e adesso che faccio?

Viscontessa, 25 Aprile 2006

Quasi quindici anni fa decisi per la prima volta di iscrivermi in palestra, non una palestra qualsiasi ma la palestra più bella della città che tra l’altro era a pochi metri da casa mia.
Tre giorni dopo aver lasciato un cospicuo assegno per l’iscrizione completa per un anno, piscina inclusa, mi venne un dolore alla spalla destra che tuttora mi porto dietro.
Mi è stato detto che era una periartrite e poi la cervicale e quindi un dolore reumatico e infine colpa della tiroide che solo molti anni dopo ha cominciato a non funzionare più come si deve.
Nel frattempo, qualche anno dopo, anche la spalla sinistra, anche se in forma minore, mi ha creato gli stessi problemi e a distanza di anni, dopo aver fatto tutte le analisi comprese quelle per le malattie genetiche come la sclerosi multipla, il lupus, l’artrite reumatoide ed altro, continuo a portarmi dietro questi dolori.

Poi una mattina mi sono alzata e non aprivo più la bocca. Un dolore lancinante alla mandibola mi consentiva un’apertura così ridotta, che anche solo mettere in bocca un cucchiaino mi creava un problema. Altre analisi, altre teorie compresa quella che avessi una soglia del dolore molto bassa, altri tentativi falliti dopo l’agopuntura, le infiltrazioni, la pranoterapia, fisioterapia, chiropratica, elettrostimolazione e via dicendo. La bocca da allora è migliorata ma non ho più riacquistato l’apertura mandibolare di una volta. In sintesi, parlo benissimo ma il sesso orale mi crea dei problemi.

Questi in poche parole i miei problemi di salute conditi da altri dolori periodici alle articolazioni come le ginocchia o i gomiti, e da una tiroide che come migliaia di altre, non fa più il proprio dovere.

Stamattina me ne stavo in un dormiveglia nel quale mi ero premurata di cambiare il finale di un sogno. Stavo in ufficio da sola ma non era il mio ufficio ma la mia casa di bambina che però non era in centro ma isolata in mezzo alla neve e mentre tiravo su un sacco di abiti di cui disfarmi, finivo per sporcarmi le mani di una cacca di cane che non mi era familiare e che per questo mi faceva davvero molto schifo. Tirando su il sacco sporco di merda ho sentito crock al collo e il crock era del tutto reale tant’è che mi sono alzata con questo dolore sulla parte sinistra del collo.

Temo, per questo, di aver ciondolato sulla sinistra tutto il giorno per cui stasera, con ancora un leggero dolore sulla parte sinistra del collo, ho la spalla sinistra terribilmente dolorante. Il dolore alla spalla si accuisce con l’immobilità e così mi sbraccio, mi tiro, mi muovo, roteo nell’aria, mi piego, mi alzo, giro, abbasso, metto dietro e metto davanti ma il dolore non passa e non posso andarmene a letto con questo dolore.
D’altra però è tutto il giorno che sono stanchissima e che mi gira la testa, sono svogliata e ciondolante ma non ho sonno e questo dolore alla spalla mi impedisce comunque di andare a letto.

Ecco, dopo tutto ciò mi chiedo, ma che accidenti faccio adesso? Me ne vado in giardino a fare un po’ dorsali attaccata al ramo dell’albicocco?

La mattina ha le merendine d’oro in bocca

Viscontessa, 6 Aprile 2006

Stamattina stavo seduta sul muretto del giardino a mangiare un Girasole del Mulino Bianco.

I Girasole del Mulino Bianco sono delle merendine che non conoscevo, di forma ovale a spirale, tra le spire contengono quella che penso sia un po’ di crema cotta e sono lucide al gusto dolci e morbide come quelle torte di marzapane che da bambina venivano inzuppate nel liquore e farcite con la crema.

Mentre mangiavo la merendina in compagnia di Otto che con il suo grosso muso lesinava qualche briciola (alla fine l’ho divisa con lui) pensavo che mia figlia non mangerà mai e poi mai una merendina così strutturata: troppo lucida, troppo morbida e dall’aspetto troppo dolce e pensavo anche che anche io alla sua età non avrei mai mangiato una merendina così.

Uni dei ricordi più vividi della mia infanzia, è quella di mio padre che un giorno mi accompagna a scuola e mi compra per merenda una brioche. Mio padre non aveva idea di quali fossero i miei gusti ma io ero così emozionata per quel gesto così affettuoso e inusuale, che non ebbi il coraggio di dirgli che a me le brioche non piacevano.

La brioche rimase in fondo alla mia cartella per lungo tempo come un feticcio a testimonianza di quell’affetto paterno di cui non avevo altre prove alla portata della mia piccola mente di bambina.

Insomma, non mangiavo brioche e non mangiavo le torte che mia madre sfornava continuamente e non mi piaceva la crema, la panna e neanche la cioccolata al latte. L’unica cosa di dolce per cui andavo pazza, era la cioccolata fondente che mia madre comprava in blocchi da mezzo chilo.

Poi crescendo ho imparato a mangiare tutto, anzi fa proprio parte del percorso educativo imparare a mangiare tutto e ricordo perfettamente il giorno in cui decisi che la crema mi sarebbe piaciuta molto e ne mangiai un conchino come fosse la cosa più naturale del mondo.

Così stamattina seduta sul muretto del giardino in compagnia del mio cane, pensavo a come il gusto per gli alimenti sia un senso in continua evoluzione da poter essere addomesticato ed adeguato secondo il proprio volere.

Vabbè, lo so, il ragionamento non riveste alcun elemento di originalità ma per me, seduta su quel muretto, è stata una specie di rivelazione come una madonnina che piange sangue o un nano che si lamenta della puzza delle fosse biologiche. D’altra parte ad ognuno nel proprio giardino, vengono rivelate le verità che più preferisce.

Arrivata quindi al termine del ragionamento e alla spira centrale della merendina il cui colore era proprio giallo girasole, mi è quindi venuta in mente un’idea brillantissima che ho condiviso con Otto il quale ha finto di ascoltarmi solo per ottenere l’ultimo boccone.

  • Otto! - gli ho detto fulminata da questa verità – ma la sai una cosa? Dunque, senti me, allora invecchiando il metabolismo cambia, a te l’invecchiamento non ha fatto ancora questo effetto ma io già da un po’ ho notato che se mangiassi come quando avevo vent’anni, ma anche trenta, ingrasserei in maniera esponenziale. Va bene, si non dire niente, lo so, questa è già la terza merendina che mi mangio stamattina e ieri sera ho concluso la serata con una manciata di cioccolatini. Si è vero, mangio solo poco meno di quando avevo trent’anni e a conti fatti non mi faccio mancare niente, però, lo vedi anche tu, in questi mesi invernali, a differenza di dieci anni fa, ho messo su una ciambellina nel giro vita e i famosi jeans della prova, non mi entrano più.

    D’altra parte queste fetide merendine mi piacciono e sostituirle con una bella tazza di cereali e latte scremato non mi darebbe la stessa soddisfazione, Però, senti questa, se da piccola non mangiavo dolci e il mangiare i dolci è stato solo il frutto dell’addomesticamento del mio gusto, perchè non potrei tentare di addomesticare adesso il mio gusto ad una alimentazione meno calorica? Cioè avrei pensato che se comincio a pensare che un gambo di sedano e una foglia di lattuga siano buoni come un conchino di crema, non potrebbe essere che io nel giro di qualche mese divento una di quelle vegetariane che girando per il supermercato riescono in un attimo a radiografare ogni prodotto in vendita per scegliere poi solo quelli più sani, più ecologici, più ipocalorici?

Lui non ha detto niente, mentre io tenevo in mano l’ennesima merendina da consumare per fornire al mio cervello gli zuccheri necessari per tirare le somme del mio ragionamento, si è avvicinato furtivo a quella mano che gesticolava per aria ma un attimo prima che riuscisse ad agguantare la famosa merendina, da dietro il muretto è scattato il gatto e ci ha fregato entrambe: ha agguantato la merendina ed è fuggito sull’albero.

Che io sappia le madonnine e i nani non fanno niente del genere, ne ho quindi dedotto che forse dovrei sostituire i miei ornamenti da giardino.

Questa è stata la conclusione del mio ragionamento.

vita morte e miracoli

Viscontessa, 29 Marzo 2006
Stamattina ho chiamato la mia amica Angela e l’ho fatto ad un’ora improbabile per affrontare un qualsiasi relazione umana che la si possa definire tale.
Io appena sveglia cinguetto solo con il pappagallo, interagisco con la televisione e mi metto in competizione con i miei capelli: chi è più stravolto vince la possibilità di gestire la giornata a modo suo.
Stamattina però dopo la doccia, ho pensato di mettere tra i capelli un po’ di schiuma  affinchè la piega tenesse meglio ma siccome volevo anche sentire l’oroscopo che di solito dimentico mentre ascolto, mi è finita in testa un po’ troppa schiuma e l’acconciatura che ne è venuta fuori assomigliava a quella delle dive anni sessanta con capelli incollati con il Vinavil. La piega quindi era perfetta, è così perfetta che se mi giro di scatto i capelli restano da una parte e io vado dall’altra, mi porto in testa questo scalpo marmorizzato e per rimediare all’errore ho deciso di darla vinta ai miei capelli e lasciarli liberi di gestire la giornata come meglio credono.
- Ciao come stai? Pensavo fossi morta, ti ho chiamato qualche giorno fa e non mi hai risposto così ho pensato che tu fossi morta.
- Sempre ottimista tu!
- Che c’entra la gente muore ogni giorno e io di solito non leggo i necrologi del giornale per cui se mia mamma (che invece li legge tutti) non conosce il tuo cognome potresti tranquillamente morire senza che io me ne accorga.
- Già ho visto, hai scritto un post dove morivi, Dio che depressione!
- Ma no! Sono morta inciampando sulla guida rossa del dentista e sono finita al suolo con il mio cappottino giallo, cosa c’è di deprimente nel morire? Io muoio tutti un giorni un po’ e tutti giorni mi resuscita qualcosa che non mi aspettavo. Siamo in continua evoluzione e si può morire solo se si è vivi altrimenti si è già morti senza bisogno di morire. L’azione del morire è fondamentale, è un’azione viva che prevede una volontà.
- Una volontà???? A parte i suicidi nessuno muore volontariamente.
- E la volontà divina? Il divino mica perde tempo a far morire una pietra, il divino si occupa solo dei vivi: vuole che tu muoia e ti fa morire.
- Ma da quando credi nel divino?
- Da mai e continuo a non crederci ma credo che vi sia comunque una volontà nel morire. La volontà del tuo cuore di fermarsi o della tua testa di licenziarsi dalle sue funzioni. La vita continua ad essere un mistero, non basta assemblare un cuore, un cervello, un fegato e quattro arti per creare la vita, c’è qualcosa di più, qualcosa che per fortuna noi esseri umani non siamo ancora riusciti a comprendere. Quindi, di conseguenza, anche la morte resta un mistero.
- Va bene, io comunque sono viva e sto benissimo…..e tu cosa vorresti farti morire in questa radiosa giornata di primavera?
- Lo scalpo marmorizzato, sto pensando di tornare a casa e ammazzare questa capigliatura alla Ivana Trump, poi dopo, forse, rinasco Moira Orfei con un bel turbante in testa o forse mi faccio le treccine come Pippi Calzelunghe e vado in cerca del topo del giardino che tutto il mio formaggio si vuol mangiar.
- Hai i topi in giardino?
- Si una famigliola felice che si riproduce in topi sempre più grandi forse perché si alimentano con i crocchini a base di carne dei cani. L’altro giorno ho trovato le loro tracce sulla lavatrice, sembravo David Crocket sulle orme dell’orso anche se io avevo in testa una pinza e seguivo gli escrementi di topo, pensa che si sono mangiati tutta la mia spugnetta!
- Ma sei pazza! Metti le trappole, se i topi ti entrano in casa ti fanno un sacco di danni!
- Dovrei uccidere i topi?
- A meno che invece del turbante ti metta un berretto in testa e con un flauto magico tu riesca a farli suicidare in Arno, direi di si.
- Ma come!?! Siamo qui a parlare della morte come se fosse la cosa più atroce che possa capitarti e poi mi dici di ammazzare i topi. Ecco, non capisco, ma la vita ha un valore assoluto o relativo? E se è relativo, relativo a cosa?
- Vabbè, senti ma non devi andare a lavorare?
- Si hai ragione, lascio lo scalpo a casa e vado. Oggi voglio indossare una testa nuda.

new desperate trash life.

Viscontessa, 26 Marzo 2006
Siccome qui la faccenda si sta complicando, ho deciso che ufficialmente e fino a data da destinarsi, entro nella fase minimalista, esistenzialista, depressa o, per i più sofisticati sempre in cerca di un termine inglese di cui ammirano l’incisività, in quella che ho deciso di definire new desperate trash life.
Funziona così, ti alzi una mattina e ti girano un po’ i coglioni, non troppo, quel tanto che basta a pensare che forse ti sta venendo il ciclo, ti tasti le tette e le senti troppo sgonfie per confermare la tua teoria. Anzi, ad essere sinceri, le tue tette sono talmente sgonfie che il giramento di palle aumenta anzichè diminuire. Allora ti alzi e ti vesti svogliatamente pensando che in fondo anche se per un giorno non ti lavi le ascelle, non può succederti niente di male. Ci sono categorie intere di persone che non si lavano mai le ascelle e vivono felici e contente ugualmente.
Il giorno dopo però, nonostante l’ascella ti abbia tuo malgrado tenuto compagnia tutto il giorno, la tetta resta sgonfia e il tuo umore, se è possibile, è ancora più nero di quello del giorno precedente così, tanto per vedere se cambia qualcosa, decidi adirrittura di indossare gli stessi abiti del giorno precedente e quando ti accorgi che nessuno se ne è accorto, cominci a manifestare i primi sintomi della paranoia da invisibilità: ecco, nessuno si accorge di me!
Il terzo giorno ti verrebbe voglia di ruttare sull’autobus delle otto e il trattenerti a causa di un retaggio educativo deleterio, non fa che peggiorare le cose. Scendi dall’autobus e per spregio sputi in un angolo della strada dove non ti vede nessuno così te ne resti tutto il giorno in compagnia di quel gesto di ribellione che non hai avuto l’ardire di rendere tale e ti rendi conto che il tuo piccolo spunto nell’angolo della strada, non è appunto niente di più che uno sputo su cui sicuramente un piccione di passaggio ci ha pure cagato sopra.
Segue giornata di abbrutimento totale caratterizzata da un pigiama logoro e laido con il quale ti aggiri per casa mangiando tutto quello che incontri sul tuo cammino. Il frigo diventa il tuo rifugio e il letto la tua cuccia nella quale inzuppare un pacchetto di wrustel dentro ad un barattolo di nutella. Tanto per vedere l’effetto che fa.
Per sottolineare poi la tragicità del tuo atteggiamento, tieni il telefono e il computer spento ma quando avvisando in ufficio che non ti fari viva perchè stai malissimo e dall’altra parte del telefono ti rispondono "non preoccuparti, riposati e ci vediamo quando stari meglio", allora ti crolla il mondo addosso e pensi che qualcuno stia ordendo una congiura contro di te. La giornata di solito si conclude piangendo come una fontana di fronte ad una sit commedy americana che ti ricorda i tempi in cui tua zia Adelina ti teneva sulle ginocchia.
Quando poi il giorno dopo riaccendendo il telefono e il computer scopri che nessuno ti ha cercato, allora le cose vanno decisamente meglio perchè acquisita la consapevolezza che agli altri non frega niente di te, decidi che sei tu a doverti prendere cura di te stessa e ti lessi per quattro ore nella vasca da bagno con i sali profumati, le candele profumate e un bicchierino di rosolio come hai visto fare nella puntata del giorno prima di una soap opera brasiliana in programmazione su un tv locale.
L’abbigliamento da quel giorno sarà essenziale e minimalista, niente di vistoso e niente che possa far pensare agli altri che tu voglia essere notata, anzi a te degli altri non frega porprio niente perchè tu stai volentieri in compagnia di stessa e delle tue cose….libri, giornali, computer….tutto ciò che ti rende lievemente distaccata dal mondo esterno che naturalmente col cazzo nota che tu non vuoi farti notare anche se tu noti gli altri che non ti notano.
Infine, come ultimo tentativo che ti concedi, decidi di tornare sulla terra tra i mortali e prediligendo un abbigliamento modesto e un atteggiamento disponibile, cerchi di essere gentile e premurosa verso il tuo prossimo ma quello, che finalmente ti nota, lo fa solo per chiedersi che cazzo ti serva ma non chiedendolo direttamente a te che non vedi l’ora di lamentarti con qualcuno, ti rendi conto che tutti i tuoi sforzi non sono serviti a niente.
Le conclusioni posso essere solo due: ti suicidi gettandoti dal Ponte dei Sospiri avvolta in una tunica bianca e cinque gocce di Chanel n. 5, oppure ti vesti di nero, spunti sull’autobus, rutti in faccia ai colleghi e schiacci le dita del lavavetri nel finestrino della tua macchina.
Gli altri finalmente ti riconosco e tutto torna nella norma. 

Sul blog tutto ciò si manifesta con una serie e di post che rappresentano perfettamente il tuo stato d’animo. Il primo post del primo giorno è un tomentone femminista sul diritto delle donne ad essere di pessimo umore quando hanno il ciclo. Il secondo giorno, visto che il tuo post non ha scatenato la bagarre che speravi ma ha ottenuto solo qualche tiepida lamentela di qualche maschio che è capitato sul tuo blog cercando "come sodomizzare una vergine", decidi di non lavarti l’ortografia e scrivi più bestialità di quante ne scrivi di solito per renderti conto subito dopo che intere categorie di persone ignorano proprio l’ortografia e vivono ugualmente felici e contente.
Segue post che ambirebbe ad essere ricordato nella blogsfera per gli anni a venire. Prima di postarlo lo hai scritto per intero nella tua mente, compresa la punteggiatura e qualche termine favoloso che ti è venuto in mente all’improvviso ma quando finalmente ti decidi a scriverlo, ti rendi conto che persa dietro ai dettagli, non hai pensato all’arogmento e ti ritrovi a scrivere un pezzo grandioso sulle stagioni che non sono più quelle di una volta. Un grosso piccione della blogsfera passa sul tuo blog ma caca un po’ più in là.
Segue giornata di abbrutimento totale nella quale ti rifiuti di aprire il tuo blog e quando il giorno dopo ti accorgi che la blogsfera è sopravvissuta nonostane la tua ostentata assenza, fai finta di niente e scrivi un post romantico sulle mezze stagioni che non sono più quelle di una volta.
Da quel giorno i tuoi post saranno solo piccole poesiole ermetiche piene di improbabili metafore che non ti degni neanche di commentare ma che aggiorni ogni trenta secondi per vedere se qualcuno le legge e quando poi passa un commentatore che ti dice "ah scema!" perchè non ha compreso in quel verso straziante tutto il tuo dolore e la tua inquietudine, salta immediatamente fuori la pescivendola che è in te e insultandolo con una serie di parolacce irripetibili, abbandoni la poesia per tornare al tuo vecchio stile.
O almeno ti pare perchè il vecchio stile non lo ricordi più ma ti sembra di doverti mostrare disponibile verso la blogsfera e decanti, commenti, sorridi con tutte quelle faccette sceme che non avresti mai voluto usare anche se il risultato nella vita reale come in quella virtuale, è che gli altri si chiedano cosa cazzo vuoi ottenere ma non chiedendolo direttamente a te, a te non resta che la sgradevole sensazione di essere sempre la solita fava!
Anche in questo caso le conclusioni posso essere solo due: ti uccidi virtualmente chiudendo il blog con un post di addio, oppure ti prendi per il culo da sola prima che la cosa si faccia seria e siano gli altri a prendere per il culo te.

Sono vestita di nero e sto facendo una gara di rutti con il mio cane. Per ora vince lui ma io mi sono appena bevuta una bottiglia di coca cola……

mentre loro costruiscono la bomba atomica, noi costruiamo le bombe al silicone

Viscontessa, 31 Gennaio 2006

Oggi la giornata era così bella che sembrava quasi primavera. Un sensazione inattesa e dimenticata dopo mesi di freddo e cattivo tempo; un tepore tra le membra che mi aveva quasi invogliata ad utilizzare una delle buche che il mio cane scava alacremente nel giardino, per riporvi un ricordo, qualcosa che ci identifichi.

Noi, noi con questa carnagione chiara che abbronziamo sotto le lampade e che tiriamo, stiriamo, ritocchiamo, curiamo come se questa cute potesse sopravviverci ancora per molto tempo.

Qualcosa che duri come la cenere di un cittadino di Ercolano o le ossa della mummia di Similaun.

 

Mi sono fermata a comprare il pane, veramente a questa cosa non ci avevo pensato ma una signora anziana e gobba tentava di infilare un sacchetto dentro ad un altro e le sue mani piene di artrite  incontravano qualche difficoltà. Quando l’anziana è uscita dal negozio, la fornaia si è lasciata andare ad un commento “prima o poi toccherà anche a noi!” e mentre sospirava con un filone di pane in mano, io, tanto per dir qualcosa, ho aggiunto che in questa nostra buffa società dove le nascite sono programmate e le morti rinviate, sembra quasi che non esistano più alternative alla vecchiaia.

Si è bambini per un tempo ben definito e poi adolescenti, giovani e adulti per un tempo la cui variabilità, per quanto soggettiva, ha dei limiti ben precisi. Si può sentirsi giovani anche ad ottant’anni, ma la menopausa o l’andropausa, se ne fregano delle nostre rughe tirate e così il cuore, le articolazioni e persino la vescica. Si invecchia, si invecchia per un periodo di tempo lunghissimo e si sta vecchi per buona parte della nostra vita perché la medicina ci aiuta ad essere vecchi ma non certo a ringiovanire.

“a me fanno tanta tenerezza queste signore anziane che ancora ogni mattina escono a farsi la spesa, a te no vis?” beh si, mi fanno tenerezza perché sto ancora dalla parte di quelli che proprio vecchi non sono, ma mi chiedo quanta voglia avrò di far tenerezza per lunghissima parte della mia vita.

“mica siamo stati creati per far tenerezza!” ho quindi risposto io seguendo il filo dei miei pensieri.

Lei, che non ha ovviamente inteso cosa volessi dire, ha quindi proseguito sul filo dei suoi pensieri che l’avevano invece condotta sulla direzione opposta della mia.

“i bambini nascono, gli extra comunitari mettono su famiglie molto più numerose delle nostre per cui succederà che entro breve della nostra civiltà non rimarrà poi molto”

Niente di nuovo, ho pensato, andrà a finire che noi occidentali vecchi ci faremo campare con la pensione versata dagli extra comunitari poveri che guadagnano prendendosi cura dei nostri genitori vecchi.

“per noi i figli non sono più una risorsa ma un costo” ho quindi proseguito io “noi prima di mettere al mondo un figlio ci chiediamo se potremmo permetterci di mantenerlo con gli standard di vita a cui siamo abituati, per loro i figli rappresentano ancora l’ineluttabilità della vita, come la morte, la malattia, la vecchiaia”.

A questo punto è entrato nel negozio un signore anziano in cerca di un pane morbido per i suoi denti finti e della pasta senza glutine per il suo diabete, così ho salutato e sono uscita però, una volta tornata a casa, mi è venuto in mente questa cosa di seppellire un ricordo.

Un lembo di pelle bianca, una protesi mammaria, una manciata di cellulite, un naso rifatto, un trapianto di capelli, una vescica ricostruita, un pizzico di obesità, un cucchiaio di diabete, una dentiera, quattro rughe stirate, un’unghia in vetroresina, un valvola cardiaca artificiale, un orecchio a sventola o anche solo una terapia ormonale di supporto.

Qualcosa insomma che tra mille anni, quando antropoligi dal carnato scuro, occhi a mandorla e capelli rossi troveranno i nostri resti, li faccia studiare per anni su quella che dovevamo essere ai giorni nostri.

 

Poi, ad essere sincera, ho pensato che in quelle buche forse sarebbe meglio costruirci un bunker per difendersi non so neanche più da cosa.

 

Con i tempi che corrono……

 

 

 

 

il mondo visto da una faraona

Viscontessa, 23 Gennaio 2006

Ieri notte mi è venuto in mente che soffro di vertigini.

Pensavo a come poter affrontare la ringhiera di un terrazzo al piano attico senza sentirmi sopraffare da quel pericolosissimo senso di stordimento che danno le vertigini. Perché poi dovessi trovarmi ad affrontare la ringhiera del terrazzo di un attico, proprio non lo so, ma dall’attico al terrazzo della mia vecchia casa il passo è stato breve anche se piuttosto incerto viste le condizioni. Un breve passo senza mai guardare in basso.

Veramente poi io vivevo in una villetta bifamiliare in una zona residenziale dove ora al posto delle famiglie di una volta, si trovano compagnie di assicurazioni, avvocati, banche e studi notarli. Era un bel quartiere il mio, caratterizzato da queste villette ottocento nelle quali gli appartamenti avevano stanze molto grandi e soffitti altissimi. Ricordo ancora il freddo pungente della mia camera.

 Dalla cucina si accedeva ad un piccolo balcone che si affacciava sul giardino dell’ospedale pediatrico più importante della toscana. Allora, ancora molti anni fa, l’ospedale era a sua volta ospitato in una bella villa con ampie vetrate e un bel giardino, poi negli anni, per esigenze pare del tutto incompatibili con un’ediliza quanto meno gradevole, sono sorti in ogni spazio libero nuovi padiglioni e scale antincendio, cancelli automatici, locali caldaie e tutto quanto nel suo far sicurezza degrada stabili nati per essere belli e non pratici.

 Il giardinetto su cui affacciava il mio balconcino, era un giardinetto sul retro che per molti anni è rimasto incolto e disabitato. Raramente si vedeva qualcuno affacciarsi su quello spazio di verdi erbacce ma io su quel luogo fantastico giornate intere immaginando storie fantastiche di serpenti e bambini fuggiti dall’ospedale. Poi un giorno levarono tutte le erbacce e misero al suo posto una ghiaia grossa e grigia che a contrasto con l’altro muro di cinta e la facciata scrostata dell’ospedale, rendeva l’insieme ancor più tetro di quanto non lo fosse già prima.

Quando mia mamma stendeva il bucato sul balconcino, succedeva a volte che qualcosa cadesse fin giù in quel triste angolo di grigio e così mia nonna si inventò il “ragno” ovvero un pezzo di filo elettrico alla cui estremità appese un pezzo di fil di ferro a forma di ragno con cui raccattare, penzolandolo giù, i capi perduti. Lei era la vera esperta del ragno, con pazienza certosina dondolava per ore quel filo bianco fino a quando non riusciva ad acchiappare il povero indumento volato giù, ma a volte era costretta ad arrendersi e per me e mia sorella era una gran bella notizia. La sconfitta di mia nonna, infatti, coincideva con una nostra visita all’interno dell’ospedale dove ci consentivano di attraversarlo tutto per giungere finalmente in quel pezzo di terreno grigio che io vedevo sempre dall’altro.

 La sensazione, non appena varcavo la soglia del giardino, era di totale stordimento. Non avrei saputo dire come mi sentivo ma quella prospettiva così diversa, mi dava quasi la nausea e mi faceva girare la testa come mi accadeva a causa del mal di mare quando dovevo affrontare un qualsiasi mezzo di trasporto che non fossero le mie scarpe. La stessa sensazione, direi, che ho provato l’ultima volta che mi sono affacciata da quel balconcino dopo tanti anni che non lo facevo più.

 Attraversavo quindi il giardinetto quasi in uno stato di trance tenendo stretta mia sorella per mano e calpestando quella grossa ghiaia grigia con il passo reverente con cui avrei potuto attraversare la navata di una chiesa. Poi succedeva che il mio sguardo venisse attratto da quella che dal balcone di casa pareva solo un pezzo di carta e che invece a pochi metri di distanza si rivelava essere la gamba di una mia vecchia bambola oppure una biglia, una penna, a volte solo un pezzetto di pane caduto nello scuoter la tovaglia dopo pranzo. E allora, distratta da quegli oggetti familiari in un contesto inatteso, cominciavo a rovistare tra i sassi in cerca di oggetti o parte di essi, che mi erano appartenuti.

 Una volta durante una gita in campagna con la mia famiglia, ci capitò di vincere, ad una saga di paese, una grossa faraona viva. Avremmo potuto rinunciare alla vincita, ma consapevoli della fine che avrebbe comunque fatto la bestia, per tacita solidarietà familiare, ci portammo via il volatile senza ovviamente sapere bene cosa ne avremmo fatto. Il primo giorno lo mettemmo nel bagnetto di servizio, un bagnetto talmente piccolo che l’animale quasi no riusciva a girarsi e così, il giorno dopo, ci venne la bella idea di metterlo sul balcone legandogli una zampetta alla ringhiera affinché l’animale non potesse scappare. Perché poi non si facesse male nel tentativo di fuga, lasciammo il nodo talmente lento che l’animale, con un semplice battito di ali, riuscì a liberarsi del legaccio e a volar via sul tetto della casa di fronte. Inorridite per la perdita, io e mia sorella corremmo dai vicini nel tentativo di riacchiappare la faraone ma quella, non appena fu aperto il solaio, volò via nuovamente e questa volta arrivò ancora più in alto andando ad atterrare sul tetto del famoso ospedale.

 Abituate a quel percorso, io e mia sorella ci precipitammo nel giardino sotto al balcone di casa e questa volta, a due bambine piangenti che cercavano la loro faraona sul tetto dell’ospedale, gli fu concesso di attraversare tutte le corsie e i corridoi e gli ambulatori dell’ospedale, tra lo stupore di medici e infermieri che non capivano bene cosa stesse succedendo. Fortuna volle che quel giorno da quelle parti  ci fossero degli operai che dovevano coibentare il lastrico solare e che molto gentilmente salirono sul tetto in cerca della famosa faraona. Ma quando discesero furono costretti a comunicarci che della bestiola non c’era traccia.

 Sarà stato per il mio pianto dirotto, per l’insistenza infantile con cui cercai di convincerli, per pietà o solo per divertimento, ma fatto stà che si convinsero a farmi affacciare sul solaio per verificare l’assenza della faraona e fu così che mi concessero, per pochi minuti, di osservare quel giardino da un’angolazione ancora diversa. Che spettacolo! Questa volta era il mio balcone ad essere in basso e il giardino da quell’altezza e quella posizione, mostrava ancora una prospettiva nuova e diversa che mi strappò dalla bocca un urlo di meraviglia seguito da un “che bello il giardino!”. Gli operai si guardarono tra loro, poi guardarono giù verso quel piccolo rettangolo si sassi grigi e infine mi riportarono velocemente giù senza aggiungere neanche una parola.

La sera disegnai il giardino così come pareva di ricordarlo e per no dimenticare neanche la faraona, ci mi in mezzo al disegno pure lei. Della faraona, naturalmente, non abbiamo mai più saputo niente.

 

 

 

non sono una quercia

Viscontessa, 3 Dicembre 2005
Ultimamente mi manca un po’ un’amica.
Non che di amiche ne abbia molte o perlomeno non sono una gran coltivatrice di amicizie perché le cose di solito mi scorrono molto più velocemente di quanto non capiti agli altri e le amicizie mi si invecchiano subito come il pioppo canadese che cresce rapido verso l’alto con il suo legno tenero e fragile.
Che poi non è così, le amicizie mi si stringono semplicemente addosso come un maglione che si infeltrisce un po’ ad ogni lavaggio e ti sembra di crescerci dentro fino a quando ti accorgi che è lui che si restringe.
Le amicizie restano, edulcorate dall’entusiasmo, annacquate dalla vita, rarefatte dagli impegni o semplicemente lontane dagli occhi.
Oggi per esempio mi ha chiamato un’amica che ormai non vedo da molto tempo, lei mi telefona sempre e mi racconta di suo figlio che è nato un paio di giorni prima della mia. Mi parla di suo figlio come se questi nove anni fossero trascorsi invano, come se il tempo si fosse fermato a quando passavamo le giornate insieme tra pappe e pannolini, tra kili di troppo e ambizioni materne. Io voglio bene alla mia amica ma non sono più sincronizzata su quel tempo che fu di cui mantengo solo un ricordo tenero e morbido come solo la maternità ti può regalare ma che ormai è passato ed è cresciuto insieme a mia figlia.
E c’è un’altra amica che dovrei chiamare, un’amica dei miei tempi di bambina con cui sono cresciuta sui vecchi diari di Linus pieni di nomi di attori e di sogni che per lei sono rimasti invariati anche se la vita non è stata generosa con lei.
Io sono cambiata, l’ascolto chiedermi perché ho smesso di disegnare e io non ricordo neanche di aver mai disegnato.
Oggi poi ho sentito anche un’altra amica, un’amica di tempi più recenti quando avevo creduto ad una nuova vita che è finita troppo rapidamente e di cui vorrei cancellare il ricordo per non sentirmi ferita ogni volta che ci penso.
E un’altra nuova amicizia che si alimenta di quel poco di me di cui ha bisogno per crescere come una pianta grassa lasciata a casa sola in una torrida estate che sopravvive senza impegno e senza impegno trova quelle poche energie che le servono dall’acqua trattenuta tra le sue foglie.
Amicizie che non si evolvono, amicizie che sono la fotografia di un momento che non è più il mio che non mi appartiene più, io cresco, invecchio, cambio, nasco e muoio ogni giorno mentre il tempo si cristallizza in fotogrammi di amicizie che restano immutati come un cielo sempre terso senza nuvole sulle quali fantasticare.

Ultimamente mi manca un po’ un’amica.
La incontravo ogni sera su questa tastiera ma in questo periodo è indaffarata e io temo che mi spuntino altri rami mentre corro troppo velocemente verso il cielo.

I pioppi canadesi sono alberi pericolosi perché crescono troppo velocemente.

p.s è uscito l’ultimo numero di noluogo.
Un po’ c’entra questo, post un po’ no.

Buongiorno piedi

Viscontessa, 1 Settembre 2005
La solitudine non è mai una condizione reale ma uno stato mentale.

Ci pensavo stamattina mentre prendevo il caffè in compagnia di me stessa e mi chiedevo se non si potesse di tanto in tanto prendere un caffè in compagnia di un altro.

Non un altro che ti sta di fronte e si gratta la barba mentre inzuppa i biscotti nel latte, ma un’altra te con i tuoi capelli spettinati,  il tuo palato al sapor di caffè e il tuo prurito sul braccio sinistro dove poco prima il cane ti ha dato il buongiorno con la sua lingua felpata.

L’innamoramento, per esempio, è l’esatto momento in cui ti senti in compagnia anche in bagno. Stai in bagno a lavarti i denti  e percepisci l’altra metà della mela come una copula perfetta del tuo spirito. Un po’ come se la chiappa sinistra,  non sollecitata dal movimento del braccio destro impegnato a lustrare la dentatura, all’improvviso si svegliasse dal suo torpore manifestando, con movimenti sussultori, la sua silenziosa solidarietà alla chiappa destra.

Adesso non voglio infognarmi in un paragone tra chiappa e innamoramento ma stamattina, mentre il caffè entrava in circolo e io facevo il consueto appello dei miei organi, mi chiedevo perché le coppie di organi non si fanno compagnia tra loro come invece avviene tra due persone innamorate.

La mia gamba sinistra, per esempio, non si prende mai la briga di stronifarsi con  quella destra e anche il braccio destro non mi accarezza mai quello sinistro. Stanno lì vicini e pur distanti come due reni in mezzo alla schiena e quando l’uno si lamenta della sua solitudine cercando conforto nell’abbraccio altrui, mai si chiede se non potesse essere proprio il suo arto compagno a fornirgli la compagnia di cui a bisogno.

Con il nostro corpo, al limite, ci concediamo all’autocompagnia frettolosa di un piacere intenso ma difficilmente indugiamo nell’affetto reciproco che gli organi potrebbero donarsi. Eppure quello stesso piacere intenso che siamo disposti a concederci, altro non è che l’amorevole appello di ogni nostro più piccolo organo che, risvegliato dal suo torpore, arriva diritto al cervello dove si quieta e si strugge.

Così stamattina, mentre pensavo ai piedi delle vecchie nei quali le dita si accavallano e si scavalcano allungandosi sempre più verso altre compagne distanti, mi sono baciata la spalla sinistra e poi mi sono baciata il piede destro non prima, però, di aver presentato ogni dito del piede destro a quelle del piede sinistro e subito dopo aver tentato di intrecciare le une con le altre come avviene per le dita delle mani quando insieme aiutano il cervello a concentrarsi.

Il piede sinistro ha timidamente scodinzolato lasciando che le sue dita si librassero vibranti nell’aria fresca del giardino e il piede destro, per manifestarmi la sua gratitudine, si è tutto allungato in cerca di qualche piccolo muscolo da richiamare all’appello.

Poi è arrivato il mio cane e ha dato il buongiorno anche ai miei piedi.

villeggiatura

Viscontessa, 10 Agosto 2005
"il turismo è così frenetico, moderno e di massa da generare insofferenza negli spiriti più elevati, mentre la villeggiatura, risalendo fino alle commedie di Carlo Goldoni, è l’espressione di un tempo lento in cui i giorni estivi sono offuscati da una noia lieve, dalla ripetitività sicura del ritmo circadiano, dal sole che rimane stampato per ore nello stesso punto azzurro."
Questo l’inizio di un articolo di Edomondo Borselli su La Repubblica di oggi.
Ecco perché la città diventa villeggiatura e la vacanza lavoro, per questo mi piace la città d’agosto perché quella lieve noia si insinua tra le pieghe della giornata e scorre languida senza fine come le giornate che da bambini si trascorrevano sulla sabbia bianca di creme contro le scottature, dense come marmellata di fichi.
Un mese a volte due, mia nonna che rimaneva in città mi chiedeva per telefono com’era la villeggiatura e io le scrivevo qualche lettera a cui lei rispondeva con quella sua calligrafia piena di riccioli e leggermente inclinata verso destra.
Noi invece si rimaneva così sospesi nelle giornate azzurre del riposino dopo pranzo accompagnato dal frinire delle cicale e dalla promessa di un tramonto morbido su cui adagiare i sogni turbolenti del pomeriggio.
Villeggiatura che ti cambia, ti plasma, ti fa crescere sotto agli aghi di pino e ti costringe, col passare degli anni, ad osservare la tua vita invernale da lontano come l’aereo che trasforma in piccoli quadrati i campi arati e in rette le autostrade, in punti rossi i tetti delle case.
La nostra vita geometrica fatta di formule e di calcoli la cui soluzione pare a portata di mano non appena esci dal quadrato di quella stessa vita di tutti i giorni.
Pomeriggi tra bilanci e buoni propositi, tra rimpianti e promesse che crescono come castelli di sabbia sulla riva del mare. In attesa dell’onda.
Mi piaceva giocare a ramino.

secondo me se la ridono

Viscontessa, 1 Agosto 2005
Se tengo i piedi in giù e la testa in su e metto il comò con le mutande a nord-ovest, le camicie a sud-est e i pantaloni a nord vicino all’elastico delle mutande e in posizione perpendicolare rispetto ai reggiseni, forse, magari mi sento un po’ meglio. Poi mi serve un materasso anatomico, una luce soffusa, un climatizzatore, un bonificatore di onde elettromagnetiche, uno schermo antirumore alle finestre, un lieve aroma di lavanda selvatica della scogliera di Dover, lenzuola in canapa naturale coltivata a mano da una comunità di ex-schiavi della Virginia, un cuscino antiacaro, una spalliera del letto in legno trattato con prodotti naturali , una musichetta newage diffusa da amplificatori posizionati secondo il progetto di un ingegnere acustico, tinta lilla alle pareti estratta con metodi naturali dalle piante di glicine e un umidificatore alimentato da energia solare.
Poi esci in giardino un attimo per stendere un paio di mutande che si erano intrufolate nell’umidificatore per rinfrescarsi un po’ e trovi uno stormo di zanzare tigre che ti aspettano con le fauci spalancate.
Ma che accidenti ci fanno le zanzare tigre tutto il giorno in giardino da sole? Perché quando esci sono lì che ti aspettano ma siccome di solito in giardino non c’è nessuno, mi chiedo cosa facciano tutto il giorno le bastarde in attesa che tu metta fuori il naso.
Quando fa caldo ci vestiamo per andare a lavorare che in ufficio c’è l’aria condizionata che ti ammazza, quando fa freddo bisogna scoprirsi che in ufficio il riscaldamento è regolato secondo la temperatura dei tropici, i vecchi che muoiono d’estate, lo fanno sempre per colpa del caldo che nessuno può più morirsene in santa pace come succedeva una volta, in farmacia ti vendono il Polase mentre aspetti il tuo turno sotto l’impianto dell’aria condizionata che ti batte sul collo, le zanzare normali non esistono più perché adesso le città vengono disinfestate già da febbraio, ogni anno battiamo un record di caldo e uno di freddo, siamo continuamente testimoni della giornata più calda, più fredda, più tiepida o più umida dell’ultimo mezzo secolo, percepiamo temperature che si brucia la lingua solo a pronunciarle, dormiamo con i piedi nel verso giusto, respiriamo insetticida e smog, indossiamo solo tessuti naturali, ci laviamo con valanghe di bagnoschiuma alla seta, alle proteine, al cocco, alla noce moscata e persino al muschio bianco (dove cresce il muschio bianco?) ammazziamo batteri, acari, zanzare, mangiamo anticrittogramici marocchini probabilmente legati ad Al Queada e boicottiamo la Nestlè mentre assaporiamo un cocomero della grandezza di un’arancia.
Meno male che esiste ancora la tv.
E ora i consigli dell’esperto.
Mangiate molta frutta e molta verdura, bevete molto, non uscite nelle ora più calde e se ne avete la possibilità trasferitevi in un atollo della Polinesia.
E le zanzare tigre stanno a guardare…….

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