La mia mamma va dal parrucchiere tutti i sabato pomeriggio.
“vado a farmi i capelli che ho una testa che fa schifo” e torna con quello che a me sembra il pelo di un talpone morto sulla testa. Però laccato.
Mia nonna invece, che era donna di raffinato gusto francese, andava dalla “pettinatrice” e tornava con i capelli turchini anche se di solito portava a giro quei suoi capelli bianchi con il taglio alla francese e la foggia casuale del momento.
Io dal parrucchiere non vado spesso, i capelli mi crescono poco e sono talmente fini, lisci e contemporaneamente ribelli che l’estro di nessun parrucchiere è mai riuscito a domarne lo spirito.
E poi ho imparato prestissimo che il parrucchiere contro le delusioni d’amore è più pericoloso di una scatola intera di barbiturici: a ritrovarsi con la testa rasata da un lato e un color verde pallido sull’altro, non ci vuole niente.
Prima il parrucchiere si chiamava parrucchiere e aveva nomi come Manolo, Alvaro, Gina. Qualcuno ardiva a chiamarsi “coiffeur pour dame” e appendeva le foto dei giornali alle vetrine dove le modelle con i loro capelli perfetti, si sbiadivano al sole assumendo, dopo una sola stagione, l’aria verdognola da salma o giallastra da ittero.
Poi è stato il periodo degli Hair Stylist ancora in voga nella provincia mentre in città siamo passati ai saloni di bellezza le cliniche del capello e i il bello delle donne.
Esiste ancora qualche Gina che si ostina non seguire nessun corso di aggiornamento, ma per lo più le Gine sono ormai costrette ad accontentarsi di un pubblico di anziane signore che vanno orgogliose dei loro ricetti pecorini che ti lasciano sempre la testa a posto.
Le Gine le riconosci subito dal carrello dei bigodini, dai caschi per l’asciugatura della chioma da cui uscivi con le orecchie così rosse che sembrava che dovessero prendere fuoco da un momento all’altro, e dalla lacca, quella tipo Vinavil che incolla la chioma e spesso anche parte del collo.
Dai parrucchieri più alla page, la lacca è stata sostituita con schiume, gel, fissatori dai nomi tropicali e cere da dare sulle punte che ti inchiodano i capelli come una vergine di Norimberga.
La prima volta che sono andata seriamente dal parrucchiere, è stato quando lavoravo e Roma e una sera il capo mi disse che con quel cerchietto in testa, sembravo un cartone animato giapponese.
Mi passò l’indirizzo del miglior parrucchiere della città da cui uscii molte ore dopo con una pettinatura che mi faceva assomigliare a Betty Boop.
Frequentai il parrucchiere delle dive per un po’, poi una sera tardi, forse verso le undici, mi telefonò a casa a firenze per chiedermi, con tutte le precauzioni del caso, se si sarebbe potuto permettere, al successivo appuntamento, di mostrarmi una cosina che voleva vendere.
Ogni lavoro ha le sue iatture e io in quel periodo ero perseguitata da quella di dover gentilmente deludere decine di persone, circa il valore del cassettone della nonna o il quadretto ritrovato in cantina dopo tanti anni.
Se sei un medico, un avvocato, un assicuratore, trovi sempre qualcuno che vuole chiederti un consiglio e quasi sempre, più che un consiglio, vuole lamentarsi di un tuo collega che secondo lui non ha fatto la diagnosi giusta, non ti ha seguito bene in una causa o ti fa spendere troppo per l’assicurazione dell’auto.
Se invece, come me in quel periodo, lavori in una grossa casa d’aste, sei circondato da gente che crede di avere in casa un tesoro solo perché il vecchio mobiletto in formica della cucina, è così vecchio da meritare, secondo lui, il titolo di antico.
Tornata definitivamente a Firenze, portai i miei capelli ormai incolti, da un altro parrucchiere che sentenziò che non mi rimaneva altro che aspettare che mi ricrescessero almeno un po’ e così, per un certo periodo, me ne andai in giro con in testa i residui dei fasti di un tempo che fu.
Poi in una delle solite primavere di quegli anni, fui costretta, come di consueto, a partecipare alla famosa festa di primavera in giardino che si teneva a casa del cugino Vincent.
Le feste di primavere erano caratterizzate da un grande barbecue all’aperto e da un numero nutrito di partecipanti che si conoscevano a gruppetti tra loro e che per lo più rimanevano ammazzettati, come capelli sudici, nei vari angoli del giardino. I saluti di rito, i come stai, guarda chi si vede, cosa combini di bello, dove sei stato in vacanza, si esaurivano di solito in breve tempo e io allora ero molto meno propensa ad adeguarmi alle situazioni che non mi andavano a genio e mi annoiavo a morte sotto gli ulivi con un piatto di salsicce.
Quell’anno però, forse complice il Chianti, o forse solo infreddolita dal pratino su cui avevo stazionato buona parte della giornata, mi sedetti ad un tavolo in cui una combriccola di donna si scambiava consigli sui parrucchieri più in voga della città e quando una con i capelli a spazzola color arancione, disse che lei le mani addosso da chiunque (risatina della comitiva) ma in testa solo da Marcello, decisi che Marcello sarebbe stato il mio uomo.
Fissare un appuntamento da Marcello è un po’ tentare di ottenere un’udienza dal Papa.
Non solo i tempi di attesa, se non sei cliente, sono molto lunghi, ma devi anche superare un test telefonico attitudinale che metterebbe in difficoltà chiunque.
Prima vogliono sapere con chi di solito fai il taglio, con chi la messa in piega, chi si occupa del tuo colore, dei trattamenti e chi supervisiona il tuo lavoro. Una volta appurato che è la prima volta che tenti di fissare un appuntamento con loro, ti sottopongono il questionario numero due al quale dei rispondere prontamente circa le tue esigenze, il tipo di capello, le tue necessità, la tua età e persino le tue abitudini sessuali: che avere una testa a posto è importante in ogni occasione.
Il problema di questi parrucchieri con la villa ad Acapulco, è che di loro si percepisce solo la presenza.Una volta raggiunta la fama, lasciano infatti che siano i loro assistenti ad occuparsi di te e solo per le clienti più importanti, appaiono sulla soglia con il loro camice bianco e senza neanche sfiorare i capelli, si limitano a coordinare gli assistenti affinché il lavoro sia svolto nel miglior modo possibile.
Le altre, come me, vengono affidate ad un assistente che la prima volta ti fa una pettinatura strepitosa che pensi di portare per tutta la vita, ma già la seconda si irritano se impedisci al loro genio creativo, di esprimersi in tutta la loro potenzialità e dalla terza volta in poi ti fanno dei capelli da schifo costringendoti a cercare un nuovo parrucchiere che ti ascolti.
Le donne, e questo va detto, anche con il parrucchiere si dividono in due categoria. Da una parte quelle come me sempre in cerca di un nuovo parrucchiere, dall’altra quelle che si fidano solo del loro parrucchiere di fiducia e che si professano disposte a cambiare anche il marito ma mai e poi mai il loro parrucchiere. Di solito queste donne si riconoscono dalla pettinatura invariata negli anni che se nel periodo adolescenziale la si poteva definire sbarazzine, con l’andare degli anni rischia di diventare ridicola. Sarà capitato a tutti di vedere anziane signore con il solito baschetto nero corvino invariato da secoli.
Mentre quindi vivevo nel tormento di trovare un parrucchiere che si adeguasse alle mie esigenze, cambiai completamente vita e andai a vivere in campagna dove trovai ad aspettarmi le mie nuove esigenze e quindi il mio nuovo parrucchiere.
In paese, tanto per cominciare, si va dal parrucchiere tutte le settimane. Si comincia da bambine e il sabato mattina ci si ritrova sempre dal medesimo parrucchiere che scimmiottando le usanze cittadine, cerca di creare pettinature che per lo più sono talmente elaborate, da apparire davvero astruse. E poi in paese, dove la vita sociale non è mai confinata in luoghi ben precisi, è facile trovare capannelli di signore con i bigodini in testa che prendono il caffè al bar o che nell’attesa del casco, o che il colore “prenda” fanno un salto dalla Mara ad acquistare il pane o dalla Eloisa a comprare il giornale.
Successe quindi che la mia collega, appartenente a quella specie di donne che il parrucchiere non si cambia mai, mi convinse ad andare dalla Rosi. La Rosi era la sua parrucchiera fin da bambina e ogni settimana giocava con i capelli della mia collega, come io posso giocare con le scarpe.
Rossa, rosa, con le punte bionde, con le radici bionde e le punte rosse, lunghi da una parte, rasati dall’altra….niente pareva impossibile per la Rosi e io, ingenua cittadina che va a vivere in campagna, presi un appuntamento con la Rosi e ci passai il pomeriggio.
Quando entrai nel suo negozio, la Rosi era impegnata in una diagnosi del cuoio capelluto.
Con un apparecchio che assomigliava ad un ecografo, passava sulla testa di una cliente il cui cuoio capelluto e i cui capelli, apparivano enormi su uno schermo enorme posizionato sopra le loro teste.
“vedi?” diceva la Rosi ”la gente pensa che a far la parrucchiera un ci voglia niente e invece vedi, con questa macchina posso analizzare i capelli per rendermi conto meglio delle esigenze del capello. Guarda, lo vedi queste macchie enormi? Son forfora! Tu s’è piena di forfora!”.
Quando due ore dopo uscìì dal suo negozio, avevo i capelli bruciati da un tentativo mal riuscito di permanente e da un altro tentativo riuscito ancor peggio di tingermi i capelli di un color ramato.
In testa avevo una specie di pagliericcio bruciato color arancione sbiadito.
Adesso, e da qualche anno, sono nelle mani di Giuseppe di cui però mi rendo conto, sto castrando l’estro. L’ultima volta, per esempio, pareva non volersi fare una ragione del mio desiderio di farmi crescere i capelli e così, dopo averli appena spuntati, ho lasciato che si sfogasse con la messa in piega che si è risolta con una pettinatura tutta arricciata e scompigliata che fortunatamente si è disfatta nel corso del mio rientro a casa in bicicletta.
Da mesi non vado più dal parrucchiere. Sento che tra e me e giuseppe è tutto finito ma non trovo ancora il coraggio di affrontare la situazione.
Nell’attesa della dolora scelta, giro con la pantegana in testa e con gli amici di Franco il primo capello bianco che approfittando della situazione, si sono riprodotti in quest’anno come conigli.