escort

Viscontessa, 22 giugno 2009

A fare la escort, la prostituta, non c’è niente di male.
Così hanno sempre detto gli uomini e anche buona parte delle donne magari con un filo di ipocrisia.
Non c’è niente di male, sicuro, ma diciamo che fare la escort non è proprio ai primi posti tra le ambizioni di una giovane donna e nella migliore delle ipotesi rappresenta solo uno squallido ripiego. Magari capita l’occasione e magari capita di rendersi conto che non è poi così male.
Ci sono ambienti, lavori, divertimenti che, diciamo così, agevolano la professione e se hai una bella dose di pelo sullo stomaco, magari non è neanche peggio di tanti altri.
Diciamo che comunque per fare la escort, lavoro onorabilissimo ma per il quale non esistono corsi di studio, devi frequentare gli ambienti giusti, devi fare il lavoro giusto, devi cogliere tutte quelle opportunità che la disinvolta “cultura della gnocca” degli ultimi anni ci ha messo a disposizione. Centinaia di concorsi di bellezza, centinaia di provini per ruoli femminile a limite della decenza umana, un calendario nude per tutte, la chirurgia estetica propagandata come un taglio di capelli, l’avvenenza fisica come unico obbiettivo esistenziale.
Migliaia di opportunità che inducono migliaia di ragazze ad illudersi di diventare ricche e famose ma conducono tante, tantissime ad accontentarsi di una soluzione di ripiego.
Se hai un bel paio di tette puoi fare qualsiasi cosa e se fino a ieri gli ambiti nei quali potevi venderti le tette era piuttosto limitati, ormai anche la politica, anche il raggiungimento di cariche politiche prestigiosissime, rappresenta una possibilità concreta.
Non c’è niente di male a mostrare la propria bellezza, non c’è niente di male a mostrare le tette, non c’è niente di male a fare la velina, la letterina, la meteorina, la ragazza immagine, la cubista, la modella e infine la escort. Perchè questa è l’evoluzione naturale delle cose, prima o poi doveva succedere che non ci fosse niente di male neanche a fare la escort.
Se quindi fino a ieri i clienti delle escrot potevano contare sulla discrezione delle loro partner, da oggi una escort delusa per il mancato compenso, non avrà più alcuna remora a lamentarsi pubblicamente per l’ingiustizia subita.
La sensazione, alla fine, è che neanche Berlusconi sia stato in grado di rendersi conto fin dove potesse arrivare la “cultura della gnocca”. Le prostitue, le escort, le mignotte sono sempre esistite e il lavoro più vecchio del mondo è sempre stato un onorabilissimo mestiere ma difficilmente le prostitute hanno avuto voglia di mettersi in mostra e ancora meno ne hanno avuta i loro clienti.
Tuttavia a forza di ripetere che non c’è niente di male a frequentare tutti quegli ambienti e quelle situazioni che con l’induzione alla prostituzione hanno molto a che fare, è andata a finire che anche le escort non hanno più motivo di operare nell’ombra.
E questo non sono affatto sicura che Berlusconi lo avesse previsto.

così fan tutte

Viscontessa, 10 gennaio 2009

A me mi piacerebbe essere una donna molto culturale.
Non è stato sempre così ma invecchiando, per rendersi ancora interessante, tocca buttarsi sul culturale che altrimenti a rifarsi le tette si spende un sacco di soldi e non basta mai.
Io mi ci vedo bene come donna culturale che una volta c’era una tipa che mi immaginava girare per casa con lunghi abiti neri, lunghi capelli neri e fumanti tazze di tè nero. Immagino che per delicatezza avesse omesso che appesi al collo portassi anche un paio di occhiali da lettura con una lunga catenina nera.
Mi piacerebbe insomma essere una donna molto culturale di quelle che è sparita per un po’ di tempo e torna raccontando che ha avuto un sacco di impegni ovviamente molto culturali ma purtroppo l’unica cosa di culturale che ho fatto in questi giorni è stato informarmi sul principio attivo di un antidolorifico molto potente che mi ha prescritto il dottore e che non mi ha fatto una sega.
Vabbè, sega non è molto culturale ma anche la tonsillite come i bambini, la febbre alta, un mal di testa atroce, la lesione alla cornea del mio cane e i pidocchi di mia figlia, non sono affatto culturali e meno male che non mi son rifatta le tette che altrimenti mi sarei sudata persino il silicone.
L’altra sera per esempio me ne stavo seduta sul letto con un pigiama incollato addosso che mi supplicava di lasciarlo andare in lavatrice quando tra un giramento di testa e un bugiardino buttato sul comodino, mi sono ricordata che dovevo dare il collirio al cane. Io a dire il vero mi ero seduta sul letto perché vomitare nel mio letto-cuccia già pieno di briciole mi pareva davvero davvero poco igienico, ma è bastato che mi sedessi così sul bordo del letto con quell’aria un po’ intontita e il pensiero del collirio del cane, che si è formata subito una lunga processione. Prima è arrivato mio marito che vistami in ottima forma o almeno in posizione semi verticale, ne ha approfittato per sapere che cosa c’era per cena o meglio dove stessero le pentole per mettere un po’ d’acqua al fuoco per cucinare un piatto di pasta e poi, in rapida successione, dove fosse il rubinetto di cucina, dove la pasta, dove i fornelli e dove il frigo dal quale prelevare un condimento qualsiasi.
Subito dopo è arrivata mia figlia e prima che aprisse bocca gli ho detto di portarmi i colliri del cane e mentre cercavo il cane tra le lenzuola, lei mi ha detto che aveva i pidocchi e si è seduta sul bordo del letto perché le spidocchiassi il capo. Così me ne stavo seduta cercando con una mano il cane tra le lenzuola mentre con l’altra pettinavo mia figlia e con garbo spiegavo a mio marito che il frigo è quell’enorme elettrodomestico giallo che sta in cucina e ad un certo punto ho capito perché non potrò mai essere una donna culturale: non ho tempo.
Ho agguantato una cosa qualsiasi sotto alle lenzuola per la precisione un gatto e gli ho messo il collirio, poi ho consigliato a mia figlia di mettere la testa sotto le lenzuola che i pidocchi si sarebbero suicidati da soli per l’orrore, quindi ho detto a mio marito che il frigo era all’angolo, di prendere il carrello, la carta di credito, coprirsi bene e andare in frigo, infine sono svenuta tra briciole, gatti, cani, collirio e pidocchi.
E ho capito che per esser culturali bisogna rifarsi le tette.

New fragrance

Viscontessa, 11 dicembre 2008

- Stasera volevo dirti grazie
- prego
- non mi chiedi grazie di cosa?
- No, tanto so che me lo dirai
- grazie per non usare profumo. Cioè grazie per non usarlo più
- non ti piace il profumo?
- Certo che mi piace
- ah ecco
- già
- mah già cosa? Se ti piace perchè mi dici grazie per non usarlo?
- Ma come perchè, ma le hai viste le pubblicità dei profumi maschili?
- No, cioè si, embè?
- Embè, io ogni volta che ne vedo una penso “giù le mani dai nostri uomini”
- potresti essere appena un po’ più chiara?
- Voglio dire, quelle pubblicità sono studiate per un target giovanile, dall’aria aggressiva e rassicurante. Insomma le ragazze regalano ai loro ragazzi quei profumi e si illudono di accoppiarsi con quello della pubblicità invece che il carrozziere con le mani sporche di grasso. E il carrozziere lo compra perchè pensa di diventare aggressivo, sexy, intrigante come quello della pubblicità. Con la differenza, pensa lui, che io non son frocio. Ma che generazione di coglioni stiamo allevando?
- Non so, forse eravamo coglioni anche noi alla loro età
- Forse, ma secondo me eravamo meglio.Cioè eravamo sicuramente meglio, l’aspetto fisico contava anche per noi ma se avessero fatto una pubblicità del genere….. beh voglio dire, noi avevamo altri interessi, avevamo la politica, avevamo qualcosa per cui lottare, avevamo la speranza di cambiare il mondo…..

Primo

- Tu avevi tutte queste cose?
- No, io no, ma mica mi accoppiavo con i carrozzieri con le mani sporche di grasso!
- Allora….
- Cioè come allora?
- Cioè voglio dire che allora, a quei tempi non ti accoppiavi con i carrozzieri con le mani sporche di grasso.
- Beh poi sono cresciuta, sono maturata e ho capito tante cose……. a proposito, sei sicuro che così non lo ammacchiamo il cofano di questa auto?

Secondo

- E cosa abbiamo cambiato?
- Ma come cosa abbiamo cambiato? Ma ti rendi conto che adesso puoi rifarti un corpo da ventenne anche a sessant’anni? I nostri genitori a quaranta”anni erano già finiti, noi invece abbiamo ancora una vita davanti da inventarci e possiamo farlo sempre non solo con lo spirito, ma anche con il fisico di quando avevamo vent’anni.
- Immaturi?
- Si dice giovanili.

Postriciclo: la maionese

Viscontessa, 13 novembre 2008

Ho tirato fuori le uova dal frigo e ho preso la bottiglia dell’olio extra-vergine d’oliva.
Volevo fare la maionese, volevo farla a mano con il mestolo di legno, volevo lavorarla e farla montare fino a renderla soffice e gustosa al palato.
Per non farla impazzire bisogna avere la mano buona, il movimento deve essere circolare e costante, mai invertire il senso di rotazione e mai cambiare ritmo al movimento.
L’olio a filo, lo amalgami un po’ per volta e poi ne aggiungi altro. Lentamente.
Il risultato è più sicuro se le uova sono a temperatura ambiente, il freddo le inibisce, devi aspettare che si scaldino.
Mi sono seduta ad aspettare.
- cosa fai?
- Aspetto. Con le uova bisogna avere pazienza.
E ho divaricato leggermente le gambe.
Si è avvicinato e si è sbottonato i pantaloni. Lui non ha pazienza – ho pensato e tanto lui mi ha messo una mano sulla nuca.
Non ho detto niente, ho fatto quello che dovevo fare. Gli tiro giù le mutande e lo prendo in bocca.
Movimenti lenti e circolari, ritmo variabile in attesa che le uova si scaldino.
Ci vuole la mano ferma – ho pensato e tanto lui mi ha scopata in bocca con quel suo mestolo di legno mentre le uova si scaldano.
Non ho detto niente, ho lasciato che lui facesse quello che doveva fare. Ho invertito il senso di rotazione della lingua diverse volte e lui è impazzito.
- adesso basta, le uova sono calde
- aspetta – ha detto lui e tanto io mi sono alzata e sono andata a preparare la maionese.
Ho diviso i bianchi dai gialli, ho rotto le uova e le ho passate da un guscio all’altro fino a quando l’albume filamentoso ha abbandonato il tuorlo.
- cosa fai?
- Pulisco le uova.
E ho divaricato leggermente le gambe.
Poi ho messo un filo d’olio e ho cominciato a lavorare i tuorli. Movimenti lenti e regolari, la spalla immobile, la spinta arriva dal bacino, ogni giro completo del mestolo, un giro completo del bacino.
Per far lavorare il polso è ancora troppo presto.
- cosa fai?
- Ti scopo – e ha spostato la ciotola con la maionese un po’ più in là in maniera che dovessi inchinarmi per
raggiungerla e lavorarla.
Non ho detto niente, ho lasciato che lui facesse quello che doveva fare. Mi ha tirato su la gonna e mi ha tolto le mutande mentre la maionese montava e il ritmo prendeva la sua regolarità.
Il ritmo l’ho deciso io, ogni circolo del mestolo un colpo, ogni movimento del bacino un affondo.
Un filo d’olio per amalgamare, un giro del bacino per accogliere.
Abbiamo lavorato la maionese fino a quando è diventata gonfia, enorme e scivolosa. Il mestolo di legno impregnato del suo umore, la chiusa vicina, bramata, urlata.
Poi il silenzio.
- cosa fai?
- Ora tocca a te lavorare i bianchi – e mi sono girata inginocchiandomi di fronte a lui. I bianchi sono più semplici,
basta sbatterli con vigore per pochi minuti. Ho assaggiato la mia maionese mentre lui sbatteva con la forchetta gli albumi. Movimento di polso, il polso scivola dando il ritmo alla mano, movimenti rapidi e profondi.
Poi ho sentito che il composto era pronto, l’ho sentito duro e gli ho detto si smettere.
- cosa fai?
- Metto il tuo bianco nella mia maionese – e l’ho preso nuovamente in bocca un attimo prima della sua chiusa.
Copiosa, bramata, urlata.
Poi nuovamente il silenzio.
- cosa fai?
- Amalgamo gli ingredienti – e l’ho fatto inginocchiare tra le mie gambe perché assaggiasse la mia maionese con la sua lingua.
Gli albumi vanno amalgamati con molta attenzione, delicatamente e avendo cura di accarezzare ogni angolo della ciotola affinché i tuorli accolgano gli albumi con entusiasmo. La forchetta deve fare un buon lavoro e solo quando il composto sarà diventato soffice e spumoso, si può dire che la maionese sia pronta.
Un goccio di aceto balsamico tra le gambe ha concluso l’opera.
Poi il rumoroso silenzio del riposo.

Oggi

Viscontessa, 22 ottobre 2008

Tutte le volte che ci passo davanti mi ricordo di quella volta che gli portai il mio criceto. Avevo si e no dodici anni e avevo un criceto maschio con le palle screpolate. Presi il criceto, presi un autobus e andai alla sede della Protezione Animali. Gli prescrissero del Gentalin pomata.

Ho comprato il solito euro di schedina del superenalotto. Una giocata che ultimamente è comparsa nella vita degli italiani come una tassa. Ma come? Non hai giocato al superenalotto? Ma lo sai che ci sono centomilioni di euro in palio? Come se per il solito montepremi regolarmente in palio, non valesse la pena giocare. Sotto i cento milioni non mi abbasso. E vabbè, ho pagato la tassa.

Ma tu che ci faresti con centomilioni di euro? Il desiderio più frequente è quello di mandare affanculo qualcuno. Siamo davvero una società di merda se il sogno impossibile della maggior parte di noi è quello di sfanculare qualcuno. Compro tutto e rado al suolo.

Ufficio dell’impiego. Come si fa a trovare lavoro? Si leggono gli annucci. E se uno volesse cambiare settore? Beh questi settori sono più o meno blidnati deve andare per conoscenze. Il suo obbiettivo dev’essere quello di ottenere un colloquio conoscitivo. Mi raccomando non chieda un colloquio di lavoro ma un colloquio conoscitivo. E a chi lo chiedo? Di certo non alla segretaria, lei deve chiedere al suo network di amicizie e conoscenze e deve trovare il modo di parlare con un responsabile delle risorse umane o il titolare. E l’ufficio per l’impiego a cosa serve? Serve per orientarla al lavoro. Va bene, io le ho detto che cosa so fare e cosa vorrei fare, adesso lei mi dica almeno come lo devo fare. Gliel’ho già detto, deve leggere agli annunci e invare il curriculum o deve andare per conoscenze. Mi raccomando, in caso di colloquio lei dica così o così. Ah beh grazie. Ma ci prendono per il culo?

Inverno duro, le vetrine dei negozi sono piene di stivali. E se una li avesse già tutti? Ci sono le scarpe. Ballerine leggerissime che al primo freddo ti si ghiacciano i piedi e scarpe con tacchi dai 12 centimetri in su. Le vetrine sono piene di scarpe di Trudy la moglie di Gamba di Legno e a girare per il centro sembra di vagare per un cartone animato.Speriamo che l’anno prossimo non vadano di moda i guanti gialli di Topolino. Rimetto gli stivali ai piedi e vado oltre.

Ho mangiato una tazza di latte con i cereali per levarmi un po’ la fame. Pensavo di fregare così le lasagne ma quelle stronze hanno fregato me: ho mangiato il latte con i cereali e due piatti di lasagne. Prima di adottare provvedimenti del genere bisognerebbe imparare la distinzione tra fame e gola. Quasi sempre vince la seconda.

Giovinezza mon amour

Viscontessa, 22 maggio 2008

E pensare che una volta avevo anche tentato il suicidio per te.
Si va bene con trenta gocce di Valium forse non volevo proprio suicidarmi ma insomma mentre attendevo la morte vestita solo con la guepiere di pizzo bianco che mi avevi regalato tu, già ti immaginavo in lacrime ai piedi del mio letto di ospedale dove, come Cathy in Cime Tempestose, ti avrei concesso il mio perdono prima che un giovane e brillante medico follemente innamorato di me mi portasse via per farmi una lavanda gastrica.
Si va bene lo so, con trenta gocce di Valium avrei potuto sperare tutt’al più di dormire qualche ora di troppo ma se tu fossi passato a prendermi e io non avessi sentito il campanello, forse avresti chiamato i pompieri e prima che un giovane e aitante pompiere follemente innamorato di me mi prendesse tra le sue braccia per caricarmi su un’ambulanza, come Mimì ti avrei teso la mia gelida manina.
Ok d’accordo, non avresti chiamato i pompieri e avresti usato le chiavi di casa, ma trovandomi profondamente addormentata con in dosso solo la mia guepiere di pizzo bianco, come il Principe Azzurro mi avresti baciato appassionatamente e io come La bella Addormentata nel Bosco mi sarei risvegliata tra le tue braccia.

Invece quella sera non mi hai neanche telefonato e non lo hai fatto neanche il giorno successivo e neanche quello dopo, tanto che quando ti ho rivisto, circa una settimana dopo, ero così arrabbiata con te che il Valium te l’ho messo nell’aranciata amara quella che mi costringevi a comprare e tenere in frigo perchè a te piaceva tanto.
Tanto prima o poi avrei dovuto dirtelo e ormai sono passati tanti di quegli anni che forse non ti arrabbierai neanche più.
Si però non è stata tutta colpa mia, sei stato tu ad insidiarmi e il fatto che io abbia ceduto così facilmente alle tue avances, non significa che sia stata la sola responsabile di ciò che è accaduto dopo.
Si va bene dopo la fase Doris Day e quella Peace and Love volevo interpretare la Signora dalle Camelie ma anche tu che mi mandavi mazzi di lilium e mi portavi torte di cioccolato e Torcolato da consumare tra le lenzuola non facevi niente per smorzare certe mie piccole manie come quella di girare in piena notte per le pizzerie più squallide della città.
“voglio guardare l’umanità” ti dicevo
”si, mi è venuta fame” mi rispondevi e poco dopo eravamo seduti tra gli specchi fumè di qualche pizzeria di periferia gestita da un’annoiata signora con i capelli bruciati dalle permanente e le unghie con lo smalto rosso scrostato.
“se un giorno dovessi ridurmi così per favore sopprimimi”
“Perchè? Mi piace questo posto, quasi quasi lo compro e veniamo qui a vivere insieme, io mi metto a fare il pizzaiolo e tu indossi collant smagliati sull’alluce e vai a servire ai tavoli”.
Poi tornavamo a casa e tu diventavi più ombroso del solito.

Comunque volevo dirti che è finita proprio quel giorno nel quale ti ho messo il Valium nell’aranciata amara.
Eri arrivato a casa mia in lacrime perchè avevi rivisto la tua ex fidanzata e forse provavi ancora qualcosa per lei. Ti ricordi? Il giorno dopo dovevi partire per Boston e pareva che ogni decisione sulla tua vita futura dipendesse proprio da te e proprio quel giorno lì.
Naturalmente non era vera né una cosa né l’altra ma io quel giorno mi ero stufata di giocare alle Signore dalle Camelie e così per consolarti ti avevo portato un bicchiere di aranciata amara.
“E’ amara!” mi avevi detto
“certo che è amara, è un’aranciata amara come piace a te”.
“ma mi sembra più amara del solito” avevi aggiunto
“è perchè hai pianto, è l’amarezza di questa vita inutile che ti si incolla sul palato”.
Effettivamente dopo un’uscita così c’era poco da aggiungere e infatti di addormentasi quasi subito.

Che poi non è per il Valium nell’aranciata che in fondo era una sciocchezza come tante altre che avevamo fatto insieme, ma è che se te lo avessi detto subito forse avresti evitato tutte quelle interminabili telefonate da Boston nelle quali ti rifiutavi di credere che mi fossi fidanzata con Filippo.

Ci siamo incontrati oggi per caso, io uscivo con il mio casco in testa, lui entrava con il suo codazzo di assistenti dietro.
“che fai non saluti?”
“beh, se ti levi quell’orribile casco dalla testa magari faccio anche prima a riconoscerti”
“non è orribile e soprattutto era in saldo. Usi sempre il solito profumo”
“sempre. E tu hai sempre i soliti capelli morbidi”
“finchè durano. Che ci fai qui?”
“devo tenere una lezione”
“ah bene! Allora ricordati di parlare dell’importanza di mantenere i rapporti con i cittadini”
“in che senso?”
“nel senso che il tuo ufficio stampa fa schifo”
“perchè?”
“lascia perdere, è che son buona e non ne ho fatto di niente”
“ma di che parli?”
“volevo parlare con te prima di scrivere una cosa ma….lascia perdere dai”
“e perchè non mi hai cercato?”
“ci ho provato ma…. niente dai”
Tira fuori un biglietto da visita.
“chiamami”
“si vabbè”
“chiamami”
Ora vedo. Sono nella fase rivoluzionaria. Non so se.

Ho trovato la soluzione

Viscontessa, 11 marzo 2008

L’illuminazione mi dev’essere arrivata verso le quattro di stamattina quando è sceso dal letto un gatto che urtando il cane ha svegliato il pappagallo che si è messo a mangiare i semi.
Fortunatamente però mi sono riaddormentata così ho potuto comunicare al mio staff che avevo trovato la soluzione. Francamente le urla disumane di quei poveri cristi sbranati dal cannibale con i capelli biondi e i denti di Dracula, cominciavano a darmi sui nervi e l’idea di anestetizzare le vittime dedicate al suo pasto quotidiano, non solo ha evitato quel tremendo trambusto di urla ma soprattutto ci ha offerto una soluzione per risolvere il problema della fame nel mondo. L’altro problema della metodologia seguita dalla piccola cannibale infatti, richiedeva un dispendio di energie esagerato. Mangiare qualcuno vivo non è molto facile perchè non c’è verso di convincerlo a farsi mangiare senza protestare, tanto che la piccola cannibale si vedeva costretta da una lotta furiosa che non gli consentiva di mangiarsi più di due persone per volta. Con l’anestesia invece, è stato possibile offrirle un numero illimitato di persone che sono state mangiate solo in parte e quindi sono rimaste vive. Successivamente un’adeguata terapia ha contribuito alla ricrescita dei tessuti sbranati che una volta riformatisi, hanno offerto nuovo nutrimento per la piccola cannibale.
Adesso voi non fissatevi sul dettaglio dei capelli biondi della cannibale, è risaputo che nei sogni i dettagli sono sempre confusi e poco indicativi, ma pensate invece alle enormi potenzialità offerte dalla mia produzione onirica di stanotte.
Comunque per chi invece ci tenesse ai dettagli, sappia che la bambina bionda con i denti aguzzi che si mangiava le persone, aveva un cerchietto nei capelli.

Come on baby

Viscontessa, 10 dicembre 2007

Chiamami ancora Stellina, gioia, mi piace quando mi chiami così.
Mi piacerebbe se tu mi chiamassi Baby….. “come on baby” sussurrato con la voce roca del cantante dei Santa Esmeralda ma non ti conosco ancora bene e non voglio forzarti.
“Come on baby” non ti chiedo niente se non di farmi dimenticare adesso chi sono o cosa sono…dai gioia, diamoci sotto prima che i nostri nomi ci riportino alla realtà e tu mi chieda se “per favore” posso passarti l’acqua e io ti “ringrazi” per avermi tirato su le coperte.
Oh baby, tra qualche ora chiuderò la porta del bagno per fare pipì e non vorrò prestarti il mio spazzolino da denti, ma adesso vorrei sapere tutto di ogni poro della tua pelle e vorrei che penetrassi ogni angolo del mio corpo. Si baby così…. sono la tua stellina silenziosa che ti segue in ogni dimensione fino a quando le tue mani saranno le mie e la mia bocca sarà la tua.
Vorrei confondermi, piccolo, vorrei non sapere più se ciò che ho dentro è mio o tuo e se ci sarà un momento in cui dovrò riprendermi ciò che mi appartene….tutto quello che vuoi, gioa, annulla ogni mio pensiero, fa che non abbia più la forza di pensare a niente, annienta la mia mente e passami l’acqua che se non bevo almeno un sorso muoio disidratata prima di essermi dimenticata che non so neanche come ti chiami.

Postriciclo: il cambio degli armadi

Viscontessa, 24 ottobre 2007

Avevo promesso un resoconto completo sul cambio degli armadi ma poi oggi mi era venuta in mente l’iniziativa del Postricilo e andando a curiosare nel blog per vedere cosa avevo scritto esattamente un anno fa, ho trovato questo e ho capito che era inutile replicare.

Il bilancio è gravissimo, nel soggiorno ci sono ancora cinque sacchi neri di abiti che devono essere ritirati, tre cappotti morti e due feriti, una decina di maglioni straziati dalle tarme, due in terapia intensiva e altri quattro ricoverati nel reparto della biancheria da lavare.
Due sono i capi deceduti senza mai essere neanche stati indossati e non si contano le lenzuola, le coperte e persino le tendine che hanno incontrato il loro destino dei sacchi neri del soggiorno.
Le forze dell’ordine e i soccorsi sono intervenuti prontamente sul luogo della strage e, grazie alla loro tempestività, è stato possibile salvare una mantella in cachemire dalle macerie di capi ormai in fin di vita ma nonostante l’infaticabile lavoro dei soccorritori, non è stato purtroppo possibile salvare i capi che erano già stati eliminati dalla furia omicida della sua padrona.
Dalla sommaria ricostruzione dei fatti che è stato possibile effettuare fino ad adesso, pare che stamattina una donna ancora in pigiama e con lo sguardo che poi i pochissimi testimoni della strage avrebbero descritto invasato, si sia avvicinata alla ante dell’armadio come una casalinga qualsiasi e seguendo quello che a prima vista pareva un piano già preparato da tempo, abbia scaraventato giù i tutti i capi di abbigliamento e di biancheria che si trovavano disordinatamente riposti nell’armadio e pare abbia cominciato a sbatterli per terra dove molti di loro, purtroppo, sono rimasti soffocati dalle coperte e i coltroni venuti giù dai piani alti dell’armadio.
E’ stata una questione di pochi minuti, la donna ha agito rapidamente forse in preda ad un raptus omicida, sicuramente con una precisione e una crudeltà tale che dopo pochi attimi dall’inizio dell’attentato già alcuni calzini, salvi per miracolo forse solo per le loro modestissime dimensioni, si sono trovati sotto ad un cumulo di pantaloni di cui è stato particolarmente difficile e doloroso persino il riconoscimento.
I calzini, tra i pochi testimoni che hanno potuto assistere alla tragedia, sono ancora sotto shock e per questo trattenuti nel cassetto in osservazione.
Ad avvisare della strage è stata la stessa donna che con voce concitata ha chiamato per telefono sua madre: “corri!” le avrebbe detto secondo le prime ricostruzione degli inquirenti “ho fatto una strage! Ho tirato giù dagli armadi persino le mensole e adesso tutto intorno sono piena di cenci che non so dove mettere”.
La donna, accorsa prontamente sul luogo della strage, purtroppo non ha potuto fare altro che constatare l’entità della catastrofe e dopo aver inutilmente chiesto aiuto (all’altra figlia che si è inventata un’influenza che non le permetteva di muoversi da casa) ha cercato di calmare la folle che nel frattempo piangeva disperatamente su un golfino di cachemire grigio finito dalle tarme.
La donna che poi ha rilasciato una breve dichiarazione agli inquirenti, ha detto di aver tentato di calmare la folle chiedendole come mai non avesse messo l’antitarme nell’armadio ma dopo aver scoperto che la folle l’antitarme lo aveva acquistato e riposto nell’armadio ma si era dimenticata di togliere la pellicola protettiva che lo avrebbe reso efficace, si è resa conto che non c’era niente da fare e ha chiamato i soccorsi.
Nel corso di una brevissima conferenza stampa tenuta dalle forze dell’ordine e terminata solo pochi minuti fa, si è venuti a sapere che probabilmente la donna voleva solo fare il cambio degli armadi ma che poi, essendosi trovata di fronte i suoi golf migliori mangiati dalle tarme, abbia del tutto perduto il controllo della situazione e abbia tirato giù tutto quello che si trovava dentro agli armadi. I soccorritori, tre gatti e un cane ancora scossi per l’accaduto, hanno scavato tutto il giorno tra sciarpe, maglioni, guanti, gonne, giacche, pantaloni e persino vecchi collant bucati ordinatamente conservati dentro ad un sacchetto di plastica ma le ricerche dei sopravvissuti non sono ancora terminate anche se ormai le speranze di ritrovare ancora qualche capo in vita, si fanno più labili di ora in ora.
Della donna fino ad adesso si sa pochissimo a parte il fatto che pare che fino ad oggi non avesse mai manifestato nessun tipo di avversione per gli indumenti e che secondo le prime dichiarazioni rilasciate da chi l’ha conosciuta, pare conservasse addirittura lenzuola bucate che lei sosteneva poter essere sempre utili come stracci. Il suo gesto, che fino ad adesso gli specialisti tendono a valutare come il raptus di pazzia di una persona che probabilmente nascondeva già da tempo un malsano rapporto con gli indumenti, ha lasciato increduli tutti i suoi familiari che ignari dell’accaduto, sono rientrati in serata a casa e hanno trovato decine di sacchi “di roba da dare via” (come avrebbe detto la stessa donna), sparsi per tutto l’appartamento.
Il marito, avvicinato dalle nostre telecamere e visibilmente shockato dall’accaduto, si è detto ancora confuso ma anche scettico sulla presunta follia della consorte “mi rendo conto della gravità del gesto compiuto da mia moglie ma sapere che tutte le sue calzature, e in particolar modo i suo stivali, sono usciti indenni dalla sua furia omicida, mi induce a ritenere che parlare di follia per giustificare il suo gesto, sia ancora prematuro. Purtroppo non ho ancora avuto modo di vedere mia moglie ma mi ritengo certo di una spiegazione dell’accaduto da parte sua”.
La donna tanto, in evidente stato confusionale, è stata sedata con una forte dose di pizza prosciutto e funghi e birra in lattina e i sanitari che l’hanno in cura, hanno detto che adesso sta bene e riposa tranquillamente anche se probabilmente tutti gli indumenti che ha eliminato, torneranno a tormentarla nel sonno.
La madre invece, ancora in lacrime per l’accaduto, dopo la breve dichiarazione rilasciata agli inquirenti ha abbandonato l’appartamento della figlia con grossi sacchi di indumenti usati e si è rintanata nel suo appartamento dal quale si rifiuta di rilasciare ulteriori dichiarazioni.

Sei una tetta o una mammella? test dell’estate

Viscontessa, 31 luglio 2007

Pensavo ieri sera, dopo essere incappata in vago sentor di hashish, che la differenza esiste eccome e che questo vago sentor di disagio si colloca perfettamente nel solco tra i seni.
La colpa, me ne rendo conto, è dell’epoca nella quale sono cresciuta o meglio dell’epoca nella quale si è formato quel mio solco tra i seni e ai lati del quale allora non crescevan per lo più tette come oggi, ma giovani mammelle piene di speranze.
Nella spietata lucidità che l’hashish ti mette a disposizione come strumento di riflessione, mi pareva di intravedere un passato privo o quasi di quelle forme di compromesso e di ipocrisia che oggi, nei fiumi inquinati di cocaina, condurrebbero persino un tossico a negare di essersi mai fatti uno spinello. E per quanto sia facile lasciarsi incantare dalla malinconia della propria gioventù giustificando quel languore con la convinzione che la nostra sia stata la gioventù migliore di tutte quelle che ci hanno preceduto o seguito, francamente non riuscivo a trovare nell’orgoglio di posseder la tetta, alcun motivo di consolazione.
Perché la differenza tra una tetta e una mammella è enorme e non rendersene conto è proprio quel tipo di atteggiamento che induce molti a chiedersi che male c’è se nel nostro paese si usano le tette per richiamare l’attenzione su qualsiasi argomento.
La tetta non ha anima, non ha spessore, non ha morbidezza e come un fiore di stagione, conclude il suo ciclo vitale in un tempo brevissimo. La tetta è patinata, siliconata, impertinente, sorretta, ritoccata. La mammella invece è versatile, duttile, disponibile, utile, stanca, morbida e affettuosa. E e quando ad esser puttane non ci si nascondeva dietro alla professione di escort, all’ipocrisia del “solo per gioco”, al paravento dell’amore anche se dura solo una notte, la mammella parlava insieme te e nel suo mostrarsi senza pudore, urlava orrore per i valori di quella famiglia tradizionale (che allora si chiamava borghese) dietro alla quale invece adesso (in un assordante silenzio) si nascondono tutte le tette in circolazione.
La mammella, a differenza della tetta, non ha bisogno di avere dietro una mamma da ringraziare perché essa stessa è madre, essa stessa è completa, essa stessa è sesso e amore e famiglia allo stesso tempo ed essa stessa offre conforto e non ne cerca.
Poi mi sono addormentata a pancia in giù e stamattina quando mi sono svegliata, ci ho messo un bel po’ a capire perché avessi una mano su una tetta…..o era una mammella?

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