strano, fa caldo

Viscontessa, 23 luglio 2009

Non esistono più le mezze stagioni. Tuttavia, anche quelle intere, non sono più un granché: non si sa mai se si può stendere il bucato o se è meglio uscire con le scarpe chiuse.

Oggi fa fresco, tira vento e ci sono un po’ di nuvole passeggere ma ieri faceva un caldo tremendo anche se non era afoso. Caldo record secondo le temperature stagionali, così caldo che i meteorologi e tutti i telegiornali hanno cominciato ad avvisarci qualche giorno prima. Un caldo di metà luglio, mi sarebbe venuto da pensare ieri, ma a forza di sentirne parlare mi aspettavo un caldo molto più caldo di quanto non sia stato. Insomma, avevo già caldo nei giorni precedenti mentre nutrivo inconsciamente un nuovo terribile incubo, una paura nuova nuova, quella per il gran caldo. Mi sono fatta così condizionare che ho persino rimandato un paio di appuntamenti “scusa, ma domani non posso venire perché farà un gran caldo”.

Roba che se solo qualche anno fa (diciamo decennio?) qualcuno avesse rimandato un appuntamento per il gran caldo di fine luglio, lo avrebbero preso per pazzo.

La sensazione è che ormai non siamo più in grado di affidarci alle nostre sensazioni e di conseguenza alle nostre emozioni senza che qualcuno ci avvisi di cosa dovremmo provare e con quale intensità. Più che le alte temperature mi sa che questa volta abbiamo sofferto più caldo del solito per colpa la temperatura percepita a causa dell’informazione. D’altra parte anche la “percezione” è prevista: se ti sembra che il caldo sia più insopportabile di quello suggerito dalle temperature, è perché a causa dell’umidità hai una percezione maggiore. Tranquillo, non sei diverso dagli altri, la percezione è uguale per tutti.

Tanto per combattere questo gran caldo, installiamo condizionatori ovunque: in casa, in ufficio, in macchina. Un consumo energetico pauroso e una sensibilità al calore sempre maggiore. Sudare è diventato maleducato, uscire proibitivo, vestirsi per stare al chiuso e spogliarsi per uscire normale, soffrire di mal di gola e di raffreddore in estate, scontato. Per non parlare di tutti coloro che d’estate lasciano a casa il motorino e girano solo in automobile per godersi il fresco dell’aria condizionata. Ormai si va in palestra per sudare con l’aria condizionata, si va nei centri commerciali per ripararsi dal gran caldo grazie a mega impianti di aria condizionata e si bevono litri di acqua che farà anche tanto bene ma ha un piccolo inconveniente. Oggi comunque mi sembra l’occasione giusta per andare a fare una sauna.

A pagamento.

Barbablù e l’elogio funebre di un’azalea

Viscontessa, 9 giugno 2009

Io volevo darti solo un po’ d’amore.
Mi ero ritagliata un angolino della giornata proprio per te perché volevo vederti crescere e diventare grande e forte.
Volevo darti solo un po’ del mio amore silenzioso. Avrei rispettato il tuo silenzio e avrei taciuto anche io. Per te.
Così. Io e te in mezzo al giardino. Silenziosamente insieme mentre la giornata scivola via e il traffico si attenua lasciando spazio alle rondini e al loro linguaggio.
Ti guardo ogni sera. Ancora adesso che vederti mi fa così male, ti guardo ancora e penso al nostro futuro divorato da una rondine nell’ora del tramonto.
O era un gatto? Perché se è stato un gatto devi assolutamente dirmelo.
Avresti dovuto dirmelo, scusa, dimentico continuamente che non sei più quella di prima, non sei più l’azalea che avevo acquistato in un fine settimana di inizio primavera quando un timido sole riscaldava le tue foglioline verde chiaro e i tuoi fiori, protesi a grappoli verso il cielo come mani osannanti di fronte un Dio, mi inebriavano di speranze.
Ricordo ancora quel giorno.
Ti ho visto e ho capito che saresti dovuta essere mia. Ti ho scelto tra quelle azalee grandi e cariche di fiori, quelle che costavano come una settimana di stipendio e neanche la soddisfazione di vederle crescere. (certo che voi piante siete più fortunate di noi: per voi gli anni che trascorrono sono un pregio, una garanzia di solidità, uno spettacolo per la vista, un toccasana per l’animo; per noi donne invece sono una fregatura). Ti ho scelta perché tra le altre, eri baldanzosa, entusiasta, speranzosa e costavi solo otto euro, otto euro che non avevo e così sono andata a fare un bancomat e sono tornata.
E tu eri lì, eri lì ad aspettarmi dentro un sacchetto di plastica come un cucciolo in una discarica o un neonato in un cassonetto. Eri lì e io ti ho presa, ti ho colta come un frutto acerbo e ho accarezzato delicatamente i tuoi fiori vellutati e le tenere verdi foglie.
E ti ho portata a casa mia, ricordi? Ho levato colei che ti aveva preceduta e ho messo te. Poverina, lei era durata ancor meno di te. Una settimana e zac! Stecchita da un giorno all’altro, morta che più morta non si può….. ma quella che è durata meno di tutte è stata quella che ho comprato per Natale. Mi è durata da Natale a Santo Stefano e per Capodanno ho dovuto comprarne altre due.
Ma che brutti ricordi! non voglio parlarne più.
Ti ho messa nel vaso con tanta terra fresca, ti ho trovato un angolo appartato del giardino, ti ho concimata, ti ho annaffiata, ti ho tolto fiori secchi, ti ho parlato, ti ho guardato, ti ho disinfettata dai ragnetti rossi, ti ho ripulita di una strana muffa bianca che ti era venuta sul gambo, ti ho girata, ti ho pulito le foglie, ti irrigato dall’alto, ho raccolto per te l’acqua piovana per annaffiarti perché il calcare ti da noia, il sole ti da noia, l’ombra ti da noia, i ragnetti rossi ti danno noia, la terra normale ti da noia, i gatti ti danno noia….. anche io scommetto che ti davo noia vero?
Cazzo, azalea, sei proprio una gran rottura di coglioni!

Ottimizzare i tempi, le risorse e le informazioni.

Viscontessa, 29 agosto 2008

La donna prese l’aspirapolvere e la passò sul tappeto del salotto.
Non fu un lavoro facile. I peli del cane che si confondevano con quelli della trama del tappeto opponevano al Dyson viola Turbo TDCI più resistenza del previsto e anche il cane non sembrava voler collaborare.
Poi la donna cambiò la spazzola e, non prima di aver risputato il cane nella sua cuccia, passò l’aspirapolvere anche sui pavimenti del resto dell’appartamento.
Fuori la giornata era molto calda per essere fine agosto ma la donna non pareva accorgersene. Quando ripose l’aspirapolvere e preparò il secchio pieno di acqua e detersivo per passarlo sui pavimenti, la colonnina di mercurio segnava quasi 42° ma sul termometro ci stava accovacciato un gatto.
Lo spazzolone con cui passare il cencio le provocò una vescica di cui si accorse quando infilando le mani senza guanti nel secchio pieno di acqua sporca e detersivo, un dolore lancinante le trafisse l’incavo tra il pollice e l’indice.
Urlò per il dolore e il pappagallo in giardino le fece il verso inondando la quiete dell’appartamento di un suono agghiacciante che grazie all’effetto eco durò abbastanza a lungo da svegliare il consorte.
La donna a quel punto prese un piumino per spolverare e uno spray antistatico e li mise entrambe tra le mani del marito “già che sei sveglio” le sussurò languida in un orecchio “datti da fare!”.
Quindi lei si diresse verso il bagno e si cosparse le gambe di crema depilatoria e la testa di una tinta scura e pastosa che cominciò a colargli sulle tempie. “Fortunatamente” pensò mentre stendeva sul viso una maschera di bellezza colore verdognolo “questi prodotti hanno colori diversi”. Una volta le era capitato di stendere la crema depilatoria in testa e la tinta scura per capelli sui peli delle gambe.
Quando uscì dal bagno così conciata, il consorte urlò “chiamate l’esorcista!” e brandendo il piumino come una spada, si chiuse a chiave nel salotto. “non fare lo spiritoso” le suggerì lei in tono perentorio da dietro l’uscio “esci immediatamente di lì o ti riempio il barattolo di schiuma da barba con la mousse di candeggina profumata che uso per pulire il cesso”.
Più tardi, dopo aver stanato il marito dal salotto e i batteri dalla tazza del water, si dedicò al giardino.
Da prima buttò via tutte le piante che grazie ad un errore nella programmazione dell’irrigatore automatico si erano seccate in un istante, quindi ripulì le aiuole dalle cacche dei cani che, ne fu certa, cagavano per dispetto almeno dieci volte al giorno.
Una però, purtroppo, sfuggì alla sua ricerca e si spiaccicò sotto alle dita del suo piede nudo sulle cui unghie, solo qualche minuto prima, aveva apposto uno strato di smalto rosso.
Togliersi il cordoncino di cotone idrofilo usato per distanziare le dita dei piedi con lo smalto ancora fresco e quella merda tutta spiaccicata tra il cotone e le dita del piede fu quel tipo di esperienze che non avrebbe mai dimenticato.
“Per un attimo” avrebbe raccontato poi ai cronisti di Studio Aperto accorsi sul luogo per testimoniare la tragedia “ho pensato di amputarmi un piede”.
Dopo una brillante relazione tra il problema della sicurezza nei nostri giardini e quella nelle periferie delle nostre città, il servizio si concluse con l’affermazione che quelle merde non sarebbero dovute essere lì.
La donne ne convenne e svenne.
I cani furono colpiti dal solito mandato di espulsione. Intestinale.

Mamma che noia!

Viscontessa, 28 giugno 2007

E’ tutto incastrato alla perfezione, tutto sincronizzato, tutto previsto fino all’ultimo più imprevedibile imprevisto eppure c’è sempre un imprevisto che non avevi previsto che sarebbe stato imprevisto nel momento in cui non era previsto.
Sveglia alle otto e questo è già il primo imprevisto perché nonostante tutti gli ottimi propositi della sera prima non riesco a rotolare giù dal letto prima delle otto mezzo e nelle rare volte in cui ci riesco, rotolo così malamente al suolo che devo subito tornare a letto per riposarmi.
Eutirox 75 prima di colazione ma a volte lo dimentico e passo direttamente alla fase due ovvero caffè e fette biscottate. Poi ci sono i pappagalli, tiro giù le tende del giardino e li metto fuori quindi, cani, gatti, casa, letti da rifare e il bucato da stendere o il cencio da passare per terra perché la vescica del cucciolo è un altro imprevisto che non avevo previsto in questa fase della mia vita.
Se riesco a coordinare bene i movimenti (non sempre la mattina ne sono capace) posso persino lavarmi i denti mentre rifaccio un letto e spolverare il comodino mentre mi infilo le scarpe.
Sono fuori prima delle dieci ma troppo poco prima delle dieci per arrivare in ufficio in un orario che si possa definire accettabile. Oggi per dire ho cercato un tipo verso le undici e mezzo ma mi hanno detto che a quell’ora era già troppo tardi e dovevo chiamarlo a metà mattinata “tipo?” ho chiesto io “verso le dieci” mi hanno risposto e lì ho capito che anche gli orari non sono un fattore prevedibile.
Posta, segreteria telefonica, colazione, agenda, mail ed è subito ora di pranzo: da mesi prevedo di saltare il pranzo ma poi mi viene una fame pazzesca e mangio come un bufalo superando ampiamente le mie previsioni di spesa per la giornata. “Scusa hai mica da prestarmi 5 euro che sono rimasta sensa?”.
Lavoro, cazzo, non ho combinato ancora niente e avevo previsto che oggi questa pila di documenti qui sarebbe stata smaltita, pausa caffè, volevo scrivere un post, devo rispondere ad una mail, adesso chiamo per quella cosa che cazzo, dovevo chiamare ieri, lavoro cazzo e stracazzo è già l’ora di andare, finisco domani, non ho benzina, cazzo mi ero dimenticata anche questo, prendo mia figlia e poi si metto benzina e la tintoria ora vado, si ora mi tengo a mente che la tintoria e ci passo davanti, si ora vado e ho dimenticato il pane ma c’è la palestra e finisco la benzina, non compro il pane e metto benzina arrivo in palestra già sudata e ho dimenticato di nuovo la tintoria….
Corri, devo andare a riprendere la bambina, la doccia la faccio a casa, arriva un messaggio, ci sentiamo per telefono, ti scrivo, non ho comprato il pane, devo finire l’articolo, il cane dal veterinario, il bucato ancora in lavatrice, per cena pasta all’olio che forse quella c’è e poi albicocche, basta prenderle dall’albero ma non ho fatto in tempo sono già tutte marce e ho dimenticato in ufficio i cetrioli dell’orto della mia collega, o li ho lasciati all’ufficio delle imposte? Le albicocche dicevo, devo concentrarmi perché c’è qualcos’altro che adesso non ricordo legato alle albicocche, dunque, albicocche, giardino, sole…annaffiare! Cazzo, ho staccato l’irrigatore perché il cane aveva staccato un tubo e l’acqua annaffiava anche il giardino dei vicini ma mi sono dimenticata e adesso le piante hanno sete. Ce la posso fare, tiro fuori il pappagallo che altrimenti è sempre in gabbia e fuori i gatti che altrimenti si mangiano il pappagallo, metto l’acqua per la pasta, innaffio il giardino mentre do un’occhiata al giornale con la televisione accesa che almeno sento le notizie “AMMMOOOOREEE!?!?!”
“che c’è mamma?”
“amore mi devi aiutare che altrimenti non facciamo in tempo”
“in tempo per cosa?”
“in tempo per tutto accidenti! Datti da fare che facciamo tardi!”
“mamma ma tardi per cosa?”
“che ne so! Ma non è gia tarda mattinata, tardo pomeriggio, tarda serata? Insomma non è tardi per qualcosa?….’spe, hai sentito?”
“sentito cosa?”
“come cosa?!?! sta squillando il telefono, l’acqua bolle, il gatto miagola perché ha fame e hanno appena detto che è morto…chi è morto? L’hai capito tu?”
“mamma calmati…. non è successo niente o almeno non qui, quando mi hai chiamato con quel tono come se stesse cadendo il mondo, stavo giocando con la play station e adesso è molto probabile che effettivamente il mondo del mio gioco sia crollato tutto”

Ho un grosso uccello imprintato e uno piccolo spennato

Viscontessa, 13 aprile 2007

Quando mi ha detto che il mio uccello era molto imprintato mi sono quasi commossa.

Avevo bisogno di conferme, mia figlia ultimamente mi pare tutto fuorchè imprintata e da una madre, una donna, ci si aspetta come minimo che sappia imprintare i propri figli.

E poi c’era quella parentesi mai chiusa degli uccelli che mi muoion tra le mani o scappano in cerca di nuove avventure e sapere che a prescindere dal rischio di volo insito in ogni uccello, questo almeno è molto imprintato, mi ha convinto ad accennare a matita la chiusura di queste benedetta parentesi.

Tutto era cominciato il pomeriggio di Pasquetta quando richiamata dagli urli di mia figlia, avevo trovato in giardino un inseparabile spennato come un pollo.

Non fatevi ingannare dal nome, l’inseparabile non è uccello che bivacca da anni sul vostro divano, ma un piccolo pappagallo così chiamato perchè ha bisogno di compagnia.

L’uccellino, comunque, riceveva prontamente le prime cure del caso: una bella gabbia recuperata dalla cantina, cibo, acqua e un po’ di pace nella corte interna del mio appartamento che io uso come nursery per ogni nuovo arrivo.

Due giorni sotto stretta osservazione e poi finalmente il giardino in un pomeriggio assolato dove il volatile, eludendo i mezzi di sicurezza messi in atto per evitare la sua fuga da una gabbia piena di spifferi, ha ripreso il volo e se ne è andato.

Adesso potrei confessare che sul momento, dopo la consueta preoccupazione per l’ennesimo uccello libero nel mondo, mi ha assalita una certa una certa malinconia e un senso di delusione, ma ad essere sincera ho fatto talmente il callo agli uccelli che migrano, che devo ammettere che sul momento mi sono limitata a prenderne eroicamente atto per rinchiudermi in un assordante silenzio. Poi la notte, mentre come il buon pastore, facevo la conta di tutti i miei animali rassicurata dalla consapevolezza che erano tutti equamente divisi sui miei divani, ho pensato ancora una volta al povero uccellino e mi sono sentita la solita pastorella distratta incapace di prendersi cura dei suoi piccoli volatili.

Fatto sta che la mattina dopo qualcuno o qualcosa ha bussato alla finestra della mia cucina e lì davanti alla porta c’era la bestiolina sempre più spennata e spaventata.

Un segno del destino? Non so, ma il pomeriggio, rincuorata dal ritorno dell’uccello, ho approfittato dell’occasione per portare anche il pappagallo, quello grosso, dal veterinario e in motorino con mia figlia e due gabbiette da viaggio per uccelli, sono stata per la prima volta da un veterinario degli uccelli.

Ed è stato lì che lui mi ha detto che il mio uccello, quello grosso, era parecchio imprintato e io mi sono sciolta in una serie di baci tra me e l’uccello che per l’occasione pareva persino più affettuoso del solito.

Il piccolino invece, l’inseparabile, l’ho lasciato lì per le analisi di rito. Dopo un più attento esame, infatti, mi è stato del tutto evidente che quella spennatura chirurgica da cui era affetto, non poteva essere opera dei miei gatti, diagnosi che il veterinario si è limitato a confermare offrendomi per la soluzione del caso, la possibilità di una serie di analisi atte ad individuare le cause delle pietose condizioni dell’inseparabile.

Il costo di questi accertamenti clinici mi vergogno persino a raccontarlo, ma mentre tornando a casa mi chiedevo quanto sono scema, mi sono risposta giustificando il mio gesto con la necessità di verificare se l’implume soffra di una malattia contagiosa anche per il mio grande uccello e infine, poco convinta, ho deciso che tutto sommato si può definire beneficenza anche occuparsi di un uccello smarrito.

Questo accadeva ieri e ieri a malincuore lasciavo in clinica l’uccellino per gli accertamenti mentre oggi a mezzogiorno, quando come da accordi con il dottore chiamavo per sapere cosa avesse la bestiolina, mi si rispondeva che il dottore oggi non c’era e mi si chiedeva il favore di richiamare dopo qualche ora, affinché nel frattempo si potesse identificare a chi fosse stato affidato il mio uccello.

Alle tre avevo in linea un dottore che mi comunicava che ancora non erano stati fatti gli esami e che mi avrebbe richiamato lui entro breve non appena sapeva qualcosa.

Due ore dopo mi richiamava il dottore ma io non ho sentito il cellulare e quando lo richiamavo io mi rispondeva che anche quel dottore non è di turno. Alle mie vigorose rimostranze sul modo di trattare gli uccelli (e soprattutto le clienti che glieli affidano) rintracciavano il dottore del giorno prima che mi comunicava che l’uccellino purtroppo ha il fegato e i reni compromessi probabilmente dall’ingestione di metallo rinvenuto nello stomaco grazie ad una radiografia.

Non si sa se ce la farà ma il piccolino è ancora in clinica dove lo terranno sotto osservazione e lassativi fino a martedì.

E io, cuore di mamma con un pennuto imprintato che mi caga sulla spalla, sono molto in pensiero per lui.

E un po’ anche per questo mio amore per gli animali che a volte mi pare davvero eccessivo.

Come si cambia per non morire

Viscontessa, 4 aprile 2007

Siccome la primavera è alle porte ma ancora non si decide a bussare e anche oggi ha piovuto, pensavo che devo assolutamente trovare un antiallergico prima che i germogli in fiore esplodano nella mia testa.
Non soffro di allergie, e questo va chiarito, ma come molti soffro di tutte le altre sindromi primaverili che dovrebbero portare il genere umano ad odiare la primavera anziché ad esaltarla come la stagione più bella dell’anno.
Per adesso me la cavo ancora bene, non passo le mie giornate a dormire, non mi fa male la spalla e non penso a quanto sarebbe bello morire in una splendida giornata di primavera, ma temo di non poter contare ancora a lungo su questo stato di grazia e urge correre immediatamente ai ripari.
Oggi pomeriggio, per esempio, una leggerissima emicrania è spuntata timidamente sulla mia tempia destra e prima che io potessi rendermi ben conto che in primavera niente fa la sua comparsa con timidezza, quella mi aveva già stesa a terra in men che non si dica.
Niente a cui non abbia potuto porre rimedio con una massiccia dose di Brufen, ma il messaggio subliminale che ne ho ricavato, è che la devastazione è ormai alle porte.
Infatti sull’ora di cena seduta a tavola di fronte ad una pizza, ho visto per un attimo le mie mani per l’ultima volta o almeno questa è stata la sensazione improvvisa che ne ho ricavata.
E’ stato un flash, un attimo che mi ha tolto il respiro, ma in quell’attimo mi sono fatta assolutamente convinta che entro la serata sarei morta. Morta in una forma qualsiasi perchè si può morire da vivi e vivere da morti.
Poi è passato, ma come un novello oracolo, ho letto in quel flash tutto l’orrore della primavera e dopo aver ripreso fiato, ho capito che dobbiamo in tutti i modi fare qualcosa per evitare di lasciarci coinvolgere da questa primavera.
Alacremente pensando su cosa inventarmi, mi è venuta in mente l’assoluta necessità di mettere ordine nelle nostre vite passate e di individuare con precisione quale sia stata quella nella quale tutto è andato in frantumi. La primavera in cui eravamo fiori di pesco e una ventataci ha portato via dai rami per gettarci di malagrazia nel tombino delle fogne di Calcutta? Oppure la primavera nella quale da ghiaccio ci facemmo acqua per finire in una pozza melmosa?
Insomma volendo rifuggire la teoria per la quale siamo solo pezzi di di carne e come tali soggetti alle intemperie e ai cicli stagionali, pensavo che sarebbe buona cosa accusare del malessere primaverile, una precedente vita da agnello in periodo di Pasqua.
E se fossi stata vergine nel paradiso dei mussulmani kamikaze?
E se voi fosse state blogger quando i blog ancora non esistevano?
Suvvia, teniamoci compagnia, cosa siete stati prima di essere commentatori indolenti di questo blog?

Ho comprato un grosso tubo

Viscontessa, 29 novembre 2006

Ho comprato un tubo.
Ho comprato un grosso tubo con una cinghia per appenderselo davanti e una rotella che aiuti a portarlo a giro.
L’acquisto del tubo si era reso necessario dopo aver trascorso due fine settimane senza fare un tubo se non raccogliere le foglie del giardino.
Gli ultimi due fine settimana, infatti, li ho passati a pettinare la ghiaia per ore.
Prima devi individuare la cacca del cane in mezzo alle foglie, toglierla con gli appositi guanti da chirurgo e poi devi cominciare a pettinare, pettinare, pettinare, fino a quando ti vengono le vesciche nelle mani.
Allora ti inchini prendi una manciata di foglie secche e cerchi di infilarle dentro ad un sacco di plastica moscio di cui non riesci mai ad individuare l’entrata e dopo esserti resa conto che il tuo grido di aiuto è caduto nel vuoto “qualcuno mi tiene il sacco aperto?” rimetti le foglie per terra cerchi di convincere il sacco a rimanere aperto, riprendi le foglie, ricerchi il buco, riurli “qualcuno mi aiuta!” e infine infili tre foglie dentro a quel piccolo pertugio che ti pare sia il buco e invece è solo una piega del sacchetto.
Ora trascorse in questa maniera, tra le foglie che non vogliono infilarsi nel sacco, i gatti che invece nel sacco si infilano benissimo, lievi folate di vento che spazzano via le foglie che tu avevi così amorevolmente ammonticchiato e una cacca di cane che non sai come ti sia potuta sfuggire ma di cui ad un certo punto ne percepisci la nettissima sensazione tra quel mucchio di foglie secche che tieni in mano.

Così l’altra mattina sono tornata dal mio amico ferramenta/casalinghi/notizie del giorno sul quartiere e gli ho chiesto se aveva un tubo. Un grosso tubo.
Qualche ora dopo sono tornata a casa con il tubo più grosso che avessi mai visto, me lo sono appeso davanti e sono uscita in giardino nonostante fosse già buio.
Siccome avere un tubo, un grosso tubo appeso davanti mi aveva dato un certo senso di potere che non avevo mai provato, ho detto a mia figlia, che aveva trascorso la mattinata a raccogliere foglie secche con la nonna “amore, prendi quel sacco di foglie secche e buttale tutte qui sul pavimento che ora ti faccio vedere io a cosa serve questo grosso tubo!”.
Lei un po’ perplessa ha tentato di protestare sostenendo che per raccogliere quelle foglie lei e la nonna si erano fatte venire le galle nelle mani ma io non ho voluto ascoltare ragioni “basta con le galle nelle mani, d’ora in avanti abbiamo il tubo anche noi!”.
Così mentre la piccolina allibita eseguiva i miei ordini, io, impaziente, ho accesso il grosso tubo e dopo una prima impennata l’ho afferrato saldamente tra le mani e ho provato la sua potenza sulla ghiaia sparando le foglie secche appena cadute, nelle aiuole dove, a mio avviso, sarebbe stato più facile risucchiarle e triturarle senza portarsi via anche tutti i sassolini della ghiaia.
Mentre mia figlia vuotava un enorme sacco di foglie secche sul lastricato di fronte al giardino, io nell’oscurità più totale, mi sono intrufolata in mezzo alle aiuole e ho aspirato le foglie che ci avevo appena sparato nel mezzo. Poi, quando anche mi è parso di aver fatto un buon lavoro, sono tornata dove le foglie raccolte la mattina erano ora disseminate nuovamente al suolo e prima le ho risparate ovunque (a scopo pedagogico dimostrativo) e poi ho tentato di aspirarle.

A questo punto però il tubo si è rifiutato di fare il suo lavoro, ha tossicchiato, rumoreggiato, sputacchiato e non ne ha voluto sapere di fare il suo dovere.
La cosa tragica è che di fronte al pavimento, non giacevano solo valanghe di foglie secche disseminate ovunque, ma anche ghiaia, cacche di cane e tutto quello che a mano si può raccogliere e gettare dalla ghiaia di un giardino.
Fatto sta che ho dovuto prendere un cacciavite e svitare il grosso tubo nel quale la terra umida delle aiuole e le cacche del cane che nelle aiuole al buio mi erano sfuggite, erano state aspirate insieme alle foglie secche e si erano impastate con esse formando una specie di compatto impasto che era andato a cementare il piccolo motore del tubo aspirante.
Così a mani nude, seduta a terra tra quel disastro di foglie, ghiaia, cacca di cane, pezzi di legno, diosperi marci e non so che altro, ho cercato di ripulire il motore del grosso tubo dall’impasto maleodorante e compattissimo che lo aveva intasato e poi, per evitare di distruggerlo definitivamente, mi sono dovuta armare di scopa e spazzare via tutto quello che solo poche ore prima era già stato infilato in un sacchetto per essere buttato via.
La serata si è conclusa con un secchio d’acqua, un cencio e un bastone con cui ho dovuto lavare tutti i pavimenti di casa e quello del giardino sui quali nel buio, le cacche di cane triturate avevano finito per attaccarsi sotto alle suole delle scarpe per essere poi portate in giro ovunque.

A naso, lì per lì, mi pareva di aver fiutato la stronazata ma dopo essermi resa conto che era proprio lo stronzo che mi portavo attaccato sotto alle scarpe ad essere l’origine di quello sgradevole odore, mi sono rincuorata e per oggi pomeriggio ho fissato un nuovo appuntamento con il mio grosso tubo.
La prima volta, si sa, non sempre viene bene…..


Asini

Viscontessa, 1 settembre 2006

La telefonata è arrivata una sera in cui il tramonto era più rosso del solito.
Quando ho sentito suonare il cellulare ho sperato che fosse mia madre, l’alternativa più probabile sarebbe stata qualche seccatura di lavoro che preferivo non prendere neanche in considerazione.
Non che le telefonate di mia madre mi lasciassero poi molto più tranquilla: una sera le si era rotto l’irrigatore del giardino e aveva tentato di ripararlo mentre l’impianto era in funzione, e un’altra non sapeva come fare a rimuovere la carcassa di un piccione portata dal gatto sul tappeto di camera. Ma d’altra parte quando le ho affidato la mia casa, il mio giardino e parte dei miei animali, mi aspettavo che qualche inconveniente si sarebbe verificato. E poi tentare di farle aspirare un piccione con l’aspirapolvere era stato anche divertente.
La mia amica poi non poteva essere, ci eravamo già sentite il giorno prima quando disperata e con un filo di voce mi aveva chiesto dove fosse nascosto l’interruttore del pappagallo che le avevo affidato, “nessun interruttore” le avevo comunicato mortificata “metti sopra alla gabbia un telo scuro e vedrai che dovrebbe zittirsi”. Non credo che desidererà più avere anche lei un pappagallo.

Quattro squilli a disposizione perchè poi entra in funzione la segreteria telefonica. Il primo sgradevole cicaleccio mi coglie di sorpresa. Sono nuda di fronte alla finestra, la doccia si è portata via il salmastro della giornata e i colori del tramonto sono così intensi da farmi temere che quella sublime interpretazione del sole sia anche la sua definitiva uscita di scena. Penso ad un artista all’apice del successo mentre un brivido mi attraversava la schiena, un’interpretazione magnifica e il brivido si perde tra le pieghe dell’asciugamano mentre di sottofondo le tortore, mai paghe di quella loro cantilena gutturale, accompagnano l’artista nei suoi movimenti.
Il secondo squillo è invece accompagnato dal ragliare dell’asino. Una piccola nuvola passa per un attimo di fronte al sole e poi rossa per la vergogna fugge via mentre l’asino dal suo recinto ne sottolinea l’inopportuno transito, con il suo verso carico di una sofferenza atavica che va trasformando la speranza in illusione e infine in rassegnazione.
Per un po’, mentre cerco di capire da dove arriva il suone del mio cellulare, penso alle uova. Con l’asciugamano ancora sulle spalle e i due rimanenti squilli a disposizione, abbandono il sole, la nuvola e l’asino per tuffare il mio sguardo nell’oscurità della camera. Rapidi bagliori tra le pupille lasciano affiorare nella mia mente l’immagine di un cesto di uova candide dal guscio sottile e levigato. Fragili perfezioni che si sgretolano tra mani troppo grossolane come quella sinfonia telefonica tra la nuvola e l’asino.
“Stasera per cena uova in padella” un ultimo raggio purpureo trafigge l’oscurità della camera mentre in lontananza il latrato di un cane suggerisce premura al gregge di ritorno nell’ovile. Ancora uno squillo e poi entrerà in funzione la segreteria telefonica, uova che si rompono sul bordo della padella per sfrigolare nell’olio bollente come un sole al tramonto.
Un punto verde scintilla tra le ombre rosse della camera, un’ultima nota metallica accompagna la sua localizzazione, un belato finisce insieme al sole dietro all’orizzonte, le uova come soli al tramonto, sorgono dalla padella tra candide nuvole di albume ormai cotto.
Raggiungo il telefono, non faccio in tempo a guardare il numero sul display, premo rapidamente il pulsante e rispondo
“pronto?”
“Fabbbiana so’ io…. che t’avevo detto de nun prenè ‘a peruviana per badare ar pupo en spiaggia che quelle nun sa manco nuotà? che l’hai sentita di quella che s’è affogata per ripiglià ‘a ragazzina che s’era tuffata? Aò ’ste filippine tocca anche imparargli di parlà figurete nuotà……ma che è ’sto rumore? ‘ndo stai?”
“asino, è un asino che raglia e temo che lei abbia sbagliato numero….. e non solo”
“un asino?!? ‘mazza che brutto verso che fanno, ma ho sbiato numero Fabbià?”
“visto che non sono Fabiana, direi di si”
“aaahh… nun sei Fabbbbiana, ma come mai responne lei al numero de Fabbbiana?”
“perchè questo non è il numero di Fabiana. Signora ha sbagliato a comporre il numero!”
“ho sbaiato? E come ho fatto a sbaiarme? Mannaggia…. ma che è sicura che questo non il numero de’ mi’ fia?”
“non so che dirle signora, se vuole le passo l’asina, magari può chiedere a lei se per caso non si chiami Fabiana!”
“Che me sta’ a piglià per culo? Mi’ fia non è mica un’asina!”
“buon per l’asina signora mia. Comunque ha sbagliato numero!”
Tanto fuori è calato il sipario.

stelle cadenti

Viscontessa, 11 agosto 2006

Sono rimasta con il naso all’insù alla ricerca delle stelle cadenti fino all’anno in cui mi venne il torcicollo che non mi passò neanche il giorno dopo nonostante all’unica stella cadente che vidi la sera prima, affidai solo questo semplice desiderio.

Leggevo ieri qualcosa a proposito della relazione causa effetto, qualcosa che cercava di spiegarmi che il fatto che non sia in grado di comprendere un fenomeno, non significa che questo non si verifichi. Se spingi un interruttore si accende la luce e anche se non hai la più pallida idea del perchè o del per come l’interruttore possa all’improvviso illuminare la tua esistenza, ciò non significa che l’evento non si manifesti. A dire il vero quando ero più piccola e la relazione tra causa ed effetto mi affascinava molto più di adesso, avevo tentato di applicare un cavo elettrico ad un vecchio giradischi a pile che naturalmente si fulminò insieme a tutto l’impianto elettrico di casa e questo piccolo e dannosissimo esperimento, non fu dannoso solo economicamente, ma creò anche una profonda e quasi insanabile frattura nella mia fiducia verso ciò che non comprendevo.

Qualche anno dopo, poi, in maniera piuttosto subdola ma pur sempre a fini scientifici, cercai per un giorno intero di convincere il mio angelo custode che la mia salute, di cui si narrava lui si dovesse occupare, passava principalmente attraverso la mia felicità e questa a sua volta attraverso un inaspettato dono che avrei trovato in salotto nell’angolo dove a Natale veniva allestito l’albero.
In un impeto di generosità e nel profondo e sincero desiderio di seccare fin da subito il germe di quello scetticismo che stava germogliando dentro il mio giovane animo, fui anche disposta a promettere la mia più devota e pia fede religiosa, in cambio di una collocazione diversa del dono inatteso. “Se lo trovassi in bagno” dissi tra me e l’angelo custode “andrebbe bene uguale e sarei disposta a ritenere che il vezzo di una collocazione diversa, dipenda solo dalla tua volontà di mettere alla prova la mia fede”. Il pellegrinaggio continuo tra la mia stanza e il salotto e il bagno, non scaturì naturalmente nessun effetto concreto se non quello di incuriosire mia madre alla quale raccontai, lasciandola piuttosto incredula, il mio colloquio con il presunto angelo custode.

L’ultimo episodio che infine segnò definitivamente la fine della mia già poco ingenua fanciullezza e l’entrata nella cinica età adulta, fu una trasmissione televisiva pomeridiana nella quale una specie di santone di una delle prime tivvù private, passò il pomeriggio a cercare di convincermi che nella vita era possibile ottenere tutto ciò che si desiderava purchè lo si desiderassi molto intensamente. L’esempio pratico che seguì, fu una litania di ore nella quale il santone continuò ad invocare il nome di una certa Maria quale esempio di oggetto del desiderio. Nel caso specifico, ma questo l’ho compreso solo qualche anno dopo, vi fu tra me e il santone un fraintendimento di base perchè nessuna Maria in carne ed ossa testimoniò con la sua presenza il buon esito del suo esperimento, ma lo sguardo del santone, ripensandoci poi, aveva qualcosa che doveva avere a che fare molto di frequente con quel genere di maria che alcuni coltivano sul terrazzino di casa.

Per molti anni tuttavia, nonostante queste prove di fede della mia infanzia e fino all’anno del torcicollo, ho continuato a guardare il cielo in cerca delle stelle cadenti e ho continuato ad esprimere desideri che però, memore dei mie precedenti fallimenti, non mi dovessero mettere nella sgradevole condizione di non poter essere realizzati. Certo desiderare di svegliarsi la mattina dopo era quel genere di desiderio che in chi a realizzazione avvenuta ne veniva a conoscenza, causava per la sua semplicità, un moto di tenerezza nei confronti di chi lo aveva espresso, tenerezza che non meritavo e che meritavo ancor meno quando per esempio chiedevo ad una stella cadente un cocktail Martini con una grossa oliva verde, nel momento esatto in cui avevo adocchiato un cameriere dirigersi nella mia direzione con l’aperitivo che avevo chiesto poco prima.

Poi quando nel mio cammino verso un accomodamento tra romanticismo, fede, illusione, speranza e vita reale, incappai in questo sbaglio di desiderio o di previsione sul mio torcicollo, decisi che il disincanto è tutto sommato meno doloroso di un torcicollo e da allora il 10 agosto di ogni anno tutt’al più prendo a sassate i lampioni per essere sicura di sbrigare in tempi brevissimi la pratica del desiderio da abbinare alla caduta di un corpo luminoso.

Il desiderio poi è ovviamente sempre lo stesso: che nessuno si accorga che il lampione l’ho spaccato io.
E per ora sono stata esaudita.

sotto al sole

Viscontessa, 2 agosto 2006

Ecco, volevo dire che credo che prenderò una breve brevissima pausa di riflessione. Anzi, per essere più precisa, avrei intenzione di prendere una piccola, piccolissima pausa di irriflessione. O di oblio, di dimenticanza, di apnea, di vacanza, di riposo. Riposo da me stessa e dalle mie parole che ultimamente per vari motivi, sono diventate troppo sfacciate e spudorate per trovare rifugio su questa pagina.
Si tratta della luce del sole, a me piaceva che le mie parole rimanessero un po’ in ombra come i miei pensieri, le mie chiappe, i miei progetti e le mie azalee, e invece in quest’estate caldissima mi sono trovata ad espormi troppo al sole con il risultato che i pensieri mi si offuscano e la pelle mi brucia.
Sono stanca, e questo è un dato di fatto, le vacanze incastrate nel quotidiano stancano come le settimane alla Valtour nelle quali per riposarti sei costretto a correre tutto il giorno tra un istruttore di vela e una seduta di yoga e stanca vivere con questo caldo che abbassa la pressione, tappa il naso e ti sottrae energie anche solo per usare il cervello.
Ho il cervello scollegato, lo tengo in caldo sotto al sole e lascio che di lui si esprima l’insenatura creata per la socializzazione nella quale si annidano amici e conoscenze, riposo e pensieri insulsi come i programmi per una serata. Ho il cervello un po’ così che in questi giorni si adegua mio malgrado ad una indolenza estiva che non ricordavo da molti anni. Un’indolenza così impertinente che non mi meraviglierei mi conducesse infine a lasciarmi affascinare dal totale riposo.
Sono qui e ho da fare, cose concrete da fare, con le mani e la penna e il cervello e le opere, ma i pensieri li ho già messi in valigia ripiegati ordinatamente tra il costumino e la crema solare.

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