L’amante ideale: consigli per quarantenni. Prima parte

Viscontessa, 26 Maggio 2006

E’ venuta a trovarmi un’ amica e mi ha detto che vuole farsi l’amante.
E’ normale, quando arrivi alla mia età o ti fai il blog o ti fai l’amante, che altro resta?
Comunque fatto sta che lei il blog proprio non voleva farselo, ho cerato di convincerla ma quando ad un certo punto mi ha chiesto com’era a letto il blog, lì ho capito che era meglio che si facesse l’amante. Non è che non le abbia risposto, le ho detto che il blog a letto a volte ti costringe a ragionare, ma lei, giustamente, mi ha risposto che sono quarant’anni che ragiona e adesso si vuole divertire. Come dargli torto?
Così, per quanto lei fosse riluttante all’idea, ci siamo messe a ragionare sul suo futuro amante, “certe scelte”, le ho spiegato, “vanno comunque ragionate e ponderate”, poi, per convincerla, le ho spiegato che una volta scelto l’amante ideale, non dovrà più occuparsi di alcun ragionamento.
Lei ha sbuffato, si è fatta vaga, ha nicchiato poi, dopo aver fissato il vuoto per un po’, si è fatta seria e mi ha detto “ma ti rendi conto che i quarant’anni sono l’età più ragionata del nostro percorso di donne? Il lavoro, la casa, i figli ancora piccoli, la vita sociale, i genitori che cominciano ad invecchiare e anche loro hanno bisogno di noi, il marito, la spesa, i criceti per i bambini, l’estetista, la palestra e persino la cameriera e la tata. E non dirmi beata te che hai la cameriera e la tata perchè organizzare tutta questa gente e incastrare il lavoro con il pediatra, la suocera con gli amici, la cameriera con i criceti e la palestra con il marito, richiede tanto di quel ragionamento che anche solo sfogliare un giornale a volte diventa complicato.
L’altra sera per esempio eravamo a cena fuori, il cellulare acceso perchè il bambino aveva un po’ di febbre e voleva che rimanessi con lui, la tata che a mezzanotte doveva andare via e io che la mattina dopo mi dovevo alzare prestissimo perchè avevo una riunione in ufficio e ancora dovevo finire il lavoro. Ad un certo punto mentre stavo contando le calorie del dolce che avevo sul piatto (il dottore mi ha detto che alla mia età bisogna cominciare a controllare la propria alimentazione) mi sono addormentata sul tavolo e quando mio marito mi ha tirato una gomitata per svegliarmi, ho sentito che i commensali parlavano del Festival di Cannes “io adoro il cinema!” ho allora esclamato raggiante “bene!” mi ha risposto uno dei commensali ”e che film ha visto ultimamente?” non ci ho pensato neanche un attimo “Vacanze di Natale a Miami, i bambini si sono divertiti tantissimo!”. Ecco, capisci cosa succede se distrai? Se per un momento non ragioni?….”

Non ho potuto darle torto, mentre io preparavo la cena e lei si faceva la ceretta, abbiamo cominciato a pensare al suo amante ideale….

(continua)

Confessione

Viscontessa, 24 Maggio 2006
Ho comprato delle fialette di collagene per ringiovanire la pelle.
Una confezione di quindici fialette; una terapia d’urto che dovrebbe restituirmi dieci anni di meno.
Restituire in meno è davvero un bell’ossimoro.
Sono andata in profumeria e c’era una commessa con la pelle di pesca, le commesse con la pelle di pesca non dovrebbero stare nelle profumerie dove vendono prodotti per le vecchie babbione, la reazione delle clienti è altrimenti piuttosto stizzita soprattutto se la commessa con la pelle di pesca ha di pesca anche l’animo gentile e non è preparata  alla raffinata crudeltà dell’età adulta.
Ho comprato insomma queste fialette, io volevo acquistare una crema idratante e invece sono tornata a casa con una grossa scatola contenente 15 fialette miracolose.
Le fialette sono come quelle che contengono la soluzione per le iniezioni ma nella confezione invece del piccolo seghetto con cui aprirle, c’era un attrezzo con un comodo manico, una specie di coltellino la cui lama è visibile solo in parte. A dire il vero, mentre rompevo la fialetta con le mani (è sufficiente uno strappo secco del beccuccio avendo cura di non stringerlo tra le dita) mi chiedevo a cosa servisse quell’arnese. Pensavo che fosse un limetta per le unghie con cui passare il tempo mentre il liquido della fialetta viene assorbito dalla pelle.
Una volta rotta la fialetta, mi sono poi chiesta a lungo come dovevo fare a darmi sul volto quel liquido giallognolo e untuoso che vi stava dentro.
Di solito le fialette sono fatte per metterci dentro un ago e aspirarne il contenuto..
Così ho tirato la testa indietro e ho appoggiato la fialetta sulla guancia. Essendo la fialetta tagliata a “mano”, i suoi piccoli vetri appuntiti mi hanno graffiato la guancia e il liquido è scivolato rapidamente sul volto e poi sul collo, tra le tette infine nell’ombelico. Così dopo aver sprecato metà del contenuto della preziosa fialetta, l’altra metà l’ho versato sul palmo della mano e prima che mi colasse tutta via dai lati, me la sono sbattuta in faccia tipo un dopobarba.
Spaf! E il liquido si è appiccicato sulla guancia mentre il rossore dello schiaffo faceva coppia con il graffio sull’altra guancia.
Allora ho cominciato a spalmare, ma quella che a prima vista pareva una consistenza untuosa, si è fatta immediatamente una consistenza appiccicosa, così più spalmavo più assomigliavo ad una carta moschicida. Ad operazione conclusa, avevo attaccate sulla faccia due zanzare tigre, una mosca  verde e una famiglia di acari sfrattati dal materasso.
Non sapendo quindi bene cosa fare, ho girellato un po’ per casa con la carta moschicida in faccia ad acchiapar zanzare. Speravo che prima o poi la sostanza si assorbisse o se ne andasse o insomma diventasse meno appiccicosa e invece quella, via via che il tempo passava, si faceva solo più secca incollandomi la faccia in un’espressione piuttosto ridicola.
La sera dopo, quindi, ho deciso di incollarmi la faccia prima di andare a letto ma quando mi sono appoggiata sul cuscino, la guancia mi si è incollata sulla federa e quando finalmente sono riuscita a scollare la guancia dalla stoffa, ero piena di pelucchi bianchi.
Cio’ detto mi chiedevo, ma quanto collagene potrà mai assorbire la pelle? E soprattutto, a cosa serve il collagene oltre che ad acchiappare le mosche?

brufoli e zecche

Viscontessa, 17 Maggio 2006
Stamattina mi sono svegliata con la sensazione di avere un qualcosa in più.
Speranzosa ho abbassato lo sguardo ma con rammarico mi sono accorta che non erano le tette.
Era un brufolo, me ne sono accorta andando in bagno e passando distrattamente di fronte allo specchio, avevo fretta perché dopo la delusione delle tette temevo di essere diventata un uomo e volevo subito verificare se la mia vita sarebbe cambiata così all’improvviso.
Invece era un brufolo, lo specchio di fronte al quale sono passata mi ha rimandato indietro un’immagine colorata e scoppiettante che non poteva certo essere quella della mia faccia grigiastra della mattina appena sveglia
Stava lì, bello e sano, tutto gonfio come una zecca in fase di riproduzione e per un momento mi sono anche chiesta se non contenesse la sorpresa.
Le zecche, infatti, quelle grosse e goffe che cascano non appena le tocchi, sono piene di sangue e di uova . Guai a schiacciarle perché si rischia che il loro contenuto si sparga ovunque. Certo la maternità è un po’ una fregatura per tutte, se le donne incinta non riescono più a vedersi i peli del pube (e con essi anche quelli che selvaggiamente vi crescono sotto) le zecche incinta non riescono più a rimanere attaccate al pelo del cane e ballonzolando cascano giù.
Io, che non sapevo mai che farne e mi spiaceva uccidere una zecca incinta, le mettevo in un vasetto di vetro.
Le zecche vivono molto a lungo anche senza un pelo a cui attaccarsi.
Il brufolo invece stava lì impertinente come solo i brufoli sanno fare. Ti guardano dalla loro postazione e sorridendoti ti sfidano ad estirpali come zecche incinta. Ma i brufoli non sono zecche e quindi rimangono tenacemente attaccati dove sono.
Io i brufoli non li ho mai avuti ma avevo una compagna di classe che ne aveva di tutti i tipi. Stavano lì sul suo viso rossi e gialli, floridi e rinsecchiti, grossi e grassi come frutti maturi o giovani e teneri come capezzoli adolescenti. Ad essere sincera non era un bel vedere e quando a fine anno mi si avvicinò per salutarmi con due bacini, io fui costretta ad una seduta di training autogeno per superare l’orrore. Non credo che fosse titolare di una pensione di invalidità ma secondo me ne avrebbe avuto tutti i diritti.
Il mio invece, stava lì sulla guancia e continuava a fissarmi mentre io avvicinando il mio volto allo specchio, cercavo di valutare l’entità del disastro fino a quando, ad un certo punto, mi sono fatta coraggio e gli ho rivolto la parola:
“ciao, io sono vis, la proprietaria di questo volto, piacere (?) tu chi sei? Da dove arrivi? Quanto tempo pensi di fermarti? Posso fare qualcosa per te?” lui non ha risposto subito. Prima si è tutto arrossato come dopo una corsa, quindi si è assestato per bene sulla mia guancia e infine mi ha chiesto “a che ora si fa colazione?”.

La signora dell’anello

Viscontessa, 28 Aprile 2006
Ieri sera mentre scalza mi dirigevo verso il ripostiglio dove stanno le scarpe, ho pestato il vomito del gatto. Al buio ho appoggiato il piede nudo al suolo e ho sentito il viscido e il caldo di una scatoletta da gatto vomitata.
Non ho fiatato, l’orrore era talmente tanto che non ho trovato la forza di urlare e mentre mi chiedevo se fosse il caso o meno di perdere i sensi, con il rischio di svenire su altro vomito, mi sono diretta a zoppino verso il bagno per ficcare il piede sotto al bidet.
Orrore e raccapriccio, per quanti tu possa lavarti un piede in quelle condizione, per ore continui ad avere la sensazione che qualcosa ti sia rimasto tra le dita del piede e anche dopo molto tempo continui all’improvviso, come colta da un raptus, a sfilarti il calzino e controllarti il piede, allargando a dismisura tutte le sue ditina e ficcandoci dentro la testa in cerca di qualche residuo maleodorante. – Mamma! Ma che fai? – Niente amore – mentre con il piede in mano ti senti colta in fallo come se ti stessi scaccolando - mi sembra di sentire della roba appiccicosa sotto al piede!.
Comunque il piede per ora l’ho messo in quarantena e il gatto vomitoso in giardino.

Siccome però esiste un Dio delle Città che non so se si occupi dei derelitti, ma di sicuro ha un occhio di riguardo per chi come me pretende di tenere in città uno zoo da campagna, al piede inzaccherato è seguito a ruota un altro episodio che mi ha riconciliato con il mondo.
Io non so come state messi voi a premonizioni ma fatto sta che ieri, mentre nel traffico cercavo qualcosa a cui pensare, mi è venuto in mente che mi sarebbe piaciuto tanto, ma tanto tanto, scrivere un post il cui titolo fosse “la signora degli anelli”. Non tanto per il post che ancora non sono a questo livello di perversione, ma perché diverso tempo fa ho perduto un anello a cui tenevo molto e speravo che il cambio degli armadi portasse con se anche quell’anello che speravo fosse rimasto in un abito della stagione precedente.

Invece le cose sono andate così, mentre con l’orrore ancora dipinto in volto correvo con il piedino fetido  in cerca di un calzino in cui nascondere il moncherino, sono inciampata nel tappeto e il mio occhio è finito sotto alla televisione che evidentemente e lì sotto c’era il mio anello.

Adesso ho un piede in quarantena, un gomito dolorante e un gatto che vomita, ma in  compenso, al mignolo della mia mano destra, ho la mia fascetta in oro e brillantini a cui tenevo tanto.

che faccino angelico…..

Viscontessa, 9 Aprile 2006

L’arrivo della primavera non è sempre una buona notizia soprattutto quando questa ti coglie impreparata e tu, distratta magari da futili motivi come le elezioni politiche, non hai ancora programmato un piano di ammortamento mensile in grado di consentirti una diluizione delle pecche invernali nell’arco di un tempo ragionevole.
Certo il tempo ragionevole è una questione di età, più la tua azienda invecchia, più i beni da ammortizzare aumentano e l’innovazione tecnologia diventa un’esigenza. Io per esempio sono piena di plusvalenze che debordano un po’ ovunque e non ho ancora pensato di assumere un genio della finanza rigenerativa creativa, in grado di rinnovare alla radice la mia azienda, anche con misure drastiche come una riduzione del personale o il taglio dei costi di gestione aziendale come la mensa.
Niente, colta di sorpresa dalla primavera e denudata la prima parte del mio corpo disponibile, sono corsa dalla prima estetista che ho trovato e mi sono fatta una ceretta, ma è evidente che disfarsi della pelliccia invernale ad un costo nettamente superiore a quello del suo valore di mercato, non è certo un affare e non può neanche essere ritenuto un abbozzo di innovazione aziendale.

Il fatto è che quando hai vent’anni e la primavera ti arriva senza preavviso, butti su una sedia i tuoi vecchi cenci e qualsiasi cosa tu sia in grado di mostrare al mondo, è tendenzialmente una bella cosa da vedere. Si certo, qualche ritocco va sempre apportato, ci sono fanciulle che mostrano tatuaggi facogitati da un quintale di trippa e altre che tirano fuori gambette bianche e rinsecchiti da far tristezza. E poi ci sono quei terribili pantaloni a vita talmente bassa da risucchiare il tuo culo verso il centro di gravità della terra mentre le mutande levitano fino a quella che dovrebbe essere la vita e la vista tra l’attaccatura del culo e quella della vita, è una piccola pianura bianca talvolta ricoperta da una peluria nera in grado di annientare con un solo sguardo, la piacevolezza delle buchette che graziosamente si formano tra le carni del fondo schiena.
Ma ad una giovane tetta si perdona anche quel brufoletto che facendo capolino sopra l’apparecchio dei denti, è costretto a causa delle temperature che non consentono più l’abuso del fondotinta, a mostrarsi in tutto il suo purulento splendore.
O almeno così mi pare anche se gli adolescenti, e qui si scende ancora di qualche anno, mi sembrano tutti un po’ untuosi e trasudanti ormoni da pori sempre un po’ troppo dilatati.

La prima primavera da trentenni, invece, richiede qualche sforzo in più. I cenci invernali li si possono buttare fin da subito sulla poltroncina della camera, ma prima di uscire mostrando il risultato di un inverno così lungo, è bene mettere in programma una ceretta completa, un paio di lampade in grado di assorbire il verdognolo invernale, e l’uso quotidiano di una bicicletta quando la palestra diventi davvero uno sforzo che non si è in grado di affrontare.
E poi un taglio di capelli nuovo e via con lo stivale estivo, quello uguale a quello invernale ma chiaro, da infilare nei soliti jeans a vita bassa in grado, però, di mantenere nascosta la mutanda.
L’occhiale da sole completerà il look e il sabato mattina si va a correre con Francesca in attesa che apra la piscina e che il sole sia abbastanza caldo da consentirci il fine settimana al mare.

A quaranta, ragazze mie, le cose invece si complicano.
Si parte dai capelli e non con il taglio ma con il colore e non con un colore qualsiasi ma qualcosa che dia luce e vitalità e non scolorisca al sole. Poi certo c’è il taglio da abbinare con il colpo di sole e il bagno di luce che va con il ricostituente e sulla parola ricostituente infili immediatamente in erboristeria che senti di doverti ricostituire tutta.
Lì ti danno una curetta di vitamine e papaya fermentata da abbinare con il fucus da prendere a giorni alterni con la centella e la pilosella, poi ci sono questi prodotti fantastici per rigenerare le pelle e l’antirughe, accidenti, mi stavo dimenticando l’antirughe. Questo è l’antirughe per la mattina, questo per il pomeriggio, questo per la sera e questo…questo è miracoloso ma va dato solo a mezzanotte nelle notti di luna calante mentre per le notti di luna crescente devi darti questa lozione alle due e tre quarti del mattino.
E poi ci sono i fanghi da farti comodamente a casa mentre in faccia ti devi spalmare questa maschera che però guai se finisce nel contorno occhi che è molto delicato e che ha bisogno di un trattamento specifico. I fanghi li fai al giro vita e il giro cosce mentre per le gambe usi questa crema miracolosa che si porta via le cellule morte e stimola la circolazione ritardando contemporaneamente la ricrescita dei peli superflui.
Questi invece sono gli integratori alimentari da abbinare ad una cura dimagrante a base di frutta e verdura e siccome quando sei a dieta devi bere molta acqua, ti do anche questo prodotto favoloso che stimola la diuresi.
Quando poi hai finito con l’erboristeria, è l’ora dell’estetista, piedi, mani, le unghie french, i massaggi, la lampada, la maschera per il viso e per il corpo, elettrostimolatore, cyclette, palestra, piscina, yoga, yogurt con i fermenti lattici, fermenti lattici senza yogurt, pasticche che si mangiano i grassi ma solo quelli saturi, e altre che si mangiano la cellulite ma solo se ci abbini un po’ di movimento e un’alimentazione equilibrata, e autoabbronzanti, depilatori di tutti i tipi, intere palestre pieghevoli da mettere sotto al letto, e il letto con il lattice che ti fa riposare meglio e il latte senza lattosio, il pane senza carboidrati, il gelato senza colesterolo e il colesterolo senza trigliceridi….

Al che le possibilità sono due, ti tuffi senza indugio in questo piano di rientro che ti accompagnerà tutta l’estate per arrivare con i nervi a pezzi e un fisico da pin up ai primi freddi, oppure ti mangi una fetta di colomba pasquale ricoperta di cioccolata e granella di zucchero e fingi di non aver trovato nell’armadio i tuoi vecchi jeans della prova “grasso”.
Lascio a voi indovinare quale sia la mia scelta e mi raccomando, non fatevi fregare dalla nuova foto che appare sul template. Questa volta sono io davvero, ma dieci anni fa e dopo una lunga settimana al Centro Benessere di Stresa ostaggio di una combriccola di nazisti che non mi dava neanche da mangiare. Da allora però soffro della sindrome di Stoccolma.

sigaretta cubana , mutanda contenitiva e ginecologo

Viscontessa, 24 Marzo 2006
Ho appena fumato una sigaretta cubana e sto per svenire.
Dovevo in tutti i modi condividere questa esperienza con qualcuno ma non potevo telefonare a mia mamma per direle che sto per svenire per via di una sigaretta cubana e così nonostante tutto, lo scrivo qui.
Era fortissima quella cazzo di sigaretta cubana, fortissima ma insapore, non come le camel light che sono leggermente dolciastre, anzi a dire il vero mi ricordavano le Goulois di mio zio Jannot che quando ero ragazzina insisteva perchè fumassi e a me veniva da vomitare.
Ma che ci mettono dentro a queste sigarette? pensavo a cosa potrebbe succedere se dopo il sesso tu ti accendessi una sigaretta che ti fa venire voglia vomitare.
- Vuoi? - dice lui pacifico
- grazie - rispondi tu accendendo la sigaretta e vomitando.
Però non ho ancora vomitato, forse lo farò ma per adesso ho solo questa sensazione di disgusto che mi parte dai polmoni e mi arriva allo stomaco e non sono sicura se sia meglio svenire tramortita al suolo in questo appartamento vuoto, oppure vomitare nella tazza del bagno e poi ripulire tutto con i sudori freddi per la schiena.
L’importante è lavarsi velocemente i denti anche se hai la sensazione che pur mangiandoti un tubetto di dentifricio il sapore di vomito ti resti in bocca.
Puzzo? la manina a conchino davanti alla bocca e poi un pacchetto di gomme che ti fanno tornare la nausea.
Comunque non passa.
Ho bevuto un litro di acqua, ho mangiato un pacchetto di gomme e ci ho pure fumato su una camel light ma la sensazione non passa.
La sigaretta cubana me l’aveva data un collega e io ho scelto quella con il filtro perchè ho pensato che fosse meglio di quella senza ma dopo averla fumato ho pensato che stare per un po’ di tempo a Cuba sarebbe un buon sistema per smettere di fumare.
Come quando a Londra ho smesso di mangiare perchè il pastone di piselli, carne e pasta infilato in un forno a scuocere, non mi piaceva affatto e allora tanto vale non farne di niente. Una volta ho anche smesso di tagliarmi le unghie dei piedi, ero curiosa di sapere fin dove sarebbero arrivate ma quelle dopo un po’ si sono fermate e a parte rompermi tutte le calze non hanno suscitato altri effetti interessanti.
Mi chiedevo se ci fosse ancora qualcuno che ripara le calze con lo smalto per unghie. Da ragazzina mia madre insisteva perchè portassi biancheria "decente" (come diceva lei) perchè se poi ti succede qualcosa che figura fai? ovviamente si riferiva ad un incidente, un malore, uno stupro….insomma cose così che rischiano di far inorridire il medico o lo stupratore per quella biancheria grigiastra che ti copre una frattura al femore o un torace in arresto cardiaco.
Però le calze non potevo mai buttarle via, se si smagliavano mi diceva di metterci un po’ di smalto e a volte capitava che la smagliatura fosse sulla coscia e che una gonna troppo corta, corresse il rischio di mostrare al mondo intero quella patacca rossa che teneva ferma la smagliatura. Io, per non correre il rischio, rimanevo in piedi per ore e cercavo di tirare sempre più su i collant anche se il rischio era quello di dare nuovamente il via alla smagliatura che superata la patacca, trovava altre strade per insinuarsi  sotto alla mia gonna.
Per il ginecologo invece mi consigliava di mettere biancheria decente ma "veloce" perchè non dovessi passare torppo tempo a spogliarmi o non subissi l’umiliazione del medico che mi osservava mentre toglievo i calzini, la mutanda contenitiva, il collant e infine la mutanda.
I calzizni servivano per portare scarpe troppo grandi magari appartenute ad una cugina o alla figlia di qualche sua amica, le mutande contenitive, invece, erano il segreto più intimo che una donna dovesse mantenere e avevano diverse funzionalità. La prima era quella di tenere su i collant che allora erano molto meno elastici di adesso e calavano, calavano, calavano, costringendoti a repentine e fulmine divaricate di coscia affinchè tornassero almeno un po’ su, la seconda, durante il ciclo, era quella di mantenere al suo posto l’assorbente che non aveva ali, non era deodorato e soprattutto era spesso come una fetta di caimbellone. La terza e ultima funzionalità era quella di tenerti calda la pancia che altrimenti rischi di ammalarti.
La mia interpretazione del veloce, utilizzata poi nel tempo per velocizzare anche altre attività, si era così risolta nell’indossare il reggicalze. Ne possedevo tre e non saprei dire da dove li avessi tirati fuori. Uno era bianco, uno rosso e uno nero. Le calze invece provenivano dallo stock di un vecchio negozio di calze che aveva chiuso ed erano calze "antiche" non elastiche e in seta. Ne devo avere ancora qualche paio conservate in un baule.
Così dal ginecologo andavo in reggicalze e quando lui mi diceva di spogliarmi me ne rimanevo sul lettino con il mio bel reggicalze nero e le calze in seta nere.

Non passa ma va un pochino meglio, diciamo che almeno i polmoni sembrano più tranquilli ma hanno inviato allo stomaco una comunicazione interna nella quale lo invitano a prendersi le sue responsabilità.
Io adesso vado, aspetto la risposta dello stomaco sdraiata su Anselmo il divano.

come una carpa

Viscontessa, 15 Marzo 2006
Dice la mia collega che alla fine la cosa è stata piuttosto imbarazzante.
La mia collega la incontro sempre nella microarea comune dove lei si lava i denti e io faccio pipì oppure prendo il caffè mentre lei invia un fax. Anche l’altra mia collega la incontro sempre nel medesimo luogo e ogni volta mi mostra la sua biancheria intima e la confronta con quella dell’altra collega oppure mi raccontano le loro avventure nel sexy shop che frequentano ogni sabato mattina dopo aver fatto una lampada.
Tutto ciò con una tale femminilità, una naturalezza e una freschezza che quando raccontano le loro avventure sembrano più le interpreti di un fumetto ironico sul mondo femminile che l’icona di una libertà sessuale finalmente acquisita.
Le storie sono tante anche se spesso troppo frammentarie per giungere ad una conclusione che meriti di essere riportata ma oggi, una delle due appena mi ha vista mi detto che doveva in tutti modi raccontarmi una cosa e per non essere oggetto di indiscrezioni, siamo andati nella microarea comune dove lei ne ha approfittato per sistemarsi le calze e io per osservare allo specchio quell’aria un po’ sciatta che ho messo su da qualche giorno.
Le cose sono quindi andate così, gia da tempo le due giamburrasca si aggiravano per i sexy shop in cerca di un vibratore come si deve. Uno lo avevano trovato ma costava 250 euro e la mia collega aveva sentenziato che con quella cifra si comprava direttamente un marocchino in carne ed ossa che magari dopo le offriva anche una canna. Poi ne avevano visti altri che però non si adattavano alle loro esigenze: troppo grandi, troppo piccoli, troppo colorati, troppo complicati….. insomma pareva che in tutta la città non esistesse un fallo (artificiale) in grado di soddisfare le loro esigenze.
Già da qualche mese questo tormentone accompagnava ogni mio viaggio in microarea tant’è che mi ero domandata, e avevo domandato a loro, quale fosse lo scopo esatto di quel vibratore. Silenzio.
Poi, stamattina, l’epilogo.
Sabato hanno finalmente trovato il vibratore dei loro sogni a soli 72 euro e lo hanno acquistato per poi chiedersi come gestirlo. Perché le due sono entrambe sposate e colei che sarebbe stata la proprietaria del famoso vibratore, temeva che il suo compagno potesse non gradire quella acquisto effettuato in compagnia di un’amica e non eventualmente suo.
Così lo aveva affidato all’altra che il giorno dopo lo ha riportato in ufficio e insieme al suo sacchetto, lo ha appeso allo schienale della sua sedia in attesa di renderlo alla legittima proprietaria.
Fatto sta che la mia amica tenutaria del vibratore, è da qualche giorno affiancata da un tipo che dovrà svolgere parte del suo lavoro. Se ne stanno tutto il giorno seduti vicini e mentre lei spiega e parla, parla e spiega, lui tiene un auricolare infilato nell’orecchio e annuisce serio con quell’aria da professionista che prenderà in mano la situazione quanto prima.
Tanto, nell’attesa di prendere in mano la situazione, ha offerto un caffè alla mia collega la quale stirandosi sulla sedia ha inavvertitamente avviato il vibratore….
A questo punto l’oggetto indemoniato ha cominciato a ronzare e ad agitarsi furioso sulla spalliera della sedia e mentre il serio professionista cercava incuriosito di comprendere cose stesse succedendo, la mia collega con non calanche ha tentato con il medesimo gesto che aveva causato l’accidentale accensione del vibratore, di spegnerlo.
Purtroppo una delle caratteristiche dell’oggetto, è quello di essere dotato di ben sette velocità così il suo tentativo si è risolto in una accellerazione dell’oggetto che ha cominciato a muoversi ancora più velocemente.
- ti giuro non sapevo cosa fare! Allora mentre lui cercava di capire cosa ci fosse nel sacchetto indemoniato, gli ho detto che dovevo andare un attimo in bagno. Ho preso la busta che si agitava come un pesce e con la mia “carpa” viva sotto al braccio sono corsa in bagno a spegnerlo!
Tanto l’oggetto non è ancora arrivato tra …le mani, della legittima proprietaria.

se

Viscontessa, 14 Marzo 2006

Se la giornata inizia rovesciando nel lavandino il prezioso contenuto del vasetto della tua crema antirughe e quello cade proprio sull’abbondante residuo di dentifricio con cui ti sei lavata i denti e si impasta con qualche capello che era sprofondato nel residuo di dentifricio sotto al quale puoi indubbiamente riconoscere un residuo di peli di barba di tuo marito, beh se la giornata inizia così è inutile poi lamentarsi se le cose non vanno per il verso giusto.

Anzi, mentre tenti di raccogliere quel pastone infame dal lavandino e stizzita ti spalmi il tutto sulla faccia eliminando peli e capelli e residui schiumosi di dentifricio che a contatto con la pelle del viso frizzano come alcol sulle ferite, hai la nettissima sensazione che quel pastone non sia il presagio di un giorno infausto, ma sia proprio tu ad essere infausta e trasudare presagi da ogni poro.

Se poi nel tentativo di pulirti il viso invece del morbido dischetto di cotone che non lascia pilucchi, prendi un pezzo di carta igienica che ti si impiastra tutto in faccia e soprattutto sulla ciglia seminando tracce bianche sulle tue palpebre come blefarite, e poi nel tentativo di liberarti di quella carta tutta appiccicosa ti avvicini al water e vedi che l’acqua è grigia e che sul fondo della tazza ci sono tracce di terriccio e nel tentativo di eliminare il terriccio (che proviene dagli operai che stanno ristrutturando l’appartamento del piano di sopra) tiri lo sciacquone almeno dieci volte di seguito pompando su quel bottone come una forsennata fino a quando il bottone fa “plop” e si affloscia privo di vita, beh è inutile domandarsi perché tu sia così contrariata dalla vita da trovare insopportabile qualsiasi cosa.

Se poi oltretutto nella giornata non succede proprio assolutamente nient’altro che possa giustificare quel presagio e resti tutto il giorno attaccata a quel ricordo mattutino che ti tira tutta la pelle del viso mentre una collega ti si avvicina e ti fa notare che hai un pelo anomalo attaccato in faccia e hai gli occhi rossi come un rospo e forse, ma non è che ti stai ammalando? Beh, allora davvero in una giornata così non c’è più neanche la soluzione istantanea di un sudoku a poterti mostrare da che parte gira il mondo trascinandoti con lui.

E tutto il giorno cammini nel verso opposto, chilometri e chilometri nel senso opposto così la sera sei sempre al punto di partenza ma la stanchezza ti uccide.

O almeno uccide quel pelo anomalo che cade definitivamente a terra mentre il barista dal quale ti sei rifugiata nella speranza di rallentare il forsennato passo contro senso, ti chiede perplesso se per caso perdi peli dalle orecchie!

carni vive e morte

Viscontessa, 9 Marzo 2006

Ogni tanto, per puro sfizio, bisognerebbe farsi anestetizzare qualcosa per provare la sensazione di quel pezzo di carne morta che ci sta addosso.

Non sto scherzando, le prime volte che accavallavo le gambe dopo l’intervento al ginocchio e mi toccavo con la mano il pezzo di gamba che va dal ginocchio in giù, ritraevo la mano inorridita da quel pezzo di gamba che non mi apparteneva. Sentivo con i polpastrelli la pelle, l’osso, i peli, ma non riuscivo a sentire sulla gamba il tocco dei polpastrelli e la cosa mi faceva impressione.

Adesso invece che ho imparato a riconoscere quel pezzo di gamba morta, vado spesso alla sua ricerca tastando in punti diversi e con intensità diversa, in cerca di un confine e una profondità ben precisa entro la quale la mia gamba è morta.

Oggi invece sono andata dal dentista e più che un’anestesia, mi ha sparato in bocca un’arma biologica che a distanza di circa due ore, non accenna ancora a diminuire i suoi effetti.

Così ho la parte sinistra della bocca morta come la mia gamba destra e ad ogni parola che pronuncio temo di mordermi la lingua o una guancia. Taccio.

Sarà poi per l’effetto del succhia-saliva che dopo un’ora ti si è succhiata anche parte dei succhi gastrici, mi è venuta una sete tremenda. Ma non una sete di quelle che ti puoi togliere semplicemente bevendo, ma una di quelle seti che ti costringono a volare sulla fruttiera con l’occhio da rapace. Escluse le mele che sono troppo croccanti, non restano che le arance e così ne ho prese un paio e dopo averle sbucciate ho provato a mangiarle. Meraviglia delle meraviglie! La parte morta della bocca, e in particolare modo la lingua sulla destra, percepisce la frescura dell’arancia come un cibo caldo e senza regalarmi il piacere del sapore, invia al mio cervello segnali di un calore asprigno che potrebbe essere, così ad occhio e croce, un “canarino ovvero spremuta di limone in acqua calda, usata per digerire. Il labbro invece dorme, dorme della grossa e invia al mio cervello la sensazione di essere enorme. Mi sento un pezzo di carne morta enorme sul lato della bocca.

Per parlare di anestesie mancate, infine, qualcuno ricorderà la scheggia di ceramica che mi si era conficcata nella mano. Avevo preso tra le mani un porta vaso di ceramica tutto rotto al quale però sono molto affezionata e nel farlo scivolare insieme alla pianta contenuta dentro su un porta vaso, una scheggia di ceramica mi si era conficcata nella mano.

A niente è servito il tentativo di estrarre le schegge con un paio di pinzette perché per quanto pensassi di aver fatto un buon lavoro, la notte la mano si è gonfiata e ha cominciato a pulsarmi indolenzita. Così il giorno dopo, in totale isolamento dal mondo esterno, ho preso un coltello che però non si è rivelato troppo affilato e quindi un paio di forbicine da unghie e, sprezzante del dolore, mi sono tagliata un pezzettino di carne, quel tanto che bastava ad individuare gli altri due pezzi di ceramica che stavano comodamente rintanati tra le mie carni.

Carne viva e carne morta, dopo il pezzo di dito che finì sul vassoio del salame grazie all’affettatrice elettrica, quella della scheggia di ceramica è stato l’evento più cruento che si sia mai verificato sulle mie carni vive. Su quelle morti invece c’è di che divertirsi.

dubbi sulla normalità

Viscontessa, 23 Febbraio 2006
Io non sono mai stata sicura di essere normale.
Ma non è colpa mia.
Ho una zia infatti che a causa di un probabile meningite avuta durante la guerra quando era ancora in fasce, è cresciuta in un corpo piuttosto infelice e con le capacità mentali di un bambino di cinque, sei anni.
La zia, che viveva con i miei nonni, non sapeva di essere com’era e si comportava normalmente come pensava che si comportassero anche gli altri. A noi cugini, allora bambini, era fatto assoluto divieto dire alla zia Arcadia (così ahimè si chiamava) che non era normale e dovevamo trattare con lei come se fosse stata normale anche se non sapevi a quale normalità fosse più opportuno riferirsi perché non era un’adulta normale e neanche una bambina normale.
Quando per esempio tornando da fuori portava radiosa dei fazzoletti sporchi raccattati per strada, non sapevamo mai come comportarci. Lei lavava i fazzoletti e li riponeva nel suo cassetto poi in occasioni speciali, ci regalava un fazzoletto usato (ma lavato) raccontandoci dove lo aveva trovato e noi, cercando con la sguardo le nostre mamme, ci sentivamo piuttosto in imbarazzo sia ad accettare che a respingere quel singolare dono. Di solito poi, incalzati dallo sguardo severo della mamma, prendevamo quel fazzoletto ex-moccicoso mentre lei rideva senza voce come solo lei sapeva fare. Uno delle sue manie più singolari, però, era quello di chiamarti furtiva in disparte per toglierti un pelucco, un capello, un filo dal golf. Lo prendeva delicatamente con le mani e te lo mostrava orgogliosa convinta con quel gesto di averti fatto comprendere il perché tutto doveva avvenire in segretezza. Il suo gioco preferito invece era quello di appenderti addosso le mollette da bucato e per ogni molletta che riusciva ad appinzarti dietro la maglietta, rideva in silenzio per ore. Se non ti accorgevi di quella molletta ti capitava, osservandola, di pensare che fosse posseduta da un demonio muto.
Così è successo che ad un certo punto della mia vita, probabilmente in concomitanza con l’avvicinarsi di quella adolescenza che si concentra tutta sull’individuo che la sta vivendo, ho cominciato a chiedermi se ero normale.
D’altra parte, se no lo fossi stata, non me ne sarei potuta accorgere come non se ne accorgeva la zia Arcadia.
All’inizio il dubbio era un dubbio innocuo con cui trastullarsi quando guardandoti allo specchio, cominci a non riconoscerti più e a chiederti se quei due nocciolini che prendono forma sotto ai capezzoli, siano normali o siano il principio di un rarissimo tumore infantile. A quell’età, si sa, non esistono vie di mezzo e la tragicità è uno degli stati d’animo che permeano tutta la nostra esistenza di giovani virgulti.
Fatto sta però, che l’accrescersi delle tette coincise con l’accrescersi dei dubbi sulla mia normalità. Se da un lato il probabile tumore infantile cresceva, dall’altra l’ignorare la malattia da parte della mia famiglia, era assolutamente spiegabile dalla loro incapacità di affrontare determinate situazioni. Immaginavo infatti che mia madre fosse assolutamente consapevole della mia malattia, ma che per non dispiacermi, spacciasse quei bozzi sul mio petto per un seno acerbo come accadeva per  la mia zia “scema” spacciata per una persona normale.
Così piano piano finiì per convincermi che anche io dovevo avere qualcosa che non andava e cominciai da un lato a spiare i miei genitori nella speranza di sentirli prima o poi parlare tra loro della mia anormalità, e dall’altra mi sottoponevo a stenuanti sedute di domande che potessero negare la  mia teoria.
Se uscivo con un’amica per andare al cinema, mi dicevo che dovevo per forza essere normale altrimenti i miei genitori non mi avrebbero mandata, ma poi, un attimo dopo, mi dicevo che mi avevo mandato apposta perché io non sospettassi di essere anormale. Del primo bacio, per esempio, ricordo quella sensazione di disagio che si può provare quando si pensa che qualcuno sia stato pagato per ingannarti perché la mia paranoia aveva raggiunto livelli tali, da avermi portato ad architettare tutta una teoria sulla mia famiglia.
Avevo insomma deciso, ad un certo punto, che la mia famiglia fosse ricchissima, così ricca da aver comprato tutti quelli che mi stavano intorno per non farmi sentire normale.
Mentre le mie coetanee sognavano di essere principesse arabe strappate da piccole dalle loro famiglie di origine, io sognavo di essere un’anormale a cui i genitori volevano così bene da preservarla dalla dura realtà e ci fu un periodo, un brevissimo periodo della mia adolescenza, nei quali provai per loro anche una tenerissima riconoscenza.
E adesso, se non sono normale, sapete il perché.

« Post precedenti   Post successivi »