Pensava fosse amore e invece era un ormone

Viscontessa, 30 Agosto 2007

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Gandhi si è innamorato. Si è innamorato di quell’amore puro che non conosce ostacoli né compromessi, si è innamorato nella sua prima estate di vita e nessuno riesce a spiegargli che tra il sesso e l’amore c’è una grande differenza.
Ci ho provato io con il mio linguaggio da umano ma mentre gli parlavo la palpebra gli si è fatta pesante e alla fine, dopo avermi leccato la mano, si è addormentato sulle mie gambe.
Ci ha provato il suo babbo, il bell’Amarillis dalla cresta bionda che mentre Gandhi si addormentava languido tra le zampe della boxer, portava una delle altre femmine della sua specie sul divano, luogo deputato per svolgere la sua attività di stalloncino della comunità: “guarda come si fa figliolo! Lascia perdere quella mastodontica cagna e osserva tuo padre come svolge con dedizione e impegno il suo lavoro!”.
Ci ha provato anche la sua mamma e pure la nonna e anche i suoi fratelli, le sorelle e i cugini, hanno provato tutti e in tutti i modi trascinandolo nei giochi sul prato ma lui niente, appena gli altri si giravano tornava di corsa in casa in cerca della boxerina e non si dava pace fino a quando non riusciva a trovarla.
Così ha trascorso l’estate Gandhi, in campagna, in compagnia della sua numerosa famiglia e distratto da quel subbuglio ormonale che lui ha scambiato per amore. Amore, accucciato tra le gambe della boxer il suo sguardo non aveva niente a che fare con gli ormoni impazziti del suo piccolo organismo ma si faceva morbido come la sua criniera mentre quella boxer dall’aria così simpatica e vitale, appariva al suo confronto sgraziata e rumorosa come un minatore in compagnia di una ballerina. Una coppia mal assortita.
Ora che Gandhi è tornato a casa con il cuore infranto, la situazione è anche peggiorata. Ogni cane che passa, in ogni essere a quattro zampe che incontra, ricerca quell’amore perduto tanto che non trovando conforto nei canidi, si è dedicato ai felini tentando insistentemente di copulare con il gatto non prima, ovviamente, di averlo corteggiato a suo di scodinzolate e grossolane carezze.
Il gatto, provato dalla nostra lontananza tanto che da quando siamo tornati non riusciamo a levarci di dosso neanche lui, si è da principio mostrato incuriosito poi, comprese le intenzioni di Gandhi, si è messo seduto e nella sua parlata maremmana gli ha detto “Maremma maiala! Né per scherzo né per burla intorno ai culo un voglio nulla!”.

Saldi di fine stagione, varie ed eventuali.

Viscontessa, 26 Luglio 2007

Scrivi un post dal sapore vagamente saffico, un post che sembra tratto dalla pagine di un diario segreto chiuso con un lucchetto e una chiave da nascondere dentro al reggiseno, o un post che sembra una lettera sfilata dalla cassetta postale color scarlatto dell’angolo in fondo alla strada.
Sarà vero? Sarà un racconto, una confessione, un sogno, un’idea, una fantasia….
Nessuno lo sa, il post resta lì a farsi guardare come una di quelle opere di cui non se ne comprende il significato e che per questo ti costringono ad un attento esame mentre pensi a quando tempo dovrai mantenere quell’espressione assorta per non fare brutta figura.

Sei dimagrita ancora.
Si, no, non lo so, non ho più quindici anni e faccio un po’ come mi pare, non rischio l’anoressia e neanche l’acne giovanile, se sono dimagrita o ingrassata sono un po’ affari miei, del mio guardaroba e del mio umore. A volte bisognerebbe collocare le patologie più in voga nel giusto spazio temporale. Non posso soffrire di anoressia e neanche di arteriosclerosi. Per quanto tuttavia……

Sei sempre imbronciata, perché non sorridi ogni tanto?
Perché mi vengono le rughe.

Gentile collaboratore, purtroppo ecco, per ora non possiamo pagarle l’arretrato e anche la nostra collaborazione per ora finisce qui.

Gentile Viscontessa, abbiamo comunicato la messa fuori catalogo del suo libercolo, ne sono rimaste un bel po’ di copie, che facciamo le mandiamo al macero o le vuole lei al prezzo di costo?

Gentile utente, purtroppo sono momentaneamente fuori servizio perché qui fa caldo e nessuno ha più voglia di fare niente, se ha bisogno di noi si arrangi, in fondo è estate e adesso se la goda.

Quanto costi?

Viscontessa, 24 Luglio 2007

Ognuno di noi ha un prezzo, cominciamo a venderci fin dalla nascita e quando arriviamo alla fine dei nostri giorni di quel che eravamo è rimasto poco o niente.
Ci vendiamo per ottenere un po’ di attenzione, per ottenere un po’ di rispetto e ci vendiamo persino per rivendicare il nostro diritto a non vendersi, vendiamo la nostra anima e il nostro corpo, mettiamo in vetrina le nostre paure perché qualcuno le acquisti e se le porti via e pure le nostre gioie perché la felicità è come un cartone di latte fresco con la sua bella data di scadenza sul retro e bisogna liberarsene prima che diventi acido.
Ognuno di noi si vende qualcosa, trascorsa l’adolescenza piena di ottimi propositi sulla propria integrità morale, cominciamo a smontarci a pezzetti come i mattoncini del Lego. Quei mattoncini che ci siamo già venduti sulla spiaggia quando si faceva il gioco del mercatino e quella monetina in cambio di una macchinina era un successo e non quel fallimento che poi ci parrà col tempo l’essersi liberati degli oggetti della nostra infanzia.
La scuola, “Luigino saluta il signore”, gli amici, la paghetta, la tua camera in ordine, la coca cola solo una volta ogni tanto perché fa male, sono tutti quei piccoli compromessi, quelle piccole compra vendite che ci vengono imposte come educazione perché vivere in mezzo agli altri significa adeguarsi a delle convenzioni sociali che rendano il gruppo sempre più omogeneo.
E ci vendiamo per un po’ di attenzione di nostro padre che non c’era mai o della mamma che allatta il fratellino e da quando è arrivato quello lì le cose sono cambiate e lei mi trascura.
E poi ci sono gli studi, c’è quel senso di onnipotenza che ti pervade quando ti pare di avere ancora tutta la vita davanti che poi magari resta incastrata tra le lamiere di auto mentre pensi “non a me”, e c’è l’amore, la carriera, l’impegno sociale e la vita che ogni giorno ti chiede in cambio qualcosa senza che tu all’inizio te ne renda neanche conto.
Ci vendiamo a volte per molto poco altre lasciamo lievitare il nostro prezzo senza un motivo apparente solo perché abbiamo bisogno di sapere che valiamo qualcosa. E ci vendiamo i sogni in cambio di un tozzo di pane, gli incubi per un abbraccio, i nostri baci per quella fame che non proviene da uno stomaco vuoto.
Tutti, indistintamente, chi più chi meno ma soprattutto chi più consapevolmente e chi meno.
Ed è proprio questa inconsapevolezza che mi fa paura e mi spaventa, è questo confondere la necessità di vendersi con la propria libertà a farlo.
Si è liberi di vendersi l’anima o il culo con la stessa disinvoltura, ma ogni volta che offriamo qualcosa di noi lo facciamo perché ci aspettiamo un corrispettivo in cambio.
Siamo liberi solo di fissare un prezzo e a volte neanche di quello.

Siamo quel che siamo

Viscontessa, 26 Giugno 2007

Che cagata pazzesca che è diventata questo blog.
Alla fine bisogna ammetterlo questo blog è proprio una cagata pazzesca come la stanza dove volevi fare lo studio e invece alla fine ci hai messo l’asse da stiro, la gabbietta per il gatto e la cesta con i panni sporchi.
Proprio una cagata pazzesca, all’inizio ci mettevo i libri per terra in attesa della libreria e ogni giorno aprivo almeno la porta per alimentare un po’ le speranze ma adesso qui dentro c’è puzza di chiuso, di piedi, di amido e di gatti.
Una cagata pazzesca e non c’è più niente che possa fare per rinfrescare l’aria e sistemare i libri.
Magari prima c’era la voglia di crearsi un angolo tutto proprio, un posto nel quale sognavi una poltrona in pelle su cui sprofondare per riflettere sulla tua vita, poi hai cominciato a metterci tutto quello che non sapevi dove mettere e adesso ti rendi conto che non c’è tempo per riflettere e che tutta la tua vita è fatta di panni da stirare, di panni da lavare e gatti da portare dal veterinario.
Una cagata pazzesca, questo blog è una cagata pazzesca come la vita che trascorri nel tentativo di sistemare per poi accorgerti che è già finita. Una cagata pazzesca di cose da fare e di relazioni che non hai mai il tempo di coltivare come accade per le piante del giardino che la primavera scorsa avevi piantato con tanto amore e quest’anno non hai avuto neanche il tempo di concimare.
Una cagata così pazzesca che le piante mi sono morte tutte e questo blog non riesce più coltivare neanche le vecchie amicizie che chissà dove sono finite.
Questo blog è proprio una cagata pazzesca perché io senza le stampelle non riesco neanche a camminare e qui da sola, tutta sola nel mio blog, mi accascio al suolo senza idee.
Eppure, cazzo, datemi un paio di stampelle e corro come un leprotto e allora perché mai da sola non riesco neanche a camminare?
Che cagata pazzesca questo blog, il mio studio, i panni da lavare, il giardino e pure io.
Io sono una cagata pazzesca, me ne sto finalmente facendo una ragione e quando sarò arrivata in fondo a questo processo di autocoscienza potrò finalmente ad essere quella enorme, stratosferica, puzzolente, ingombrante cagata pazzesca che sono sempre stata.

Vita da cani

Viscontessa, 6 Giugno 2007

Che cane è?
Un cane cinese nudo.
Un cane di razza quindi
Si, un cane di razza
e magari hai anche pagato per averlo
che c’entra? Stiamo parlando di cani o di soldi?
Con tutti i cani abbandonati che ci sono se avevi voglia di un cane potevi prendere un bastardino.
Hai mai avuto cani?
No ma che c’entra se volessi prendere un cane lo prenderei al canile!
E perché non lo fai?
Perché non ho tempo per star dietro ad un cane
Quindi pur sapendo che prendere un cane al canile sarebbe un’opera buona non ci pensi neanche
Ma che c’entra! Faccio molte altre opere di bene ma non voglio prendere un cane
Anche io faccio molte altre opere di bene ma non volevo prendere un bastardino.

che cane è?
Un cane cinese nudo
Un cane di razza quindi
Si un cane di razza
E magari hai anche pagato per averlo
che c’entra? Stiamo parlando di cani o di soldi?
Con tutti i cani abbandonati che ci sono se avevi voglia di un cane potevi prenderlo al canile.
Hai cani?
No ma che c’entra! Ho tre figli mi ci mancherebbe solo un cane.
Tre figli? Sono tuoi o li hai adottati da un paese del terzo mondo?

che cane è?
Un cane cinese nudo
Un cane di razza quindi
Si un cane di razza
E magari hai anche pagato per averlo
che c’entra? Stiamo parlando di cani o di soldi?
Ma lo sai che i bastardini sono molto più intelligenti e affettuosi dei cani di razza?
Hai avuto cani di razza e bastardini?
No, non ho mai avuto cani ma si sa che i cani di razza sono più stupidi dei bastardini
La stupidità è un bel problema, ne convengo, ma quella dei cani è quella che mi preoccupa meno

che cane è?
Un cane cinese nudo
Un cane di razza quindi
Si un cane di razza
E magari hai anche pagato per averlo
che c’entra? Stiamo parlando di cani o di soldi?
Ma ti rendi conto di quali mostri crea l’uomo per soddisfare i propri capricci?
Guarda che il cane cinese nudo non è un cane creato dall’uomo
Tutti i cani sono creati dall’uomo, a parte il lupo e il dingo tutte le altre razze di cane sono frutto di una selezione umana
Non proprio, alcuni sono il frutto della selezione umana altre sono il frutto dell’evoluzione della specie.
Ma che dici? E come potrebbe mai la natura selezionare da un lupo o da un dingo un cane di queste minuscole dimensioni e per giunta senza pelo?
Già è vero, solo l’uomo può creare un cane simile dal niente. Che abbiano incrociato un grosso topo con un maialino?

che cane è?
Un cane cinese nudo
Un cane di razza quindi
Si un cane di razza
E magari hai anche pagato per averlo
che c’entra? Stiamo parlando di cani o di soldi?
Ma è bruttissimo! Come puoi aver speso dei soldi per un cane così brutto?
Le hai pagate molto quelle scarpe?

Cara amica ti invento

Viscontessa, 22 Maggio 2007

Cara amica ti scrivo così mi distraggo un po’.
Di Micione non ci sono tracce, ho fatto nuovamente il giro del quartiere ma pare che nessuno lo abbia visto e questa cosa mi preoccupa. Un gatto, per quanto gatto, in qualche maniera si fa sempre notare e in questo quartiere che è quartiere a macchia di leopardo, i gatti sono parte integrante delle macchie. Per questo temo che Micione possa essere finito nelle zone senza macchie, quelle che sono strade senza anima, viali di scorrimento e luoghi turistici di nessuno e per questo comincio a temere seriamente per la sua salute.
Quello che però non sapevo, cara amica, è che nonostante viva in questo quartiere da cinque anni e nonostante tutti mi conoscano, io sono ancora l’inquilina della casa dei Mannucci ovvero i vecchi inquilini che hanno vissuto in questo appartamento per oltre vent’anni. Inquilini ad equo canone ovviamente, che un giorno hanno semplicemente dovuto sradicarsi da queste porte con le maniglie in ottone e i gommini per non farle sbattere al muro, per trasferirsi chissà dove.
Ma questi non sono discorsi da farsi, adesso dobbiamo abbattere l’Ici sulla prima casa e chi la casa non ce l’ha può semplicemente abbattersi da solo.
Comunque, cara amica, mentre percorrevo le strade del quartiere in veste di nuova inquilina dei vecchi inquilini, provavo nuovamente quel leggero senso di inadeguatezza di cui soffro ogni volta che prendo il posto di qualcuno che se n’è andato. Perché ci deve essere qualcosa in me che mi impedisce di mettere radici abbastanza profonde ovunque e mentre in gioventù facevo della mi modesta cosmopolita esistenza un punto di vanto, adesso comincio a sentire il peso di queste perenni sostituzioni come se la mia fosse un’esistenza evanescente e fugace come un profumo.
Che sciocchezza vero! Noi siamo quel che siamo e quello che di noi ricorderanno gli altri e se gli altri di noi ricorderanno solo brevi periodi e rapide apparizioni, non significa che la nostra vita sia andata del tutto sprecata. Dico del tutto perché a volte ho la sensazione che questa necessità di non protrarre mai troppo a lungo nessuna situazione esistenziale, un po’ sbiadisca i nostri contorni e la nostra capacità di lasciare tracce evidenti del nostro passaggio.
Se per esempio Micione non dovesse tornare resterà di lui un ricordo di solo un paio di anni passati insieme e poi il suo posto verrà preso da altri gatti come la mia casa, la mia scrivania, o il mio cuore. Lo so, sto invecchiando e non lo sto facendo affatto bene, che poi questo non è proprio un bel periodo perché questo inverno, tutto sommato tranquillo, ha riportato in superficie quei bisogni secondari di cui ti dimentichi quando sei in emergenza. Il discorso lo so si fa complicato, ma in questa casa del Mannucci e adesso senza neanche Micione, mi sento all’improvviso solo un grumetto di carne ed ossa senza senso che poi, non volevo dirtelo, ma queste ossa mi dolgono anche un po’ e non mi decido ad affrontare la realtà di un tempo che passa e si insinua tra le giunture.
Vabbè cara amica, solo un po’ della solita malinconia che negli ultimi tempi avevo cercato di tenere sotto controllo ma che poi….. spero tanto che Micione torni.
A proposito, anche tu non esisti perché se fossi fatta di carne ed ossa saresti solo un fugace passaggio della mia vita. Sappi che comunque ti voglio bene.
Tua Viss

Cercasi Micione disperatamente

Viscontessa, 21 Maggio 2007

ghandi.jpg

Questo è Ghandi ed arrivato venerdì sera.
Sabato sera Micione è sparito e non ha ancora fatto ritorno.
Io mi siedo in giardino e lo chiamo nella speranza di vederlo apparire sul muretto con la solita lucertola in bocca, sono ormai due giorni che non ci son più lucertole morte nel mio giardino e i boccioli del diospero cadono invano.
Ghandi è affettuoso, obbediente, simpatico. Vorrebbe giocare con le due gattine ma loro lo ignorano e io ci resto male per lui. Riprende la sua pallina, la poggia per terra, mi guarda e io non ho risposte da dargli se non una carezza su quel suo musetto senza peli.
Micione manca da sabato sera e nessuno lo ha visto. Ho chiesto ai vicini, ho chiesto alla gattara del quartiere e anche al bar ma nessuno lo ha visto. E poi Micione non è un gatto dall’aspetto particolare è bianco e tigrato, ama le lucertole e la poltrona bianca del salotto.
Ghandi dorme, si è acciambellato sull’angolo del divano e dorme. Fa di tutto per farsi volere bene ma sono sicura che sente sulle sue piccole spalle la colpa della scomparsa di Micione. Scodinzola Ghandi ma Micione è là fuori chissà dove e questa volta si è spezzato un equilibrio che per tanto tempo eravamo riusciti a mantenere intatto.
Tutti dicono che tornerà, tutti dicono che Ghandi è simpatico, tutti dicono che i gatti.
Ma stanotte lo abbiamo sognato e io adesso con la scusa di chiudere il motorino torno fuori a cercarlo.
Notte Micione, ovunque tu sia che il cielo ti accompagni.

Ho bisogno di una bandante per la mia ipofisi

Viscontessa, 21 Marzo 2007

Ieri sera mentre guardavo la televisione senza volume, ho finalmente capito cosa mi frena in questo periodo.Stavo lì con la copertina sulla spalle mentre i volti di alcuni personaggi noti mi suggerivano che, tanto per parafrasare, di un bel tacer non fu mai detto.

Di sotto fondo il traffico, sulle gambe un gatto che poppava la copertina di pelo che tenevo addosso, di fianco il cane che russava, intorno una luce tenue ed esile come il precario equilibrio che vado cercando ultimamente.

L’altro giorno per dire, nel corso della prima nonché ultima lezione di Bosu, non solo non riuscivo a stare in piedi su quella semi sfera di gomma su cui si dovrebbe più o meno danzare come uccellini, ma ad un certo punto nel tentativo di allungare le vertebre della schiena sdraiandomi su quel coso semi sferico, mi è venuto da prima mal di testa e infine la nausea come se avessi appena affrontato una traversata in gommone sulle Bocche di Bonifacio.

Ho riparato rapidamente negli spogliatoi dove bianca come un sudario intonso, mi sono accasciata sulle panche in attesa di riacquistare l’equilibrio sufficiente a raggiungere almeno la doccia.

Sul video andavano in onda volti che parlavano senza parole. Mimica facciale. La telecamera da fissare a volte di sfuggita altre intenzionalmente, e sorrisi finti, imbarazzi veri, inutile sfoggio di umanità.

Sono ancora seduta lì. Adesso mi alzo e vado. Ora, un attimo ancora e rimetto il volume della tv. Si, un attimo ti ho detto, un attimo e smetto l’atteggiamento catatonico che tanto mi dona. Mi sta bene, non vedi?

Si va bene ho capito, ora vado è che non so dove andare ecco.

Pensaci un attimo, mi alzo e non so dove andare, la direzione non è chiara perchè gli unici percorsi segnalati dalle strisce gialle come vie di fuga, portano all’uscita principale che prima o poi tocca a tutti ma per adesso è presto. Altri percorsi non ne vedo, c’è un’età che non consente a dire il vero di inventarsi tutto da capo e ci sono altri rifugi, anfratti, possibilità che però io adesso non riesco a trovare. Mi sono così avviata a passo lento nel percorso segnalato in giallo offrendo alle membra giovani un trastullo temporaneo che a volte si accartoccia sulle semisfere del bosu e altre si incanta di fronte ad una tv senza volume, ma oltre a questo non mi viene in mente niente.

Già, è vero, qualche settimana fa volevo fare il falegname. Questo lavoro non ha mai fatto per me e scrivere non è la soluzione. Così mi sono addormentata pensando a cosa avrei indossato il giorno dopo per offrirmi come falegnama presso una qualsiasi falegnameria della zona ma quando mi sono svegliata la mattina dopo mi sono ricordata che non esistono falegnamerie in zona e poi non avevo neanche scelto l’abito adatto.

Allora potrei fare la radio. Non so perchè ma il suono del “fare la radio” è piacevole e i suoni piacevoli ultimamente latitano come le giornate serene di un tempo che era sempre troppo presto.

Una soluzione lo so che ci deve essere ma io non riesco a trovarla e le linee gialle della via di fuga mi lusingano nella loro iridescenza mentre seduta davanti al computer penso che dovrei ripartire con lo scrivere un curriculum ma anche per quello è ormai troppo tardi.

Mi frena il curriculum.

Mi chiamo Giovanna Hugues ho 42 anni e mezzo nel senso che vorrei mantenere ancora le mezze età per illudermi che il tempo scorra lentamente.

Vivo a Firenze da quando sono nata, sono sposata, ho una figlia e un numero variabile di animali che dipende soprattutto dal tempo che passa portandosene via alcuni e offrendomene di nuovi.

So fare tante cose ma nessuna bene e cerco un lavoro che mi permetta di fare tante cose per periodi abbastanza brevi da non doverle fare troppo bene.

Il mio obbiettivo è quello di crescere professionalmente nell’ambito che più vi aggrada purchè l’ambito me lo forniate voi in cambio magari di una fornitura settimanale di biscotti fatti in casa.

Sono di razza bianca, di indole docile e mansueta e di buon carattere, ma ogni tanto mi faccio una lampada e spesso l’indole la dimentico a casa insieme all’ombrello quando piove.

Ottima conoscenza del divano e di tutte le sue applicazione, inglese e francese embrionale, presenza gradevole nel pomeriggio e inquietante la mattina presto.

Sono in possesso dei requisiti necessari alla guida di un carrello per la spesa e ho appena terminato uno stage formativo presso il forno della mia cucina.

Buona padronanza del telecomando televisivo e ottime capacità di relazionarmi con la mia cistifellea.

Nella speranza che il mio curriculum possa essere di vostro interesse, colgo le ortiche in giardino.

Cordialità.

A chi non partecipa gli verrano le pulci..e forse anche i pidocchi

Viscontessa, 8 Marzo 2007

Il fatto che milioni di bambini al mondo siano seriopositivi o muoiano di fame, la siccità incombente, i talebani, la finale di Amici della De Filippi e persino il vostro colon irritabile, niente tolgono a molte altre tristi vicende a cui siamo costretti ad assistere ogni giorno.

Personalmente non ho mai sopportato la guerra tra poveri di chi si indigna perché si parla di salvare dall’estinzione una rara farfalla del Nord Dakota invece che della condizione della donna in una sperduta regione del Cashmire e sono anche piuttosto intollerante nei confronti di quell’integralismo che conduce molti a ritenere di aver capito dove si annida il male della nostra umanità.

Il male è ovunque, non ha età, sesso, provenienza e neanche giustificazione ed ognuno è libero di confrontarsi con esso come meglio ritiene opportuno. Due sole cose sono a mio avviso essenziali, la prima è quella di essere consapevoli che il male esiste e che anche noi ne siamo più o meno portatori sani o colpevoli, la seconda è che possono esistere milioni di attenuanti per tutto il male che ci circonda ma le attenuanti devono essere sempre e solo concesse all’individuo umanamente debole, arido o malato ma mai alla colpa di cui esso si macchia.

 

Quella che vi segnalo oggi è solo una delle tante storie di maltrattamenti su animali che si compiono ogni giorno, forse non più atroce di altre ma proprio per l’antefatto sulle attenuanti da concedere all’individuo, solo più sgradevole per le aggravanti da imputare al soggetto che pare si sia reso colpevole di questo reato. Il condizionale è d’obbligo anche se questa frase fatta nel caso mi sta un po’ strettina.

Brevemente, per chi scoprisse che non è interessato a partecipare all’iniziativa, riassumo di cosa si tratta: due levrieri maltrattati sono stati affidati ad una presunta studentessa della facoltà di veterinaria dell’Università di Pisa che li ha lasciati a sua volta morire di fame e di stenti. Uno, la femmine, è morta, l’altro è in fin di vita e adesso si chiede che oltre alle prevedibili azioni legali mosse nei confronti di questa donna, anche la facoltà di veterinaria prenda una netta posizione al riguardo espellendo la studentessa dalla suo ateneo.

Il Preside per ora, e giustamente, ha ritenuto di dover procedere con i piedi di piombo ma un simile provvedimento sarebbe davvero auspicabile e “aiutarlo” a prendere una decisione in tal senso mi è parsa una buona idea.

In pratica si tratterebbe di inviare una mail al preside nel quale lo si invita a provvedere e siccome una mail in più o in meno, a noi navigatori, ci fa una pippa, ecco che son qui a segnalarvi questa iniziativa.

Ovviamente vi segnalo il link dove è possibile reperire tutte le informazioni e purtroppo anche le foto delle povere bestie al momento del ritrovamento.

http://www.vet.unipi.it/

http://www.vet.unipi.it/

 

Grazie.

 

I piatti parlano come 3131

Viscontessa, 1 Marzo 2007

E’ tutto così strano e così surreale.
Sono indietro nel tempo, in un tempo indefinito come un limbo da caricare di tutte le angosce, un tempo che negli anni ho colmato di ogni cosa pur di non non rischiare di precipitarci dentro.

C’è mia madre in cucina, è passata a salutarmi senza neanche togliersi il cappotto, non passa mai a salutarmi e non sono abituata ad avere gente per casa. Non passa mai nessuno e me ne rammaricherei se non sapessi che l’avere gente in casa mi riporta indietro nel tempo, un tempo delle mele nel quale a casa mia passava sempre qualcuno e io rimanevo altrove con quella sensazione di angoscia pomeridiana.
Lei la vedo in cucina mentre stira, la radio accesa su 3131 (chi ricorda la trasmissione?) quella radio che io non ho più potuto ascoltare di pomeriggio. Cosa succedeva in qui pomeriggi di tanto grave da avermi costretto tutta la vita ad evitare di creare similitudini con quelli della mia infanzia?

Forse niente e questa è la cosa peggiore, a volte c’è un trauma, il trauma da rimuovere è sempre un’ottima ancora di salvezza ma a volte non c’è niente, proprio niente che possa giustificare quell’angoscia.
Cerco ancora di ricordare.
Mentre adesso è in piedi nella mia cucina e io mi chiedo cosa dovrei fare, torno al ricordo di lei al telefono e io sotto alla console che aspetto per chiederle una stupidaggine.

Ma non è neanche questo. Vorrei invitare qualche compagno di scuola a casa mia e invece sono sempre sola, mia sorella non la ricordo ma ricordo quella voglia di chiedere a Sonia se vuol venire a casa mia a giocare e lei che mi risponde che non può perché va da Elena la figlia dell’ortolano che per merenda porta sempre le primizie.
Nel banco accanto c’è Francesca, un fisico mascolino e un termos con il thè per merenda. Francesca è taciturna, né simpatica né antipatica forse un po’ smorta, di un’intelligenza mediocre e un fisico scostante. Non ho mai pensato di chiedere qualcosa a Francesca, il suo termos e quei panini con la marmellata mi fanno un po’ senso.

Sto divagando, mi devo concentrare.
E’ un pomeriggio e mio padre mi chiede se voglio andare con lui ad un appuntamento di lavoro. La giornata è soleggiata e per raggiungere il cantiere bisogna percorrere una bella strada di campagna.
Non ricordo la strada e non ricordo il solito disagio che provavo in sua compagnia, la compagnia di un estraneo.
Invece ecco il cantiere, sono degli appartamenti e io giro per le stanze piene di uomini che lavorano, lui, mio padre, sta parlando con loro e io provo ancora quel senso di angoscia pomeridiana a cui non riesco a dare un nome.
Ripartiamo che è già buio, sono infreddolita e tesa come una corda di violino ma poi alla radio c’è una trasmissione ricca di testimonianze sui poteri paranormali e in macchina si fa silenzio mentre una signora racconta che dalle pareti del suo appartamento sono cominciati a piovere piccoli sassi. E in quel silenzio sono stranamente vicina a mio padre, il suo silenzio è il mio e per la prima volta siamo complici di qualcosa. Un attimo, il tempo dei sassi che piovono dai muri e poi torna tutto normale, siamo a casa, lui si siede a tavola e io sparisco nuovamente.
Il rumore dei piatti, mia madre sta lavando i piatti mentre mio padre è in salotto a guardare la televisione. Non ricordo ancora mia sorella ma quel rumore di piatti è un linguaggio carico di rancore e di rassegnazione che io comprendo anche se nessuno me lo ha mai insegnato.

Spero che si fermi. Conto i piatti uno per volta prima che arrivino le pentole , per le pentole mi devo ancora preparare perché il loro linguaggio è ancora più cupo e rabbioso. Le pentole sono le ultime, questa che sta lavando adesso la riconosco e so già che è l’ultima poi si farà silenzio e io potrò finalmente riposare.
Ma non è questo, non è neanche questo, ci deve essere ancora qualcosa che non riesco a scovare.
Silenzio, le tre stanze in fondo alla casa sono di mio padre. Il suo studio, il soggiorno e il salotto non sono per noi. Io gioco in bagno o nello stanzino dove mia madre tiene gli armadi e la macchina da cucire. Silenzio, non c’è musica e non c’è televisione solo la radio di tanto in tanto con le sue trasmissioni serie riempie l’aria di voci.

Silenzio, troppo silenzio, io mi alzo la mattina e accendo la televisione, torno a casa e accendo la televisione, lavo i piatti e accendo la televisione. Perché guardi queste cazzate? Non guardo e non sento niente, copro soltanto il silenzio e il mormorio dei piatti.
Non voglio sentirli parlare mai più.

Mia madre va via, se n’è andata, fuori adesso è buio, piano piano ricomincio a respirare, non è neanche questo ma forse lo scoprirò la prossima volta, per ora uso la lavastoviglie.

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