Movimento di liberazione dei BNR

Viscontessa, 29 novembre 2009

Natale sotto tono. Non so se dipenda dalla crisi che c’è, che c’è stata o arriverà ma quest’anno non ho ancora avvistato neanche un finto Babbo Natale arrampicato sui balconi e i terrazzi dei palazzi. Negli anni passati ogni volta che li vedevo appesi per aria, mi veniva in mente il movimento di liberazione dei nani da giardino che se qualcuno non lo sapesse, esiste davvero ed è nato in Francia una quindicina di anni fa.
Pensieri sovversivi di lotta armata per liberare i finti Babbi Natale Rampicanti, mi passavano rapidamente per la testa ma quest’anno, sarà la crisi o sarà che già ci pare di vivere in un Paese poco serio, di babbi natali non ne ho ancora visto neanche uno. O forse, ho pensato questa sobrietà rappresenta un diffuso bisogno di serenità. Serenità nei toni, nelle parole, nel confronto, nel futuro e anche nel presente.
Tanto, l’amministrazione comunale, interpretando in maniera davvero singolare questo bisogno, e in tendenza con l’usanza sempre più radicata di essere più buoni a Natale, ci regala la sua interpretazione di “serenità nei toni” ovvero quella che dovranno usare d’ora in avanti i mendicanti di strada. Escluse alcune zone ben precise, i mendicanti, d’ora in avanti, potranno svolgere tranquillamente la loro attività purchè mendichino con gentilezza, cortesia e senza troppo insistenza. In una parola dovranno essere “educati” perchè in questo Paese affidiamo sempre ai poveracci le cose che non ci servono più come le scarpe vecchie, i lavori nei campi di pomodori, la cura degli anziani e adesso anche l’educazione. Paradossalmente il medicante potrà gentilmente chiederci una monetina per mangiare e noi potremmo offenderlo manifestando platealmente il nostro fastidio per la sua presenza. Ma tant’è, qualcuno, magari quelli più bravi, guadagnerà qualcosa e qualcuno, magari quelli più tradizionalisti, si sentirà più buono.
Se poi invece la latitanza dei babbi natale finti dipendesse dalla crisi, bisognerà che qualcuno, prima o poi ci dica come stanno sul serio le cose e non soltanto come dovrebbero andare tra un anno. Se dobbiamo imbottirci di dati sulle previsioni dei vari organi istituzionali, vorrei sapere prima di tutto perchè oggi non ci sono più i babbi natali finti. Che tra un anno o forse due, si prevede che i primi babbi natale potrebbero tornare ad arrampicarsi sui balconi, è un dato che non mi rende affatto serena.

Il tacchino vince sulla RU486

Viscontessa, 27 novembre 2009

Sono sempre in ritardo, volevo scrivere una cosa sulla giornata contro la violenza sulle donne ma sono caduta vittima di questa violenza e non ho fatto in tempo.
E poi mi pareva che l’ennesima sospensione della RU486 fosse l’espressione massima di quanto, questo Paese, sia sensibile a problemi che non dovrebbero essere solo femminili ma lo sono e di che considerazione goda, di conseguenza, questa giornata nell’opinione pubblica.
Obama è un grand uomo, un bel pezzo di ragazzo che qualsiasi studentessa del college avrebbe voluto sposare. E’ proprio così. Per il Giorno del Ringraziamento la famiglia Obama non mangerà il tacchino e Barack lo dice davanti alla Casa Bianca mentre, con un sorriso dei suoi, accarezza un tacchino vivo. Se poi lo vedi solo accarezzare il tacchino senza volume, pensi che la devi assolutamente smettere di farti le canne e cambi canale, ma questo è un altro discorso.
Pagliacciate per pagliacciate, meglio Obama che accarezza la testa di un tacchino che Berlusconi che accarezza il fondo schiena di una ragazza. E questa la dice lunga su tante cose, su tante di quelle cose che stanno succedendo negli ultimi tempi, da non trovare mai un attimo a soffermarsi sul resto. Il resto per esempio, è la totale indifferenza nella quale trascorre la giornata contro la violenza sulle donne. Certo aspettarsi di vedere inquadrato Berlusconi mentre accarezza una confezione di RU486, è fantascienza, ma metti che in una giornata come oggi rivolge un saluto alle donne, si schiera contro la violenza sulle donne, o anche solo si ricorda che oltre alle donne c’è di più. Marrazzo docet.
Tanto tra donne si parla di violenza sulle donne dimostrando quanti passi indietro abbiamo fatto negli ultimi anni. Pensavamo di dover discutere di pari diritti sul lavoro e invece ci ritroviamo qui a parlare di come salvarsi il culo dagli stupratori. Se ne parla nei siti femminili, nelle riviste femminili, nelle trasmissioni televisive femminili, ma agli uomini, allora chi glielo dice? Perché spettegolare nei vari salottini femminili è proprio quel genere di mentalità che va combattuta. Ce lo diciamo tra noi quanto siano cattivi certi uomini. E siamo tutte d’accordo: certi uomini andrebbero castrati, rinchiusi, ammazzati, evirati e magari anche un po’ torturati, ma non possiamo farlo in contrapposizione agli uomini, e soprattutto in maniera sottomessa senza invadere i loro spazi di discussione, di confronto, di convivialità.
E poi lo sapete come fanno gli uomini. Voi siete indignate per tutto quello che avete visto, letto e sentito in giro, e lui fa si con la testa ma sta pensando che quando vi vede così incazzate, vi scoperebbe sul tavolo di cucina e gli si confondo ancor più le idee, e non sa più se può dirvi che con quella minigonna lo attizzate e così sta zitto, si tiene dentro questo ennesimo interrogativo che alla fine diventerà come un tarlo che lo rode fino a quando scapperà con la badante ucraina del nonno, che ha dieci anni meno di voi e porta solo minigonne perché “piacciono tanto a mio Cicci”. Ora il dottor Pier Ugo Mariotti Pantacaldi si fa fa chiamare Cicci.
E invece Ciccio, come lo chiamate voi quando non era ancora dottore, deve sapere che questo fenomeno non riguarda solo quelle figure riprese di spalle e con la parrucca in testa che con voce metallica raccontano storie terribili, ma riguarda anche lui o quel suo amico che le donne, sotto, sotto, son tutte maiale. E riguarda tutti i finti obbiettori di coscienza, riguarda tutti coloro che non ci vedono niente di male, anzi condividono, l’autostentazione grottesca della virilità del Presidente del Consiglio. Riguarda quelli che le donne “le amano” in senso talmente ampio che non c’è alcun dubbio su quale sia l’unica caratteristica che le accomuna tutte. E riguarda quelli che istintivamente, di fronte ad una coppia, interloquiscono solo con lui o quelli che istintivamente riconosco più autorevolezza ad uomo piuttosto che ad una donna. Non riguarda il vostro desiderio per noi ma la vostra incapacità di comprendere quando non è il caso di assecondarlo.
Dobbiamo cercare di fargli capire che non frega niente a nessuno che lui lavi i piatti e faccia la spesa, ma ci frega di essere libere anche noi, di fare altrettanto. Lo so che è più o meno la stessa cosa ma implica due modi di pensare molto diversi. Non dobbiamo combattere gli uomini ma dobbiamo affermare noi stesse.
La violenza nella quale sono caduta oggi non la ricordo, ma sicuramente qualcuno ha fatto qualcosa di innocuo, di assolutamente irrilevante ed insignificante e della quale forse non mi sono neanche accorta, ma sicuramente l’ha fatta. E non è quel gesto o quel pensiero innocuo ad essere violento ma il clima che se respira quando si parla di certi argomenti.

odio la zuppa di verdura

Viscontessa, 24 novembre 2009

In motorino in mezzo al traffico. Sono ferma ad un semaforo rosso.
Dlen dlen – Scusi? Mi fa passare? -
La vedo dallo specchietto. E’ una ciclista con il basco. Io odio le cicliste con il basco. Fanno tanto bio, con i calzettoni di lana colorati che fanno tanta allegria e le zuppe di verdura che fanno tanto bene all’intestino. Io odio anche le zuppe di verdura. E con il mio intestino ho un buon rapporto.
Le cicliste con il basco guidano sempre biciclette un po’ scassate con un elastico per capelli legato intorno al manubrio o un parafango dipinto di colore verde. Calzano scarpe o stivali bassi, comodi, realizzati con materiali naturali e confezionate volutamente come delle vecchie ciabatte sformate che servono a distinguerle da tutte le altre calzature. Durano una vita, sono fatte con materiali di ottima qualità e di provenienza biologica, sono pubblicizzate con un marchio eco sostenibile e sono associate ad immagini di paesaggi bucolici nei quali le vacche – per fare la pelle delle tue cazzo di scarpe – se la tolgono volontariamente e te la regalano. Perché le tue scarpette di cuoio, cara ciclista con il basco, ti rendono solo un po’ migliore di altri ma solo un po’. Quindi restatene in seconda fila e aspetta che scatti il verde.
Mi giro e le dico – è rosso -.
si lo so – fa la ciclista con il basco – ma mi potrebbe far passare lo stesso? -
Non ci penso neanche. Si lo so, tu studi, lavori, sei impegnata nel sociale e sai come finirà il mondo anche se il mondo non si decide a darti retta. Tu il mondo lo vuoi cambiare per davvero, vuoi farlo tornare un luogo vivibile e pulito non come i tuoi genitori che volevano cambiarlo con le ideologie. Sempre a sinistra sei ma la tua sinistra è migliore di quella dei tuoi genitori che si ostinano a buttare le riviste pubblicitarie ancora con il cellophane nel cassonetto della carta. Non ti faccio passare perché tre metri più in là c’è la pista ciclabile e siccome voi ciclisti avete rotto i coglioni a tutta la città perché volevate le piste ciclabili, adesso andate a ciclarci sopra. Beati voi che avete il tempo di andare in bicicletta. Voi che non avete cartellini da timbrare, bambini da andare a prendere a scuola e dieci chilometri per andare e dieci (anzi dodici perché bisogna ritirare il bambino) per tornare da lavoro. Non siete nate qua, siete studentesse che vivete insieme ad altre ragazze che come voi si arrabattano tra studio e lavoro. Siete arrivate in una città nuova che doveva regalarvi il sogno di una giovane vita e adesso quel sogno lì si è un po’ offuscato e ve ne siete creato un altro, persino migliore, quello di salvare il mondo. Ma questa cosa del cambiare il mondo non l’hanno sempre voluta fare tutti i giovani del mondo?
- Scusa, perché devo fare manovra per farti passare che tra un attimo scatta il verde e che comunque adesso è rosso? -
Si mettono il basco storto perché fa meno serio, più giovanile, più anticonformista, divertente. C’è tanto allegria in un basco e tante cure in quei capelli che sembrano sbucare casualmente dal quel basco. Il basco. Il basco te lo sei fatto ai ferri con la lana comprata tramite un sito di donne peruviane che con la lana che ti hanno venduto hanno messo su un laboratorio artigianale con cento donne che sottopagano e sfruttano come sono state sfruttate loro. Ma tu questo non lo sai perché nel mondo esiste ancora qualcosa di pulito.
- Perché stare dietro al tubo di scappamento di questo scooterone non è proprio piacevole -.
Scommetto che ti lavi i denti ogni volta che metti in bocca qualcosa. Scommetto che sei di quelle che se uno ti offre una caramella tu dici “no grazie perché mi sono appena lavata i denti”. A parte il fatto che questo tuo mettermi a parte di quanto sia scrupolosa la tua igiene personale, mi da leggermente fastidio, ma poi, te con la tua dentatura bianca e profumata come un campo di lavanda, ti sei mai chiesta quanto inquini quel tuo cazzo di dentifricio che usi ogni volta che ti lavi i denti?
- Neanche vedersi davanti una ciclista con il basco intesta e magari il paraurti posteriore dipinto di bianco con i fiorellini verdi –
- Come fai a sapere che parafango ho? -
- Perché ho riconosciuto la bicicletta dal manubrio con le frange e lo specchietto retrovisore enorme.-
Era mia di quando ero più giovane. L’ho venduta un paio di anni fa.

Merda d’artista

Viscontessa, 23 novembre 2009

Non ho voglia di leggere, ho comprato il libro della Tobagi sulla vita di suo padre e avevo anche iniziato a leggerlo ma poi ho visto la Tobagi dalla Dandini e mi è passata la voglia. Benedetta Tobagi non ha niente che non va, anzi, ma qualcosa in lei che mi disturba come quando a scuola non sopportavi la prima della classe solo perchè era la prima della classe ma faceva la modesta.
Non ho voglia di leggere, ho comprato Repubblica ma le notizie sono già vecchie e degli approfondimenti, gli editoriali, i dibattiti, i confronti, i punti di vista, ne ho piene le scatole, si parla sempre delle solite cose, con le stesse persone, negli stessi ambienti. L’unico punto di vista “originale” degli ultimi tempi, è quello di Topo Gigio che ci invita ad aprire le finestre di casa per combattere l’influenza.
Non ho voglia di leggere, ho acceso il computer e ho letto le notizie che avevo già letto sul giornale e avevo già visto in televisione. Fino a poco tempo fa pensavo che “il popolo di internet” fosse un’invenzione di chi internet non lo usava mai ma ultimamente mi sto convincendo sempre più che “il popolo di internet” esiste ed è sempre più simile a quello che si legge sui giornali e si vede in televisione.
Non ho voglia di scrivere, dovrei fare la lista della spesa ma non ho fame e non riesco proprio a pensare cosa comprare oggi da mangiare venerdì prossimo. La spesa settimanale è uno dei punti che ho intenzione di rivedere nel mio sistema di vita non appena avrò un attimo di tempo.
Non ho voglia di scrivere, dovrei scrivere una bella letterina all’ufficio delle imposte per scusarmi delle Poste che ci mettono due mesi a comunicare un pagamento così se ritardi a pagare una rata, è come se non ne avessi pagate tre. Ma se alle Poste invece di vendere l’ultimo best seller da supermercato fossero un po’ più celeri nel comunicare i pagamenti all’ufficio delle imposte, non sarebbe più facile?
Non ho voglia di scrivere, mi ero detta che lo avrei scritto su FriendFeed ma poi mi son detta che non avevo voglia di scrivere. E poi non ho ancora capito bene come funziona: c’è chi scrive cose tipo “ho cucinato due uova al tegamino” e sotto ci sono decine di commenti animati da veri e propri gruppi di solidarietà per i cucinatori di uova al tegamino e poi c’è chi scrive “oggi ho mangiato due uova al tegamino perché non avevo altro da mangiare” e quelli son cazzi suoi dei quali non frega niente a nessuno. A volte, leggendo su FriendFeed certe esternazioni e il successo che ottengono, mi viene in mente la merda d’artista di Piero Manzoni.
Non ho neanche voglia di guardare la televisione perché nonostante per un motivo o per l’altro se ne parli da tempo, non so ancora come si chiamasse il trans Brenda, quale fosse la sua storia di essere umano e quale fosse il suo nome vero quello con il quale almeno una volta nella vita, qualcuno gli ha voluto bene davvero, magari anche solo per poche ore.
Non ho voglia di guardare la televisione perché le cose che vedo in televisione le ho già viste su internet dove ho già letto il giornale e ho scritto un post sulle uova al tegamino.
In barattolo.
E firmate.
Brenda

Logica ferrea

Viscontessa, 18 novembre 2009

- Pronto chi parla?
- Scusi lei chi cervava.
- Eh non lo so, avete chiamato voi mio marito
- Noi chi scusi?
- Voi avete telefonato a mio marito e poi io ho richiamato quel numero e gli ho detto che ero la moglie e potevano dire a me ma quella ha detto che non può.
- Quindi non l’abbiamo chiamata noi, questo è un altro ufficio, lei deve rifare l’interno dell’operatore che l’ha cercata.
- L’ho fatto! Ma quella signorina in malafede non mi ha voluto dire niente. Se mio marito dovesse pagare un debito io che sono la moglie avrei il diritto di saperlo per cui se non me lo ha voluto dire significa che la signorina era in malafede per questo ho chiamato lei.
- Si ma come le ho già detto io non so di cosa stia parlando, chiami il numero che le hanno lasciato.
- Eh no, perchè se richiamo l’altro numero mi risonde la signorina in malafede e lei mi capisce, come si fa a parlare con una che è in malafede?
- Senta signora, io non la conosco ma so che mi sta dicendo che una mia collega che invece conoscono molto bene, è in malafede. Cosa le fa pensare che io voglia aiutarla?
- Ma per questo glielo dico, perchè se signorine in malafede telefonano così senza che nessuno ne sappia niente, lei mi capisce: uno si fa un’idea sbagliata. Ma voi che società siete? Di cosa vi occupate? Cosa fate di preciso?
- Mi dispiace signora ma io non sono tenuta a dirle un bel niente
- Lo dicevo io che dietro alla signorina in malafede c’era una presunta società in malafede! Altro che debito! Voi telefonate alla gente così a caso, figuriamoci se mio marito ha un debito che io non so! E poi se così fosse, me lo avreste detto perchè io sono la moglie.
- Logica inattaccabile signora. Mi lascia gentilmente il cognome di suo marito così posso comunicare alla mia collega in malafede che il pollo questa volta non ci è cascato?
- Il cognome di mio marito?
- Si, mi serve per far chiudere la pratica a nome di suo marito.
- Come sarebbe a dire chiudere la pratica?
- Sarebbe a dire che se suo marito non intende pagare perchè, siccome lei non sa che ha un debito lui il debito non ce l’ha, faccio chiudere insoluta la pratica di suo marito e la invio all’ufficio legale per il recupero coatto del credito.
- E che vuol dire coatto? Ma che fate voi? Chi siete?
- Non lo so signora, se vuole altre risposte deve far parlare suo marito con la signorina in malafede, e vedrà che si chiarirà ogni dubbio.
- Senta signora, parliamoci chiaro, io di queste cose qui non ci capisco niente ma se siete uno di quei servizi lì….. come si chiamano? ciat erotiche o quei numeri a pagamento che fate le schifezze per telefono, io giuro che vengo lì e vi carico di legnate che mio marito è un brav’uomo e voi dovete smetterla di approfittare di lui.
- Signora, siamo una società di recupero crediti.
- Recupero crediti? Ma allora era vero! Oddio! Vuoi vedere che quello schifoso lì si è indebitato per andare a puttane? Brutto porco, schifoso, io che non compro un paio di scarpe a mia figlia perchè non ci sono soldi e lui va a puttane?……. ma che voi prestate i soldi anche per andare a puttane? Ma che gente siete? Che razza di gente c’è al mondo? Ma io vi denuncio! Poi se la prendono con Berlusconi perchè gli piacciono le ragazze! Ma pensate per voi pervertiti che prestate i soldi per andare a puttane!……pronto?……Pronto?

Ma andata a far scudo!

Viscontessa, 16 novembre 2009

Sabato scorso mi è stata recapitata una raccomandata dell’Equitalia ovvero la società che si occupa del recupero crediti per conto degli enti pubblici. Una società, l’Equitalia, estremamente efficiente almeno per quanto riguarda l’invio delle comunicazioni ai contribuenti presumibilmente insolventi, molto meno, invece, quando i cittadini devono prendersi una giornata di ferie per ottenere informazioni presso i suoi sportelli aperti al pubblico.
Per questo fa amaramente sorridere la riforma del Ministro Bruentta entrata in vigore oggi e grazie alla quale sarà il cittadino ad essere al centro della pubblica amministrazione. “Bastone, carota, trasparenza e mobilità” questo lo slogan che secondo il Ministro, dovrebbe sintetizzare gli intenti di questa riforma che tra l’altro consentirà al cittadino insoddisfatto della professionalità di un pubblico dipendente, di rispondergli “io ti faccio un mazzo così”. Parole di Brunetta.
Fa sorridere perchè quando manca una cultura del “buon senso” non c’è riforma, legge, divieto o minaccia che possa rendere più civile una società. Potermi verbalmente accanire con l’impiegato che mi spiegherà come sia possibile che debba pagare 50 euro per un mio presunto debito di 0,01 centesimi di euro quando l’euro non era ancora entrato in vigore, non mi ripagherà della giornata persa in fila all’Equitalia ma soprattutto non mi convincerà che la pubblica amministrazione sia dalla mia parte di cittadina.
Mi piacerebbe poter minacciare di ripercussioni chi si permette di minacciare ritorsioni sui beni di proprietà di chi non salda debiti fantasiosi come il mio mio, ma siccome questo non sarà possibile, neanche Stachanov in persona potrebbe rendermi soddisfatta dell’efficienza della pubblica amministrazione.
Un’amministrazione, efficiente e dalla parte del cittadino, è un amministrazione che non costringe i cittadini ad affrontare costi e difficoltà per chiedere spiegazioni su debiti di così singolare formazione, né li costringe a pagare cifre delle quali non sanno spiegarsi l’origine solo perchè meno oneroso che chiederne conto. E non consola neanche la solidarietà dell’eventuale stacanovista di turno che pur mostrando tutta la comprensione possibile per il tuo disappunto, purtroppo non potrà farci nulla..
Perché è proprio in quel “nulla”, dentro a quelle voragini burocratiche che si sono mangiate i nostri soldi e la nostra fiducia, che si dovrebbero fare delle vere riforme, riforme serie che non si mangino, per dire, tutto il contributo mensile di una social card per un debito tanto improbabile quanto ridicolo come il mio.

Io non ho paura.

Viscontessa, 13 novembre 2009

Lunedì mi è arrivata una cartella delle tasse di qualche migliaio di euro e ho litigato con mia madre per via di una vecchia storia di mio padre.
Martedì ho forato la ruota posteriore del motorino in mezzo al viale e ho litigato con mio marito per la cartella delle tasse.
Mercoledì la preside di mia figlia mi ha mandato una lettera per chiamarmi a scuola e ho litigato con mia figlia per la lettera della preside.
Giovedì è svampato l’hard disk del computer e non avevo fatto un backup.
Oggi è Venerdì 13.
Potrebbe andare peggio, potrebbe piovere.

tra il pettegolezzo e il gossip…

Viscontessa, 8 novembre 2009

Quando ero bambina andavo con mia madre a prendere il caffè dalle amiche.
Le amiche, di solito, erano le nostre vicine di casa che rappresentavano anche il tessuto sociale nel quale mia madre si muoveva quotidianamente. Andavano insieme a far la spesa, parcheggiavano noi figli a casa dell’una o dell’altra per andare dal dottore e si scambiavano pezzi di pane fresco la sera a cena quando apparecchiando ti accorgevi che il pane era finito e il forno ormai era chiuso. “corri dalla Carla” mi urlava mia madre “e chiedile se ha un pezzetto di pane da darci, digli che semmai ci va bene anche quello di ieri. Meglio di niente”. Il pane allora lo si comprava tutti i giorni e non era ipotizzabile sedersi a tavola senza.
Di solito queste amicizie nascevano davanti alla nostra scuola o dall’ortolano, in parrocchia o tra i banchi del mercato. Amicizie femminili che piano piano coinvolgevano tutta la famiglia e si intersecavano tra loro. Donne che rappresentavano un vero collante sociale per il quartiere come quasi sempre accade in qualsiasi contesto sociale anche se questa loro capacità viene definita solo nella sua accezione negativa: le donne sono pettegole-
Spettegolare significa giudicare in maniera più o meno esplicita le debolezze altrui, ma il più delle volte lo scambio delle informazioni che avveniva tra mia madre e le sue amiche, era soltanto il modo più efficace mantenere viva una comunità e aiutarsi l’un l’altra nei limiti delle possibilità di ciascuno.
Era normale per esempio, regalare i vestiti che non ci stavano più ai cinque fratelli Pieri che economicamente non se la passavano troppo bene, ed era normale presentarsi improvvisamente a casa dei Fabiani dopo che la piccola Marianna in lacrime aveva risposto al telefono che sua mamma non poteva rispondere perché stava litigando con il babbo e stava rompendo tutti i piatti di cucina.
Era normale essere invitati a pranzo da tutti quanti quelle rare volte che mia madre si ammalava e non poteva cucinare e alla fine era normale anche ipotizzare che tizio avesse sposato tale solo per i suoi soldi ma questo era solo qualche sporadico effetto collaterale della solidarietà femminile.
Allora il pettegolezzo non si alimentava sulla capacità di una donna di mantenersi giovane ma su quella di mantenersi un marito che le garantisse solidità economica. Quella affettiva era un valore aggiunto molto apprezzato ma non essenziale.
Si spettegolava sulla pelliccia di visone, sulle lezioni di equitazione dei figli, sulle origini della Contessa. Ma si ospitavano le riunioni della Avon per aiutare un’amica in difficoltà e si portavano in vacanze i figli delle coppie in crisi.

E adesso eccoci qui, sono le cinque di una domenica pomeriggio.
Se fossi ancora bambina mio padre sarebbe nel soggiorno a disegnare di fronte alla televisione e mia mamma sarebbe in cucina e calzerebbe un paio di scarpe invece delle solite ciabatte.
Sul tavolo di cucina è pronto il servizio da tè e mentre il fornello sul quale sta il pentolino d’acqua, aspetta di essere acceso, lei si arrampicata su una sedia per cercare il barattolo dei biscotti di Prato fatti da lei.
Se fossi ancora bambina tra qualche minuto suonerebbe il campanello e comincerebbero ad arrivare i primi amici. Mi domando chi ci sarà perché alcuni amici dei miei genitori mi interessano meno di altri e dal suo comportamento immagino che fosse così anche per mio padre. Secondo chi arriverà si sposterà in salotto e si accenderà un sigaro, altrimenti rimarrà in soggiorno a disegnare con la televisione accesa e accoglierà lì i suoi ospiti della domenica pomeriggio.
Chiunque sia la preparazione del tè sarà molto lunga perché è proprio in quel lasso di tempo che la buona educazione non vieterà alle donne di stare in cucina da sole. Preparare il tè è una faccenda da donne ed equivale ad una moderna riunione di redazione. Nessuna interferenza viene tollerata e la sua durata dipende dal tempo che ci vorrà per condividere una medesima linea editoriale da portare in pubblico.
Era lì che si prendevano le decisioni importanti, lì che avveniva lo scambio di informazioni e recriminazioni, era quello il momento nel quale le avversarie di una opposta fazione, si incontravano per la prima volta dopo le voci circolate sul loro conto.
Mentre il limone veniva tagliato con una lentezza ancor più esasperante dell’acqua che non bolliva mai, venivano snocciolati nomi, date e circostanze che piano piano si collocavano in un quadro generale. Fatti apparentemente scollegati si ricongiungevano e si attorcigliavano con verità nascoste e inconfessabili timori. Ricette segrete per la torta di ricotta si tramandavano di voce in voce per non lasciare tracce scritte, le attività della signora Rossi che nelle ultime settimane avevano destato preoccupazione, venivano catalogate come crisi d’ansia di madre troppo ambiziosa. Qualcuno avevo saputo da una lontana conoscente che il figlio era stato rimandato in greco e che questo creava nella signora Rossi un comprensibile imbarazzo.
Niente di buono invece per la signora Leda. Quello scavezzacollo di suo figlio aveva lasciato la moglie e il figlio per una ragazza straniera. Forse addirittura una di colore ma questo lo si sussurrava piano piano per non farsi sentire troppo che noi italiani non siamo mica razzisti.
Discutevano, urlavano a bassa voce, facevano gestacci e se sorprendevano noi bambini ad origliare, ci mandavano via minacciando di chiamare il babbo cosa che noi sapevamo benissimo, non avrebbero fatto per niente al mondo.

Domenica pomeriggio ore 17.30 il tè non è più quello Star acquistato al super mercato ma una tisana di tè verde acquistata tramite un sito nepalese. Se suonano alla porta di casa e non aspetti nessuno, non ti alzi neanche dal divano per chiedere chi è ma ti ricordi che devi rimettere un’etichetta con il tuo cognome sul campanello di quella campanelliera tappezzata di pecette adesive sovrapposte ad identificare gli inquilini di questo condominio dove se finisci il pane è molto più probabile che tu trovi un forno aperto fino a tardi piuttosto che un vicino di casa disposto ad aprirti la porta.
Se il figlio della signora Rossi non è stato ammesso alla scuola di Amici, ve lo racconta la televisione. Il nostro Paese è pieno di signore Rossi, vi raccontiamo la storia di una di loro che tanto è uguale uguale a quella della vostra signora Rossi. Ve la raccontiamo noi già pronta e impacchettata, vi forniamo la linea editoriale comune che abbiamo scelto per voi nella infame riunione di redazione e vi evitiamo la penosa presa di coscienza degli errori che a volte nascono da certi atteggiamenti di gruppo. Vi raccontiamo sempre l’indifferenza e la cattiveria degli altri per non farvi sentire in colpa e per l’intrattenimento il figlio della Signora Leda lo facciamo interpretare a Corona e la sua nuova fiamma a Belen Rodriguez.
Vi prepariamo la notizia, il pettegolezzo e vi forniamo gli attori, la sceneggiatura e anche il dibattito tra amiche in uno qualunque dei salotti televisivi per signora. Da protagoniste vi trasformiamo in telespettatrici della vostra vita, raccogliamo per voi i vestiti usati per una qualsiasi famiglia Pieri che non se la passi bene e che vi sarà riconoscente mostrando in tivvu la sua miseria e rinunciando alla sua dignità. E parleremo di depilazione, della ricetta segreta per la torta di ricotta e di tutto quello che se una volta aveva un sua funzione sociale ben precisa, adesso si è trasformato in gossip.
Ci stanno globalizzando le emozioni.

Domani è il compleanno. Ti scongiuro fammi gli auguri!

Viscontessa, 4 novembre 2009

Io non so se capita a tutti di avere una frase, una parola o magari un numero che ti passano in mente ogni volta che ti manca un pensiero. Una specie di tappa buchi per l’apnea della mente, il secondo nel quale la tua capacità di produrre pensieri va ko.
Non parlo di certe piccole manie come quella di contare le mattonelle o di recitare mentalmente sempre la solita poesia. – La nebbia agli irti colli? Lo sapevo. Anche voi! – Parlo dell’istante prima dell’interrogazione ad un esame o dell’attimo prima di aprire la mail che aspettavi da tempo. Qualcosa di fulmineo come la tabellina del 3 fino a al 3, o il titolo di una canzone, o la frase che diceva tua madre per chiamarvi a tavola la sera.
Io per esempio ho passato un periodo nel quale mi preparavo alla botta di adrenalina, con “sempre caro mi fu quest’ermo colle” e per un certo periodo mi sono dedicata anche alla tabellina del 9 fino al 3 mentre un’altra mi ripetevo il vecchio ritornello di una canzone.
Ero piccola, ero a casa della mia amica Valeria che aveva un bagno con due entrate. Io non volevo mai andare a fare pipì a casa sua perché o mi dimenticavo di chiudere un’entrata o mi dimenticavo di aprire l’altra quando uscivo, e alla fine qualcuno urlava sempre “aprite il bagno!”.
Un giorno mentre stavamo giocando a casa sua ho aperto la porta del bagno che in quella casa non doveva mai essere chiuso a chiave. Proprio per non incorrere nel rischio di trovare una porta chiusa per sbaglio e dover fare tutto il giro della casa per entrare dall’altra parte, era stato convenuto che nessuno avrebbe mai dovuto chiudere a chiave i bagni se non per motivi estremamente seri. (Io per dire, mi ero catalogata come motivo estremamente serio). Tutti, prima di entrare dovevano bussare e urlare “occupato?” e se nessuno rispondeva in un tempo ragionevole si poteva entrare. Io però quel giorno non me lo ero ricordata e avevo aperto la porta senza chiedere niente e dentro avevo trovato la mamma della mia amica seduta sul water.
Io ero morta di vergogna e invece lei, quando le avevo sussurrato “scusa”, mi aveva risposto “grazie, prego, scusi, tornerò”.
Per un certo periodo mi preparavo così. “grazie, prego, scusi, tornerò” e mi veniva in mente la mamma della amica seduta sul water.
Dici la parolina magica e ti senti pronto per affrontare il mondo vada come vada, un tempo infinitesimale nel quale si concentrano tutte le energie. E ti trasformi in un cazzuto para umanoide con palle rotanti e sangue fluorescente. Vabbè dai le paroline magiche che sono diventate la vostra password di accesso per ogni programma.
Insomma io c’ho avuto per un certo tempo questa frase qua “tomorrow is my birthday”. Suppongo che ciò derivasse dall’entusiasmo dell’età giovanile quando a vent’anni ti stanno sulle palle quelli che ti dicono beato te che hai vent’anni e tu pensi “ma che cazzo c’ho io che a me ‘sti vent’anni mi stanno così sulle palle?”. Il domani era sempre migliore dell’oggi e se poi nel domani superavi i fatidici venti nella speranza che la smettessero tutti di trattarti come una ragazzina, beh, allora, il 4 novembre era proprio un gran giorno. Il fatto è che io son di quelle che non si sono mai ricordate il compleanno di nessuno. Sono anche di quelle che stare a accodarmi agli auguri per il compleanno di tizio o caio, proprio non ci riesco. “auguri anche da parte mia” non mi riesce dirlo.
Tuttavia, è universalmente riconosciuto da tutti gli esseri viventi, che il giorno della propria nascita ogni essere umano ha il sacro santo diritto di essere autoindulgente. Noi ci siamo assolti nella nascita e quello stesso giorno di ogni anno della nostra vita, ci concediamo una debolezza. Grande o piccola che sia, e anche quando non ce ne fregherà più un cazzo di essere autoindulgenti, ci sarà qualcuno che lo farà per noi, qualcuno che in qualche modo ci farà ricordare perché siamo nati.
‘Mazza come son profonda alla vigilia del mio quarantacinquesimo compleanno!
Comunque, che altrimenti perdo il filo del discorso, io gli auguri non li faccio quasi mai ma siccome al limite sono una stronza consapevole, non mi aspetto che nessuno si ricordi di farli a me (a parte qualcuno voglio dire). Per questo di solito comunico (con largo anticipo e insistentemente) a tutti quelli che mi stanno intorno, il giorno del mio compleanno. Cioè non proprio tutti perché per esempio alla mia amica del cuore di cui conosco a memoria il codice fiscale e della quale quindi so perfettamente la data di nascita, a lei per dire, non li chiedo perché io non credo di averglieli mai fatti in vita mia e un filo di pudore ancora ce l’ho. Diciamo che comincio con il fruttivendolo perché mi regali una mela, poi lo dico in una mail di lavoro tipo “egregio dottore le confermo che, nonostante giovedì sia il mio compleanno, sarò in ufficio per l’ora concordata.” e poi via via a chi penso che in un modo o nell’altro possa ricordarsi di farmi gli auguri. A volte, lo ammetto, esagero anche un po’, rasento l’infantilismo più ipocrita, mi abbasso a dei comportamenti deplorevoli come quello di chiedere alla tipa in fila davanti a me alla cassa del supermercato “scusi, mi fa passare avanti che oggi è il mio compleanno?” o lagnarmi con un collega più giovane perché sto invecchiando.
Io autoindulgo sulla mia coerenza. Mi prendo gli auguri o i complimenti che non merito, fingo che siano sinceri e spontanei, salto la fila del supermercato e magari mi compro almeno un paio di scarpe nuove. Vabbè. Nessuno è perfetto.
ps. per dimostrarmi che almeno hai letto tutto questo post e il tormento in esso contenuto, dovrai inserire nella tua frase di auguri il numero degli anni che compio.

Un giorno credi di essere grande

Viscontessa, 3 novembre 2009

Se non credi in quelli che si sono fatti da soli sei invidioso.
Se non credi a quelli che io le altre donne non le vedo neanche sei gelosa.
Se non credi in quelli che vedono la Madonna e parlano in aramaico sei blasfema.
Se non credi a quelli che ci pensiamo noi tu non preoccuparti sei maligno.
Se non credi a quelli che io a prostitute non ci sono mai andato sei femminista.
Se non credi in quelli che difendono la laicità basata su radici cristiane sei estremista.
Se non credi in quelli che lo fanno per noi sei cattivo.
Se non credi a quelle che io non mi sono mai rifatta niente è tutta roba naturale sei pettegola.
Se non credi in quelli che mi dispiace qui siamo tutti obbiettori di coscienza sei puttana.
Se non credi a quelli che va tutto bene, è tutto sotto controllo sei pessimista.
Se non credi a quelli che sono pentito, sono cambiato sei stronza.
Se non credi in quelli che sono cattolico praticante a modo mio sei comunista.
Se non credi in quelli che io non ne sapevo niente giuro sui miei figli sei cinico.
Se non credi a quelle che non l’hai mai data contro voglia sei acida.
Se non credi a quelli che la vita umana è un dono di Dio sei un assassino.
Se non credi in quelli che è caduto dalle scale e si è fratturato il volto sei pericoloso.
Se non credi a quelli che giuro che lei ci stava sei frocio.
Se non credi in quelli che l’omosessualità è peccato sei amorale.
Se non credi a quelli che dobbiamo dialogare di più sei snob.
Se non credi a quelli che a me i trans mi fanno proprio schifo sei un pervertito.
Se non credi a quelli che il crocifisso rappresenta la cultura del nostro Paese sei ignorante.
Giusto, introduciamo l’ora di cultura cattolica e sopprimiamo quella di religione.

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