Giovinezza mon amour

Viscontessa, 22 Maggio 2008

E pensare che una volta avevo anche tentato il suicidio per te.
Si va bene con trenta gocce di Valium forse non volevo proprio suicidarmi ma insomma mentre attendevo la morte vestita solo con la guepiere di pizzo bianco che mi avevi regalato tu, già ti immaginavo in lacrime ai piedi del mio letto di ospedale dove, come Cathy in Cime Tempestose, ti avrei concesso il mio perdono prima che un giovane e brillante medico follemente innamorato di me mi portasse via per farmi una lavanda gastrica.
Si va bene lo so, con trenta gocce di Valium avrei potuto sperare tutt’al più di dormire qualche ora di troppo ma se tu fossi passato a prendermi e io non avessi sentito il campanello, forse avresti chiamato i pompieri e prima che un giovane e aitante pompiere follemente innamorato di me mi prendesse tra le sue braccia per caricarmi su un’ambulanza, come Mimì ti avrei teso la mia gelida manina.
Ok d’accordo, non avresti chiamato i pompieri e avresti usato le chiavi di casa, ma trovandomi profondamente addormentata con in dosso solo la mia guepiere di pizzo bianco, come il Principe Azzurro mi avresti baciato appassionatamente e io come La bella Addormentata nel Bosco mi sarei risvegliata tra le tue braccia.

Invece quella sera non mi hai neanche telefonato e non lo hai fatto neanche il giorno successivo e neanche quello dopo, tanto che quando ti ho rivisto, circa una settimana dopo, ero così arrabbiata con te che il Valium te l’ho messo nell’aranciata amara quella che mi costringevi a comprare e tenere in frigo perchè a te piaceva tanto.
Tanto prima o poi avrei dovuto dirtelo e ormai sono passati tanti di quegli anni che forse non ti arrabbierai neanche più.
Si però non è stata tutta colpa mia, sei stato tu ad insidiarmi e il fatto che io abbia ceduto così facilmente alle tue avances, non significa che sia stata la sola responsabile di ciò che è accaduto dopo.
Si va bene dopo la fase Doris Day e quella Peace and Love volevo interpretare la Signora dalle Camelie ma anche tu che mi mandavi mazzi di lilium e mi portavi torte di cioccolato e Torcolato da consumare tra le lenzuola non facevi niente per smorzare certe mie piccole manie come quella di girare in piena notte per le pizzerie più squallide della città.
“voglio guardare l’umanità” ti dicevo
”si, mi è venuta fame” mi rispondevi e poco dopo eravamo seduti tra gli specchi fumè di qualche pizzeria di periferia gestita da un’annoiata signora con i capelli bruciati dalle permanente e le unghie con lo smalto rosso scrostato.
“se un giorno dovessi ridurmi così per favore sopprimimi”
“Perchè? Mi piace questo posto, quasi quasi lo compro e veniamo qui a vivere insieme, io mi metto a fare il pizzaiolo e tu indossi collant smagliati sull’alluce e vai a servire ai tavoli”.
Poi tornavamo a casa e tu diventavi più ombroso del solito.

Comunque volevo dirti che è finita proprio quel giorno nel quale ti ho messo il Valium nell’aranciata amara.
Eri arrivato a casa mia in lacrime perchè avevi rivisto la tua ex fidanzata e forse provavi ancora qualcosa per lei. Ti ricordi? Il giorno dopo dovevi partire per Boston e pareva che ogni decisione sulla tua vita futura dipendesse proprio da te e proprio quel giorno lì.
Naturalmente non era vera né una cosa né l’altra ma io quel giorno mi ero stufata di giocare alle Signore dalle Camelie e così per consolarti ti avevo portato un bicchiere di aranciata amara.
“E’ amara!” mi avevi detto
“certo che è amara, è un’aranciata amara come piace a te”.
“ma mi sembra più amara del solito” avevi aggiunto
“è perchè hai pianto, è l’amarezza di questa vita inutile che ti si incolla sul palato”.
Effettivamente dopo un’uscita così c’era poco da aggiungere e infatti di addormentasi quasi subito.

Che poi non è per il Valium nell’aranciata che in fondo era una sciocchezza come tante altre che avevamo fatto insieme, ma è che se te lo avessi detto subito forse avresti evitato tutte quelle interminabili telefonate da Boston nelle quali ti rifiutavi di credere che mi fossi fidanzata con Filippo.

Ci siamo incontrati oggi per caso, io uscivo con il mio casco in testa, lui entrava con il suo codazzo di assistenti dietro.
“che fai non saluti?”
“beh, se ti levi quell’orribile casco dalla testa magari faccio anche prima a riconoscerti”
“non è orribile e soprattutto era in saldo. Usi sempre il solito profumo”
“sempre. E tu hai sempre i soliti capelli morbidi”
“finchè durano. Che ci fai qui?”
“devo tenere una lezione”
“ah bene! Allora ricordati di parlare dell’importanza di mantenere i rapporti con i cittadini”
“in che senso?”
“nel senso che il tuo ufficio stampa fa schifo”
“perchè?”
“lascia perdere, è che son buona e non ne ho fatto di niente”
“ma di che parli?”
“volevo parlare con te prima di scrivere una cosa ma….lascia perdere dai”
“e perchè non mi hai cercato?”
“ci ho provato ma…. niente dai”
Tira fuori un biglietto da visita.
“chiamami”
“si vabbè”
“chiamami”
Ora vedo. Sono nella fase rivoluzionaria. Non so se.

Ho trovato la soluzione

Viscontessa, 11 Marzo 2008

L’illuminazione mi dev’essere arrivata verso le quattro di stamattina quando è sceso dal letto un gatto che urtando il cane ha svegliato il pappagallo che si è messo a mangiare i semi.
Fortunatamente però mi sono riaddormentata così ho potuto comunicare al mio staff che avevo trovato la soluzione. Francamente le urla disumane di quei poveri cristi sbranati dal cannibale con i capelli biondi e i denti di Dracula, cominciavano a darmi sui nervi e l’idea di anestetizzare le vittime dedicate al suo pasto quotidiano, non solo ha evitato quel tremendo trambusto di urla ma soprattutto ci ha offerto una soluzione per risolvere il problema della fame nel mondo. L’altro problema della metodologia seguita dalla piccola cannibale infatti, richiedeva un dispendio di energie esagerato. Mangiare qualcuno vivo non è molto facile perchè non c’è verso di convincerlo a farsi mangiare senza protestare, tanto che la piccola cannibale si vedeva costretta da una lotta furiosa che non gli consentiva di mangiarsi più di due persone per volta. Con l’anestesia invece, è stato possibile offrirle un numero illimitato di persone che sono state mangiate solo in parte e quindi sono rimaste vive. Successivamente un’adeguata terapia ha contribuito alla ricrescita dei tessuti sbranati che una volta riformatisi, hanno offerto nuovo nutrimento per la piccola cannibale.
Adesso voi non fissatevi sul dettaglio dei capelli biondi della cannibale, è risaputo che nei sogni i dettagli sono sempre confusi e poco indicativi, ma pensate invece alle enormi potenzialità offerte dalla mia produzione onirica di stanotte.
Comunque per chi invece ci tenesse ai dettagli, sappia che la bambina bionda con i denti aguzzi che si mangiava le persone, aveva un cerchietto nei capelli.

Come on baby

Viscontessa, 10 Dicembre 2007

Chiamami ancora Stellina, gioia, mi piace quando mi chiami così.
Mi piacerebbe se tu mi chiamassi Baby….. “come on baby” sussurrato con la voce roca del cantante dei Santa Esmeralda ma non ti conosco ancora bene e non voglio forzarti.
“Come on baby” non ti chiedo niente se non di farmi dimenticare adesso chi sono o cosa sono…dai gioia, diamoci sotto prima che i nostri nomi ci riportino alla realtà e tu mi chieda se “per favore” posso passarti l’acqua e io ti “ringrazi” per avermi tirato su le coperte.
Oh baby, tra qualche ora chiuderò la porta del bagno per fare pipì e non vorrò prestarti il mio spazzolino da denti, ma adesso vorrei sapere tutto di ogni poro della tua pelle e vorrei che penetrassi ogni angolo del mio corpo. Si baby così…. sono la tua stellina silenziosa che ti segue in ogni dimensione fino a quando le tue mani saranno le mie e la mia bocca sarà la tua.
Vorrei confondermi, piccolo, vorrei non sapere più se ciò che ho dentro è mio o tuo e se ci sarà un momento in cui dovrò riprendermi ciò che mi appartene….tutto quello che vuoi, gioa, annulla ogni mio pensiero, fa che non abbia più la forza di pensare a niente, annienta la mia mente e passami l’acqua che se non bevo almeno un sorso muoio disidratata prima di essermi dimenticata che non so neanche come ti chiami.

Postriciclo: il cambio degli armadi

Viscontessa, 24 Ottobre 2007

Avevo promesso un resoconto completo sul cambio degli armadi ma poi oggi mi era venuta in mente l’iniziativa del Postricilo e andando a curiosare nel blog per vedere cosa avevo scritto esattamente un anno fa, ho trovato questo e ho capito che era inutile replicare.

Il bilancio è gravissimo, nel soggiorno ci sono ancora cinque sacchi neri di abiti che devono essere ritirati, tre cappotti morti e due feriti, una decina di maglioni straziati dalle tarme, due in terapia intensiva e altri quattro ricoverati nel reparto della biancheria da lavare.
Due sono i capi deceduti senza mai essere neanche stati indossati e non si contano le lenzuola, le coperte e persino le tendine che hanno incontrato il loro destino dei sacchi neri del soggiorno.
Le forze dell’ordine e i soccorsi sono intervenuti prontamente sul luogo della strage e, grazie alla loro tempestività, è stato possibile salvare una mantella in cachemire dalle macerie di capi ormai in fin di vita ma nonostante l’infaticabile lavoro dei soccorritori, non è stato purtroppo possibile salvare i capi che erano già stati eliminati dalla furia omicida della sua padrona.
Dalla sommaria ricostruzione dei fatti che è stato possibile effettuare fino ad adesso, pare che stamattina una donna ancora in pigiama e con lo sguardo che poi i pochissimi testimoni della strage avrebbero descritto invasato, si sia avvicinata alla ante dell’armadio come una casalinga qualsiasi e seguendo quello che a prima vista pareva un piano già preparato da tempo, abbia scaraventato giù i tutti i capi di abbigliamento e di biancheria che si trovavano disordinatamente riposti nell’armadio e pare abbia cominciato a sbatterli per terra dove molti di loro, purtroppo, sono rimasti soffocati dalle coperte e i coltroni venuti giù dai piani alti dell’armadio.
E’ stata una questione di pochi minuti, la donna ha agito rapidamente forse in preda ad un raptus omicida, sicuramente con una precisione e una crudeltà tale che dopo pochi attimi dall’inizio dell’attentato già alcuni calzini, salvi per miracolo forse solo per le loro modestissime dimensioni, si sono trovati sotto ad un cumulo di pantaloni di cui è stato particolarmente difficile e doloroso persino il riconoscimento.
I calzini, tra i pochi testimoni che hanno potuto assistere alla tragedia, sono ancora sotto shock e per questo trattenuti nel cassetto in osservazione.
Ad avvisare della strage è stata la stessa donna che con voce concitata ha chiamato per telefono sua madre: “corri!” le avrebbe detto secondo le prime ricostruzione degli inquirenti “ho fatto una strage! Ho tirato giù dagli armadi persino le mensole e adesso tutto intorno sono piena di cenci che non so dove mettere”.
La donna, accorsa prontamente sul luogo della strage, purtroppo non ha potuto fare altro che constatare l’entità della catastrofe e dopo aver inutilmente chiesto aiuto (all’altra figlia che si è inventata un’influenza che non le permetteva di muoversi da casa) ha cercato di calmare la folle che nel frattempo piangeva disperatamente su un golfino di cachemire grigio finito dalle tarme.
La donna che poi ha rilasciato una breve dichiarazione agli inquirenti, ha detto di aver tentato di calmare la folle chiedendole come mai non avesse messo l’antitarme nell’armadio ma dopo aver scoperto che la folle l’antitarme lo aveva acquistato e riposto nell’armadio ma si era dimenticata di togliere la pellicola protettiva che lo avrebbe reso efficace, si è resa conto che non c’era niente da fare e ha chiamato i soccorsi.
Nel corso di una brevissima conferenza stampa tenuta dalle forze dell’ordine e terminata solo pochi minuti fa, si è venuti a sapere che probabilmente la donna voleva solo fare il cambio degli armadi ma che poi, essendosi trovata di fronte i suoi golf migliori mangiati dalle tarme, abbia del tutto perduto il controllo della situazione e abbia tirato giù tutto quello che si trovava dentro agli armadi. I soccorritori, tre gatti e un cane ancora scossi per l’accaduto, hanno scavato tutto il giorno tra sciarpe, maglioni, guanti, gonne, giacche, pantaloni e persino vecchi collant bucati ordinatamente conservati dentro ad un sacchetto di plastica ma le ricerche dei sopravvissuti non sono ancora terminate anche se ormai le speranze di ritrovare ancora qualche capo in vita, si fanno più labili di ora in ora.
Della donna fino ad adesso si sa pochissimo a parte il fatto che pare che fino ad oggi non avesse mai manifestato nessun tipo di avversione per gli indumenti e che secondo le prime dichiarazioni rilasciate da chi l’ha conosciuta, pare conservasse addirittura lenzuola bucate che lei sosteneva poter essere sempre utili come stracci. Il suo gesto, che fino ad adesso gli specialisti tendono a valutare come il raptus di pazzia di una persona che probabilmente nascondeva già da tempo un malsano rapporto con gli indumenti, ha lasciato increduli tutti i suoi familiari che ignari dell’accaduto, sono rientrati in serata a casa e hanno trovato decine di sacchi “di roba da dare via” (come avrebbe detto la stessa donna), sparsi per tutto l’appartamento.
Il marito, avvicinato dalle nostre telecamere e visibilmente shockato dall’accaduto, si è detto ancora confuso ma anche scettico sulla presunta follia della consorte “mi rendo conto della gravità del gesto compiuto da mia moglie ma sapere che tutte le sue calzature, e in particolar modo i suo stivali, sono usciti indenni dalla sua furia omicida, mi induce a ritenere che parlare di follia per giustificare il suo gesto, sia ancora prematuro. Purtroppo non ho ancora avuto modo di vedere mia moglie ma mi ritengo certo di una spiegazione dell’accaduto da parte sua”.
La donna tanto, in evidente stato confusionale, è stata sedata con una forte dose di pizza prosciutto e funghi e birra in lattina e i sanitari che l’hanno in cura, hanno detto che adesso sta bene e riposa tranquillamente anche se probabilmente tutti gli indumenti che ha eliminato, torneranno a tormentarla nel sonno.
La madre invece, ancora in lacrime per l’accaduto, dopo la breve dichiarazione rilasciata agli inquirenti ha abbandonato l’appartamento della figlia con grossi sacchi di indumenti usati e si è rintanata nel suo appartamento dal quale si rifiuta di rilasciare ulteriori dichiarazioni.

Sei una tetta o una mammella? test dell’estate

Viscontessa, 31 Luglio 2007

Pensavo ieri sera, dopo essere incappata in vago sentor di hashish, che la differenza esiste eccome e che questo vago sentor di disagio si colloca perfettamente nel solco tra i seni.
La colpa, me ne rendo conto, è dell’epoca nella quale sono cresciuta o meglio dell’epoca nella quale si è formato quel mio solco tra i seni e ai lati del quale allora non crescevan per lo più tette come oggi, ma giovani mammelle piene di speranze.
Nella spietata lucidità che l’hashish ti mette a disposizione come strumento di riflessione, mi pareva di intravedere un passato privo o quasi di quelle forme di compromesso e di ipocrisia che oggi, nei fiumi inquinati di cocaina, condurrebbero persino un tossico a negare di essersi mai fatti uno spinello. E per quanto sia facile lasciarsi incantare dalla malinconia della propria gioventù giustificando quel languore con la convinzione che la nostra sia stata la gioventù migliore di tutte quelle che ci hanno preceduto o seguito, francamente non riuscivo a trovare nell’orgoglio di posseder la tetta, alcun motivo di consolazione.
Perché la differenza tra una tetta e una mammella è enorme e non rendersene conto è proprio quel tipo di atteggiamento che induce molti a chiedersi che male c’è se nel nostro paese si usano le tette per richiamare l’attenzione su qualsiasi argomento.
La tetta non ha anima, non ha spessore, non ha morbidezza e come un fiore di stagione, conclude il suo ciclo vitale in un tempo brevissimo. La tetta è patinata, siliconata, impertinente, sorretta, ritoccata. La mammella invece è versatile, duttile, disponibile, utile, stanca, morbida e affettuosa. E e quando ad esser puttane non ci si nascondeva dietro alla professione di escort, all’ipocrisia del “solo per gioco”, al paravento dell’amore anche se dura solo una notte, la mammella parlava insieme te e nel suo mostrarsi senza pudore, urlava orrore per i valori di quella famiglia tradizionale (che allora si chiamava borghese) dietro alla quale invece adesso (in un assordante silenzio) si nascondono tutte le tette in circolazione.
La mammella, a differenza della tetta, non ha bisogno di avere dietro una mamma da ringraziare perché essa stessa è madre, essa stessa è completa, essa stessa è sesso e amore e famiglia allo stesso tempo ed essa stessa offre conforto e non ne cerca.
Poi mi sono addormentata a pancia in giù e stamattina quando mi sono svegliata, ci ho messo un bel po’ a capire perché avessi una mano su una tetta…..o era una mammella?

Cara amica mi manchi

Viscontessa, 25 Luglio 2007

Cara amica mi manchi,
volevo dirtelo perché qui ho fatto un ottimo lavoro e adesso manchi solo tu ma non ero sicura di avertelo detto e non sapevo neanche come fare a spiegarti che ero sparita perché dovevo rimettere in ordine.
Perché cara amica mi chiedevo se ti eri mai accorta del bisogno che talvolta provo di mettere ordine tra le cose come quando quell’estate spazzavo sempre il giardino perché cadevano le foglie e tu sorridevi mentre io mi affannavo in quel lavoro inutile.
Anche adesso spazzo via le foglie del giardino ma lo faccio con quell’indolenza a cui ti conduce la malinconia quando arriva senza essere invitata.
Così ho cambiato le lenzuola del mio letto e ho rimesso le nostre lenzuola bianche di lino di quella notte nella quale ci siamo addormentate mano nella mano e nella quale avrei voluto che l’amore fosse sempre così morbido come la tua pelle nuda.
Quella notte non ti ho detto niente e anche tu ti sei addormentata mentre le foglie del giardino si posavano lievi sul nostro sonno, e non ti ho detto niente neanche il giorno dopo mentre quell’essere femmine insieme, in un mondo di maschi, ci rendeva complici di un gioco che non abbiamo mai fatto.
Ma forse è l’attesa, forse come quando da ragazzina sognavi la tua prima volta, ogni prima volta ha bisogno di essere sognata, preparata e condivisa da un desiderio che non si fa così impellente come l’amore con gli uomini. Qualcosa di profumato, liscio, morbido come le labbra di un bambino che cercano il seno della madre o mani delicate ed armoniose che suonano uno strumento familiare.
Mi manchi tu e mi mancano altri vecchi amici con cui abbiamo condiviso quella primavera che si è dilatata come un sogno di mezza estate mentre accaldata assaporavo il gusto di un pensiero imprevisto e imprevedibile che è poi rimasto incastrato tra le cime di un melograno.
E mi manchi in questo momento che è sempre la solita estate che non lascia spazio all’urgenza, alla fretta, alle corse affannose in cerca di un piacere che invade la mente e il cuore ma brucia come questa nostra infuocata penisola.
Il mio giardino tanto è sempre uguale con le sue poltroncine di vimini sulle quali immaginavo di sfiorare sinuosi confini e morbide curve mentre mari in tempesta abbattevano argini per riversarsi tra le nostre lunghe gambe distese al sole. Ed è sempre uguale la mia pelle leggermente abbronzata, il mio sguardo imbronciato, la dolcezza dei miei pensieri quando hanno finito di mettere ordine nelle cose.
Lieve, struggente e accogliente si fa talvolta il desiderio.
Volevo raccontarti tante cose.
Ma lo avrei fatto dopo con una sigaretta tra quelle dita avvolte da un aroma familiare e sconosciuto.

Pensierino della sera

Viscontessa, 18 Luglio 2007

Ieri mi è impazzito il Shynistat, ad un certo punto della giornata mi ha inviato un messaggio e mi ha detto che lui non era pagato per contare oltre i mille accessi al giorno. Poi mi ha detto che se volevo tirarmela con il gioco degli accessi dovevo pagare e comprarmi la versione superiore.
Ma chi te l’ha chiesto? Gli ho detto io, ma lui si è fermato su 1001 tanto per farmi vedere che volendo sapeva fare molto di più e poi si è ritirato in un ostentato silenzio.
Che sfiga, ho pensato, famosa senza neanche darla (purtroppo).

Il primo figlio: una scelta consapevole

Viscontessa, 2 Maggio 2007

Ad aprile, ripensando con un filo di nostalgia alla Pasqua appena trascorsa in compagnia della sorella e dei nipoti, lei si osserva attentamente allo specchio e si accorge che quella stessa ruga sulla fronte di sorella, è molto più sorridente della sua sempre così accigliata per il lavoro.

I primi di maggio si è convinta che è arrivato il momento e ne parla prima con sua sorella, poi con sua mamma, quindi con le amiche, le colleghe, la cognata, la portinaia, la ginecologa, la psicologa, la fornaia, la personal trainer, l’istruttrice di spinning e infine con il marito.
E’ deciso, raggiunti gli obbiettivi lavorativi, sentimentali, economici e sociali, lei vuole un figlio.
Lui nell’ordine è atterrito, preoccupato, timoroso, incuriosito e infine moderatamente contento.
Ma si mostra subito entusiasta.

Lei smette di fumare, di mangiare tramezzini, di fare spinning, di tingersi i capelli e di prendere la pillola, poi si sottopone ad un ciclo completo di analisi, si iscrive ad un corso di yoga, si fa prescrivere una dieta, si fa consigliare un’ostetrica, si abbona a tutte le riviste del settore e divora decine di libri di pedagogia.
Lui approfitta della situazione ogni sera.

Lei ha calcolato che se resta incinta a settembre il bambino nasce inizio estate ovvero il momento migliore sia per distaccarsi dal lavoro che per il bambino che può può godersi i primi mesi di vita nei mesi caldi, a novembre però non è ancora rimasta incinta e i primi di dicembre è già sicurissima che esista un problema di fertilità e si rivolge ad un centro specializzato dove fissa, per gennaio dopo le vacanze natalizie, una visita di controllo per il marito. Le statistiche parlano chiaro, sono più gli uomini delle donne a soffrire di problemi di infertilità e poi lei ha già fatto tutte le analisi qualche mese prima.
Lui è terrorizzato e comincia a soffrire di incubi notturni.

Lei a fine dicembre rimane incinta.
Lui è terrorizzato e comincia a frequentare una chat per cuori solitari.

I primi di gennaio lei si vede già grassa.
Lui invece le vede solo un seno enorme e tenta, questa volta senza successo, di approfittare, della situazione.

I primi di febbraio lei vomita tutta il giorno.
Lui gioca con la play station.

I primi di marzo c’è la prima ecografia e lei è così emozionata da guardare su internet quanto costi un ecografo, le piacerebbe acquistarne uno.
Lui l’accompagna dal ginecologo e sviene non appena sente il battito del cuore del bambino. Poi si riprende e sorride inebetito senza riuscire a capire niente dell’immagine che passa sullo schermo dell’ecografo.
Anche lei non capisce niente, per questo vuole acquistarsi un ecografo.

Ad aprile lei dorme tutto il giorno e la sera va a letto alle otto.
Lui chatta con Rosa Tatuata fino alle quattro di mattina.

A maggio lei piange in continuazione.
Lui pensa di acquistarsi una moto.

A giugno lei decide che bisogna fare qualche lavoretto in casa prima che arrivi il bambino.
Lui butta via il catalogo delle moto e acquista una cazzuola e quindici chili di tinta color pastello.

A luglio lei decide che è arrivato il momento di preparare il corredino.
Lui disinveste i titoli in borsa.

Ad agosto lei che ormai è diventata una balena decide che devono andare al mare e lì gli ormoni impazziti le giocano brutti scherzi: vorrebbe fare l’amore tutto il giorno.
Lui è atterrito, mentre cerca di fare l’amore con lei pensa a Rosa Tatuata.

A settembre lei è tutto quello che è stata nei mesi precedenti tutto insieme: piange, dorme, parla di emorroidi, vuol fare l’amore, si vede grassa, è nervosa, ride, sistema i mobiletti del bagno arrampicata su una scala, si confida con la portinaia e chiede a lui di tagliarle le unghie dei piedi.
Lui è perdutamente innamorato di Rosa Tatuata ma va bene anche la portinaia purchè lei torni ad essere la donna di cui si era innamorato.

Poi lei ha la prima contrazione.
Anche lui.
Lei vuole andare in ospedale.
Anche lui.
Lei comincia ad avere contrazioni sempre più ravvicinate.
Anche lui. Un attacco fulminante di colite spastica.

Poi il ginecologo dice ci siamo.
Per lei e lui da quel momento niente sarà più come prima.

Pubblicato su “sorelle d’italia”

Dimmi che mi vuoi bene

Viscontessa, 11 Aprile 2007

Caro lettore, ma quanto bene mi vuoi?
Mi farebbe piacere che in questa serata nella quale sono solo in attesa di un’ora umanamente accettabile per andare a letto, tu mi dicessi quanto bene mi vuoi.
Non ti chiederò, caro lettore, di rincalzarmi le coperte, di cantarmi una ninna nanna e di darmi il bacino della buona notte, ma sarebbe davvero cosa gradita se tu adesso volessi lasciarmi una manifestazione del tuo affetto
So già che non lo merito e lo so perchè tu caro lettore, non ricevi da me neanche uno straccio di visita nella tua casetta, né una mail o una telefonata e neanche un messaggino, ma magari caro lettore la tua vita virtuale è ricca di soddisfazioni mentre la mia si fa di giorno in giorno più misera per via di questo brutto carattere che mi ritrovo. Abbi pazienza caro lettore e voglimi bene lo stesso perchè io stasera ho messo i miei calzini preferiti in lavatrice e sarò per questo costretta a dormire con i piedini nudi e io, caro lettore, posso sopportare tante cose persino una lezione di gag con Marcus che scandisce il tempo contando “una…duea….trea….ohoh….” ma non riesco proprio a prendere sonno senza i miei calzini preferiti ai piedi.
E poi caro lettore, e non lo dico per impietosirti, la notte di Pasqua mentre i bambini sognavano i pulcini di peluche, le massaie gli agnellini in forno e gli uomini le coniglette di Play Boy, io sognavo che giovedì sarei morta e domani, guarda tu il caso, è proprio giovedì
Non sono sicura, caro lettore, di aver aver sistemato tutto quello che mi ero ripromessa di fare nel sogno, ma la mancanza dei miei calzini preferiti è sicuramente un brutto segno e se adesso tu non mi dici quanto bene mi vuoi, può essere che domani magari te ne penti e io non posso farci più niente.
Ma quanto bene mi vuoi caro lettore? Ma lo sai caro lettore che nell’ultimo anno questo blog l’ho tenuto in vita solo per te? Lo sai che io già da molto tempo avrei preferito dedicarmi al niente più totale mentre invece sono ancora qui per te per rammentarti che mentre invece non si dice?
E poi che ti costa, mica devi sopportarmi tu stanotte con i miei piedini freddi tutti raggomitolati l’uno sull’altro! Raggomitolati tutti sul lato destro che su quello sinistro mi fa male la coscia sulla quale sono caduta lunedì dai pattini.
Si ecco caro lettore, ho anche la bua su quel gran pezzo di coscia che mi ritrovo, un gran bel pezzo di coscia attaccato alla tibia da un’impalcatura che mi hanno trapiantato nella gamba esattamente tre anni fa. Già caro lettore, forse tu non lo sai, ma oltre a non avere i miei calzini preferiti, oltre ad aver sognato con largo anticipo che domani muoio, oltre ad essere oltre modo convinta che nella vita non combinerò niente di buono, tre anni fa mi sono anche rotta il piatto tibiale e adesso una gamba cionca e una brutta cicatrice.
E allora caro lettore, ma che ti costa? Quante volte caro lettore hai detto a qualcuno che gli volevi tanto, ma tanto tanto bene? E quante volte hai aggiunto “come amico/a” mentre il tuo interlocutore scoppiava in un pianto dirotto e tu battendo nervosamente il piedino per terra ti chiedevi quando avrebbe smesso? Ecco caro lettore, a me va benissimo che tu mi dica che mi vuoi tanto tanto bene come amica. Io mi accontento caro lettore, giuro che non piangerò chiedendoti se magari un giorno la nostra amicizia potrà trasformarsi in qualcosa di più e non ti chiederò neanche l’ultimo bacio, l’ultima sigaretta e tanto meno l’ultimo trombino in ricordo del tempo che fu.
Dal canto mio, caro lettore, sappi che ti voglio un gran bene, anzi tutto il bene del mondo perchè voler bene non costa davvero niente e per un “io ti voglio bene e tu lo sai” non è mai morto nessuno.
O almeno spero.

Io e il mio blog non siamo più una coppia affiatata come un tempo

Viscontessa, 6 Febbraio 2007

Sono esattamente quattro giorni che vado a letto tardissimo nel tentativo di scrivere qualcosa.

Sono quattro giorni che ci penso, quattro giorni che scrivo, quattro giorni che cancello tutto e quattro giorni che vado a letto tardi con la speranza che il giorno dopo sarà migliore.

Sono quattro giorni insomma che cerco le parole adatte per spiegare che non ho più alcuna voglia di scrivere e quattro giorni in cui penso a quanto questo in fondo mi dispiaccia.

E’ successo all’improvviso, all’improvviso, dopo mesi di tentennamenti, mi sono semplicemente resa conto che avevo chiuso tutti i conti con il passato, che non avevo più alcuna ambizione per il futuro e questo presente, nudo e crudo così come mi si presenta ogni mattina, non ha niente che meriti di essere rielaborato e descritto.

Tanto per cominciare, e anche questo è un sintomo di cui soffrivo già da qualche tempo, non ho più alcun interesse per il genere umano se non nella sua forma più carnale che espressa in parole potrebbe essere tradotta con “cazzo quanto è brutto quello” o cose del genere.

Non ho amici ma non ho neanche nemici mentre coltivo con un crescente e rinnovato interesse, i rapporti superficiali ed occasionali ai quali la vita di tutti i giorni mi costringe.

E in questa nuovo coltivazione dei rapporti superficiali, sono anche e inaspettatamente piuttosto brava tanto che mi trovo ad essere molto più affabile e disponibile di quanto non sia mai stata in vita mia. In fondo quando si mantiene un certo distacco è molto più semplice assolvere meglio il proprio compito.

In secondo luogo poi, e anche di questo dovevo prenderne atto, dopo la morte del mio cane anche il regno animale non mi suscita più quei sentimenti di struggente tenerezza che da sempre mi avevano accompagnato osservando gli animali. Li osservo ancora e ancora mi prendo cura di loro ma con la morte di Otto si è spezzato l’incantesimo del primo amore e tutti gli amori successivi, per quanto appaganti, maturi e saggi, non saranno mai così viscerali come quello che ho provato per il mio cane.

Infine sto alimentando una sempre crescente intolleranza per i fiumi di parole inutili che si sprecano ovunque. Il mondo, arrivata ad oggi, ho deciso che si divide in due categorie che non comunicano tra loro e che tra loro non sono legate da niente se non dal filo dell’ipocrisia che conduce i primi (quelli che possono) a sprecare miliardi di parole nel tentativo di convincerci pubblicamente di appartenere a quelli della seconda categoria ovvero quelli che non possono.

Di questo argomento, per esempio, avrei da scrivere per giornate intere ma si è talmente radicata in me la convinzione che appunto le parole non servano a niente, che non sprecherò neanche una parola in più nel tentativo di contagiarvi con la mia indignazione.

Anzi, ora me ne vado a letto perchè dormire fa bene alla pelle e la pelle è l’organo più superficiale ed esteso dell’essere umano e questo voglio occuparmi d’ora in avanti.

p.s prima di andare a letto devo in tutti i modi dire questa cosa perchè se non la dico non riesco a ritrovare quel briciolo di serenità che mi necessita per dormire bene.

Questo blog non ha più alcun senso, non mi serve più per mettere ordine nella mia vita, non mi serve per fare nuove amicizie, non mi serve per il mio lavoro nè per offrirmi la possibilità di frequentare ambienti nuovi, diversi o stimolanti e non mi serve più neanche per sorridere. Non voglio dire che lo chiuderò perchè nella mia vita non ho mai avuto il coraggio di chiudere niente però…..ecco, tra noi è finita. E’ stato bello finchè è durata, con te sono stata bene e anche adesso non dico che stare insieme a te non sia piacevole però….insomma…..spero che rimarremo amici e come si fa con gli amici mi farò viva quando avrò bisogno di te….magari anche domani o tra un mese o non so….ti va? (si che ti va! sei solo uno stupido blog per cui non hai alcun diritto di replica!)





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