Era crollata la casa! C’è stato un terremoto! Una tremenda inondazione! Le cavallette! Non è stata colpa mia! Lo giuro su Dio!

Viscontessa, 10 Maggio 2008

Era crollata la casa
Mi è svampato il computer. Avevo una tovaglia con un’orrenda macchia di sugo proprio nel centro così ho pensato di metterla a mollo nella varechina per una decina di minuti. Poi, visto che avevo la bottiglia della varechina in mano, mi son detta che già che c’ero potevo provare a lavarci il pavimento in cotto del giardino ma subito dopo aver buttato la varechina per terra, è suonato il campanello così ho mollato tutto lì e sono andata ad aprire. Posta da firmare e la solita postina mi consegna la solita multa contro alla quale come al solito farò ricorso. Stiamo parlando del ricorso della multa, quando suona il telefono e Luisa di Sky mi propone per la terza volta in una settimana una mese di prova gratuita. Ancora con Luisa al telefono e la postina sull’uscio, mi arriva un messaggio sul cellulare ma mentre vado a cercare di corsa il telefono che ricordavo di aver usato come zeppa per il tavolo nell’attesa che la colla con cui avevo attaccato la zampa si seccasse, sono inciampata nel cane che ululando ha infilato la porta aperta e si è scaraventato in strada. Al che ho messo la cornetta in mano alla postina perchè parlasse lei con Luisa e mi sono precipitata in strada a rincorrere il cane senza pensare che avevo un paio di pantaloncini corti e gli stivaloni di gomma. Morale, mi è svampato il computer.
No.

C’è stato un terremoto
Chiedo perdono a miei affezionati lettori per la latitanza di questi giorni ma sono appena tornata dalla Fiera del Libro di Torino e i giorni che hanno preceduto la mia partenza sono stati zeppi di impegni e di cose da fare. Ovviamente, come avrò modo di raccontarvi nei prossimi giorni, ne è valsa davvero la pena perchè ho fatto cose e ho visto gente ma nei prossimi giorni sarò più precisa e giuro di mettermi in pari anche con le mail. Tanto però sappiate che è andato tutto a gonfie vele e anche se per scaramanzia ancora preferisco non parlarne, ci sono grosse novità in arrivo.
Mmmmm

Una tremenda inondazione
Quest’anno mi è presa la primavera glamour. Parola d’ordine: balleria ton sur ton con il foulard ormai diventato accessorio indispensabile per nascondere le rughe del decoltè. Lo stile Jeckie Kennedy de noartri ho notato che mi si addice, tanto che ieri sera persino un rumeno ubriaco mi ha schifato perchè ha detto che sembravo un manichino con un palo in culo. Tuttavia ho finalmente acquisito una certa pratica nel farmi lo chignon e adesso passo abbastanza agevolmente dalle porte. Sappiate comunque che incollarsi con la lacca ad uno stipite della porta e rimanervi incastrata per tre giorni non è stato affatto piacevole. Per fortuna avevo con me il cellulare con il quale ho potuto chiamare il mio poucher di ballerine perchè me ne recapitasse urgentemente un paio da abbinare con il color testa di moro della porta in questione.
Mah

Le cavallette
Mi sono svegliata con la netta sensazione che il mondo mi fosse crollato addosso. Dev’essere stato per via di quel mal di testa a calotta che mi ha tenuto compagnia nei giorni scorsi e che quando provavo ad alzarmi dal letto, mi avvolgeva la testa come un polipo conficcandomi di tanto in tanto qualche tentacolo nell’occhio sinistro.
D’altra parte se non fosse stato per la piovra dell’occhio non mi sarei neanche accorta di avere qualche organo in più rispetto a quel cervello ribelle e maleducato che mi sbatteva sul cranio.
Sapere di avere un occhio, per quanto minacciato dai tentacoli della bestia infernale, è una gran bella comodità perchè quando hai quasi raggiunto definitivamente la consapevolezza di essere un’ameba, ecco che ti rammenti che le amebe non hanno occhi pertanto devi essere per forza un essere almeno leggermente più evoluto. Magari una mosca e ti torna in mente Kafka.
Si vabbè.

Non è stata colpa mia
- però non ti va bene niente!
- E tu chi accidenti sei?
- E che ne so io? Dimmelo tu chi dovrei essere a questo giro
- Nessuno per bacco!
- Ah ok, allora sono Nessuno
- No guarda che questa storia di Nessuno se l’era già inventata Ulisse quando aveva accecato il ciclope
- Ma perchè Bacco non c’è?
- Bacco? E che c’entra adesso Bacco?
- Uffa, ma cosa vuoi che ne sappia io! Sei stata tu a dirmi che ero Nessuno per Bacco.
- Oh Madonna!
- Madonna? Senti basta che decidi che non è che posso star qui una settimana a fare il solito teatrino con te che inventi le scuse e io che te le smonto.
- Ecco, allora vattene.
- Ok, ma almeno mi offri una sigaretta?
- Non ci penso neanche
- Bastarda te la farò pagare!
Per carità!

Lo giuro su Dio
Isaia 9:5-6
5 Poiché un bambino ci è nato, un figlio ci è stato dato,
e il dominio riposerà sulle sue spalle;
sarà chiamato Consigliere ammirabile, Dio potente,
Cavaliere, Presidente del Consiglio,
6 per dare incremento all’impero
e una pace senza fine a Palazzo Chigi e al suo regno,
per stabilirlo fermamente e sostenerlo
mediante il diritto e la giustizia,
da ora e per sempre:
questo farà lo zelo del SIGNORE degli eserciti.

Sto leggendo la Bibbia

La bara: idee e suggerimenti

Viscontessa, 31 Gennaio 2007

Ieri sera, dopo l’entusiasmante post nel quale comunicavo la mia decisione, mi sono lasciata prendere la mano e ho cominciato a pensare come potrebbe essere la bara dei miei sogni.

L’idea era così ben concepita ed avviata che ad un certo punto ho sentito il mio cuore riempirsi di gioia e in quel momento, nel momento in cui sono stata sopraffatta dalla gioia, avrei voluto poter condividere il mio sentimento con voi.

Perché a noi piccoli blogger di provincia lontani anni luce dalle filosofiche, serie ed interessanti dissertazioni che avvengono ovunque, certe cose ci piacciono.

Pensavo insomma che non dovrei essere l’unica massaia virtuale annoiata da questa calma piatta di fine gennaio e che magari dopo aver mostrato il decoroso rispetto per la politica, l’attualità, la letteratura e l’informazione, rimaneva anche a voi questo tempo da dedicare a noi stesse, alla nostra creatività, alle nostre fantasia.

Passate quindi rapidamente in rassegna le fantasie più pruriginose, quelle più lussuose e quelle più vanitose, magari ieri sera avrei trovato qualcuno che avrebbe condiviso volentieri con me la realizzazione di questo progetto.

Fatto sta che ieri sera, subito dopo aver superato l’amarezza provocata dalla solitudine nella quale mi trovavo costretta ad affrontare la situazione, mi sono messa a fantasticare sulla forma che compatibilmente con le mie capacità, avrei potuto dare forma alla mia bara.

Subito ho scartato il modello classico e, siamo sincere, piuttosto inflazionato con cui seppelliscono i morti da un vita(?) e mi sono chiesta se anche dietro alla progettazione di una bara non si nasconda quel maschilismo imperante che da sempre costringe noi donne ad adattarsi alle esigenze dell’uomo.

A me donna, madre, moglie, fertile e umido terreno da cui prende vita la vita, a me con le poppe, insomma, che me ne frega di avere una bara che mette in evidenza più le spalle che non le tette?

Le spalle larghe sono prerogativa maschile di cui non sento proprio la mancanza mentre provo quella medesima mancanza per un tipo di bara più femminile con la vita più stretta e un ampiezza per il vano tette più adatto alla mia conformazione.

E quel legno scuro, sobrio, direi quasi essenziale con cui vengono costruite le bare…..ma perché da morta dovrei rinunciare a quella femminilità che per quanto inutile tanta soddisfazione mi ha dato in vita?

Ma ve l’immaginate una bella bara disegnata per esempio da uno stilista famoso? Voglio dire , questi stilisti per soldi firmano occhiali, accendini, mattonelle da cucina, scopini per il bagno e persino rasoi per la barba, potrebbero firmare anche le bare.

Basta aprire un negozio nel posto giusto, affidarsi ad una campagna pubblicitaria seria e organizzare una sfilata esclusiva di bare affidando il commento ad una di quelle giornaliste in grado di farci credere che l’uomo in perizoma e canottiera è un uomo eclettico, rude ma sensibile come i vecchi cow boy degli anni 50 a cui la collezione è ispirata.

E basta anche con gli accessori in ottone e quella croce sempre uguale, sempre identica da secoli incapace di rinnovarsi, meglio affidarsi alle mani esperte di un Damiani o un Pomellato.

Ma vuoi mettere una bella croce in oro bianco satinato di Pomellato? Magari abbinata ad una bara in legno naturale e ricoperto di puro caucciù biodegradabile al cento per cento.

E vogliamo parlare degli interni? Il viola porta male, si sporca facilmente e poi il raso e la seta ormai sono materiali superati. Oggi si usano solo fibre naturali intrecciate tra loro come il cachemire e la seta o la lana d’angora o il Goratex e il piles. Tutti materiali che lasciano traspirare la pelle per quanto effettivamente la pelle, dentro ad una bara, si sciuperà molto presto…. a meno che.

A meno che anche le aziende cosmetiche più prestigiose non si decidano ad ideare una linea adatta per la pelli troppo mature, quasi marce direi anche se bisognerà trovare un sinonimo di marcio come si è fatto parlando maturità della pelle per dire vecchia. Se la pelle vecchia è matura, magari quella frolla la si potrà chiamare tenera come una bistecca. Una fettina che scioglie in bocca….

E infine bisogna pensare ai materiali per gli interni, di cosa sono fatti? Gommapiuma che attira l’umido e nel quale gli acari si moltiplicano in maniera imbarazzante? Basta! Io proporrei del più sano lattice che oltretutto assume con il tempo la forma del corpo che vi preme sopra, ma anche le grandi aziende di materassi potrebbero comunque fare qualcosa.

Vuoi mettere una bella televendita che pubblicizzi materassi per l’eterno riposo? Soddisfatti o rimborsati, garantiti una vita e per chi prenota subito pagamento a “babbo morto” e in omaggio due splendidi cuscini (di fiori), un forno (crematorio) e un necrologio sul quotidiano locale.

Ovviamente tutto a tempo debito.

Ho avuto un’idea

Viscontessa, 30 Gennaio 2007

Pensavo che dopo questi mesi di materialismo più sfrenato, è giunto il momento di occuparsi anche del futuro.

Ho già fatto tanto e questo lo so. Mi sono iscritta e frequento regolarmente la palestra, ho montato la serra in giardino, ho sistemato la scatola dei bottoni, ho adottato un’alimentazione più sana ed equilibrata, ho costruito e poi sfasciato e quindi ricostruito la scarpiera, uso con disinvoltura il filo interdentale e ho persino ritirato gli indumenti dalla tintoria per quanto questi, essendo stati depositati lì per circa un paio di anni, hanno avuto bisogno di essere nuovamente lavati.

Tutte attività estremamente concrete e materiali che pur non presentando alcuna caratteristica adatta a lasciar supporre che possano essere state utili ad una mia crescita interiore, mi hanno però dato modo di adottare quell’autodisciplina fondamentale per poi affrontare qualsiasi altra attività umana.

E infatti, ora che ho sistemato tutto e mi sono resa conto che tutto in qualche maniera si può sistemare, è giunto il momento di occuparsi concretamente del futuro rappresentato non solo dalla necessità di prevenire le rughe ma anche di affrontare con serenità ciò che inesorabilmente ci aspetta in fondo ad un rugoso percorso.

Mi sento pronta. Ora che è tutto in ordine e che ho acquisito tutti gli strumenti e le conoscenze adatte per costruirmi un futuro, ho deciso che voglio costruirmi una bara.

Ci ho già pensato. L’altro giorno mentre osservavo dei pezzi di legno avanzati chiedendomi se vi fosse in casa ancora almeno uno spazio libero per collocarvi l’ennesimo inutile mobiletto frutto del mio forsennato lavoro da piccolo falegname, mi sono improvvisamente resa conto che l’unica cosa che in casa non avesse trovato ancora una sua collocazione precisa era proprio il mio corpicino sempre in movimento. Un po’ lì per lì mi sono risentita con me stessa per via di quell’opera di restauro a cui lo avevo sottoposto negli ultimi mesi, ma poi, sopraffatta dalla necessità di essere quanto meno realistica, mi sono convinta che tanto prima poi ne avrei comunque avuto bisogno e allora tanto valeva confezionarsela da soli anche perché nessuno, meglio di me che dovrò usarla per l’eternità, può sapere come mi piacerebbe che fosse confezionata ed accessiorata.

Tanto per ora ho pensato che la vorrei con lo spazio necessario per poter calzare la mia salma con un paio di stivali con le punta, poi domani mi decido anche sulla posizione che vorrei mi fosse data nel momento della mia ora. Infine tiro giù un progettino che questa volta, se sbaglio e me ne accorgo dopo l’uso, non posso neanche sfasciarla e ricostruirmela nuova.

Vi terrò aggiornati.

ho spaccato tutto

Viscontessa, 23 Gennaio 2007

Gli oggetti hanno un valore simbolico che spesso va oltre a quello che siamo abitualmente portati a pensare.

C’era questo mobile, questa scarpiera che mi ero costruita ormai qualche mese di cui non so fino a che punto sono riuscita a trasmettere il valore che ne ha rappresentato la costruzione. Ma non importa, non è questo. E c’era quell’altro pezzo, quel pezzo di scarpiera che con i pezzi d’avanzo era diventato un mobiletto.

Ieri avevo portato le gattine a sterilizzare, ultimamente, sopratutto una delle due, passava molto tempo in giardino in compagnia di altri gatti e adesso non sono dell’umore adatto per sorbirmi una paternale sul rispetto della sessualità degli animali da parte di chi non ha mai avuto gatti.

Oggi avevo dei programmi, dei progetti, li avevo anche ieri, ultimamente ne ho troppi e troppo spesso come se questo inverno più caldo del solito, portasse davvero con se l’imminente fine del mondo.

Avevo questi progetti tutti ordinatamente schedati nella mia agendina e avevo questa necessità di ordinare qualcosa come un testamento continuamente ritoccato.

Ma l’agendina non ho neanche fatto in tempo a guardarla e sotto alla pioggia sono tornata a casa.

Si, c’era da acquistare la corda per saltare e poi quella telefonata, quella mail, quella cosa e quell’altra che non finiranno mai.

Avevo sistemato una pianta, era una pianta grassa che finalmente dopo un anno cominciava a stare meglio. Il valore simbolico delle piante è ancora diverso, è un valore tenero, morbido, discreto.

Le avevo chiesto se le andava di stare lì nel ripostiglio insieme alla nuova scarpiera su quel mobiletto un po’ storto che ne era venuto fuori dai pezzi d’avanzo. Stava bene lì e io l’ho lasciata lì solo per un giorno, il giorno in cui ho lasciato le gattine in convalescenza.

Per la corda pioveva e siamo tornati a casa dove ho trovato la pianta distrutta.

Le gattine l’avevano dissotterrata e buttata per terra e avevano buttato la terra ovunque e la pianta era tutta rotta, distrutta, ammazzata così in questo inverno troppo caldo.

L’ho portata fuori e ho cercato di sistemarla ma ogni foglia che mi rimaneva in mano accresceva la mia rabbia e il mio furore.

L’ho lasciata lì, le ho buttato sopra una secchiata d’acqua perchè la terra si posasse pesantemente sulle sue radici massacrate e poi ho preso l’aspirapolvere per togliere la terra dal ripostiglio.

Era ovunque, c’era terra ovunque, i mobili del ripostiglio sono coperti con le tende che ho fatto appositamente confezionare e i cestini nei quali tenevo il necessario per pulire le scarpe, la biancheria sporca, i pochi oggetti per il cucito e le lampadine, le chiavi, fino a quello più grande che contiene tutta la mia piccola collezione di campionicini di prodotti di profumeria, erano pieni di terra. Una terra sabbiosa adatta per piante grasse e secca, asciutta, chiara.

Ho iniziato a spostare prima una scatola, poi un cestino e poi un altro ma mentre spostavo quegli oggetti la rabbia saliva e montava e si faceva furore.

E’ stato così che in cerca della terra ho cominciato a lanciare fuori i cesti e poi le scatole delle scarpe e infine quel mobiletto tutto sbilenco che cadendo si è rotto e rompendosi la rabbia è montata ancora di più e ho preso a calci come ho preso a calci le scatole degli stivali e quelle delle scarpe.

Più rompevo, fracassavo e tiravo calci, più aumentava la rabbia e ho lasciato questa rabbia aumentasse fino a quando è toccato agli stivali e poi di nuovo al mobile che ho spaccato e alle ceste piene di roba che è volata per terra. E poi i cassetti, l’armadietto, e altre scatole e la piccola cassapanca e l’aspirapolvere che tirava su terra ovunque mentre pezzi di carta e cartone e legno schizzavano per aria insieme alle saponette, i piccoli flaconcini della crema che rilassa, quella che tonifica, quella che distende quella che lucida le scarpe.

E’ andata avanti così per un’ora, poi sono uscita in giardino sotto alla pioggia e ho cominciato a piangere ma piangevo di rabbia, una rabbia sorda e cattiva che mi ha costretto a tornare dentro.

Un altro calcio qua e un altro là…. poi mi sono fermata.

Ho pianto.

Ho sistemato tutto.

Ho finito adesso.



Pagina 24 di novembre: come inserire la spina

Viscontessa, 24 Novembre 2006
A me questo novembre mi pare molto più lungo di tutti gli altri novembri della mia vita.
Eppure di novembri ne ho trascorsi tanti, anzi ho cominciato la mia vita terrena proprio di novembre e anche questo blog è nato a novembre di un paio di anni fa.
Ciò nonostante questo novembre è lunghissimo come una riunione condominiale o il libretto di istruzioni dell’asciugacapelli.
Aprire la scatola, tirare fuori il fon, attaccare la spina, premere il pulsante sulla posizione 1, 2 o 3 secondo la temperatura che si desidera. Quindi asciugarsi i capelli…..o i peli pubici, a noi francamente cosa ci asciugate con il nostro fon, non ce ne frega niente.
E invece no, c’è da rispettare la normativa europea per la sicurezza e i libretti di istruzioni di oggi cominciano sempre con una serie di avvertenze e precauzioni che devono precedere l’uso dell’elettrodomestico scelto.
Compri una lavatrice e la prima cosa che trovi scritta sul libretto di istruzioni è “attenzione! Questo prodotto non va ingerito, inalato e neanche leccato. Purtroppo non sono disponibili dati statistici certi sugli effetti derivati da una prolungata centrifugazione dei gatti, tuttavia, per sicurezza, si sconsiglia di centrifugarli. In caso di esplosione dell’elettrodomestico è consigliabile chiamare subito i pompieri, l’ambulanza e rivolgersi poi al nostro centro di assistenza più vicino a casa vostra di cui è disponibile l’elenco in fondo al presente libretto d’istruzioni.
Prima di attaccare la spina alla corrente accertarsi di avere la corrente in casa, di avere una spina nella quale attaccare la lavatrice, di controllare che non ci siamo dimenticati di mettere il filo per la corrente nella nostra lavatrice e di togliere il bambino dall’oblò. Per quanto non vi siano dati statici certi sulle conseguenze dei bambini appoggiati dentro al cestello mentre la mamma è a pagina 182 di questo manuale e ancora non ha capito come mettere su un semplice bucato bianco a 40°, si sconsiglia di lasciare i bambini dentro alla lavatrice.
Ora che vi abbiamo fornito tutte le istruzioni necessarie alla sicurezza vostra, dei vostri figli e del vostro gatto , parliamo un po’ di ambiente perché a noi costruttori non ce ne frega niente ma la legge ci impone di far finta che sia la nostra maggiore preoccupazione.
Le nostre lavatrici sono costruite rispettando la normativa CEE 4521/875 che riguarda appunto l’ambiente e questo vi basti .
ISTRUZIONI PER L’USO: la nostra lavatrice è tutta automatica, infilateci dentro quello che vi pare e premete un bottone a casa, lei saprà esattamente come e cosa fare.
Ricordate solo che la nostra lavatrice non è stata progettata per cuocere le lasagne, per lavare la macchina e neanche per nasconderci gli spinelli. Per quanto non via siano dati statistici sufficienti per incoraggiarne l’uso, si è tuttavia riscontrato un certo miglioramento dell’umore nelle coppie che facciano sesso sulle nostre lavatrice nel corso della centrifugazione della biancheria. A tal proposito, per amplificare gli effetti benefici di questo uso improprio della nostra lavatrice, si consiglia di regolare i piedini in gomma in maniera asimmetrica così che l’effetto centrifuga, se la lavatrice non se ne va a giro per la casa, venga potenziato.”

equilibrio

Viscontessa, 7 Agosto 2006

Io me la son presa con uno stendino che ha perduto l’equilibrio. L’equilibrio è fondamentale, ce l’hai o non ce l’hai e se ti manca, cazzo, è inutile metterti delle zeppe sotto ai piedi, continui a traballare come quei tavolini con le tovaglie di plastica e i fiori finti nel mezzo.
Ma dicevo dello stendino, bello, leggero, in alluminio, con due protesi laterali che una volta aperte si alzano verso il cielo come in una preghiera a nostro Signore. Il Padre Nostro degli stendini.
Ieri l’ho aperto e ci ho steso il bucato, ho cominciato dal centro, un filo si e uno no, un capo a destra e uno sinistra e poi tra le insenature un calzino, un fazzoletto, una mutanda… piccola biancheria estiva senza impegno, senza peso. Poi la preghiera, un saluto al sole, l’apertura alare di un albatros sul mare, la poesia del bucato che trova tra le ali protese verso il cielo, il clima ideale, il sole, l’aria che si rinfresca e culla un asciugamano o quella camicia di lino. Un capo a destra fluttua subito nell’aria come un’onda dolce che ti promette avvolgenti abbracci e poi ecco quella maglietta bianca e candida che poco distante dalla camicia si adagia mollemente sull’allumino dello stendino.
L’aria è fresca, il sole limpido e lucente, due gattini giocano poco più in là e agosto all’improvviso promette un sollievo bramato tra profumo di umido e di biancheria pulita.
Ancora un capo, un pantalone corto e il ricordo di una corsa tra i campi, lo appoggio intenerita sul quell’ala protesa, vorrei sussurrare al sole di prendersi cura di lui e mentre mi giro per scegliere due mollette da bucato che si intonino con l’armonia di una fresca mattina d’agosto, l’aluccia cade al suolo, lo stendino si piega, il peso del pantalone trascina con se la camicia di lino e la maglietta candida e poi la mutanda e il fazzoletto e….. e ora giace tutto al suolo, un mucchietto di stracci bagnati aggrovigliati tra lamiere di alluminio e una fanciulla (la sottoscritta) che si alza leggiadra da un tavolo estivo.

La cena è stata ottima, brandelli di serenità in una notte di mezza estate, la fanciulla si alza dal tavolo, si alza verso il cielo ma la zeppa non regge, qualcosa non va, il piede non trova un equilibrio e si sbilancia ora a destra ora a sinistra, la ghiaia stride, lo stomaco risponde all’improvviso come in un impeto d’amore, la fanciulla traballa “ora vomito” sussurra mentre il colorito si fa giallognolo e la fronte le si imperla di sudore. Altri due passi, solo un altro pantalone e la fanciulla si accascia al suolo. E ora giace lì in mezzo alla strada, appoggiata ad un pilone, un mucchietto di stracci che presto si bagnano e si inzaccherano e il profumo d’estate si fa acido e nauseabondo, tra l’umido appiccicaticcio di qualcosa che doveva stare dentro allo stomaco e non fuori.
Dentro e non fuori.

Dentro, bisogna tornare dentro, bisogna tornare nella propria tana dove ogni cosa tornerà al suo posto ma la tana adesso è umida è così umida che alzando ancora una volta gli occhi al cielo, dal soffitto piove acqua. Maledetto sciacquone, il galleggiante ha perduto il suo equilibrio e ora l’acqua è tutta sui muri e dai muri e per terra e nelle orecchie dove lo sciacquone scarica continuamente acqua mentre dal soffitto piove.
L’equilibrio, cazzo.
La fanciulla a cui è caduto lo stendino e che ha vomitato in mezzo alla strada, sale in equilibrio su una scala, un equilibrio così precario, così fragile che la fanciulla non sa se riuscirà a mantenerlo. Ma si arrampica, sale sulle scale, apre la botola, si mette a gattoni e va in cerca dello sciacquone squilibrato. Il pavimento del soppalco è impervio, forse è impervia la fanciulla e il suo equilibrio, forse quel dolore sul ginocchio è solo un riflesso condizionato, forse si è toccata un orecchio e le fa male i ginocchio, l’organismo ha un suo equilibrio interno che la fanciulla non ricorda.
Forse.
E invece non ci sono forse, il soppalco è pieno di calcinacci, grossi pezzi di mattone e intonaco e detriti di ogni genere che si sono impastati con l’acqua dello sciacquone e sono caduti sui tappeti e sui quadri che la fanciulla aveva imballato per proteggerli dalla polvere e non dal terremoto…
La fanciulla chiude il rubinetto dell’acqua dello sciacquone e poi comincia a portare giù quadri e tappeti e pensieri brutti e cupi come l’inverno mentre l’equilibrio, almeno per oggi, è solo una virtù sperata.

questo non è un post e non è niente

Viscontessa, 16 Giugno 2006

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, tutt’al più, qualche volta può rappresentare una testata nel muro.
E questo post non rappresenta un post ma un esperimento scientifico che si prolungherà tutto il tempo necessario ad avvalorare la mia tesi. Si può scrivere un post che non contenga niente? A mio avviso si, ed è questo il motivo per cui scriverò questo post che non contiene assolutamente niente e che, e qui sta la novità assoluta, non serve neanche a niente.
Talmente a niente che questo post verrà ricordato nella letteratura blogghistica come il primo post che non contiene niente, un pezzo d’avanguardia, una testimonianza d’autore che verrà adottata come testo scolastico per le generazioni future.
Questo post infatti non è un post divertente, ne triste e non regala emozioni, non racconta storie e  non sarà neanche possibile trarre da questo post alcuna riflessione ma non sarà al contempo un post noioso, retorico, scontato e neanche inutile.
Sarà semplicemente un post che non contiene niente e dalla cui lettura non sarà possibile trarre niente.
E adesso se non corressi il rischio di rendere vano questo mio tentativo, mi appresterei ad invitarvi a riflettere su cosa significhi niente. Ma è meglio che non lo faccia perché se poi lo faccio questo post non serve più a niente, cioè, anzi l’opposto questo post finirebbe per servire a qualcosa e quindi non servirebbe a niente. Mica è facile non servire a niente perché due negazioni affermano e allora adesso mi viene in mente che dovrei riflettere sul fatto che questo post rappresenti un esperimento scientifico e non niente, cioè se rappresenta un esperimento scientifico non è vero che non rappresenta niente ma se finisco per ragionare su questa semplice contraddizione, rischio a mia volta di rendere nullo il senso del post che non serve e non contiene niente.
Che poi avevo iniziato sostenendo che questo post non serviva a niente e non che non conteneva niente e fra il servire e il contenere c’è una bella differenza. Le panciere, per esempio, contengono la pancia ma non servono a farla sparire mentre il rasoio serve a depilarsi ma non contiene niente. Cioè, che poi in realtà anche il rasoio una volta che è servito, contiene i peli recisi in quantità e di forma variabile. Se ti sei depilato una gamba appena adombrata dalla peluria, il rasoio contiene ben poco ma se ti sei appena rasato un inguine forestale, beh….il quantitativo e la forma del contenuto del rasoio è piuttosto nutrito. Certo, sempre ammesso che il rasoio non sia rimasto incastrato nel pelo o non abbia abbandonato le lame tra la foresta del basso ventre.
Ma non divaghiamo, anche il divagare può condurre a smarrire la retta via che invece in questo caso è essenziale, la retta via di questo post non conduce a niente, da nessuna parte, un vicolo cieco in fondo al quale c’è un muro e di fronte al quale non resta che tornare indietro e percorrere a ritroso il percorso. Quindi orsù, adesso che siamo quasi arrivati in fondo al niente e il muro di questo vicolo cieco ci appare in tua la sconcertante nullità, facciamo retromarcia e torniamo in cima.
Questo blog non rappresenta una testata giornalistica ma tutt’al più, qualche volta, può rappresentare una testa al muro.

Scarpiera/2

Viscontessa, 8 Maggio 2006

Effettivamente Gennaro stamattina era un po’ seccato.
Tanto non gradisce le fette biscottate integrali e non ha neanche trovato la Nutella e poi stamattina sei uscito più tardi del solito e a lui, in questo piovoso lunedì, è toccato rimanere nascosto nell’Apino del venditore di fiori dell’angolo. Hai notato che bel giardino fiorito abbiamo quest’anno?
Non crederai mica che la gente la roba te la regali vero!??!
Comunque, Gennaro stamattina ha consumato la solita colazione che tu lasci pronta per me e si è infilato nel tuo letto per fare un pisolino fino a quando mi sono dovuta alzate per preparargli un altro caffè e compiere il mio dovere….. e tu sai bene quanto sono esigenti gli amanti!
D’altra parte Gennaro, anche se non ho avuto modo di parlartene, mi pareva che in questa stagione primaverile fosse il migliore soprattutto dopo l’esperienza di Alvaro il macellaro, te lo ricordi? Bistecca, trippa, polpettine, arista, coniglio, pollo… ma solo tu sai quanto il mio animo animalista soffrisse per questa situazione e così con la solita buona uscita l’ho congedato.
Anche Piero, d’altra parte, i cui servigi con i nostri animali erano preziosi, mi è parso che fosse il momento di congedarlo, in fondo, mi son detta, ormai ci è rimasto un cane solo e l’investimento non è più redditizio come una volta.
Per non parlare poi di Andrea! La casa ormai è a posto, non c’è più bisogno che qualcuno venga ad attaccarci le mensole o a montare l’armadio e anche Moreno, l’operaio rumeno, mi ha molto delusa.
Insomma, per trovare Gennaro ho dovuto faticare un bel po’, non riuscivo a decidermi sull’amante giusto ma poi quel giorno in cui ti ho chiesto se per favore mi passavi un vaso vuoto e tu portandoti la mano sulla schiena mi hai detto che un dolore lancinante ti stava trapassando da parte a parte, ho capito che Gennaro sarebbe stato l’uomo ideale.
Così quando tu, dieci minuti dopo, te ne sei uscito in moto, io ho varcato la soglia di casa e ho comprato fiori da Gennaro.
Fatto sta che qualche giorno fa, mentre io prona piantavo gerani, Gennaro nel tentativo di raggiungermi da dietro, ha pestato una cacca del cane. Si è molto seccato e ha cominciato a lamentarsi  dei biscotti per la colazione, del fatto che tu la mattina esci troppo tardi, delle mie prestazioni che non sono più quelle di una volta e insomma, per farla breve, che così non si può più andare avanti. Per calmarlo non solo ho dovuto mimare un amplesso con il tronco dell’albicocco, ma gli ho dovuto pure prestare un tuo paio di scarpe.
Non ti dico poi cosa non è successo quando raggiungendomi nel ripostiglio per riscuotere l’acconto del giorno dopo mentre io prona cercavo un paio di scarpe nella scarpiera, gli è caduto in testa tutta la scarpiera! E non ti dico cosa non ho dovuto fare per convincerlo a rimanere.
Comunque, fatto sta che lui ha detto che o tu compri una scarpiera nuova o lui se ne va e io, onestamente, non ho potuto neanche dargli torto.
A questo punto, tra l’altro, capirai che non posso certo chiedergli di pagare lui la scarpiera, in fondo, poverino, almeno lui sa dove si trova la scarpiera e in che condizioni è, mentre tu, neanche quello!
Ti prego comunque di provvedere rapidamente perchè io non sono più una ragazzina e anche trovare sempre amanti nuovi ed efficienti, comincia ad essere difficile.

Tua devota.

ps domattina alle ore otto devono venire il geometra e il trombaio, io tutto da sola non posso fare, vedi tu!


Lettera aperta

Viscontessa, 6 Maggio 2006

Caro marito, questa mattina quando svegliandomi non ti ho trovato al mio fianco mi sono sentita subito in colpa. Sai bene quanto ci tenga a svegliarti con un amorevole bacio e un caffè caldo mentre il mio cuore, così riconoscente al destino per averti condotto sulla mia strada, già esulta a l pensiero di potersi occupare del tuo abbigliamento per la giornata.
E sai bene quale tormento sia per me, trovarti già in piedi lavato e vestito.
Stavi lì sulla soglia delle porta finestra della nostra camera da letto e mentre un raggio di sole e il cantico degli uccelli mi destavano da un delizioso sonno in tua compagnia, ti ho osservato in tutta la tua fragilità di uomo senza una donna accanto che si fosse occupata del tuo abbigliamento.
Lì, eretto di fronte alla finestra, ti immaginavo perduto dietro ai tuoi pensieri e quasi non osavo, io piccola casalinga mediocre, disturbarti da tanta prolifica meditazione.
Chi sono io per interrompere i pensieri di uomo di tale levatura? Come è possibile che l’uomo bellissimo lì sulla soglia della mia finestra mi conceda ogni giorno la fortuna di godere della sua presenza? Ma mentre queste umili considerazioni mi riempivano il cuore di una gioia che si rinnova ogni mattina, il mio occhio allenato di massaia, si posava sui quei pantaloni cenciosi e su quella maglia bucata che ricoprivano il tuo splendido corpo.
Dio che dolore! Come ho potuto lasciare che un uomo così dovesse anche occuparsi del suo abbigliamento! Un freccia mi trafiggeva il cuore ma il mio occhio impegnato nell’intento di abbassarsi in segno di devozione, si posava ora sulle tue calzature e lì per il senso di colpa devastante, sono ricaduta sul cuscino in quello che ad un occhio maligno poteva sembrare un sonnellino ma che in realtà era per me, moglie pia e devoto, una perdita dei sensi per tanto il dispiacere.
Ai piedi, ai tuoi piedi che in tanti anni mai si son dimenticati nelle lunghe notti invernali di scaldare i miei, c’erano i vecchi calzini che vivono sul tuo comodino ormai da settimane e a ricoprire l’orrore, le tue ciabatte, quelle che io ho insistito tanto perchè tu comprassi mentre la tua infinita saggezza ne sconsigliava l’acquisto.
Come avevi ragione marito caro! Da allora quelle ciabatte vivono ai tuoi piedi o ai piedi del letto senza mai trovare una collocazione precisa e senza che tu possa disfarti di loro neanche quando in un sabato mattina, decidi di andare a comprare l’Attack.
Come ho potuto essere così cieca di fronte a tanta saggezza? Che non lo sapevo che la scarpiera ormai rotta e distrutta e piena delle mie insulse calzature non sarebbe stata in grado di accogliere le tue ciabatte come si deve?
E’ una vecchia scarpiera la nostra, una scarpiera che risale agli esordi del mio primo matrimonio (fai un po’ tu i conti!) e che nella sua lunga esistenza ha dovuto sopportare quattro traslochi, un lungo periodo all’aria aperta, la nidiata di diversi topi, gli attrezzi da lavoro, le pisciate di Otto e quelle più recenti del gatto, l’uso improprio come ricovero degli attrezzi e soprattutto generazioni intere di mie scarpe.
Io marito caro, che sono donna umile e parca, insignificante ma oculata, negli anni trascorsi ho provato a prendermi cura della vecchia scarpiera, ora con il Vinavil ora con chiodi e martello ma purtroppo, per quanto mi sia prodigata in questa attività, la scarpiera è finita, distrutta, morta, devastata, definitivamente ROTTA!
Certo io in questi anni, occupandomi dei tuoi bisogni e dei tuoi desideri, ogni mattina mi sono recata presso la scarpiera per avere poi l’onore di calzare ai tuoi piedi le scarpe adatte, ma marito caro, se in una splendida giornata di primavera come questa mi capita ancora di svenire prima che possa occuparmi di te, come puoi tu trovare un paio di scarpe adatte dentro a quella vecchia scarpiera?

Oh, dunque, io mi sarei informata e avrei trovato una scarpiera favolosa in grado di contenere fino a cento paia di scarpe a cui è poi possibile abbinare due mobiletti da incastrare sopra, adattissimi a contenere e custodire tutti i tuoi caschi per la moto.
So già che il prezzo non sarà per te un problema, perchè non solo sei un Signore, ma il prestigio che potrà derivare da tale scarpiera, sarà impagabile!

Per tua comodità (e soprattutto perchè tu possa imprecare liberamente in mia assenza) ti lascio qui gli indirizzi dove potrai prendere comodamente visione di quanto ci occorre, come potrai notare non solo l’affare è favoloso, ma non dovrai occuparti del trasporto, montaggio, sistemazione, e sistemazione calzature.

Tua devota moglie.

Scarpiera favolosa!
Mobilette porta caschi strepitosi!

Per esser chiari

Viscontessa, 17 Marzo 2006

Ma che poi, non lo so, ma secondo me la cosa la si può affrontare da molti punti di vista, cioè perchè rifiutarsi di prendere in considerazioni ipotesi diverse quando la stessa storia ci insegna che non ci sono limiti alle possibilità umane. E poi, che significa, non è che si può sempre aver ragione o che questa ragione debba per forza essere univoca e senza possibilità di appello.

Boh ecco non lo lo so, non so esattamente cosa pensare se se sia effettivamente il caso di pensare a qualcosa o ad una soluzione alternativa, perchè è anche vero che se da un lato certe cose vanno dette e vanno ribadite con fermezza, dall’altra bisogna esser consapevoli di cosa e soprattutto come si dice.

Pensavo per esemio ieri sera che bisognerebbe trovare il modo per esprimersi senza tanti giri di parole, senza bisogno di arenarsi in discorsi troppo lunghi e ampollosi, la verbosità non paga e la chiarezza rende sempre il messaggio più efficace e più diretto sempre ammesso, ovviamente, che si voglia essere diretti ed efficaci perchè dobbiamo tenere assolutamente presente la possibilità che tutto ciò non faccia il nostro gioco. Tuttavia, se si osservano i fatti anche da un’angolazione più adatta all’osservazione approfondita, non è possibile non notare l’uso indiscriminato che si fa dell’arte oratoria e di quella scritta.

Basta discostarsi un minimo dalle proprie posizioni, per rendersi conto di tutte le parole che vengono fin troppo spesso usate per esmprimere concetti di una semplicità disarmante, quasi che le parole non fossero soggette alla legge del libero mercato nel quale non è tanto la quantità ma la qualità ad essere apprezzata.

Eppure nonostante il nostro sforzo di concepire un mondo diverso nel quale vi siano sì le possibilità di cui tutti siamo a conoscenza ma anche l’incognita di cui ogni uomo con un briciolo di dignità deve sentire il bisogno, non si vede in giro niente che ci confermi questa tesi ma piuttosto la sensazioni che tesi simili ma per questo contrastanti, stiano prendendo il sopravvento.

E’ per questo che mi trovo qui oggi, questo il motivo per cui mi sono decisa a scendere in campo perchè certe cose vanno dette e vanno dette con urgenza prima che sia troppo tardi.

Ecco e io le ho dette e con chiarezza.

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