Ieri notte mi è venuto in mente che soffro di vertigini.
Pensavo a come poter affrontare la ringhiera di un terrazzo al piano attico senza sentirmi sopraffare da quel pericolosissimo senso di stordimento che danno le vertigini. Perché poi dovessi trovarmi ad affrontare la ringhiera del terrazzo di un attico, proprio non lo so, ma dall’attico al terrazzo della mia vecchia casa il passo è stato breve anche se piuttosto incerto viste le condizioni. Un breve passo senza mai guardare in basso.
Veramente poi io vivevo in una villetta bifamiliare in una zona residenziale dove ora al posto delle famiglie di una volta, si trovano compagnie di assicurazioni, avvocati, banche e studi notarli. Era un bel quartiere il mio, caratterizzato da queste villette ottocento nelle quali gli appartamenti avevano stanze molto grandi e soffitti altissimi. Ricordo ancora il freddo pungente della mia camera.
Dalla cucina si accedeva ad un piccolo balcone che si affacciava sul giardino dell’ospedale pediatrico più importante della toscana. Allora, ancora molti anni fa, l’ospedale era a sua volta ospitato in una bella villa con ampie vetrate e un bel giardino, poi negli anni, per esigenze pare del tutto incompatibili con un’ediliza quanto meno gradevole, sono sorti in ogni spazio libero nuovi padiglioni e scale antincendio, cancelli automatici, locali caldaie e tutto quanto nel suo far sicurezza degrada stabili nati per essere belli e non pratici.
Il giardinetto su cui affacciava il mio balconcino, era un giardinetto sul retro che per molti anni è rimasto incolto e disabitato. Raramente si vedeva qualcuno affacciarsi su quello spazio di verdi erbacce ma io su quel luogo fantastico giornate intere immaginando storie fantastiche di serpenti e bambini fuggiti dall’ospedale. Poi un giorno levarono tutte le erbacce e misero al suo posto una ghiaia grossa e grigia che a contrasto con l’altro muro di cinta e la facciata scrostata dell’ospedale, rendeva l’insieme ancor più tetro di quanto non lo fosse già prima.
Quando mia mamma stendeva il bucato sul balconcino, succedeva a volte che qualcosa cadesse fin giù in quel triste angolo di grigio e così mia nonna si inventò il “ragno” ovvero un pezzo di filo elettrico alla cui estremità appese un pezzo di fil di ferro a forma di ragno con cui raccattare, penzolandolo giù, i capi perduti. Lei era la vera esperta del ragno, con pazienza certosina dondolava per ore quel filo bianco fino a quando non riusciva ad acchiappare il povero indumento volato giù, ma a volte era costretta ad arrendersi e per me e mia sorella era una gran bella notizia. La sconfitta di mia nonna, infatti, coincideva con una nostra visita all’interno dell’ospedale dove ci consentivano di attraversarlo tutto per giungere finalmente in quel pezzo di terreno grigio che io vedevo sempre dall’altro.
La sensazione, non appena varcavo la soglia del giardino, era di totale stordimento. Non avrei saputo dire come mi sentivo ma quella prospettiva così diversa, mi dava quasi la nausea e mi faceva girare la testa come mi accadeva a causa del mal di mare quando dovevo affrontare un qualsiasi mezzo di trasporto che non fossero le mie scarpe. La stessa sensazione, direi, che ho provato l’ultima volta che mi sono affacciata da quel balconcino dopo tanti anni che non lo facevo più.
Attraversavo quindi il giardinetto quasi in uno stato di trance tenendo stretta mia sorella per mano e calpestando quella grossa ghiaia grigia con il passo reverente con cui avrei potuto attraversare la navata di una chiesa. Poi succedeva che il mio sguardo venisse attratto da quella che dal balcone di casa pareva solo un pezzo di carta e che invece a pochi metri di distanza si rivelava essere la gamba di una mia vecchia bambola oppure una biglia, una penna, a volte solo un pezzetto di pane caduto nello scuoter la tovaglia dopo pranzo. E allora, distratta da quegli oggetti familiari in un contesto inatteso, cominciavo a rovistare tra i sassi in cerca di oggetti o parte di essi, che mi erano appartenuti.
Una volta durante una gita in campagna con la mia famiglia, ci capitò di vincere, ad una saga di paese, una grossa faraona viva. Avremmo potuto rinunciare alla vincita, ma consapevoli della fine che avrebbe comunque fatto la bestia, per tacita solidarietà familiare, ci portammo via il volatile senza ovviamente sapere bene cosa ne avremmo fatto. Il primo giorno lo mettemmo nel bagnetto di servizio, un bagnetto talmente piccolo che l’animale quasi no riusciva a girarsi e così, il giorno dopo, ci venne la bella idea di metterlo sul balcone legandogli una zampetta alla ringhiera affinché l’animale non potesse scappare. Perché poi non si facesse male nel tentativo di fuga, lasciammo il nodo talmente lento che l’animale, con un semplice battito di ali, riuscì a liberarsi del legaccio e a volar via sul tetto della casa di fronte. Inorridite per la perdita, io e mia sorella corremmo dai vicini nel tentativo di riacchiappare la faraone ma quella, non appena fu aperto il solaio, volò via nuovamente e questa volta arrivò ancora più in alto andando ad atterrare sul tetto del famoso ospedale.
Abituate a quel percorso, io e mia sorella ci precipitammo nel giardino sotto al balcone di casa e questa volta, a due bambine piangenti che cercavano la loro faraona sul tetto dell’ospedale, gli fu concesso di attraversare tutte le corsie e i corridoi e gli ambulatori dell’ospedale, tra lo stupore di medici e infermieri che non capivano bene cosa stesse succedendo. Fortuna volle che quel giorno da quelle parti ci fossero degli operai che dovevano coibentare il lastrico solare e che molto gentilmente salirono sul tetto in cerca della famosa faraona. Ma quando discesero furono costretti a comunicarci che della bestiola non c’era traccia.
Sarà stato per il mio pianto dirotto, per l’insistenza infantile con cui cercai di convincerli, per pietà o solo per divertimento, ma fatto stà che si convinsero a farmi affacciare sul solaio per verificare l’assenza della faraona e fu così che mi concessero, per pochi minuti, di osservare quel giardino da un’angolazione ancora diversa. Che spettacolo! Questa volta era il mio balcone ad essere in basso e il giardino da quell’altezza e quella posizione, mostrava ancora una prospettiva nuova e diversa che mi strappò dalla bocca un urlo di meraviglia seguito da un “che bello il giardino!”. Gli operai si guardarono tra loro, poi guardarono giù verso quel piccolo rettangolo si sassi grigi e infine mi riportarono velocemente giù senza aggiungere neanche una parola.
La sera disegnai il giardino così come pareva di ricordarlo e per no dimenticare neanche la faraona, ci mi in mezzo al disegno pure lei. Della faraona, naturalmente, non abbiamo mai più saputo niente.