questo post è portatore sano di rogna

Viscontessa, 23 novembre 2010

Nel complesso, quella appena trascorsa, è stata una bella settimana caratterizzata da un tempo di merda che almeno, negli anni dopo l’alluvione, ci si preoccupava di quanto fosse incazzato l’Arno e invece adesso siamo già abbastanza incazzati noi che dell’Arno ci importa una sega.

Lunedì sono andata a farmi iniettare qualcosa nella chiappa per vedere se questo nervo sciatico mi da tregua ma il bastardo non ne vuol sapere e infatti oggi mi sono adocchiata la chiappa destra (perché alla sinistra non ci arrivo proprio) e torcendomi tra atroci spasmi trattenuti a stento da una sigaretta che mi penzolava tra le labbra, mi sono iniettata un antidolorifico sentendomi molto House con la sua dose di Vicodin.

Martedì mia figlia si è ammalata, febbre a trentotto, tempo di merda e io sono andata al mercato dove ho trovato un amico – l’ennesimo amico, conoscente, parente, amico di un parente conoscente, conoscente di un parente amico – che ha insistito perché mi segnassi il numero di telefono di un medico/fisioterapista/osteopata/omeopata/stregone sciamano/chiropratico/naturopata/santona calabrese, che ha fatto miracoli con la sciatalgia/lombalgia/ernia/lussazione vertebrale e financo alluce valgo di un parente conoscente amico o una delle combinazioni sopra menzionate.
Tutti hanno qualcosa da raccontarti, qualcuno da raccomandarti, un miracolo da condividere tanto che alla fine quando incontri qualcuno che ti chiede perché cammini tutto storto, finisce che gli dici “scusa ma ho pestato una merda e devo andare a pulirmi”. E’ stato bello.

Mercoledì la mia mamma è stonfata a terra a faccia in giù. “tutto bene, mi sono messa a letto per riposarmi un po’ ma davvero questa volta non mi sono fatta niente”.

Giovedì c’avevo un sonno che mi sono alzata dal letto e mi sono riaddormentata sul divano. Mia figlia tanto vagava per casa con la sua febbre a trentotto.
Nel pomeriggio alle 18 in punto con la pelle già detersa e nutrita per la notte, scopro in tempo reale che l’appuntamento delle 18 che io credevo fosse per sabato, era proprio per giovedì.
Alle 18.10 vestita come una vamp per la presentazione di una collezione di biancheria intima, sono fuori di casa, sotto la pioggia, tutta bardata per prendere un motorino che non c’è perché il motorino lo ha preso mio marito che tanto io sono sempre in casa e vai a pensare tu che proprio in un giovedì piovoso di novembre mi agghindo come una vamp per salutare un’amica che presenta il suo libro in una libreria della mia città e il motorino non c’è.
Più veloce della luce, cambio ambito nuovamente, mi spoglio della mia tutta da acqua mentre impreco come un partecipante del Grande Fratello, e sono di nuovo la vamp in attesa di un taxi che dieci minuti dopo mi permette una rentrèe sulla scena della presentazione del libro, degna più di una s-vamp-ita che non di una vamp.
In serata mi deprimo e inizio una lunga sciarpa ai ferri con disegno geometrico secondo l’estro e senza contare i punti che tanto perdo sempre il conto e vabbè.

Venerdì dalle 15.00 alle 19.00 sto al pronto soccorso dove mia sorella ha portato a forza la mamma che ha tutta la faccia blu e per metà gonfia tanto che sembra quasi ringiovanita, con la pelle più tesa e le labbra più carnose e se non fosse quello strano colore blu, sarebbe quasi topa.
Queste cose gliele dico tra le 15 e le 15.30 poi il resto del tempo lo trascorro a cercare di evitare lo sguardo di un altro tizio che è cascato di muso sull’asfalto e c’ha un occhio nero e una ferita sul sopracciglio. Ho capito che dovevo evitare lo sguardo quando ho capito che la tizia che aveva accanto e che lui stava mettendo al corrente di buona parte della sua vita passata e presente, era una perfetta sconosciuta. Da principio – vuoi per l’età molto avanzata di lui, vuoi per la sua stravaganza senile – avevo pensato che la poveretta potesse essere la sua badante ma quando lui ha cominciato a parlarle della sua giovane moglie (della quale poi abbiamo involontariamente saputo tutto) ho capito che la donna doveva essere lì per caso e che quel suo ostinato silenzio non era la forma di rassegnazione che inevitabilmente deve sviluppare chi è costretto a lavorare per un tipo del genere, ma una forma di autodifesa che comunque non l’ha salvata dai racconti del vecchio che ha proseguito come niente fosse fino a quando la tizia è stata chiamata da un medico e sorridente se ne è andata verso il proprio destino.
Il vecchio allora ha posato lo sguardo sull’uomo che gli era seduto di fronte e che da quando era arrivato aveva stampato in volto un sorrisino di circostanza di quelli che si fanno quando si vanno a trovare i vecchi in un ospizio, sorrisini affettuosi e compassionevoli di coloro che hanno sempre una parola buona per tutti perché pensano “col cazzo io mi riduco a diventare così, io mi ammazzo prima”. E gli pare di aver avuto un”idea originale, un’idea che secondo loro non ha mai avuto nessuno, neanche il vecchio lì di fronte a te che per non ammazzarsi da vecchio, fa finta di essere ancora giovane.
Insomma il tipo sta seduto lì con quell’aria lì e ascolta il vecchio che gli racconta ancora come è caduto mentre lui ogni tanto gira lo sguardo e lo appoggia su uno a caso degli altri pazienti tanto per essere sicuro di avere la nostra attenzione. Sorride e annuisce al vecchio poi gira lo sguardo al momento giusto – né troppo presto come fanno i disattenti e neanche troppo tardi come fanno quelli in cerca di approvazione – e ci guarda proprio nel momento nel quale il tono del vecchio si fa un tono da vecchio e noi non siamo più costretti a sentirlo.
Siamo cinque in tutto, il vecchio che continua a domandarsi come sia stato possibile che sia caduto senza motivo, io che sono tentata di rispondergli “perché sei vecchio, yeah!” ma temo che questo, anziché zittirlo, potrebbe invogliarlo ad intavolare una discussione sul tema “giovani dentro”, mia madre che a tratti assomiglia ad un bulldog inglese e a tratti a Nina Moric, una signora con lo sguardo basso che deve aver capito molto prima di me il pericolo che si corre con quel vecchio logorroico, e il tizio con il sorriso che al momento giusto ci volge il suo sguardo compassionevole costringendoci ad assentire con la testa anche se non c’è un cazzo da assentire.
Poi all’improvviso, proprio mentre il vecchio sta parlando al telefono con una tizia che non sentiva da vent’anni ma alla quale racconta particolari truculenti della sua caduta, il tipo con il sorriso saluta, ringrazia, sorride di più e se ne va gettando me, mia mamma e la signora consapevole, nel panico.
Infatti a questo punto il vecchio, colto di sorpresa, si gira intorno con lo sguardo scrutore, poi prova con qualche colpo di tosse e infine tenta di rintracciare il telefono della sua maestra d’asilo per fargli sapere che è caduto e si è sfracellato il volto.
Tanto noi, approfittando della sua distrazione, alziamo lo sguardo da terra e ci cerchiamo vicendevolemente con gli occhi come per contarci dopo una battaglia ma ecco che un attimo dopo,il nemico è nuovamente all’attacco e dopo aver tentato ivano di catturare lo sguardo miope e pesto di mia mamma, individua in me, la più vicina fisicamente a lui, la sua preda.
Così si schiarisce la voce, si gira verso di me e come se avesse davanti agli occhi il mio sguardo rapito comincia a parlare a bassa voce facendo in modo che io possa capire chiaramente solo alcune parole….
Sono le 19, mia mamma ha un polso fratturato, ha il viso tumefatto, i denti rotti, un ematoma in testa e continua a mettersi il cappotto per andare a casa, io ho la schiena indolenzita e l’ipood scarico. Sono così stanca che sto per cedere, sto per girarmi verso il vecchio logorroico con la moglie giovane e per chiedergli “scusi?”. Sto per commettere un errore madornale e lo capisco dallo sguardo di sollievo della signora consapevole ma la stanchezza è tanta e poi.
Poi entra in sala d’aspetto un signore distinto con un bambino con un braccio dolente e si siede proprio di fronte al vecchio che a quel punto torna nella sua posizione, si schiarisce la voce e rivolto al bambino chiede “ti sei fatto male?”. E lo sventurato rispose.

Sabato, quando mio marito scivola su una pipì di gatto sulla soglia di casa, capisco che come aspirante San Francesco non valgo un cazzo. Io con Micione ci ho parlato, gli ho chiesto perché accidenti gli è presa così di pisciare in casa, gli ho comprato le scatolette che voleva, l’ho fatto venire nel lettone con me, gli grattato fortissimamente la testa come piace a lui, ma non c’è stato niente da fare: sta tutto il giorno a dormire, poi si alza mi guarda, miagola e spiscetta per casa e la notte la fa davanti alla porta.
Ci ho provato anche con le cattive, l’ho chiamato il fatto Boffo, gli ho detto che era attenzionato e dossierato ma lo stronzo per tutta risposta ha pisciato anche nell’altro angolo della porta roba che uno di questi giorni lo butto fuori di casa….. vabbè dal divano per cinque minuti.
Poi siccome cazzo, non posso pensare tutto il giorno alla pipì del gatto, alla febbre di mia figlia e a mia mamma ricoverata in ospedale alla quale devono fare un drenaggio alla testa, mi dico che ok, almeno su internet ce la posso fare e non ho neanche bisogno di vestirmi. Poi con questa cosa dello shopping in rete posso pure comprare vestiti e occhiali da sole online senza neanche muovermi dal divano, quindi, a volte, mi chiedo: chi me lo fa fare di uscire? In fondo, dai, sono una tipa simpatica, cioè voglio dire, a parte il fatto che secondo me porto rogna, quando voglio sono una sveglia, in gamba, persino simpatica e poi dai, cazzo, ora alla mia amica delle medie che non ho più visto ma grazie a facebook ho ritrovato, gli faccio una battuta simpatica che accidenti a questo fb perché mica tutti ci tengono tanto a ricordare come eravamo da adolescenti, io per dire non ci tengo affatto perché poi la scemerella – che sarei io quando mi sento in empatia con il mondo – gli fa “certo che mi ricordo di te, ti invidiavo le tette” e ci mette dietro tutte quelle faccine perché torni adolescente, perché lei te la ricordi adolescente e le parli come parlavate quando eravate adolescenti e non sei sicura che lei capisca che la tua è una battuta perché da adolescenti non si fanno le battute, le cose sono tutte così terribilmente serie e anche le tette della tua amica lo diventano perché lei ce l’ha e tu no e tu sai, perché nessuno ti convincerà del contrario, che tu sicuramente non le avrai mai e che quindi tu sarai diversa, sarai diversamente donna e nessun ragazzo ti vorrà mai e ti toccherà farti suora e anzi forse forse farsi suora non è male……
Ecco, tu resti ancorata a quel tuo pensiero di tette, le sue tette sono state un momento molto doloroso della tua adolescenza e anche se lei non lo sa, tu con la tua battuta le dici che ti è passata, che ora su certe cose ci scherzi e che anche tu con il tempo hai conquistato la tua decorosa terza scarsa…….
E mentre sei lì che sorridi con quel sorriso ebete e compassionevole che spesso rivolgiamo alla nostra adolescenza, lei mi risponde e mi dice che ha avuto un tumore al seno.

Domenica o oggi – perché tutte queste cose sono successe in settimana ma ho la sensazione di aver fatto un po’ di confusione con i giorni – ho raggiunto l’apice dell’imbecillità settimanale e ho pensato che farmi consigliare un libro da un premio Campiello faceva davvero molto figo soprattutto se lo leggi nella sala d’aspetto di un reparto di neuro-chirurgia. Ognuno affronta le situazione a modo proprio e a me, quello chiamare Michela per farmi consigliare un libro da ospedale, pareva un buon modo per affrontare l’attesa dell’intervento di mia madre alla quale hanno inserito un tubicino nella testa e adesso ricorda un po’ un alieno con la faccia blu, la testa grossa e il tubo al seguito.
(l’intervento è andato bene)
Il libro che mi ha consigliato Michela lo stavo già leggendo ma non mi diverte affatto.
Sarà che ultimamente mi sento così noir……

Note della settimana: ho perso i Raiban ho ritrovato la Montblanc

Abbiamo i nostri tempi

Viscontessa, 4 novembre 2010

Devo riprenderci un po’ la mano perché è tanto tempo che non uso più questa tastiera. Non uso più neanche la gamba destra perché ho scoperto di avere un’ernia ma questo è un altro discorso che non ho voglia di affrontare.
Mi sembra di essere convalescente come quando decidi che è l’ora di uscire e il mondo è troppo vasto per essere percorso tutto. Tanto vale non farne di niente.
No davvero, è che mi fa male la gamba e la schiena ed ogni movimento diventa faticoso e io mi consumo lentamente su questo divano e non ho vinto niente neanche al win for life.
Non è la prima volta che mi succede. Ogni tanto mi capita, mi fermo e basta e non riesco più a muovere neanche un passo. L’ultima volta ho letto un libro di Valerio Massimo Manfredi e poi una notte mi sono svegliata e ho scritto una cosa sulle palpebre.
La volta precedente ho ammazzato un blog e ho adottato un dog.
Questa volta invece mi sono appassionata di televisione. La tengo accesa tutto il giorno perché la stanza è un po’ buia e ho paura che le piante ne soffrano. Tolgo il volume e lascio scorrere sullo schermo le immagini luminose. Risparmio sulle lampadine e sulle piante.
I miei migliori amici sono Cesar Miller, l’addestratore di cani di Animal Planet, Carla Gozzi ed Enzo Miccio di “ma come ti vesti?” in onda su Real Time (e che nel mio cuore hanno preso il posto che un tempo fu di Fabio e Fiamma su Radio 2), e il procuratore Mc Coy di Low and Order in onda un po’ ovunque a qualsiasi ora di qualsiasi giorno. Anche adesso mentre sto scrivendo ci sono in onda almeno un paio di episodi e io faccio una gran fatica a non premere il tasto del volume sul telecomando.


Per quanto riguarda invece le relazioni esterne sono quotidianamente in contatto con un’anziana signora che mi telefona quasi ogni giorno in cerca di Laura, di Luisa o per sapere se buttare la pasta o meglio la minestrina. L’ultima volta che l’ho sentita voleva che le mandassi un giovanotto e siccome non avevo niente da fare, ho cercato nuovamente di capire chi fosse ma soprattutto chi cercasse. Ma la conversazione è andata come al solito.
“signora, ha sbagliato numero un’altra volta, ma lei chi cerca?”
“Luisa?”
“No sono Giovanna, non sono Luisa e non sono neanche Laura, lei sbaglia numero, che numero deve fare?”
“quello che ho fatto!”
“no perché quello che ha fatto è il mio e io sono Giovanna e non sono Laura e neanche Luisa”
“Giovanna ha detto?”
“esatto!”
“va bene, allora Giovanna me lo manda lei un giovanotto?”
“averne!”
“come?”
“niente…. che giovanotto le dovrei mandare signora?”
“uno qualsiasi”
“uno qualsiasi. Ora lo cerco e glielo mando”
“grazie Luisa”
“di niente signora, a domani”.

Adesso però devo proprio andare perché sono arrivate le mie amiche Ruby e Sarah e io mi sono appassionata anche alle loro storie. Meglio guardare le belle ragazze che ballare il bunga bunga con lo zio.

Senza rileggere perchè non si può tornare indietro.

Viscontessa, 29 gennaio 2010

Birba era l’ultimo della serie. La prima serie come quando vai a convivere e ti porti dietro l’armadio della tua cameretta, lei porta il letto e insieme comprate il cassettone. Ecco Birba era il suo armadio ma quando l’ho vista per la prima volta, lei aveva due mesi e lui era appena andato a prenderla per portarla ad un nostra coppia di amici. Era una trovatella, qualcuno l’aveva abbandonata per strada e il proprietario di un’officina l’aveva trovata. Come i nostri amici fossero venuti in contatto con quello dell’officina ci siamo sempre dimenticati di chiederlo ma pochi giorni prima del suo arrivo, mio marito aveva dovuto far sopprimere il suo ultimo boxer e quella trovatella era un segno del destino. Rimase con lui e un paio di mesi dopo con noi.
Io invece avevo Emma una cagnolina nera di cinque anni presa in un canile e che per tutta la vita si è rifiutata categoricamente di avere rapporti con qualsiasi essere umano che non fossi io. Non era aggressiva e neanche maleducata ma quando qualcuno le si avvicinava storceva un po’ quel suo naso nero e mi cercava con lo sguardo. Emma è stato anche il mio primo cane e il primo cane che ho dovuto far sopprimere. E’ morta cinque anni fa alla veneranda età di 15 anni e si era ammalata di una di quelle malattie che senti solo nei telefilm del dott. House. Aveva la sindrome di Cushing una patologia della ghiandola surrenale che produce troppo cortisolo e intossica il fegato. Per curarla mi ero procurata anche una confezioni di 100 pillole di un medicinale in vendita solo a Città del Vaticano. Ne rimasero 80. Fortuna che il veterinario me le ricomprò.
Insieme ad Emma avevo ereditato dal mio precedente matrimonio, una twingo nuova giallo fiammante e un gatto di nome Ernesto che aveva la stessa età di Emma perché allora lavoravo molto e mi spiaceva lasciare in casa il cane da solo per tanto tempo. Mio marito detestava il cane ed Emma detestava lui. O più semplicemente lo ignorava come ha fatto con tutti per tutta la sua vita. Emma ed Ernesto erano cresciuti insieme ma quando ho lasciato il primo marito che detestava i cani per mettermi con uno che li adorava e ne aveva una – Birba appunto – che non ci aveva messo molto a dimostrare di che pasta fosse fatta, avevo dato il gatto a mia nonna che quando è stata ricoverata in casa di cura (dove poi è morta) malvolentieri me lo ha reso ed è morta sussurrandomi di prendermi cura del suo gatto. “ma se il gatto era mio!” le dicevo e lei mi diceva si ma mi raccomando trattalo bene.
Ernesto è morto un mese prima di Emma, aveva quindici anni pure lui e non era mai riuscito a salvarsi dalle angherie di “gatto”. “Gatto” era un gatto maschio adottato quando stavamo nella nostra prima casa, a Rignano prima casa insieme al mio secondo marito. I vicini avevano due gatti e quando avevano cambiato casa lì avevano abbandonati lì. I gatti sono stati per giorni di fronte alla porta chiusa della casa dei loro ex padroni. Miagolavano e piangevano e per giorni gli abbiamo portato il cibo fino a lì. Poi piano piano si sono avvicinati a casa nostra e per un paio di anni hanno vissuto sul nostro pianerottolo. Eravamo tre famiglie tutte con cani e gatti e tutti ci davamo il turno per sfamarli e preparargli un riparo per la notte. Dopo poco tempo anche tutti i nostri cani si erano abituati a quella strana presenza sul pianerottolo ma i due gatti naturalmente non stavano bene. Erano tutti e due malati di Aids e il più malandato anche di leucemia e periodicamente li portavamo dal veterinario e gli facevamo tutte le terapie prescritte. Mi ricordo ancora di quella volta che dovevamo svuotare un ascesso con una siringa da “gatto”. Lo avevamo preso dal pianerottolo e al terzo giorno che fai ad un gatto lo scherzetto di infilargli un ago in una guancia, non lo freghi più. Eravamo in cinque intorno al tavolo: io che dovevo infilargli l’ago nella guancia, Sonia 1 infermiera professionale, Sonia2 vicina che ci incitava, Massimo, facchino di professione con due braccia grosse come due tronchi d’albero e Antonella che doveva fare il poliziotto buono e cercare di mantenerlo calmo. Fu un disastro ma poi negli anni ha imparato a farsi curare.
“Gatto” è stato operato una prima volta per rimuovere degli ascessi. Praticamente lo tagliuzzarono tutto e ce lo resero tutto spelacchiato a macchia di leopardo che per un mese rimase tappato nel pianerottolo che si vergognava a farsi vedere.
Poi Cimurrino – così era stato chiamato il secondo gatto e puoi immaginare il perché – si aggravò e lo portai a morire in casa. E “gatto” sparì. Gatto non era ancora stato castrato ma sparì una notte di natale e a capodanno non era ancora tornato. Mi ricordo l’angoscia di quell’attesa fino a quando il primo di gennaio alle sei del pomeriggio, mi parve di sentire un debole miagolio alla porta e quando la aprì mi trovai di fronte il gatto più mal ridotto che avessi mai visto. Eppure di gatti mal ridotti ne avevo raccattati tanti ma lui era rimasto intrappolato in una trappola per volpi per una settimana intera. Nel tentativo di scappare si era affettato tutte le zampe e aveva il pelo pieno di fango e lo sguardo più eloquente che avessi mai visto. Presi la scatola di cartone del pianerottolo e la portai in casa. Lui entrò e non se ne andò più via. Fu castrato ma sfortunatamente pareva monorchide così il secondo testicolo, atrofizzato ma secondo me perfettamente funzionante, fu ritrovato in una palla di grasso necrotica che gli si era formato sotto alla pancia. Gli era venuta una pancia enorme che strusciava quasi per terra e così fu operato un’altra volta e ci fu reso senza più palla necrotica di grasso e neanche palla ovvero testicolo restante.
Tuttavia i rapporti tra cani e gatti, quando avevamo cambiato casa si erano deteriorati. Stranamente in una casa molto più grande e con un giardino enorme tutto nostro, le cose non andavano affatto bene per cui i cani vivevano solo fuori e i gatti solo dentro.
Con Gatto c’era stato uno screzio una prima volta e i cani avevano giurato che gliel’avrebbero fatta pagare. Non volevano ammazzarlo ma volevano dimostrargli la propria superiorità. Non ricordo cosa era successo la prima volta ma probabilmete Gatto aveva fatto il furbo prendendoli per il culo da sopra il ramo di un albero. E’ come se lo vedessi: lui sta appollaiato sul ramo sicuro più basso quello dal quale muovendo la coda può solleticare il naso dei cani. Sta lì e muove lentamente la coda fingendo di fissare un punto lontano con l’occhio semichiuso e quello sguardo che riesce a mettere a disagio pure te e non voglio pensare cosa non provochi in un topolino. Sotto ci sono i cani e all’inizio pensano ad uno sbaglio, poi ad uno scherzo fino a quando l’apparente indifferenza di Gatto li fa innervosire e così Birba dice ad Otto “prendi quella cazzo di coda e tira giù dall’albero quel fottuto gatto” ma Otto non ci riesce. Proprio quando pensava di averla presa, la coda gli scivola lentamente tra le mandibole e gli lascia in bocca quell’odore insopportabile di felino. Poi Gatto sale su un altro ramo e se ne va nell’altra direzione lasciando i cani all’asciutto che un attimo dopo – non appena Gatto mi vede – vedono il gatto sbucare da una siepe e fare subito “miao” per richiamare la mia attenzione. Sanno che davanti a me non possono fare niente e lui gli passa vicino e gli solletica ancora un volta il naso con la sua coda.
Le cose devono essere andata più o meno così e quando una sera “Gatto” imprudentemente uscì e pensando che i cani fossero già chiusi, si avvicinò alle loro ciotole, loro lo presero di sorpresa e io lo levai dai denti di Otto in fin di vita. Tirai giù la mia amica veterinaria dal letto e la costrinsi ad aprire l’ambulatorio. Fai conto che vivevamo in campagna e sia da casa sua che da casa mia, se pur in direzioni opposte, c’erano circa una quindicina di chilometri di strada a volte sterrata, da percorrere. Me ne tornai a casa con quel che restava di Gatto e una iniezione per sopprimerlo nel caso soffrisse troppo. Lo portai a casa e lo misi sul mio letto accanto a me e aspettai sveglia che morisse, pregando che morisse da solo e non mi dovesse costringere ad usare quella iniezione.
Due mesi dopo, se pur malconcio e con lo sterno rotto, Gatto si alzò per la prima volta dalla brandina e non uscì più, neanche dal mio cuscino che diventò la sua cuccia per la notte.
Ho dormito per anni con un gatto che ronfava tutta la notte sulla mia testa. Come per Emma anche per lui diventai il suo unico punto di riferimento e ci capivamo senza dire niente, più niente del niente che di solito si dicono un animale con il suo padrone. Che brutta parola “padrone”, non si potrebbe trovare un’eufemismo come abbiamo fatto per diversamente abili?
Vabbè, comunque era così e lui era diventato persino geloso di mia figlia. Una volta che lui stava sulla spalliera del divano e lei stava seduta accanto a me, la strinsi e la abbracciai, ci scambiammo qualche effusione e lo sguardo di Gatto si fece stretto e cattivo come davanti ad un topolino e poi le soffiò nell’orecchio. Si abituò anche alla città e quando ci trasferimmo nella casa che abbiamo appena lasciato, fece pace anche con Ernesto con il quale trascorrevano le giornate nella nostra grande camera da letto insieme ad Emma. Si accucciavano tutti insieme l’uno con il muso nel pelo dell’altro, e dormivano per buona parte del giorno e anche della notte. Erano tutti vecchi e stanchi e io dormivo con un gatto sulla testa, uno sui piedi e un cane sullo scendiletto. Poi, quando Emma è cominciata a stare male veramente, io la notte mi svegliavo appena sentivo le sue unghie sul pavimento. Per quanto profondamente potessi dormire, mi svegliamo al primo passo e la portavo fuori in giardino a fare pipì. Chissà se invecchiando perdono l’olfatto perché sia di Emma che di Birba ricordo le interminabili attese nell’attesa che avessero finito di annusare qualcosa. Su ogni pisciata erano capaci di stare lì mezz’ora, poi alzavano la testa, annusavano l’aria come per sincerarsi che il naso gli funzionasse ancora, e poi si rimettevano ad annusa la pisciata di chissà quale cane. Chissà cosa passa per la loro mente, ho sempre pensato ad una roba tipo “cane maschio di taglia grande ma, cazzo, non riesco a sentire che età abbia” oppure “Troia, di qui c’è passata quella troia della Barboncina dei vicini, quella che pensava di fare la cretina con Otto…. ma cazzo è ancora viva? Non riesco a sentirlo dall’odore ma se è viva deve avere almeno diciotto anni perché era già vecchia quando l’abbiamo conosciuta”. E magari Otto il cretino con la Barboncina ce lo avrebbe pure fatto ma non aveva mai avuto il coraggio di dirlo a Birba. Un paio di volte a dire il vero, aveva anche pensato di provarci con Emma che era piccola, piagnucolona e pure snob, ma cazzo Emma era davvero vecchia e se poi io me ne fossi accorta…. apriti cielo! Dopo quella volta che se la prese a morte per via di quel gattaccio e ci tenne una settimana in punizione, non voglio neanche pensare cosa mi farebbe se sapesse che gli ho toccato Emma. Che però, nonostante l’età, ha sempre un bel figurino e…..
E poi ad Otto tornava in mente la Birba e si faceva passare tutti quei brutti pensieri della testa.

Gatto mi chiese di morire fuori. In fin di vita si era trascinato fino alla finestra sul giardino e mi aveva scongiurato di farlo andare a morire fuori, da solo. I veri Gatti – mi diceva con quel flebile miagolio da moribondo – non muoiono in casa. Io sono nato in campagna, sono sempre vissuto in campagna e quando tu mi hai portato in città, io non ho detto niente, sono rimasto buono al mio posto e non ho più visto gli alberi, gli uccellini, gli altri gatti e le notti stellate, ma adesso devi farmi morire sotto al cielo dove sono nato. Non ci saranno le stelle ma ne va della mia dignità di gatto -. Gli aprì la porta e lo lasciai uscire poi aspettai sveglia tutta la notte e alle sette presi i cani andai a cercarlo per strada, tra le macchine, pensando come pensava lui fino a quando lo ritrovai in fin di vita. Non aveva fatto molta strada, si era rintanato nel cortile del laboratorio confinante con il mio giardino e la mattina dopo, quando gli operai lo hanno trovato così, hanno chiamato la gattara del quartiere che era venuto a prenderselo e lo aveva portato dal veterinario dove ora era ricoverato attaccato ad un paio di flebo. Il veterinario mi disse quello che sapevo già ma mi portai via Gatto lo stesso e lo tenni con me qualche ora tanto per salutarci e per spiegargli che in città non potevi morire come volevi tu e che doveva fidarsi di me ancora una volta.
Quando sono stata sicura che avesse capito, lo riportai per l’ultima volta dal veterinario.

Otto era arrivato quando Birba aveva un paio di anni. Otto era nostro perché era il primo cane che io e mio marito avevamo preso insieme. “vorrei un cane corso” dissi un giorno e una settimana dopo portai a casa questa palla di pelo con le zampe enormi e lo sguardo curioso.
Birba gli fece da madre, da amica, da amante, da compagna di vita. Quando era piccolo se lo portava dietro a passeggiare per ore per le campagne e quando tornavano, Otto era così stanco che crollava abbandonato nel nostro letto. Otto dormiva tra me e mio marito mentre Emma e Birba sui nostri piedi. Poi quando erano stati più grandi Otto, per un po’, aveva sperato che Birba potesse diventare la sua amante ma Birba sapeva molto essere molto convincente e dopo qualche brutta smusata, lui non ci aveva provato più se non in rare occasioni di eccitamento da giochi ma Birba sapeva sempre come immetterlo in riga e lui dopo qualche anno non ci pensava nemmeno più. O almeno così aveva fatto credere a Birba perché lui ci avrebbe provato anche con la gamba di un tavolo e non ci provò con gatti solo perché la prima volta che gli si avvicinò con l’aria da mandrillo, si era preso un brutto graffio sul quel suo nasone nero.
Anche con Otto non avevo bisogno di parlaci. Io lo guardavo e lui capiva, lui mi guardava e io capivo. Non ho capito subito quanto ci saremo capiti ma quando rischiò la vita per raggiungermi, fu come se mi avessero pugnalato in mezzo alla schiena. Al solito stavo cambiando casa e non sapendo dove mettere Otto e Birba, gli avevo fatto costruire un bellissimo recinto nel giardino della vecchia casa. Avevano la zona notte coperta e la zona giorno fuori a correre sul prato. Avevo fatto elettrificare il recinto e per sicurezza avevo fatto mettere anche del filo spinato. I pali per il recinto erano stati conficcati nel terreno ad una profondità di mezzo metro e anche sotto terra avevo fatto mettere il filo spinato. Praticamente un lager e la prima sera che li lasciai lì al solito non dormii tutta la notte, andavo a trovarli tutte le sere e le mattine passava un tizio a vedere come stavano.
Il terzo giorno mi telefonarono i nuovi inquilini della vecchia casa che terrorizzati mi dissero che Otto era scappato dal recinto e si era rifugiato in uno dei locali esterni della casa ovvero quella che per un paio di anni era stata la sua cuccia.
Avevano provato a stanarlo di lì, lo avevano chiamato, si erano avvicinati, avevano anche chiamato il tizio che la mattina passava a controllarli ma lui era stato cortese ed educato, mai aggressivo ma irremovibile, non erano riusciti a convincerlo ad uscire di lì.
Quando un’oretta dopo arrivai lì, lui riconobbe la mia , uscì senza che nessuno lo chiamasse e mi venne incontro ferito e con lo sguardo terrorizzato. Aveva tirato giù un pezzo di palizzata, si era ferito con il filo spinato e aveva preso la scossa. Ma era uscito ed era tornato nella sua vecchia cuccia ad aspettarmi.
Fu in occasioni delle radiografie che gli furono fatte in quell’occasione, che scoprì che aveva dei pallini da cacciatore nel petto. Qualcuno in una delle sue innumerevoli scorribande con Birba, gli aveva sparato ma lui era tornato a casa senza dire niente, senza un lamento come quando è morto una notte di qualche anno fa. Aveva una decina d’anni e una sera senza alcun preavviso non ha fatto per la prima volta una cosa che gli avevo chiesto io.
La sera dell’episodio della fuga, me lo ero caricato in macchina insieme a Birba e li avevo portati con me in città promettendogli che se non gli avessi trovato una sistemazione, avrei dormito io con loro nel rifugio in giardino. E non ci fu bisogno di aggiungere altro. Da quel giorno imparai a non sottovalutare mai più i segnali che Otto mi avrebbe mandato.
Per questo, la notte in cui morì, quando lo chiamai e lui mi guardò ma non si alzò, capii che c’era qualcosa che non andava, qualcosa di grave. Due ore dopo chiamai la guardia medica e lo portai velocemente alla clinica veterinaria notturna dove è morto un’ora dopo, sdraiato sul tavolo delle radiografie mentre nelle lastre si vedevano i suoi polmoni pieni di metastasi e l’intestino occluso.
Lui se ne andò così dignitosamente com’era nel suo carattere cercando di dare meno disturbo possibile e con il muso fradicio delle mi lacrime.
Otto fece appena in tempo a conoscere Micione l’erede morale di Gatto, un gatto con le sue medesime possibilità se non fosse che l’ho trovato piccolissimo e ho potuto preservarlo da tutte le brutte avventure di Gatto. Micione è uno sbruffone, uno che quando era piccolo diceva “io non ho paura di quei due grossi cani neri, fatemi uscire da questa stanza che altrimenti vi piscio sull’uscio.
E ancora adesso che non ricordo più quanti anni abbia (quattro? Cinque? Boh) se lo chiudi in una stanza lui ti piscia sulla porta.
Infatti quando lo abbiamo fatto uscire la prima volta, i cani hanno abbassato lo sguardo e hanno visto passare questa caccola di gatto tutto impettito. Poi mi hanno guardato come se mi dicessero “ma cos’è questa cosa? Erano settimana che ci domandavamo che razza di belva feroce c’era rinchiusa dietro a quella porta e ora vorresti dirci che era questa sottospecie di gatto a fare tutto quel casino?” e lo hanno ignorato, ho almeno hanno dovuto fingere di ignorarlo perché quando uscivo, Micione tornava nella sua stanza e che pisciasse pure quanto gli pareva, ma un giorno avrebbe capito.
Capì un giorno che Otto era già morto. Birba, che era sempre stata la più selvatica dei nostri cani, non era un cane aggressivo ma se qualcuno gli rompeva i coglioni, umano o animale che fosse, lei rigirava e i suoi avvertimenti non erano mai solo simbolici.
Un cane devi educarlo ma devi soprattutto capirlo e di lei abbiamo capito fin da subito, che era molto selvatica, aveva l’istinto del lupo e non gradiva troppe smancerie. Birba era un cane che avevi sempre accanto ma discretamente. Ci faceva le feste come tutti i cani e le piacevano le carezze ma detestava le smancerie e preferiva dimostrarti il suo affetto, standoti sempre accovacciato vicino.
Quando andavo a cavallo, era lei la nostra apri pista mentre Otto chiudeva la formazione e ci guardava alle spalle.
Lei davanti che correva felice e rallentava quando vedeva che i cavalli rallentavano o quando non era sicura della direzione che avremmo preso. Dietro c’era Iasis lo stallone di mio marito che faceva un sacco di scene, abbassando la testa e annusando l’aria con le grosse narici spalancate, poi c’ero io in groppa alla Kessy che temevo come il diavolo l’acqua santa, lei era un po’ come Birba, frega un cazzo di niente e poi sono femmina e anche noi cavalle c’abbiamo le nostre giornate. E poi a me queste passeggiate mi fanno schifo e quel cretino di Iasis lì davanti non lo sopporto. Se invece di fare lo scemo con il suo padrone, partisse al galoppo, almeno mi sgranchirei un po’ le zampe che non ho più l’età per il trotto. Ma lo sai bella mia quanto ho trottato nella mia vita? Io non ho mica fatto la bella vita come il signorino lì davanti sai? Io ho dovuto sgobbare e sgobbare parecchio per campare e ora che ero riuscita a guadagnarmi una meritata pensione ecco che arrivi tu e vuoi pure che ti insegni come devi fare a cavalcare. E poi mi porti a passeggiare con quello scemo di Iasis, ma l’hai visto come fa quando trova una pozza d’acqua? Neanche fosse il diavolo! Indietreggia inorridito e mi piazza quel suo grosso culone sul muso, poi tira su la zampa e inzuppa la punta dello zoccolo nell’acqua e poi la ritrae inorridito e indietreggia ancora. Cazzo, dico io, la vuoi saltare o no quella benedetta pozza? Fammi passare davanti che ti faccio vedere come si fa. E qualche volta sono pure riuscita a convincerlo ma poi il cretino, quando si decideva a saltare urlandomi “solo perchè lo hai fatto prima tu!” atterrava sempre con il muso tra le mie cosce! E si fingeva inorridito, addolorato, meravigliato…… “scusate, scusate tutti! Non l’ho fatto apposta!”.

Accanto a me sulla Kessy c’era Emma con quelle sue gambette corte e lo sguardo perennemente rivolto verso di me. Mi guardava e mi chiedeva “come vado? Vado ben? Ho un bel portamento? E’ il passo giusto? Devo accelerare? Devo andare più lentamente?” Rilassati Emma che io c’ho già a che fare con questa cavallona, non ti ci mettere anche tu.
“effettivamente” mi comunicava lei “questa bestia è davvero enorme e mi incute un certo timore. Se devo dirtela tutta a me la campagna piace ma preferivo quando stavamo in città con Ernesto e mi portavi a passeggiare in via Gioberti.”
In fondo alla fila Otto, con lo sguardo fiero e il trotto da guarda spalle. Seguiva la fila ma il suo sguardo si guardava introno in cerca di eventuali pericoli dai quali salvarci.

Birba era così e un giorno che Micione la svegliò mentre dormiva, lo agguantò tra le mandibole e poi lo rincorse per tutta la casa e lo agguantò di nuovo. Il nostro intervento lo intimoriva, se aveva deciso che qualcuno aveva sorpassato il limite, lei gli faceva una smusata e per convincerla a mollare l’avversario bisognava tirarla per il collare e rinchiuderla per un po’ fino a quando non si erano raffreddati i suoi bollenti spiriti.
Lei era fatta così, era lei la prima mangiare e Otto non poteva neanche avvicinarsi alla ciotola prima che lei avesse finito di mangiare. Micione dopo quella volta, imparò a trattare con rispetto Birba e da allora non si è mai più avvicinato a lei senza prima annunciarsi con un miagolio e strusciarsi a lei per farsi riconoscere. A volte, quando la vedeva all’improvviso, i suoi occhi si riempivano di terrore ma i gatti sono i padroni dell’autocontrollo e come di fronte ad una preda difficile, Micione sapeva aspettare, aspettare gli attimi necessari a farsi coraggio. Poi stringeva lo sguardo, miagolava, e gli andava incontro per strusciarsi ripetutamente sul suo muso. Le rare volte che imprudenza ha sottovalutato queste accortezze, Birba lo ha agguantato e gli ha dato una risuolata. Per questo anche le gattine che sono arrivate dopo, hanno capito subito che a comandare in casa era Birba e come si farebbe con una vecchia zia scorbutica e un po’ violenta, cercavano di girarle alla larga il più possibile e quelle rare volte nelle quali non potevano farne a meno, si comportavano bene come delle damigelle ben educate.
Chi ha provato fino all’ultimo a stabilire con lei una relazione più informale, è stato Gandhi, l’ultimo arrivato, un cagnetto maschio di buona famiglia e come Otto ha sperato fino all’ultimo di poter aver con lei un rapporto non solo di affetto e di amicizia. Ma Birba quando è arrivato lui, era già vecchia e non aveva alcuna voglia di svezzare un altro cane come aveva fatto con Otto, così lo ha sempre ignorato a parte le rare volte nelle quali lui si faceva troppo insistente e allora qualche bella smusata se l’è presa pura lui.
Negli ultimi giorni di vita quando ormai non riusciva quasi più ad alzarsi, Gandhi continuava a girare intorno a Birba come per chiederle che cosa avesse. Mentre Birba russava nonostante il rumore del trapano che manco un terremoto, lui le si avvicinava saltellante e l’annusava come per chiedersi che accidente di odore avesse un cane che riesce a russare con quel casino.
L’annusava guardingo, timoroso come quando ti avvicini al letto di un malato e senti quell’odore di morte che ti prende allo stomaco. Anche Micione le passava accanto e anche se non ce n’era bisogno, gli si strusciava col muso sulla testa come a dirle “lo so che non stai bene, ma io ti rispetto lo stesso perché te lo sei meritato”.
E quando era sveglia mi guardava con quel suo sguardo acquoso di vecchia e mi seguiva con lo sguardo ogni istante anche ieri quando l’ho trovata sotto al tavolo, l’ho sollevata e l’ho posata su una brandina dalla quale non è più riuscita ad alzarsi. Il muso a terra tra le zampe anteriori un po’ troppo divaricate in una posizione che non le era familiare. Mi guarda come se volesse chiedermi “e ora cosa si fa? Ora cosa succede? Ora come mi aiuterai?” mi guardava così e io le accarezzavo la testa e le dicevo “non preoccuparti, non ti farò soffrire, non lascerò che il tuo sguardo sia più in basso di quello degli altri. Ti sei meritata il rispetto di tutti e io so quanto sia sempre stato importante per te essere indipendente. Ti aiuterò Birba, come ho già aiutato gli altri.
E le ho accarezzato la testa fino a quando il suo sguardo acquoso si è fatto vitreo.
Quando sono tornata a casa Gandhi si è affacciato per cercarla. Poi, quando ha visto che non c’era, è andato ad annusare la sua brandina e ha seguito le ultime tracce che lei aveva lasciato per casa. Si è accucciato sul divano e stamattina che per la prima volta non c’era Birba a mantenere l’ordine, si è sfogato in giochi sfrenati con le gattine.
Loro hanno capito che non c’è più pericolo e da stamattina mi stanno facendo impazzire correndo su e giù per le scale ed entrando in ogni stanza di corsa senza più accertarsi prima che lì non ci sia Birba a riposare.
Il momento peggiore è sempre la sera. Nessuno dice niente perché non c’è niente da dire e ciascuno di noi sa già cosa si prova e quanto tempo ci vorrà per abituarsi. Ad ognuno viene in mente un ricordo e tra qualche tempo torneremo a parlare di lei ognuno con i propri ricordi, e con la consapevolezza che comunque ne vale sempre la pena.

Addio anche a te e grazie di tutto.

Viscontessa, 27 gennaio 2010

C’e l’hai un posticino dove prenderti un appunto? Un bloc notes, un’agenda, il calendario della tua vita quello che dovrebbe iniziare il giorno della nostra nascita e finire il giorno della nostra morte. Come le agende scolastiche che barano sempre un po’ e non sapendo quando sarà la data precisa del termine della scuola, mettono qualche giorno in più e ti lasciano nell’incertezza. Non resta che sperare nelle elezioni.
Beh, se hai un posto dove annotarti la vita come il giorno del caffè quello nel quale – siccome non ti è successo proprio niente di niente – decidi di dedicarlo al caffè, oggi avrei bisogno di un favore. Ovvio, sempre ammesso che tu non abbia già dedicato la giornata più noiosa della vostra vita al caffè ma questa è una cosa importante.
Dovresti scriverci che oggi è stata la giornata più merdosa della Vis. O della Giò. O come ti pare. O come vorresti che mi chiamassi baby? Più merdosa perché è quel tipo di merda che non ha età e che può colpirti da quando acquisisci l’età della consapevolezza fino a quando la perdi. Una merda che non ha conseguenze come quando prendi la scossa con un gomito che duole per tutti uguale e non c’è bisogno di essere il Dott. House, per sapere che fa male.
E’ stata una giornata di merda come quando vedi il tuo cane morire e aggrediscono tua figlia per rubarle il cellulare.
Una giornata così che torni a casa e trovi il cane accasciato sotto al tavolo in un lago di urina e tua figlia che tarda a tornare a casa dalla scuola. Le hai comprato il caschetto per la bici proprio stamattina perché vuoi cercare di proteggerla dalle cadute. Poi passa uno, la tira giù dalla bicicletta e le porta via il cellulare. Lei torna a casa piedi con una vagonata di lacrime che ancora non è riuscita a piangere. La guardi in volto e pensi che se non piange esploderà. Ma non esplode perché il cane è in fin di vita e bisogna prendere una decisione dolorosa.
Poi lei è un fiume in piena e io mi faccio la doccia più lunga da quando sto in questa casa.
Questa casa mi odia e io odio lei.
Mi accuccio sotto allo scroscio d’acqua calda e faccio pipì così. Come un cane. Come Birba.
Addio anche a te Birba. E grazie di tutto.

Io non ho paura.

Viscontessa, 13 novembre 2009

Lunedì mi è arrivata una cartella delle tasse di qualche migliaio di euro e ho litigato con mia madre per via di una vecchia storia di mio padre.
Martedì ho forato la ruota posteriore del motorino in mezzo al viale e ho litigato con mio marito per la cartella delle tasse.
Mercoledì la preside di mia figlia mi ha mandato una lettera per chiamarmi a scuola e ho litigato con mia figlia per la lettera della preside.
Giovedì è svampato l’hard disk del computer e non avevo fatto un backup.
Oggi è Venerdì 13.
Potrebbe andare peggio, potrebbe piovere.

La scolopendra

Viscontessa, 14 settembre 2009

E’ lunedì.
Piove.
Ho dormito male.
Il piccione che ho trovato ieri in giardino, è morto nella notte.
Ho finito le sigarette.
Esco, porto fuori i cani, butto il piccione, compro le sigarette.
Vado a lavoro.
In ufficio ho poco da fare.
Vado a fare colazione e viene giù il diluvio.
Parte un antifurto che non smette più di suonare.
Dopo un ora il ritmo dell’antifurto si fa più lento.
Dieci minuti dopo diventa un lungo fischio che ti trapana il cervello.
Accendo la radio on line. Rai Due. Problemi di connessione. Non funziona.
L’antifurto fischia, defibrillatore, lo stiamo perdendo, è andato.
Ora del decesso: sempre troppo tardi.
Non ho molto da fare.
La mia collega accende la vecchia radio che abbiamo comprato on line da una ditta francese che ce lo ha spedito da Singapore. Nessuno sapeva che dovessimo denunciare la radio alla dogana. Abbiamo pagato la multa. Con quello che abbiamo speso ci conveniva comprare direttamente i Pooh e metterli sulla scrivania.
Radio Nostalgia. Si potrebbe mica cambiar canale? Arriva un fulmine, va via la luce, i computer si spengono, i Pooh continuano a cantare.
Per passare il tempo mi ricamo i coglioni all’uncinetto. “ricamatrice di palle offresi”.
Esco, piove.
Devo pagare una multa. 46 euro per aver parcheggiato il motorino nei posti riservati alle auto.
Firenze. La città con il più alto numero di multe nel 2008. Fanno i trabochetti: mettono posti auto dove non si può circolare in auto e i posti motorino dove non ci sono motorini. Poi ti fanno la multa.
Vado alla posta. Faccio la fila. Il bancomat non funziona. La mia banca deve aver deciso che se sul conto ho meno di un tot, non posso più fare pagamenti con il Pos.
L’impiegata delle poste mi propone il solito opuscoletto per aprire il banco posta. Mi da anche un altro opuscoletto per gli “investimenti”. La guardo, mi guarda, secondo lei, son qui a combattere con il Pos per pagare 46 euro di una fottutissima multa…… quante probabilità ci sono che mi stia chiedendo come investire i miei soldi?
Esco dall’ufficio postale.
Vado in cerca di uno sportello bancomat della mia banca per risparmiare le commissioni. Mi autocommisero. Aspetto in fila che due francesi saccheggino lo sportello bancomat. Ci mettono dieci minuti e vanno via con l’aria insoddisfatta. Faccio un bancomat, torno all’ufficio postale, prendo il numerino e mi metto in coda. Ho solo un numero davanti. L’impiegata finisce di servire il signore che mi precede e sparisce nel retro. Odor di caffè. Chicchiere sul tempo. Coglioni fumanti marinati in salsa acida e fiele. Esce l’impiegata e si rimette al suo posto, in quel mentre entra un ragazzo, prende il numerino e il suo numerino appare immediatamente sul display dell’unica impiegata. Quelli che hanno il banco posta hanno la precedenza.
Aspetto. Pago. Piove. Esco.
Sto pensando alla reincarnazione.

effettivamente

Viscontessa, 4 agosto 2009

Una volta ho avuto la malaugurata idea di dire che il cane vecchio non aveva voglia di uscire.
Probabilmente era inverno ed era già buio, probabilmente era un periodo nel quale le sue vecchie ossa stavano proprio messe male e i dolori non gli davano tregua.
Birba ha quindici anni e cammina lenta per strada annusando tutto quello che trova. Spesso, dopo pochi passi, si gira indietro e chiede di tornare a casa, alcune strade non le piacciono per niente e se tento di girare proprio quell’angolo lì, lei si pianta e mi guarda con occhio supplichevole. Nessuno ha mai capito perché alcune strade dopo un po’, le diventino così ostili.
Da quella volta che ho detto che Birba non voleva uscire, tutti i giorni, almeno due volte al giorno, mia figlia sostiene che il cane non vuole uscire.

“mamma, la Birba non vuol uscire”
“chi te l’ha detto?”
“me lo ha detto lei: l’ho chiamata e non si è mossa”
“per forza, con la vecchiaia è diventata un po’ sorda”.

“mamma, la Birba non vuole uscire”
“e chi te l’ha detto?”
“me lo ha detto lei, lo so che è sorda ma io le ho fatto vedere il guinzaglio e lei non si è mossa”
“per forza, ha le cateratte, non vede quasi niente”

“mamma, la Birba non vuole uscire”
“e chi te l’ha detto?”
“me lo ha detto lei! Guarda! L’ho chiamata, poi le ho fatto vedere il guinzaglio e poi le ho messo il guinzaglio e l’ho tirata un po’. E lei niente, ha tirato su il muso e si è rimessa a dormire…”
“per forza, ha i dolori al posteriore, le devi dare una mano ad alzarsi dal divano”
“senti mamma…. ma sei proprio sicura che lei voglia uscire e che non lo faccia solo per farti contenta?”
“ma che dici! I cani vanno portati fuori….”
“ma non abbiamo preso una casa con il giardino proprio per questo?”

Effettivamente.

varie ed eventuali

Viscontessa, 1 agosto 2009

George Clooney ci era già venuto piuttosto sui coglioni per via di quell’aria da divo. Puoi essere divo per un lasso di tempo ben preciso poi, o sparisci dalla circolazione per un po’ di tempo alimentando il mistero sulla tua scomparsa, oppure muori. George Clooney non ha fatto nell’uno né l’altro, anzi, ci è invecchiato sulle sponde del lago di Como senza averci mai regalato neanche un’emozione. Mai una stravaganza, un colpo di scena, una novità. Cazzo, persino il Manzoni, noto life-coach della Milano “bene” dei primi ottocento, era riuscito a domiciliare sul luogo un personaggio ben più interessante: mai avrei pensato di guardare un giorno a Renzo Tramaglino come una simpatica canaglia.
Poi arriva un giorno qualunque di un’estate qualunque di un anno del cazzo come questo, e George si sveglia dal suo torpore per accompagnarsi ad una Capo Velina reginetta del gossip. Perché ho la sensazione che per quanto sia difficile diventare una Velina, smettere di esserlo sia ancor più difficile. Per quante cose tu possa fare “dopo” sarai ricordata per sempre come una Velina. Non basta fare neanche il Ministro per farsi dimenticare come velina, figuriamoci poi una come la Canalis che non hai fatto praticamente nient’altro.
Insomma George con la velina come un calciatore qualunque, un presidente del consiglio qualunque, un italiano ricco e in vista che ne faccia richiesta, qualunque. Un divo da copertina di “Chi” come tutte le starlette, i tronisti e gli ex del Grande Fratello. Buon pro gli faccia. Io da oggi lo voglio dimenticare.

Dimenticarlo, poi, non è neanche tanto difficile. In questo periodo, infatti, sono alle prese con il salvataggio del mondo. Cioè io sono qui dentro alla piccola frana che sta precipitando dentro il baratro, o magari sta per essere risucchiato da un buco nero. Collocate a piacere la piccola frana nella quale mi sono ritirata.
E’ un processo lento, lentissimo, tante piccole particelle di materia che rotolando si mischiano tra loro e rotolano insieme. “dai andiamo!” urla la particella di materia della frana alla particella di materia che si fa gli affari suoi. E giù tutti insieme che anche se non volessi precipitare dove stracazzo di attacchi se sei una particella di materia? Una particella di materia senza la quale il mondo crolla ma che a sua volta sta crollando. Pippe mentali di mezza estate.

Ho visto un transessuale. Lei le pippe non se le fa più. Ero di fianco quando si è tolta lo slip e ho visto la topa posticcia. Trapiantata, cicatrizzata, un’area ben definita di topa posticcia. Ha le grandi labbra piccolissime e dopo le due ragazze con capelli cortissimi e topa rasata a zero con sopra tatuata una farfalla, la topa posticcia è la topa più strana che mi sia mai capitato di vedere.
D’altra parte non avevo mai frequentato lo spogliatoio di una palestra.
Meno male le patate le comprano le donne.

Pensierino della sera

Viscontessa, 3 giugno 2009

Va bene, sono qui a deprimermi sulle classifiche di accesso al mio blog.
Ho passato la giornata a deprimermi sui miei debiti e tornata a casa mi son detta che dovevo far qualcosa per non sentirmi proprio una merda.
Perchè io valgo.
In realtà non valgo niente o almeno niente che io possa usare come moneta di scambio.
Non valgo niente perchè non ho niente, non ho garanzie e non ho neanche un’età giusta per investire sul mio futuro. Sto nella terra di mezzo e tutti i giorni scivolo un po’ più in basso. A volte con i tacchi altre scalza.
Ho detto me ne vado a casa presto che tanto qui in ufficio il computer non funziona.
Ho fatto delle fotocopie, ho preso qualche caffè e sono tornata a casa.
Mi pareva che da casa fosse molto più semplice deprimersi e molto più facile trovare qualcosa da fare per scacciare i pensieri.
Ho il giardino infestato di lumache e l’azalea nuova non sta affatto bene.

Mi sono depressa un altro po’ in compagnia di un altro caffè e dei cani.
Ad un certo punto è arrivato anche un gatto e si è seduto sulla lista delle cose da pagare.
Sono uscita e sono andata a comprargli da mangiare.
Dieci chili di croccantini perchè sono più convenienti.
Potrei affogarci il gatto dentro, potrei farlo sparire per sempre in un grande sacco di croccantini.
La legge del contrappasso: una vita passata a mangiare croccantini, a rompere perchè mancano i croccantini, a cagare croccantini, a miagolare perchè gli piacciono i croccantini e a vomoitare, ovviamente croccantini. Uno così deve morire in una confezione da 10 chili di croccantini.
Però mi sono distratta.
Almeno un po’, almeno quando ho caricato i croccantini sul motorino e ho tentato di fare un’inversione ad U sul viale.
Che giornata ragazzi! Piena di emozioni e di colpi di scena.
Peccato non mi capiti mai un colpo di culo.
Torno a casa festosa. Mi sento tanto Rossella O’Hara: “domani è un altro giorno si vedrà”.
“Mami!” urlo giosa rientrando a casa ma invece di “mami” mi appare “papi”.
Sta nella cassetta delle lettere.
Apro il blog, lassù qualcuno mi ama.
Poco. C’è poco da dire e poco da leggere. Così non va.

La donna spense il computer e se ne andò.

Che fai di bello questo fine settimana?

Viscontessa, 24 maggio 2009

gandhi1

- Che fai di bello questo fine settimana?
- Niente
- Non vai al mare?
- Veramente no
- E che ci fai a casa tutto il fine settimana?
- Niente di particolare, solite cose
- E allora perchè non vai al mare o da qualche parte?
- Dunque vediamo….. sono mai andata via per il fine settimana?
- No infatti, sei sempre a casa, ma perchè non vai via qualche giorno?
- Sono almeno dieci anni che non vado “da qualche parte” per il fine  settimana.
- Accidenti mi dispiace!
- Perchè?
- Immagino che tu ti annoi…. e poi, con queste belle giornate…..vieni con me, dai! Perchè non vieni con me?
- Perchè ho gli animali.
- Ah già, mi ero dimenticata.
- Hai mai saputo che io non avessi animali?
- No, da quando ti conosco hai sempre avuto almeno il cane
- Difficile dimenticarsene….
- Si però vabbè, ma lasciali fare gli animali e vieni al mare.
- Dici che dovrei sopprimerli tutti per trascorrere un fine settimana al mare?
- No vabbè, però che palle questa schiavitù degli animali.
- Non ci crederai, ma per me non sono una disgrazia.
- Mah, io mi domando come tu faccia, io non potrei farlo mai.
- Infatti nessuno te lo chiede.
- Non fraintendermi, io amo gli animali, ma sono una tale schivitù….
- E’ una schiavitù anche truccarsi tutte le mattine.
- Ma io lo faccio perchè mi piace.
- Ecco appunto, anche io ho gli animali perchè mi piace.
- Ma perchè non li lasci a casa da soli per un paio di giorni? Dai, ci raggiungi al mare sabato sera poi domenica mattina   andiamo in spiaggia e il pomeriggio si riparte.
- E io secondo te lascio due cani, tre gatti e tre pappagalli da soli in casa per due giorni?
- Ma gli lasci da mangiare!
- Ah ecco, chissà come mai non avevo mai non ci avevo mai pensato prima…

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