Senza rileggere perchè non si può tornare indietro.

Viscontessa, 29 gennaio 2010

Birba era l’ultimo della serie. La prima serie come quando vai a convivere e ti porti dietro l’armadio della tua cameretta, lei porta il letto e insieme comprate il cassettone. Ecco Birba era il suo armadio ma quando l’ho vista per la prima volta, lei aveva due mesi e lui era appena andato a prenderla per portarla ad un nostra coppia di amici. Era una trovatella, qualcuno l’aveva abbandonata per strada e il proprietario di un’officina l’aveva trovata. Come i nostri amici fossero venuti in contatto con quello dell’officina ci siamo sempre dimenticati di chiederlo ma pochi giorni prima del suo arrivo, mio marito aveva dovuto far sopprimere il suo ultimo boxer e quella trovatella era un segno del destino. Rimase con lui e un paio di mesi dopo con noi.
Io invece avevo Emma una cagnolina nera di cinque anni presa in un canile e che per tutta la vita si è rifiutata categoricamente di avere rapporti con qualsiasi essere umano che non fossi io. Non era aggressiva e neanche maleducata ma quando qualcuno le si avvicinava storceva un po’ quel suo naso nero e mi cercava con lo sguardo. Emma è stato anche il mio primo cane e il primo cane che ho dovuto far sopprimere. E’ morta cinque anni fa alla veneranda età di 15 anni e si era ammalata di una di quelle malattie che senti solo nei telefilm del dott. House. Aveva la sindrome di Cushing una patologia della ghiandola surrenale che produce troppo cortisolo e intossica il fegato. Per curarla mi ero procurata anche una confezioni di 100 pillole di un medicinale in vendita solo a Città del Vaticano. Ne rimasero 80. Fortuna che il veterinario me le ricomprò.
Insieme ad Emma avevo ereditato dal mio precedente matrimonio, una twingo nuova giallo fiammante e un gatto di nome Ernesto che aveva la stessa età di Emma perché allora lavoravo molto e mi spiaceva lasciare in casa il cane da solo per tanto tempo. Mio marito detestava il cane ed Emma detestava lui. O più semplicemente lo ignorava come ha fatto con tutti per tutta la sua vita. Emma ed Ernesto erano cresciuti insieme ma quando ho lasciato il primo marito che detestava i cani per mettermi con uno che li adorava e ne aveva una – Birba appunto – che non ci aveva messo molto a dimostrare di che pasta fosse fatta, avevo dato il gatto a mia nonna che quando è stata ricoverata in casa di cura (dove poi è morta) malvolentieri me lo ha reso ed è morta sussurrandomi di prendermi cura del suo gatto. “ma se il gatto era mio!” le dicevo e lei mi diceva si ma mi raccomando trattalo bene.
Ernesto è morto un mese prima di Emma, aveva quindici anni pure lui e non era mai riuscito a salvarsi dalle angherie di “gatto”. “Gatto” era un gatto maschio adottato quando stavamo nella nostra prima casa, a Rignano prima casa insieme al mio secondo marito. I vicini avevano due gatti e quando avevano cambiato casa lì avevano abbandonati lì. I gatti sono stati per giorni di fronte alla porta chiusa della casa dei loro ex padroni. Miagolavano e piangevano e per giorni gli abbiamo portato il cibo fino a lì. Poi piano piano si sono avvicinati a casa nostra e per un paio di anni hanno vissuto sul nostro pianerottolo. Eravamo tre famiglie tutte con cani e gatti e tutti ci davamo il turno per sfamarli e preparargli un riparo per la notte. Dopo poco tempo anche tutti i nostri cani si erano abituati a quella strana presenza sul pianerottolo ma i due gatti naturalmente non stavano bene. Erano tutti e due malati di Aids e il più malandato anche di leucemia e periodicamente li portavamo dal veterinario e gli facevamo tutte le terapie prescritte. Mi ricordo ancora di quella volta che dovevamo svuotare un ascesso con una siringa da “gatto”. Lo avevamo preso dal pianerottolo e al terzo giorno che fai ad un gatto lo scherzetto di infilargli un ago in una guancia, non lo freghi più. Eravamo in cinque intorno al tavolo: io che dovevo infilargli l’ago nella guancia, Sonia 1 infermiera professionale, Sonia2 vicina che ci incitava, Massimo, facchino di professione con due braccia grosse come due tronchi d’albero e Antonella che doveva fare il poliziotto buono e cercare di mantenerlo calmo. Fu un disastro ma poi negli anni ha imparato a farsi curare.
“Gatto” è stato operato una prima volta per rimuovere degli ascessi. Praticamente lo tagliuzzarono tutto e ce lo resero tutto spelacchiato a macchia di leopardo che per un mese rimase tappato nel pianerottolo che si vergognava a farsi vedere.
Poi Cimurrino – così era stato chiamato il secondo gatto e puoi immaginare il perché – si aggravò e lo portai a morire in casa. E “gatto” sparì. Gatto non era ancora stato castrato ma sparì una notte di natale e a capodanno non era ancora tornato. Mi ricordo l’angoscia di quell’attesa fino a quando il primo di gennaio alle sei del pomeriggio, mi parve di sentire un debole miagolio alla porta e quando la aprì mi trovai di fronte il gatto più mal ridotto che avessi mai visto. Eppure di gatti mal ridotti ne avevo raccattati tanti ma lui era rimasto intrappolato in una trappola per volpi per una settimana intera. Nel tentativo di scappare si era affettato tutte le zampe e aveva il pelo pieno di fango e lo sguardo più eloquente che avessi mai visto. Presi la scatola di cartone del pianerottolo e la portai in casa. Lui entrò e non se ne andò più via. Fu castrato ma sfortunatamente pareva monorchide così il secondo testicolo, atrofizzato ma secondo me perfettamente funzionante, fu ritrovato in una palla di grasso necrotica che gli si era formato sotto alla pancia. Gli era venuta una pancia enorme che strusciava quasi per terra e così fu operato un’altra volta e ci fu reso senza più palla necrotica di grasso e neanche palla ovvero testicolo restante.
Tuttavia i rapporti tra cani e gatti, quando avevamo cambiato casa si erano deteriorati. Stranamente in una casa molto più grande e con un giardino enorme tutto nostro, le cose non andavano affatto bene per cui i cani vivevano solo fuori e i gatti solo dentro.
Con Gatto c’era stato uno screzio una prima volta e i cani avevano giurato che gliel’avrebbero fatta pagare. Non volevano ammazzarlo ma volevano dimostrargli la propria superiorità. Non ricordo cosa era successo la prima volta ma probabilmete Gatto aveva fatto il furbo prendendoli per il culo da sopra il ramo di un albero. E’ come se lo vedessi: lui sta appollaiato sul ramo sicuro più basso quello dal quale muovendo la coda può solleticare il naso dei cani. Sta lì e muove lentamente la coda fingendo di fissare un punto lontano con l’occhio semichiuso e quello sguardo che riesce a mettere a disagio pure te e non voglio pensare cosa non provochi in un topolino. Sotto ci sono i cani e all’inizio pensano ad uno sbaglio, poi ad uno scherzo fino a quando l’apparente indifferenza di Gatto li fa innervosire e così Birba dice ad Otto “prendi quella cazzo di coda e tira giù dall’albero quel fottuto gatto” ma Otto non ci riesce. Proprio quando pensava di averla presa, la coda gli scivola lentamente tra le mandibole e gli lascia in bocca quell’odore insopportabile di felino. Poi Gatto sale su un altro ramo e se ne va nell’altra direzione lasciando i cani all’asciutto che un attimo dopo – non appena Gatto mi vede – vedono il gatto sbucare da una siepe e fare subito “miao” per richiamare la mia attenzione. Sanno che davanti a me non possono fare niente e lui gli passa vicino e gli solletica ancora un volta il naso con la sua coda.
Le cose devono essere andata più o meno così e quando una sera “Gatto” imprudentemente uscì e pensando che i cani fossero già chiusi, si avvicinò alle loro ciotole, loro lo presero di sorpresa e io lo levai dai denti di Otto in fin di vita. Tirai giù la mia amica veterinaria dal letto e la costrinsi ad aprire l’ambulatorio. Fai conto che vivevamo in campagna e sia da casa sua che da casa mia, se pur in direzioni opposte, c’erano circa una quindicina di chilometri di strada a volte sterrata, da percorrere. Me ne tornai a casa con quel che restava di Gatto e una iniezione per sopprimerlo nel caso soffrisse troppo. Lo portai a casa e lo misi sul mio letto accanto a me e aspettai sveglia che morisse, pregando che morisse da solo e non mi dovesse costringere ad usare quella iniezione.
Due mesi dopo, se pur malconcio e con lo sterno rotto, Gatto si alzò per la prima volta dalla brandina e non uscì più, neanche dal mio cuscino che diventò la sua cuccia per la notte.
Ho dormito per anni con un gatto che ronfava tutta la notte sulla mia testa. Come per Emma anche per lui diventai il suo unico punto di riferimento e ci capivamo senza dire niente, più niente del niente che di solito si dicono un animale con il suo padrone. Che brutta parola “padrone”, non si potrebbe trovare un’eufemismo come abbiamo fatto per diversamente abili?
Vabbè, comunque era così e lui era diventato persino geloso di mia figlia. Una volta che lui stava sulla spalliera del divano e lei stava seduta accanto a me, la strinsi e la abbracciai, ci scambiammo qualche effusione e lo sguardo di Gatto si fece stretto e cattivo come davanti ad un topolino e poi le soffiò nell’orecchio. Si abituò anche alla città e quando ci trasferimmo nella casa che abbiamo appena lasciato, fece pace anche con Ernesto con il quale trascorrevano le giornate nella nostra grande camera da letto insieme ad Emma. Si accucciavano tutti insieme l’uno con il muso nel pelo dell’altro, e dormivano per buona parte del giorno e anche della notte. Erano tutti vecchi e stanchi e io dormivo con un gatto sulla testa, uno sui piedi e un cane sullo scendiletto. Poi, quando Emma è cominciata a stare male veramente, io la notte mi svegliavo appena sentivo le sue unghie sul pavimento. Per quanto profondamente potessi dormire, mi svegliamo al primo passo e la portavo fuori in giardino a fare pipì. Chissà se invecchiando perdono l’olfatto perché sia di Emma che di Birba ricordo le interminabili attese nell’attesa che avessero finito di annusare qualcosa. Su ogni pisciata erano capaci di stare lì mezz’ora, poi alzavano la testa, annusavano l’aria come per sincerarsi che il naso gli funzionasse ancora, e poi si rimettevano ad annusa la pisciata di chissà quale cane. Chissà cosa passa per la loro mente, ho sempre pensato ad una roba tipo “cane maschio di taglia grande ma, cazzo, non riesco a sentire che età abbia” oppure “Troia, di qui c’è passata quella troia della Barboncina dei vicini, quella che pensava di fare la cretina con Otto…. ma cazzo è ancora viva? Non riesco a sentirlo dall’odore ma se è viva deve avere almeno diciotto anni perché era già vecchia quando l’abbiamo conosciuta”. E magari Otto il cretino con la Barboncina ce lo avrebbe pure fatto ma non aveva mai avuto il coraggio di dirlo a Birba. Un paio di volte a dire il vero, aveva anche pensato di provarci con Emma che era piccola, piagnucolona e pure snob, ma cazzo Emma era davvero vecchia e se poi io me ne fossi accorta…. apriti cielo! Dopo quella volta che se la prese a morte per via di quel gattaccio e ci tenne una settimana in punizione, non voglio neanche pensare cosa mi farebbe se sapesse che gli ho toccato Emma. Che però, nonostante l’età, ha sempre un bel figurino e…..
E poi ad Otto tornava in mente la Birba e si faceva passare tutti quei brutti pensieri della testa.

Gatto mi chiese di morire fuori. In fin di vita si era trascinato fino alla finestra sul giardino e mi aveva scongiurato di farlo andare a morire fuori, da solo. I veri Gatti – mi diceva con quel flebile miagolio da moribondo – non muoiono in casa. Io sono nato in campagna, sono sempre vissuto in campagna e quando tu mi hai portato in città, io non ho detto niente, sono rimasto buono al mio posto e non ho più visto gli alberi, gli uccellini, gli altri gatti e le notti stellate, ma adesso devi farmi morire sotto al cielo dove sono nato. Non ci saranno le stelle ma ne va della mia dignità di gatto -. Gli aprì la porta e lo lasciai uscire poi aspettai sveglia tutta la notte e alle sette presi i cani andai a cercarlo per strada, tra le macchine, pensando come pensava lui fino a quando lo ritrovai in fin di vita. Non aveva fatto molta strada, si era rintanato nel cortile del laboratorio confinante con il mio giardino e la mattina dopo, quando gli operai lo hanno trovato così, hanno chiamato la gattara del quartiere che era venuto a prenderselo e lo aveva portato dal veterinario dove ora era ricoverato attaccato ad un paio di flebo. Il veterinario mi disse quello che sapevo già ma mi portai via Gatto lo stesso e lo tenni con me qualche ora tanto per salutarci e per spiegargli che in città non potevi morire come volevi tu e che doveva fidarsi di me ancora una volta.
Quando sono stata sicura che avesse capito, lo riportai per l’ultima volta dal veterinario.

Otto era arrivato quando Birba aveva un paio di anni. Otto era nostro perché era il primo cane che io e mio marito avevamo preso insieme. “vorrei un cane corso” dissi un giorno e una settimana dopo portai a casa questa palla di pelo con le zampe enormi e lo sguardo curioso.
Birba gli fece da madre, da amica, da amante, da compagna di vita. Quando era piccolo se lo portava dietro a passeggiare per ore per le campagne e quando tornavano, Otto era così stanco che crollava abbandonato nel nostro letto. Otto dormiva tra me e mio marito mentre Emma e Birba sui nostri piedi. Poi quando erano stati più grandi Otto, per un po’, aveva sperato che Birba potesse diventare la sua amante ma Birba sapeva molto essere molto convincente e dopo qualche brutta smusata, lui non ci aveva provato più se non in rare occasioni di eccitamento da giochi ma Birba sapeva sempre come immetterlo in riga e lui dopo qualche anno non ci pensava nemmeno più. O almeno così aveva fatto credere a Birba perché lui ci avrebbe provato anche con la gamba di un tavolo e non ci provò con gatti solo perché la prima volta che gli si avvicinò con l’aria da mandrillo, si era preso un brutto graffio sul quel suo nasone nero.
Anche con Otto non avevo bisogno di parlaci. Io lo guardavo e lui capiva, lui mi guardava e io capivo. Non ho capito subito quanto ci saremo capiti ma quando rischiò la vita per raggiungermi, fu come se mi avessero pugnalato in mezzo alla schiena. Al solito stavo cambiando casa e non sapendo dove mettere Otto e Birba, gli avevo fatto costruire un bellissimo recinto nel giardino della vecchia casa. Avevano la zona notte coperta e la zona giorno fuori a correre sul prato. Avevo fatto elettrificare il recinto e per sicurezza avevo fatto mettere anche del filo spinato. I pali per il recinto erano stati conficcati nel terreno ad una profondità di mezzo metro e anche sotto terra avevo fatto mettere il filo spinato. Praticamente un lager e la prima sera che li lasciai lì al solito non dormii tutta la notte, andavo a trovarli tutte le sere e le mattine passava un tizio a vedere come stavano.
Il terzo giorno mi telefonarono i nuovi inquilini della vecchia casa che terrorizzati mi dissero che Otto era scappato dal recinto e si era rifugiato in uno dei locali esterni della casa ovvero quella che per un paio di anni era stata la sua cuccia.
Avevano provato a stanarlo di lì, lo avevano chiamato, si erano avvicinati, avevano anche chiamato il tizio che la mattina passava a controllarli ma lui era stato cortese ed educato, mai aggressivo ma irremovibile, non erano riusciti a convincerlo ad uscire di lì.
Quando un’oretta dopo arrivai lì, lui riconobbe la mia , uscì senza che nessuno lo chiamasse e mi venne incontro ferito e con lo sguardo terrorizzato. Aveva tirato giù un pezzo di palizzata, si era ferito con il filo spinato e aveva preso la scossa. Ma era uscito ed era tornato nella sua vecchia cuccia ad aspettarmi.
Fu in occasioni delle radiografie che gli furono fatte in quell’occasione, che scoprì che aveva dei pallini da cacciatore nel petto. Qualcuno in una delle sue innumerevoli scorribande con Birba, gli aveva sparato ma lui era tornato a casa senza dire niente, senza un lamento come quando è morto una notte di qualche anno fa. Aveva una decina d’anni e una sera senza alcun preavviso non ha fatto per la prima volta una cosa che gli avevo chiesto io.
La sera dell’episodio della fuga, me lo ero caricato in macchina insieme a Birba e li avevo portati con me in città promettendogli che se non gli avessi trovato una sistemazione, avrei dormito io con loro nel rifugio in giardino. E non ci fu bisogno di aggiungere altro. Da quel giorno imparai a non sottovalutare mai più i segnali che Otto mi avrebbe mandato.
Per questo, la notte in cui morì, quando lo chiamai e lui mi guardò ma non si alzò, capii che c’era qualcosa che non andava, qualcosa di grave. Due ore dopo chiamai la guardia medica e lo portai velocemente alla clinica veterinaria notturna dove è morto un’ora dopo, sdraiato sul tavolo delle radiografie mentre nelle lastre si vedevano i suoi polmoni pieni di metastasi e l’intestino occluso.
Lui se ne andò così dignitosamente com’era nel suo carattere cercando di dare meno disturbo possibile e con il muso fradicio delle mi lacrime.
Otto fece appena in tempo a conoscere Micione l’erede morale di Gatto, un gatto con le sue medesime possibilità se non fosse che l’ho trovato piccolissimo e ho potuto preservarlo da tutte le brutte avventure di Gatto. Micione è uno sbruffone, uno che quando era piccolo diceva “io non ho paura di quei due grossi cani neri, fatemi uscire da questa stanza che altrimenti vi piscio sull’uscio.
E ancora adesso che non ricordo più quanti anni abbia (quattro? Cinque? Boh) se lo chiudi in una stanza lui ti piscia sulla porta.
Infatti quando lo abbiamo fatto uscire la prima volta, i cani hanno abbassato lo sguardo e hanno visto passare questa caccola di gatto tutto impettito. Poi mi hanno guardato come se mi dicessero “ma cos’è questa cosa? Erano settimana che ci domandavamo che razza di belva feroce c’era rinchiusa dietro a quella porta e ora vorresti dirci che era questa sottospecie di gatto a fare tutto quel casino?” e lo hanno ignorato, ho almeno hanno dovuto fingere di ignorarlo perché quando uscivo, Micione tornava nella sua stanza e che pisciasse pure quanto gli pareva, ma un giorno avrebbe capito.
Capì un giorno che Otto era già morto. Birba, che era sempre stata la più selvatica dei nostri cani, non era un cane aggressivo ma se qualcuno gli rompeva i coglioni, umano o animale che fosse, lei rigirava e i suoi avvertimenti non erano mai solo simbolici.
Un cane devi educarlo ma devi soprattutto capirlo e di lei abbiamo capito fin da subito, che era molto selvatica, aveva l’istinto del lupo e non gradiva troppe smancerie. Birba era un cane che avevi sempre accanto ma discretamente. Ci faceva le feste come tutti i cani e le piacevano le carezze ma detestava le smancerie e preferiva dimostrarti il suo affetto, standoti sempre accovacciato vicino.
Quando andavo a cavallo, era lei la nostra apri pista mentre Otto chiudeva la formazione e ci guardava alle spalle.
Lei davanti che correva felice e rallentava quando vedeva che i cavalli rallentavano o quando non era sicura della direzione che avremmo preso. Dietro c’era Iasis lo stallone di mio marito che faceva un sacco di scene, abbassando la testa e annusando l’aria con le grosse narici spalancate, poi c’ero io in groppa alla Kessy che temevo come il diavolo l’acqua santa, lei era un po’ come Birba, frega un cazzo di niente e poi sono femmina e anche noi cavalle c’abbiamo le nostre giornate. E poi a me queste passeggiate mi fanno schifo e quel cretino di Iasis lì davanti non lo sopporto. Se invece di fare lo scemo con il suo padrone, partisse al galoppo, almeno mi sgranchirei un po’ le zampe che non ho più l’età per il trotto. Ma lo sai bella mia quanto ho trottato nella mia vita? Io non ho mica fatto la bella vita come il signorino lì davanti sai? Io ho dovuto sgobbare e sgobbare parecchio per campare e ora che ero riuscita a guadagnarmi una meritata pensione ecco che arrivi tu e vuoi pure che ti insegni come devi fare a cavalcare. E poi mi porti a passeggiare con quello scemo di Iasis, ma l’hai visto come fa quando trova una pozza d’acqua? Neanche fosse il diavolo! Indietreggia inorridito e mi piazza quel suo grosso culone sul muso, poi tira su la zampa e inzuppa la punta dello zoccolo nell’acqua e poi la ritrae inorridito e indietreggia ancora. Cazzo, dico io, la vuoi saltare o no quella benedetta pozza? Fammi passare davanti che ti faccio vedere come si fa. E qualche volta sono pure riuscita a convincerlo ma poi il cretino, quando si decideva a saltare urlandomi “solo perchè lo hai fatto prima tu!” atterrava sempre con il muso tra le mie cosce! E si fingeva inorridito, addolorato, meravigliato…… “scusate, scusate tutti! Non l’ho fatto apposta!”.

Accanto a me sulla Kessy c’era Emma con quelle sue gambette corte e lo sguardo perennemente rivolto verso di me. Mi guardava e mi chiedeva “come vado? Vado ben? Ho un bel portamento? E’ il passo giusto? Devo accelerare? Devo andare più lentamente?” Rilassati Emma che io c’ho già a che fare con questa cavallona, non ti ci mettere anche tu.
“effettivamente” mi comunicava lei “questa bestia è davvero enorme e mi incute un certo timore. Se devo dirtela tutta a me la campagna piace ma preferivo quando stavamo in città con Ernesto e mi portavi a passeggiare in via Gioberti.”
In fondo alla fila Otto, con lo sguardo fiero e il trotto da guarda spalle. Seguiva la fila ma il suo sguardo si guardava introno in cerca di eventuali pericoli dai quali salvarci.

Birba era così e un giorno che Micione la svegliò mentre dormiva, lo agguantò tra le mandibole e poi lo rincorse per tutta la casa e lo agguantò di nuovo. Il nostro intervento lo intimoriva, se aveva deciso che qualcuno aveva sorpassato il limite, lei gli faceva una smusata e per convincerla a mollare l’avversario bisognava tirarla per il collare e rinchiuderla per un po’ fino a quando non si erano raffreddati i suoi bollenti spiriti.
Lei era fatta così, era lei la prima mangiare e Otto non poteva neanche avvicinarsi alla ciotola prima che lei avesse finito di mangiare. Micione dopo quella volta, imparò a trattare con rispetto Birba e da allora non si è mai più avvicinato a lei senza prima annunciarsi con un miagolio e strusciarsi a lei per farsi riconoscere. A volte, quando la vedeva all’improvviso, i suoi occhi si riempivano di terrore ma i gatti sono i padroni dell’autocontrollo e come di fronte ad una preda difficile, Micione sapeva aspettare, aspettare gli attimi necessari a farsi coraggio. Poi stringeva lo sguardo, miagolava, e gli andava incontro per strusciarsi ripetutamente sul suo muso. Le rare volte che imprudenza ha sottovalutato queste accortezze, Birba lo ha agguantato e gli ha dato una risuolata. Per questo anche le gattine che sono arrivate dopo, hanno capito subito che a comandare in casa era Birba e come si farebbe con una vecchia zia scorbutica e un po’ violenta, cercavano di girarle alla larga il più possibile e quelle rare volte nelle quali non potevano farne a meno, si comportavano bene come delle damigelle ben educate.
Chi ha provato fino all’ultimo a stabilire con lei una relazione più informale, è stato Gandhi, l’ultimo arrivato, un cagnetto maschio di buona famiglia e come Otto ha sperato fino all’ultimo di poter aver con lei un rapporto non solo di affetto e di amicizia. Ma Birba quando è arrivato lui, era già vecchia e non aveva alcuna voglia di svezzare un altro cane come aveva fatto con Otto, così lo ha sempre ignorato a parte le rare volte nelle quali lui si faceva troppo insistente e allora qualche bella smusata se l’è presa pura lui.
Negli ultimi giorni di vita quando ormai non riusciva quasi più ad alzarsi, Gandhi continuava a girare intorno a Birba come per chiederle che cosa avesse. Mentre Birba russava nonostante il rumore del trapano che manco un terremoto, lui le si avvicinava saltellante e l’annusava come per chiedersi che accidente di odore avesse un cane che riesce a russare con quel casino.
L’annusava guardingo, timoroso come quando ti avvicini al letto di un malato e senti quell’odore di morte che ti prende allo stomaco. Anche Micione le passava accanto e anche se non ce n’era bisogno, gli si strusciava col muso sulla testa come a dirle “lo so che non stai bene, ma io ti rispetto lo stesso perché te lo sei meritato”.
E quando era sveglia mi guardava con quel suo sguardo acquoso di vecchia e mi seguiva con lo sguardo ogni istante anche ieri quando l’ho trovata sotto al tavolo, l’ho sollevata e l’ho posata su una brandina dalla quale non è più riuscita ad alzarsi. Il muso a terra tra le zampe anteriori un po’ troppo divaricate in una posizione che non le era familiare. Mi guarda come se volesse chiedermi “e ora cosa si fa? Ora cosa succede? Ora come mi aiuterai?” mi guardava così e io le accarezzavo la testa e le dicevo “non preoccuparti, non ti farò soffrire, non lascerò che il tuo sguardo sia più in basso di quello degli altri. Ti sei meritata il rispetto di tutti e io so quanto sia sempre stato importante per te essere indipendente. Ti aiuterò Birba, come ho già aiutato gli altri.
E le ho accarezzato la testa fino a quando il suo sguardo acquoso si è fatto vitreo.
Quando sono tornata a casa Gandhi si è affacciato per cercarla. Poi, quando ha visto che non c’era, è andato ad annusare la sua brandina e ha seguito le ultime tracce che lei aveva lasciato per casa. Si è accucciato sul divano e stamattina che per la prima volta non c’era Birba a mantenere l’ordine, si è sfogato in giochi sfrenati con le gattine.
Loro hanno capito che non c’è più pericolo e da stamattina mi stanno facendo impazzire correndo su e giù per le scale ed entrando in ogni stanza di corsa senza più accertarsi prima che lì non ci sia Birba a riposare.
Il momento peggiore è sempre la sera. Nessuno dice niente perché non c’è niente da dire e ciascuno di noi sa già cosa si prova e quanto tempo ci vorrà per abituarsi. Ad ognuno viene in mente un ricordo e tra qualche tempo torneremo a parlare di lei ognuno con i propri ricordi, e con la consapevolezza che comunque ne vale sempre la pena.

Addio anche a te e grazie di tutto.

Viscontessa, 27 gennaio 2010

C’e l’hai un posticino dove prenderti un appunto? Un bloc notes, un’agenda, il calendario della tua vita quello che dovrebbe iniziare il giorno della nostra nascita e finire il giorno della nostra morte. Come le agende scolastiche che barano sempre un po’ e non sapendo quando sarà la data precisa del termine della scuola, mettono qualche giorno in più e ti lasciano nell’incertezza. Non resta che sperare nelle elezioni.
Beh, se hai un posto dove annotarti la vita come il giorno del caffè quello nel quale – siccome non ti è successo proprio niente di niente – decidi di dedicarlo al caffè, oggi avrei bisogno di un favore. Ovvio, sempre ammesso che tu non abbia già dedicato la giornata più noiosa della vostra vita al caffè ma questa è una cosa importante.
Dovresti scriverci che oggi è stata la giornata più merdosa della Vis. O della Giò. O come ti pare. O come vorresti che mi chiamassi baby? Più merdosa perché è quel tipo di merda che non ha età e che può colpirti da quando acquisisci l’età della consapevolezza fino a quando la perdi. Una merda che non ha conseguenze come quando prendi la scossa con un gomito che duole per tutti uguale e non c’è bisogno di essere il Dott. House, per sapere che fa male.
E’ stata una giornata di merda come quando vedi il tuo cane morire e aggrediscono tua figlia per rubarle il cellulare.
Una giornata così che torni a casa e trovi il cane accasciato sotto al tavolo in un lago di urina e tua figlia che tarda a tornare a casa dalla scuola. Le hai comprato il caschetto per la bici proprio stamattina perché vuoi cercare di proteggerla dalle cadute. Poi passa uno, la tira giù dalla bicicletta e le porta via il cellulare. Lei torna a casa piedi con una vagonata di lacrime che ancora non è riuscita a piangere. La guardi in volto e pensi che se non piange esploderà. Ma non esplode perché il cane è in fin di vita e bisogna prendere una decisione dolorosa.
Poi lei è un fiume in piena e io mi faccio la doccia più lunga da quando sto in questa casa.
Questa casa mi odia e io odio lei.
Mi accuccio sotto allo scroscio d’acqua calda e faccio pipì così. Come un cane. Come Birba.
Addio anche a te Birba. E grazie di tutto.

Dì ciao con la manina

Viscontessa, 20 gennaio 2010

Non amo molto facebook, credo di aver capito come funziona ma non capisco che divertimento ci sia nell’accumulare amicizie fasulle e nel condividere con loro le proprie informazioni personali tramite format preparati da altri. Probabilmente ho le amicizie sbagliate ma sapere che tizio dedica un pensiero affettuoso a tutti gli amici e lo fa inviando un un cuoricino sorridente, mi pare una cosa davvero stupida.
Stupida perché “spalmare” un pensiero affettuoso è come “spalmare” il paté de fois gras dentro ad un cantuccio di pane toscano e stupida perché per esprimersi si usa un linguaggio primordiale fatto di figure e di simboli privi di qualsiasi sfumatura.
Qualcuno da qualche parte ha “inventato” l’ideogramma digitale di un sentimento e lo ha offerto al proprio pubblico per consentirgli di esprimersi senza parlare o, in questo caso, senza scrivere.
Non amo facebook perché ogni giorno ricevo decine di inviti per iscrivermi ai gruppi più diversi e metà dei gruppi ai quali mi viene chiesto di iscrivermi, sono assolutamente in contrasto con le mie idee (sinteticamente ma chiaramente espresse nel mio profilo) l’altra metà sono unanimemente condivisibili per cui del tutto inutili. Per questo, quando per esempio sento dai media tradizionali che un gruppo per rivolgere un pensiero addolorato ad Haiti colpita dal terremoto, ha raccolto migliaia di adesioni in poche ore, mi viene amaramente da sorridere. Rivolgere un pensiero addolorato è come rivolgere un pensiero affettuoso, non costa niente ma non serve neanche a niente.
L’ultimo motivo per il quale non amo facebook, anzi la cosa che maggiormente mi irrita di questo strumento di comunicazione, sono i suggerimenti. E non parlo solo delle amicizie; quello che non posso proprio tollerare è che mi venga suggerito come comportarmi con chi. Come una solerte segretaria, uno scrupoloso insegnante o una mamma alle prese con l’educazione del proprio pargolo, facebook ti consiglia cosa dire a tizio o caio tanto che oggi mi ha addirittura suggerito di dire “ciao” ad una amico della lista che evidentemente, ultimamente avevo trascurato un po’.
“amore della mamma, dì ciao alla tua amichetta come ti ho insegnato a fare io”.
E la bimba agita la manina o invia chissà quale simbolo digitale ad una amichetta virtuale.

La casetta di marzapane

Viscontessa, 15 gennaio 2010

Ore 7,30.
Apro gli occhi e vedo il muro bianco che si vede dalla finestra con gli infissi bianchi accanto all’enorme armadio bianco.
Mi giro di lato.
E’ ancora presto e ieri è stata una giornata impegnativa.
Accanto al cassettone sul quale sono accatastati oggetti di ogni tipo, vedo gli enormi buchi nel muro dai quali l’altro ieri sono cadute le mensole sulle quali avevo riposto alcuni tra gli oggetti che mi sono più cari. Sbriciolata una coppia di lampade a petrolio, decapitata la coppia di negretti in terracotta che avevo acquistato a Milano quindici anni fa, fratturata la mandibola del teschio proveniente dal manicomio criminale.
Qualcuno in casa cerca qualcosa.
Scivolo dal letto e afferro i pantaloni da lavoro che ho abbandonato per terra insieme ad un paio di calzini che dopo tanti giorni, mi scodinzolano felici appena gli avvicino i miei piedi mentre il cane è ancora sotto alle coperte e l’unica cosa che vedo di lui, è il culetto rinsecchito e la coda pelosa.
Potrei dormire ancora un po’ ma alle otto deve arrivare il muratore e prima che arrivi voglio almeno prendere il caffè.
Mentre inciampo in un gatto appollaiato sul mio cappotto nero che giace per terra accanto a qualche vetro rotto e una manciata di tasselli spanati, mi pungo un piede con una vite e chiunque cercasse non ricordo cosa, dal piano di sotto mi urla “lascia fare! Trovato!”.
Vado in bagno, il bagno è l’unica stanza nella quale mi sento a mio agio. E’ uno schifo di bagno con i sanitari vecchissimi e la seggetta del bagno in plastica colorata con una calcomania di ostriche e perle. Ma è grande ci stanno tutti i miei mobiletti del bagno che quando li avevo comprati mi erano sembrati tanto belli ma che dopo sette anni di cantina, hanno preso la puzza di muffa e si sono persi tutti tassellini per montarvi all’interno le mensole in vetro. Avevo comprato anche i tassellini per rimontarli ma naturalmente erano della misura sbagliata e allora fanculo ci accatasto la roba dentro.
Mi siedo sul water per fare pipì e penso che probabilmente sto poggiando le mie chiappe su una seggetta sulla quale hanno appoggiato le loro la famiglia di cinesi che viveva prima di noi in questa casa. L’altro giorno volevo comprare almeno una seggeta nuova ma poi ho comprato una scatola semi professionale per riporre tutti i ti tipi di chiodi e di viti che mi servono per la casa. Tanto dal cessetto dei gatti che costretti in un giardino troppo piccolo hanno ripreso l’abitudine di pisciare nel loro bagnetto, si alza una puzza terribile di urina di gatto e pensare che solo un metro più in là, sotto agli accappatoi che cazzo sono tutti diversi di tutti i colori diversi, c’è una confezione nuova di lettiera ma non ho ancora fatto in tempo a cambiarla. Mi alzo dal cesso e vedo il cesto della biancheria sporca che ormai strabocca di indumenti di qualunque tipo e non mi consolo neanche davanti allo specchio perché questo l’ho attaccato ieri e non mi fido della sua tenuta. Nessun buco nel muro ma i tasselli erano troppo distanti per le placche del mio specchio così ho smontato le placche e le ho allontanate un po’. Spero di non averle allontanate troppo perché oltre a sorreggere lo specchio nel muro, le placche servivano anche per tenere insieme lo specchio con la cornice.
Dopo mi lavo. Poi mi ricordo che mi sono già lavata ieri anche se non ho fatto in tempo a farmi una doccia, e mi dico che per il momento può bastare.
Ore 7.45.
Scendo le scale ed entro in cucina o almeno di quello che resta della mia bella cucina in noce dopo che il mio “omino” tutto fare, ne ha segata mezza compreso il piano in marmo, per farla entrare dove sta adesso. Per il resto è tutto smontato, e sulla tavola, accanto alle ciotole con gli avanzi dei crocchini dei cani, appoggio la scatola di biscotti e mi siedo un attimo prima di accendere la macchina del caffè. Farsi un caffè con una macchina espresso alla quale sono saltate le guarnizioni non è semplice: devi farlo al momento giusto e girare la tazza perché l’acqua che esce da ogni parte non finisca dentro alla tazza ma neanche sul mobile che altrimenti si allaga tutto e l’acqua scende dalle fessure dei piani in marmo che ancora non sono stati siliconati, e va a finire nel cassetto delle posate. Bisogna essere rapidi, decisi e guardinghi. L’acqua che esce dalla macchinetta mi ricorda la fontana di Barcellona, non sai mai quale spruzzo colorato uscirà da dove. Prendo la tazzina e la ciotola per rincorre l’acqua di troppo ma la lavastoviglie quasi in mezzo alla cucina, mi impedisce la precisione necessaria e preferisco bermi uno sbroscione di caffè piuttosto che cominciare la giornata rimontando la cucina per asciugare l’acqua dei cassetti. La lavastoviglie naturalmente non fa una grinza. Da quando si ha smesso di funzionare costringendomi a smontare la balza montata in fondo alla cucina e ad estirparla dalla sua sede naturale, giace in mezzo alla cucina in attesa che l’”omino” che deve finire di montarmi la cucina, deve appendermi le mensole e i lampadari deve portarmi via un pezzo di armadio che mi è avanzato e riportarmi una poltrona che è a casa di mia mamma, si faccia vivo. Doveva tornare lunedì ma oggi è giovedì e ancora non l’ho rivisto.
Cazzo mia madre! Si è rotta un piede la settimana scorsa e da quando l’ho riportata a casa sua lunedì scorso, soffre di attacchi d’ansia e sicuramente la notte si è alzata per fare pipì, ha battuto la testa e adesso giace immobile da ore sul pavimento ghiacciato della camera. Questa volta magari l’ambulanza arriva davvero e non come lunedì che dopo l’ingessatura le hanno detto ci rivediamo tra venti giorni e decidiamo cosa fare. Si ma adesso? Adesso cosa? Adesso come riporto a casa mia madre che sta ad un secondo piano senza ascensore e io sono da sola? Verso l’una mi sono rivolta ad un infermiera per chiederle se poteva chiamarmi un’ambulanza. Alle due sbraitavo al telefono con la Misericordia perché non potevano mandarmi un’ambulanza. Alle due e mezzo, stavo minacciando denunce a tutto l’ospedale, ad un quarto alle tre minacciavo il portiere del CTO di incatenarmi per protesta al suo gabbiotto se non trovava un modo di rimandare a casa me e mia madre. Alle tre chiamavo i pompieri, alle tre e mezzo piagnucolavo al telefono con la polizia. Dopo dieci minuti me la caricavo in macchina e facevo mia la sua idea di farsi gli scalini seduta ad uno ad uno. Un piano fantastico. Telefono a mia figlia e le intimo di precipitarsi immediatamente a casa della nonna così lei le tiene su la gamba e io da dietro la prendo sotto alle ascelle e la tiro su uno scalino per volta.

Il telefono di casa di mia madre suona inutilmente. Probabilmente è morta. Anzi è sicuramente morta mentre io dormivo beatamente nella mia cuccia per la quale ho scelto lenzuola beige perché non ho tempo di fare il bucato e poi lo scarico della lavatrice da qualche problema e la bastarda non mi centrifuga il bucato che oltretutto non so dove stendere perché il giardinetto è sempre all’ombra ed è molto umido. Le lenzuola beige durano più a lungo e tra i ramage floreali sul marrone e rosa, non si nota quasi niente. Infatti non ho notato neanche il pezzo di vetro della lampada a petrolio che si è rotta l’altro giorno cadendo dalla mensola e adesso mi ha ferita leggermente una mano.
Infilo le mani in tasca in cerca del cellulare e ci trovo un pezzo di carta igienica sporco di sangue, una manciata di viti, un accendino, un cacciavite, una punta da 6 per il trapano, due chiodi in acciaio, una penna, un assegno che devo versare in banca, un crocchino che dalle dimensioni direi da gatti, un osso di seppia che volevo mettere al pappagallo ma poi mi sono dimenticata, e finalmente il cellulare.
“pronto”. La sua voce è cavernosa, lenta, esausta ma è ancora viva e forse sono ancora in tempo a salvarle la vita. “come stai?” le urlo nella cornetta del telefono e lei mi risponde “bene, stavo dormendo così bene….. ma che vuoi a quest’ora?”.
Accendo il computer e controllo se internet ha ripreso a funzionare o se oggi dovrò fare anche il piccolo tecnico dei computer per far funzionare questo aggeggio. La linea è ok ma l’antenna della televisione è stata scardinata dal muro e il lo schermo mi dice che c’è bassa intensità del digitale.
Allo otto deve arrivare il muratore nell’attesa porto fuori un sacco della nettezza che giaceva chiuso in giardino da quasi una settimana. Mi era sembrato di vederlo muovere e così ho pensato che fosse il momento di portarlo al cassonetto prima che ci andasse da solo.
Devo fare un sacco di cose. Alle otto il muratore, alle due l’”omino” tuttofare, alle due e mezzo quelli della caldaia e per il resto del pomeriggio forse posso anche cominciare a mettere seriamente ordine nel cantiere che è diventato questa casa.
Mi cullo su questo pensiero e mi riaddormento sul divano pensando a domenica scorsa passata ad asciugare acqua dal pavimento di cucina perché dopo aver smontato la lavastoviglie non avevo più teflon per sigillare i rubinetti. Questa domenica sarà diversa e potremmo tutti farci una bella doccia, la doccia della domenica che giri per casa in accappatoio fino a quando non ti si congelano che chiappe. Fortunatamente lunedì mattina sono stata alla casa dell’idraulico e ho comprato tutto quello che mi serviva per poter sigillare il lavandino di cucina e riaprire l’acqua di casa. Poi suona il campanello.
Ore 9.
E’ il muratore in ritardo e io speravo proprio di non vederlo perché viene per via di una perdita che sta bagnando il muro della signora dell’appartamento accanto. Son qui da poco più di una decina di giorni, la casa era stata appena ristrutturata, non può esserci niente di così grave ma il muratore è una figura cattiva, è quello che vedi all’opera solo quando di spacca le mattonelle, ti sventra la casa e poi ti dice che deve spaccarti un altro pezzo di casa e poi ti dice torno lunedì e tu stai un mese in mezzo ai calcinacci.
Ma io sono ottimista almeno fino a quando non mi dice che deve spaccare le mattonelle del bagnetto e non lo vedo dirigersi sicuro verso il piccolo bagno di servizio. “non apra quella porta!” ma non faccio in tempo a dirlo che il muratore si vede piombare addosso una montagna di scatole di scarpe perché non sapendo dove mettere le scarpe, per adesso le avevo sistemate lì che per adesso si fa con un bagno solo che è pure grande e ci ho anche rimesso lo specchio.
Ore 9.30.
Io e il muratore stiamo ancora spostando scatole di scarpe che finiscono in camera mia alla rinfusa sul pavimento, sul letto, sul gatto e pure sui calcinacci venuti giù dal tentativo fallito di appendere delle mensole. Eppure una l’ho appesa. Ne ho appesa una dello studio, ci ho messo una giornata intera, ho trapanato il muro che neanche con una mitragliatrice, ho ristuccato il muro, ho allargato i fori delle mensole perché i pali erano un po’ storti, ho cosparso di polvere rossa tutti i libri dello studio, ho sudato come un cinghiale in un bagno turco, ma alla fine della giornata una mensola l’avevo montata. Guardo il muratore che agguanta le scatole dei miei stivali come fosse un trapano a percussione a punta dodici, e mi dico che nessuno meglio di lui, può appendermi delle mensole in un muro di acqua e farina. Se non altro lui ha la calce e io a comprare la calce non ci sono ancora arrivata.
Ore 10.00.
Lo sapevo che qualcuno oggi sarebbe dovuto morire e visto che non è mia madre si vede che tocca a me. Sento la prima scossa tellurica un attimo dopo che ho lasciato da solo il muratore in bagno e mentre sono ancora lì a domandarmi perché cazzo tengo tutti questi cani e questi gatti in casa se quando arriva il terremoto neanche ti avvisano, ecco che arriva il terremoto quello vero e io ripenso subito alla mia coppia di statue in terracotta alle quali ho tentato di riattaccare la testa con l’attak e che poi, per non soffrire troppo, ho nascosto tra i libri in attesa che il dolore per la loro perdita mi consenta di scoprire un modo per restaurali come si deve.
Salgo di corsa le scale urlando “bambini miei! La mamma vi vuole bene! Vengo a salvarvi che prima o poi giuro che vi riattacco anche in piedi e vi ricostruisco le dita delle mani con il Das”, quando mi accorgo che il muratore ha spaccato tutto il muro del bagnetto.
Tutto si ferma, cessa il terremoto e il muratore esce dal bagno armato di un attrezzo enorme e cattivissimo in grado di disintegrare qualsiasi muro in pochi minuti.
“mi dispiace” fa con l’aria di chi è abituato a leggere l’espressione di terrore sulla faccia della gente. “la perdita non è qui, devo spaccare l’altro bagno, dentro alla doccia.
Ore 10.30.
Arriva Mary Jane la ragazza filippina che mi da una mano in casa e che parla quasi soltanto inglese e che è la prima volta che viene in casa nuova.
Entra e invece di sorridere e dirmi buongiorno, nella sua faccia si forma una strana espressione di terrore alla quale io rispondo con un ferro da stiro in mano. Fortunatamente c’è tanta roba da stirare che sta lì nel sottoscala in quella cesta straboccante di roba tra i cenci polverosi, l’aspirapolvere che si è intasata di calcinacci e una scatola di cavi elettrici per il giorno nel qual giocherò al piccolo elettricista.
Ore 11.30.
L’unica stanza nella quale non devo attaccare al muro niente è il salotto e decido di cominciare la giornata da lì. Sposto per la centesima volta i quadri poi tento di appendere un piatto antico al muro ma mi cade e si rompe. Frega un cazzo. Ho deciso che oggi frega un cazzo di niente perché io sono paziente e ottimista e tutto andrà bene e tutto si aggiusterà. Soprattutto sei ha appena comprato dieci tipi di collante diverso che visto l’andazzo era l’unico tipo di precauzione che potevo prendere.
La casa continua a tremare fino a quando il muratore disarmato mi dice che deve aspettare l’idraulico così ne approfitto e gli chiedo di appendermi le mensole. Lui storce un po’ il naso ma poi accetta e io mi fiondo fuori a comprare altre dieci mensole che vorrei attaccare nello studio del piano di sopra. Attraverso la città e arrivo al negozio del legno che però è chiuso perché sono già le una e mezzo.
Ore 13.35.
Al piano di sopra Mary Jane stira chiusa in camera di mia figlia.
Mia figlia torna da scuola e ha una fame terribile così si fionda in cucina.
In cucina c’è l’omino tutto fare che sta trapando un muro per attaccare un mobiletto e lo sta facendo chiaramente controvoglia così non sposta neanche i piatti puliti che Mary Jane, dopo averli lavati, aveva riposto, in assenza di mobili, sul top di marmo sopra al quale adesso l’omino sta in piedi tirando giù calcinacci su ogni cosa.
Nella stanza accanto, nel mio studio, un muratore sconosciuto arrivato qui per caso per spaccare un pezzo di muro, mi ha appena chiesto uno straccio bagnato da appoggiare sull’enorme attrezzo che ha appena tirato fuori da un’enorme valigetta e che serve per tagliare una parte della staffa della mensola che pare sia troppo lunga rispetto al buco delle mensola stessa.
Il trapano e il taglia staffe di ferro lavorano contemporaneamente il pupazzo che ride sentendo le vibrazioni, si sganascia dalle risate cadendo in testa al muratore che si spaventa e bestemmia in una lingua sconosciuta mentre il pappagallo momentaneamente parcheggiato in giardino urla come un matto e mia figlia passa sotto al tavolo per raggiungere il frigo dal quale si prende un peperone che va a mangiare in camera sua dove Mary Jane sta minacciando la Madonnina di imparare l’italiano per insultarla meglio.

A questo punto gli eventi si si susseguono in una progressione indescrivibile.
Alle 17 la situazione è la seguente:
Al piano di sopra: il muratore vistosamente irritato dalla giornata mi sta comunicando che l’idraulico che finalmente è arrivato, ha sentenziato che bisogna spaccare tutto il bagno.
Mentre tutti e tre insieme ci guardiamo con orrore negli occhi, la moglie del padrone di casa che mentre spostavo cassettate di roba mi raccontava della sua vecchia macchina da cucire, chiama di corsa il muratore perché la soglia in marmo del bagnetto è un po’ scheggiata e bisogna assolutamente cambiarla.
Al piano di sotto: il padrone di casa , aiutato da una amico, sta tentando portarsi via il lavandino di cucina che giaceva in giardino ormai da giorni e per farlo sta tentando di convincere il mio vecchio cane, sordo, un po’ cieco e soprattutto sempre sdraiato nel mezzo, a farsi un po’ più in là per lasciarlo passare. Il pappagallo che all’improvviso gli ha urlato alle spalle, lo ha già fatto sussultare mentre mentre issava l’orribile oggetto da portarsi via e adesso che un gatto gli passa di corsa tra le gambe, mi rendo conto che il terrore si sta impossessando di lui. Richiamato da un disperato grido di aiuto, mi precipito al piano di sotto, prendo il cane in braccio (25 chili) e lo porto al piano di sopra dove lo rinchiudo in camera di mia figlia.
L’”omino” se ne è andato con la lavastoviglie in funzione ma non appena ho riavvicinato il battiscopa alla cucina la lavastoviglie ha smesso di funzionare e il tubo dell’acqua ha cominciato a perdere.
Mary Jane ormai distrutta dalla giornata si improvvisa arredatrice e fa le prove tappeto di fronte al cassettone dell’ingresso proprio mentre il padrone di casa passa di corsa con il lavandino gocciolante e il cagnolino spuntato da chissà quale divano gli si fa incontro scodinzolante per salutarlo.

Ore 18.00.
Non ho più una doccia, ho un solo bagno nel quale la terra si è depositata persino sugli spazzolini da denti. Ho una camera nella quale giacciono decine di scatole di scarpe e stivali e un letto invaso di vestiti e di gatti.
Ho un pezzo enorme di armadio che doveva essere portato via e che invece sul tetto della macchina non ci sta e allora son cazzi miei.
Ho la camera di mia figlia con la roba stirata sul letto e lei sdraiata sul letto che chatta con gli amici.
Ho una cucina nuovamente smontata con un lavandino che perde e una lavastoviglie che non funziona.
Ho un salotto nel quale ho appeso un solo piatto antico che si è rotto.
Ho uno studio nel quale adesso ci sono solo tre mensole perché ci sono i tubi di qua e di là e i muri sono di burro e non si possono mettere altre mensole. Ho scatoloni ancora da aprire di libri che restano rannicchiati in un angolo mentre i tappeti provati da Mary Jane si sono accumulati sul divano. Ho calcinacci, pezzi di ferro, chiodi, viti, tasselli, vetri, prolunghe, cacciaviti, trapani, punta 14, punta 12 e punta sei sparsi sul pavimento.
Ho un ingresso nel quale abbiamo messo un tappeto e io mi sono ricordata che non ho mangiato e che ho una fame che mi potrei mangiare un cinghiale.
Ho un vaso molto bello che gira da una stanza all’altra perché non sono affatto sicura di volerlo mettere su una mensola e se continuo a portarlo a giro, alla fine si rompe pure lui.
Ho un pupazzo che ride con le vibrazioni, il tecnico della caldaia che mi dice che non è potuto venire se va bene uguale per domani alla solita ora e ho tanto tempo libero perché dal primo gennaio sono disoccupata.
Eppure non ho mai lavorato tanto in vita mia.
Domani giocherò a fare l’elettricista.

Ps non ce la faccio neanche a rileggere.