Preferisco il pecorino

Viscontessa, 30 Ottobre 2007

A me non piace il gorgonzola. Sull’onda dell’entusiasmo altrui qualche volta mi sono anche lasciata convincere ad assaggiarlo ma non c’è stato niente da fare.
Dirlo ai miei genitori non è stato facile.
Mia madre preparava risotto ai quattro formaggi, gnocchetti al gorgonzola e tartine con crema di gorgonzola e tutti in casa mia ne sembravano entusiasti.
- Tu non mangi? - mi chiedeva mia madre e io rispondevo che si avrei mangiato ma che in quel momento non avevo proprio appetito ma prima o poi avrei mangiato.
Poi dopo anni di pietose bugie una sera sono tornata a casa e ho detto ai miei genitori che dovevo parlargli.
Preferisco il pecorino. Ho esordito così.
Mia madre ha confessato di averlo capito da tempo mentre mio padre ci è rimasto male e per un certo periodo ha cercato in tutti i modi di introdurmi alle gioie del gorgonzola.
Poi si è arreso anche lui.
A me non piace il gorgonzola e non saprei dire se sono nata così o se ho sviluppato la mia avversione per il gorgonzola quando sono diventata più grande e ho cominciato a scegliere i sapori che preferivo. E non saprei neanche dire, a maggior ragione, se crescendo in una famiglia che preferiva il pecorino avrei apprezzato il gorgonzola o non mi sarebbe piaciuto lo stesso. Ho conosciuto per esempio tante persone che mangiavano il gorgonzola per abitudine e altre che di nascosto mi confessavano che lo mangiavano solo per educazione ma poi tornati a casa cercavano una fetta di pecorino.
A me non piace il gorgonzola e pensavo che non fosse un problema anche se ogni tanto incontri qualcuno che ti dice che non è possibile. - Giuro - insisto io – non mi è mai piaciuto. E allora ecco che i più presuntuosi, quelli che sanno sempre cos’è giusto e cosa è sbagliato, scuotono la testa con rassegnazione ed ecco quelli che invece devono sempre trovare una spiegazione per tutto e alla fine concludono che se il gorgonzola non ti è mai piaciuto, forse è perché hai fatto indigestione da piccola e non te lo ricordi.
A me non piace il gorgonzola e francamente non mi è mai interessato neanche il motivo per il quale non mi è mai piaciuto. E’ importante? Credevo di no, credevo che una volta accertato che a qualcuno piace il gorgonzola e che altri invece preferiscono il pecorino, la faccenda potesse concludersi così.
E invece pare di no, invece pare che il caseificio regionale che dovrebbe tutelare tutti i suoi consumatori, si sia arrogato il diritto di giustificare le mie scelte in fatto di formaggi e nel ridicolo tentativo di spiegare agli zucconi del gorgonzola che c’è chi preferisce il pecorino punto e basta, pare che non abbia trovato da fare niente di meglio che deresponsabilizzarsi dalle mie scelte.
Che poi magari è vero che sono nata con l’avversione per il gorgonzola, ma magari qualcuno finisce per pensare che sono affetta da un’intolleranza alimentare o da qualche patologia strana o poi magari mi sono accorta solo dopo di non apprezzare il gorgonzola.
Insomma, voglio dire, perchè concentrarsi sui motivi per i quali non mi piace il gorgonzola anziché concentrarsi sulla necessità di far comprendere a tutti che pecorino o gorgonzola che sia, siamo tutti degni di sedere alla stessa mensa?
Ma che a quelli che a cui non piace il vino gli mettiamo appena nati una targhetta con su scritto astemio?

Falce e tortello

Viscontessa, 28 Settembre 2007

La pasta e il pane sono aumentati. E’ aumentato il latte, il costo della vita e il numero dei pensionati costretti a rubare il formaggio per mangiare. In crescita anche il numero delle trasmissioni e delle rubriche culinarie che svelano ad un pubblico più esigente, i segreti da gran gourmet. Sagre di paese, festival, e incontri enogastronomici offrono invece a chiunque la possibilità di degustare rane fritte o polenta concia un po’ ovunque mentre la riscoperta delle tradizioni alimentari regionali e il marchio DOP e DOC diventano argomento di discussione persino all’interno della CEE.
La guerra all’obesità la stiamo poi importando dagli USA mentre qui ci si cura con gli yogurt ricchi di fermenti lattici dai nomi impronunciabili e dalle capacità terapeutiche quasi miracolose.
La cura dell’anoressia è affidata agli stilisti e alle campagne pubblicitarie e donne in carne ma dalle curve perfette, ci assicurano che “grasso è bello” subito dopo un servizio con i consigli dell’esperto che ci mette in guardia sui rischi del grasso in eccesso.
Tanto aprono supermercati sempre più “mega”e tonnellate di cibo si riversano su banconi grandi come campi di calcio da cui occhieggiano offerte, sconti e promozioni che di giorno in giorno richiedono forme sempre più sofisticate di presentazione per risultare appetibili ai consumatori.
Qualcuno scrive un libro “falce e carrello” che dichiara guerra alla concorrenza, qui si pensava di fondare l’ennesimo partito per la tutela del povero consumatore frastornato e di chiamarlo “falce e tortello”.

Su Il Firenze di oggi

Ricomincio dalle pentole

Viscontessa, 25 Settembre 2007

Ieri sera, mentre tentavo di scrostare una pentola, ho provato fortissimamente il desiderio di possedere una pentola per il sugo. Non ho idea di quale sia il nome corretto della pentola per il sugo che non è sicuramente casseruola, né padella ma mentre gli occhi mi si colmavano di lacrime di pura commozione, ho capito che qualunque sia il suo nome io devo avere una pentola per il sugo.
La voglio proprio uguale a quella che usano nella pubblicità di un detersivo per lavastoviglie nella quale una coppia dalla faccia conosciuta, basa la propria complicità di coppia sul modo più efficace per scrostare le pentole.
Io il sugo non lo faccio quasi mai e a dire il vero non ho mai neanche sentito la mancanza di una simile pentola, ma mentre ieri sera tentavo di scalfire e incidere i residui incrostati e mummificati della mia pentola in acciaio 18/10, mi sono accorta che io non ho mai voluto abbastanza bene alle mie pentole e ormai è troppo tardi per rimediare.

Qualche tempo fa, per esser sincera, avevo già provato un certo senso di inadeguatezza nel mio rapporto con le stoviglie. Era andata a trovare mio cugino e sua moglie e ricordo che lei, casalinga, senza figlia, senza grilli per la testa e lontana dalla famiglia d’origine, aveva con la sua batteria di pentole un rapporto quasi referenziale. Tanto per cominciare aveva una bellissima pentola per il sugo nel quale aveva cotto il peggior pollo al curry che avessi mai mangiato e poi le sue pentole erano pulite e lucide come specchi. Sorpresa da tanta luccicante precisione e soprattutto a corto di altri argomenti di conversazione, le avevo quindi chiesto come facesse ad avere pentole così belle e lucide e lei orgogliosamente mi aveva risposto che le lavava solo a mano, con molta cura e che appena lavate, affinché l’acqua rimasta non giocasse quegli strani effetti arcobaleno da cui sono colpite tutte le mie pentole, le asciugava prima con un panno assorbente e poi le lucidava con un panno morbido.

Così ieri sera, mentre mi si formava una galla su un dito che aveva premuto troppo su una spugnetta abrasiva, mi è venuta questa gran voglia di ricominciare tutto da capo e di cominciare, questa volta, dalle mie pentole.

Un futuro radioso.
Mi alzo la mattina e prendo la mia bella pentola per il sugo, cucino il sugo, la pasta o quello che mi pare e poi dopo pranzo di fronte ad un tronista della De Filippi, mi metto a lavare le pentole fino a quando non sono in grado di specchiarmici sul fondo.

Però, e questo è essenziale, voglio anche un bel grembiulino di cucina con i fiori e i volant e pantofoline morbide, calde e con un po’ di tacco per aiutare la circolazione.

Quando la moglie va al cinema con le amiche: consigli pratici.

Viscontessa, 3 Aprile 2007

Prendete due uova.
Rompete i gusci battendolo delicatamente sull’orlo della pentola.
Mettete le uva nella padella nella quale si avrete preventivamente versato un filo d’olio.
Mettete la padella sul fuoco e aggiungete un po’ di sale e a scelta un po’ di pepe.
Attendete.
Nel frattempo buttate via i gusci delle uova, ripulite con una spugnetta i filamenti di albume che avete sparso sui fornelli e ricordatevi di ripassarci almeno un paio di volte perché l’albume si fa trasparente e non si vede ma è molto bastardo, un attimo dopo riaffiora ed è appiccicoso.
Togliete la padella dal fuoco.
Se avete usato una padella antiaderente nuova basterà appena toccare le uovo perché queste scivolino nel piatto.
Se invece avete usato una padella con il fondo alto un centimetro per la cottura naturale dei cibi, prendete un attrezzo di cucina piatto che non ricordo come si chiami ma se aprite il cassetto delle posate sono sicura che capite di cosa sto parlando.
Quindi cercate di prendere le uova con quell’attrezzo. Probabilmente non riuscirete a prenderle entrambe con una sola passata per cui o le buttate sul piatto tutte rotte oppure le dividete in due e ne prendete una per volta. Gli albumi, durante la cottura, tendono ad attaccarsi insieme formando un unico agglomerato ed è per questo che non riuscire a prenderne una per volta se prima non le dividete.
Ricordatevi, nel caso anche sull’antiaderente le uova si siano attaccate, che l’antiaderente si graffia ed è cancerogeno, non usate quindi attrezzi da cucina che possano graffiare il fondo della vostra padella perché nessuno sa quanto sia effettivamente cancerogeno l’antiaderente ma di sicuro lo è vostra moglie che si incazzerà come una biscia se gli graffiate la padella.
Adesso sedetevi a tavola, tagliate una fetta di pane facendo attenzione a non tagliare la tovaglia. Meglio se sotto al filone di pane ci mettete un tagliere o, in alternativa, usate i panini ma ricordate che i panini il giorno dopo diventano gommosi mentre il pane casalingo, quello toscano senza sale, dura anche una settima e se proprio vi dimenticate di comprarlo, potete farlo durare anche di più, ma è meglio se lo ricomprate.
Adesso potete anche mangiare le uova.
Ricordatevi di sparecchiare. Sciacquate il piatto prima di metterlo in lavastoviglie e quando togliete la tovaglia fatelo con garbo che altrimenti le briciole di pane vanno a finire per terra e vi tocca anche spazzare.
Scuotete la tovaglia fuori dalla finestra avendo l’accortezza di osservare che nessuno vi veda.
Ripiegate con cura la tovaglia, mettete via il pane e pulite i fornelli tutti schizzati dall’olio delle uova. Per farlo usato uno sgrassatore qualsiasi che dovrebbe essere sotto al lavandino. Se non lo trovate prendete quello per pulire il bagno che funziona ugualmente, se non riuscite a trovare neanche quello, guardate dietro al lavandino del bagno.
Sciacquate la spugnetta e pulite il lavandino, asciugate i fornelli e il lavandino con l’asciughino, se non lo trovate prendete l’asciugamano del bagno ma fate in modo che nessuno se ne accorga.
Controllate se ci sia il coperchio, non tutti i fornelli ce l’hanno), spegnete la luce di cucina e riposatevi.
E’ stata dura ma ce l’avete fatta. Bravi!!!

La banana

Viscontessa, 4 Gennaio 2007

Avevo per molto tempo completamente dimenticato che frutto meraviglioso fosse la banana.

Va detto che la banana, affinché sia un frutto davvero meraviglioso, deve essere leggermente acerba, di consistenza soda e del tutto priva di quelle leggere ammaccature che ne rendono subito nera e collosa la pastosa polpa di cui è composta.

Quando ero piccola le banane erano un frutto proibito da gustare solo raramente e mai in dosi superiori ad una al giorno.

Mia madre comprava le banane con la stessa parsimonia con cui acquistava tutto ciò che non era strettamente necessario alla sopravvivenza e l’acquisto di questo frutto esotico avveniva di solito in concomitanza con quello del prosciutto cotto con cui cenavamo quando mio padre era a cena fuori.

La generazione dei genitori che avevano vissuto la guerra e sofferto la fame, si divideva in due categorie, coloro che con il cibo continuavano ad avere un rapporto quasi reverenziale per cui anche le croste di pane venivano riciclate nella tazza di latte della mattina, e coloro che avevano giurato che i propri figli non avrebbero mai dovuto soffrire la fame nè nutrire alcun golosità alimentare insoddisfatta.

Mia madre naturalmente apparteneva alla prima categoria e quando a diciassette anni conobbi il mio primo fidanzato, credo che il mio amore adolescenziale per lui e il nostro fidanzamento durato oltre tre anni, dipendesse più che altro dall’abbondanza di cibo con cui sua madre stipava il frigo di casa sua.

Mentre a casa mia infatti ci era concesso mangiare biscotti solo a colazione e solo di una qualità venduta in grossi sacchi di plastica nei quali non c’era verso di trovare un solo biscotto intero, a casa sua si mangiavano i Pan di Stelle del Mulino Bianco ( novità assoluta sul mercato) in qualsiasi momento della giornata, e dopo una cena a base di filetto e mozzarella, contrapposta alla frittata di lesso avanzato di casa mia, si poteva mangiare anche un paio di banane che a casa mia entravano solo come simbolo di una serata informale tra “donne”.

Per anni ho mangiato banane, mozzarella, affettati e biscotti tanto che di mozzarella ho fatto indigestione e non l’ho più potuta mangiarla per molto tempo e non appena sono andata a vivere da sola, ho speso i miei primi stipendi nell’acquisto di generi alimentari carissimi e improbabili che molto spesso ho poi anche finito per buttare via.


Di banane, dicevo, ne ho quindi mangiate a vagonate come una scimietta e ancora ricordo perfettamente il giorno in cui per la prima volta ne mangiai due una dietro l’altra per poi trascorrere il resto della giornata in attesa di chissà quale conseguenza già pronta a chiamare il 118 per chiedere una lavanda gastrica.

Ovviamente non successe nulla se non che dopo molti anni di banane consumate voracemente in qualsiasi ora della giornata, le banane mi sono diventate un frutto talmente ostile che un giorno ho semplicemente smesso di acquistarle.


Poi qualche giorno fa, atrocemente divisa tra la volontà di proseguire una dieta ipocalorica e quella di soddisfare la mia voracità, sono entrata nella solita gastronomia dove quasi ogni giorno mi procuro il pranzo e di fronte alle teglie di lasagne fumanti, avvolta in una nuvola di profumo di arrosto, sedotta da una parmigiana appena sfornata, ho visto un grosso cesto pieno di banane e mi sono ricordata della loro capacità non dico di sfamarmi ma almeno di offrire in pasto al mio stomaco, qualcosa che avesse una consistenza più corposa di un paio di arance o una galletta di riso.

Si vede poi che non avevo alcuna voglia di torturarmi con quegli aromi per tutta la durata dell’attesa che mi separava dal mio turno e si vede che poi non nutrivo molte speranze nella mia capacità di autocontrollo.

Così, mentre nel locale pieno di gente si preparavano polpettine al sugo per tizio e pennette allo speck e taleggio per l’altro, mi sono schiarita la gola e con un tono esageratamente alto ho agguantato una banana e sventolandola in aria ho chiesto:

scusate, ma secondo voi, come mi si introduce la banana nel contesto di una dieta ipocalorica?”.

Un attimo dopo ero fuori dal negozio con la mia banana e da allora, quando metto piede nella famosa gastronomia, mi viene immediatamente lanciata una banana come si farebbe con una scimietta dello zoo.

Occhio non vede e cuore non duole, da quel giorno la banana mi si è introdotta benissimo nella dieta ipocalorica e quando la fame prende il sopravvento sul mio autocontrollo, ci infilo subito una banana sulla quale, per la cena a casa mia dell’altra sera, ci ho versato sopra una confezione intera di cioccolata fusa.

Perché qui si fa la dieta ma si santificano anche le feste.

Gedeone il gamberone

Viscontessa, 4 Gennaio 2007

Volevo parlarvi del Lucente un Chianti rosso e corposo adatto alle carni, e del Cannonau perfetto con la tagliata di manzo e volevo parlarvi della sauna che mi ci sono addormentata dentro, della grappa morbida, dei totani ripieni, del Barolo, del Berlucchi, il Ferrari, il Calvados,.

E il gatto chiuso nell’armadio, l’ufficio, la lavastoviglie a ciclo continuo, il caffè, mia figlia con l’area dell’ottagono, un dolore all’osso sacro che non so da dove mi viene, un paio di canne, il cus cus con la carne di pecora, Pisa, i lucani, i sardi, i fiorentini, il mio enorme tavolo con le prolunghe, gli gnocchi, il Rosso di Montalcino, le olive, il prosecco, il Brachetto, la crema allo zabaione, un limoncello, la bottarga, più fritto per tutti, i bicchieri, tanti bicchieri, troppi bicchieri…..

E le amicizie, la storia del pelo, l’inglese in palestra con le ciabatte, il tapis roulant che come l’ho visto mi è venuto il mal di mare e mi sono infilata nell’idromassaggio, i colleghi, i blogger, i parenti, il telefono, il lavoro, il gatto che esce dall’armadio, lo costolette di agnello, l’aglio e il peperoncino scaduto, il mio servizio di piatti e il letto….

Ecco, volevo parlarvi di tutte queste cose ma mi si è incastrato un gamberone nell’esofago e adesso devo convincerlo ad andare a dormire.

Tutto ciò tra ieri sera e stasera. Due cene, cinque ore di sonno in tutto e forse se vado a letto altre quatto fino a domattina.

Ma non posso, non ce la faccio, sono un po’ appesantita, stordita e stanca per cui mi limiterò soltanto a rivolgervi una domanda…..ma secondo voi la colpa è di questo gamberone?

Ora lo porto a letto.


la settimana benessere

Viscontessa, 11 Luglio 2006
E’ cominciata con forte ritardo, la settimana del benessere. Fitness, sport, dieta, massaggi, elettrostimolatore, bicicletta, piscina, vibratore…ehm, non questo non c’entra niente, è che lo uso come segnalibro per leggere mentre mi sollazzo le natiche con un elettrostimolatore attaccato ai fanghi dimagranti sul ventre mentre pedalo sulla cyclette al sole. Entro una settimana, sarò una donna nuova, più bella e più giovane anche se dentro resto vecchia come un mocio vileda usato per pulire le scale in pietra.
Tanto ho cominciato con il fare un po’ di pulizia in casa. Prima è stata la volta delle pile usate che tenevo da anni in un cassetto nell’attesa di buttarle via nell’apposito contenitore, poi sono passata ai farmaci scaduti e devo dire che quando si tratta di buttare i farmaci scaduti, un po’ mi piange il cuore. Avere un’aspirina un Aulin, un Voltaren, o un sonnifero nel mobiletto dei medicinali, mi regala un senso impagabile di tranquillità. Metti che domani caschi il mondo e io, per quanto scaduta, ho una bella confezione di sonniferi con cui farmi teletrasportare nel mondo onirico. E poi non posso fare a meno di chiedermi che fine facciano i medicinali scaduti. Cioè, mica li regaleremo ai bambini africani? Perché allora tanto vale che me li tenga io che mi sento tanto sicura.
Ora comunque ho in macchina un sacchetto di pile vecchie ed uno di medicinali scaduti perché non ho idea di dove trovare gli appositi contenitori per il loro smaltimento.
Ieri sera poi, verso le undici e mezzo mentre le ultime battute della vecchia serie di Desperate Housewife, risuonavano in cucina, ho aperto il frigo per accorgermi che era così vuoto da fare l’eco. E quale migliore occasione per pulire il frigo quando dentro non c’è niente?
Così è stata la volta del frigo e poi quella del freezer nel quale, intrappolati nel ghiaccio spesso quasi un metro, ho ritrovato diversi generi alimentari che pensavo perduti per sempre o che non ricordavo di aver mai neanche  comprato. Come due ghiaccioli all’amarena, un pezzo di salsiccia, due sogliole del paleolitico e persino un paio di sebadas con contorno di piselli fuoriusciti da una confezione aperta che giaceva sotto alla wodka.
Infine, nel costante tentativo di rimandare l’inizio della settimana del benessere, mi sono gettata sotto al lavandino dove ho rinvenuto una piccola foresta di cipolle ormai avvinghiate ad un paio di bottiglie di fragolino del ’94. Nel complesso il colpo d’occhio non era male così ho lasciato le cipolle e il fragolino e ci ho messo accanto anche una bottiglia di Viakal che è uno dei miei prodotti preferiti.
Quindi sono andata a letto.

Promemoria: ricordarsi di comprare una sveglia perché nel timore di non svegliarmi all’ora giusta, anche stamattina alle sei e mezzo ero pronta ad alzarmi e poi nuovamente alle sette e quindi alle sette e mezzo. Infine sfinita da queste sveglie premature, mi sono finalmente riaddormentata per svegliarmi terribilmente in ritardo.
Ora vo’ a casa, chi fosse interessato ad offrire un aperitivo, una pizza, o anche solo un succo di frutta ad una viscontessa incrostata, si faccia vivo.
(che poi non gli costa niente perché tanto poi mi fa fatica e declino ogni invito).
Passo e chiudo.
Zot! (dissolta in una nuvola di viakal al fragolino)

rifiuti

Viscontessa, 28 Giugno 2006

Non ho mai nutrito grosse speranze sulle capacità maschili di gestire i rifiuti.
Già l’acquisto della pattumiera, tanto per dirne una, è una specie di tradizione tutta femminile che si tramanda immutata di madre in figlia e che trova le sue lievissime differenze generazionali, solo nei designer più moderni che lasciano tuttavia invariata la funzionalità dell’oggetto.
Se all’acquisto della cucina il novello sposo di solito partecipa con tenero entusiasmo, di fronte all’acquisto della pattumiera ideale, il tapino si ritira inorridito, spaesato dalla necessità della sposa di procurarsi l’oggetto migliore. “Ma perchè” lo senti sussurrare al futuro suocero “non si può usare un sacchetto appeso alla finestra?” e mentre anche il vecchio resta ammutolito di fronte a questa domanda, la sposa è già partita in compagnia della madre e delle sorelle alla ricerca della pattumiera della sua infanzia.
Son momenti toccanti, a dire il vero, momenti che suggelleranno per sempre il rapporto tra madre e figlia e che segneranno per sempre il futuro sposo molto più della prima notte di nozze.
A niente naturalmente varranno le giustificazioni dello sposo che in un ultimo disperato tentativo di ritrovare la complicità che aveva caratterizzato l’acquisto della cucina, tenterà di spiegare alla fanciulla che l’uso del sacchetto appeso alla finestra, non solo è molto più pratico ma anche ecologicamente più corretto.

Da quel giorno in avanti, inutile negarlo, sull’affaire della pattumiera si creerà una invisibile e profonda frattura tra i coniugi che vedrà da una parte lei, sempre pronta a cambiare il sacchetto, a lavare la pattumiera con la varechina e ad oliare i meccanismi che permettono l’apertura a scatto, e dall’altra lui che si ostinerà a trattare la pattumiera proprio come una pattumiera rifiutandosi contestualmente sia di togliere il sacchetto pieno (con il risultato che la sua gomma da masticare usata ed infilata a forza nel sacchetto pieno, si incollerà sul coperchio) sia di inchinarsi per gettare i rifiuti quasi a rivendicare la praticità di un sacchetto altezza torace appeso alla finestra.
Da questo insignificante episodio sull’acquisto della pattumiera, prenderanno poi vita una serie di reazioni a catena che non di rado finiscono per rendere intollerabile lo stesso matrimonio.
Prima fra tutte la raccolta differenziata dei rifiuti che per lui si esplica appoggiando semplicemente da una parte i materiali oggetto di ogni cassonetto e che per lei invece saranno fonte di un nuovo tormentato periodo alla ricerca della pattumiera ideale per ogni tipo di rifiuto.
E’ vero che nel caso specifico è lei ad apparire affetta dalla patologia della pattumiera, ma non sarà difficile notare che nelle case nelle quali lui è riuscito ad avere il sopravvento sulla gestione dei rifiuti, le bottiglie, i giornali, i rifiuti organici e quelli di plastica, sono accatastati per anni e anni in qualsiasi angolo della casa. Perchè se mai l’uomo riesce a conquistarsi la libertà della gestione casalinga del rifiuto, nel suo DNA manca completamente il gene che gli consente di comprendere da solo che prima o poi i rifiuti vanno buttati nel cassonetto e che pur con la morte nel cuore, bisogna un giorno prendere l’iniziativa e portare le bottiglie di vetro fino all’apposito contenitore. Per i rifiuti organici naturalmente è più semplice, quelli, quando si sentono ignorati per troppo tempo, al cassonetto ci vanno da soli.

Nelle famiglie normali, invece, quelle in cui è lei ad accudire la pattumiera, succede regolarmente ed ogni mattina per tutta la durata del matrimonio, che la moglie prepara i rifiuti da gettare nei vari cassonetti e che prima che il marito esca gli urla dietro “Butta via la nettezza!”, nei primi anni, ma per poco tempo, lo saluta con un bacio e la nettezza in mano ma normalmente con l’arrivo del primo figlio e dei primi pannolini usati, questa usanza del bacio con nettezza, viene rapidamente accantonata.
Nella mia famiglia, per esempio, alla necessità di disfarsi dei rifiuti, si unisce quella più particolare di evitare di lasciare sacchetti già chiusi in giardino o di fronte alla porta di casa. I cani e i gatti, infatti, sono irrefrenabilmente attratti da quei sacchi neri che a loro modo di vedere le cose, rappresentano un po’ l’albero della cuccagna.
Così io di solito la sera chiudo il sacco della nettezza e lo metto fuori dalla porta e poi sul muretto che sta proprio lì, appoggio tutte le bottiglie e vuote e quando mi decido a buttare via i giornali (di solito anche quelli quando il contenitore per i giornali è talmente pieno che il mio consorte è costretto poverino ad impilare i quotidiani usati come fossero un castello di carta) sistemo anche quelli in una busta e li appoggio accanto al sacco nero.
Il risultato è che di solito la mattina per uscire di casa, non ci sono che due possibilità, una è quella di prendere la nettezza e buttarla nei vari cassonetti, la seconda è quella di scavalcare il tutto e percorre una specie di labirinto tra le bottiglie, i giornali e i sacchi neri.
Il primo ad uscire di casa è mio marito e non starò qui a sottolineare l’ovvio.
Devo anche dire però, che essendo piuttosto cocciuta ma curiosa di sondare l’imperscrutabile animo maschile, una volta mi sono permessa di chiedere come mai non buttasse mai via la nettezza e a risposta “non l’ho vista” ho cominciato a macchinare percorsi e labirinti sempre più difficili da percorre per vedere fino a quanto fosse capace di spingersi la faccia tosta maschile in fatto di rifiuti ma poi, e qui ecco la mia piena confessione di arrendevolezza, l’altro giorno è successa una cosa che mi ha fatto capire che la mia è una battaglia persa.
Avevo già notato dal giorno prima che mio marito aveva lasciato il vecchio quotidiano nel portapacchi della bicicletta che sta nell’androne del palazzo a due passi esatti da dove io deposito i miei sacchi di nettezza. La sera prima poi, presa dal raptus notturno del voglio fare qualcosa anche se sto morendo di caldo, avevo preparato due sacchi (casa e giardino) di nettezza “ordinaria” da buttare, e poi bottiglie dell’acqua, del thè freddo, della birra e persino dei detersivi finiti, quindi ero passata dallo studio e avevo riempito un sacco di vecchi giornali.
Ancora speranzosa in una modifica almeno parziale del DNA maschile, avevo depositato il tutto sul pianerottolo avendo cura di far in modo che per uscire senza “vedere” la nettezza, fosse necessario scavalcare i due grossi sacchi neri, fare una ginkana tra le bottiglie vuote e infine infilarsi nel labirinto dei giornali da buttare. Impossibile a mio avviso sostenere che non si erano visti i rifiuti da gettare ma quando già pregustavo la mia misera vittoria e con un filo di speranza aprivo la porta di casa, non solo ho trovato la nettezza tutta lì di fronte a me ma il marrano aveva anche tolto il suo vecchio giornale dal portapacchi della bicicletta e lo aveva depositato accanto, e sottolineo accanto, alle bottiglie da buttare via.
Ed è stato lì, è stato in quel preciso momento in cui con l’aiuto di mia figlia mi caricavo le spalle di nettezza come un somaro e tra i denti prendevo quel quotidiano vecchio e fuori posto, che ho compreso che avevo definitivamente perduto la mia battaglia.

Molto cool

Viscontessa, 20 Maggio 2006

Se avessi raccontato a mio nonno che la gente va in palestra per tenersi in forma e poi va a comprare il pane in macchina, sono sicura che mi avrebbe chieste se siamo una generazione di grulli. E poi avrei dovuto strappargli di mano la sigaretta e rimproverarlo perchè fumare fa male e quindi, aprendo la finestra per cambiare aria, lo avrei costretto a respirare lo smog di quelli che vanno in macchina in palestra a faticare su un tapis roulant.
Poi gli avrei tolto di bocca un pezzo di formaggio (pieno di colesterolo) e gli avrei portato uno yogurt. E che ci faccio con questo yogurt? Mi avrebbe chiesto sorpreso mentre gli spiegavo che gli yogurt di oggi non hanno niente a che vedere con quello acido e compatto che preparava lui.
Questo non è yogurt normale, avrei dovuto dirgli, è uno yogurt che ti aiuta ad acquistare la tua regolarità intestinale, a combattere l’invecchiamento, a tirarti su di morale e pure a tenere sotto controllo il colesterolo. Ma questa è una medicina miracolosa, non è uno yogurt!

Passavo il cencio in giardino, niente mocio vileda, scope elettriche, macchine che sputano vapore mentre combattono gli acari. Nessun detersivo che sterilizzi dai germi il pavimento dove mia figlia si diverte a piantare il basilico. Germi invisibili ma anche lumache morte di morte naturale, qualche lombrico svegliato dal suo letargo che si affretta a tornare da dove è venuto, piccoli ragni che tessono ragnatele finissime tra una pianta e l’altra.
Pensavo che se fossi una donna moderna e all’avanguardia, dovrei vergognarmi di passare il cencio in giardino. Le donne italiane, secondo le statistiche, sono le più maniache delle pulizie domestiche e pare che occuparsi di togliere la polvere sopra ad un armadio, non sia da considerarsi un’attività edificante. Così, se vuoi essere una donna all’avanguardia, devi togliere la polvere da sopra l’armadio quasi di nascosto e a domanda ti conviene rispondere leggevo.
E invece no, stavo fuori in giardino a passare il cencio sul cotto e avevo anche la televisione accesa. La tenevo a volume alto perchè mi facesse compagnia e se sullo schermo ci fossero i personaggi del Grande Fratello o un documentario di Rai Educational, non lo saprei dire.
A me piace passare il cencio e togliere la polvere da sopra gli armadi con la televisione accesa. Le migliori idee nascono lì, tra le foglie secche del giardino e il pavimento tirato a lucido. Non mi piace stirare e neanche spolverare ma un pavimento lucido è come un foglio bianco su cui depositare i propri pensieri.

Il sabato per esempio, contrariamente al resto della settimana, mi piace alzarmi presto e andare in giardino. Un foglia secca di là, un po’ di concime all’azalea, la ghiaia da rastrellare e l’impianto idrico da sistemare. Poi annaffio le foglie delle piante perchè mi piace il giardino bagnato e lucido e quindi passo il cencio sul cotto mentre penso che prima o poi in quella fucina di idee che è l’America, verrà fuori un movimento che rivaluterà le attività casalinghe elevandole ad attività ludiche e rilassanti. Naturalmente a questo nuovo movimento si adegueranno tutte le donne all’avanguardia che riscopriranno nel gesto di dare il cencio nel giardino, il proprio benessere psico-fisico.

Io già me le immagino le star di Hollywood che dopo aver riscoperto le gioie della maternità, dell’allattamento naturale, dello yoga, dell’alimentazione biologica e della medicina ayurvedica, scopriranno il piacere di pulire il bagno e si faranno portavoci del benessere che ne traggono da questa attività.
E sarà tutto un fiorire di esperti e di manuali, pulire un lampadario, per esempio, permette di bruciare tot calorie e di rassodare i muscoli pettorali in modo armonico e naturale. E poi basata con i detersivi chimici, si tornerà ai consigli della nonna su come sgrassare i fornelli di cucina con l’aceto o su come far brillare un pavimento con la cera delle api biologiche (?).
Gli acari, si scoprirà, sono degli ottimi antiossidanti se respirati ancora vivi e i germi, si verrà a sapere, stimolano naturalmente la produzione di serotonina.

Vabbè, io lo detto, in palestra non ci vado perchè mi annoio da morire, ma adesso con la scala vado a pulire i vetri delle finestre e quando tra qualche tempo qualche esperto sosterrà che pulire i vetri è una delle attività più indicate per combattere la cellulite del girovita ed è anche un ottimo coadiuvante nella cura del diabete, ricordatevi che io lo avevo detto prima di tutti.
Mio nonno, a quel punto, si rivolterà nella tomba, ma tanto io un nonno non l’ho mai avuto.

caffè

Viscontessa, 4 Maggio 2006

Io bevo il caffè per principio, bevo il caffè da così tanti anni che non ricordo neanche quando è stata con precisione la prima volta anche se ricordo che quando ero bambina, mia nonna me ne metteva un po’ in un bicchiere di vetro e poi ci aggiungeva acqua e zucchero.
Non ricordo quando ho cominciato a bere caffè, ma ricordo che un giorno, da ragazzina, entrai in un bar di via Cavour di fronte alla fermata dell’autobus e ordinai un caffè.
Il caffè per me non è una bevanda, non serve per tenermi sveglia e non lo prendo neanche dopo pranzo. Il caffè è per me solo un compagno di vita e di viaggi e quando non so cosa fare, quando non so cosa bere, quando non so cosa mangiare, quando ho mal di testa, quando non ho sonno, quando l’uggia mi uggiola, prendo un caffè.
Stavo per dire, ammetto, mi faccio un caffè, ma avrei raccontato una bugia perchè tanto mi piace il caffè quanto non sopporto farlo. Ho avuto tutti i tipi di macchinette, da quelle Girmi a quelle americane passando per tutte le macchine da espresso che esistono in commercio ma nessuna, dico nessuna, è riuscita a sedurmi.
Così il caffè e il suo valore del tutto simbolico, si è arricchito negli anni di un altro rituale simbolico che nessuno capisce. “mi fai un caffè?” ovunque io sia e con chiunque io sia, avanzo questa richiesta che a lungo andare diventa un tormentone.
Sarà poi che in fatto di caffè non ho alcuna esigenza, magari proprio per il suo valore simbolico più che per il suo sapore, mi va bene qualsiasi tipo di caffè e all’estero, potendo abbeverarmi di tazzoni pieni di brodaglia marrone, sono la persona più felice del mondo.
Dicevo quindi che “mi fai un caffè” è una frase così comune nel mio linguaggio, che negli anni chiunque mi sia vissuto accanto per un certo periodo si è trovato costretto a convivere anche con questa mia stravaganza.
Il mio primo marito, per dirne una, ogni mattina si alzava molto presto e prima di uscire di casa mi lasciava una tazzina di caffè con latte e zucchero sul comodino. Io quel caffè lo bevevo qualche ora dopo e lui per primo si domandava che senso avesse tutto ciò, ma per quanto quel caffè fosse davvero imbevibile, per me il rito di quella tazzina sul comodino era irrinunciabile.
Che poi, io mi rendo conto, parlare di farsi servire il caffè a letto la mattina suona come un lusso e un vizio di cui pochi possono godere ma io, che non sono né viziata né abituata al lusso, so bene che il rito del caffè ha significati molto più profondi.
Anche il mio secondo marito, per esempio, martoriato negli anni da questa mia continua richiesta, si è alla fine arreso al rito del caffè e ha preso talmente sul serio il suo incarico, che adesso si occupa del parco tazzine e delle caffettiere con la stessa dedizione con cui si prende cura della sua moto.
Se per dire arriva a casa prima di me, prepara subito la macchinetta del caffè e l’appoggia sul fornello in attesa che io rientrando gli chieda il famoso caffè.
E il suo valore simbolico è talmente alto che “mi fai un caffè” è diventato negli anni la frase più comune per interrompere ogni ostilità.

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