I problemi seri degli italiani
Viscontessa, 12 ottobre 2009Li avevo messi tutti vicini. Una vecchia coppia di calzini insieme ormai da anni, era accanto ad un single di ritorno, un tipo strano, un calzino già diverso dal suo compagno quando li ho comprati e che poi, in seguito ad una sfortunata lavatrice, è rimasto solo. Da allora si accoppia con quel che trova in lavatrice.
Nei piani più alti avevo sistemato le mutande. Mutande di tutti i generi, giovani perizomi in cotone e pratiche coulotte in microfibra, mutande di tutti i colori e di tutte le razze capitate lì da ogni lavatrice della giornata.
L’altro stendino lo avevo riservato per capi istituzionali più importanti come le alte cariche del cassetto delle camice e una folta rappresentanza delle esponenti delle camicette che sventolavano a ritmo le loro maniche. Con il colletto rigido tenuto ben saldo dalle mollette da bucato, avevano per compagnia gli asciugamani che come colore, avevano potuto godere della medesima lavatrice. Tenui spugne losangate che appesantite dall’acqua si lasciavano cadere a piombo sui fili dello stendino, come soldatini che colpiti nella notte, cadano con onere e senso del dovere.
Il terzo stendino era quello dei pezzi grossi. Quello degli arricchiti, dei furbetti, degli immobiliaristi che prima si chiamavano palazzinari e degli imprenditori che prima si chiamavano corrotti, la fuffa insomma, l’ego spropositato e tanto spazio per nulla. Leggiadre lenzuola a far da corte da un copriletto vanaglorioso, l’ingombro del nulla trapuntato a losanghe e un vecchio e robusto tappeto che nonostante il tempo, non si rovina mai ma soprattutto non si asciuga mai. Quel fottuto tappeto era steso da una settimana e ce l’avevo quasi fatta…..
Infine i piani alti, l’attico con vista giardino riparato dalle foglie del diospero: i fili tirati tra due tronchi, il paradiso del bucato steso, il sogno di ogni fottutissimo straccio infilato in lavatrice.
Lì, a dondolarsi nel soleggiato pomeriggio di domenica, avevo steso i pantaloni. Quattro paia di pantaloni tra i quali gli illustrissimi jeans, indumento senza il quale, è impensabile affrontare una settimana lavorativa e scolastica.
Era tutto lì. Tutto il mio piccolo mondo antico fatto di amorevoli cure e imbarazzanti vezzi come quello di scegliere ogni molletta per ogni capo, se ne stava beato in giardino e riposava dopo la fatica delle centrifuga e prima del calore del ferro da stiro.
Sventolava allegro in una domenica pomeriggio di metà ottobre, mentre il cinguettino degli uccellini accompagnava il loro riposo fino all’ora del tramonto.
Poi sono andata in giardino e mi sono accorta che era quasi tutto asciutto.
Di solito la sera metto gli stendini sotto alle tende per ripararsi, di solito li riporto verso casa perché l’umido della notte non li disturbi, qualche volta, nelle sere nelle quali sono più apprensiva del solito, li porto dentro con me e non nego, talvolta, di portarli proprio in camera da letto così quando la notte mi alzo per andare in bagno, inciampo nello stendino che va a finire sulla gabbia del pappagallo che comincia ad urlare solo un attimo prima che il cane si metta ad ululare svegliando mia figlia che dopo aver acceso tutte le luci di casa piomba in camera nostra chiedendo al gatto che per lo spavento si è attaccato sulla testa di mio marito, “cosa è successo?”.
Sto divagando perché non ho il coraggio di andare avanti, certi ricordi fanno male, male davvero e non è facile parlarne.
Comunque sia ieri sera non ho fatto niente di ciò che faccio di solito. Ho delicatamente tastato, mutande e camice, calzini e tappeti, pantaloni e lenzuola, e poi ho deciso di lasciare tutto così come stava. Per una volta mi ero voluta fidare, i panni erano quasi asciutti, stavano bene e parevano così felici di passare la loro prima notte fuori, che non avevo avuto il coraggio di spostare niente.
Ho gettato un ultimo sguardo al carico di lavatrice che dovevo ancora stendere e sono andata a letto.
“domani” mi son detta prima di addormentarmi “quando torno dall’ufficio tolgo il bucato steso che sarà asciutto al punto giusto e stendo quegli accidenti di copri divano che mi domando che stracazzo li ho lavati a fare visto che avevo già lavato il copriletto”.
Purtroppo le cose non sono andate così.
Non ricordo per quale motivo ieri sera ho deciso di mettere la sveglia alle sette e mezzo.
Stamattina, quando è suonata la sveglia, ho tentato a lungo di ricordare il perché poi, in preda ad un attacco di autolesionismo da lunedì, mi sono alzata e quasi subito ho avuto la sensazione che qualcosa non andasse.
Dalla strada proveniva un rumore strano, quasi ovattato come se la strada fosse bagnata. Anche la luce mi pareva strana ma prima di lasciarmi andare alla più insopportabile delle verità, ho preso in mano il telefono e non ho controllato l’ora ma ho controllato a che ora avessi messo la sveglia.
Io perché faccio così la mattina appena sveglia non me lo spiego! Faccio delle cose assolutamente irragionevoli come quella di prendere il telefono e guardare a che ora ho messo la sveglia, invece di guardare l’orologio che ho al polso. Va detto che l’orologio da polso invece dei numeri ha delle tacchette e io la mattina non riesco mai a mettere bene a fuoco le tacchette.
Va bene, sto divagando nuovamente perché adesso viene la parte peggiore, la parte che ha emotivamente distrutto il mio risveglio.
Fatto sta che tra cellulare e orologio non ho capito che ore fossero ma quando ho spostato la tendina di cucina, ho capito perfettamente che l’ora era quella giusta e che il buio era colpa della pioggia.
Aveva piovuto. Stanotte ha piovuto senza dire niente e non quella pioggerellina fina fina che non gliel’ho detto mai ma io ci andavo matto.
No, ha piovuto seriamente, ha piovuto dalle nuvole sparse sulle tamerici salmastre ed arse,
sui calzini indolenti e i pantaloni fulgenti, piove sulle mie mutande silvane, sulle nostre camice ignude, sui mie vestimenti leggeri e i foschi pensieri che l’anima schiude novella sulla stagione bella che ieri m’illuse, che oggi mi delude oh cazzo!
Come una furia sono andata in giardino, ho levato coperte e lenzuola, pantaloni e mutande, e ho messo tutto sulla spalla, poi ho impugnato lo stendino delle camice e mi sono avviata dentro casa ma ho inciampato nel gradino del giardino che porta in cucina così lo stendino è volato dentro casa e sbattendo sul piano cottura e si è rotto lasciando cadere al suolo una fila di magliette umidicce mentre io gli atterravo sopra in un volo d’angelo seguita dai pantaloni, le mutande e le lenzuola che tenevo sulla spalla.
Ho sbattuto tutto sul tavolo di cucina, ho preso le borse per la spesa, ci ho scaraventato dentro tutta quella roba compresa quella della lavatrice che dovevo ancora stendere, ho preso la macchina, sono andata in una lavanderia a gettoni, ho sbattuto tutto dentro alla più grande essiccatrice che abbia mai visto, ho pagato sei euro, sono andata a prendere un caffè, a comprare il giornale, dopo venti minuti ho tirato fuori tutto il bucato asciutto, l’ho risbattuto nelle borse, ho ripreso l’auto, e sono tornata a casa per le nove. Prima di andare in ufficio ho anche fatto in tempo a rimettere il copriletto sul letto.
Fanculo!





12 ottobre 2009, 21:57
sei una fottuta artista!!!
13 ottobre 2009, 0:02
Grande performance mattutina e grande interpretazione qui fra le righe!
A proposito di questo ed altri simili compiti della vita di tutti i giorni, mi viene sovente da considerare che ci tocca spendere un sacco di tempo della vita per farvi fronte e farlo efficentemente sembra l’unica via di uscita.
14 ottobre 2009, 12:45
Chissà se hai vertici piacerebbe essere paragonati alle lenzuola e ai copriletti (di qualità s’intende)…. ahahahahah! sei una grande!!!
Da oggi guardero’ la roba stesa con un altro occhio… perché sinceramente a me é sempre stata un po’ sulle balle… ma d’altronde bisogna lavare stendere e stirare… oppure ti devi adeguare alla vita di zozzona… e a me, sinceramente, non mi si addice!!!