Senza rileggere perchè non si può tornare indietro.
Viscontessa, 29 gennaio 2010Birba era l’ultimo della serie. La prima serie come quando vai a convivere e ti porti dietro l’armadio della tua cameretta, lei porta il letto e insieme comprate il cassettone. Ecco Birba era il suo armadio ma quando l’ho vista per la prima volta, lei aveva due mesi e lui era appena andato a prenderla per portarla ad un nostra coppia di amici. Era una trovatella, qualcuno l’aveva abbandonata per strada e il proprietario di un’officina l’aveva trovata. Come i nostri amici fossero venuti in contatto con quello dell’officina ci siamo sempre dimenticati di chiederlo ma pochi giorni prima del suo arrivo, mio marito aveva dovuto far sopprimere il suo ultimo boxer e quella trovatella era un segno del destino. Rimase con lui e un paio di mesi dopo con noi.
Io invece avevo Emma una cagnolina nera di cinque anni presa in un canile e che per tutta la vita si è rifiutata categoricamente di avere rapporti con qualsiasi essere umano che non fossi io. Non era aggressiva e neanche maleducata ma quando qualcuno le si avvicinava storceva un po’ quel suo naso nero e mi cercava con lo sguardo. Emma è stato anche il mio primo cane e il primo cane che ho dovuto far sopprimere. E’ morta cinque anni fa alla veneranda età di 15 anni e si era ammalata di una di quelle malattie che senti solo nei telefilm del dott. House. Aveva la sindrome di Cushing una patologia della ghiandola surrenale che produce troppo cortisolo e intossica il fegato. Per curarla mi ero procurata anche una confezioni di 100 pillole di un medicinale in vendita solo a Città del Vaticano. Ne rimasero 80. Fortuna che il veterinario me le ricomprò.
Insieme ad Emma avevo ereditato dal mio precedente matrimonio, una twingo nuova giallo fiammante e un gatto di nome Ernesto che aveva la stessa età di Emma perché allora lavoravo molto e mi spiaceva lasciare in casa il cane da solo per tanto tempo. Mio marito detestava il cane ed Emma detestava lui. O più semplicemente lo ignorava come ha fatto con tutti per tutta la sua vita. Emma ed Ernesto erano cresciuti insieme ma quando ho lasciato il primo marito che detestava i cani per mettermi con uno che li adorava e ne aveva una – Birba appunto – che non ci aveva messo molto a dimostrare di che pasta fosse fatta, avevo dato il gatto a mia nonna che quando è stata ricoverata in casa di cura (dove poi è morta) malvolentieri me lo ha reso ed è morta sussurrandomi di prendermi cura del suo gatto. “ma se il gatto era mio!” le dicevo e lei mi diceva si ma mi raccomando trattalo bene.
Ernesto è morto un mese prima di Emma, aveva quindici anni pure lui e non era mai riuscito a salvarsi dalle angherie di “gatto”. “Gatto” era un gatto maschio adottato quando stavamo nella nostra prima casa, a Rignano prima casa insieme al mio secondo marito. I vicini avevano due gatti e quando avevano cambiato casa lì avevano abbandonati lì. I gatti sono stati per giorni di fronte alla porta chiusa della casa dei loro ex padroni. Miagolavano e piangevano e per giorni gli abbiamo portato il cibo fino a lì. Poi piano piano si sono avvicinati a casa nostra e per un paio di anni hanno vissuto sul nostro pianerottolo. Eravamo tre famiglie tutte con cani e gatti e tutti ci davamo il turno per sfamarli e preparargli un riparo per la notte. Dopo poco tempo anche tutti i nostri cani si erano abituati a quella strana presenza sul pianerottolo ma i due gatti naturalmente non stavano bene. Erano tutti e due malati di Aids e il più malandato anche di leucemia e periodicamente li portavamo dal veterinario e gli facevamo tutte le terapie prescritte. Mi ricordo ancora di quella volta che dovevamo svuotare un ascesso con una siringa da “gatto”. Lo avevamo preso dal pianerottolo e al terzo giorno che fai ad un gatto lo scherzetto di infilargli un ago in una guancia, non lo freghi più. Eravamo in cinque intorno al tavolo: io che dovevo infilargli l’ago nella guancia, Sonia 1 infermiera professionale, Sonia2 vicina che ci incitava, Massimo, facchino di professione con due braccia grosse come due tronchi d’albero e Antonella che doveva fare il poliziotto buono e cercare di mantenerlo calmo. Fu un disastro ma poi negli anni ha imparato a farsi curare.
“Gatto” è stato operato una prima volta per rimuovere degli ascessi. Praticamente lo tagliuzzarono tutto e ce lo resero tutto spelacchiato a macchia di leopardo che per un mese rimase tappato nel pianerottolo che si vergognava a farsi vedere.
Poi Cimurrino – così era stato chiamato il secondo gatto e puoi immaginare il perché – si aggravò e lo portai a morire in casa. E “gatto” sparì. Gatto non era ancora stato castrato ma sparì una notte di natale e a capodanno non era ancora tornato. Mi ricordo l’angoscia di quell’attesa fino a quando il primo di gennaio alle sei del pomeriggio, mi parve di sentire un debole miagolio alla porta e quando la aprì mi trovai di fronte il gatto più mal ridotto che avessi mai visto. Eppure di gatti mal ridotti ne avevo raccattati tanti ma lui era rimasto intrappolato in una trappola per volpi per una settimana intera. Nel tentativo di scappare si era affettato tutte le zampe e aveva il pelo pieno di fango e lo sguardo più eloquente che avessi mai visto. Presi la scatola di cartone del pianerottolo e la portai in casa. Lui entrò e non se ne andò più via. Fu castrato ma sfortunatamente pareva monorchide così il secondo testicolo, atrofizzato ma secondo me perfettamente funzionante, fu ritrovato in una palla di grasso necrotica che gli si era formato sotto alla pancia. Gli era venuta una pancia enorme che strusciava quasi per terra e così fu operato un’altra volta e ci fu reso senza più palla necrotica di grasso e neanche palla ovvero testicolo restante.
Tuttavia i rapporti tra cani e gatti, quando avevamo cambiato casa si erano deteriorati. Stranamente in una casa molto più grande e con un giardino enorme tutto nostro, le cose non andavano affatto bene per cui i cani vivevano solo fuori e i gatti solo dentro.
Con Gatto c’era stato uno screzio una prima volta e i cani avevano giurato che gliel’avrebbero fatta pagare. Non volevano ammazzarlo ma volevano dimostrargli la propria superiorità. Non ricordo cosa era successo la prima volta ma probabilmete Gatto aveva fatto il furbo prendendoli per il culo da sopra il ramo di un albero. E’ come se lo vedessi: lui sta appollaiato sul ramo sicuro più basso quello dal quale muovendo la coda può solleticare il naso dei cani. Sta lì e muove lentamente la coda fingendo di fissare un punto lontano con l’occhio semichiuso e quello sguardo che riesce a mettere a disagio pure te e non voglio pensare cosa non provochi in un topolino. Sotto ci sono i cani e all’inizio pensano ad uno sbaglio, poi ad uno scherzo fino a quando l’apparente indifferenza di Gatto li fa innervosire e così Birba dice ad Otto “prendi quella cazzo di coda e tira giù dall’albero quel fottuto gatto” ma Otto non ci riesce. Proprio quando pensava di averla presa, la coda gli scivola lentamente tra le mandibole e gli lascia in bocca quell’odore insopportabile di felino. Poi Gatto sale su un altro ramo e se ne va nell’altra direzione lasciando i cani all’asciutto che un attimo dopo – non appena Gatto mi vede – vedono il gatto sbucare da una siepe e fare subito “miao” per richiamare la mia attenzione. Sanno che davanti a me non possono fare niente e lui gli passa vicino e gli solletica ancora un volta il naso con la sua coda.
Le cose devono essere andata più o meno così e quando una sera “Gatto” imprudentemente uscì e pensando che i cani fossero già chiusi, si avvicinò alle loro ciotole, loro lo presero di sorpresa e io lo levai dai denti di Otto in fin di vita. Tirai giù la mia amica veterinaria dal letto e la costrinsi ad aprire l’ambulatorio. Fai conto che vivevamo in campagna e sia da casa sua che da casa mia, se pur in direzioni opposte, c’erano circa una quindicina di chilometri di strada a volte sterrata, da percorrere. Me ne tornai a casa con quel che restava di Gatto e una iniezione per sopprimerlo nel caso soffrisse troppo. Lo portai a casa e lo misi sul mio letto accanto a me e aspettai sveglia che morisse, pregando che morisse da solo e non mi dovesse costringere ad usare quella iniezione.
Due mesi dopo, se pur malconcio e con lo sterno rotto, Gatto si alzò per la prima volta dalla brandina e non uscì più, neanche dal mio cuscino che diventò la sua cuccia per la notte.
Ho dormito per anni con un gatto che ronfava tutta la notte sulla mia testa. Come per Emma anche per lui diventai il suo unico punto di riferimento e ci capivamo senza dire niente, più niente del niente che di solito si dicono un animale con il suo padrone. Che brutta parola “padrone”, non si potrebbe trovare un’eufemismo come abbiamo fatto per diversamente abili?
Vabbè, comunque era così e lui era diventato persino geloso di mia figlia. Una volta che lui stava sulla spalliera del divano e lei stava seduta accanto a me, la strinsi e la abbracciai, ci scambiammo qualche effusione e lo sguardo di Gatto si fece stretto e cattivo come davanti ad un topolino e poi le soffiò nell’orecchio. Si abituò anche alla città e quando ci trasferimmo nella casa che abbiamo appena lasciato, fece pace anche con Ernesto con il quale trascorrevano le giornate nella nostra grande camera da letto insieme ad Emma. Si accucciavano tutti insieme l’uno con il muso nel pelo dell’altro, e dormivano per buona parte del giorno e anche della notte. Erano tutti vecchi e stanchi e io dormivo con un gatto sulla testa, uno sui piedi e un cane sullo scendiletto. Poi, quando Emma è cominciata a stare male veramente, io la notte mi svegliavo appena sentivo le sue unghie sul pavimento. Per quanto profondamente potessi dormire, mi svegliamo al primo passo e la portavo fuori in giardino a fare pipì. Chissà se invecchiando perdono l’olfatto perché sia di Emma che di Birba ricordo le interminabili attese nell’attesa che avessero finito di annusare qualcosa. Su ogni pisciata erano capaci di stare lì mezz’ora, poi alzavano la testa, annusavano l’aria come per sincerarsi che il naso gli funzionasse ancora, e poi si rimettevano ad annusa la pisciata di chissà quale cane. Chissà cosa passa per la loro mente, ho sempre pensato ad una roba tipo “cane maschio di taglia grande ma, cazzo, non riesco a sentire che età abbia” oppure “Troia, di qui c’è passata quella troia della Barboncina dei vicini, quella che pensava di fare la cretina con Otto…. ma cazzo è ancora viva? Non riesco a sentirlo dall’odore ma se è viva deve avere almeno diciotto anni perché era già vecchia quando l’abbiamo conosciuta”. E magari Otto il cretino con la Barboncina ce lo avrebbe pure fatto ma non aveva mai avuto il coraggio di dirlo a Birba. Un paio di volte a dire il vero, aveva anche pensato di provarci con Emma che era piccola, piagnucolona e pure snob, ma cazzo Emma era davvero vecchia e se poi io me ne fossi accorta…. apriti cielo! Dopo quella volta che se la prese a morte per via di quel gattaccio e ci tenne una settimana in punizione, non voglio neanche pensare cosa mi farebbe se sapesse che gli ho toccato Emma. Che però, nonostante l’età, ha sempre un bel figurino e…..
E poi ad Otto tornava in mente la Birba e si faceva passare tutti quei brutti pensieri della testa.
Gatto mi chiese di morire fuori. In fin di vita si era trascinato fino alla finestra sul giardino e mi aveva scongiurato di farlo andare a morire fuori, da solo. I veri Gatti – mi diceva con quel flebile miagolio da moribondo – non muoiono in casa. Io sono nato in campagna, sono sempre vissuto in campagna e quando tu mi hai portato in città, io non ho detto niente, sono rimasto buono al mio posto e non ho più visto gli alberi, gli uccellini, gli altri gatti e le notti stellate, ma adesso devi farmi morire sotto al cielo dove sono nato. Non ci saranno le stelle ma ne va della mia dignità di gatto -. Gli aprì la porta e lo lasciai uscire poi aspettai sveglia tutta la notte e alle sette presi i cani andai a cercarlo per strada, tra le macchine, pensando come pensava lui fino a quando lo ritrovai in fin di vita. Non aveva fatto molta strada, si era rintanato nel cortile del laboratorio confinante con il mio giardino e la mattina dopo, quando gli operai lo hanno trovato così, hanno chiamato la gattara del quartiere che era venuto a prenderselo e lo aveva portato dal veterinario dove ora era ricoverato attaccato ad un paio di flebo. Il veterinario mi disse quello che sapevo già ma mi portai via Gatto lo stesso e lo tenni con me qualche ora tanto per salutarci e per spiegargli che in città non potevi morire come volevi tu e che doveva fidarsi di me ancora una volta.
Quando sono stata sicura che avesse capito, lo riportai per l’ultima volta dal veterinario.
Otto era arrivato quando Birba aveva un paio di anni. Otto era nostro perché era il primo cane che io e mio marito avevamo preso insieme. “vorrei un cane corso” dissi un giorno e una settimana dopo portai a casa questa palla di pelo con le zampe enormi e lo sguardo curioso.
Birba gli fece da madre, da amica, da amante, da compagna di vita. Quando era piccolo se lo portava dietro a passeggiare per ore per le campagne e quando tornavano, Otto era così stanco che crollava abbandonato nel nostro letto. Otto dormiva tra me e mio marito mentre Emma e Birba sui nostri piedi. Poi quando erano stati più grandi Otto, per un po’, aveva sperato che Birba potesse diventare la sua amante ma Birba sapeva molto essere molto convincente e dopo qualche brutta smusata, lui non ci aveva provato più se non in rare occasioni di eccitamento da giochi ma Birba sapeva sempre come immetterlo in riga e lui dopo qualche anno non ci pensava nemmeno più. O almeno così aveva fatto credere a Birba perché lui ci avrebbe provato anche con la gamba di un tavolo e non ci provò con gatti solo perché la prima volta che gli si avvicinò con l’aria da mandrillo, si era preso un brutto graffio sul quel suo nasone nero.
Anche con Otto non avevo bisogno di parlaci. Io lo guardavo e lui capiva, lui mi guardava e io capivo. Non ho capito subito quanto ci saremo capiti ma quando rischiò la vita per raggiungermi, fu come se mi avessero pugnalato in mezzo alla schiena. Al solito stavo cambiando casa e non sapendo dove mettere Otto e Birba, gli avevo fatto costruire un bellissimo recinto nel giardino della vecchia casa. Avevano la zona notte coperta e la zona giorno fuori a correre sul prato. Avevo fatto elettrificare il recinto e per sicurezza avevo fatto mettere anche del filo spinato. I pali per il recinto erano stati conficcati nel terreno ad una profondità di mezzo metro e anche sotto terra avevo fatto mettere il filo spinato. Praticamente un lager e la prima sera che li lasciai lì al solito non dormii tutta la notte, andavo a trovarli tutte le sere e le mattine passava un tizio a vedere come stavano.
Il terzo giorno mi telefonarono i nuovi inquilini della vecchia casa che terrorizzati mi dissero che Otto era scappato dal recinto e si era rifugiato in uno dei locali esterni della casa ovvero quella che per un paio di anni era stata la sua cuccia.
Avevano provato a stanarlo di lì, lo avevano chiamato, si erano avvicinati, avevano anche chiamato il tizio che la mattina passava a controllarli ma lui era stato cortese ed educato, mai aggressivo ma irremovibile, non erano riusciti a convincerlo ad uscire di lì.
Quando un’oretta dopo arrivai lì, lui riconobbe la mia , uscì senza che nessuno lo chiamasse e mi venne incontro ferito e con lo sguardo terrorizzato. Aveva tirato giù un pezzo di palizzata, si era ferito con il filo spinato e aveva preso la scossa. Ma era uscito ed era tornato nella sua vecchia cuccia ad aspettarmi.
Fu in occasioni delle radiografie che gli furono fatte in quell’occasione, che scoprì che aveva dei pallini da cacciatore nel petto. Qualcuno in una delle sue innumerevoli scorribande con Birba, gli aveva sparato ma lui era tornato a casa senza dire niente, senza un lamento come quando è morto una notte di qualche anno fa. Aveva una decina d’anni e una sera senza alcun preavviso non ha fatto per la prima volta una cosa che gli avevo chiesto io.
La sera dell’episodio della fuga, me lo ero caricato in macchina insieme a Birba e li avevo portati con me in città promettendogli che se non gli avessi trovato una sistemazione, avrei dormito io con loro nel rifugio in giardino. E non ci fu bisogno di aggiungere altro. Da quel giorno imparai a non sottovalutare mai più i segnali che Otto mi avrebbe mandato.
Per questo, la notte in cui morì, quando lo chiamai e lui mi guardò ma non si alzò, capii che c’era qualcosa che non andava, qualcosa di grave. Due ore dopo chiamai la guardia medica e lo portai velocemente alla clinica veterinaria notturna dove è morto un’ora dopo, sdraiato sul tavolo delle radiografie mentre nelle lastre si vedevano i suoi polmoni pieni di metastasi e l’intestino occluso.
Lui se ne andò così dignitosamente com’era nel suo carattere cercando di dare meno disturbo possibile e con il muso fradicio delle mi lacrime.
Otto fece appena in tempo a conoscere Micione l’erede morale di Gatto, un gatto con le sue medesime possibilità se non fosse che l’ho trovato piccolissimo e ho potuto preservarlo da tutte le brutte avventure di Gatto. Micione è uno sbruffone, uno che quando era piccolo diceva “io non ho paura di quei due grossi cani neri, fatemi uscire da questa stanza che altrimenti vi piscio sull’uscio.
E ancora adesso che non ricordo più quanti anni abbia (quattro? Cinque? Boh) se lo chiudi in una stanza lui ti piscia sulla porta.
Infatti quando lo abbiamo fatto uscire la prima volta, i cani hanno abbassato lo sguardo e hanno visto passare questa caccola di gatto tutto impettito. Poi mi hanno guardato come se mi dicessero “ma cos’è questa cosa? Erano settimana che ci domandavamo che razza di belva feroce c’era rinchiusa dietro a quella porta e ora vorresti dirci che era questa sottospecie di gatto a fare tutto quel casino?” e lo hanno ignorato, ho almeno hanno dovuto fingere di ignorarlo perché quando uscivo, Micione tornava nella sua stanza e che pisciasse pure quanto gli pareva, ma un giorno avrebbe capito.
Capì un giorno che Otto era già morto. Birba, che era sempre stata la più selvatica dei nostri cani, non era un cane aggressivo ma se qualcuno gli rompeva i coglioni, umano o animale che fosse, lei rigirava e i suoi avvertimenti non erano mai solo simbolici.
Un cane devi educarlo ma devi soprattutto capirlo e di lei abbiamo capito fin da subito, che era molto selvatica, aveva l’istinto del lupo e non gradiva troppe smancerie. Birba era un cane che avevi sempre accanto ma discretamente. Ci faceva le feste come tutti i cani e le piacevano le carezze ma detestava le smancerie e preferiva dimostrarti il suo affetto, standoti sempre accovacciato vicino.
Quando andavo a cavallo, era lei la nostra apri pista mentre Otto chiudeva la formazione e ci guardava alle spalle.
Lei davanti che correva felice e rallentava quando vedeva che i cavalli rallentavano o quando non era sicura della direzione che avremmo preso. Dietro c’era Iasis lo stallone di mio marito che faceva un sacco di scene, abbassando la testa e annusando l’aria con le grosse narici spalancate, poi c’ero io in groppa alla Kessy che temevo come il diavolo l’acqua santa, lei era un po’ come Birba, frega un cazzo di niente e poi sono femmina e anche noi cavalle c’abbiamo le nostre giornate. E poi a me queste passeggiate mi fanno schifo e quel cretino di Iasis lì davanti non lo sopporto. Se invece di fare lo scemo con il suo padrone, partisse al galoppo, almeno mi sgranchirei un po’ le zampe che non ho più l’età per il trotto. Ma lo sai bella mia quanto ho trottato nella mia vita? Io non ho mica fatto la bella vita come il signorino lì davanti sai? Io ho dovuto sgobbare e sgobbare parecchio per campare e ora che ero riuscita a guadagnarmi una meritata pensione ecco che arrivi tu e vuoi pure che ti insegni come devi fare a cavalcare. E poi mi porti a passeggiare con quello scemo di Iasis, ma l’hai visto come fa quando trova una pozza d’acqua? Neanche fosse il diavolo! Indietreggia inorridito e mi piazza quel suo grosso culone sul muso, poi tira su la zampa e inzuppa la punta dello zoccolo nell’acqua e poi la ritrae inorridito e indietreggia ancora. Cazzo, dico io, la vuoi saltare o no quella benedetta pozza? Fammi passare davanti che ti faccio vedere come si fa. E qualche volta sono pure riuscita a convincerlo ma poi il cretino, quando si decideva a saltare urlandomi “solo perchè lo hai fatto prima tu!” atterrava sempre con il muso tra le mie cosce! E si fingeva inorridito, addolorato, meravigliato…… “scusate, scusate tutti! Non l’ho fatto apposta!”.
Accanto a me sulla Kessy c’era Emma con quelle sue gambette corte e lo sguardo perennemente rivolto verso di me. Mi guardava e mi chiedeva “come vado? Vado ben? Ho un bel portamento? E’ il passo giusto? Devo accelerare? Devo andare più lentamente?” Rilassati Emma che io c’ho già a che fare con questa cavallona, non ti ci mettere anche tu.
“effettivamente” mi comunicava lei “questa bestia è davvero enorme e mi incute un certo timore. Se devo dirtela tutta a me la campagna piace ma preferivo quando stavamo in città con Ernesto e mi portavi a passeggiare in via Gioberti.”
In fondo alla fila Otto, con lo sguardo fiero e il trotto da guarda spalle. Seguiva la fila ma il suo sguardo si guardava introno in cerca di eventuali pericoli dai quali salvarci.
Birba era così e un giorno che Micione la svegliò mentre dormiva, lo agguantò tra le mandibole e poi lo rincorse per tutta la casa e lo agguantò di nuovo. Il nostro intervento lo intimoriva, se aveva deciso che qualcuno aveva sorpassato il limite, lei gli faceva una smusata e per convincerla a mollare l’avversario bisognava tirarla per il collare e rinchiuderla per un po’ fino a quando non si erano raffreddati i suoi bollenti spiriti.
Lei era fatta così, era lei la prima mangiare e Otto non poteva neanche avvicinarsi alla ciotola prima che lei avesse finito di mangiare. Micione dopo quella volta, imparò a trattare con rispetto Birba e da allora non si è mai più avvicinato a lei senza prima annunciarsi con un miagolio e strusciarsi a lei per farsi riconoscere. A volte, quando la vedeva all’improvviso, i suoi occhi si riempivano di terrore ma i gatti sono i padroni dell’autocontrollo e come di fronte ad una preda difficile, Micione sapeva aspettare, aspettare gli attimi necessari a farsi coraggio. Poi stringeva lo sguardo, miagolava, e gli andava incontro per strusciarsi ripetutamente sul suo muso. Le rare volte che imprudenza ha sottovalutato queste accortezze, Birba lo ha agguantato e gli ha dato una risuolata. Per questo anche le gattine che sono arrivate dopo, hanno capito subito che a comandare in casa era Birba e come si farebbe con una vecchia zia scorbutica e un po’ violenta, cercavano di girarle alla larga il più possibile e quelle rare volte nelle quali non potevano farne a meno, si comportavano bene come delle damigelle ben educate.
Chi ha provato fino all’ultimo a stabilire con lei una relazione più informale, è stato Gandhi, l’ultimo arrivato, un cagnetto maschio di buona famiglia e come Otto ha sperato fino all’ultimo di poter aver con lei un rapporto non solo di affetto e di amicizia. Ma Birba quando è arrivato lui, era già vecchia e non aveva alcuna voglia di svezzare un altro cane come aveva fatto con Otto, così lo ha sempre ignorato a parte le rare volte nelle quali lui si faceva troppo insistente e allora qualche bella smusata se l’è presa pura lui.
Negli ultimi giorni di vita quando ormai non riusciva quasi più ad alzarsi, Gandhi continuava a girare intorno a Birba come per chiederle che cosa avesse. Mentre Birba russava nonostante il rumore del trapano che manco un terremoto, lui le si avvicinava saltellante e l’annusava come per chiedersi che accidente di odore avesse un cane che riesce a russare con quel casino.
L’annusava guardingo, timoroso come quando ti avvicini al letto di un malato e senti quell’odore di morte che ti prende allo stomaco. Anche Micione le passava accanto e anche se non ce n’era bisogno, gli si strusciava col muso sulla testa come a dirle “lo so che non stai bene, ma io ti rispetto lo stesso perché te lo sei meritato”.
E quando era sveglia mi guardava con quel suo sguardo acquoso di vecchia e mi seguiva con lo sguardo ogni istante anche ieri quando l’ho trovata sotto al tavolo, l’ho sollevata e l’ho posata su una brandina dalla quale non è più riuscita ad alzarsi. Il muso a terra tra le zampe anteriori un po’ troppo divaricate in una posizione che non le era familiare. Mi guarda come se volesse chiedermi “e ora cosa si fa? Ora cosa succede? Ora come mi aiuterai?” mi guardava così e io le accarezzavo la testa e le dicevo “non preoccuparti, non ti farò soffrire, non lascerò che il tuo sguardo sia più in basso di quello degli altri. Ti sei meritata il rispetto di tutti e io so quanto sia sempre stato importante per te essere indipendente. Ti aiuterò Birba, come ho già aiutato gli altri.
E le ho accarezzato la testa fino a quando il suo sguardo acquoso si è fatto vitreo.
Quando sono tornata a casa Gandhi si è affacciato per cercarla. Poi, quando ha visto che non c’era, è andato ad annusare la sua brandina e ha seguito le ultime tracce che lei aveva lasciato per casa. Si è accucciato sul divano e stamattina che per la prima volta non c’era Birba a mantenere l’ordine, si è sfogato in giochi sfrenati con le gattine.
Loro hanno capito che non c’è più pericolo e da stamattina mi stanno facendo impazzire correndo su e giù per le scale ed entrando in ogni stanza di corsa senza più accertarsi prima che lì non ci sia Birba a riposare.
Il momento peggiore è sempre la sera. Nessuno dice niente perché non c’è niente da dire e ciascuno di noi sa già cosa si prova e quanto tempo ci vorrà per abituarsi. Ad ognuno viene in mente un ricordo e tra qualche tempo torneremo a parlare di lei ognuno con i propri ricordi, e con la consapevolezza che comunque ne vale sempre la pena.





