Mamma che noia!

Viscontessa, 28 Giugno 2007

E’ tutto incastrato alla perfezione, tutto sincronizzato, tutto previsto fino all’ultimo più imprevedibile imprevisto eppure c’è sempre un imprevisto che non avevi previsto che sarebbe stato imprevisto nel momento in cui non era previsto.
Sveglia alle otto e questo è già il primo imprevisto perché nonostante tutti gli ottimi propositi della sera prima non riesco a rotolare giù dal letto prima delle otto mezzo e nelle rare volte in cui ci riesco, rotolo così malamente al suolo che devo subito tornare a letto per riposarmi.
Eutirox 75 prima di colazione ma a volte lo dimentico e passo direttamente alla fase due ovvero caffè e fette biscottate. Poi ci sono i pappagalli, tiro giù le tende del giardino e li metto fuori quindi, cani, gatti, casa, letti da rifare e il bucato da stendere o il cencio da passare per terra perché la vescica del cucciolo è un altro imprevisto che non avevo previsto in questa fase della mia vita.
Se riesco a coordinare bene i movimenti (non sempre la mattina ne sono capace) posso persino lavarmi i denti mentre rifaccio un letto e spolverare il comodino mentre mi infilo le scarpe.
Sono fuori prima delle dieci ma troppo poco prima delle dieci per arrivare in ufficio in un orario che si possa definire accettabile. Oggi per dire ho cercato un tipo verso le undici e mezzo ma mi hanno detto che a quell’ora era già troppo tardi e dovevo chiamarlo a metà mattinata “tipo?” ho chiesto io “verso le dieci” mi hanno risposto e lì ho capito che anche gli orari non sono un fattore prevedibile.
Posta, segreteria telefonica, colazione, agenda, mail ed è subito ora di pranzo: da mesi prevedo di saltare il pranzo ma poi mi viene una fame pazzesca e mangio come un bufalo superando ampiamente le mie previsioni di spesa per la giornata. “Scusa hai mica da prestarmi 5 euro che sono rimasta sensa?”.
Lavoro, cazzo, non ho combinato ancora niente e avevo previsto che oggi questa pila di documenti qui sarebbe stata smaltita, pausa caffè, volevo scrivere un post, devo rispondere ad una mail, adesso chiamo per quella cosa che cazzo, dovevo chiamare ieri, lavoro cazzo e stracazzo è già l’ora di andare, finisco domani, non ho benzina, cazzo mi ero dimenticata anche questo, prendo mia figlia e poi si metto benzina e la tintoria ora vado, si ora mi tengo a mente che la tintoria e ci passo davanti, si ora vado e ho dimenticato il pane ma c’è la palestra e finisco la benzina, non compro il pane e metto benzina arrivo in palestra già sudata e ho dimenticato di nuovo la tintoria….
Corri, devo andare a riprendere la bambina, la doccia la faccio a casa, arriva un messaggio, ci sentiamo per telefono, ti scrivo, non ho comprato il pane, devo finire l’articolo, il cane dal veterinario, il bucato ancora in lavatrice, per cena pasta all’olio che forse quella c’è e poi albicocche, basta prenderle dall’albero ma non ho fatto in tempo sono già tutte marce e ho dimenticato in ufficio i cetrioli dell’orto della mia collega, o li ho lasciati all’ufficio delle imposte? Le albicocche dicevo, devo concentrarmi perché c’è qualcos’altro che adesso non ricordo legato alle albicocche, dunque, albicocche, giardino, sole…annaffiare! Cazzo, ho staccato l’irrigatore perché il cane aveva staccato un tubo e l’acqua annaffiava anche il giardino dei vicini ma mi sono dimenticata e adesso le piante hanno sete. Ce la posso fare, tiro fuori il pappagallo che altrimenti è sempre in gabbia e fuori i gatti che altrimenti si mangiano il pappagallo, metto l’acqua per la pasta, innaffio il giardino mentre do un’occhiata al giornale con la televisione accesa che almeno sento le notizie “AMMMOOOOREEE!?!?!”
“che c’è mamma?”
“amore mi devi aiutare che altrimenti non facciamo in tempo”
“in tempo per cosa?”
“in tempo per tutto accidenti! Datti da fare che facciamo tardi!”
“mamma ma tardi per cosa?”
“che ne so! Ma non è gia tarda mattinata, tardo pomeriggio, tarda serata? Insomma non è tardi per qualcosa?….’spe, hai sentito?”
“sentito cosa?”
“come cosa?!?! sta squillando il telefono, l’acqua bolle, il gatto miagola perché ha fame e hanno appena detto che è morto…chi è morto? L’hai capito tu?”
“mamma calmati…. non è successo niente o almeno non qui, quando mi hai chiamato con quel tono come se stesse cadendo il mondo, stavo giocando con la play station e adesso è molto probabile che effettivamente il mondo del mio gioco sia crollato tutto”

Ho un grosso uccello imprintato e uno piccolo spennato

Viscontessa, 13 Aprile 2007

Quando mi ha detto che il mio uccello era molto imprintato mi sono quasi commossa.

Avevo bisogno di conferme, mia figlia ultimamente mi pare tutto fuorchè imprintata e da una madre, una donna, ci si aspetta come minimo che sappia imprintare i propri figli.

E poi c’era quella parentesi mai chiusa degli uccelli che mi muoion tra le mani o scappano in cerca di nuove avventure e sapere che a prescindere dal rischio di volo insito in ogni uccello, questo almeno è molto imprintato, mi ha convinto ad accennare a matita la chiusura di queste benedetta parentesi.

Tutto era cominciato il pomeriggio di Pasquetta quando richiamata dagli urli di mia figlia, avevo trovato in giardino un inseparabile spennato come un pollo.

Non fatevi ingannare dal nome, l’inseparabile non è uccello che bivacca da anni sul vostro divano, ma un piccolo pappagallo così chiamato perchè ha bisogno di compagnia.

L’uccellino, comunque, riceveva prontamente le prime cure del caso: una bella gabbia recuperata dalla cantina, cibo, acqua e un po’ di pace nella corte interna del mio appartamento che io uso come nursery per ogni nuovo arrivo.

Due giorni sotto stretta osservazione e poi finalmente il giardino in un pomeriggio assolato dove il volatile, eludendo i mezzi di sicurezza messi in atto per evitare la sua fuga da una gabbia piena di spifferi, ha ripreso il volo e se ne è andato.

Adesso potrei confessare che sul momento, dopo la consueta preoccupazione per l’ennesimo uccello libero nel mondo, mi ha assalita una certa una certa malinconia e un senso di delusione, ma ad essere sincera ho fatto talmente il callo agli uccelli che migrano, che devo ammettere che sul momento mi sono limitata a prenderne eroicamente atto per rinchiudermi in un assordante silenzio. Poi la notte, mentre come il buon pastore, facevo la conta di tutti i miei animali rassicurata dalla consapevolezza che erano tutti equamente divisi sui miei divani, ho pensato ancora una volta al povero uccellino e mi sono sentita la solita pastorella distratta incapace di prendersi cura dei suoi piccoli volatili.

Fatto sta che la mattina dopo qualcuno o qualcosa ha bussato alla finestra della mia cucina e lì davanti alla porta c’era la bestiolina sempre più spennata e spaventata.

Un segno del destino? Non so, ma il pomeriggio, rincuorata dal ritorno dell’uccello, ho approfittato dell’occasione per portare anche il pappagallo, quello grosso, dal veterinario e in motorino con mia figlia e due gabbiette da viaggio per uccelli, sono stata per la prima volta da un veterinario degli uccelli.

Ed è stato lì che lui mi ha detto che il mio uccello, quello grosso, era parecchio imprintato e io mi sono sciolta in una serie di baci tra me e l’uccello che per l’occasione pareva persino più affettuoso del solito.

Il piccolino invece, l’inseparabile, l’ho lasciato lì per le analisi di rito. Dopo un più attento esame, infatti, mi è stato del tutto evidente che quella spennatura chirurgica da cui era affetto, non poteva essere opera dei miei gatti, diagnosi che il veterinario si è limitato a confermare offrendomi per la soluzione del caso, la possibilità di una serie di analisi atte ad individuare le cause delle pietose condizioni dell’inseparabile.

Il costo di questi accertamenti clinici mi vergogno persino a raccontarlo, ma mentre tornando a casa mi chiedevo quanto sono scema, mi sono risposta giustificando il mio gesto con la necessità di verificare se l’implume soffra di una malattia contagiosa anche per il mio grande uccello e infine, poco convinta, ho deciso che tutto sommato si può definire beneficenza anche occuparsi di un uccello smarrito.

Questo accadeva ieri e ieri a malincuore lasciavo in clinica l’uccellino per gli accertamenti mentre oggi a mezzogiorno, quando come da accordi con il dottore chiamavo per sapere cosa avesse la bestiolina, mi si rispondeva che il dottore oggi non c’era e mi si chiedeva il favore di richiamare dopo qualche ora, affinché nel frattempo si potesse identificare a chi fosse stato affidato il mio uccello.

Alle tre avevo in linea un dottore che mi comunicava che ancora non erano stati fatti gli esami e che mi avrebbe richiamato lui entro breve non appena sapeva qualcosa.

Due ore dopo mi richiamava il dottore ma io non ho sentito il cellulare e quando lo richiamavo io mi rispondeva che anche quel dottore non è di turno. Alle mie vigorose rimostranze sul modo di trattare gli uccelli (e soprattutto le clienti che glieli affidano) rintracciavano il dottore del giorno prima che mi comunicava che l’uccellino purtroppo ha il fegato e i reni compromessi probabilmente dall’ingestione di metallo rinvenuto nello stomaco grazie ad una radiografia.

Non si sa se ce la farà ma il piccolino è ancora in clinica dove lo terranno sotto osservazione e lassativi fino a martedì.

E io, cuore di mamma con un pennuto imprintato che mi caga sulla spalla, sono molto in pensiero per lui.

E un po’ anche per questo mio amore per gli animali che a volte mi pare davvero eccessivo.

Come si cambia per non morire

Viscontessa, 4 Aprile 2007

Siccome la primavera è alle porte ma ancora non si decide a bussare e anche oggi ha piovuto, pensavo che devo assolutamente trovare un antiallergico prima che i germogli in fiore esplodano nella mia testa.
Non soffro di allergie, e questo va chiarito, ma come molti soffro di tutte le altre sindromi primaverili che dovrebbero portare il genere umano ad odiare la primavera anziché ad esaltarla come la stagione più bella dell’anno.
Per adesso me la cavo ancora bene, non passo le mie giornate a dormire, non mi fa male la spalla e non penso a quanto sarebbe bello morire in una splendida giornata di primavera, ma temo di non poter contare ancora a lungo su questo stato di grazia e urge correre immediatamente ai ripari.
Oggi pomeriggio, per esempio, una leggerissima emicrania è spuntata timidamente sulla mia tempia destra e prima che io potessi rendermi ben conto che in primavera niente fa la sua comparsa con timidezza, quella mi aveva già stesa a terra in men che non si dica.
Niente a cui non abbia potuto porre rimedio con una massiccia dose di Brufen, ma il messaggio subliminale che ne ho ricavato, è che la devastazione è ormai alle porte.
Infatti sull’ora di cena seduta a tavola di fronte ad una pizza, ho visto per un attimo le mie mani per l’ultima volta o almeno questa è stata la sensazione improvvisa che ne ho ricavata.
E’ stato un flash, un attimo che mi ha tolto il respiro, ma in quell’attimo mi sono fatta assolutamente convinta che entro la serata sarei morta. Morta in una forma qualsiasi perchè si può morire da vivi e vivere da morti.
Poi è passato, ma come un novello oracolo, ho letto in quel flash tutto l’orrore della primavera e dopo aver ripreso fiato, ho capito che dobbiamo in tutti i modi fare qualcosa per evitare di lasciarci coinvolgere da questa primavera.
Alacremente pensando su cosa inventarmi, mi è venuta in mente l’assoluta necessità di mettere ordine nelle nostre vite passate e di individuare con precisione quale sia stata quella nella quale tutto è andato in frantumi. La primavera in cui eravamo fiori di pesco e una ventataci ha portato via dai rami per gettarci di malagrazia nel tombino delle fogne di Calcutta? Oppure la primavera nella quale da ghiaccio ci facemmo acqua per finire in una pozza melmosa?
Insomma volendo rifuggire la teoria per la quale siamo solo pezzi di di carne e come tali soggetti alle intemperie e ai cicli stagionali, pensavo che sarebbe buona cosa accusare del malessere primaverile, una precedente vita da agnello in periodo di Pasqua.
E se fossi stata vergine nel paradiso dei mussulmani kamikaze?
E se voi fosse state blogger quando i blog ancora non esistevano?
Suvvia, teniamoci compagnia, cosa siete stati prima di essere commentatori indolenti di questo blog?

Ho comprato un grosso tubo

Viscontessa, 29 Novembre 2006

Ho comprato un tubo.
Ho comprato un grosso tubo con una cinghia per appenderselo davanti e una rotella che aiuti a portarlo a giro.
L’acquisto del tubo si era reso necessario dopo aver trascorso due fine settimane senza fare un tubo se non raccogliere le foglie del giardino.
Gli ultimi due fine settimana, infatti, li ho passati a pettinare la ghiaia per ore.
Prima devi individuare la cacca del cane in mezzo alle foglie, toglierla con gli appositi guanti da chirurgo e poi devi cominciare a pettinare, pettinare, pettinare, fino a quando ti vengono le vesciche nelle mani.
Allora ti inchini prendi una manciata di foglie secche e cerchi di infilarle dentro ad un sacco di plastica moscio di cui non riesci mai ad individuare l’entrata e dopo esserti resa conto che il tuo grido di aiuto è caduto nel vuoto “qualcuno mi tiene il sacco aperto?” rimetti le foglie per terra cerchi di convincere il sacco a rimanere aperto, riprendi le foglie, ricerchi il buco, riurli “qualcuno mi aiuta!” e infine infili tre foglie dentro a quel piccolo pertugio che ti pare sia il buco e invece è solo una piega del sacchetto.
Ora trascorse in questa maniera, tra le foglie che non vogliono infilarsi nel sacco, i gatti che invece nel sacco si infilano benissimo, lievi folate di vento che spazzano via le foglie che tu avevi così amorevolmente ammonticchiato e una cacca di cane che non sai come ti sia potuta sfuggire ma di cui ad un certo punto ne percepisci la nettissima sensazione tra quel mucchio di foglie secche che tieni in mano.

Così l’altra mattina sono tornata dal mio amico ferramenta/casalinghi/notizie del giorno sul quartiere e gli ho chiesto se aveva un tubo. Un grosso tubo.
Qualche ora dopo sono tornata a casa con il tubo più grosso che avessi mai visto, me lo sono appeso davanti e sono uscita in giardino nonostante fosse già buio.
Siccome avere un tubo, un grosso tubo appeso davanti mi aveva dato un certo senso di potere che non avevo mai provato, ho detto a mia figlia, che aveva trascorso la mattinata a raccogliere foglie secche con la nonna “amore, prendi quel sacco di foglie secche e buttale tutte qui sul pavimento che ora ti faccio vedere io a cosa serve questo grosso tubo!”.
Lei un po’ perplessa ha tentato di protestare sostenendo che per raccogliere quelle foglie lei e la nonna si erano fatte venire le galle nelle mani ma io non ho voluto ascoltare ragioni “basta con le galle nelle mani, d’ora in avanti abbiamo il tubo anche noi!”.
Così mentre la piccolina allibita eseguiva i miei ordini, io, impaziente, ho accesso il grosso tubo e dopo una prima impennata l’ho afferrato saldamente tra le mani e ho provato la sua potenza sulla ghiaia sparando le foglie secche appena cadute, nelle aiuole dove, a mio avviso, sarebbe stato più facile risucchiarle e triturarle senza portarsi via anche tutti i sassolini della ghiaia.
Mentre mia figlia vuotava un enorme sacco di foglie secche sul lastricato di fronte al giardino, io nell’oscurità più totale, mi sono intrufolata in mezzo alle aiuole e ho aspirato le foglie che ci avevo appena sparato nel mezzo. Poi, quando anche mi è parso di aver fatto un buon lavoro, sono tornata dove le foglie raccolte la mattina erano ora disseminate nuovamente al suolo e prima le ho risparate ovunque (a scopo pedagogico dimostrativo) e poi ho tentato di aspirarle.

A questo punto però il tubo si è rifiutato di fare il suo lavoro, ha tossicchiato, rumoreggiato, sputacchiato e non ne ha voluto sapere di fare il suo dovere.
La cosa tragica è che di fronte al pavimento, non giacevano solo valanghe di foglie secche disseminate ovunque, ma anche ghiaia, cacche di cane e tutto quello che a mano si può raccogliere e gettare dalla ghiaia di un giardino.
Fatto sta che ho dovuto prendere un cacciavite e svitare il grosso tubo nel quale la terra umida delle aiuole e le cacche del cane che nelle aiuole al buio mi erano sfuggite, erano state aspirate insieme alle foglie secche e si erano impastate con esse formando una specie di compatto impasto che era andato a cementare il piccolo motore del tubo aspirante.
Così a mani nude, seduta a terra tra quel disastro di foglie, ghiaia, cacca di cane, pezzi di legno, diosperi marci e non so che altro, ho cercato di ripulire il motore del grosso tubo dall’impasto maleodorante e compattissimo che lo aveva intasato e poi, per evitare di distruggerlo definitivamente, mi sono dovuta armare di scopa e spazzare via tutto quello che solo poche ore prima era già stato infilato in un sacchetto per essere buttato via.
La serata si è conclusa con un secchio d’acqua, un cencio e un bastone con cui ho dovuto lavare tutti i pavimenti di casa e quello del giardino sui quali nel buio, le cacche di cane triturate avevano finito per attaccarsi sotto alle suole delle scarpe per essere poi portate in giro ovunque.

A naso, lì per lì, mi pareva di aver fiutato la stronazata ma dopo essermi resa conto che era proprio lo stronzo che mi portavo attaccato sotto alle scarpe ad essere l’origine di quello sgradevole odore, mi sono rincuorata e per oggi pomeriggio ho fissato un nuovo appuntamento con il mio grosso tubo.
La prima volta, si sa, non sempre viene bene…..


Asini

Viscontessa, 1 Settembre 2006

La telefonata è arrivata una sera in cui il tramonto era più rosso del solito.
Quando ho sentito suonare il cellulare ho sperato che fosse mia madre, l’alternativa più probabile sarebbe stata qualche seccatura di lavoro che preferivo non prendere neanche in considerazione.
Non che le telefonate di mia madre mi lasciassero poi molto più tranquilla: una sera le si era rotto l’irrigatore del giardino e aveva tentato di ripararlo mentre l’impianto era in funzione, e un’altra non sapeva come fare a rimuovere la carcassa di un piccione portata dal gatto sul tappeto di camera. Ma d’altra parte quando le ho affidato la mia casa, il mio giardino e parte dei miei animali, mi aspettavo che qualche inconveniente si sarebbe verificato. E poi tentare di farle aspirare un piccione con l’aspirapolvere era stato anche divertente.
La mia amica poi non poteva essere, ci eravamo già sentite il giorno prima quando disperata e con un filo di voce mi aveva chiesto dove fosse nascosto l’interruttore del pappagallo che le avevo affidato, “nessun interruttore” le avevo comunicato mortificata “metti sopra alla gabbia un telo scuro e vedrai che dovrebbe zittirsi”. Non credo che desidererà più avere anche lei un pappagallo.

Quattro squilli a disposizione perchè poi entra in funzione la segreteria telefonica. Il primo sgradevole cicaleccio mi coglie di sorpresa. Sono nuda di fronte alla finestra, la doccia si è portata via il salmastro della giornata e i colori del tramonto sono così intensi da farmi temere che quella sublime interpretazione del sole sia anche la sua definitiva uscita di scena. Penso ad un artista all’apice del successo mentre un brivido mi attraversava la schiena, un’interpretazione magnifica e il brivido si perde tra le pieghe dell’asciugamano mentre di sottofondo le tortore, mai paghe di quella loro cantilena gutturale, accompagnano l’artista nei suoi movimenti.
Il secondo squillo è invece accompagnato dal ragliare dell’asino. Una piccola nuvola passa per un attimo di fronte al sole e poi rossa per la vergogna fugge via mentre l’asino dal suo recinto ne sottolinea l’inopportuno transito, con il suo verso carico di una sofferenza atavica che va trasformando la speranza in illusione e infine in rassegnazione.
Per un po’, mentre cerco di capire da dove arriva il suone del mio cellulare, penso alle uova. Con l’asciugamano ancora sulle spalle e i due rimanenti squilli a disposizione, abbandono il sole, la nuvola e l’asino per tuffare il mio sguardo nell’oscurità della camera. Rapidi bagliori tra le pupille lasciano affiorare nella mia mente l’immagine di un cesto di uova candide dal guscio sottile e levigato. Fragili perfezioni che si sgretolano tra mani troppo grossolane come quella sinfonia telefonica tra la nuvola e l’asino.
“Stasera per cena uova in padella” un ultimo raggio purpureo trafigge l’oscurità della camera mentre in lontananza il latrato di un cane suggerisce premura al gregge di ritorno nell’ovile. Ancora uno squillo e poi entrerà in funzione la segreteria telefonica, uova che si rompono sul bordo della padella per sfrigolare nell’olio bollente come un sole al tramonto.
Un punto verde scintilla tra le ombre rosse della camera, un’ultima nota metallica accompagna la sua localizzazione, un belato finisce insieme al sole dietro all’orizzonte, le uova come soli al tramonto, sorgono dalla padella tra candide nuvole di albume ormai cotto.
Raggiungo il telefono, non faccio in tempo a guardare il numero sul display, premo rapidamente il pulsante e rispondo
“pronto?”
“Fabbbiana so’ io…. che t’avevo detto de nun prenè ‘a peruviana per badare ar pupo en spiaggia che quelle nun sa manco nuotà? che l’hai sentita di quella che s’è affogata per ripiglià ‘a ragazzina che s’era tuffata? Aò ’ste filippine tocca anche imparargli di parlà figurete nuotà……ma che è ’sto rumore? ‘ndo stai?”
“asino, è un asino che raglia e temo che lei abbia sbagliato numero….. e non solo”
“un asino?!? ‘mazza che brutto verso che fanno, ma ho sbiato numero Fabbià?”
“visto che non sono Fabiana, direi di si”
“aaahh… nun sei Fabbbbiana, ma come mai responne lei al numero de Fabbbiana?”
“perchè questo non è il numero di Fabiana. Signora ha sbagliato a comporre il numero!”
“ho sbaiato? E come ho fatto a sbaiarme? Mannaggia…. ma che è sicura che questo non il numero de’ mi’ fia?”
“non so che dirle signora, se vuole le passo l’asina, magari può chiedere a lei se per caso non si chiami Fabiana!”
“Che me sta’ a piglià per culo? Mi’ fia non è mica un’asina!”
“buon per l’asina signora mia. Comunque ha sbagliato numero!”
Tanto fuori è calato il sipario.

stelle cadenti

Viscontessa, 11 Agosto 2006

Sono rimasta con il naso all’insù alla ricerca delle stelle cadenti fino all’anno in cui mi venne il torcicollo che non mi passò neanche il giorno dopo nonostante all’unica stella cadente che vidi la sera prima, affidai solo questo semplice desiderio.

Leggevo ieri qualcosa a proposito della relazione causa effetto, qualcosa che cercava di spiegarmi che il fatto che non sia in grado di comprendere un fenomeno, non significa che questo non si verifichi. Se spingi un interruttore si accende la luce e anche se non hai la più pallida idea del perchè o del per come l’interruttore possa all’improvviso illuminare la tua esistenza, ciò non significa che l’evento non si manifesti. A dire il vero quando ero più piccola e la relazione tra causa ed effetto mi affascinava molto più di adesso, avevo tentato di applicare un cavo elettrico ad un vecchio giradischi a pile che naturalmente si fulminò insieme a tutto l’impianto elettrico di casa e questo piccolo e dannosissimo esperimento, non fu dannoso solo economicamente, ma creò anche una profonda e quasi insanabile frattura nella mia fiducia verso ciò che non comprendevo.

Qualche anno dopo, poi, in maniera piuttosto subdola ma pur sempre a fini scientifici, cercai per un giorno intero di convincere il mio angelo custode che la mia salute, di cui si narrava lui si dovesse occupare, passava principalmente attraverso la mia felicità e questa a sua volta attraverso un inaspettato dono che avrei trovato in salotto nell’angolo dove a Natale veniva allestito l’albero.
In un impeto di generosità e nel profondo e sincero desiderio di seccare fin da subito il germe di quello scetticismo che stava germogliando dentro il mio giovane animo, fui anche disposta a promettere la mia più devota e pia fede religiosa, in cambio di una collocazione diversa del dono inatteso. “Se lo trovassi in bagno” dissi tra me e l’angelo custode “andrebbe bene uguale e sarei disposta a ritenere che il vezzo di una collocazione diversa, dipenda solo dalla tua volontà di mettere alla prova la mia fede”. Il pellegrinaggio continuo tra la mia stanza e il salotto e il bagno, non scaturì naturalmente nessun effetto concreto se non quello di incuriosire mia madre alla quale raccontai, lasciandola piuttosto incredula, il mio colloquio con il presunto angelo custode.

L’ultimo episodio che infine segnò definitivamente la fine della mia già poco ingenua fanciullezza e l’entrata nella cinica età adulta, fu una trasmissione televisiva pomeridiana nella quale una specie di santone di una delle prime tivvù private, passò il pomeriggio a cercare di convincermi che nella vita era possibile ottenere tutto ciò che si desiderava purchè lo si desiderassi molto intensamente. L’esempio pratico che seguì, fu una litania di ore nella quale il santone continuò ad invocare il nome di una certa Maria quale esempio di oggetto del desiderio. Nel caso specifico, ma questo l’ho compreso solo qualche anno dopo, vi fu tra me e il santone un fraintendimento di base perchè nessuna Maria in carne ed ossa testimoniò con la sua presenza il buon esito del suo esperimento, ma lo sguardo del santone, ripensandoci poi, aveva qualcosa che doveva avere a che fare molto di frequente con quel genere di maria che alcuni coltivano sul terrazzino di casa.

Per molti anni tuttavia, nonostante queste prove di fede della mia infanzia e fino all’anno del torcicollo, ho continuato a guardare il cielo in cerca delle stelle cadenti e ho continuato ad esprimere desideri che però, memore dei mie precedenti fallimenti, non mi dovessero mettere nella sgradevole condizione di non poter essere realizzati. Certo desiderare di svegliarsi la mattina dopo era quel genere di desiderio che in chi a realizzazione avvenuta ne veniva a conoscenza, causava per la sua semplicità, un moto di tenerezza nei confronti di chi lo aveva espresso, tenerezza che non meritavo e che meritavo ancor meno quando per esempio chiedevo ad una stella cadente un cocktail Martini con una grossa oliva verde, nel momento esatto in cui avevo adocchiato un cameriere dirigersi nella mia direzione con l’aperitivo che avevo chiesto poco prima.

Poi quando nel mio cammino verso un accomodamento tra romanticismo, fede, illusione, speranza e vita reale, incappai in questo sbaglio di desiderio o di previsione sul mio torcicollo, decisi che il disincanto è tutto sommato meno doloroso di un torcicollo e da allora il 10 agosto di ogni anno tutt’al più prendo a sassate i lampioni per essere sicura di sbrigare in tempi brevissimi la pratica del desiderio da abbinare alla caduta di un corpo luminoso.

Il desiderio poi è ovviamente sempre lo stesso: che nessuno si accorga che il lampione l’ho spaccato io.
E per ora sono stata esaudita.

sotto al sole

Viscontessa, 2 Agosto 2006

Ecco, volevo dire che credo che prenderò una breve brevissima pausa di riflessione. Anzi, per essere più precisa, avrei intenzione di prendere una piccola, piccolissima pausa di irriflessione. O di oblio, di dimenticanza, di apnea, di vacanza, di riposo. Riposo da me stessa e dalle mie parole che ultimamente per vari motivi, sono diventate troppo sfacciate e spudorate per trovare rifugio su questa pagina.
Si tratta della luce del sole, a me piaceva che le mie parole rimanessero un po’ in ombra come i miei pensieri, le mie chiappe, i miei progetti e le mie azalee, e invece in quest’estate caldissima mi sono trovata ad espormi troppo al sole con il risultato che i pensieri mi si offuscano e la pelle mi brucia.
Sono stanca, e questo è un dato di fatto, le vacanze incastrate nel quotidiano stancano come le settimane alla Valtour nelle quali per riposarti sei costretto a correre tutto il giorno tra un istruttore di vela e una seduta di yoga e stanca vivere con questo caldo che abbassa la pressione, tappa il naso e ti sottrae energie anche solo per usare il cervello.
Ho il cervello scollegato, lo tengo in caldo sotto al sole e lascio che di lui si esprima l’insenatura creata per la socializzazione nella quale si annidano amici e conoscenze, riposo e pensieri insulsi come i programmi per una serata. Ho il cervello un po’ così che in questi giorni si adegua mio malgrado ad una indolenza estiva che non ricordavo da molti anni. Un’indolenza così impertinente che non mi meraviglierei mi conducesse infine a lasciarmi affascinare dal totale riposo.
Sono qui e ho da fare, cose concrete da fare, con le mani e la penna e il cervello e le opere, ma i pensieri li ho già messi in valigia ripiegati ordinatamente tra il costumino e la crema solare.

1 agosto 2005: non è cambiato quasi…

Viscontessa, 1 Agosto 2006

1 agosto 2005: non è cambiato quasi niente, ripubblico il post di esattamente un anno fa e ci aggiungo questo raffreddore che non mi passa……..

Se tengo i piedi in giù e la testa in su e metto il comò con le mutande a nord-ovest, le camicie a sud-est e i pantaloni a nord vicino all’elastico delle mutande e in posizione perpendicolare rispetto ai reggiseni, forse, magari mi sento un po’ meglio. Poi mi serve un materasso anatomico, una luce soffusa, un climatizzatore, un bonificatore di onde elettromagnetiche, uno schermo antirumore alle finestre, un lieve aroma di lavanda selvatica della scogliera di Dover, lenzuola in canapa naturale coltivata a mano da una comunità di ex-schiavi della Virginia, un cuscino antiacaro, una spalliera del letto in legno trattato con prodotti naturali , una musichetta newage diffusa da amplificatori posizionati secondo il progetto di un ingegnere acustico, tinta lilla alle pareti estratta con metodi naturali dalle piante di glicine e un umidificatore alimentato da energia solare.
Poi esci in giardino un attimo per stendere un paio di mutande che si erano intrufolate nell’umidificatore per rinfrescarsi un po’ e trovi uno stormo di zanzare tigre che ti aspettano con le fauci spalancate.
Ma che accidenti ci fanno le zanzare tigre tutto il giorno in giardino da sole? Perché quando esci sono lì che ti aspettano ma siccome di solito in giardino non c’è nessuno, mi chiedo cosa facciano tutto il giorno le bastarde in attesa che tu metta fuori il naso.
Quando fa caldo ci vestiamo per andare a lavorare che in ufficio c’è l’aria condizionata che ti ammazza, quando fa freddo bisogna scoprirsi che in ufficio il riscaldamento è regolato secondo la temperatura dei tropici, i vecchi che muoiono d’estate, lo fanno sempre per colpa del caldo che nessuno può più morirsene in santa pace come succedeva una volta, in farmacia ti vendono il Polase mentre aspetti il tuo turno sotto l’impianto dell’aria condizionata che ti batte sul collo, le zanzare normali non esistono più perché adesso le città vengono disinfestate già da febbraio, ogni anno battiamo un record di caldo e uno di freddo, siamo continuamente testimoni della giornata più calda, più fredda, più tiepida o più umida dell’ultimo mezzo secolo, percepiamo temperature che si brucia la lingua solo a pronunciarle, dormiamo con i piedi nel verso giusto, respiriamo insetticida e smog, indossiamo solo tessuti naturali, ci laviamo con valanghe di bagnoschiuma alla seta, alle proteine, al cocco, alla noce moscata e persino al muschio bianco (dove cresce il muschio bianco?) ammazziamo batteri, acari, zanzare, mangiamo anticrittogramici marocchini probabilmente legati ad Al Queada e boicottiamo la Nestlè mentre assaporiamo un cocomero della grandezza di un’arancia.
Meno male che esiste ancora la tv.
E ora i consigli dell’esperto.
Mangiate molta frutta e molta verdura, bevete molto, non uscite nelle ora più calde e se ne avete la possibilità trasferitevi in un atollo della Polinesia.
E le zanzare tigre stanno a guardare…….


Rosa di Gerico

Viscontessa, 26 Aprile 2006

A dire il vero, guardando il mio blog oggi, mi è venuta un po’ di malinconia.
Sarà che poi piove e ho comprato una Rosa di Gerico che non appena si stava aprendo nel suo piattino con l’acqua, si è subito richiusa quando il gatto si è bevuto tutta l’acqua.
Insomma, me ne stavo qui come la Rosa di Gerico, ero tutta arricciata su me stessa in attesa che piovesse abbastanza per sbocciare e mettere radici. Rotolavo nel deserto, scura e cupa, sospinta dal vento carico di sabbia quando ad un certo punto ha cominciato a scendere una pioggerellina fina e io ho tirato fuori prima un rametto e poi l’altro annusando l’aria fresca dell’acqua.
Certo non sono una rosellina di primo pelo ma le rose di Gerico più invecchiano e meglio sono. Fioriscono con l’acqua e poi si ritirano col secco e se proprio non sei in vena di rose e fioriture, la palla arricciata la conservi in un cassetto con i fazzoletti di pizzo.
In ufficio non avevo voglia di fare niente ma anche a casa non avevo voglia di fare niente e non avevo voglia di fare niente per la strada o altrove e anche il nel mio blog non avevo voglia di fare niente e il niente che non avevo voglia di fare, era nascosto così bene tra i rametti arricciati, che quasi nessuno se n’è accorto.
Ciò nonostante avevo detto che da oggi mi sarei trasferita sul blog di Grazia per una settimana ed è stato lì che, memore di quando tutta arricciata correvo per il deserto, ho tirato fuori un vecchio rametto a cui ho dato una sistemata. Me ne stavo di là, insomma, con tutti i rametti che sotto l’acqua prendevano vita e rischiavano di esporre impudicamente il niente che tenevo ben protetto al mio interno. Poi mi son detta che niente non vuol dire niente e prima di sbocciare del tutto per mostrare al mondo il niente che non vuol dire niente, ho pensato che fosse un’idea ripassare da casa ovvero dal mio blog a vedere se avevo annaffiato le altre piante. Quelle che luce ma non sole diretto, caldo ma non troppo, fresco ma non troppo, concime ma moderatamente, rinvasare solo se, annaffiare alla bisogna, parlarci ogni giorno. - Ma lei ci parla con i blubi? - mi ha detto oggi uno che vendeva bulbi dall’Olanda al mercato dei fiori – Mah! Ci ho provato, ma quelli stanno sotto terra e non riesco a capire in che direzione devo guardarli!.
Così, piccola rosa di Gerico con i suoi rametti freschi e il suo niente nello stomaco, sono ripassata di qua dove ho trovato il deserto. Non che meriti sontuosi giardini fioriti, son rosa del deserto, ma, porca miseria, mi son detta con quel rametto che spuntava di là, ma vuoi vedere che gli altri pensano che abbia le spine?
E mentre mi controllavo il fusto per vedere se mi eran spuntate le spine, mi sono accorta che, porca miseria, se esiste una giornata mondiale del lucker, io oggi ho battuto ogni record.
Un numero impressionante di spettatori che son venuti a vedere come fioriscono le rose di Gerico.
Invero, sarò sincera, più che una rosa di Gerico mi son sentita il pesce di un acquario.


e adesso che faccio?

Viscontessa, 25 Aprile 2006

Quasi quindici anni fa decisi per la prima volta di iscrivermi in palestra, non una palestra qualsiasi ma la palestra più bella della città che tra l’altro era a pochi metri da casa mia.
Tre giorni dopo aver lasciato un cospicuo assegno per l’iscrizione completa per un anno, piscina inclusa, mi venne un dolore alla spalla destra che tuttora mi porto dietro.
Mi è stato detto che era una periartrite e poi la cervicale e quindi un dolore reumatico e infine colpa della tiroide che solo molti anni dopo ha cominciato a non funzionare più come si deve.
Nel frattempo, qualche anno dopo, anche la spalla sinistra, anche se in forma minore, mi ha creato gli stessi problemi e a distanza di anni, dopo aver fatto tutte le analisi comprese quelle per le malattie genetiche come la sclerosi multipla, il lupus, l’artrite reumatoide ed altro, continuo a portarmi dietro questi dolori.

Poi una mattina mi sono alzata e non aprivo più la bocca. Un dolore lancinante alla mandibola mi consentiva un’apertura così ridotta, che anche solo mettere in bocca un cucchiaino mi creava un problema. Altre analisi, altre teorie compresa quella che avessi una soglia del dolore molto bassa, altri tentativi falliti dopo l’agopuntura, le infiltrazioni, la pranoterapia, fisioterapia, chiropratica, elettrostimolazione e via dicendo. La bocca da allora è migliorata ma non ho più riacquistato l’apertura mandibolare di una volta. In sintesi, parlo benissimo ma il sesso orale mi crea dei problemi.

Questi in poche parole i miei problemi di salute conditi da altri dolori periodici alle articolazioni come le ginocchia o i gomiti, e da una tiroide che come migliaia di altre, non fa più il proprio dovere.

Stamattina me ne stavo in un dormiveglia nel quale mi ero premurata di cambiare il finale di un sogno. Stavo in ufficio da sola ma non era il mio ufficio ma la mia casa di bambina che però non era in centro ma isolata in mezzo alla neve e mentre tiravo su un sacco di abiti di cui disfarmi, finivo per sporcarmi le mani di una cacca di cane che non mi era familiare e che per questo mi faceva davvero molto schifo. Tirando su il sacco sporco di merda ho sentito crock al collo e il crock era del tutto reale tant’è che mi sono alzata con questo dolore sulla parte sinistra del collo.

Temo, per questo, di aver ciondolato sulla sinistra tutto il giorno per cui stasera, con ancora un leggero dolore sulla parte sinistra del collo, ho la spalla sinistra terribilmente dolorante. Il dolore alla spalla si accuisce con l’immobilità e così mi sbraccio, mi tiro, mi muovo, roteo nell’aria, mi piego, mi alzo, giro, abbasso, metto dietro e metto davanti ma il dolore non passa e non posso andarmene a letto con questo dolore.
D’altra però è tutto il giorno che sono stanchissima e che mi gira la testa, sono svogliata e ciondolante ma non ho sonno e questo dolore alla spalla mi impedisce comunque di andare a letto.

Ecco, dopo tutto ciò mi chiedo, ma che accidenti faccio adesso? Me ne vado in giardino a fare un po’ dorsali attaccata al ramo dell’albicocco?

« Post precedenti