La casetta di marzapane

Viscontessa, 15 gennaio 2010

Ore 7,30.
Apro gli occhi e vedo il muro bianco che si vede dalla finestra con gli infissi bianchi accanto all’enorme armadio bianco.
Mi giro di lato.
E’ ancora presto e ieri è stata una giornata impegnativa.
Accanto al cassettone sul quale sono accatastati oggetti di ogni tipo, vedo gli enormi buchi nel muro dai quali l’altro ieri sono cadute le mensole sulle quali avevo riposto alcuni tra gli oggetti che mi sono più cari. Sbriciolata una coppia di lampade a petrolio, decapitata la coppia di negretti in terracotta che avevo acquistato a Milano quindici anni fa, fratturata la mandibola del teschio proveniente dal manicomio criminale.
Qualcuno in casa cerca qualcosa.
Scivolo dal letto e afferro i pantaloni da lavoro che ho abbandonato per terra insieme ad un paio di calzini che dopo tanti giorni, mi scodinzolano felici appena gli avvicino i miei piedi mentre il cane è ancora sotto alle coperte e l’unica cosa che vedo di lui, è il culetto rinsecchito e la coda pelosa.
Potrei dormire ancora un po’ ma alle otto deve arrivare il muratore e prima che arrivi voglio almeno prendere il caffè.
Mentre inciampo in un gatto appollaiato sul mio cappotto nero che giace per terra accanto a qualche vetro rotto e una manciata di tasselli spanati, mi pungo un piede con una vite e chiunque cercasse non ricordo cosa, dal piano di sotto mi urla “lascia fare! Trovato!”.
Vado in bagno, il bagno è l’unica stanza nella quale mi sento a mio agio. E’ uno schifo di bagno con i sanitari vecchissimi e la seggetta del bagno in plastica colorata con una calcomania di ostriche e perle. Ma è grande ci stanno tutti i miei mobiletti del bagno che quando li avevo comprati mi erano sembrati tanto belli ma che dopo sette anni di cantina, hanno preso la puzza di muffa e si sono persi tutti tassellini per montarvi all’interno le mensole in vetro. Avevo comprato anche i tassellini per rimontarli ma naturalmente erano della misura sbagliata e allora fanculo ci accatasto la roba dentro.
Mi siedo sul water per fare pipì e penso che probabilmente sto poggiando le mie chiappe su una seggetta sulla quale hanno appoggiato le loro la famiglia di cinesi che viveva prima di noi in questa casa. L’altro giorno volevo comprare almeno una seggeta nuova ma poi ho comprato una scatola semi professionale per riporre tutti i ti tipi di chiodi e di viti che mi servono per la casa. Tanto dal cessetto dei gatti che costretti in un giardino troppo piccolo hanno ripreso l’abitudine di pisciare nel loro bagnetto, si alza una puzza terribile di urina di gatto e pensare che solo un metro più in là, sotto agli accappatoi che cazzo sono tutti diversi di tutti i colori diversi, c’è una confezione nuova di lettiera ma non ho ancora fatto in tempo a cambiarla. Mi alzo dal cesso e vedo il cesto della biancheria sporca che ormai strabocca di indumenti di qualunque tipo e non mi consolo neanche davanti allo specchio perché questo l’ho attaccato ieri e non mi fido della sua tenuta. Nessun buco nel muro ma i tasselli erano troppo distanti per le placche del mio specchio così ho smontato le placche e le ho allontanate un po’. Spero di non averle allontanate troppo perché oltre a sorreggere lo specchio nel muro, le placche servivano anche per tenere insieme lo specchio con la cornice.
Dopo mi lavo. Poi mi ricordo che mi sono già lavata ieri anche se non ho fatto in tempo a farmi una doccia, e mi dico che per il momento può bastare.
Ore 7.45.
Scendo le scale ed entro in cucina o almeno di quello che resta della mia bella cucina in noce dopo che il mio “omino” tutto fare, ne ha segata mezza compreso il piano in marmo, per farla entrare dove sta adesso. Per il resto è tutto smontato, e sulla tavola, accanto alle ciotole con gli avanzi dei crocchini dei cani, appoggio la scatola di biscotti e mi siedo un attimo prima di accendere la macchina del caffè. Farsi un caffè con una macchina espresso alla quale sono saltate le guarnizioni non è semplice: devi farlo al momento giusto e girare la tazza perché l’acqua che esce da ogni parte non finisca dentro alla tazza ma neanche sul mobile che altrimenti si allaga tutto e l’acqua scende dalle fessure dei piani in marmo che ancora non sono stati siliconati, e va a finire nel cassetto delle posate. Bisogna essere rapidi, decisi e guardinghi. L’acqua che esce dalla macchinetta mi ricorda la fontana di Barcellona, non sai mai quale spruzzo colorato uscirà da dove. Prendo la tazzina e la ciotola per rincorre l’acqua di troppo ma la lavastoviglie quasi in mezzo alla cucina, mi impedisce la precisione necessaria e preferisco bermi uno sbroscione di caffè piuttosto che cominciare la giornata rimontando la cucina per asciugare l’acqua dei cassetti. La lavastoviglie naturalmente non fa una grinza. Da quando si ha smesso di funzionare costringendomi a smontare la balza montata in fondo alla cucina e ad estirparla dalla sua sede naturale, giace in mezzo alla cucina in attesa che l’”omino” che deve finire di montarmi la cucina, deve appendermi le mensole e i lampadari deve portarmi via un pezzo di armadio che mi è avanzato e riportarmi una poltrona che è a casa di mia mamma, si faccia vivo. Doveva tornare lunedì ma oggi è giovedì e ancora non l’ho rivisto.
Cazzo mia madre! Si è rotta un piede la settimana scorsa e da quando l’ho riportata a casa sua lunedì scorso, soffre di attacchi d’ansia e sicuramente la notte si è alzata per fare pipì, ha battuto la testa e adesso giace immobile da ore sul pavimento ghiacciato della camera. Questa volta magari l’ambulanza arriva davvero e non come lunedì che dopo l’ingessatura le hanno detto ci rivediamo tra venti giorni e decidiamo cosa fare. Si ma adesso? Adesso cosa? Adesso come riporto a casa mia madre che sta ad un secondo piano senza ascensore e io sono da sola? Verso l’una mi sono rivolta ad un infermiera per chiederle se poteva chiamarmi un’ambulanza. Alle due sbraitavo al telefono con la Misericordia perché non potevano mandarmi un’ambulanza. Alle due e mezzo, stavo minacciando denunce a tutto l’ospedale, ad un quarto alle tre minacciavo il portiere del CTO di incatenarmi per protesta al suo gabbiotto se non trovava un modo di rimandare a casa me e mia madre. Alle tre chiamavo i pompieri, alle tre e mezzo piagnucolavo al telefono con la polizia. Dopo dieci minuti me la caricavo in macchina e facevo mia la sua idea di farsi gli scalini seduta ad uno ad uno. Un piano fantastico. Telefono a mia figlia e le intimo di precipitarsi immediatamente a casa della nonna così lei le tiene su la gamba e io da dietro la prendo sotto alle ascelle e la tiro su uno scalino per volta.

Il telefono di casa di mia madre suona inutilmente. Probabilmente è morta. Anzi è sicuramente morta mentre io dormivo beatamente nella mia cuccia per la quale ho scelto lenzuola beige perché non ho tempo di fare il bucato e poi lo scarico della lavatrice da qualche problema e la bastarda non mi centrifuga il bucato che oltretutto non so dove stendere perché il giardinetto è sempre all’ombra ed è molto umido. Le lenzuola beige durano più a lungo e tra i ramage floreali sul marrone e rosa, non si nota quasi niente. Infatti non ho notato neanche il pezzo di vetro della lampada a petrolio che si è rotta l’altro giorno cadendo dalla mensola e adesso mi ha ferita leggermente una mano.
Infilo le mani in tasca in cerca del cellulare e ci trovo un pezzo di carta igienica sporco di sangue, una manciata di viti, un accendino, un cacciavite, una punta da 6 per il trapano, due chiodi in acciaio, una penna, un assegno che devo versare in banca, un crocchino che dalle dimensioni direi da gatti, un osso di seppia che volevo mettere al pappagallo ma poi mi sono dimenticata, e finalmente il cellulare.
“pronto”. La sua voce è cavernosa, lenta, esausta ma è ancora viva e forse sono ancora in tempo a salvarle la vita. “come stai?” le urlo nella cornetta del telefono e lei mi risponde “bene, stavo dormendo così bene….. ma che vuoi a quest’ora?”.
Accendo il computer e controllo se internet ha ripreso a funzionare o se oggi dovrò fare anche il piccolo tecnico dei computer per far funzionare questo aggeggio. La linea è ok ma l’antenna della televisione è stata scardinata dal muro e il lo schermo mi dice che c’è bassa intensità del digitale.
Allo otto deve arrivare il muratore nell’attesa porto fuori un sacco della nettezza che giaceva chiuso in giardino da quasi una settimana. Mi era sembrato di vederlo muovere e così ho pensato che fosse il momento di portarlo al cassonetto prima che ci andasse da solo.
Devo fare un sacco di cose. Alle otto il muratore, alle due l’”omino” tuttofare, alle due e mezzo quelli della caldaia e per il resto del pomeriggio forse posso anche cominciare a mettere seriamente ordine nel cantiere che è diventato questa casa.
Mi cullo su questo pensiero e mi riaddormento sul divano pensando a domenica scorsa passata ad asciugare acqua dal pavimento di cucina perché dopo aver smontato la lavastoviglie non avevo più teflon per sigillare i rubinetti. Questa domenica sarà diversa e potremmo tutti farci una bella doccia, la doccia della domenica che giri per casa in accappatoio fino a quando non ti si congelano che chiappe. Fortunatamente lunedì mattina sono stata alla casa dell’idraulico e ho comprato tutto quello che mi serviva per poter sigillare il lavandino di cucina e riaprire l’acqua di casa. Poi suona il campanello.
Ore 9.
E’ il muratore in ritardo e io speravo proprio di non vederlo perché viene per via di una perdita che sta bagnando il muro della signora dell’appartamento accanto. Son qui da poco più di una decina di giorni, la casa era stata appena ristrutturata, non può esserci niente di così grave ma il muratore è una figura cattiva, è quello che vedi all’opera solo quando di spacca le mattonelle, ti sventra la casa e poi ti dice che deve spaccarti un altro pezzo di casa e poi ti dice torno lunedì e tu stai un mese in mezzo ai calcinacci.
Ma io sono ottimista almeno fino a quando non mi dice che deve spaccare le mattonelle del bagnetto e non lo vedo dirigersi sicuro verso il piccolo bagno di servizio. “non apra quella porta!” ma non faccio in tempo a dirlo che il muratore si vede piombare addosso una montagna di scatole di scarpe perché non sapendo dove mettere le scarpe, per adesso le avevo sistemate lì che per adesso si fa con un bagno solo che è pure grande e ci ho anche rimesso lo specchio.
Ore 9.30.
Io e il muratore stiamo ancora spostando scatole di scarpe che finiscono in camera mia alla rinfusa sul pavimento, sul letto, sul gatto e pure sui calcinacci venuti giù dal tentativo fallito di appendere delle mensole. Eppure una l’ho appesa. Ne ho appesa una dello studio, ci ho messo una giornata intera, ho trapanato il muro che neanche con una mitragliatrice, ho ristuccato il muro, ho allargato i fori delle mensole perché i pali erano un po’ storti, ho cosparso di polvere rossa tutti i libri dello studio, ho sudato come un cinghiale in un bagno turco, ma alla fine della giornata una mensola l’avevo montata. Guardo il muratore che agguanta le scatole dei miei stivali come fosse un trapano a percussione a punta dodici, e mi dico che nessuno meglio di lui, può appendermi delle mensole in un muro di acqua e farina. Se non altro lui ha la calce e io a comprare la calce non ci sono ancora arrivata.
Ore 10.00.
Lo sapevo che qualcuno oggi sarebbe dovuto morire e visto che non è mia madre si vede che tocca a me. Sento la prima scossa tellurica un attimo dopo che ho lasciato da solo il muratore in bagno e mentre sono ancora lì a domandarmi perché cazzo tengo tutti questi cani e questi gatti in casa se quando arriva il terremoto neanche ti avvisano, ecco che arriva il terremoto quello vero e io ripenso subito alla mia coppia di statue in terracotta alle quali ho tentato di riattaccare la testa con l’attak e che poi, per non soffrire troppo, ho nascosto tra i libri in attesa che il dolore per la loro perdita mi consenta di scoprire un modo per restaurali come si deve.
Salgo di corsa le scale urlando “bambini miei! La mamma vi vuole bene! Vengo a salvarvi che prima o poi giuro che vi riattacco anche in piedi e vi ricostruisco le dita delle mani con il Das”, quando mi accorgo che il muratore ha spaccato tutto il muro del bagnetto.
Tutto si ferma, cessa il terremoto e il muratore esce dal bagno armato di un attrezzo enorme e cattivissimo in grado di disintegrare qualsiasi muro in pochi minuti.
“mi dispiace” fa con l’aria di chi è abituato a leggere l’espressione di terrore sulla faccia della gente. “la perdita non è qui, devo spaccare l’altro bagno, dentro alla doccia.
Ore 10.30.
Arriva Mary Jane la ragazza filippina che mi da una mano in casa e che parla quasi soltanto inglese e che è la prima volta che viene in casa nuova.
Entra e invece di sorridere e dirmi buongiorno, nella sua faccia si forma una strana espressione di terrore alla quale io rispondo con un ferro da stiro in mano. Fortunatamente c’è tanta roba da stirare che sta lì nel sottoscala in quella cesta straboccante di roba tra i cenci polverosi, l’aspirapolvere che si è intasata di calcinacci e una scatola di cavi elettrici per il giorno nel qual giocherò al piccolo elettricista.
Ore 11.30.
L’unica stanza nella quale non devo attaccare al muro niente è il salotto e decido di cominciare la giornata da lì. Sposto per la centesima volta i quadri poi tento di appendere un piatto antico al muro ma mi cade e si rompe. Frega un cazzo. Ho deciso che oggi frega un cazzo di niente perché io sono paziente e ottimista e tutto andrà bene e tutto si aggiusterà. Soprattutto sei ha appena comprato dieci tipi di collante diverso che visto l’andazzo era l’unico tipo di precauzione che potevo prendere.
La casa continua a tremare fino a quando il muratore disarmato mi dice che deve aspettare l’idraulico così ne approfitto e gli chiedo di appendermi le mensole. Lui storce un po’ il naso ma poi accetta e io mi fiondo fuori a comprare altre dieci mensole che vorrei attaccare nello studio del piano di sopra. Attraverso la città e arrivo al negozio del legno che però è chiuso perché sono già le una e mezzo.
Ore 13.35.
Al piano di sopra Mary Jane stira chiusa in camera di mia figlia.
Mia figlia torna da scuola e ha una fame terribile così si fionda in cucina.
In cucina c’è l’omino tutto fare che sta trapando un muro per attaccare un mobiletto e lo sta facendo chiaramente controvoglia così non sposta neanche i piatti puliti che Mary Jane, dopo averli lavati, aveva riposto, in assenza di mobili, sul top di marmo sopra al quale adesso l’omino sta in piedi tirando giù calcinacci su ogni cosa.
Nella stanza accanto, nel mio studio, un muratore sconosciuto arrivato qui per caso per spaccare un pezzo di muro, mi ha appena chiesto uno straccio bagnato da appoggiare sull’enorme attrezzo che ha appena tirato fuori da un’enorme valigetta e che serve per tagliare una parte della staffa della mensola che pare sia troppo lunga rispetto al buco delle mensola stessa.
Il trapano e il taglia staffe di ferro lavorano contemporaneamente il pupazzo che ride sentendo le vibrazioni, si sganascia dalle risate cadendo in testa al muratore che si spaventa e bestemmia in una lingua sconosciuta mentre il pappagallo momentaneamente parcheggiato in giardino urla come un matto e mia figlia passa sotto al tavolo per raggiungere il frigo dal quale si prende un peperone che va a mangiare in camera sua dove Mary Jane sta minacciando la Madonnina di imparare l’italiano per insultarla meglio.

A questo punto gli eventi si si susseguono in una progressione indescrivibile.
Alle 17 la situazione è la seguente:
Al piano di sopra: il muratore vistosamente irritato dalla giornata mi sta comunicando che l’idraulico che finalmente è arrivato, ha sentenziato che bisogna spaccare tutto il bagno.
Mentre tutti e tre insieme ci guardiamo con orrore negli occhi, la moglie del padrone di casa che mentre spostavo cassettate di roba mi raccontava della sua vecchia macchina da cucire, chiama di corsa il muratore perché la soglia in marmo del bagnetto è un po’ scheggiata e bisogna assolutamente cambiarla.
Al piano di sotto: il padrone di casa , aiutato da una amico, sta tentando portarsi via il lavandino di cucina che giaceva in giardino ormai da giorni e per farlo sta tentando di convincere il mio vecchio cane, sordo, un po’ cieco e soprattutto sempre sdraiato nel mezzo, a farsi un po’ più in là per lasciarlo passare. Il pappagallo che all’improvviso gli ha urlato alle spalle, lo ha già fatto sussultare mentre mentre issava l’orribile oggetto da portarsi via e adesso che un gatto gli passa di corsa tra le gambe, mi rendo conto che il terrore si sta impossessando di lui. Richiamato da un disperato grido di aiuto, mi precipito al piano di sotto, prendo il cane in braccio (25 chili) e lo porto al piano di sopra dove lo rinchiudo in camera di mia figlia.
L’”omino” se ne è andato con la lavastoviglie in funzione ma non appena ho riavvicinato il battiscopa alla cucina la lavastoviglie ha smesso di funzionare e il tubo dell’acqua ha cominciato a perdere.
Mary Jane ormai distrutta dalla giornata si improvvisa arredatrice e fa le prove tappeto di fronte al cassettone dell’ingresso proprio mentre il padrone di casa passa di corsa con il lavandino gocciolante e il cagnolino spuntato da chissà quale divano gli si fa incontro scodinzolante per salutarlo.

Ore 18.00.
Non ho più una doccia, ho un solo bagno nel quale la terra si è depositata persino sugli spazzolini da denti. Ho una camera nella quale giacciono decine di scatole di scarpe e stivali e un letto invaso di vestiti e di gatti.
Ho un pezzo enorme di armadio che doveva essere portato via e che invece sul tetto della macchina non ci sta e allora son cazzi miei.
Ho la camera di mia figlia con la roba stirata sul letto e lei sdraiata sul letto che chatta con gli amici.
Ho una cucina nuovamente smontata con un lavandino che perde e una lavastoviglie che non funziona.
Ho un salotto nel quale ho appeso un solo piatto antico che si è rotto.
Ho uno studio nel quale adesso ci sono solo tre mensole perché ci sono i tubi di qua e di là e i muri sono di burro e non si possono mettere altre mensole. Ho scatoloni ancora da aprire di libri che restano rannicchiati in un angolo mentre i tappeti provati da Mary Jane si sono accumulati sul divano. Ho calcinacci, pezzi di ferro, chiodi, viti, tasselli, vetri, prolunghe, cacciaviti, trapani, punta 14, punta 12 e punta sei sparsi sul pavimento.
Ho un ingresso nel quale abbiamo messo un tappeto e io mi sono ricordata che non ho mangiato e che ho una fame che mi potrei mangiare un cinghiale.
Ho un vaso molto bello che gira da una stanza all’altra perché non sono affatto sicura di volerlo mettere su una mensola e se continuo a portarlo a giro, alla fine si rompe pure lui.
Ho un pupazzo che ride con le vibrazioni, il tecnico della caldaia che mi dice che non è potuto venire se va bene uguale per domani alla solita ora e ho tanto tempo libero perché dal primo gennaio sono disoccupata.
Eppure non ho mai lavorato tanto in vita mia.
Domani giocherò a fare l’elettricista.

Ps non ce la faccio neanche a rileggere.



5 commenti a “La casetta di marzapane”

  1. Sabrina Says:

    Coraggio Vis… non farti abbattere dei traslochi!!! sii ottimista e vedrai che tutto andrà a posto!!!

    Un abbraccio alla mamma che é “invalida”… povera donna!!!

    e tu butta fuori muratore e tuttofare..; sei molto più brava!! fidati!!

    con affetto

    Sabrina

  2. Riccardo Says:

    Se hai rimesso in funzione la doccia, ti invito a cena…asd.

    Riccardo.

  3. Annika Says:

    Io ti ho visto alle Oblate l’altra settimana e mi sembravi in gran forma :-)

  4. Viscontessa Says:

    Annika, ma come eri alle Oblate e manco ti sei palesata? che peccato!
    Ric, mi son fatta la doccia ma poi mi son rimessa a combattere con questa stracazzo di casa e adesso sono da capo.
    Vivo in solitudine tra le queste quattro mura con le tasche piene di tasselli, che brutti momenti!

  5. Annika Says:

    Hai ragione Vis, la prossima volta vincerò lo smarrimento che mi prende in certe situazioni :-)

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