cocaina

Viscontessa, 11 Ottobre 2005
Lì la trovavi sotto al piatto a fine pranzo. Il menù era irrilevante, Max  ti chiedeva quanto volevi spendere e poi ti serviva le specialità della casa, la penultima, prima del dolce, la potevi assaggiare al piano di sopra su un tavolo dalla superficie liscia e scura che rimaneva sempre nudo a disposizione dei clienti.
Il caffè te l’offriva lui.

A Claudio regalarono una fetta di pietra dura e una piccola cannuccia d’argento dalla quale, da un lato, si poteva estrarre un minuscolo cucchiaino che a me ricordava le posate delle Barbie. Forse perché le Barbie erano bambole raffinate e di gusto e le posate che usavano per il loro brunch erano sempre argentate.
Portava il tutto in una morbida custodia di panno e organizzava feste a tema che non finivano mai. Quando il sole spuntava all’orizzonte, preparava le ultime bianche e sottilissime piste che servivano per affrontare la giornata lavorativa che come ogni mattina si presentava puntuale ad attenderlo. Poi con un dito ripuliva accuratamente tutti gli strumenti e si passava il dito sulle gengive che rimanevano leggermente anestetizzate per un po’.
C’era sempre qualcuno che preparava il caffè prima di uscire.
A me il suo sapore ricordava quello delle gocce che da piccola mi mettevano nel naso quando avevo il raffreddore. Un retrogusto leggermente amaro subito spazzato via dal fumo di una sigaretta. Una volta trascorsi la notte in compagnia della figlia di un grosso industriale che mi raccontava che aveva trovato un sistema eccezionale per spazzare via l’angoscia che talvolta le attanagliava lo stomaco: quando le pareva di soffocare, correva all’aeroporto e prendeva il primo volo in partenza. Tornava a casa solo quando le pareva di sentirsi meglio ma correva subito a cercare Claudio e io non sono sicura che si sentisse davvero meglio.
Claudio era un padrone di casa molto scrupoloso che non faceva mancare niente ai suoi ospiti ma li studiava perché non voleva che qualcuno si sentisse male. All’inizio della serata era sempre molto generoso poi con il trascorrere della serata diceva tu si e tu no. Qualcuno a volte si arrabbiava ma lui gli preparava una canna, lo faceva stendere sul letto, metteva della musica sottofondo e con tono dolce gli raccontava cose.

Anni dopo non si poteva perdere tempo. Quando c’era da lavorare dovevi dormire solo se ti capitava l’occasione ma a volte l’occasione non capitava per giorni e a cena dovevi mangiare poco e sorridere molto.  Una volta fu un errore alle tre di notte dopo aver lavorato tutto il giorno dalle otto di mattina. Presi un volo e andai a rimediare l’errore, tornai due giorni dopo con un errore risolto e una soluzione molto più semplice in tasca.
Tutti portavano una soluzione nella tasca, si acquistavano da Max.

Io ho un abito nero adatto, se a qualcuno interessa….

Viscontessa, 2 Agosto 2005
Se non fossi come sono sarei diversa.
Ci ho pensato oggi mentre il sole torrido mi batteva sul casco nero che uso per andare in motorino e il libro che sto leggendo mi tornava in mente con il suo carico di spiegazioni scientifiche dei nostri comportamenti.
Succede sempre così, quando non ti interessa approfondire la tua vita, cerchi qualcosa da leggerti che la spieghi con una formula matematica esentandoti da riflessioni più profonde e complicate.
Di solito mi piacciono i personaggi marginali che attraversano il romanzo in uno stato di soporifera depressione, li osservo alzarsi la mattina e affrontare la loro giornata senza che accada niente di interessante.
Mentre il protagonista si alza la mattina e inciampa su una buccia di banana che gli cambierà la vita, il personaggio marginale, quello che all’inizio era pieno di aspettative per se stesso e per il lettore, trova sempre la strada libera e pulita, i cassonetti appena svuotati e un vigile che gli fa attraversare indenne la strada intasata dal traffico.
Poi di solito, quando anche il lettore si è dimenticato di lui, il personaggio marginale muore per l’infezione di un’unghia incarnita o perché una mattina è andato a cercarsi la buccia di banana che ha fatto la fortuna o la sfortuna del protagonista, e scivolandoci sopra si rompe l’osso del collo e muore.
Al funerale tutti si ricordano del personaggio marginale ma i protagonista se lo ricorda sempre meglio e di più.
E’ come nei film. Iniziamo sempre che uno la mattina si alza, si lava, si veste ed esce di casa per andare in ufficio.
Tutti ci alziamo, ci laviamo ed usciamo per andare in ufficio ma a quello lì che sta sullo schermo e si rimira ignaro nello specchio del bagno, entro breve succederà qualcosa. A te no, te puoi rimirarti nello specchio quanto ti pare ma quando esci per andare in ufficio, arrivi sempre regolarmente in ufficio e non riesci a capire come sia possibile che stai in uno schermo l’ufficio invece non arrivi mai.
Nei film il personaggio marginale è sempre bello e quando muore al suo funerale c’è sempre una bella donna vestita di nero che partecipa alla cerimonia. Nei libri no, il personaggio marginale ha sempre degli occhi che parlano ma come sia il suo naso non lo sa quasi mai nessuno. Però il personaggio principale, quello che con le bucce di banana ci fa la sua fortuna, lui ha sempre anche un naso che vuol dire qualcosa.
Se quindi non fossi come sono sarei diversa.
Pensavo a questa cosa mentre cercavo di individuare una patologia neurologica che mi consentisse di individuare una malattia che non fosse la scontatissima "depressione".
Ai giorni nostri se non sei un po’ depresso non sei nessuno ma i personaggi marginali, quando sono ben descritti e raccontati, non sono semplicemente depressi come un ortolano qualsiasi o il collega della scrivania di fronte, i personaggi marginali che al funerale hanno una bella donna vestita di nero (anche se il narratore non te ne parla ma tu leggendo ne percepisci la presenza), hanno sempre qualche altra patologia piuttosto snob.
Così sono tornata a leggere Oliver Sacks: "un antropologo su Marte".
E una fava col casco nero in testa.

Poverinas

Viscontessa, 27 Maggio 2005
La notte scorsa l’ho trascorsa in compagnia dell’elefantino dagli occhi tristi.

Poi me lo sono mangiato, erano tenero e ben frollato e ho pensato che così va la vita: il tuo affetto viene stritolato da ingranaggi mostruosi che ti sputano polpette di elefantino da fare in umido e a te non resta che nutrirti e apprezzare la bontà del cibo.

E’ che adesso devo elaborare il lutto dei miei animali che ho dovuto fare sopprimere e che, accompagnato dal senso di colpa che mi tormenta per averli condotti personalmente verso il loro destino, mi procurerà un sorta di Soap Opera onirica popolata da un’allegoria di animali che io tratteggerò come l’opera incompiuta di una natura morta.

Artisticamente tormentata, ho trascorso quindi la notte che ci ha testè condotto alla luminosa giornata di oggi, in compagnia di un feroce mal di testa di quelli che ti insinuano nell’occhio destro, dilagano nella nuca ed escono dall’orecchio sinistro non prima però, di aver assestato un paio di colpi alla regione occipitale di un cranio che ti pare troppo piccolo per contenere quello che ci sta dentro. Qualcosa premeva per uscire ma non sapendo cosa, ho sedato il tutto con un Aulin100 alle otto di mattina che ha in realtà sedato solo gli occhi che mi si incrociano di fronte al monitor, e un Brufen600 alle 11.00 che ha convinto il feto mostruoso che voleva uscire dal mio cranio, a riposarsi ancora per un po’ e darmi tregua.

Ovviamente sto vivendo la tregua della partoriente in epidurale per cui il fatto di non percepire i calci della mia creatura, non significa che quella non scalci nelle pareti del mio cranio creando bozzi e protuberanze ben visibili a chi dovesse leggere questo post.

Quindi, nell’attesa di riacquistare le sembianze a me note e di potermi nuovamente riconoscere nello specchio, lascio per oggi il mio blog in balia di quello che ho scritto ieri su Quattropassi e che nella nottata ha ricevuto la nomination il Poverirono’s di questa settimana.


nuova e (in)utile/1

Viscontessa, 18 Maggio 2005
Io dormo con i calzini fino a giugno.
Magari sopra porto solo una maglia ma i calzini sono fondamentali per il buon esito del mio riposo.
Stamattina mi sono bagnata i piedi, pioveva con molta più acqua di quanta fosse necessaria per scoraggiare chiunque dall’uscire di casa se non costretto, e siccome quasi nessuno era costretto a partecipare quest’oggi alla prima giornata del Nuovo e Utile alla Fortezza da Basso di Firenze, ho vagato in una certa solitudine alla ricerca del padiglione che mi riguardava.
E poi le punte.
Mi piacciono le scarpe con le punte ma le punte si bagnano con più facilità e io non avevo niente di nuovo per salvaguardarle da quella pioggia torrenziale perchè l’ombrello che mi ero portata dietro era talmente piccolo da non potersi certo definire utile per un vezzo così ingombrante.
Un ombrello a punta sarebbe un’invenzione apprezzata.
Così sono rimasta tutto il giorno con i piedi bagnati, un tormento, e nessuno ha voluto sapere da me come si apre un blog, a cosa serve un blog e perché aprire un blog. C’è di buono che però nessuno lo ha voluto sapere da nessuno e per questo, esonerata dal compito di angelo del blog, ho potuto assistere a tutte le conferenze che si sono tenute oggi e alle quali ho partecipato con interesse e incompetenza come quando in barca a vela assistevo alle manovre di attracco al porto appollaiata dove potessero scavalcarmi senza troppe difficoltà.
Ora sono stanca e ancora piuttosto infreddolita ma ho finalmente capito cosa non farò da grande, la blogger.
D’altra parte ad un certo punto si rende necessario andare per esclusione e dopo aver già preparato un paio di pantofoline da indossare domani mentre alla Fortezza farò l’angelo forse del focolare più che dei blog, vi rimando per considerazioni molto più serie delle mie a casa di Antonio e mi ritiro nei miei appartamenti dove ho già preparato un grosso paio di calzettoni di lana che non vedo l’ora di indossare.
Stasera mi sento molto biodegradabile.

ordine sparso

Viscontessa, 6 Maggio 2005
Si va bene ci sono, ci sono in quella maniera un po’ così come ci si può essere quando non si può dividere la biancheria nei propri cassetti.
Inutile qualsiasi suggerimento, all’Ikea non hanno niente che faccia al caso mio, puoi trovare un guardaroba completo per una famiglia di quattro persone da montare sopra al frigo di cucina o un frigo che diventa divano letto e un divano letto che monta a neve i bianchi d’uovo, però non hanno ancora inventato niente per riporre ordinatamente nella propria giornata il fare e il pensare e una cosa inevitabilmente esclude l’altra.
In fondo l’essere o l’avere, è una questione superata da tempo. Avere è diventato piuttosto complicato per cui non resta che essere ma "io sono" ormai non basta più, specificare cosa si è, è diventato essenziale.
Io sono una che quando esce dall’ufficio va in palestra, mi fiondo sulla cyclette, sudo, ansimo, pedalo, mi sento il cuore scoppiare nelle orecchie e quando scendo, sono una donna soddisfatta.
Non mi si addice, non mi viene bene. Perché faticare sia diventato tanto di moda non lo capisco se non pensando che la sofferenza, sia l’unica condizione in cui l’uomo si trova a proprio a agio.
Allora sono una madre premurosa, osservo crescere il virgulto e ripongo su di lei le mie aspettative, mangia poco che altrimenti ingrassi e invece devi tenerti in forma perchè da grande devi fare la velina e sposare un calciatore famoso.
Che ora poi si inizia presto, appena ti spuntano le tette ti mando a fare Adriana "quattro paperelle, quattro gattini, quattro stelline, quattro volte scemo" solo quattro? Avrei detto di più.
Oppure studia, studia che da grande devi fare l’astronauta o l’Ufficiale dei Carabinieri che l’hai vista com’è brava la Marcuzzi che fa la carabiniera?
Io le caserme dei carabinieri me le ricordavo diverse, buie, tristi, malinconiche a volte maledette come quella di Bolzaneto ma quella era la Polizia che invece adesso ci ha messo su il RIS e son tutti più belli, bravi e umani.
Niente, lasciamo che le aspirazioni prendano vita tra i giochi in giardino: un giorno è il pallone, un’altra una barca costruita con una tavola da surf, un’altra ancora un cavallo con una scopa.
Quindi sono una casalinga di fronte a Verissimo e il mio bel monte di roba da stirare che i calzini non si accoppiano mai. Anzi, quelli si ignorano proprio, li compri uniti da un filo che devi tagliare con le forbici come l’inaugurazione del nuovo padiglione di maternità dell’ospedale e poi quelli prendono strade diverse, lavatrici diverse, cassetti diversi e sentieri che non si capisce come mai non riescono mai ad incontrarsi. E infatti non si riproducono, i calzini restano sterili per tutta la vita come quel padiglione per il "parto dolce" unico in Europa dove l’ecografo non si limita ad osservare il bambino dentro alla pancia, ma gli fa un vero e proprio book da presentare il prima possibile ad un’agenzia per modelle che per certe cose non è mai troppo presto.
Poi manca il fotografo e quindi si va tutti a partorire nella solita maternità e i calzini non si incontrano mai e non si rammendano più. Si butta via tutto e avanti con qualcosa di nuovo.
Fare, ecco devo fare molte cose, cose che non collimano con l’essere, che non collimano con il pensare, che non collimano proprio come una mutanda presa da un cassetto senza identità che finirà per accoppiarsi con il reggiseno sbagliato e riprodursi, dentro alla lavatrice, in un organismo geneticamente modificato di quelli che quando nasce, tutti si guardano stupiti e si chiedono: ma che cos’era questa cosa prima che tu la infilassi in lavatrice?
Il dubbio permane insieme all’assenza del gatto che non torna da ieri sera.
Essere una fava in fondo è la cosa che mi riesce sempre meglio

frustrata attendo frustate

Viscontessa, 4 Aprile 2005

Mio Dio! A volte leggendomi mi vengo così a noia che di tanto in tanto mi frequento con lo spirito da crocerossina con cui andrei a trovare una vecchia zia in preda alla ubbie della sua età.

A volte mi sto più simpatica dal vero quando distratta dal camminare o dal passarmi il lucidalabbra, non mi accorgo di essere in compagnia di me stessa.

Anche stasera per esempio mi sento nell’espletamento delle mie funzioni di crocerossina mentre scrivo questo post con il solo intento di fare un riassunto dell’ulcera virtuale dalla quale sono stata colpita nelle giornata di oggi e che mi ha portato a spasmi e rigurgiti letterali di cui percepisco ancora una maleodorante scia che mi si deve essere incollata addosso.

Mi consola la certezza che sia una fase passeggera e mentre mi tormento per chi passando di qua proverà l’irrefrenabile impulso di staccarmi la flebo di introspezione con cui mi aggiro ultimamente nel mondo virtuale, faccio ammenda della giornata odierna nella quale ho pubblicato tre volte il medesimo post su Macchianera che per tre volte ho riscritto senza che mi venisse in mente di fare un semplice copia incolla e mi pento di essermi lasciata trasportare dalla fretta biacicando sul medesimo post, risposte che avrebbero meritato più attenzione.

In preda poi ad un singulto dell’ultimo momento, ho partecipato di fretta (in dieci minuti netti) al blgorodeo di oggi dove non solo ho scritto un pezzo che pareva il delirio della vecchia zia alle prese con i propri calli, ma che anche lì ho postato per ben due volte colpita evidentemente da un raptus di efficienza senile che mi fa inconsciamente temere per una mia dipartita virtuale che non posso sopportare avvenga senza aver lasciato regolare testamento scritto.

Infine, dopo questa indigestione di sconclusionati post, ho inviato un post su OCE che però poi fulminata questa volta da una sorta di timidezza improvvisa, ho cancellato senza neanche conservarne una copia che mi consentisse di ribadire il concetto che avevo espresso e cancellato subito, lasciando questa volta qualche povero lettore nelle condizioni di chiedersi cosa mai stavo dicendo.

Poi adesso, per quella forma di lenta digestione che mi costringe comunque a portare a compimento il processo gastrico avviato con i miei interventi, dovrei tornare a chiarire alcune posizioni che ho accennato altrove ma che temo, nelle condizioni di rimambimento in cui mi trovo, di aggravare di ulteriori castronerie che prima o poi un camion della nettezza verrà a ributtarmi tutte su questo blog sommergendomi di quella me stessa che ho seminato altrove.

Su tutto ci sarebbero queste elezioni che meriterebbero una parola di commento ma che per oggi preferisco evitare per non essere costretta a rileggermi ulteriormente.

E ora con vado a spalmarmi su Anselmo.

p.s i link dei siti citati sono nella colonnina di destra su "a casa di amici", i link di ciò che ho scritto su quei siti non sono in grado di metterli e in questo momento tutto ciò è un gran sollievo J

ancora sui lavoretti domestici

Viscontessa, 5 Marzo 2005

 

L’errore più comune che una massaia alle prime armi tende a commettere, è quello di non rendersi conto che ogni pavimento ha le sue esigenze e che se il parquet è bello per un motivo, molti altri motivi possono nascondersi dietro alla scorza dura e austera di un pavimento di graniglia.

Il parquet, infatti, è diventato ai giorni nostri uno dei pavimenti preferiti per le camere da letto perché il calore del suo materiale, avvolgente e accomodante, non richiede sforzo alcuno per essere vissuto anche se pochi sanno che per mantenerlo sempre in buono stato, è necessaria una manutenzione particolare che niente regala alla massaia che dovrà occuparsene.

Il pavimento di graniglia invece, pur essendo a prima vista freddo e austero, è un pavimento particolarmente generoso capace di adattarsi perfettamente alle esigenze di ogni camera e di ogni massaia non risparmiandosi neanche in una semplice cucina dove, sapientemente stimolato, regalerà anche alla più esigente delle massai soddisfazioni di grande valore.

Il pavimento in cotto, però, è l’esempio più fulgido di cuore e passione che ci si possa aspettare da un pavimento.

Caldo e avvolgente come il parquet, il cotto è versatile come la graniglia e le piccole affossature, gli anfratti, le insenature e il tempo che lo modella, lo rendono un pavimento davvero eccezionale capace di scatenare le fantasie più segrete anche della massaia più esigente.

Rapido, frettoloso e grossolano, è invece la monocottura che non richiede alcun tipo di perizia e di competenza e che può essere pulito con un cencio qualsiasi o con un semplice mocio vileda, anche dalla casalinga più distratta.

Perché il cencio con cui si accarezza un pavimento, è essenziale per rendere il medesimo vivo e pulsante e pensare di lavare un pavimento senza avere perfetta consapevolezza di ciò a cui ci si trova davanti, è come scopare con un pennello o arginare la cintrufuga di una lavatrice impazzita.

I cenci nuovi in microfibra, per esempio, sono rapidi ed efficienti, sanno fare bene il loro lavoro ma non ci mettono anima, la loro essenzialità attrae il pelo che non riesce a resistere al loro richiamo, ma loro lo trattano quasi con professionalità, non lo trattengono all’interno delle loro fibre e dopo averlo ottenuto se ne sbarazzano molto facilmente.

E poi si consumano troppo presto, si stancano troppo rapidamente lasciando in bocca della massaia di esperienza, un retrogusto amaro di lavoro fatto solo per dovere come se tutti i pavimenti fossero uguali e non richiedessero una cura particolare per lasciarsi andare in tutto il loro splendore.

Io per esempio preferisco i panni morbidi e ampi, quelli capaci di insinuarsi in ogni fessura e in ogni anfratto del pavimento adattandosi di volta in volta alle esigenze del momento. Preferisco i panni spessi e avvolgenti capaci di lusingare il pelo con il gioco dell’attesa, mi piace quando li vedo scivolare in quell’angolo più buio per riemergerne con la gioiosa sicurezza di aver incuriosito quel pavimento così riottoso a lasciarsi andare al loro gioco.

E li seguo con gli occhi mentre danzando sul pavimento con la grazia di un ballerino, arrivano a convincere la superficie del medesimo a schiudere ogni poro del loro essere per lasciarsi andare a quelle amorevoli carezze che renderanno il pavimento una superficie appagata e soddisfatta.

Piccoli tocchi fugaci e movimenti sempre più ritmati che scivolando sull’acqua che accompagna i loro movimenti si fondono per pochi istanti in un’unica essenza di piacere.

Certo alle cose ci si arriva un po’ per gradi, devo dire, per esempio, che nelle prime esperienze casalinghe, prediligevo i panni ruvidi di cotone quelli con le trame ben in vista che ad un occhio inesperto possono apparire come veri maestri di pulizia per via di quella loro consistenza robusta che sembra non trovare mai una fine.

I panni morbidi mi sembravano uno spreco di tempo perché quando si è giovani si bada più al sodo senza occuparsi dei piaceri che un lavoro più meticoloso può concedere.

Mi piacevano i panni ruvidi perché strappavano via il sudicio con rapidità e anche se non erano troppo umidi, le loro trame a vista, si occupavano di intrappolare grossolanamente ciò che trovavano nel loro cammino lasciando dietro di se un pavimento apparentemente soddisfatto ma invero inquieto e opaco come un’uggiosa giornata di pioggia.

sono un po’ annoiata

Viscontessa, 11 Febbraio 2005

 

Ero qui che mi trastullavo con le pellicine delle unghie

Quelle più tenere e digeribili delle unghie stesse che quando le hai divelte dal dito sporcando di sangue tutto la tastiera del computer, le puoi mordicchiare per un po’ prima di sputarle con precisione assoluta nel portacenere che staziona sulla scrivania.

I più ingordi le ingollano come patatine fritte ma io l’autocannibalismo ho smesso di praticarlo quando una volta mi sono tagliata una papilla gustativa con le forbicine e l’ho mangiata.

Che poi non è per l’apporto calorico che ho smesso di mangiucchiarmi a pezzi perché ci ho pensato: se mi mangio una pellicina quella mi apporterà calorie nella misura in cui il mio corpo peserà meno per quella pellicina divelta, l’ho fatto per una questione di principio come può esserlo per un vegetariano non mangiare carne.

Ero quindi sul pollice sinistro mentre leggiucchiavo distrattamente qualche post. Rifinivo il lavoro affinchè i residui dell’intervento dentale sul pollice sinistro, non si incastrassero poi nei collant quando prima o poi me li sfilerò di dosso.

Perché i collant di oggi, quelli in microfibra, non si smagliano più come le vecchie calze di una volta, ma si incupiscono di ombreggiature che ne indicano precisamente l’età e non volevo, a causa del mio passatempo, influire ulteriormente sulle ombreggiature di questi collant che tutto sommato se la cavano ancora bene.

Ho quindi piazzato con decisione l’incisivo su un calloso residuo epidermico che svettava sul lato sinistro del dito e poi, con precisione chirurgica, ho serrato le mandibole che sono andate a recidere di netto l’oggetto del mio desiderio.

Quindi ho sputacchiato nel mio posacenere la pellicina e ho cominciato a canticchiare Candy-candy che sorrisi dolci che fai.

E ci ho preso gusto, ci ho preso così gusto che sono passata a jeeg robot d’acciaio modulando il corri ragazzo laggiù con movimenti sempre più ondulatori della sedia fino a quando, sul perché tuuuuu, tu sei jeeg, mi sono spenzolata all’indietro e reggendomi alla scrivania con entrambe le mani, ho allungato le gambe e ho chiuso gli occhi.

Sono caduta con tutta la sedia sulla libreria.

Ho battuto la testa, la gamba un gomito e il fianco sinistro e mentre nel tentativo di risollevarmi mi sono aggrappata alla scrivania, mi è caduto in testa il portacenere con tutte le mie pelliccine sputacchiate che viste così fanno anche un po’ schifo.

Forse, ho deciso, d’ora in avanti ricomincio a mangiarmele.

bisogno di maternità virtuale

Viscontessa, 8 Febbraio 2005

 

Il fatto è che mi si è arrotondata tutta e anche quei suoi dentoni a coniglio di solito così impertinenti e maligni, hanno assunto un’aria più dolce e delicata come petali cremisi di un fiore appassito. Parlo della mia barista, lo scricciolo di cartone che come un burattino imita le sembianze umane mentre prepara il caffè.



Ultimamente vado sempre a mangiare lì perché il prosciutto legnoso deil oro umili panini, mi fa passare l’appetito al solo guardarli e toltala gola, cercare di perdere qualche kilo è più semplice e meno faticoso.

Tra l’altro anche il marito del grillo-talpa, grosso roditore dallo sguardo vacuo, sembra acquisire di giorno in giorno maggior sicurezza e ora, quando deve darmi il resto, non lo conta più con l’aria sospettosa della pantegana che esce dal tombino, ma si accontenta di uno sguardo e un sorriso che qualche volta, sarò sincera, quasi mi commuovono.



Il dubbio è che il grillo talpa sia incinta e che la diversa disposizione dentale nell’arco temporale della sua collocazione orale, sia dovuta al grazioso stato interessante in cui il grillo-talpa si trova.



La gravidanza è una gran cosa. Fino a quando abbassando lo sguardo continui a vederti il ciuffetto di peli del pube, ti senti una gran donna, dopo, quando anche un semplice bidet è un’operazione che richiederebbe un cane guida per ciechi, ti cominci a sentire una balena ma ormai è fatta, da un momento all’altro diventerai floscia come un tricheco e stringendoti tra le braccia quel cosino che ti si avvinghierà su una tetta come mai neanche l’amante più focoso è riuscito a fare, ti accorgerai che rimarrai un po’ puerpera per tutta la vita.

E così oggi, dopo aver affrontato lo sguardo acquoso ma cristallino del grillo-talpa in riproduzione, ho provato una fitta di nostalgia per quel legame forte e strettissimo che si instaura tra la perenne puerpera e il topino nano, e improvvisamente ho provato fortissimo il desiderio di avere anche io nuovamente una piccola creatura da accudire e far crescere tra mille dubbi, incertezze e atroci perprelssità.

Poi ieri leggevo sul blog di Giulia (www.saitenereunsegreto.com) che frequento da spettatrice passiva orami da tempo, che per essere una vera blogstar devi avere almeno un piccolo troll che ti zompetta intorno festoso sovrastando di tanto in tanto le tue parole, con i suoi piccoli e graziosi urli di esserino in fase di crescita.

E così, forse perché il Signore è buono e comprensivo ma non si sa mai come manifesterà con te la sua misericordia, quest’oggi mi è arrivato del tutto inaspettatamente un giovane troll che oltre a dare un certo lustro alla mia persona virtuale, mi consentirà di abbandonare definitivamente il mio piccolo tamagotchi vero e unico surrogato di una maternità virtuale di cui sentivo fortissimo il richiamo ormai da tempo.

Per chi avesse letto il post precedente, cazzi suoi, l’ho cancellato e fanculo ai troll!

tipi strani

Viscontessa, 4 Febbraio 2005

 

Sono visibilmente annoiata e vistosamente ingrugnata.

La faccia da ingrugnita è con il labbro inferiore sporgente e le sopraciglia aggrottate.

Quando sono così vistosamente ingrugnita me ne vado a letto e ci dormo su per tre o quattro giorni alternando al sonno la narcolettica veglia quella che gli altri pensano essere veglia ma tu sai che essere sonno in piedi.

La narcolettica veglia aiuta ad evitare il dagherrotipo della propria anima e stimola la produzione onirica del lobo sinistro e l’appiattimento bulbifero di quello destro.

Ti alzi con la forma con la capigliatura a destra e te la tieni tutto il giorno come simbolo identificativo del tuo pietoso stato.

Il dagherrotipo del mio volto invece è un disastro.

Ultimamente, da quando esiste questo blog, mi spippolo le meningi per trovare una mia foto che abbia la gentilezza di riprodurre ciò che io vedo e non ciò che vede la macchina fotografica.

Ma non troviamo un accordo, lei, la macchina, mi racconta una cosa e poi ne fa un’altra e io resto con questo tipo dagherro, che non è ciò mi aspettavo.

Un appuntamento al buio che rischiarato dal flash, si manifesta in tutta la sua tragica comicità.

Una delusione straziante, se fossi un po’ più avvezza all’esercizio, piangerei come una fontana ma mi annoio subito e lascio che la tipa (la macchina) se la faccia con il tipo (il dagherro) mentre io vado ad occuparmi del divano Anselmo che ormai mi accoglie nella sua impronta, come la sacra sindone si curò del corpo di cristo.

In fondo sono una povera crista anche io, soprattutto quando mi faccio le foto e mi scontro con un’occhiaia che stava rintanata sotto agli occhiali fino a quando non ha visto l’obbiettivo.

Ho le occhiaie esibizioniste e molto più fotogeniche di me. Il loro dagherrotipo è eccezionale.

Mi chiedevo se fosse vero che le fotografie ti rubano l’anima, me lo chiedevo perché ogni tanto se la mia anima se la portassero via e la distraessero un po’, sarebbe un buon motivo per farsi le foto.

Ti fai la foto e stai tranquilla per un po’.

Magari metti su il ragù invece di lasciarlo lì a sbiadire nella pentola con quell’aria triste e quella cipolla bianca che ci galleggia sopra. Quella cipolla sembra un culo imprigionato nelle sabbie mobili e quella carota lì accanto non chiama certo alla mente immagini migliori.

Un gran culo che galleggia nel ragù.

Forse è meglio che esca, vado a giocarmi il 53 sulla ruota di Bagdad.

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