Amore della mamma

Viscontessa, 23 gennaio 2009

- Amore mio, certo che sono orgogliosa di te, sei la mia bambina, rappresenti il futuro, il mio futuro e il futuro della nostra famiglia. Per questo devi studiare, perchè devi diventare una persona adulta e consapevole, devi diventare una giovane donna con un futuro davanti e la speranza di una vita migliore. Conto su di te, conto sulle tue capacità e sul tuo futuro, spero che riuscirai a realizzare tutti i sogni che io non sono riuscita a realizzare e sono sicura che riuscirai a rendermi orgogliosa di te e delle tue scelte.
Ho grandi progetti per il tuo futuro, devo ancora insegnarti tante cose e tante cose dovrai impararle da sola ma se riuscirai a capire la differenza tra il bene e il male (e io so che lo farai, so quanto vali e ho fiducia nelle tue possibilità) nella vita farai qualcosa di grande
- Non dirmi che vorresti farmi fare la Velina?!
- La Velina? Ma scherzi? E secondo te per fare la Velina bisogna studiare?
- Ah ecco, mi ero preoccupata, e allora cosa vorresti che diventassi da grande?
- Un ecoterrorista
-ah meno male…. per un attimo avevo temuto il peggio….. ma perchè esiste una scuola per diventare ecoterroristi?
- Non proprio ma tante cose posso insegnartele io….
- Tipo?
- Dovresti portare fuori il cane
- Lo sapevo che dietro a questo discorso c’era la fregatura.
- A proposito…. dovresti portarlo di fronte al numero civico 12 e farlo cagare proprio lì.
- Perchè?
- Perchè quella che ci vive ieri borbottava che lei i cani li ammazzerebbe tutti……
- Ah però, quindi non mi porto dietro i sacchettini…….
- Sono orgogliosa di te, impari velocemente
- Grazie mamma
- Prego amore

Non ho molto tempo

Viscontessa, 29 novembre 2008

Stasera volevo scrivere una cosa ma ho molta fretta e temo di non fare in tempo.
Metterò la cosa che volevo scrivere insieme alle cose che non ho mai scritto, accanto a quelle che non ho mai pensato e vicino a quelle che non ho mai fatto.
Un giorno, quando avrò tempo, butterò via le cose che non ho mai fatto e penserò alle cose che non ho mai pensato così potrò scrivere le cose che non ho mai scritto e potrò fare le cose che non ho mai pensato di fare ma di cui ho pensato di scrivere.
Ma non stasera.
Stasera non ho tempo di scrivere perché ho fretta di trovare il tempo per scrivere le cose che non ho mai pensato di fare.
Stasera, mentre penso che non ho più tempo per trovare tempo, scriverò del tempo in cui avevo il tempo di fare tante cose che allora non avevo tempo di pensare perché allora facevo altre cose senza pensare che un giorno non avrei più avuto tempo di fare quelle cose che non avevo neanche pensato di fare.
Allora pensavo che per pensare avrei avuto tutto il tempo futuro e non pensavo al mio futuro come ad un tempo nel quale avrei dovuto fare le cose che non avevo fatto allora né pensavo che certe cose avrei dovuto farle allora per avere tempo di fare oggi quello che invece mi trovo a dover soltanto pensare di fare oggi.
Stasera, mentre trovo il tempo per scrivere di un tempo passato, penso ad un tempo futuro con timore, con rispetto, con doveroso distacco e deferente ammirazione. Mi inchino leggermente al suo cospetto e abbasso gli occhi di fronte al suo sguardo acquoso e indagatore come quello di un vecchio saggio con i giorni contati e lo spirito guerriero e mi chiedo per quanto tempo ancora potrò contare sulla sua presenza, sulla sua vicinanza, sulla forza.
Il mio futuro così lungamente maltrattato che adesso claudicante e malconcio, mi chiede tacitamente aiuto per poter sopravvivere il tempo necessario a concedermi ancora un po’ di tempo.
C’è stato un tempo nel quale mi sentivo diversa.

Nodi

Viscontessa, 12 ottobre 2008

Non c’è niente di che dormir tranquilli, la costante sensazione di andar sempre più alla deriva subisce un’impennata al ribasso di pari passo con la borsa.
E’ tutto così angosciosamente precario che mi sento flessibile come una canna al vento.
Mi piego ma mi spezzerei volentieri se sapessi che può servire a qualcosa.
Ci avrei dovuto pensare tempo fa.
Nella tranquillità più stagnante incombe un futuro incerto per alcuni versi e fin troppo certo per altri, la sensazione è quella di sopravvivere nella serena attesa dei cambiamenti e la serenità alimenta angosce che in altri momenti non avrebbero trovato lo spazio per formarsi. Angosce allo stato embrionale che ti costringono a vivere nel presente per evitare un futuro nel quale è impensabile riporre una qualche speranza.
Non c’è niente in questo preciso istante che non vada. Sto bene, sono sul mio divano in compagnia del mio cane e non ho fretta di andare a letto perché domattina posso dormire un po’ di più. Oltre non mi spingo, non consapevolmente perché nella consapevolezza risiede il germe della conoscenza e io non voglio sapere del mio futuro niente di più dello stretto necessario.
Oggi pomeriggio mi sono trovata a passare per una stretta strada del centro, era quasi l’ora del tramonto e la gente passeggiava tra piccoli negozi illuminati e un orizzonte angusto come un corridoio. Passavo rapidamente tra altri destini chiedendomi quanto smarrimento fosse concesso portare a passeggio il sabato pomeriggio e quanto fosse rassicurante quel lieve smarrimento come compagno di viaggio. E’ come l’azalea del giardino che sta morendo. Ogni giorno un rametto se ne va mentre i restanti, rigogliosi e inconsapevoli, alimentano le loro foglio di un verde acceso. Io conosco il destino di quelle foglie ma non posso che voltarmi verso la aralia quando le vedo. Non posso fare niente per loro, domani si seccheranno e tra una settimana saranno morte anche loro.
E’ una sciocchezza, un’azalea, una passeggiata in centro, un cane che dorme, un negozietto illuminato. E’ tutto così prepotentemente radicato nel presente che del domani non voglio sapere. Mi giro metaforicamente verso qualsiasi aralia per non guardare ma la mente, ripulita dai rametti morti, trova ampi spazi per dedicarsi ad altro e c’è sempre un capitano dei bastoncini Findus che ti insegna a fare tanti nodi ma poi ti dice che esistono solo due tipi di nodi: quelli fati bene e quelli fatti male.
Tu non lo sai ma a guardare sane e rigogliose aralie invece di azalee morenti, finisce che il tuo nodo è sempre fatto male. E questo invece lo sai benissimo quando tramonta il sole.

In putrefazione

Viscontessa, 7 ottobre 2008

Non sono morta.
Casomani qualcuno se lo fosse chiesto.
Non sono morta o almeno non del tutto ma mi ero messa in testa di fare una cosa da tanto tempo e non ci riuscivo mai poi un giorno uno viene e mi dice mi fai questa cosa entro un’ora e ti comincia a salire lentamente un’ansia che mi son fatta un piatto di valeriana all’amatriciana.
E non solo.
Questa cosa comunque l’ho fatta. E l’ho fatta male perchè io volevo farla in un altro modo ma per farla in quel modo che dicevo io dovevo mandare tutti affanculo e andare a fare una passeggiata. Una lunga passeggiata. E invece non ho mosso un passo e ho lasciato che a passeggiare per due giorni fosse soltanto la mia mente.
Però è un casino, va detto, corpo e mente se li separi fanno un sacco di casini. Il corpo inciampa, sbatte, non si lava, si abbuffa, si gratta, si tocca…. insomma tutte quelle cose che farebbe un corpo senza testa, e la testa invece pensa, pensa, pensa e non conclude niente ma fa un sacco di errori, sbaglia, sta sveglia quando dovrebbe dormire e viceversa.
Ed è un casino. Se dormi quando non dovresti e viceversa è un vero casino e la valeriana non ti basta più. Allora ti fai un ansiolitico.
E non solo.
Io comunque non mi sono fatta niente di tutto ciò o solo pensato di farlo perchè a qualcosa dovevo pur pensare. Ad un certo punto mi son detta “penso alla borsa” e mi son chiesta “ma se quelli che sul conto corrente tengono i soldi perdono i soldi, quelli che ci tengono i debiti perderanno i debiti?”. Mi piace l’idea che ho lasciato cadere lì la domanda senza rispondermi niente.
Va bene ora vado. Forse per farmi stasera sceglierò il Costanzo Sciò.

Programmi settimanali

Viscontessa, 2 ottobre 2008

Oggi
Pulito il bagno
passeggiato cani
andata in banca
ufficio
telefonato al pediatra
riunione a scuola
lavorato a maglia sciarpa marito
corretto tre pagine
ventilato coglioni

Giovedì
Doccia
semi pappagalli
passeggiare cani
ufficio
passare pediatra
passare dottoressa
passeggiare cani
preparare pastone cani
aggiornare blog
leggere libro
sfogliarsi i coglioni


Venerdì

passare aspirapolvere
passeggiare cani
ufficio
portare bambina tennis
leggere giornale
controllare stato avanzamento produzione pilifera
lavorare a maglia sciarpa figlia
CSI
cucinare
affumicarsi i coglioni

Sabato
spesa
cambiare letti
ritirare raccomandata
rispondere mail
pulire gabbie pappagalli
doccia
correggere libro
cucinare
telefonare veterinario
Cold Case
lavorare a maglia sciarpa mia
sfrangiarsi i coglioni insieme alle sciarpe

Domenica

passeggiata lunga con cani, giornali e colazione
leggere giornale
pulizie
aggiornare blog
scrivere articolo
tirare fuori scarpe invernali
lavatrici
NCIS
centrifugarsi i coglioni a basse temperature

Lunedì
togliere bucato steso
passeggiare cani
ufficio
portare bambina a tennis
leggere
cominciare a caramellarsi lentamente i coglioni
portare fuori i cani
lavorare a maglia sciarpa marito
correggere libro
leggere giornale
cartavetrarsi furiosamente i coglioni

Martedì
doccia
rassetto casa
passeggiare cani
ufficio
sentirsi in colpa perchè non faccio attività fisica
fare bungee jumping sui coglioni
annichilirsi
litigare con figlia che non sopporto mio annichilimento
lavorare a maglia sciarpa figlia
lavorare a maglia produzione autoctona pilifera
leggere
aggiornare blog
farsi la tinta ai capelli
correggere libro
stramazzare di botto sui coglioni

Mercoledì
ricordarsi di rianimare i coglioni

Vù cumprà/2

Viscontessa, 22 settembre 2008

Il primo semaforo rosso.
Sono a cento metri dall’ufficio e sto tornando a casa con il mio scooter. Un scooter vecchio di otto anni, un 250 un po’ scassato con la carrozzeria tenuta insieme da una manciata di fascette.
I lavavetri ai semafori non ci sono più da oltre un anno spazzati via da un’ordinanza comunale che è stata una specie di anticipazione su ciò che sarebbe accaduto poi in tutta la nostra penisola. Firenze culla del Rinascimento qualunque cosa rinasca, anche quel venticello fascista che ultimamente va tanto di moda.
Da qualche settimana, però, ai semafori sono tornati i medicanti.
Sono ancora pochi, stanno nascosti dietro alle macchine e quando il semaforo diventa rosso si avvicinano guardinghi con le loro richieste scritte su un pezzo di cartone o affidate ad un bicchierino teso. Non hanno con se spazzolini e camminano sulle loro gambe, non contravvengono a nessuna ordinanza comunale perchè mendicare, per il momento, è ancora lecito e fino a quando qualche paladino dell’ordine pubblico non avrà il coraggio di vietare l’accattonaggio, fino a quando la pseudo informazione, la televisione, l’opinione pubblica manovrata e strumentalizzata, non ci avranno convinto che la miseria è il male assoluto, nessuna ordinanza mirata a rendere più difficoltoso l’accattonaggio, riuscirà a fermare quest’orda di disperati.
Finiremo per sprofondare nel ridicolo, nell’attesa che il processo di addomesticamento delle masse sia concluso, finiremo per diventare ridicoli, grotteschi, deformi dentro ma tanto belli e in forma fuori.
Vietato girare con un bicchierino di carta in mano, vietato per strada l’uso del cartone, vietato ai pedoni fermarsi con il semaforo rosso….. chissà quali altri divieti si inventeranno prima di vietare la miseria.
Mi si avvicina un ragazzino e mi mostra il suo cartello. Lo leggo distrattamente ma la parola FAME è scritta in grande e non posso non notarla anche se si vede che non ha fame e non è certo denutrito. Non ho niente, gli dico, ed è vero perchè la borsa l’ho messa nel bauletto al posto del casco. Guarda la mia mano, sto fumando e mi chiede una sigaretta. Non ho neanche quelle chiuse dentro alla borsa dentro al bauletto.
Si allontana di poco, cerca di raccimolare qualche spicciolo dall’automobilista che ho accanto poi torna. “ci vuole la patente per guidare questo?” e indica lo scooter. “si” gli dico e mi spiace dirgli quel si che suona come il no che mi dicevano i miei quando gli chiedevo di comprarmi il motorino.
Ha l’aria sconsolata, l’aria del ragazzino avvilito e mortificato che può guardare e non toccare, lo sguardo infantile senza compromessi per il quale un rifiuto è il rifiuto globale. “quanti anni hai?” gli chiedo “diciotto” mi risponde ma non gli credo. Ne avrà 15 o 16 e come tutti i ragazzini della sua età sogna un motorino anche se è scassato e vecchio e brutto come il mio.
“devi prendere la patente” gli dico e lui mi risponde che la patente non ce l’ha.
Poi da dietro l’angolo si affaccia un’adulto, intravedo la sagoma e i panni lerci.
Il ragazzino si allontana e torna al suo “lavoro” con gli automobilisti in coda.

Una giornata uggiosa

Viscontessa, 21 settembre 2008

Me ne stavo qui in cerca di qualche idea per un articolo.
Non che sia difficile trovare argomenti sui queli scrivere perchè anche se te ne stai tutto il giorno sdraiata sul divano a pisolare il mondo inspiegabilmente va avanti lo stesso.
Anzi quando ti decidi di aprire la finestra per vedere se è successo qualcosa, ti senti quasi in colpa per tutto quello che è accaduto mentre tu dormivi sul tuo divano.
E’ come quando ti svegli la mattina in una bella giornata di sole e un attimo dopo metti ordine nei tuoi pensieri per cercare di renderti conto se puoi essere felice del sole o era meglio la pioggia.
Io per esempio inizio a ritroso dalla sera prima, cerco di rammentare l’ultimo pensiero che ho avuto prima di addormentarmi e poi cerco di ricordarmi cosa ho fatto poco prima di andare a letto tipo se ho usato il filo interdentale o vaffanculo per stasera che non ne ho voglia.
C’è il sole e magari avevo in programma di indossare l’impermeabile e non c’è niente di bello nel sole di agosto che si appannerà sotto l’afa opprimente di una giornata d’estate.
Ma ormai è andata, l’estate è finita e gli amici se ne vanno. Non era proprio così ma il significato è quello e mentre per la prima volta mi chiedo se non potrei scrivere un articolo non articolo, mi imbatto in questa malinconia autunale anche se fuori c’è il sole e domani vorrei lavare i copri divani che puzzano un po’ di cagnetto.
Una leggera malinconia, dicevo, la malinconia della festa è finita e gli amici se vanno lasciandoti alle prese con una nuova stagione da programmare come un palinsesto televisivo. Qualche carrambata stantia come l’incontro con un vecchio amico che non hai visto per anni ma che da qualche tempo si è trasferito vicino a casa tua e una pioggia di fiction, di finzioni che devi indossare quotidianamente per sopravvivere ad un mondo che non piace a nessuno ma che non si capisce perchè accidenti allora sia così.
E poi molto sport che fa bene alla salute, partite di calcio e partite di calcio e partite di calcio inframezzate da dibattiti sul mondo del calcio malato, pure lui malato ma la malattia ormai sembra l’unica dimensione nella quale ci troviamo a nostro agio. Infine i film quelli che ti fai ogni giorno alimentando le tue speranze e le tue illusioni e i telegiornali, la cronaca impietosa dei tuoi brufoli o di quella dell’ultima Paris Hilton de noartri come gli omicidi sui quali ricamare corredi interi nelle lunghe e fredde notti invernali.
Tanto le idee non arrivano, mi lascio invadere da questa malinconia e mi convinco piano piano che si può scrivere senza dir niente pagine intere.
Forse parlerò di malinconia, comincerò con lo spiegare cosa significa, quale sia la sua etimologia e quanto sia alimentata dalla sindrome dello stress della fine delle vacanze. Un accenno ad una statistica americana, un consiglio di un esperto, un breve, sintetico ed insignificante ricordo personale sulla malinconia e un richiamo meterologico alla pioggia a far da sfondo. Magari ci piazzo anche Battisti con una giornata uggiosa che fa tanto attualità.

Super Pippo

Viscontessa, 30 luglio 2008

Ci sono dei periodi nei quali non riesco a capire se sono io ad essere fuori posto o sono i posti ad essere fuori da me e la cosa non mi piace affatto.
Mi guardo allo specchio e mi sembra di essere sempre la stessa persona poi esco per strada, vado al bar, in ufficio, al supermercato o dove vi pare e i luoghi non mi appartengono e non mi appartengono le molte anime che li popolano. C’è qualcosa, un’inezia, un dettaglio, una virgola che si frappongono tra me e gli altri siano essi luoghi, persone o cose. Una nota fuori posto e io son quella nota o lo sono le restanti note dell’opera della mia vita.
A volte faccio finta di non farci caso, altre mi pare di mascherare abbastanza bene questo disagio, altre ancora mi porto dietro con orgoglio questa menomazione ma quale che sia il mio atteggiamento so già che il finale sarà sempre lo stesso..
Non saprei neanche dire con precisione di cosa si tratta anche perchè questa sensazione non mi da tregua neanche quando sono da sola nel mio non spazio. Un libro, per esempio, non è più una pausa, un momento di evasione o di riflessione ma solo carne e carta, persona e cose, luogo e tempo nel quale non trovo la mia collocazione. L’autore mi guarda e spunta fuori dalle sue pagine per riprendersi le emozioni che non merito o farmi toccare la sua carne per rammentarmi che la sua mente non mi appartiene.
Se dovessi descrivere come mi sento, direi che non riesco ad allineare la mia sagoma ai miei colori sempre un po’ altrove, una sagoma trasparente con i colori sfasati come un fumetto di pessima qualità e ogni volta che provo a fare un passettino in avanti per raggiungermi ecco che la mia scala cromatica procede simmetricamente altrove.
Mi identifico senza un motivo apparente con un Pippo disneyano con lunghe e sottili orecchie prive di colore e uno sguardo appena accennato e sfuggente. Quel Pippo che non ho mai capito perchè mi viene sempre in soccorso per descrivere sensazioni appena accennate, intimità sotterrate da cumuli di consapevolezza, immagini superficiali di incertezze ingenue e incomprensibili come il puzzo di piedi che ho sempre associato all’odore delle noccioline che Pippo consuma per diventare un super eroe.
E va bene, fermiamoci qui sull’immagine di questo personaggio così controverso.
La storia non ha un finale, la mia la conosco sempre prima come se l’avessi scritta io stessa in una vita precedente. Forse sono stata un super eroe e mi reincarnerò in un arbusto di sambuco o forse sono stato un arbusto di arachidi americane e mi reincarnerò in un segugio con le orecchie lunghe.
Se solo credessi nella reincarnazione…

Chinese Crested

Viscontessa, 21 luglio 2008

“stiamo facendo un buon lavoro” gli dico.
“in che senso?” mi risponde
“con i cani voglio dire”
“perchè, cosa stiamo facendo con i cani?”
“beh pensavo a Gandhi, quando posso mi faccio fotografare con lui, anzi non te l’ho ancora detto perchè non so quando esce e neanche se sceglieranno una delle foto con Gandhi ma insomma dovrebbe uscire un articolo… insomma ti farò sapere”
“e quindi?”
“ma come quindi? Quello della Patrizia lo vedo sempre sui giornali di gossip, Amarillis lavora in pubblicità, Gandhi fa il cane della viscontessa e… come si chiamava la cucciola che hai mandato a a Modena? Anche lei non lavora nel campo della moda?”
“Si certo e anche per la cucciola arrivata dalla Russia mi hanno contattato da una rivista specializzata che vuol dedicare il numero a questi cani, lei sarà in copertina”
“vedi?”
“vedi cosa?”
“No dico, stiamo facendo un buon lavoro”
“No, sto allevando una razza di cani da circo”
“Scusa ma quando ti sei messa ad allevare questi cani non volevi proprio offrire al mercato un cane molto particolare, scenografico, una specie di accessorio di lusso?”
“si, si certo”
“beh loro sono insuperabili, Gandhi di fronte alla macchina fotografica si mette persino in posa, tira su la zampina e si mette di profilo”
“si certo ma sono sempre cani”
“ma certo e nessuno gli impedisce di esserlo, infatti Gandhi quando non è di fronte alla macchina fotografica passa il tempo a laccarsi il pisello, a cercare di farsi i gatti, ad annusare il culo dell’altra cagnetta, insomma cose così. Dici che dovremmo dargli una femmina? ”
“Assolutamente no, altrimenti dopo è più difficile educarlo”
“Già certo, in fondo son sempre cani”

Olimpiadi: vietata a Pechino la somministrazione di carne di cane

Viscontessa, 13 luglio 2008

La donna prese il gatto e lo mise a bollire nella pentola. Non prima ovviamente di avergli spezzato il collo come aveva imparato a fare da piccola con i conigli.
Il brodo di gatto le piaceva molto ma le piaceva molto anche rosicchiare gli occini della coda della bestiola lessa. Questo il motivo per cui sceglieva solo esemplari con la coda lunga e possibilmente anche con il pelo lungo.
E poi bastava prendere gatti molto giovani, di solito li prendeva da piccoli, i giornali di annunci gratuiti erano pieni di gente che regalava gattini tenerissimi e dolcissimi e di qualcuno c’era anche la foto: una cucciolata di micetti di tutti i colori nei quali si intravedeva dietro una mano che costringeva le bestiole a girarsi verso l’obbiettivo. A dire il vero questi erano i suoi preferiti perchè chi si prendeva la briga di fotografare i propri gattini prima di regalarli, doveva amare abbastanza i gatti per aver ben alimentato e curato mamma gatta. Certo, per non destare sospetti, non poteva quasi mai prenderne più di uno per volta ed erano rare le occasioni in cui, senza destar sospetto, riusciva a portarsene a casa un paio della stessa cucciolata, ma poi bastava girare l’angolo e c’era un altro affettuoso padrone disposto a regalare un altro gattino e volendo in una sola giornata potevi portarti a casa tutti i gatti che volevi.
Le stagioni migliori era naturalmente la primavera e l’estate, i gatti, come d’altra parte quasi tutte le specie animali, figliavano più frequentemente durante la stagione calda ma anche d’inverno si trovava sempre qualcosa e poi tra l’inizio della primavera e la fine dell’estate, ci si poteva procurare abbastanza gatti per sfamarsi anche d’inverno.
All’inizio aveva cominciato con i gatti randagi, le città erano piene di gatte randage che consumate dalla fame e dall’amore, mettevano al mondo nidiate intere di gattini pulcuiosi e cisposi che finivano sotto le macchine appena mamma gatta riusciva a staccarli dalle sue mammelle per partorirne un’altra cucciolata. E qualche volta, dopo aver raccolto quei piccoli pelle ossa che miagolavano disperati non appena lei si avvicinava con un po’ di cibo, aveva ucciso anche le gatte quando ad occhio le pareva che non fossero gravide. Le pareva che porre un definitivo rimedio a quelle vite randagie fosse il minimo che poteva fare per tutto quello che le gatte facevano continuamente per lei.
Poi ad un certo punto parte del genere umano che viveva soprattutto nelle città, pareva si fosse accorto del patimento di questi animali e avevano cominciato a castrare i gatti randagi e a creare le colonie feline ovvero gruppi di vecchi gatti sterili che non servivano né a riprodursi e neanche più ad essere mangiati. I primi tempi questa nuova usanza le complicò un po’ la vita, se prima per procurarsi qualche gatto bastava farsi una girata al parco, adesso poteva camminare giornate intere senza trovare un solo gatto che facesse al caso suo. E all’inizio quando pareva che alla penuria di gattini randagi non vi fosse rimedio, si era anche adattata a qualche grosso gatto castrato raccolto senza sforzo da una di queste colonie. Poi un giorno comprò per caso una rivista di annunci gratuiti e lì, con sua grande gioia e sorpresa, si accorse che poteva avere tutti gatti che voleva.
Di solito preferiva gatti che avessero almeno un paio di mesi, quelli più piccoli il più delle volte, dovevano ancora essere svezzati cosa di cui lei non poteva occuparsi, e quelli più grandi avevano già cominciato a mangiare fetide scatolette che ne compromettevano irrimediabilmente il sapore della carne. Per questo di solito si informava prima a che punto fosse lo svezzamento dei gattini e quando i padroni premurosi la invitavano ad un’altra settimana di pazienza perchè i piccoli prendevano ancora il latte, non metteva mai premura ai padroni restando tranquillamente in attesa del momento giusto.
I suoi gatti, infatti, erano i gatti più belli e più sani che si fossero mai potuti trovare in giro, non appena si staccavano dalla mammella materna, entravano a far parte della sua “gatteria”, come la chiamava lei, e da quel giorno e per circa un anno sarebbero stati nutriti con i migliori alimenti che un gatto potesse desiderare. La sua etica, infatti, le impediva rigorosamente di uccidere un gatto prima del compimento del suo primo anno di età, l’infanzia era una cosa sacra per la quale bisognava avere un rispetto profondo qualsiasi fosse la specie ed era suo preciso dovere fare in modo che i suoi gatti vivessero la propria nel miglior modo possibile.
Poi raggiunto l’anno di età quando le loro carni erano ancora tenere e la loro vita era stata la miglior vita che un gatto potesse desiderare, li ammazzava con un colpo secco alla nuca che non permetteva alle bestiole di soffrire e probabilmente neanche di rendersi bene conto di cosa gli stava capitando.
I gatti morti venivano scuoiati in un’apposita stanza dove le pellicce, fatte essiccare, servivano poi per confezionare coperte, cuscini, colli e persino oggetti più stravaganti come borsette o cappellini la cui successiva vendita le consentiva di poter contare su introiti più che sufficienti per i suoi bisogni, i gatti scuoiati invece finivano nella pentola d’acqua con gli odori, oppure nel congelatore per gli inverni più difficili.
Ciò che guadagnava dalla vendite tramite internet dei suoi articoli in “lapin” (chissà perchè la gente avesse tanto a cuore i gatti e così scarsa considerazione per i conigli) e non era necessario per il suo sostentamento, finiva tutto in beneficenza.

Adesso mentre nella casa cominciava a spandersi quel delizioso profumino di gatto lesso, la donna si rigirava tra le mani quell’invito non sapendo bene come regolarsi. L’associazione degli Amici del Gatto, in occasione di una serata speciale, voleva conferirle il premio quale più generosa sostenitrice della loro associazione e lei che i gatti vivi li toccava solo quando non poteva farne a meno e con le dovute precauzioni, non sapeva come fare ad accettare un invito che le sarebbe potuto costare la vita.

Sull’invito era chiaramente indicata la presenza dei loro “amici”gatti in occasione della serata ma era escluso lei si potesse presentare con la tuta che le consentiva di toccare un gatto vivo senza rischiare un shock anafilattico per l’allergia al loro pelo “vivo” ed era anche escluso che le massicce dosi di cortisone a cui faceva ricorso quando doveva andare a procurasi un gatto, sarebbero state sufficienti a consentirle una serata intera in compagnia di quelle bestie.

Tanto, sul calendario, un cerchietto rosso le suggeriva che altri quattro gatti avrebbero raggiunto l’anno di età entro la settimana prossima…….

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