rifiuti

Viscontessa, 28 giugno 2006

Non ho mai nutrito grosse speranze sulle capacità maschili di gestire i rifiuti.
Già l’acquisto della pattumiera, tanto per dirne una, è una specie di tradizione tutta femminile che si tramanda immutata di madre in figlia e che trova le sue lievissime differenze generazionali, solo nei designer più moderni che lasciano tuttavia invariata la funzionalità dell’oggetto.
Se all’acquisto della cucina il novello sposo di solito partecipa con tenero entusiasmo, di fronte all’acquisto della pattumiera ideale, il tapino si ritira inorridito, spaesato dalla necessità della sposa di procurarsi l’oggetto migliore. “Ma perchè” lo senti sussurrare al futuro suocero “non si può usare un sacchetto appeso alla finestra?” e mentre anche il vecchio resta ammutolito di fronte a questa domanda, la sposa è già partita in compagnia della madre e delle sorelle alla ricerca della pattumiera della sua infanzia.
Son momenti toccanti, a dire il vero, momenti che suggelleranno per sempre il rapporto tra madre e figlia e che segneranno per sempre il futuro sposo molto più della prima notte di nozze.
A niente naturalmente varranno le giustificazioni dello sposo che in un ultimo disperato tentativo di ritrovare la complicità che aveva caratterizzato l’acquisto della cucina, tenterà di spiegare alla fanciulla che l’uso del sacchetto appeso alla finestra, non solo è molto più pratico ma anche ecologicamente più corretto.

Da quel giorno in avanti, inutile negarlo, sull’affaire della pattumiera si creerà una invisibile e profonda frattura tra i coniugi che vedrà da una parte lei, sempre pronta a cambiare il sacchetto, a lavare la pattumiera con la varechina e ad oliare i meccanismi che permettono l’apertura a scatto, e dall’altra lui che si ostinerà a trattare la pattumiera proprio come una pattumiera rifiutandosi contestualmente sia di togliere il sacchetto pieno (con il risultato che la sua gomma da masticare usata ed infilata a forza nel sacchetto pieno, si incollerà sul coperchio) sia di inchinarsi per gettare i rifiuti quasi a rivendicare la praticità di un sacchetto altezza torace appeso alla finestra.
Da questo insignificante episodio sull’acquisto della pattumiera, prenderanno poi vita una serie di reazioni a catena che non di rado finiscono per rendere intollerabile lo stesso matrimonio.
Prima fra tutte la raccolta differenziata dei rifiuti che per lui si esplica appoggiando semplicemente da una parte i materiali oggetto di ogni cassonetto e che per lei invece saranno fonte di un nuovo tormentato periodo alla ricerca della pattumiera ideale per ogni tipo di rifiuto.
E’ vero che nel caso specifico è lei ad apparire affetta dalla patologia della pattumiera, ma non sarà difficile notare che nelle case nelle quali lui è riuscito ad avere il sopravvento sulla gestione dei rifiuti, le bottiglie, i giornali, i rifiuti organici e quelli di plastica, sono accatastati per anni e anni in qualsiasi angolo della casa. Perchè se mai l’uomo riesce a conquistarsi la libertà della gestione casalinga del rifiuto, nel suo DNA manca completamente il gene che gli consente di comprendere da solo che prima o poi i rifiuti vanno buttati nel cassonetto e che pur con la morte nel cuore, bisogna un giorno prendere l’iniziativa e portare le bottiglie di vetro fino all’apposito contenitore. Per i rifiuti organici naturalmente è più semplice, quelli, quando si sentono ignorati per troppo tempo, al cassonetto ci vanno da soli.

Nelle famiglie normali, invece, quelle in cui è lei ad accudire la pattumiera, succede regolarmente ed ogni mattina per tutta la durata del matrimonio, che la moglie prepara i rifiuti da gettare nei vari cassonetti e che prima che il marito esca gli urla dietro “Butta via la nettezza!”, nei primi anni, ma per poco tempo, lo saluta con un bacio e la nettezza in mano ma normalmente con l’arrivo del primo figlio e dei primi pannolini usati, questa usanza del bacio con nettezza, viene rapidamente accantonata.
Nella mia famiglia, per esempio, alla necessità di disfarsi dei rifiuti, si unisce quella più particolare di evitare di lasciare sacchetti già chiusi in giardino o di fronte alla porta di casa. I cani e i gatti, infatti, sono irrefrenabilmente attratti da quei sacchi neri che a loro modo di vedere le cose, rappresentano un po’ l’albero della cuccagna.
Così io di solito la sera chiudo il sacco della nettezza e lo metto fuori dalla porta e poi sul muretto che sta proprio lì, appoggio tutte le bottiglie e vuote e quando mi decido a buttare via i giornali (di solito anche quelli quando il contenitore per i giornali è talmente pieno che il mio consorte è costretto poverino ad impilare i quotidiani usati come fossero un castello di carta) sistemo anche quelli in una busta e li appoggio accanto al sacco nero.
Il risultato è che di solito la mattina per uscire di casa, non ci sono che due possibilità, una è quella di prendere la nettezza e buttarla nei vari cassonetti, la seconda è quella di scavalcare il tutto e percorre una specie di labirinto tra le bottiglie, i giornali e i sacchi neri.
Il primo ad uscire di casa è mio marito e non starò qui a sottolineare l’ovvio.
Devo anche dire però, che essendo piuttosto cocciuta ma curiosa di sondare l’imperscrutabile animo maschile, una volta mi sono permessa di chiedere come mai non buttasse mai via la nettezza e a risposta “non l’ho vista” ho cominciato a macchinare percorsi e labirinti sempre più difficili da percorre per vedere fino a quanto fosse capace di spingersi la faccia tosta maschile in fatto di rifiuti ma poi, e qui ecco la mia piena confessione di arrendevolezza, l’altro giorno è successa una cosa che mi ha fatto capire che la mia è una battaglia persa.
Avevo già notato dal giorno prima che mio marito aveva lasciato il vecchio quotidiano nel portapacchi della bicicletta che sta nell’androne del palazzo a due passi esatti da dove io deposito i miei sacchi di nettezza. La sera prima poi, presa dal raptus notturno del voglio fare qualcosa anche se sto morendo di caldo, avevo preparato due sacchi (casa e giardino) di nettezza “ordinaria” da buttare, e poi bottiglie dell’acqua, del thè freddo, della birra e persino dei detersivi finiti, quindi ero passata dallo studio e avevo riempito un sacco di vecchi giornali.
Ancora speranzosa in una modifica almeno parziale del DNA maschile, avevo depositato il tutto sul pianerottolo avendo cura di far in modo che per uscire senza “vedere” la nettezza, fosse necessario scavalcare i due grossi sacchi neri, fare una ginkana tra le bottiglie vuote e infine infilarsi nel labirinto dei giornali da buttare. Impossibile a mio avviso sostenere che non si erano visti i rifiuti da gettare ma quando già pregustavo la mia misera vittoria e con un filo di speranza aprivo la porta di casa, non solo ho trovato la nettezza tutta lì di fronte a me ma il marrano aveva anche tolto il suo vecchio giornale dal portapacchi della bicicletta e lo aveva depositato accanto, e sottolineo accanto, alle bottiglie da buttare via.
Ed è stato lì, è stato in quel preciso momento in cui con l’aiuto di mia figlia mi caricavo le spalle di nettezza come un somaro e tra i denti prendevo quel quotidiano vecchio e fuori posto, che ho compreso che avevo definitivamente perduto la mia battaglia.

Molto cool

Viscontessa, 20 maggio 2006

Se avessi raccontato a mio nonno che la gente va in palestra per tenersi in forma e poi va a comprare il pane in macchina, sono sicura che mi avrebbe chieste se siamo una generazione di grulli. E poi avrei dovuto strappargli di mano la sigaretta e rimproverarlo perchè fumare fa male e quindi, aprendo la finestra per cambiare aria, lo avrei costretto a respirare lo smog di quelli che vanno in macchina in palestra a faticare su un tapis roulant.
Poi gli avrei tolto di bocca un pezzo di formaggio (pieno di colesterolo) e gli avrei portato uno yogurt. E che ci faccio con questo yogurt? Mi avrebbe chiesto sorpreso mentre gli spiegavo che gli yogurt di oggi non hanno niente a che vedere con quello acido e compatto che preparava lui.
Questo non è yogurt normale, avrei dovuto dirgli, è uno yogurt che ti aiuta ad acquistare la tua regolarità intestinale, a combattere l’invecchiamento, a tirarti su di morale e pure a tenere sotto controllo il colesterolo. Ma questa è una medicina miracolosa, non è uno yogurt!

Passavo il cencio in giardino, niente mocio vileda, scope elettriche, macchine che sputano vapore mentre combattono gli acari. Nessun detersivo che sterilizzi dai germi il pavimento dove mia figlia si diverte a piantare il basilico. Germi invisibili ma anche lumache morte di morte naturale, qualche lombrico svegliato dal suo letargo che si affretta a tornare da dove è venuto, piccoli ragni che tessono ragnatele finissime tra una pianta e l’altra.
Pensavo che se fossi una donna moderna e all’avanguardia, dovrei vergognarmi di passare il cencio in giardino. Le donne italiane, secondo le statistiche, sono le più maniache delle pulizie domestiche e pare che occuparsi di togliere la polvere sopra ad un armadio, non sia da considerarsi un’attività edificante. Così, se vuoi essere una donna all’avanguardia, devi togliere la polvere da sopra l’armadio quasi di nascosto e a domanda ti conviene rispondere leggevo.
E invece no, stavo fuori in giardino a passare il cencio sul cotto e avevo anche la televisione accesa. La tenevo a volume alto perchè mi facesse compagnia e se sullo schermo ci fossero i personaggi del Grande Fratello o un documentario di Rai Educational, non lo saprei dire.
A me piace passare il cencio e togliere la polvere da sopra gli armadi con la televisione accesa. Le migliori idee nascono lì, tra le foglie secche del giardino e il pavimento tirato a lucido. Non mi piace stirare e neanche spolverare ma un pavimento lucido è come un foglio bianco su cui depositare i propri pensieri.

Il sabato per esempio, contrariamente al resto della settimana, mi piace alzarmi presto e andare in giardino. Un foglia secca di là, un po’ di concime all’azalea, la ghiaia da rastrellare e l’impianto idrico da sistemare. Poi annaffio le foglie delle piante perchè mi piace il giardino bagnato e lucido e quindi passo il cencio sul cotto mentre penso che prima o poi in quella fucina di idee che è l’America, verrà fuori un movimento che rivaluterà le attività casalinghe elevandole ad attività ludiche e rilassanti. Naturalmente a questo nuovo movimento si adegueranno tutte le donne all’avanguardia che riscopriranno nel gesto di dare il cencio nel giardino, il proprio benessere psico-fisico.

Io già me le immagino le star di Hollywood che dopo aver riscoperto le gioie della maternità, dell’allattamento naturale, dello yoga, dell’alimentazione biologica e della medicina ayurvedica, scopriranno il piacere di pulire il bagno e si faranno portavoci del benessere che ne traggono da questa attività.
E sarà tutto un fiorire di esperti e di manuali, pulire un lampadario, per esempio, permette di bruciare tot calorie e di rassodare i muscoli pettorali in modo armonico e naturale. E poi basata con i detersivi chimici, si tornerà ai consigli della nonna su come sgrassare i fornelli di cucina con l’aceto o su come far brillare un pavimento con la cera delle api biologiche (?).
Gli acari, si scoprirà, sono degli ottimi antiossidanti se respirati ancora vivi e i germi, si verrà a sapere, stimolano naturalmente la produzione di serotonina.

Vabbè, io lo detto, in palestra non ci vado perchè mi annoio da morire, ma adesso con la scala vado a pulire i vetri delle finestre e quando tra qualche tempo qualche esperto sosterrà che pulire i vetri è una delle attività più indicate per combattere la cellulite del girovita ed è anche un ottimo coadiuvante nella cura del diabete, ricordatevi che io lo avevo detto prima di tutti.
Mio nonno, a quel punto, si rivolterà nella tomba, ma tanto io un nonno non l’ho mai avuto.

caffè

Viscontessa, 4 maggio 2006

Io bevo il caffè per principio, bevo il caffè da così tanti anni che non ricordo neanche quando è stata con precisione la prima volta anche se ricordo che quando ero bambina, mia nonna me ne metteva un po’ in un bicchiere di vetro e poi ci aggiungeva acqua e zucchero.
Non ricordo quando ho cominciato a bere caffè, ma ricordo che un giorno, da ragazzina, entrai in un bar di via Cavour di fronte alla fermata dell’autobus e ordinai un caffè.
Il caffè per me non è una bevanda, non serve per tenermi sveglia e non lo prendo neanche dopo pranzo. Il caffè è per me solo un compagno di vita e di viaggi e quando non so cosa fare, quando non so cosa bere, quando non so cosa mangiare, quando ho mal di testa, quando non ho sonno, quando l’uggia mi uggiola, prendo un caffè.
Stavo per dire, ammetto, mi faccio un caffè, ma avrei raccontato una bugia perchè tanto mi piace il caffè quanto non sopporto farlo. Ho avuto tutti i tipi di macchinette, da quelle Girmi a quelle americane passando per tutte le macchine da espresso che esistono in commercio ma nessuna, dico nessuna, è riuscita a sedurmi.
Così il caffè e il suo valore del tutto simbolico, si è arricchito negli anni di un altro rituale simbolico che nessuno capisce. “mi fai un caffè?” ovunque io sia e con chiunque io sia, avanzo questa richiesta che a lungo andare diventa un tormentone.
Sarà poi che in fatto di caffè non ho alcuna esigenza, magari proprio per il suo valore simbolico più che per il suo sapore, mi va bene qualsiasi tipo di caffè e all’estero, potendo abbeverarmi di tazzoni pieni di brodaglia marrone, sono la persona più felice del mondo.
Dicevo quindi che “mi fai un caffè” è una frase così comune nel mio linguaggio, che negli anni chiunque mi sia vissuto accanto per un certo periodo si è trovato costretto a convivere anche con questa mia stravaganza.
Il mio primo marito, per dirne una, ogni mattina si alzava molto presto e prima di uscire di casa mi lasciava una tazzina di caffè con latte e zucchero sul comodino. Io quel caffè lo bevevo qualche ora dopo e lui per primo si domandava che senso avesse tutto ciò, ma per quanto quel caffè fosse davvero imbevibile, per me il rito di quella tazzina sul comodino era irrinunciabile.
Che poi, io mi rendo conto, parlare di farsi servire il caffè a letto la mattina suona come un lusso e un vizio di cui pochi possono godere ma io, che non sono né viziata né abituata al lusso, so bene che il rito del caffè ha significati molto più profondi.
Anche il mio secondo marito, per esempio, martoriato negli anni da questa mia continua richiesta, si è alla fine arreso al rito del caffè e ha preso talmente sul serio il suo incarico, che adesso si occupa del parco tazzine e delle caffettiere con la stessa dedizione con cui si prende cura della sua moto.
Se per dire arriva a casa prima di me, prepara subito la macchinetta del caffè e l’appoggia sul fornello in attesa che io rientrando gli chieda il famoso caffè.
E il suo valore simbolico è talmente alto che “mi fai un caffè” è diventato negli anni la frase più comune per interrompere ogni ostilità.

qual’è l’opposto di outing?

Viscontessa, 14 aprile 2006

Con questo post mi appresto a rivalutare l’ortaggio chiamato zucchina o zucchino per il quale, tempo fa, avevo sprecato uno dei miei rarissimi “outing”.

Piuttosto di recente mi è capitato infatti di rivalutare la figura della massaia e delle sorprendenti qualità terapeutiche di alcune delle sue tipiche attività. Cucinare, per esempio, è una di quelle, e infatti è proprio grazie all’evidenza del suo potere terapeutico che negli ultimi anni anche tantissimi uomini si sono spontaneamente avvicinati a questa disciplina in grado di soddisfare pienamente le primordiali e grossolane esigenze del genere maschile. Dedicare tempo ed attenzioni ad una pietanza affinché questa sia in grado di soddisfare pienamente il proprio palato, è come corteggiare una bella donna affinché questa sia poi in grado di soddisfare i propri appetiti sessuali.

E’ la manipolazione degli elementi, dei pennelli, degli ingredienti, della sessualità, della creta o dei desideri altrui, a dar vita ad un prodotto finito in grado di aderire perfettamente alle proprie aspettative.

Quindi da qualche mese il sabato mattina prendo il mio carrellino e vado a fare la spesa al mercato centrale dove mi lascio volentieri avvolgere dall’odore pungente del pesce e quello del sangue, dove l’aroma del pane si confonde con la cacofonia di voci e lingue diverse, dove i colori sgargianti della frutta e della verdura quasi feriscono gli occhi e dove la vita e morte sono così spudoratamente esposte da togliere il fiato.

Al mercato non ci sono scaffali ordinati e musica di sottofondo, né tranci di pollo che sorridono da una confezione incellophanate o salsicce festose che danzano supra a tripudi di tortini di gamberetti composti a corona di fiori, e non c’è la vita delle verdure terrose e bitorzolute né mazzi di basilico profumato tra cassette di mele verdi e rosse o zucchine libere di correre tra i banchi ricorrendosi gaudenti con quel loro fiore spalancato e il verde tenero della loro giovinezza.

Ma soprattutto al mercato c’è la signora di un banco dove compro le verdure, che adora le zucchine e che ogni volta mi convince a comprarle per la loro freschezza e il loro prezzo conveniente.

La prima volta le zucchine mi sono marcite in frigo, mi ero dimenticata di loro e quelle buttate lì in fondo, hanno perduto tutta la loro rigidità e si sono ammosciate accanto ad un finocchio.

La seconda volta, poi, mi sono rammentata di loro quando un po’ barzotte mi occhieggiavano da dietro l’occhio di una triglia e così, per dargli il colpo finale e salvarmi la coscienza, le ho lessate insieme alle patate.

Ma questa volta invece, grazie a mia mamma, le cose sono andate diversamente.

Le zucchine, come al solito, vegetavano in un angolo del frigo accanto ad una gallina per il brodo, stavano lì con i loro fiori smenci e guardavano la gallina senza convinzione mentre dal piano di sotto un cervellino di manzo, stuzzicava la loro intraprendenza. Così l’altro giorno il sacchetto di carta in cui erano conservate, era tutto bagnato come il lenzuolo complice di una polluzione notturna e io, attirata da quell’umido a cui non sono avvezza, le ho tirate fuori e senza recidere quel che rimaneva del loro fiore, le ho messe in un altro sacchetto di carta il cui intento del commerciante che me lo aveva fornito, era quello di richiamare l’attenzione sul suo prosciutto di maiale.

Mia mamma, che stamattina era a casa mia di compagnia a mia figlia ammalata, ha quindi aperto il frigo in cerca di cibo per il pasto e notando il sacchetto del prosciutto di puro suino, deve aver pensato di risolvere così il problema del pranzo. Quando poi dentro al sacchetto invece del prosciutto ha trovato quelle zucchine supplicanti, si deve essere commossa e gli ha tolto il fiore marcio, gli ha fatto il bagnetto, le ha asciugate e le ha lasciate avvolte in uno Scottex affinché io, al mio rientro, mi occupassi di loro.

E’ così che ho trovato le zucchine al mio rientro ed è grazie ad suggerimento di mia mamma alla quale ho bofonchiato un “si vabbè adesso le lesso” che ho scoperto che le zucchine possono essere degli ortaggi favolosi. Lei mi ha suggerito di farle in padella con un po’ d’olio, uno spicchio d’aglio e del prezzemolo fresco tritato e quelle, forse riconoscenti per tanta attenzione, sono rosolate saltellando sulla padella fino a quando, spenta la fiamma che le teneva in vita, si sono delicatamente posate sul mio palato e mi hanno regalato tutto il loro sapore amarognolo che mi si è sciolto in bocca come burro….

si salvi chi può

Viscontessa, 18 gennaio 2006

Si, ciao sono io.Volevo dirti ma perché mi telefoni, mi guardi, mi leggi? Ma non mi trovi insopportabile?

Onestamente io oggi non mi tollero, non so esattamente cosa non riesca a tollerare di me ma nell’insieme non mi posso vedere.

Tu pensa che oggi per non essere costretta a vedermi mi sono nascosta tutto il giorno. Una volta in bagno un’altra nel ripostiglio e poi persino dentro alla lavatrice.

Se mi metto dentro alla lavatrice, accidenti, non ho modo di incontrarmi, chi mai si nasconderebbe dentro una lavatrice? E invece oggi ero pure lì, me ne stavo rannicchiata nella lavatrice e quando mi sono incontrata mi son detta: Ancora tu! Un tormento.

Ero in così pessima compagnia che oggi non sono riuscita a combinare niente, tutte le volte che provavo a fare qualcosa, tornavo fuori dal mio nascondiglio e mi attaccavo addosso.

Allora ad un certo punto mi son detta che ero inutile rimanere in ufficio e me ne sono andata.

Speravo di lasciarmi in pace almeno fuori anche se pioveva e invece appena sono entrata in macchina mi sono ritrovata subito. Per cercare di alleviarmi dalla sofferenza sono allora infilata in un negozio di abbigliamento maschile nella speranza che il commesso si occupasse di me mentre io guardavo l’abbigliamento. Da non crederci, ho indossato una giacca maschile mentre il commesso mi guardava esterrefatto ma invece di essere un’altra ero sempre io con indosso una giacca maschile!

Tornata a casa di corsa ho acceso la tele. La tele non c’è verso, è fatta apposta per dimenticarsi di se stessi e mi pareva di esserci quasi riuscita quando è passata in tv la pubblicità del nuovo salva slip all’aroma di fiori e agrumi.

Ma come si fa a lobotomizzarsi se in tv ti passano il profuma passere all’arancio?

Con tutta la buona volontà non ce l’ho fatta e un attimo dopo ero di nuovo in compagnia di me stessa che indignata mi frantumava le palle per sapere se le arance erano tarocchi siciliani o naveline calabresi.

Ma che ne so io?!?!?!

in cerca della bellezza

Viscontessa, 26 novembre 2005
Il mondo è bello perché vario.
Mi è venuto oggi in mente questo detto mentre mi aggiravo per l’esselunga nell’ora di punta del sabato.
Cercavo quindi delle cipolle perché volevo preparare non ricordo cosa, ma le cipolle oggi erano in offerta e così non era possibile trovare una sola cipolla in tutto il supermercato. Non che in certe circostanze vi sia una gran varietà di atteggiamento: se le cipolle sono in offerta si comprano kili di cipolle anche se quelle entro un paio di giorni prenderanno vita nel frigo, ma decisa poi a sostituire le cipolle con lo scalogno, mi sono trovata a ricredermi sulla varietà del mondo. Anche se sulla bellezza di questa varietà mi sono posta non pochi quesiti.
Ho infatti chiesto ad un inserviente se in mancanza di cipolle mi poteva indicare dove avrei potuto trovare dello scalogno e lui, come fosse la cosa più naturale di questo mondo, mi ha chiesto se volevo lo scalogno normale o quello gigante.
Gigante!? Ebbene si per chi volesse fare della varietà un segno di raffinata distinzione sappia che esiste anche un scalogno gigante che mi sono chiesta se non potesse essere un ottimo soggetto per un film di fantascienza in cui mostri nodosi dalle protuberanze puzzolenti e la pelle iridescente, prendono possesso dalla nostra martoriata terra.
Che non è escluso che con tutte queste modificazioni genetiche non succeda un giorno di essere davvero governati da una nomenclatura di peperoni voraci e finocchi corrotti…cioè, vabbè, insomma.
Ma non divaghiamo.
Dicevo quindi che esiste un tipo di scalogno gigante che non saprei dire se è quello che ho acquistato o quello che invece non ho visto. Facendomi infatti largo tra una numerosa famiglia di bimbetti dalla pelle scura, mi sono accaparrata la prima retina di quelli che mi sembravano allegri scalogni in attesa di un padrone.
Poi ho ripreso il carrello e sono andata in cerca di quella bellezza rappresentata dalla varietà del nostro mondo e ho trovato sul mio cammino le cose più brutte che abbia mai visto.
Polli squartati che dalla confezione ti raccontano di essere orgogliosi di essere italiani, pezzi di mucca guarite dalla loro follia e per questo fatte a fette, latte per neonati che ti garantisce la sua integrità dall’inchiostro, Oriana Fallaci e Bruno Vespa che ammiccavano dal reparto libri, piccole piante ricoperte da una polverina dorata, frutti tropicali mentre fuori nevica, reggiseni che tirano su, ingrandiscono, rassodano, espongo il seno femminile, frutti nati da una forzata promiscuità tra arance e mandarini, una crema che ti toglie dieci anni di vita, un tonno in scatola sorridente, uno yogurt che ti da forza e vitalità, un latte senza lattosio, un detersivo al profumo di mare pulito.
E un bambino in carrozzella, un zoppo che chiedeva l’elemosina, un uomo che acquistava un cartone di Tavernello, una donna che trovava schifoso un pezzo di roast beef con un filo di grasso e una vecchia che voleva sapere se comprando il pane del giorno prima avrebbe speso meno…….
Il mondo è bello perché è vario.

granella

Viscontessa, 10 novembre 2005
Oggi ci sono due cose essenziali di cui vorrei rendere edotto il genere umano intero che passerà da qui.
La prima è che ho scoperto il saccottino con l’ananas ovvero una pasta degna di sostituire la briosche mattutina.
Di forma vagamente fallica, il saccottino con l’ananas è una pasta che assomiglia ai flauti del mulino bianco ma la sua morbida rotondità rende immediatamente consapevole lo spettatore affamato della golosità del suo interno. Fatto di pasta leggera e fragrante, contiene infatti nel suo intimo  una morbida fetta di ananas intiepidita dal calore del forno e sopra è cosparso di granella di nocciole tostate e zucchero a velo.
Col nasino spiaccicato sul vetro del pasticcere e un filino di saliva che mi scendeva giù dalla bocca, ho quindi scelto proprio lei per addolcire la mia giornata e non appena ne sono entrata in possesso, l’ho addentato ingorda scoprendo entusiasta che la granella di nocciole si sposava perfettamente con l’ananas mentre festeggiava con lo zucchero a velo e se la faceva con la pasta fragrante.

La seconda è che non posso più continuare a mentire a me stessa.
Sono ormai settimane che verso mezzogiorno esco furtiva dall’ufficio e vado a mangiarmi uno yogurt gelato con sopra la granella cioccolata.
Fino ad oggi ho sostenuto impavida che quello yogurt mi servisse per saltare il pranzo ma poi oggi, mentre verso le due mangiavo una porzione di pasta con speck e taleggio, ho capito che non potevo continuare a sostenere che quella porzione di pasta fosse la “merenda”.
D’altra parte nel corso di queste settimane, ho affinato la tecnica dello yogur: le prime volte prendevo la coppetta grande poi mi sono accorta che la granella di cioccolata non è proporzionale alla quantità di yogurt da essa contenuta bensì alla superficie visibile del medesimo che aumenta in maniera quasi impercettibile rispetto alle dimensioni della coppetta.
Da qui la decisione di prendere lo yogurt piccolo per gustarmi ancor di più la granella di cioccolato che tanto da oggi per colazione mi mangio la pasta con l’ananas dentro che si dice bruci in grassi.

a tavola

Viscontessa, 1 novembre 2005
Guardavo il piccolo fiore in rilevo sulla tovaglia di cucina.
E’ un fiore verde che è stato applicato sopra alla tovaglia dove probabilmente c’era un buco.
E’ una vecchia tovaglia verde consumata e stinta dai lavaggi e qua e là ci sono piccolissimi forellini che testimoniano la sua lunga vita. In fondo è rifinita con un bordino bianco di cotone fatto all’uncinetto probabilmente da mia nonna come del resto il fiore verde in rilievo che immagino lei abbia ritagliato da un pezzo di stoffa del medesimo colore e applicato sopra a forma di fiore.
Quando l’ho messa sul tavolo mia figlia ha detto che quella tovaglia non le piaceva perché era un tovaglia, antica, vecchia, consumata ma da che io ricordi è sempre stata sul tavolo della mia cucina quando questo stava ancora nel soggiorno della mia casa d’infanzia e finchè la tovaglia avrà vita troverà sempre il vecchio tavolo su cui posarsi.

Poi hanno inventato le tovagliette all’americana e lo scottex con piccole fantasie floreali.

Prima i tovaglioli si conservavano in un cassetto con il loro portatovaglioli perché ciascuno potesse pulirsi la bocca solo sul suo avanzo di purè incrostato del giorno prima. Il purè, soffice e morbido nel piatto del giorno prima, diventava una crosta gialla sul tovagliolo del giorno dopo e a volte, per evitarlo, ti pulivi furtivo la bocca con la manica del maglioncino.
Tovaglia e tovaglioli trovavano il sollievo della lavatrice solo a fine settimana dopo che le macchie di vino, sugo e di quella fettina di carne che cadendo sulla tovaglia di aveva procurato uno scapaccione da parte di tua mamma, erano state di giorno in giorno coperte con l’apparecchiatura. Il lunedì eri libero di disporre il pane e il vino dove preferivi al venerdì eri costretto a seguire la mappa delle macchie come i pirati delle vecchie storie di bambini. Se un macchia d’olio rimaneva scoperta, ci potevi mettere sopra una fetta di pane in più o un poggia pentola inutile come le candele con cui adesso si apparecchia una tavola raffinata.

A tavola non doveva mai mancare il l’olio e il sale e anche il burro doveva sempre essere a portata di mano come il cestino per il pane che appariva sul tavolo un attimo dopo che era sparita la zuppiera. Chissà se la zuppiera e il pane si sono mai incontrati o hanno mai condiviso il vecchio tavolo insieme.
Quando apparecchiavi dovevi sempre mettere due piatti, uno per il primo e uno per il secondo e anche il cucchiaio era sempre presente alla destra del piatto. Prima non esisteva il “primino” o l’”insalatona” all’ora di pranzo, prima c’era il primo e c’era l’insalata insieme ad una pietanza che non erano mai gamberetti al kurry che i gamberetti stavano al mare e il kurry stava in india. La cosa più esotica che si poteva trovare sulla tavola era la banana e si mangiava a fine pasto se non avevi lasciato nel piatto gli spinaci che ti fanno diventare forte come braccio di ferro.
Quando era possibile, si mangiava nello stesso piatto sia il primo che il secondo perché la lavastoviglie c’era già ma era ancora guardata con un po’ di diffidenza da ogni massaia come si deve e il suo uso era concesso solo durante i pranzi o le cene con amici che mia mamma diceva non preoccupatevi perché tanto metto tutto in lavastoviglie ma poi i bicchieri di cristallo li lavava di nascosto in cucina e li riportava in tavola puliti per un ultimo brindisi.
Il bollito per esempio andava sempre nello stesso piatto della minestra anche se nel piatto c’era rimasta un po’ di pastina come le stelline o i capellini d’angelo. Così a volte quel pezzo di carne marrone, si abbelliva di stelline come una vecchia  piena di strass e di lustrini e a me faceva un po’ senso tutta quella pastina dilatata che nel tepore del bollito, cresceva e si dilatava fino a dilaniarsi.
Poi finiva tutto nel lavandino di ceramica il cui uso era testimoniato da graffi e incrinature annerite.
Prima si lavavano i bicchieri, poi le posate, quindi i piatti e infine le pentole che andavano strusciate con la paglietta di acciaio e il Vim in polvere che rimaneva granuloso in fondo alle pentole e non se ne andava via neanche con la risciacquatura. Anche il lavandino di ceramica si puliva con il Vim che come diceva una vecchia pubblicità, era così efficace che nel lavandino ci si poteva anche mangiare dentro.

La tovaglia veniva sbattuta fuori dalla finestra e poi veniva ripiegata e riposta insieme ai tovaglioli nel cassetto di formica del mobile di cucina.

acqua

Viscontessa, 22 settembre 2005

Io bevo acqua del rubinetto perché non ho voglia di portarmi a casa tutto quel peso di acqua e plastica. Poi non sai mai dove devi mettere la plastica perché nonostante le tecniche di stoccaggio delle bottiglie vuote, la soluzione migliore resta sempre quella di prendere la bottiglia e portarla giù nel cassonetto.

Così esci in ciabatte con quattordici pinze tra i capelli che hai raccolto a giro per casa e in ascensore incontri il figlio della tua vicina che ti dice "buonasera signora" e mentre tenti di fargli vedere che sotto alla tuta con gli orsetti indossi un ben poco signorile perizoma zebrato, arrivi a pianterreno e incappi nella madre del ragazzo che ti guarda disgustata.

Al cassonetto le cose non vanno meglio, nel tentativo di stoccare la bottiglia vuota, l’hai ridotta ad una massa informe di plastica sulla quale hai riversato tutta la tua frustrazione giornaliera e ora la palla, vendicativa, si rifiuta di entrare nel cassonetto e rotola al suolo sulla pisciata del mastino della signora Rosa che adora farla sul cassonetto per la raccolta della plastica.

Quando torni a casa sei assettata come un cammello e ti attacchi al rubinetto dell’acqua.

Che poi prima l’acqua era naturale o frizzante. Un sorso di acqua frizzante e ti lacrimavano gli occhi come se ti fossi fatta un cicchetto. Anche se con il cicchetto non ti venivano i rutti. Un sorso di acqua naturale e correvi a comprare le bustine di Idrolitina che almeno davi un senso alla spesa dell’acqua.

Poi è arrivata l’acqua nei cartoni e sono ancora in molti a domandarsi a chi sia venuto in mente di mettere l’acqua dentro ad un cartone che quando lo aprivi sputava come la fontana di Piazza Navona.

Infine i giorni nostri fatti di una tale gamma di possibilità di acquisto da far invidia all’altrettanta gamma di scelta dei preservativi. Perché anche con i preservativi non si scherza.

Acqua frizzante, naturale, ritardane per lei e stimolante per lui. Ce n’è per ogni gusto e di ogni sapore e ognuna è contenuta in bottiglie di taglia e grandezza diversa. Small per le meno esigenti, sagomate per quelle con gusti particolari ed extra large per le assetate croniche. E poi la versione da viaggio, una donna davvero al passo con i tempi, ha sempre la sua bottiglietta di acqua in borsa, ne conosco alcune le chiamano addirittura per nome e non vanno mai a buttarle nel cassonetto.

Che quando incontrano il vicino in ascensore il perizoma zebrato lo hanno già ben esposto un paio di dita sopra al pantalone

Mestre

Viscontessa, 17 settembre 2005

Io lo so molto bene.

Quando sono così sono solo due le cose di cui parlo volentieri. La prima sono i miei animali, la seconda la spesa.

Sugli animali non ho niente da dire.

Sulla spesa neanche ma lo dico ugualmente perché stasera sono andata al supermercato alle otto di sera e mi aspettavo di essere quasi sola. Invece.

Ma poi non è neanche questo è che mi piace pensare di trovarmi in una città diversa, in una vita diversa, in una testa diversa e il parrucchiere, in questo caso, non serve a niente.

Quindi la città diversa. La guardi in un’ora diversa, con un paio di occhiali da sole quando è buio o la mattina in un’ora che non conoscevi. Oppure vai al supermercato in un giorno e in un’ora che non ti sono così familiari e parcheggi la macchina nel solito parcheggio ma in uno di quei posti lontani dove non va quasi mai nessuno. E osservi l’entrata da quella angolazione che potrebbe essere quella di Rovigo o magari di Macerata. Per l’estero mi sto ancora organizzando.

Quindi entro nel supermercato di Rovigo e mi dico che Rovigo è una città nuova e brillante come quella gita a Venezia che poi era a Mestre. Che Mestre è molto meglio perché Venezia non mi piace e mi è troppo familiare.

Prima, un po’ prima, non molto prima, i supermercati non esistevano tanto. C’era un po’ di supermercato ovunque ma non era come adesso che se in città si libera un’area edificabile invece di costruirci delle case ci mettono su un centro commerciale identico a quello che c’è cento metri più in là. Che poi questi centri commerciali son tutti una catena, entri dal parrucchiere e esci con i capelli uguali uguali alla tua vicina di casa che è andata al centro commerciale cento metri più in là. E le mutande. Mutande uguali per tutti, se sei uno di quegl’uomini fortunati che le donne te la tirano dietro e tu riesci anche ad acchiapparla (perché i più le schivano in preda a crisi di identità maschile di vario genere) puoi trovarti donne diverse ma con completini sexy tutti uguali. E pensare che lo scopo della biancheria intima di un certo tipo sarebbe proprio quello di stupire.

Dicevo quindi che ero a Mestre mentre pensavo di essere a Venezia perché una coppia di amici mi aveva invitato a Venezia e invece stavano a Mestre. Che Mestre sta bella ferma su se stessa e non mi fa venire il mal di mare come invece succede a Venezia. Stavamo quindi in una soleggiata casetta di Mestre e i miei ospiti mi portavano in gita sul Brenta mentre si parlava di architettura da geometri e la sera si guardava Pulp Fiction. La colpa era poi di due negretti che stanno appollaiati sulla mia libreria e che io avevo comprato a Milano. Gli erano così piaciuti quando li avevo conosciuti a casa mia ,che avevano finito per insistere perché andassi a Venezia a casa loro. Che poi era Mestre.

E poi nella soleggiata casetta di Meste succedeva una cosa che in casa mia non era mai successa.

Non ho mai capito se i vecchi si preoccupano del pranzo fin dall’alba perché hanno sofferto la fame, perché ad una certa età quando non hai altro di cui preoccuparti il pranzo diventa un evento importante, o perché sono cresciuti senza supermercato. Mia nonna si alzava la mattina e prima del buongiorno chiedeva a mia mamma cosa avremmo dovuto mangiare per pranzo. Magari è il rito della spesa perduto nei reparti precotti, congelati e sottovuoto dei supermercati, ad essere andato perduto. Però il carrello per la spesa resta il mio mezzo di trasporto preferito, ogni tanto me ne compro uno nuovo e continuo a sperare che prima o poi anche gli stilisti si dedichino ai carrelli della spesa creando linee raffinate e di qualità per massai con certe esigenze.

I miei amici di Venezia, quindi, la mattina si alzavano e facevano colazione mentre in casa riecheggiavano note di jazz.

Poi, ad un certo punto, lei interrompeva la conversazione e si chiedeva cosa avremmo mangiato per pranzo. Apriva il frigo, controllava il contenuto e mi trascinava in un supermercato vicino a casa.

Era un supermercato che non conoscevo e mi pareva così caldo e accogliente che io quasi quasi ci avrei trascorso tutta la giornata anziché andare in visita alla Giudecca o al Ponte di Rialto. Lei comprava solo ciò che ci sarebbe servito per pranzo: una melanzana da fare alla griglia con il basilico, due vasetti di yogurt e un pesce da cucinare in crosta di sale.

A casa vuotava il sacchetto, lo ripiegava con una tecnica di altissima ingegneria che lo riduceva ad un triangolino delle dimensioni di un pacchetto di fiammiferi e poi preparava tutto affinchè la signora che sarebbe arrivata più tardi, ci preparasse il pranzo.

Ho una struggente nostalgia per il supermercato di Mestre.

O forse più semplicemente, non mi piace Venezia che mi fa venire il mal di mare. E i calli ai piedi.

« Post precedenti   Post successivi »