interrogativi inquietanti

Viscontessa, 30 agosto 2005
E’ da ieri sera che mi pare si sentir odore di bistecca.
Ogni tanto, così all’improvviso, un’aroma dolciastro di carne si impossessa rapidamente delle mie narici e poi, come niente fosse, si dissolve tra gli altri odori che mi girano intorno.
Ieri sera è successo mentre stavo sdraiata sul divano. Di tanto in tanto tra un tre e un cinque da posizionare in perverse caselline del sudoku, mi si presentava questo aroma che pensavo provenisse da un appartamento vicino.
Che poi non è l’odore di carne alla griglia o di bistecca alla brace, ma il retroodore dolciastro della bistecca sul piatto del sabato all’ora di pranzo mentre Mollica va in onda con il suo Do Re Ciack Gulp.
Perché la bistecca del sabato ha un odore diverso che si deposita sulle tendine di cucina con la soavità del giusto riposo.
Poi però stamattina mentre stavo seduta qui alla scrivania in vetro con i vasetti di yogurt vuoti sul davanzale come piccoli ceri volitivi, mi si è ripresentato tra i peli del naso questo odore dolciastro di bistecca.
Eppure non era neanche l’ora di pranzo né il sabato si ancora proteso con le sue languide propaggini verso questo martedì di fine agosto. Così ho tirato su col naso nel tentativo di incastrare l’aroma nel naso il tempo sufficiente a permettere al cervello di classificare con più certezza la sua provenienza.
Ma quello niente, è fuggito nuovamente prima che io potessi dargli un senso.

Così mi è venuto un dubbio, ma non è che son frolla al punto giusto?

come pastorizzare la marmellata

Viscontessa, 21 luglio 2005
Quindi non ho preso le valige dalla soffitta perché la soffitta è lontana e sta lassù troppo in alto per essere raggiunta.
Quindi ho raccattato quello che c’era. Una vecchia borsa regalo di mia madre di almeno vent’anni fa e una borsa da moto, ma questo è meglio non dirlo che il legittimo proprietario potrebbe non gioire della scelta.
Quindi due barattoli di marmellata da mezzo kilo l’uno frutto della mia ultima avventura con le albicocche.
Una è più scura perché si è bruciata, l’altra è liquida perché non si è addensata.
Le ho infilate in borsa, ho preso una grossa cesta di paglia e ci ho messo questi due barattoli di marmellata di albicocche che non ho sterilizzato, pastorizzato, conservato o protetto in alcun modo. Non so come si fa.
L’altro giorno ho comprato i barattoli per il sottovuoto, poi ho dato un’occhiata ad internet in cerca di una ricetta per la marmellata di albicocche, quindi ho preso le albicocche e ho fatto a modo mio ma quando sono andata a leggere sui tappi per il sottovuoto come fare a pastorizzare la marmellata, ho trovato scritto di tenere i barattoli immersi nell’acqua per il tempo previsto dalla ricetta. E io non ho una ricetta.
Allora ho pensato che avrei fatto ad occhio come avevo fatto con la marmellata di albicocche, ma quando sono andata a prendere una pentola per immergere i barattoli per il sottovuoto dentro l’acqua, mi sono accorta che non avevo una pentola abbastanza grande per ricoprire i barattoli con i cinque centimetri di acqua previsti dal coperchio sottovuoto del barattolo.
Adesso ho dieci barattoli di questa roba dentro al frigo più due nella borsa.
Ho pensato che magari in aereo con la pressione mi si forma il sottovuoto dei barattoli di marmellata che tengo nella borsa, se funziona magari mi faccio un altro giro e metto sotto vuoto il tutto.
Onestamente la soluzione del volo mi pare molto più semplice delle altre.
Ci si vede tra una settimana, sono già in ritardo.

una tira l’altra e insieme ti trascinano nel baratro

Viscontessa, 16 giugno 2005
Ho iniziato oggi la terapia disintossicante.

Si dice che la consapevolezza della malattia sia il primo passo versa la guarigione e io sono malata, sono intossicata e  sono consapevole della mia intossicazione.

Non posso dire di sentirmi bene, effettivamente non avrei dovuto smettere così di colpo perché l’organismo, abituato da tempo ad assumere grossi quantitativi di una sostanza, risente immediatamente della sua assenza e l’intestino, questo pomeriggio, è particolarmente silenzioso come un cuore dal flebile battito.

Psicologicamente non va certo meglio, ho fatto degli acquisti di cancelleria e ho scelto dei contenitori rosso ciliegia, dei pennarelli rosso ciliegia, dei quaderni rosso ciliegia e sono rimasta molto seccata dalla mancanza di cd rosso ciliegia.

Per fortuna i cd sono almeno tondi anche se la mancanza di sfericità mi costringe comunque a cercare altrove la mancata soddisfazione del mio bisogno.

Però come ogni mattina anche stamattina mi sono alzata con il mio bel ventre piatto, o almeno normalmente adiposo con i suoi festosi rotolini ben assortiti tra loro e all’improvviso ho capito che quei rotolini, quei deliziosi rotolini di grasso, meritavano tutte le mie cure e le mie attenzioni. E’ stato lì che ho preso consapevolezza del mio male ed è stato lì, tra le lacrime ritrovate tra i gioiosi rotolini che mi salutavano dalla pancia, che ho deciso che avrei fatto qualsiasi cosa perché non dovessero più soffrire per la mia ingordigia, per la mia gola, la mia mancanza di autocontrollo.

Basta con le ciliegie – gli ho promesso tra i singulti, e loro, riconoscenti di questa mia promessa, hanno accompagnato ogni mio singhiozzo ritmando il loro movimento sul mio dolore.

Così oggi sono entrata con fare sicuro nell’alimentari dove mi procuro la “roba” e dopo aver preso un’insalata di pollo ho detto “no! Le ciliegie non le voglio, dammi le fragole”.

Sono orgogliosa di me e del silenzio che proviene dalla mia pancia, da quella mancanza di gonfiore e gorgoglio, di movimento e disagio, di insofferenza e fastidio che per settimane ha accompagnato la seconda parte di ogni mia giornata.

Penso ancora a loro e a quel mezzo kilo di roba che mi facevo ogni giorno dopo pranzo, penso ancora al loro sapore e alla loro consistenza, al suadente suono del picciolo strappato tra i denti, alla loro pelle liscia e morbida, al loro colore intenso e sensuale…. Ma da oggi basta, da oggi non mi lascerò più incantare dal loro fascino perverso.

Alle brutte farò domanda per un centro di disintossicamento da ciliegie, sono sicura di non essere l’unica ad essere affetta da questa forma di dipendenza.

oggi dal salumiere

Viscontessa, 8 giugno 2005
La donna aggressiva intimorisce, quella remissiva stufa, bella senza cervello annoia, brutta e con la testa resta brutta, bella senz’anima spaventa,  bella e intelligente è troppo impegnativa, con le colleghe d’ufficio no per evitare casini, con le amiche no perché  siamo amici, quelle che ci provano no perché non intrigano, quelle che non ci provano no perchè non la danno.

Se la dai è perché la dai, se te la tieni perché te la tieni.

No perché è troppo giovane, troppo vecchia, troppo bella, troppo brutta.

No perché è sciatta, sofisticata, in carriera, impegnata, esigente, amorfa.

Mi piacerebbe ma. Mi piaci ma. Ti piaccio? Ma.

Però le donne, tutte dicono che.

ma poi si attaccano e non te le levi più di turno, ma poi così non mi piace perché vorrei essere io, ma poi non si attaccano e se ne vanno, ma poi si, no, forse.

No perché la da a tutti, no perché dice che te la darebbe ma poi non te la da, no perché te la da e poi te la riprende, no perché te la da e poi non se la riprende, no perché è impegnata, no perché è libera e potrebbe mettersi strane idee in testa, no perché è stata impegnata e chissà cosa vuole. Donne subdole, infingarde, bugiarde e opportuniste.

Perché io sono all’antica, perché io rispetto le donne, perché io non mi tiro mai indietro ma, perché io preferisco che , perché io non sono sicuro che, perché tu non sei…..

E poi sarà vero oppure giochi, oppure fai sul serio, oppure ci provi oppure sono confuso, non capisco, ci devo pensare, ti devo pensare, pensiamoci, ci penso.



- Fortunatamente non mi manca niente, non hai idea delle proposte che ricevo

- (lo immagino, ci provi con tutte le clienti e qui c’è un bel giro, ad occhio e croce, di donne che la darebbero volentieri) immagino……

- No vis, tu non ci crederai ma davvero, c’è una fame in giro

- (affetta la mortadella e la mette nella schiacciatina) mah, non saprei dire se è fame, io direi che c’è voglia di divertirsi e tu prometti giochi a chiunque.

- No, a parte gli scherzi, ieri sera mi telefona una cliente qui in negozio alle 20.30, una separata di 50 anni con due figli piccoli e mi dice “volevo farti una domanda diretta, che fai stasera?” ti rendi conto?

- No, non molto, di cosa dovrei rendermi conto?

- Ma dai, io gli ho detto che ero impegnato

- Perché è stata troppo diretta, doveva ordinare un salamino cacciatore e chiederti di portarglielo a casa

- Ma no! Figurati è che con le clienti…

- Con le clienti cosa?

- E’ tanti anni che faccio questo lavoro, certe cose le intuisco…

- Cosa intuisci scusa?

- Beh, una così poi spera di venire a fare la spesa e insomma, qualche vantaggio, dopo quello che c’è stato tra noi…

- Cioè vorresti dire che una di cinquant’anni ti telefona a te che ne hai dieci meno di lei e ti chiede di uscire con te per ottenere lo sconto su due etti di pecorino?

- Dammi retta io certe cose le intuisco

- ………

- ti serve altro?

- No grazie, segna tutto sul conto oppure stasera si esce insieme

- Io con te lo sai che…… te lo metterei anche per iscritto se servisse a qualcosa.

- Lascia perdere và e metti per iscritto quanto costa questo panino con la mortadella.



Parole, parole, parole.

Ma chi è che chiacchiera? Il dubbio sulle parole inutili si infittisce sempre più e infarcisce persino i panini già straripanti di mortadella.









 














Anselmo e Arrigo hanno litigato

Viscontessa, 2 giugno 2005
Non so se vi è mai capitato di essere affetti dall’insoddisfazione alimentare del giorno di festa.
Non si tratta di fame o gola ma dell’impossibilità di soddisfare il vostro bizzoso palato accarezzato, nel corso di tutta la giornata, da una lingua impertinente sempre a caccia di qualcosa da far roteare tra le mandibole.
Così oggi ho finito per percorrere kilometri nel tragitto che segna la distanza tra Anselmo il divano e Arrigo il frigo e per quanto Arrigo fosse in splendida forma, stipato ieri sera da una sfiziosa spesa effettuata più con lo stomaco vuoto che non la coscienza a posto, niente di quello che la sua premura mi proponeva, riusciva a guarire il mio palato malato affetto da una brutta forma di protagonismo purulento .
Gli ho proposto olive e ciliegie, formaggio e carote, croccante sedano e prosciutto cotto ma lui, sdegnato e annoiato, si è limitato a gradire una strisciolina di grasso di prosciutto cotto e poi mi ha ricondotto verso Anselmo non prima però di pretendere una gomma da masticare che la lingua ha subito messo in lavorazione tra le mandibole ma che l’esoso, dopo soli pochi minuti, ha voluto gli fosse tolta di torno.
Così alle ore otto e trenta, ora deputata da consuetudine familiare alla cena, lui si è rifiutato di lasciarmi andare verso Arrigo che, gridando vendetta per la scarsa considerazione deputata ai sui preziosi suggerimenti, non ne ha voluto sapere di mettermi a conoscenza di cosa contenesse in fondo ai suoi ripiani.
Ho mandato il Conte a procurarmi un Campari Soda al bar d’angolo e per stasera a cena uova (non fecondate) al tegamino.

tutta casa e chiose

Viscontessa, 27 aprile 2005

Ma porca miseria, dico io, vai all’Esselunga, scavalchi le transenne, ti fiondi nel reparto macelleria, agguanti una confezione famiglia di petti di pollo (che i cani vogliono stare nello stato di famiglia pure loro), torni alle casse iniziali, adocchi la cassa con la cassiera più sveglia (perché controllare la lunghezza della fila non serve a niente), gli piazzi lì il petto di pollo, la fidaty e i soldi contanti. Infili il petto di pollo in borsa insieme al rossetto aperto, un assorbente che vive nel fondo borsa dai tempi del liceo (io mi affeziono), briciole di tabacco, un torsolo di mela che non sapevi dove buttare, quattro accendini fregati ai colleghi, due pacchetti di gomme e lo scontrino della tintoria.

Sorridi alla cassiera perché ti metta lo scontrino in bocca che in mano hai già le chiavi della macchina, il cellulare, un fazzolettino di carta e un pacchetto di sigarette ovviamente senza accendino.

Scappi verso l’uscita con la borsa che prende vita, (il petto di pollo fa il tacchino con il rossetto), il cellulare che fa il gallo, (è la mia suoneria), le chiavi appese al collo che suonano come nacchere, lo scontrino che svolazza in bocca e ti rituffi in macchina.

Tempo dell’operazione 9 minuti compreso lo pseudo parcheggio.

Torni a casa di corsa butti la giacca sul cane, inciampi nel gatto, dici un "si amore" forse al frigo perché non hai la più pallida idea di chi abbia parlato, peschi nella borsa quel maledetto petto di pollo che non ne vuol sapere di uscire di lì (sta civettando con il torsolo di mela) lo sbatti senza pietà sul tagliere e lo martelli con il batticarne pensando di avere a che fare con il tuo capo, lo schiaffi in una padella, ci butti del vino bianco un po’ a lui, un po’ a te, un po’ a lui, un po’ a te, un po’ a te e ancora una sorsata a te, il petto di pollo si infiamma, prende proprio fuoco, si alza dalla padella e sobbalza per aria contorcendosi tra spasmi incontrobbaili fino a quando non abbasso la fiamma e lui  atterra nuovamente nella padella mentre tipo maga magò ci sbatto sopra sale, pepe, magiorana, cardamomo curry, peperoncino, e….e cos’era questo? Ah vabbè niente.

Il petto di pollo, dopo aver schizzato ovunque, finalmente si calma.

L’orgasmo del petto di pollo provoca un’onda anomala che devasta il piano cottura ma lui finalmente è pronto.

Tempo dell’operazione 15 minuti, esito dell’intervento sul petto di pollo "ottimo", postumi nella norma, parenti soddisfatti.

Poi arrivi nel virtuale e perdi due ore, dico due ore, a capire come funziona una password.

faccio outing sulle zucchine

Viscontessa, 13 aprile 2005

Volevo già da giorni manifestare pubblicamente tutta la mia avversione per le zucchine.

Già il fatto che qualcuno le chiami zucchine e altri zucchini è motivo di grossa avversione per il più insulso ortaggio che si possa trovare in circolazione, il loro protagonismo poi, che le vede sempre in prima fila in qualsiasi stagione dell’anno, mi crea quella leggera inquietudine che riesco a placare solo acquistando zucchine ogni volta che vado a fare la spesa.

Esteticamente sono degli ortaggi piuttosto simmetrici e ordinati, niente a che vedere con l’oscenità di un sedano rapa che nel sua irregolare sfericità, ostenta una colorazione talmente pallida da suscitare quella pietà che di tanto in tanto mi costringe ad infilarne qualcuno nel carrello della spesa, ma il trasformismo con cui le zucchine si presentano ad ogni cambio stagionale, priva questo ortaggio di quel briciolo di dignità che ogni essere vivente dovrebbe avere.

Grossa e verde scura d’inverno, la bastarda si presenta in primavera piccola e di verde pallido agghindata per giunta con quel fiore giallo sulla testa di cui non ne ho mai compreso l’utilizzo culinario e la cui funzione estetica è immediatamente compromessa dalla cialtroneria con cui la zucchina accudisce il suo fiore lasciandolo appassire quasi subito.

Un specie di ortaggio ermafrodita che se in primavera si presenta come zucchina assumendo sembianze femminili ostentate da quel fiore che pare per conformazione stessa, non chiedere altro che essere riempito, d’inverno lo zucchino si fa grosso e duro lasciando che del suo utilizzo se ne arricchisca la fantasia erotica di molti, fantasia che non può che rimanere tale visto che il bastardo, lo zucchino, è rivestito da una lieve peluria affatto invitante per l’uso che se ne può immaginare.

Vuoi mettere il cetriolo? Quello è leggermente nodoso ma liscio e contorto come solo alcuni pensieri possono esserlo.

Grande, piccolo, dritto o ricurvo, il cetriolo si presta molto più generosamente a soddisfare certe fantasie feticiste che non costringano tra l’altro la fantasiosa massaia che ne ha fatto uso, ad infilarlo nella pattumiera come si troverebbe costretta per buon gusto a fare con uno zucchino.

Il cetriolo, a differenza dello zucchino, è semplice da sbucciare e il suo sapore forte, deciso e amarognolo, lo rende un cibo che solo i palati più esigenti sono in grado di apprezzare, lo zucchino invece no, sia che si presenti nella sua versione femminile che in quella maschile, il suo utilizzo può solo essere di accompagnamento a pietanze ben più saporite ed è per questo che le zucchine finiscono in dadolata in giulienne o a rondelle anziché essere consumate nella loro interezza come un qualsiasi altro ortaggio.

Bollita è l’unico modo in cui la zucchina può presentarsi su un piatto in perfetta solitudine, ma la zucchina bollita è la cosa più deprimente che ti possa capitare di incontrare su un piatto ed è per questo che le mie zucchine, finiscono tutte inutilizzate dentro al cassonetto.

Zucchine, tutta apparenza e niente sostanza.

tutto a posto

Viscontessa, 11 aprile 2005

Stanotte non ho dormito un cazzo.

O almeno credo.

Sentivo in giardino cigolare le tende e sbattere la porta del casottino di legno che doveva essere rimasta aperta.

Ero in pensiero per i miei calzini stesi, pensavo che si sarebbero perduti nella notte e invece stamattina erano ancora lì e per giunta in compagnia di altri colleghi piovuti probabilmente dai piani alti.

Mi è venuta un po’ di tosse, mi sono alzata e ho preparo il caffè.

Fuori piove, fa freddo e tira vento, alla televisione botte da orbi tra tifosi e sugli striscioni da stadio il papa e il fascismo che mi riconsegnano alla consueta spiritualità e devozione del nostro popolo.

Mi ricordo che devo fare un bancomat, devo mettere benzina alla macchina, ricaricare il cellulare e comprare le sigarette. Tutte cose che all’improvviso, mi viene in mente, sono tassate dallo Stato con un balzello particolare.

E’ lunedì, sono a dieta, ma mi faccio un cornetto inzuppato nel cappuccino.

ordine e disciplina

Viscontessa, 31 marzo 2005

E infatti lo avevo scritto qui sul post it che ho lasciato attaccato al telefono: se squilla rispondere "pronto" e così ho fatto.

Certo poi sulla conversazione non mi ero adeguatamente preparata, avevo immaginato di dover mettere in fila una serie di parole di senso compiuto ma quali parole e quale senso non ero proprio riuscita a prevederlo.

"con chi parlo?" mi è tornata in mente questa frase della mia infanzia quando il telefono era ancora grigio, pesante e con un lungo filo nel quale attorcigliavo le mani ogni volta che l’oscuro oggetto mi richiamava a se con uno squillo e anche se dopo tanti anni quella frase me la sono giocata in varie espressioni gutturali che vanno dal "si" al "eh" al "dimmi" mi pareva che la frasetta, pronunciata con adeguata calma, mi consentisse di prendere un po’ di tempo per organizzarmi una conversazione.

"Sono quello della macchina del caffè passerei tra dieci minuti a prenderla". Devo uscire con uno che ho incontrato alla macchina del caffè? Questo non lo avevo appuntato sul post it ma fortunatamente ho trovato una busta ancora chiusa con un sacco di appunti scritti sopra appoggiata proprio sulla macchina del caffè.

La parola più evidente era "rotta" e da lì ho compreso che il signore che sarebbe passato entro breve non si sarebbe interessato a me ma alla macchina del caffè. Conforto o delusione non mi son ricordata di scriverlo per cui adesso nn vi saprei dire.

"aprire la porta quando suona il campanello" e così dieci minuti dopo mi son trovata di fronte il tipo che preferiva occuparsi della macchina del caffè piuttosto che di me: sollievo istintivo e delusione ragionata anche se non mi ero appuntata da nessuna parte quale espressione avrei dovuto assumere di fronte al volto dell’uomo sconosciuto.

"la macchina del caffè" ha detto lui mentre io in assenza di una indicazione scritta ben precisa indugiavo sull’uscio con lo sguardo interrogativo, "ah certo" ho risposto subito prelevando quell"ah certo" direttamente da un anfratto neuronale dove avevo riposto le frasi consuete di mia madre quelle che stavano bene su tutto come un maglioncino sulle spalle quando la sera comincia a rinfrescare, e l’ho condotto verso la cucina.

Lui ha preso la sua (mia?) macchina e se ne è andato non dopo aver appuntato il mio numero di telefono su un blocchetto pieno di appunti e ha detto che si sarebbe fatto sentire.

Io però non ho il suo numero di telefono perché devo averlo appuntato chissà dove in mezzo a chissà quanti altri numeri di telefono che scrivo continuamente un po’ ovunque, magari ho pensato che fosse il numero del mio bancomat, quello del pin della carta della Rinascente la data di nascita del mio cane o il conto dell’idraulico.

E’ passato oltre un mese e della mio caffè non ne so più niente.

Promemoria: comprare una macchina per il caffè nuova.

 

 

Volevo presentarvi il mio pancreas

Viscontessa, 27 marzo 2005

La cosa in assoluto più deprimente del quieto vivere in società è che ogni argomento che diventi di pubblico dibattito si trasforma, una volta che passandoti vicino ti si incolla tra le pieghe dell’animo, motivo di discussione a se stante come se i fiumi di parole lasciati tracimare un po’ ovunque, non avessero una valenza strettamente personale ma fossero una semplice teoria sulla quale trascorre tiepidi pomeriggi di primavera.

Mi viene in mente il teorema di Pitagora quale più fulgido esempio di primaverile prato su cui sorseggiare una limonata e penso a quanti, riscaldati da oziose parole che lo definiscono e ne fanno una star del teorema, sarebbero disposti a far dipendere la propria esistenza da ciò che pare assolutamente provato e certificato.

Mi chiedevo insomma chi sarebbe disposto a credere tanto profondamente a questo teorema da rischiare di mettere in gioco la propria vita se questa dipendesse dal teorema di Pitagora.

La incontrovertibile teoria sembra sorgere peregrina tra le righe di questo blog che raramente indugia su osservazioni di carattere generale perché il ruolo di osservatrice che mi sono proposta di adottare come stile di vita virtuale, mi mette spesso al riparo dall’esposizione in prima persona dei tormentati cazzi miei da infilare nell’impastatrice dei luoghi comuni da cui, molto spesso, escono ciambelle con buchi dissimili, alcuni invero propri fatti male, ma dal medesimo sapore e dalle prevedibili reazioni.

Pur rimanendo quindi come di consueto sul bordo dell’impastatrice che osservo nel suo monotono lavoro, mi limito a scrivere post sui quali diventa difficile il dibattito e spesso anche il semplice commento lasciando che la lettura di ciò che scrivo abbia il sapore che ognuno preferisce e l’apporto calorico che l’appetito dell’anima del lettore richiede.

Fatto sta però, che pur non rivolgendomi ad un pubblico a cui potrei dare una connotazione ben precisa, continuo da giorni a nutrire un certo timore per la mia scelta di seguire una dieta che mi auguro mi consenta entro breve tempo di perdere quei kili il cui eccesso non escludo dipenda da una mia particolarissima esigenza psicologica.

Dico questo perché se l’obsoleto "fare la dieta" retaggio di un antico linguaggio da amorose nonne e obese zie che di fronte al netto rifiuto del terzo piatto di ravioli sorridono complici tra loro come se la dieta fosse una moda da adolescenti in cerca di fidanzato, è anche vero che la sana e corretta alimentazione ricca di frutta e verdure e povera di grassi, sembra diventata la panacea di tutti i mali che ultimamente non trovano altra forma di diffusione se non nella fetta di pane e nutella nella quale di tanto in tanto ogni rappresentate della mia generazione affoga le proprie timide ansie.

L’alimentazione corretta, quindi, è proposta ovunque e sotto qualsiasi forma come unica vera cura al male di vivere che nutrito da quintali di mele, crusca, yogurt, musli e gelati senza soia, pare improvvisamente dissolversi nella regolare funzione intestinale, restituendo a intere categorie di persone quella vivacità che io avrei detto offuscata da ben altro genere di tormenti difficilmente etichettabili sotto alla voce grassi saturi o zuccheri morti.

D’altra però, pur succubi del teorema della carota e del gambo di sedano di cui potremmo recitare a memoria gli effetti benefici come il quadrato degli angoli di un triangolo rettangolo, mostriamo sempre un certo scetticismo quando il pioniere di turno, colui il cui peso o la cui vita non debba strettamente dipendere da quel teorema, decide di affidarsi a quelle chiacchiere primaverili e sottoporre la propria esistenza al cospetto del teorema.

E da qui l’imbarazzo di questa ammissione, di questa mia volontà di sottopormi ad un regime alimentare controllato che mi consenta di dimagrire quel tanto che mi serve a scacciare un male di vivere primaverile che mi ha colpita come venivano colpite da un esaurimento nervoso le amiche della nonna e delle obese zie che con questa semplice espressione, confinavano al di là di un muro coloro che adesso si definirebbero semplicemente depressi.

Se la tua esistenza è caratterizzata da una vivacità emotiva o intellettiva che offusca la tua mediocre forma fisica, coloro che godono della parte migliore di te, hanno difficoltà a comprendere quale sia il motore che ti spinge a ritoccare la cornice della tua personalità così come si tende a sottovalutare il depresso che autodefinendosi tale, mostra a coloro che lo circondano, una serenità che lascerebbe supporre che quel male denunciato, sia solo un vezzo del carattere più che un concreto disagio di cui si parla tanto su ogni prato primaverile come di un teorema la cui applicabilità, resta solo un’eventualità da non prendere neanche in considerazione.

Sono quindi a dieta e non per un bisogno fisico evidente, ma per alimentare con questa scelta, la necessità di un cambiamento il cui desiderio prende forma nell’anima e mi costringe ad una concentrazione su me stessa, che distraendomi da quella del mondo esterno, mi consente però una maggiore consapevolezza di me stessa e un attenzione per organi che pur sapendo di custodire dentro al mio corpo, avevo sempre lasciato che svolgessero le loro regolari funzioni senza alcuna interferenza da parte mia.

La verità è che, stufa degli altri, voglio sapere tutto sul mio pancreas e fare amicizia con quella coppia di reni che non so neanche esattamente dove ho messo.

E questo è quanto.

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