Per tutto il resto c’è Social Card

Viscontessa, 27 novembre 2008

Presentata oggi dal Ministro Tremonti la Social Card una carta di credito di colore azzurro destinata agli ultra sessantacinquenni con un reddito inferiore ai seimila euro all’anno. Una specie di Viagra economico che dovrebbe tirare su le finanze dei pensionati italiani ormai economicamente impotenti già da metà mese.
Quaranta euro l’importo mensile con il quale verrà ricaricata la carta di credito. Invece che al 15 del mese i fortunati beneficiari potranno arrivare al 16. Se il Ministro Carfagna così attenta alle esigenze delle donne dovesse istituire la Sexy Card per aiutare i segaioli ad espletare le loro funzioni organiche, potrebbe ricaricare mensilmente la carta con non più di una fettina di culo del suo famoso calendario.
Ma le ipotesi sono tante, mi viene in mente per esempio che la Meloni potrebbe istituire la Drug Card per i giovani e ricaricare mensilmente la carta con un semino di marijuana per incentivare l’imprenditoria giovanile mentre Brunetta potrebbe ricaricare la Job Card con un caffè per gli impiegati più meritevoli e la Gelmini la sua School Card con un piccolo studente Rom di una classe differenziata per aiutare i ricercatori universitari con un contratto da precari in scadenza a ricrearsi un piccolo laboratorio a casa.
Libera imprenditoria, libero mercato, libera iniziativa. Mi chiedevo se si potesse avere una Vaffanculo Card ricaricata con 40 imprecazioni mensili da destinare a questo governo, e ovviamente sconti del 5% sulla pena per il reato di vilipendio al Presidente del Consiglio.
Si lo so, non esiste il reato di vilipendio al Presidente del Consiglio ma ci stiamo lavorando. E’ un’esigenza degli italiani, non ve ne eravate accorti?

Pubblicato su macchianera

Dedicato proprio a te

Viscontessa, 2 novembre 2008

A volte, quando la mattina porto i cani a spasso e vedo sulle finestre delle altre abitazioni i cuscini e le lenzuola a prender aria, mi dico che vorrei farlo anche io, mi dico che vorrei fare la casalinga, vorrei far prendere aria ai miei cuscini e poi vorrei andare al mercato a fare la spesa, vorrei scegliere ogni giorno mazzi di carciofi freschi e lamentarmi per il prezzo con il verduraio.
Non c’è niente di gratificante nel spostare le mie chiappe dalle sedia di cucina dove stati seduta a sgranare fagioli e quella dell’ufficio dove me ne sto a sgranare fatture. Certo, nei periodi nei quali mi è capitato di non lavorare ti rendi conto che il mondo è là fuori e che di fagiolo in fagiolo, se non fai attenzione, rischi di perdere il contatto con la realtà ma è aberrante pensare che per sentirti parte del mondo devi essere sempre stanca, indaffarata, incazzata, preoccupata, competitiva e sentirti perennemente in colpa per qualcosa, eppure questa pare la forma di più diffusa di emancipazione che siamo riuscite a costruire negli anni.
Tuttavia è ancora più deprimente che si associ la figura della casalinga a quella di una “donnetta”, di una poveretta che nella vita non ha saputo fare altro.
Non voglio con questo rivalutare il ruolo sociale della casalinga né aprire un dibattito sulla creatività necessaria alla preparazione di un coniglietto in pasta di sale, ma l’altra sera mi è capitato di sentire Magalli che raccontava come gli era venuta l’idea del famoso gioco dei fagioli della Carrà. Qualcuno lo ricorderà, altri ne avranno sentito parlare comunque sia si trattava di indovinare il numero esatto dei fagioli contenuti in un grosso contenitore di vetro. Un gioco stupido, un gioco più che altro di fortuna alla cui soluzione era possibile arrivare solo seguendo abbastanza fedelmente il programma tanto da escludere tutti i numeri sbagliati già proposti dagli altri telespettatori. Magalli insomma, ha raccontato che dovevano trovare un gioco semplice per il pubblico semplice di solito di fronte alla televisione a quell’ora, ovvero le casalinghe.
E allora ecco, questa associazione casalinga uguale persona sempliciotta, ignorante, poco dotata intellettualmente, mi ha un po’ disturbata e mi ha disturbata perché quest’associazione, tra l’altro molto frequente, da per scontato che se come donna vali poco più di un fagiolo, la tua scelta non può essere quella di startene a casa a rammendar calzini anche se l’alternativa è semplicemente quella di timbrar raccomandate per otto ore al giorno.
E poi ho pensato a mia madre e alle sue amiche che casalinghe lo erano perché quello era il ruolo a cui erano destinate ma che sicuramente non sapevano che quel gioco dei fagioli fosse dedicato a loro. E di questo sono davvero sicura perché ancora ricordo mia madre che di fronte a quei fagioli disse qualcosa tipo “e questo hanno il coraggio di chiamarlo “gioco? E a chi sarebbe rivolto questa specie di gioco?”.
Ecco mamma, bisogna che te lo dica, quel “gioco” era proprio dedicato a te.

Nodi

Viscontessa, 12 ottobre 2008

Non c’è niente di che dormir tranquilli, la costante sensazione di andar sempre più alla deriva subisce un’impennata al ribasso di pari passo con la borsa.
E’ tutto così angosciosamente precario che mi sento flessibile come una canna al vento.
Mi piego ma mi spezzerei volentieri se sapessi che può servire a qualcosa.
Ci avrei dovuto pensare tempo fa.
Nella tranquillità più stagnante incombe un futuro incerto per alcuni versi e fin troppo certo per altri, la sensazione è quella di sopravvivere nella serena attesa dei cambiamenti e la serenità alimenta angosce che in altri momenti non avrebbero trovato lo spazio per formarsi. Angosce allo stato embrionale che ti costringono a vivere nel presente per evitare un futuro nel quale è impensabile riporre una qualche speranza.
Non c’è niente in questo preciso istante che non vada. Sto bene, sono sul mio divano in compagnia del mio cane e non ho fretta di andare a letto perché domattina posso dormire un po’ di più. Oltre non mi spingo, non consapevolmente perché nella consapevolezza risiede il germe della conoscenza e io non voglio sapere del mio futuro niente di più dello stretto necessario.
Oggi pomeriggio mi sono trovata a passare per una stretta strada del centro, era quasi l’ora del tramonto e la gente passeggiava tra piccoli negozi illuminati e un orizzonte angusto come un corridoio. Passavo rapidamente tra altri destini chiedendomi quanto smarrimento fosse concesso portare a passeggio il sabato pomeriggio e quanto fosse rassicurante quel lieve smarrimento come compagno di viaggio. E’ come l’azalea del giardino che sta morendo. Ogni giorno un rametto se ne va mentre i restanti, rigogliosi e inconsapevoli, alimentano le loro foglio di un verde acceso. Io conosco il destino di quelle foglie ma non posso che voltarmi verso la aralia quando le vedo. Non posso fare niente per loro, domani si seccheranno e tra una settimana saranno morte anche loro.
E’ una sciocchezza, un’azalea, una passeggiata in centro, un cane che dorme, un negozietto illuminato. E’ tutto così prepotentemente radicato nel presente che del domani non voglio sapere. Mi giro metaforicamente verso qualsiasi aralia per non guardare ma la mente, ripulita dai rametti morti, trova ampi spazi per dedicarsi ad altro e c’è sempre un capitano dei bastoncini Findus che ti insegna a fare tanti nodi ma poi ti dice che esistono solo due tipi di nodi: quelli fati bene e quelli fatti male.
Tu non lo sai ma a guardare sane e rigogliose aralie invece di azalee morenti, finisce che il tuo nodo è sempre fatto male. E questo invece lo sai benissimo quando tramonta il sole.

Preferisco il pecorino

Viscontessa, 30 ottobre 2007

A me non piace il gorgonzola. Sull’onda dell’entusiasmo altrui qualche volta mi sono anche lasciata convincere ad assaggiarlo ma non c’è stato niente da fare.
Dirlo ai miei genitori non è stato facile.
Mia madre preparava risotto ai quattro formaggi, gnocchetti al gorgonzola e tartine con crema di gorgonzola e tutti in casa mia ne sembravano entusiasti.
- Tu non mangi? – mi chiedeva mia madre e io rispondevo che si avrei mangiato ma che in quel momento non avevo proprio appetito ma prima o poi avrei mangiato.
Poi dopo anni di pietose bugie una sera sono tornata a casa e ho detto ai miei genitori che dovevo parlargli.
Preferisco il pecorino. Ho esordito così.
Mia madre ha confessato di averlo capito da tempo mentre mio padre ci è rimasto male e per un certo periodo ha cercato in tutti i modi di introdurmi alle gioie del gorgonzola.
Poi si è arreso anche lui.
A me non piace il gorgonzola e non saprei dire se sono nata così o se ho sviluppato la mia avversione per il gorgonzola quando sono diventata più grande e ho cominciato a scegliere i sapori che preferivo. E non saprei neanche dire, a maggior ragione, se crescendo in una famiglia che preferiva il pecorino avrei apprezzato il gorgonzola o non mi sarebbe piaciuto lo stesso. Ho conosciuto per esempio tante persone che mangiavano il gorgonzola per abitudine e altre che di nascosto mi confessavano che lo mangiavano solo per educazione ma poi tornati a casa cercavano una fetta di pecorino.
A me non piace il gorgonzola e pensavo che non fosse un problema anche se ogni tanto incontri qualcuno che ti dice che non è possibile. – Giuro – insisto io – non mi è mai piaciuto. E allora ecco che i più presuntuosi, quelli che sanno sempre cos’è giusto e cosa è sbagliato, scuotono la testa con rassegnazione ed ecco quelli che invece devono sempre trovare una spiegazione per tutto e alla fine concludono che se il gorgonzola non ti è mai piaciuto, forse è perché hai fatto indigestione da piccola e non te lo ricordi.
A me non piace il gorgonzola e francamente non mi è mai interessato neanche il motivo per il quale non mi è mai piaciuto. E’ importante? Credevo di no, credevo che una volta accertato che a qualcuno piace il gorgonzola e che altri invece preferiscono il pecorino, la faccenda potesse concludersi così.
E invece pare di no, invece pare che il caseificio regionale che dovrebbe tutelare tutti i suoi consumatori, si sia arrogato il diritto di giustificare le mie scelte in fatto di formaggi e nel ridicolo tentativo di spiegare agli zucconi del gorgonzola che c’è chi preferisce il pecorino punto e basta, pare che non abbia trovato da fare niente di meglio che deresponsabilizzarsi dalle mie scelte.
Che poi magari è vero che sono nata con l’avversione per il gorgonzola, ma magari qualcuno finisce per pensare che sono affetta da un’intolleranza alimentare o da qualche patologia strana o poi magari mi sono accorta solo dopo di non apprezzare il gorgonzola.
Insomma, voglio dire, perchè concentrarsi sui motivi per i quali non mi piace il gorgonzola anziché concentrarsi sulla necessità di far comprendere a tutti che pecorino o gorgonzola che sia, siamo tutti degni di sedere alla stessa mensa?
Ma che a quelli che a cui non piace il vino gli mettiamo appena nati una targhetta con su scritto astemio?

Falce e tortello

Viscontessa, 28 settembre 2007

La pasta e il pane sono aumentati. E’ aumentato il latte, il costo della vita e il numero dei pensionati costretti a rubare il formaggio per mangiare. In crescita anche il numero delle trasmissioni e delle rubriche culinarie che svelano ad un pubblico più esigente, i segreti da gran gourmet. Sagre di paese, festival, e incontri enogastronomici offrono invece a chiunque la possibilità di degustare rane fritte o polenta concia un po’ ovunque mentre la riscoperta delle tradizioni alimentari regionali e il marchio DOP e DOC diventano argomento di discussione persino all’interno della CEE.
La guerra all’obesità la stiamo poi importando dagli USA mentre qui ci si cura con gli yogurt ricchi di fermenti lattici dai nomi impronunciabili e dalle capacità terapeutiche quasi miracolose.
La cura dell’anoressia è affidata agli stilisti e alle campagne pubblicitarie e donne in carne ma dalle curve perfette, ci assicurano che “grasso è bello” subito dopo un servizio con i consigli dell’esperto che ci mette in guardia sui rischi del grasso in eccesso.
Tanto aprono supermercati sempre più “mega”e tonnellate di cibo si riversano su banconi grandi come campi di calcio da cui occhieggiano offerte, sconti e promozioni che di giorno in giorno richiedono forme sempre più sofisticate di presentazione per risultare appetibili ai consumatori.
Qualcuno scrive un libro “falce e carrello” che dichiara guerra alla concorrenza, qui si pensava di fondare l’ennesimo partito per la tutela del povero consumatore frastornato e di chiamarlo “falce e tortello”.

Su Il Firenze di oggi

Ricomincio dalle pentole

Viscontessa, 25 settembre 2007

Ieri sera, mentre tentavo di scrostare una pentola, ho provato fortissimamente il desiderio di possedere una pentola per il sugo. Non ho idea di quale sia il nome corretto della pentola per il sugo che non è sicuramente casseruola, né padella ma mentre gli occhi mi si colmavano di lacrime di pura commozione, ho capito che qualunque sia il suo nome io devo avere una pentola per il sugo.
La voglio proprio uguale a quella che usano nella pubblicità di un detersivo per lavastoviglie nella quale una coppia dalla faccia conosciuta, basa la propria complicità di coppia sul modo più efficace per scrostare le pentole.
Io il sugo non lo faccio quasi mai e a dire il vero non ho mai neanche sentito la mancanza di una simile pentola, ma mentre ieri sera tentavo di scalfire e incidere i residui incrostati e mummificati della mia pentola in acciaio 18/10, mi sono accorta che io non ho mai voluto abbastanza bene alle mie pentole e ormai è troppo tardi per rimediare.

Qualche tempo fa, per esser sincera, avevo già provato un certo senso di inadeguatezza nel mio rapporto con le stoviglie. Era andata a trovare mio cugino e sua moglie e ricordo che lei, casalinga, senza figlia, senza grilli per la testa e lontana dalla famiglia d’origine, aveva con la sua batteria di pentole un rapporto quasi referenziale. Tanto per cominciare aveva una bellissima pentola per il sugo nel quale aveva cotto il peggior pollo al curry che avessi mai mangiato e poi le sue pentole erano pulite e lucide come specchi. Sorpresa da tanta luccicante precisione e soprattutto a corto di altri argomenti di conversazione, le avevo quindi chiesto come facesse ad avere pentole così belle e lucide e lei orgogliosamente mi aveva risposto che le lavava solo a mano, con molta cura e che appena lavate, affinché l’acqua rimasta non giocasse quegli strani effetti arcobaleno da cui sono colpite tutte le mie pentole, le asciugava prima con un panno assorbente e poi le lucidava con un panno morbido.

Così ieri sera, mentre mi si formava una galla su un dito che aveva premuto troppo su una spugnetta abrasiva, mi è venuta questa gran voglia di ricominciare tutto da capo e di cominciare, questa volta, dalle mie pentole.

Un futuro radioso.
Mi alzo la mattina e prendo la mia bella pentola per il sugo, cucino il sugo, la pasta o quello che mi pare e poi dopo pranzo di fronte ad un tronista della De Filippi, mi metto a lavare le pentole fino a quando non sono in grado di specchiarmici sul fondo.

Però, e questo è essenziale, voglio anche un bel grembiulino di cucina con i fiori e i volant e pantofoline morbide, calde e con un po’ di tacco per aiutare la circolazione.

Quando la moglie va al cinema con le amiche: consigli pratici.

Viscontessa, 3 aprile 2007

Prendete due uova.
Rompete i gusci battendolo delicatamente sull’orlo della pentola.
Mettete le uva nella padella nella quale si avrete preventivamente versato un filo d’olio.
Mettete la padella sul fuoco e aggiungete un po’ di sale e a scelta un po’ di pepe.
Attendete.
Nel frattempo buttate via i gusci delle uova, ripulite con una spugnetta i filamenti di albume che avete sparso sui fornelli e ricordatevi di ripassarci almeno un paio di volte perché l’albume si fa trasparente e non si vede ma è molto bastardo, un attimo dopo riaffiora ed è appiccicoso.
Togliete la padella dal fuoco.
Se avete usato una padella antiaderente nuova basterà appena toccare le uovo perché queste scivolino nel piatto.
Se invece avete usato una padella con il fondo alto un centimetro per la cottura naturale dei cibi, prendete un attrezzo di cucina piatto che non ricordo come si chiami ma se aprite il cassetto delle posate sono sicura che capite di cosa sto parlando.
Quindi cercate di prendere le uova con quell’attrezzo. Probabilmente non riuscirete a prenderle entrambe con una sola passata per cui o le buttate sul piatto tutte rotte oppure le dividete in due e ne prendete una per volta. Gli albumi, durante la cottura, tendono ad attaccarsi insieme formando un unico agglomerato ed è per questo che non riuscire a prenderne una per volta se prima non le dividete.
Ricordatevi, nel caso anche sull’antiaderente le uova si siano attaccate, che l’antiaderente si graffia ed è cancerogeno, non usate quindi attrezzi da cucina che possano graffiare il fondo della vostra padella perché nessuno sa quanto sia effettivamente cancerogeno l’antiaderente ma di sicuro lo è vostra moglie che si incazzerà come una biscia se gli graffiate la padella.
Adesso sedetevi a tavola, tagliate una fetta di pane facendo attenzione a non tagliare la tovaglia. Meglio se sotto al filone di pane ci mettete un tagliere o, in alternativa, usate i panini ma ricordate che i panini il giorno dopo diventano gommosi mentre il pane casalingo, quello toscano senza sale, dura anche una settima e se proprio vi dimenticate di comprarlo, potete farlo durare anche di più, ma è meglio se lo ricomprate.
Adesso potete anche mangiare le uova.
Ricordatevi di sparecchiare. Sciacquate il piatto prima di metterlo in lavastoviglie e quando togliete la tovaglia fatelo con garbo che altrimenti le briciole di pane vanno a finire per terra e vi tocca anche spazzare.
Scuotete la tovaglia fuori dalla finestra avendo l’accortezza di osservare che nessuno vi veda.
Ripiegate con cura la tovaglia, mettete via il pane e pulite i fornelli tutti schizzati dall’olio delle uova. Per farlo usato uno sgrassatore qualsiasi che dovrebbe essere sotto al lavandino. Se non lo trovate prendete quello per pulire il bagno che funziona ugualmente, se non riuscite a trovare neanche quello, guardate dietro al lavandino del bagno.
Sciacquate la spugnetta e pulite il lavandino, asciugate i fornelli e il lavandino con l’asciughino, se non lo trovate prendete l’asciugamano del bagno ma fate in modo che nessuno se ne accorga.
Controllate se ci sia il coperchio, non tutti i fornelli ce l’hanno), spegnete la luce di cucina e riposatevi.
E’ stata dura ma ce l’avete fatta. Bravi!!!

La banana

Viscontessa, 4 gennaio 2007

Avevo per molto tempo completamente dimenticato che frutto meraviglioso fosse la banana.

Va detto che la banana, affinché sia un frutto davvero meraviglioso, deve essere leggermente acerba, di consistenza soda e del tutto priva di quelle leggere ammaccature che ne rendono subito nera e collosa la pastosa polpa di cui è composta.

Quando ero piccola le banane erano un frutto proibito da gustare solo raramente e mai in dosi superiori ad una al giorno.

Mia madre comprava le banane con la stessa parsimonia con cui acquistava tutto ciò che non era strettamente necessario alla sopravvivenza e l’acquisto di questo frutto esotico avveniva di solito in concomitanza con quello del prosciutto cotto con cui cenavamo quando mio padre era a cena fuori.

La generazione dei genitori che avevano vissuto la guerra e sofferto la fame, si divideva in due categorie, coloro che con il cibo continuavano ad avere un rapporto quasi reverenziale per cui anche le croste di pane venivano riciclate nella tazza di latte della mattina, e coloro che avevano giurato che i propri figli non avrebbero mai dovuto soffrire la fame nè nutrire alcun golosità alimentare insoddisfatta.

Mia madre naturalmente apparteneva alla prima categoria e quando a diciassette anni conobbi il mio primo fidanzato, credo che il mio amore adolescenziale per lui e il nostro fidanzamento durato oltre tre anni, dipendesse più che altro dall’abbondanza di cibo con cui sua madre stipava il frigo di casa sua.

Mentre a casa mia infatti ci era concesso mangiare biscotti solo a colazione e solo di una qualità venduta in grossi sacchi di plastica nei quali non c’era verso di trovare un solo biscotto intero, a casa sua si mangiavano i Pan di Stelle del Mulino Bianco ( novità assoluta sul mercato) in qualsiasi momento della giornata, e dopo una cena a base di filetto e mozzarella, contrapposta alla frittata di lesso avanzato di casa mia, si poteva mangiare anche un paio di banane che a casa mia entravano solo come simbolo di una serata informale tra “donne”.

Per anni ho mangiato banane, mozzarella, affettati e biscotti tanto che di mozzarella ho fatto indigestione e non l’ho più potuta mangiarla per molto tempo e non appena sono andata a vivere da sola, ho speso i miei primi stipendi nell’acquisto di generi alimentari carissimi e improbabili che molto spesso ho poi anche finito per buttare via.


Di banane, dicevo, ne ho quindi mangiate a vagonate come una scimietta e ancora ricordo perfettamente il giorno in cui per la prima volta ne mangiai due una dietro l’altra per poi trascorrere il resto della giornata in attesa di chissà quale conseguenza già pronta a chiamare il 118 per chiedere una lavanda gastrica.

Ovviamente non successe nulla se non che dopo molti anni di banane consumate voracemente in qualsiasi ora della giornata, le banane mi sono diventate un frutto talmente ostile che un giorno ho semplicemente smesso di acquistarle.


Poi qualche giorno fa, atrocemente divisa tra la volontà di proseguire una dieta ipocalorica e quella di soddisfare la mia voracità, sono entrata nella solita gastronomia dove quasi ogni giorno mi procuro il pranzo e di fronte alle teglie di lasagne fumanti, avvolta in una nuvola di profumo di arrosto, sedotta da una parmigiana appena sfornata, ho visto un grosso cesto pieno di banane e mi sono ricordata della loro capacità non dico di sfamarmi ma almeno di offrire in pasto al mio stomaco, qualcosa che avesse una consistenza più corposa di un paio di arance o una galletta di riso.

Si vede poi che non avevo alcuna voglia di torturarmi con quegli aromi per tutta la durata dell’attesa che mi separava dal mio turno e si vede che poi non nutrivo molte speranze nella mia capacità di autocontrollo.

Così, mentre nel locale pieno di gente si preparavano polpettine al sugo per tizio e pennette allo speck e taleggio per l’altro, mi sono schiarita la gola e con un tono esageratamente alto ho agguantato una banana e sventolandola in aria ho chiesto:

scusate, ma secondo voi, come mi si introduce la banana nel contesto di una dieta ipocalorica?”.

Un attimo dopo ero fuori dal negozio con la mia banana e da allora, quando metto piede nella famosa gastronomia, mi viene immediatamente lanciata una banana come si farebbe con una scimietta dello zoo.

Occhio non vede e cuore non duole, da quel giorno la banana mi si è introdotta benissimo nella dieta ipocalorica e quando la fame prende il sopravvento sul mio autocontrollo, ci infilo subito una banana sulla quale, per la cena a casa mia dell’altra sera, ci ho versato sopra una confezione intera di cioccolata fusa.

Perché qui si fa la dieta ma si santificano anche le feste.

Gedeone il gamberone

Viscontessa, 4 gennaio 2007

Volevo parlarvi del Lucente un Chianti rosso e corposo adatto alle carni, e del Cannonau perfetto con la tagliata di manzo e volevo parlarvi della sauna che mi ci sono addormentata dentro, della grappa morbida, dei totani ripieni, del Barolo, del Berlucchi, il Ferrari, il Calvados,.

E il gatto chiuso nell’armadio, l’ufficio, la lavastoviglie a ciclo continuo, il caffè, mia figlia con l’area dell’ottagono, un dolore all’osso sacro che non so da dove mi viene, un paio di canne, il cus cus con la carne di pecora, Pisa, i lucani, i sardi, i fiorentini, il mio enorme tavolo con le prolunghe, gli gnocchi, il Rosso di Montalcino, le olive, il prosecco, il Brachetto, la crema allo zabaione, un limoncello, la bottarga, più fritto per tutti, i bicchieri, tanti bicchieri, troppi bicchieri…..

E le amicizie, la storia del pelo, l’inglese in palestra con le ciabatte, il tapis roulant che come l’ho visto mi è venuto il mal di mare e mi sono infilata nell’idromassaggio, i colleghi, i blogger, i parenti, il telefono, il lavoro, il gatto che esce dall’armadio, lo costolette di agnello, l’aglio e il peperoncino scaduto, il mio servizio di piatti e il letto….

Ecco, volevo parlarvi di tutte queste cose ma mi si è incastrato un gamberone nell’esofago e adesso devo convincerlo ad andare a dormire.

Tutto ciò tra ieri sera e stasera. Due cene, cinque ore di sonno in tutto e forse se vado a letto altre quatto fino a domattina.

Ma non posso, non ce la faccio, sono un po’ appesantita, stordita e stanca per cui mi limiterò soltanto a rivolgervi una domanda…..ma secondo voi la colpa è di questo gamberone?

Ora lo porto a letto.


la settimana benessere

Viscontessa, 11 luglio 2006
E’ cominciata con forte ritardo, la settimana del benessere. Fitness, sport, dieta, massaggi, elettrostimolatore, bicicletta, piscina, vibratore…ehm, non questo non c’entra niente, è che lo uso come segnalibro per leggere mentre mi sollazzo le natiche con un elettrostimolatore attaccato ai fanghi dimagranti sul ventre mentre pedalo sulla cyclette al sole. Entro una settimana, sarò una donna nuova, più bella e più giovane anche se dentro resto vecchia come un mocio vileda usato per pulire le scale in pietra.
Tanto ho cominciato con il fare un po’ di pulizia in casa. Prima è stata la volta delle pile usate che tenevo da anni in un cassetto nell’attesa di buttarle via nell’apposito contenitore, poi sono passata ai farmaci scaduti e devo dire che quando si tratta di buttare i farmaci scaduti, un po’ mi piange il cuore. Avere un’aspirina un Aulin, un Voltaren, o un sonnifero nel mobiletto dei medicinali, mi regala un senso impagabile di tranquillità. Metti che domani caschi il mondo e io, per quanto scaduta, ho una bella confezione di sonniferi con cui farmi teletrasportare nel mondo onirico. E poi non posso fare a meno di chiedermi che fine facciano i medicinali scaduti. Cioè, mica li regaleremo ai bambini africani? Perché allora tanto vale che me li tenga io che mi sento tanto sicura.
Ora comunque ho in macchina un sacchetto di pile vecchie ed uno di medicinali scaduti perché non ho idea di dove trovare gli appositi contenitori per il loro smaltimento.
Ieri sera poi, verso le undici e mezzo mentre le ultime battute della vecchia serie di Desperate Housewife, risuonavano in cucina, ho aperto il frigo per accorgermi che era così vuoto da fare l’eco. E quale migliore occasione per pulire il frigo quando dentro non c’è niente?
Così è stata la volta del frigo e poi quella del freezer nel quale, intrappolati nel ghiaccio spesso quasi un metro, ho ritrovato diversi generi alimentari che pensavo perduti per sempre o che non ricordavo di aver mai neanche  comprato. Come due ghiaccioli all’amarena, un pezzo di salsiccia, due sogliole del paleolitico e persino un paio di sebadas con contorno di piselli fuoriusciti da una confezione aperta che giaceva sotto alla wodka.
Infine, nel costante tentativo di rimandare l’inizio della settimana del benessere, mi sono gettata sotto al lavandino dove ho rinvenuto una piccola foresta di cipolle ormai avvinghiate ad un paio di bottiglie di fragolino del ’94. Nel complesso il colpo d’occhio non era male così ho lasciato le cipolle e il fragolino e ci ho messo accanto anche una bottiglia di Viakal che è uno dei miei prodotti preferiti.
Quindi sono andata a letto.

Promemoria: ricordarsi di comprare una sveglia perché nel timore di non svegliarmi all’ora giusta, anche stamattina alle sei e mezzo ero pronta ad alzarmi e poi nuovamente alle sette e quindi alle sette e mezzo. Infine sfinita da queste sveglie premature, mi sono finalmente riaddormentata per svegliarmi terribilmente in ritardo.
Ora vo’ a casa, chi fosse interessato ad offrire un aperitivo, una pizza, o anche solo un succo di frutta ad una viscontessa incrostata, si faccia vivo.
(che poi non gli costa niente perché tanto poi mi fa fatica e declino ogni invito).
Passo e chiudo.
Zot! (dissolta in una nuvola di viakal al fragolino)

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