.
Io perché faccio così la mattina appena sveglia non me lo spiego! Faccio delle cose assolutamente irragionevoli come quella di prendere il telefono e guardare a che ora ho messo la sveglia, invece di guardare l’orologio che ho al polso. Va detto che l’orologio da polso invece dei numeri ha delle tacchette e io la mattina non riesco mai a mettere bene a fuoco le tacchette.
Va bene, sto divagando nuovamente perché adesso viene la parte peggiore, la parte che ha emotivamente distrutto il mio risveglio.
Fatto sta che tra cellulare e orologio non ho capito che ore fossero ma quando ho spostato la tendina di cucina, ho capito perfettamente che l’ora era quella giusta e che il buio era colpa della pioggia.
Aveva piovuto. Stanotte ha piovuto senza dire niente e non quella pioggerellina fina fina che non gliel’ho detto mai ma io ci andavo matto.
No, ha piovuto seriamente, ha piovuto dalle nuvole sparse sulle tamerici salmastre ed arse,
sui calzini indolenti e i pantaloni fulgenti, piove sulle mie mutande silvane, sulle nostre camice ignude, sui mie vestimenti leggeri e i foschi pensieri che l’anima schiude novella sulla stagione bella che ieri m’illuse, che oggi mi delude oh cazzo!
Come una furia sono andata in giardino, ho levato coperte e lenzuola, pantaloni e mutande, e ho messo tutto sulla spalla, poi ho impugnato lo stendino delle camice e mi sono avviata dentro casa ma ho inciampato nel gradino del giardino che porta in cucina così lo stendino è volato dentro casa e sbattendo sul piano cottura e si è rotto lasciando cadere al suolo una fila di magliette umidicce mentre io gli atterravo sopra in un volo d’angelo seguita dai pantaloni, le mutande e le lenzuola che tenevo sulla spalla.
Ho sbattuto tutto sul tavolo di cucina, ho preso le borse per la spesa, ci ho scaraventato dentro tutta quella roba compresa quella della lavatrice che dovevo ancora stendere, ho preso la macchina, sono andata in una lavanderia a gettoni, ho sbattuto tutto dentro alla più grande essiccatrice che abbia mai visto, ho pagato sei euro, sono andata a prendere un caffè, a comprare il giornale, dopo venti minuti ho tirato fuori tutto il bucato asciutto, l’ho risbattuto nelle borse, ho ripreso l’auto, e sono tornata a casa per le nove. Prima di andare in ufficio ho anche fatto in tempo a rimettere il copriletto sul letto.
Fanculo!

« Post precedenti   Post successivi »