rifiuti
Viscontessa, 28 giugno 2006Non ho mai nutrito grosse speranze sulle capacità maschili di gestire i rifiuti.
Già l’acquisto della pattumiera, tanto per dirne una, è una specie di tradizione tutta femminile che si tramanda immutata di madre in figlia e che trova le sue lievissime differenze generazionali, solo nei designer più moderni che lasciano tuttavia invariata la funzionalità dell’oggetto.
Se all’acquisto della cucina il novello sposo di solito partecipa con tenero entusiasmo, di fronte all’acquisto della pattumiera ideale, il tapino si ritira inorridito, spaesato dalla necessità della sposa di procurarsi l’oggetto migliore. “Ma perchè” lo senti sussurrare al futuro suocero “non si può usare un sacchetto appeso alla finestra?” e mentre anche il vecchio resta ammutolito di fronte a questa domanda, la sposa è già partita in compagnia della madre e delle sorelle alla ricerca della pattumiera della sua infanzia.
Son momenti toccanti, a dire il vero, momenti che suggelleranno per sempre il rapporto tra madre e figlia e che segneranno per sempre il futuro sposo molto più della prima notte di nozze.
A niente naturalmente varranno le giustificazioni dello sposo che in un ultimo disperato tentativo di ritrovare la complicità che aveva caratterizzato l’acquisto della cucina, tenterà di spiegare alla fanciulla che l’uso del sacchetto appeso alla finestra, non solo è molto più pratico ma anche ecologicamente più corretto.
Da quel giorno in avanti, inutile negarlo, sull’affaire della pattumiera si creerà una invisibile e profonda frattura tra i coniugi che vedrà da una parte lei, sempre pronta a cambiare il sacchetto, a lavare la pattumiera con la varechina e ad oliare i meccanismi che permettono l’apertura a scatto, e dall’altra lui che si ostinerà a trattare la pattumiera proprio come una pattumiera rifiutandosi contestualmente sia di togliere il sacchetto pieno (con il risultato che la sua gomma da masticare usata ed infilata a forza nel sacchetto pieno, si incollerà sul coperchio) sia di inchinarsi per gettare i rifiuti quasi a rivendicare la praticità di un sacchetto altezza torace appeso alla finestra.
Da questo insignificante episodio sull’acquisto della pattumiera, prenderanno poi vita una serie di reazioni a catena che non di rado finiscono per rendere intollerabile lo stesso matrimonio.
Prima fra tutte la raccolta differenziata dei rifiuti che per lui si esplica appoggiando semplicemente da una parte i materiali oggetto di ogni cassonetto e che per lei invece saranno fonte di un nuovo tormentato periodo alla ricerca della pattumiera ideale per ogni tipo di rifiuto.
E’ vero che nel caso specifico è lei ad apparire affetta dalla patologia della pattumiera, ma non sarà difficile notare che nelle case nelle quali lui è riuscito ad avere il sopravvento sulla gestione dei rifiuti, le bottiglie, i giornali, i rifiuti organici e quelli di plastica, sono accatastati per anni e anni in qualsiasi angolo della casa. Perchè se mai l’uomo riesce a conquistarsi la libertà della gestione casalinga del rifiuto, nel suo DNA manca completamente il gene che gli consente di comprendere da solo che prima o poi i rifiuti vanno buttati nel cassonetto e che pur con la morte nel cuore, bisogna un giorno prendere l’iniziativa e portare le bottiglie di vetro fino all’apposito contenitore. Per i rifiuti organici naturalmente è più semplice, quelli, quando si sentono ignorati per troppo tempo, al cassonetto ci vanno da soli.
Nelle famiglie normali, invece, quelle in cui è lei ad accudire la pattumiera, succede regolarmente ed ogni mattina per tutta la durata del matrimonio, che la moglie prepara i rifiuti da gettare nei vari cassonetti e che prima che il marito esca gli urla dietro “Butta via la nettezza!”, nei primi anni, ma per poco tempo, lo saluta con un bacio e la nettezza in mano ma normalmente con l’arrivo del primo figlio e dei primi pannolini usati, questa usanza del bacio con nettezza, viene rapidamente accantonata.
Nella mia famiglia, per esempio, alla necessità di disfarsi dei rifiuti, si unisce quella più particolare di evitare di lasciare sacchetti già chiusi in giardino o di fronte alla porta di casa. I cani e i gatti, infatti, sono irrefrenabilmente attratti da quei sacchi neri che a loro modo di vedere le cose, rappresentano un po’ l’albero della cuccagna.
Così io di solito la sera chiudo il sacco della nettezza e lo metto fuori dalla porta e poi sul muretto che sta proprio lì, appoggio tutte le bottiglie e vuote e quando mi decido a buttare via i giornali (di solito anche quelli quando il contenitore per i giornali è talmente pieno che il mio consorte è costretto poverino ad impilare i quotidiani usati come fossero un castello di carta) sistemo anche quelli in una busta e li appoggio accanto al sacco nero.
Il risultato è che di solito la mattina per uscire di casa, non ci sono che due possibilità, una è quella di prendere la nettezza e buttarla nei vari cassonetti, la seconda è quella di scavalcare il tutto e percorre una specie di labirinto tra le bottiglie, i giornali e i sacchi neri.
Il primo ad uscire di casa è mio marito e non starò qui a sottolineare l’ovvio.
Devo anche dire però, che essendo piuttosto cocciuta ma curiosa di sondare l’imperscrutabile animo maschile, una volta mi sono permessa di chiedere come mai non buttasse mai via la nettezza e a risposta “non l’ho vista” ho cominciato a macchinare percorsi e labirinti sempre più difficili da percorre per vedere fino a quanto fosse capace di spingersi la faccia tosta maschile in fatto di rifiuti ma poi, e qui ecco la mia piena confessione di arrendevolezza, l’altro giorno è successa una cosa che mi ha fatto capire che la mia è una battaglia persa.
Avevo già notato dal giorno prima che mio marito aveva lasciato il vecchio quotidiano nel portapacchi della bicicletta che sta nell’androne del palazzo a due passi esatti da dove io deposito i miei sacchi di nettezza. La sera prima poi, presa dal raptus notturno del voglio fare qualcosa anche se sto morendo di caldo, avevo preparato due sacchi (casa e giardino) di nettezza “ordinaria” da buttare, e poi bottiglie dell’acqua, del thè freddo, della birra e persino dei detersivi finiti, quindi ero passata dallo studio e avevo riempito un sacco di vecchi giornali.
Ancora speranzosa in una modifica almeno parziale del DNA maschile, avevo depositato il tutto sul pianerottolo avendo cura di far in modo che per uscire senza “vedere” la nettezza, fosse necessario scavalcare i due grossi sacchi neri, fare una ginkana tra le bottiglie vuote e infine infilarsi nel labirinto dei giornali da buttare. Impossibile a mio avviso sostenere che non si erano visti i rifiuti da gettare ma quando già pregustavo la mia misera vittoria e con un filo di speranza aprivo la porta di casa, non solo ho trovato la nettezza tutta lì di fronte a me ma il marrano aveva anche tolto il suo vecchio giornale dal portapacchi della bicicletta e lo aveva depositato accanto, e sottolineo accanto, alle bottiglie da buttare via.
Ed è stato lì, è stato in quel preciso momento in cui con l’aiuto di mia figlia mi caricavo le spalle di nettezza come un somaro e tra i denti prendevo quel quotidiano vecchio e fuori posto, che ho compreso che avevo definitivamente perduto la mia battaglia.




