dai diamanti non nasce niente

Viscontessa, 9 febbraio 2006

Le donne sono degli esseri stralunati e pieni di stranezze incomprensibili.

Con le donne non sai mai come ti devi comportare, porti dei fiori alla tua compagna e quella ti chiede cosa hai combinato per essere così stranamente gentile, la volta dopo porti a casa un etto di prosciutto e quella si lamenta della tua mancanza di romanticismo e quando il giorno dopo le dici che hai prenotato un ristorantino a lume di candela, quella ti si rivolta contro chiedendoti “e i bambini? Come facciamo con i bambini?” anche se i bambini hanno ormai vent’anni e sanno benissimo cosa fare di se stessi.

E poi le donne parlano in continuazione, metti insieme due donne che non si sono mai viste prima e quelle dopo mezz’ora si sono già raccontate tutta la loro vita compresi i particolari intimi sulla loro relazione con il compagno.

Donne! Non sai mai da che parte prenderle, non vedono l’ora di sposarsi e mettere su famiglia anche se tu cerchi di convincerle che non ti senti pronto, che le ami ma sei uno spirito libero, che la fedeltà è una virtù di cui non ti sei ancora ammantato e poi, alla prima scappatella matrimoniale fanno le valige e se ne vanno. “speravo che tu fossi cambiato” dicono un attimo prima di sbattere la porta di casa. “E perché dovevo cambiare?” ti chiedi tu affogando in un mare di camice da stirare.

E poi donne! “come sto vestita così?” “benissimo” rispondi tu con un sorriso a 56 denti e quelle corrono a cambiarsi tirando fuori dall’armadio un abito con il cartellino ancora attaccato sopra sostenendo che un abito vecchio e che semplicemente tu (bastardo!) non lo avevi mai notato.

Donne! Per loro il sesso è più complicato di una partita a Trivial Pursuit in russo! Perché per le donne il sesso non è mai solo sesso ma un’insieme di cose che tu non sarai mai in grado di valutare e comprendere fino in fondo.

Perché tu in fondo sei uno spirito semplice, torni a casa stanco dal lavoro e mentre lei spignatta tra i fornelli con i capelli tenuti su da un mestolo, tu vorresti metterglielo subito in bocca per rilassarti un po’ e lei invece ti racconta tutta la sua giornata di frustrazioni materne di impegni lavorativi e di guardaroba da rinnovare.

Per te la casa è mangiare, dormire, cacare, scopare e guardare le partite di calcio. Per lei invece è parlare, programmare, condividere, organizzare. Quando le vostre esigenze si incontrano con le sue, le cose vanno per il verso giusto ma quando il vostro sonno si interseca con la sua voglia di parlare o il vostro cacare con la sua esigenza di farsi una maschera di bellezza, allora la convivenza si fa più dura.

Però, siamo sinceri, se le vostre esigenze di base sono tutto sommato un po’ rozze ma comprensibili, quella della cacca è veramente una stranezza che non trova eguali in nessuna delle stranezze femminili.

Perché le donne, come tutti gli animali, defecano alla bisogna: il sistema è semplice, mi scappa, vado in bagno, mi ci trattengo il tempo necessario mentre con l’occasione rimetto a posto il mobiletto dei medicinali, tiro l’acqua, mi lavo ed esco.

Gli uomini invece no.

Gli uomini si alzano la mattina con quel pensiero fisso. Entrano in bagno e vi stazionano per almeno un’ora portandosi dietro, nella migliore delle ipotesi, l’ultimo numero di Tex Willer o di Lancia Story, ma ho conosciuto uomini che si portavano dietro anche il computer, i libri di studio e persino la macchina fotografica.

Quando poi escono finalmente dal bagno, si sentono in dovere di comunicare a tutta la famiglia l’esito finale del loro parto ed alcuni, se solo gli fosse concesso, esibirebbero anche una biopsia, un’immagine fotografica, una relazione scritta su quello che hanno appena prodotto.

Non solo sull’argomento non hanno alcun pudore, ma addirittura spesso ritengono che sia da quell’esigenza fisica che dipenda il buon esito della giornata. Una specie di oroscopo di merda da consultare spesso e ovunque e se per caso chiedi ad uomo quando l’ha fatta l’ultima volta, lui ti guarderà stupito e ti risponderà “stamattina!” un po’ offeso non tanto dalla domanda indiscreta, ma dal dubbio insito nella domanda stessa..

Per gli uomini ogni cacata è un parto, è la prova che anche loro sono capaci di creare qualcosa con il loro corpo, è il loro modo di sentirsi veramente appagati.

Piccole maternità quotidiane.

 

unghie french

Viscontessa, 9 febbraio 2006
Io ho mani da carpentiere.
Mi guardavo oggi guidando sulla superstrada mentre le buche sull’asfalto sono l’unica cosa che ti tiene in compagnia.
Più che le grandi opere basterebbe un po’ di manutenzione alle vecchie ma questa è un’altra storia.
Mi guardavo quindi le mani con le unghie cortissime e quella pelle più dura  sull’esterno degli indici che evidentemente soffrono di più della mia disattenzione per loro. E poi la cicatrice di quella caduta in bicicletta e quella di quando, da bambina, mi sono bruciata col vapore del ferro da stiro. E questa è la caffettiera e quest’altra il morso del cane di mia zia.
Mani grandi e non più giovani, il pollice non mi tocca neanche il polso e le dita stanno dritte come fusi invece che morbide come le mani della Loren. E poi i segni della carta che sporca e del freddo che screpola e dei detersivi che corrodono e del cane che spela e del fumo che puzza.
Posso anche cambiare una gomma dell’auto e fare un foro sul muro con una punta dell’otto. Ed è una gran bella libertà, credete.

Qualche volta, a dire il vero, mi viene voglia di farmi crescere le unghie. Di solito d’estate quando non devo portare i guanti e il caldo comunque ti porta via ogni energia del fare. E a volte le faccio crescere un po’ e per un po’ le curo limandole, mettendo i guanti per i detersivi, dandomi la crema e lo smalto ed evitando soprattutto di  fare il giardiniere, l’elettricista, la massaia, il falegname o il carpentiere.
Perché quando hai le unghie lunghe non puoi fare assolutamente niente se non del finto sesso spinto perché anche quello, se spingi troppo, si graffia tutto e alla fine si rovinano le unghie. Per esempio, per chi fosse avvezzo a festeggiare l’orgasmo agguantando il cuscino, il culo del partner o anche il gatto che giace lì vicino, l’unghia lunga può essere davvero pericolosa e la soluzione migliore pare che alla fine sia quella di far frullare le mani nell’aria a mo’ di quella canzoncina da bambini che recitava “batti manine che viene papà” che di erotico non ha proprio un bel niente anche se papà è ovviamente perfettamente sostituibile.
E poi con le unghie lunghe perdi praticamente la sensibilità della punta delle dita. Avete mai provato a scrivere su una tastiera con le unghie lunghe? Devi tenere le dita tutte distese e se le unghie sono comunque troppo lunghe, ti si incastrano tra i tasti della tastiera come tra le calze, nel golf, nell’orecchio, tra l’insalata da lavare e talvolta anche nella crema antirughe che ti resta tutta sotto le unghie e lì non serve a niente. Per non parlare poi dell’impossibilità di grattarsi un occhio senza cavarsi il bulbo oculare o di grattarsi la testa senza farsi venire un etto di forfora.

Fatto sta che comunque, pur non risolvendo alcuno dei problemi poco prima enunciati, esiste adesso un metodo che ti consente quanto meno di avere unghie robuste  tutte della medesima lunghezza, e soprattutto prive di quelle terribili curvature che assumono le unghie naturali: ad uncino, a curva, a punta ritta.
E sono terribili, così terribili da farmi impressione. Ma le avete mai viste?
Nelle nostre città si aggirano donne con unghie in vetroresina bicolore. Unghie così dure e così spesse da poterci tagliare la bistecca senza coltello. Mani enormi, arrossate, screpolate e vigorose con unghie enormi che battono sulle tastiere come mazzuoli su pietra o agguantano deretani maschili come morse d’acciaio.
Unghie terribili da sottoporre a manutenzione ordinaria per rinforzarne la consistenza.
Unghie French come baci francesi…i tempi cambiano, che tristezza.

Il parrucchiere (post settimanale)

Viscontessa, 11 gennaio 2006

La mia mamma va dal parrucchiere tutti i sabato pomeriggio.

“vado a farmi i capelli che ho una testa che fa schifo” e torna con quello che a me sembra il pelo di un talpone morto sulla testa. Però laccato.

Mia nonna invece, che era donna di raffinato gusto francese, andava dalla “pettinatrice” e tornava con i capelli turchini anche se di solito portava a giro quei suoi capelli bianchi con il taglio alla francese e la foggia casuale del momento.

Io dal parrucchiere non vado spesso, i capelli mi crescono poco e sono talmente fini, lisci e contemporaneamente ribelli che l’estro di nessun parrucchiere è mai riuscito a domarne lo spirito.

E poi ho imparato prestissimo che il parrucchiere contro le delusioni d’amore è più pericoloso di una scatola intera di barbiturici: a ritrovarsi con la testa rasata da un lato e un color verde pallido sull’altro, non ci vuole niente.

Prima il parrucchiere si chiamava parrucchiere e aveva nomi come Manolo, Alvaro, Gina. Qualcuno ardiva a chiamarsi “coiffeur pour dame” e appendeva le foto dei giornali alle vetrine dove le modelle con i loro capelli perfetti, si sbiadivano al sole assumendo, dopo una sola stagione, l’aria verdognola da salma o giallastra da ittero.

Poi è stato il periodo degli Hair Stylist ancora in voga nella provincia mentre in città siamo passati ai saloni di bellezza le cliniche del capello e i il bello delle donne.

Esiste ancora qualche Gina che si ostina non seguire nessun corso di aggiornamento, ma per lo più le Gine  sono ormai costrette ad accontentarsi di un pubblico di anziane signore che vanno orgogliose dei loro ricetti pecorini che ti lasciano sempre la testa a posto.

Le Gine le riconosci subito dal carrello dei bigodini, dai caschi per l’asciugatura della chioma da cui uscivi con le orecchie così rosse che sembrava che dovessero prendere fuoco da un momento all’altro, e dalla lacca, quella tipo Vinavil che incolla la chioma e spesso anche parte del collo.

Dai parrucchieri più alla page, la lacca è stata sostituita  con schiume, gel, fissatori dai nomi tropicali e cere da dare sulle punte che ti inchiodano i capelli come una vergine di Norimberga.

 

La prima volta che sono andata seriamente dal parrucchiere, è stato quando lavoravo e Roma e una sera il capo mi disse che con quel cerchietto in testa, sembravo un cartone animato giapponese.

Mi passò l’indirizzo del miglior parrucchiere della città da cui uscii molte ore dopo con una pettinatura che mi faceva assomigliare a Betty Boop.

Frequentai il parrucchiere delle dive per un po’, poi una sera tardi, forse verso le undici, mi telefonò a casa a firenze per chiedermi, con tutte le precauzioni del caso, se si sarebbe potuto permettere, al successivo appuntamento, di mostrarmi una cosina che voleva vendere.

Ogni lavoro ha le sue iatture e io in quel periodo ero perseguitata da quella di dover gentilmente deludere decine di persone, circa il valore del cassettone della nonna o il quadretto ritrovato in cantina dopo tanti anni.

Se sei un medico, un avvocato, un assicuratore, trovi sempre qualcuno che vuole chiederti un consiglio e quasi sempre, più che un consiglio, vuole lamentarsi di un tuo collega che secondo lui non ha fatto la diagnosi giusta, non ti ha seguito bene in una causa o ti fa spendere troppo per l’assicurazione dell’auto.

Se invece, come me in quel periodo, lavori in una grossa casa d’aste, sei circondato da gente che crede di avere in casa un tesoro solo perché il vecchio mobiletto in formica della cucina, è così vecchio da meritare, secondo lui, il titolo di antico.

 

Tornata definitivamente a Firenze, portai i miei capelli ormai incolti, da un altro parrucchiere che  sentenziò che non mi rimaneva altro che aspettare che mi ricrescessero almeno un po’ e così, per un certo periodo, me ne andai in giro con in testa i residui dei fasti di un tempo che fu.

Poi in una delle solite primavere di quegli anni, fui costretta, come di consueto, a partecipare alla famosa festa di primavera in giardino che si teneva a casa del cugino Vincent.

Le feste di primavere erano caratterizzate da un grande barbecue all’aperto e da un numero nutrito di partecipanti che si conoscevano a gruppetti tra loro e che per lo più rimanevano ammazzettati, come capelli sudici, nei vari angoli del giardino. I saluti di rito, i come stai, guarda chi si vede, cosa combini di bello, dove sei stato in vacanza, si esaurivano di solito in breve tempo e io allora ero molto meno propensa ad adeguarmi alle situazioni che non mi andavano a genio e mi annoiavo a morte sotto gli ulivi con un piatto di salsicce.

Quell’anno però, forse complice il Chianti, o forse solo infreddolita dal pratino su cui avevo stazionato buona parte della giornata, mi sedetti ad un tavolo in cui una combriccola di donna si scambiava consigli sui parrucchieri più in voga della città e quando una con i capelli a spazzola color arancione, disse che lei le mani addosso da chiunque (risatina della comitiva) ma in testa solo da Marcello, decisi che Marcello sarebbe stato il mio uomo.

Fissare un appuntamento da Marcello è un po’ tentare di ottenere un’udienza dal Papa.

Non solo i tempi di attesa, se non sei cliente, sono molto lunghi, ma devi anche superare un test telefonico attitudinale che metterebbe in difficoltà chiunque.

Prima vogliono sapere con chi di solito fai il taglio, con chi la messa in piega, chi si occupa del tuo colore, dei trattamenti e chi supervisiona il tuo lavoro. Una volta appurato che è la prima volta che tenti di fissare un appuntamento con loro, ti sottopongono il questionario numero due al quale dei rispondere prontamente circa le tue esigenze, il tipo di capello, le tue necessità, la tua età e persino le tue abitudini sessuali: che avere una testa a posto è importante in ogni occasione.

Il problema di questi parrucchieri con la villa ad Acapulco, è che di loro si percepisce solo la presenza.Una volta raggiunta la fama, lasciano infatti che siano i loro assistenti ad occuparsi di te e solo per le clienti più importanti, appaiono sulla soglia con il loro camice bianco e senza neanche sfiorare i capelli, si limitano a coordinare gli assistenti affinché il lavoro sia svolto nel miglior modo possibile.

Le altre, come me, vengono affidate ad un assistente che la prima volta ti fa una pettinatura strepitosa che pensi di portare per tutta la vita, ma già la seconda si irritano se impedisci al loro genio creativo, di esprimersi in tutta la loro potenzialità e dalla terza volta in poi ti fanno dei capelli da schifo costringendoti a cercare un nuovo parrucchiere che ti ascolti.

 

Le donne, e questo va detto, anche con il parrucchiere si dividono in due categoria. Da una parte quelle come me sempre in cerca di un nuovo parrucchiere, dall’altra quelle che si fidano solo del loro parrucchiere di fiducia e che si professano disposte a cambiare anche il marito ma mai e poi mai il loro parrucchiere. Di solito queste donne si riconoscono dalla pettinatura invariata negli anni che se nel periodo adolescenziale la si poteva definire sbarazzine, con l’andare degli anni rischia di diventare ridicola. Sarà capitato a tutti di vedere anziane signore con il solito baschetto nero corvino invariato da secoli.

Mentre quindi vivevo nel tormento di trovare un parrucchiere che si adeguasse alle mie esigenze, cambiai completamente vita e andai a vivere in campagna dove trovai ad aspettarmi le mie nuove esigenze e quindi il mio nuovo parrucchiere.

In paese, tanto per cominciare, si va dal parrucchiere tutte le settimane. Si comincia da bambine e il sabato mattina ci si ritrova sempre dal medesimo parrucchiere che scimmiottando le usanze cittadine, cerca di creare pettinature che per lo più sono talmente elaborate, da apparire davvero astruse. E poi in paese, dove la vita sociale non è mai confinata in luoghi ben precisi, è facile trovare capannelli di signore con i bigodini in testa che prendono il caffè al bar o che nell’attesa del casco, o che il colore “prenda” fanno un salto dalla Mara ad acquistare il pane o dalla Eloisa a comprare il giornale.

Successe quindi che la mia collega, appartenente a quella specie di donne che il parrucchiere non si cambia mai, mi convinse ad andare dalla Rosi. La Rosi era la sua parrucchiera fin da bambina e ogni settimana giocava con i capelli della mia collega, come io posso giocare con le scarpe.
Rossa, rosa, con le punte bionde, con le radici bionde e le punte rosse, lunghi da una parte, rasati dall’altra….niente pareva impossibile per la Rosi e io, ingenua cittadina che va a vivere in campagna, presi un appuntamento con la Rosi e ci passai il pomeriggio.

Quando entrai nel suo negozio, la Rosi era impegnata in una diagnosi del cuoio capelluto.

Con un apparecchio che assomigliava ad un ecografo, passava sulla testa di una cliente il cui cuoio capelluto e i cui capelli, apparivano enormi su uno schermo enorme posizionato sopra le loro teste.

“vedi?” diceva la Rosi ”la gente pensa che a far la parrucchiera un ci voglia niente e invece vedi, con questa macchina posso analizzare i capelli per rendermi conto meglio delle esigenze del capello. Guarda, lo vedi queste macchie enormi? Son forfora! Tu s’è piena di forfora!”.

Quando due ore dopo uscìì dal suo negozio, avevo i capelli bruciati da un tentativo mal riuscito di permanente e da un altro tentativo riuscito ancor peggio di tingermi i capelli di un color ramato.

In testa avevo una specie di pagliericcio bruciato color arancione sbiadito.

 

Adesso, e da qualche anno, sono nelle mani di Giuseppe di cui però mi rendo conto, sto castrando l’estro. L’ultima volta, per esempio, pareva non volersi fare una ragione del mio desiderio di farmi crescere i capelli e così, dopo averli appena spuntati, ho lasciato che si sfogasse con la messa in piega che si è risolta con una pettinatura tutta arricciata e scompigliata che fortunatamente si è disfatta nel corso del mio rientro a casa in bicicletta.

 

Da mesi non vado più dal parrucchiere. Sento che tra e me e giuseppe è tutto finito ma non trovo ancora il coraggio di affrontare la situazione.

Nell’attesa della dolora scelta, giro con la pantegana in testa e con gli amici di Franco il primo capello bianco che approfittando della situazione, si sono riprodotti in quest’anno come conigli.

 

se non sai quanti anni sono passati

Viscontessa, 30 luglio 2005
Secondo me sono invecchiata tutta di colpo.
Dev’essere successo come reazione alla regressione adolescenziale della settimana in sardegana, stamattina mi sono alzata e ho trovato le tette sgonfie e, cosa ancor più grave, ho provato l’irrefrenabile istinto di fare una crostata.
Naturalmente con la marmellata di albicocche.
Naturalmente non l’ho fatta ma altrettanto naturalmente mi sono accorta che ho smarrito una certa parte di identità e che niente mi è più insopportabile di questa mutilazione umorale che mi porto dietro.
Così ho deciso che adesso vado dalla mia amica Roberta, non perché lei abbia ritrovato la mia identità smarrita ma semplicemente perché a casa sua c’è fresco e magari con il fresco riesco anche a ragionare meglio.
Oggi mi sento tanto signora di mezza età e avevo quasi pensato di farmi la tinta ai capelli con la marmellata di albicocche così vado da lei prima non riuscire più a contenermi.
Gli eventi si susseguono, lo fanno con meticolosa regolarità ma mi è un po’ passata la voglia di rincorrerli.
Per esempio, oggi, c’è il mio amico dell’adolescenza in sardegna, che sta più o meno da queste parti.
Non ci sentivamo, come di consueto, da un paio di anni ma io a questo giro avevo deciso di non telefonargli perché ero tutta concentrata a macerarmi nella mia autocommiserazione. Poi è squillato il telefono ed era lui che mi voleva dire che sarebbe venuto dalle mie parti e io mi sono trovata non poco in imbarazzo a confessargli che guarda caso, io ero a si e no duecento metri da casa sua.
Quindi una sera siamo andati a cena fuori insieme ma direi, se la memoria non mi inganna, che lui si era appena fumato una canna così io ho fatto amabile conversazione, per tutta la sera, con sua moglie.
Non so cose da farsi.
Poi mi è venuto in mente che tempo prima avevo ricevuto una sua strana telefonata in cui mi raccontava che aveva provato un’irrefrenabile ed insolito desiderio per un’altra. Una molto più giovane di lui.
Non so come sia andata a finire perché non gliel’ho mai chiesto ma non ricordo neanche se questa cosa è successa un anno fa o magari cinque.
Adesso mi pare brutto chiederglielo.
Un anno o cinque o son cose, quando ci siamo conosciuti di anni ne avevamo quattordici e il pomeriggio stavamo sulla spiaggia a raccontarci le barzellette, cinque anni dopo ne avevamo diciannove e il pomeriggio dormivamo fino all’ora di cena per poter trascorrere la nottata a divertirci. Dev’essere stato quell’anno lì che mi era venuta la fissa dell’alba, mi ero imposta di non tornare mai a casa prima che il sole fosse altro nel cielo e così anche quando non trovavo nessuno disposto a farmi compagnia, me ne andavo in spiaggia da sola a guardare sorgere il sole. Una volta ricordo che prendemmo la barca per andare a vedere all’orizzonte come si formava l’alba.
Allora era di gran moda il Negroni.
Poi all’aereporto, l’altro giorno, ho incontrato la mia vecchia amica di quei tempi. Era bruttissima allora e anche adesso, per quanto sia dimagrita, è sempre inguardabile. Adesso fa l’hostess a terra, è separata, ha una figlia e a dicembre a deciso che cambia lavoro. - Che farai? - le ho chiesto - non so, sono molto creativa con le mani per cui vorrei fare qualcosa con i bambini -.
E mi è venuto in mente che la sua creatività manuale, quando era ancora più brutta di così, si sarebbe volentieri espressa con ben altri tipi di "bambini" ma purtroppo non trovò mai nessuno disposto ad affidargliene uno. - sono buddista - ha concluso, e io lì ho capito perché non diventerò mai buddista.
Comunque la nostra amicizia durò solo una stagione perché lei un giorno mi tirò un bruttissimo bidone e io dopo aver trascorso tutta la sera in casa in attesa che passasse a prendermi, mi scopai per dispetto il ragazzo dei suoi sogni.
Spero che qualcuno glielo abbia detto perché io da allora, tutte le volte che vado in sardegna, soffro della sindrome dell’attesa e non mi preparo mai fino a quando non suonano il campanello per venirmi a prendere.

ma dove vai Tommaso in bicicletta

Viscontessa, 15 luglio 2005
Stamattina mi sono guardata allo specchio più a lungo del solito.

Era già da qualche giorno che mi pareva di aver intravisto una ruga nuova vicino al naso e volevo essere sicura che ci fosse e  fosse riconoscibile.

E infatti l’ho ritrovata, era lì stesa per lungo vicino al naso e increspava la pelle come un mare in burrasca che sputa onde o nasi dalla sua superficie. L’ho chiamata Tommaso per via di quella faccenda del naso che ne resta coinvolto.

Pantaloni corti, scarpe da ginnastica e maglietta, il tutto nei toni del rosa come il lucidalabbra su cui si incollavano i capelli bagnati mentre pedalavo per arrivare in ufficio.

Non ero io stamattina ma non lo ero neanche ieri. Stanotte mi sono sognata, per la prima volta da quando sogno ero la protagonista del mio sogno e non la spettatrice angosciata degli eventi.

Perché la verità vera è che ieri sera ho dato un’occhiata al pezzo di registrazione di quella lì in televisione e mi è sono venute in mente in rapida successione la D’urso de noartri, le espressioni di mia sorella, un palo nel sedere, e una vecchia commedia americana degli anni cinquanta in cui un bambino sosteneva che le donne con la bocca sottile sono cattive. Forse “una fidanzata per papà”.

Cose strane dunque, perché ti guardi allo specchio ma non ti vedi, non ti vedi mai abbastanza né come sei fuori e da lì neanche come sei dentro e il dentro fuori diventa un tormentone che si srotola nelle pedalate in bicicletta per raggiungere l’ufficio.

Mi è insomma venuto in mente che non mi conosco affatto e che quella che portavo accovacciata tra il polmone e il bronco mentre pedalavo in bicicletta, è un’estranea che non capisco come abbia fatto ad infilarsi proprio lì tra il bronco e il polmone.

“parli con me?” diceva De Niro nel vecchio Taxi Driver, “ero io quella?” chiedevo al bronco in bicicletta stamattina…



Acqua Lete che purifica il pancreas

Viscontessa, 1 luglio 2005
Appello disperato per tutti i gentili utenti.

Perché dunque, non so, ma c’è sicuramente qualcosa che non va. Puzzo? Ditemelo e io corro a farmi un trattamento tonificante e rinfrescante dell’ascella. Non mi offendo giuro, mi sono fatta la doccia stamattina e ho strusciato con vigore l’ascella e ogni parte visibile del mio corpicino, ma se ancora ci dovessero essere dei problemi, vi prego di farmelo sapere.

Perché il fatto è che nel corso di questa settimana ho inviato un certo numero di mail a persone che, in condizioni normali, mi avrebbero immediatamente risposto. Niente di impegnativo, roba tipo “ehi ciao!!! Come stai?” linguaggio troglodita da sms che non richiedeva un grande impegno nella risposta, però ecco, va bene che non risponda uno (sarà al mare) va bene due (sarà in bagno) va bene il terzo (si sarà squagliato al sole) ma quando anche il quarto e il quinto e così via non ti invia neanche un “crepa!” cominci a pensare che ci sia qualcosa che non va.

Ma c’ho l’ascella virtuale purulenta? Perché questo blog ha i suoi difetti e le sue belle soporifere inedie ma questo non significa che non abbia un pancreas che comunque fa del suo meglio per funzionare e adesso, il poverino, si sente così solo da chiedere spiegazioni all’ascella.

Insomma, la raccomandata del pancreas all’ascella, è stata l’unica comunicazione scritta che ho ricevuto in questi giorni e gli effetti devastanti di questo strano carteggio, cominciano a farsi sentire anche tra le pieghe della trippa che sono già tutte in agitazione sindacale e minacciano lo sciopero ad oltranza.

Ordunque, qualche anima pia e devota, qualche buon samaritano del mondo virtuale, un bruto qualsiasi, un approfittatore, un magnaccia, un sindacalista, un geriatra, un cherichetto o anche un poco di buono qualsiasi, potrebbe prendere le difese del mio pancreas e comunicare al medesimo che l’ascella è del tutto estranea ai fatti?

Il miracolo

Viscontessa, 20 giugno 2005
Tutto è iniziato giovedì notte quando ho sognato di avere due grosse mammelle gonfie e materne.
Poi alle quattro di mattina mi sono svegliata con un grosso cerchio di fuoco in mezzo alla fronte e quando mi sono alzata per prendere un Brufen, mi sono accorta che ero tutta gonfia come un rospo incazzato.
Venerdì quindi non ho potuto far altro che tenere alto il livello di Brufen nel sangue ma quando sono arrivata a mezzanotte, mi sono resa conto che il mal di testa aveva preso la meglio sulle quattro pasticche di Brufen che mi ero fatta nel corso della giornata (600 mg x 4 = 2.400 mg di Brufen) e che adesso ero doppata, con il mal di testa e vagamente stordita come un rospo abbagliato dai fari di un automobilista.
Sono andata a letto alle due e la mattina alle sei ero in piedi sveglia e pimpante come un rospo in procinto di una pozzanghera melmosa.
Così alle 7e qualcosa siamo partiti in moto.
Ho indossato la tuta nera piena di protezioni ovunque, il casco nero con il microfono piantato sotto al naso e l’assorbente di ordinanza, tipico di ogni partenza "intelligente" e programmata da mesi.
Un’ora dopo cominciavo già ad avere le prime allucinazioni importanti: Padre Pio mi ha dato la sua benedizione appoggiando la sua mano sul mio casco rovente, San Fosco, protettore del rospo che c’è in ognuno di noi, mi ha invitato a recitare un rosario contro il gonfiore e verso le undici ho avuto la netta sensazione di levitare verso il cielo come una mongolfiera richiamata dalle correnti ascensionali provenienti dal Paradiso. Fortunatamente, nonostante mi fossero apparse anche le stigmate sulle mani (da cui sgorgavano fiumi di sudore), sono riuscita ad ancorarmi alle maniglie della moto e a concentrarmi sulle voci che avevano invaso il casco: l’ape maya interrotta dal servizio viabilità di centotrepuntotre, quattro scariche elettriche e Katiuscia, il navigatore satellitare, che ci comunicava che dovevamo procedere a dritto per centocinquanta kilometri e poi svoltare a destra.
Alle undici e mezzo, con un anticipo sugli altri di quasi un’ora e una temperatura che doveva sfiorare i quaranta gradi, abbiamo fatto la prima tappa e abbiamo atteso.
Succede che dopo aver a lungo dialogato con tutti i Santi del paradiso e aver a loro promesso vari fioretti in cambio di un alleggerimento del supplizio che stai subendo, si perde un po’ il contatto con la realtà e con essa la possibilità di considerare la medesima, una condizione alla quale adattarsi. Quindi, ormai in preda a deliri mistici di varia natura, ho pensato che se dovevo morire in terra straniera, tanto valeva farlo con le consuete modalità con cui io affronto le sofferenze più atroci e sotto al sole e il caldo cocente di sabato mattina, mi sono bevuta un Campari soda accompagnato da quattro patatine Pai risalenti probabilmente al tardo paleolitico.
Da quel momento in poi niente è stato più come prima, mi sono accasciata al suolo sul gradino di un edificio e recitando l’Eterno Dolore, ho fatto mentalmente testamento dei miei averi e ho inviato un caro saluto di commiato a tutti coloro che mi hanno voluto bene. In attesa della morte che mi auguravo sarebbe sopraggiunta entro breve , ho quindi trascorso una buona mezz’ora fino a quando è arrivato anche l’altra parte del gruppo di amici che mi aspettavo mi dessero l’estrema unzione e che invece mi hanno condotto verso il bar per prendere una altro aperitivo.
Sicchè, quando siamo ripartiti, circa un’ora dopo e ci siamo subito arenati in un semaforo rosso che non accennava a modificare il suo focoso calore, ho avvistato sulla mia destra il giardino dell’Eden.
Un prato verde, verdissimo e curatissimo, sulla destra un piccolo gazebo sotto al quale un bel tavolo da giardino con le sue sei sedie intorno e qualche gioco sopra, poi nel mezzo il vialetto di accesso lastricato di pietra grigia e sulla sinistra un piccolo lago protetto da una rete e sorvegliato da una madonnina.
Non una madonnina qualsiasi, ma una statuetta di circa 50 centimetri, protetta da una nicchia a forma di conchiglia e posizionata sopra ad una grossa pietra in maniera tale che il tutto raggiungesse l’altezza di almeno un metro.
La madonnina con il suo bel velo azzurro, un rosario appeso al collo e il volto che prometteva di lacrimare non appena se ne fosse presentata l’occasione.
Colpevole la mia incresciosa situazione mentale, mi sono fissata ad osservare la madonnina, il volto ceruleo contrito in un’espressione di materno dolore, un sorriso appena accennato, lo sguardo intenso e sofferente ma pur carico di speranze e di buoni sentimenti, le mani leggiadre e aggraziate protese verso di me, la veste immacolata.
Ora mi vede e piange - ho pensato – mi vede, si mette a piangere e io urlo "miracolo! Miracolo!" .
E invece quella si è messa a ridere, si è messa a ridere come una matta e mentre il semaforo finalmente verde mi portava lontano da lei, l’ho vista contorcersi dalle risate fino a quando è caduta nel laghetto.
Chissà se nel laghetto ci sono i rospi.

ogni cosa al suo posto

Viscontessa, 4 maggio 2005

Se riducete le vostre esigenze al minimo indispensabile, vi potete permette tre kili di carne al giorno per il vostro cane, un piatto di pasta per voi, un paio di libri "che questo lo devi assolutamente leggere è di un’autrice portoghese eccezionale appena l’ho finito te lo butto dalla finestra" e qualche canna che avvolga i vostri pensieri in un’ovattata dimensione tutta vostra..

Il tutto restando sdraiati sul vostro letto costruito con in tubi per le impalcature e indossando quattro stracci che si lavano e si indossano senza troppi problemi.

Così ieri sera, mentre io mi angosciavo non so più neanche bene per quale cosa avrei dovuto fare che invece non ho fatto, sono uscita un attimo a comprare le sigarette e ho incontrato le mie inquiline del piano di sopra quelle che vivono con i cani, i tatuaggi, i piercing, i capelli rasta, l’acqua fredda e mille tubi di colore e pennelli che servono per dare una forma diversa a quella loro dimensione così dissimile dalla mia.

Due chiacchere in mezzo alla strada: come stai? insomma, cazzo mi spiace per il cane e questi nuovi inquilini cazzo vogliono? Non so, guardano Biutiful io li sento mentre studio, non mi meraviglio……

Ce l’avete una canna? Si certo qualcosa c’è, vieni su? No dai buttamela dalla finestra….no anzi portamela tu che la bambina dorme, ma ci sono i cani, cazzo, allora salgo io, tu metti dentro i cani, poi scendo, poi aspetta…..

Salgo.

Ti do un po’ di questo, dov’è il trincetto?

La stanza è piena di trincetti ma quelli servono per dipingere, disegnare, modellare e scolpire, salta fuori un coltello di cucina, salta un pezzo di fumo che finisce per terra tra i cani, le mattonelle colorate, degli indumenti, una tela, una borsa, una ciotola, dei libri un raschietto. Un cane annusa "eccolo lì", ti do una cartina? aspetta, c’è anche questo, questo è morbidissimo, è buono, aspetta, faccio io, tieni questo portatelo giù, magari domani.

Un cane mangia, uno abbia, loro mettono su una pentola per l’acqua, il piercing, quella freccia che trapassa le labbra, si muove nei sorrisi, ondeggia sotto agli occhi verdissimi di Maria e della sua Sicilia così lontana mentre Silvia parla della tesi e i suoi orecchini fluttuano tra i capelli rossi e gli occhi grigi della sua Puglia e questa Firenze da qua su ha un suono nuovo, diverso, leggero.

Resti qui? dai! no devo scendere davvero, se la bambina si sveglia, dai vado grazie.

Torno giù, la casa è in silenzio e in ordine, i cani hanno mangiato e riposano, la bambina dorme, la lavastoviglie compie il suo lavoro con discrezione, le azalee sono fiorite e sono bellissime.

Mi siedo e accendo il corpo del reato, l’ultimo reato di questo genere risale almeno ad un anno fa. Penso a questo, penso al piatto di pasta al piano di sopra, penso al mio pavimento lucido, a mia figlia che dorme, alle cose da fare.

Poi corro in bagno a vomitare, non mi era mai successo.

Il resto è nebbia.

segnalazioni

Viscontessa, 5 aprile 2005

Mi arriva quest’oggi la simpatica segnalazione ad opera di Dandy ( www.dandylicious.it) di un post intitolato "blog con le tette" dove Antonio Bois su www.blogdiscount.org  dopo aver affrontato con seria e autorevole competenza il problema dell’invidia del pene di cui noi portatrici sane di tette dovremmo soffrire fin dalla più tenera età, stilla una classifica dei blog al femminile con l’intento di evidenziare come anche nella vita virtuale non si possa prescindere dalle proprie tette quale che sia l’impostazione che ciascuna di noi intende dare al proprio luogo virtuale.

C’è di buono che in questo scialacquar di tette sul blog, non ci dobbiamo se non altro preoccupare di aver dimensioni che superino quelle dell’amica e anche queste son cose :-))

effetti collaterali della primavera

Viscontessa, 24 marzo 2005

Che cazzo vuoi serafica creatura che mi giri intorno ormai da settimane?

Io non ti conosco e soprattutto non ti riconosco, quello sguardo stanco che incontro sullo specchio la mattina non mi commuoverà certo a compassione e non è neanche detto che da domani non decida di mettermi un po’ di cipria e un po’ di ombretto per non vederti proprio più.

Un brufolo, ma ti rendi conto? Pensavo che fosse la puntura di una zanzara risvegliata dal letargo di qualche vaso di terra che ho spostato nel giardino e invece, l’ho guardato attentamente da vicino, è proprio un brufolo.

L’ultima volta che mi era venuto un brufolo avevo diciassette anni e quello se ne stava bello turgido sulla mia pelle da adolescente come un capezzolo alla brezza di primavera mentre tu ora ti sei messo lì sotto a quella borsa sotto all’occhio sinistro e sei anche po’ patetico nel rivendicare il tuo lieve rossore sul mio volto fuori stagione come una ciliegia sulla tavola di natale.

E poi ti ignoro, sappi che nel contesto la tua presenza rallegra i soliti lineamenti così noiosamente conosciuti e il tuo colore fa pendant con il mio sguardo stanco e l’ultimo colore che ho scelto per la tinta dei capelli.

Come vedi, caro mio, la serafica creatura si è impadronita del mio spirito e per quanto la sua presenza mi sia intollerabile, ne subisco l’influenza con signorile disinteresse mentre progetto produzioni oniriche primaverili che tu non puoi neanche immaginare.

Che cazzo vuoi serafica creatura da me? Il mio blog non ti aggrada perché vorresti dedicarti a bucoliche attività propedeutiche al riposo? Cara mia, ti ho concesso l’outing del post poco sotto e il privilegio di concedermi il tono pacato della soavità primaverile, ti ho promesso campi innevati di candide margherite e ti ho portato a spasso per il mio io mostrandoti gli anfratti più bui su cui poter gettare la tua luce.

Ora però dolcezza, se volessi portarti via questo stupido brufolo e lasciarmi tornare alla mia frenetica esistenza di inconcludente svampita, avrei da sistemare alcune cose che se mi si incancreniscono tra le pieghe di questa improvvisa primavera, non ho più speranze di curare con le mie medicine alternative.

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