Sta bene

Viscontessa, 21 ottobre 2009

Il giorno che ho chiuso il gatto in lavatrice, è cominciato come un giorno qualunque.
Mi sono alzata, andando in bagno ho tolto il telo alla gabbia del pappagallo, ho acceso la macchina da caffè, ho dato il collirio al cane n.1, ho ascoltato Brachino che si “scusava” (si fa per dire) con il giudice Mesiano, ho dato la spray sulla ferita del cane n. 2, ho levato il telo dai pappagallini in giardino, ho dato da mangiare al gatto n. 1, ho dato la pomata al cane n. 1, ho cacciato il gatto n. 2 dal letto, ho rifatto il letto, ho dato la pasticca al cane n. 2, sono andata in giardino, ho aperto la lavatrice, ho tolto il bucato, ho lasciato la lavatrice aperta e poi bla bla bla fino a quando ho richiuso la lavatrice.
Poi all’ora di pranzo ho telefonato a casa e bla bla bla “hai visto la Marta?” (il gatto n. 3).
Niente. Ma lei fa così. Quando non la vedi per un paio di giorni è rimasta chiusa in un armadio. Qualcuno, comunque, deve aver fatto il giro degli armadi perché ieri sera quando “qualcuno ha visto la Marta?” qualcun altro ha risposto “negli armadi non c’è”.
Ore 17.00. Devo cambiare il pomello del cassetto di cucina. E’ ormai da una settimana che per prendere un cucchiaino bisogna aprire lo sportello delle pentole e far scorrere il cassetto da sotto. La conseguenza più immediata è stata quella di girare il caffè con il dito e brucare l’insalata direttamente dalla ciotola. Per cena patatine e polpette fritte così non si usano posate e non si deve aprire il cassetto.
Ore 17.30. Il cassetto di cucina è buttato a terra. Posate di ogni tipo compresi i coltellacci di cucina sono sparsi ovunque. La finestra di cucina è aperta ed è aperto anche il casottino in giardino. Lungo il percorso casottino-cucina, sono sparsi attrezzi di ogni genere: cacciaviti, martelli, seghetti, chiavi inglesi, seghe elettriche, piallatrici, maceti, smerigliatrici, trapani a percussioni e punte grosse come una canna di bambù (va beh, un po’ di doppi sensi).
Le luci sono tutte accese, il cane n.1 sul tavolo per la consueta dose di collirio. Il pappagallo urla perché vuole uscire dalla gabbia. Il gatto n. 2 salta il cassetto e tutte le posate e si posiziona davanti alla ciotola del cibo vuota. Il gatto n. 2 ora miagola e allora ecco che arriva il cane n.2 che preso alla sprovvista, si fa mettere lo spray sulla ferita senza neanche accorgersene.
Io ho le mani gonfie perché prima di passare al martello pneumatico ho tentato di forare il cassetto avvitando una vita con un cacciavite a mano. Quello elettrico era scarico. Come sempre d’altronde.
Ore 18.00. Grazie ad un mazzuolo ed una segretissima mossa di karate che so solo io, il pomello del cassetto è tornato a posto. I danni sono evidenti ovunque comunque sia, per consolarmi, faccio scorrere in su e in giù il cassetto per ogni posata che sto rimettendo a posto.
Ore 20.00. Per cena assaggio di bistecca (vedi posata da bistecca) assaggio di pesce (vedi posata da pesce) assaggio di assaggini (vedi posata da assaggini) e via dicendo fino al dolce “al cucchiaio”.
Frittata e insalata.
La serata si concluderà con una confezione di Togo al cioccolato fondente e l’abbiocco sul divano.

La mattina successiva, come ogni mattina nella quale il gatto n. 3 spariva, i tre componenti umani della famiglia, si scambiarono uno sguardo complice. Nessuno aveva visto il gatto n.3 e gli armadi, ognuno per parte sua, erano stati nuovamente rovistati almeno tre volte.
Ore 8.45. Il bipede di sesso maschile, era entrato di corsa in camera da letto dove il bipede vecchio di sesso femminile stava cercando di insegnare al vecchio bipede pennuto a dire “buongiorno viscontessa”.
L’uomo, in vistoso stato di agitazione, in mutande, con la schiuma da barba in volto e il rasoio impugnato a mo’ di scettro aveva detto di aver sentito miagolare un gatto. Alla donna, che ancora non si capacitava di come mai a quell’ora fosse già sveglia, più che suo marito, gli era parso di vedere una specie di Giove discinto e lì si era rassicurata all’idea che stava ancora dormendo e stava solo sognando di essere sveglia.
Comunque sia, la donna aveva suggerito all’uomo di controllare nel casottino del giardino per via di quella brutta storia del cassetto della sera precedente e poi gli aveva indicato anche il casottino delle scope e con questo si era rimessa davvero a letto e si era dimenticata del gatto n.3.
Ore 10.00. La donna stava mettendo il cappottino al cane n. 1. Per un attimo, come le accadeva ogni volta che aveva fatto indossare il cappotto al cane, le era tornato in mente, con una stretta al cuore, il cappottino da cani Barbour che aveva visto a Londra qualche mese prima. Per un inspiegabile motivo se non gli 85 euro di costo, gli altri bipedi della famiglia ne avevano ostacolato l’acquisto. La vecchia bipede aveva insistito per un po’ poi pareva che si fosse stranamente arresa tanto che padre e figlia, si erano non poco meravigliati della sua remissività.
La donna in effetti, che anni prima aveva acquistato tramite internet il Borbour che indossava adesso e che nella vetrina di un negozio della sua città aveva visto in vendita a cento euro di più, aveva finto di arrendersi non appena le era venuto in mente quell’episodio tanto che appena tornati in città, era subito andata a cercarsi on line i cappottini per cani della Borbour ma quel modello lì purtroppo non lo aveva trovato. Da allora viveva con quel rimorso .
E fu proprio quella piccola fitta al cuore a riportarle alla mente l’oscuro destino del gatto n. 3.
Ripassando mentalmente tutto ciò che era stato fatto fino ad allora per trovare il gatto, si rese conto che effettivamente era stato fatto tutto ciò che poteva essere ritenuto ragionevole fare. Era stato insomma applicato alla regola, il protocollo d’intesa tra le parti addette al ritrovamento del gatto. Il protocollo era stato preparato con cura e approvato da tutte le parti. Erano state previste le priorità, da quella di individuare con precisione chi aveva visto per l’ultima volta il gatto, a quello di ricorre, in casi disperati, all’intervento delle unità cinofile di casa costrette, in caso di assenza prolungata, a percorre gli isolati intorno alla casa alla ricerca di indizi utili per ritrovare il felino.
Il gatto – si sforzò di rammentare la donna con cani che passeggiava intorno all’isolato – era stato visto l’ultima volta la mattina precedente. Considerate le condizioni climatiche, almeno nella notte sarebbe dovuto tornare anche se il cibo per i gatti randagi del quartiere, era sempre a disposizione e un qualche anfratto sicuro, in uno qualsiasi dei giardini, era sempre possibile trovarlo.
D’altra parte erano stati ispezionati gli armadi, i cassetti, la cesta della biancheria sporca e di quella da stirare, i pensili di cucina, il ripostiglio, i luoghi chiusi del giardino e persino la cantina. Il gatto n. 3 era stato chiamato secondo le procedure previste dal protocollo: a voce, con i versi da gatto, con linguaggio voce-versi che di solito coincide ad un “psssss, pssssss, miciiiino? Dove sei? Maaaaaarta? Pssss psssss, vieni a casa micioliiiiiiiina!” e con il sistema crocchino e crocchino misto a versi.
Ore 13.30. la lavoratrice tornò dal bagno un attimo dopo che il suo cellulare aveva smesso di squillare. A farle sapere che aveva ricevuto una telefonata, fu la collega della lavoratrice che le disse: “ha chiamato tuo marito per sapere dove si trova il frigo”.
Era una vecchia battuta che circolava tra loro. Se la ridevano delle debolezze dell’altrui famiglia come quella del figlio della collega della lavoratrice che non sapeva mai come vestirsi quando pioveva o quella del marito della lavoratrice, che tutti i giorni all’ora di pranzo telefonava alla lavoratrice per sapere cosa poteva mangiare purché fosse già pronto e fosse visibile aprendo il frigorifero senza spostare niente. E’ in frigo – diceva lei al telefono indicando con precisione quali alimenti spostare per raggiungere ciò che il marito cercava – ma non è difficile, basta che sposti quel contenitore di plastica con il tappo azzurro e vedrai che il formaggio è lì dietro.
E lui – ma ce ne sono due con il tappo azzurro, quale devo spostare con precisione?
E lei – ce ne sono due? Cazzo non me lo ricordavo e adesso come faccio ad indicarti con precisione quale spostare? Non vorrei che tu sbagliassi!
E lui – ma perché se sbaglio che succede?
E lei – non lo so, ma visto che volevi sapere quale dei due dovevi spostare pensavo che fosse una cosa importante!
Stronza!.
La lavoratrice pigiò il tasto richiama, fece un bel sospiro e si lasciò cadere sulla sedia mentre con la mano destra apriva il solitario di carte sul computer.
L’avevi poi trovata la Marta?
Fa il bipede maschile che evidentemente doveva aver trovato il gatto ma voleva farla cadere un po’ dall’alto e un po’ voleva far sentire in colpa la donna che non gli aveva creduto quando quella mattina gli aveva detto di aver sentito miagolare il gatto vicino vicino.
Dov’era?
In giardino, non immaginerai mai dove
Beh in giardino ci sono solo il casottino di legno e il ripostiglio delle scope
No, in giardino c’è anche la lavatrice.

Dico

Viscontessa, 17 ottobre 2009

Dice a che ora torni?
dico alle otto
dice andiamo a cena fuori?
Dico si
………
Dico ciao
dice ciao
dico allora andiamo a cena fuori?
Dice si
dico hai portato fuori i cani?
Dice no
dico hai messo dentro il pappagallo?
Dice no
dico hai coperto i pappagallini?
Dice no
Dico hai dato il collirio a Ghandi?
Dice no
Dico e la pomata?
Dice no
Dico e hai dato le pasticche a Birba?
Dice no
Dico e lo spry sulla ferita?
Dice no
Dico ma almeno gli hai dato da mangiare?
Dice no
Dico faccio due spaghetti?
Dice si

Toc toc

Viscontessa, 16 ottobre 2009

Toc, toc, ehi ci sei? Sto battendo sul monitor come si faceva una volta sulle vecchie televisioni.
La figura in bianco e nero si avvicinava sempre alla telecamera e con aria confidenziale cercava di attirare la tua attenzione fingendo di bussare sullo schermo.
Una volta, quando ero piccola, avevo scoperto il “diamante” quell’attrezzo che si usa per tagliare il vetro e che mio padre usava per tagliare il vetro delle cornici per i suoi quadri.
Qualche volta lo faceva usare anche me, si metteva una squadra di metallo e via con il “diamante” come si farebbe con il trincetto. Ho sempre sognato di usare il diamante per tagliare il monitor del vecchio televisore. Immaginavo che i personaggi si sarebbero liquefatti e sarebbero colati giù dal taglio nel vetro, come sangue da una ferita aperta.
Toc, toc, ah ecco ci sei, dunque, volevo dirti un paio di cose.
La prima è che sono piena di contenuti perché quello che conta sono contenuti e i contenuti vanno ritrovati o preferiti anche perché, con tutti i mezzi che abbiamo a disposizione per mostrare i nostri contenuti, sarebbe davvero un peccato esserne privi. Pensa che disgrazia se tu avessi il telefono, il cellulare e internet e non avessi niente da dire a tutti i milioni di contatti che hai memorizzato ovunque.
La seconda riguarda il mio contenuto perché io contengo la verità anche se la maggior parte della gente questa cosa non la sa. A volte capita che qualcuno poi delle cose se ne accorga. Funziona così, te fai parte di quelli che di solito non fanno un cazzo. Non perché tu non faccia davvero un cazzo, anzi, fai tantissime cose ma non potendo identificarti con precisione in niente di ciò che fai, pare che tu non faccia un cazzo. Così nel tuo non far un cazzo ti tocca vivere, ti tocca fare tutte quelle cose necessarie per vivere come lavorare, muoverti nel traffico, andare in banca, fare la spesa…. insomma tutte quelle stronzate che fanno tutti o almeno quasi tutti perché ci sono alcuni, quelli che di solito decidono come devi lavorare, come devi spostarti, come devi indebitarti o cosa devi comprare, che queste cose non le fanno mai e non le hanno mai fatte. Qualcun altro le fa per loro.
Che poi sono un po’ come quelli che non hanno provato attrazione per persone dello stesso sesso ma vogliono decidere come tu devi gestirti la tua sessualità o quegli altri che ti parlano di figli e di famiglia ma non hanno mai avuto figli e tanto meno una famiglia.
Tu che invece non fai un cazzo ma che soprattutto non conti un cazzo, hai una famiglia, hai dei figli, hai una sessualità normale che non ti costringe ad odiare quella altrui, hai le bollette da pagare e tutto il resto così le cose le devi per forza capire al volo; entri al supermercato e nello scaffale dove c’è sempre stato la testina di ricambio per il tuo spazzolino da denti, adesso c’è la nuova versione del tuo spazzolino da denti che sembra identico al tuo ma che in più si chiama “turbo falsh” e ha le setole della testina intercambiabile di colore azzurro con un meccanismo ad incastro che non si vede, ma che sicuramente diverso da quello del tuo spazzolino.
Tu brutto stronzo che hai comprato quel fottuto spazzolino da denti perché un ricercatore della Biancodent ti ha sfidato per mesi a trovarne uno migliore – soddisfatti o rimborsati – sapevi benissimo che quello migliore lo avrebbe inventato proprio la Biancodent qualche mese dopo eppure lo hai comprato lo stesso come lo stesso ti sei fatto insultare o ti sei fatta toccare il culo dal capo perché il mobbing, lo stalking o la social card sono come l’ambulanza sotto ad una rupe grazie alla quale puoi buttarti senza paura. Non bisogna avere paura, bisogna essere ottimisti, bisogna avere coraggio, bisogna avere fiducia nelle nostre capacità, nelle nostre forze, nel volo. Tu buttati senza paracadute perché i soldi per i paracadute non li abbiamo, ma non preoccuparti, noi siamo qui con l’ambulanza per recuperare quel che resta di te.
Tu brutto stronzo, le cose le capisci al volo ma fai finta di niente, aumenti i tuoi contenuti, sei pieno di contenuti amari che non sgorgheranno dal taglio dello schermo televisivo.
Toc, toc, mi chiedevo, ma si potrà davvero tagliare la tivvu con un diamante?

I problemi seri degli italiani

Viscontessa, 12 ottobre 2009

Li avevo messi tutti vicini. Una vecchia coppia di calzini insieme ormai da anni, era accanto ad un single di ritorno, un tipo strano, un calzino già diverso dal suo compagno quando li ho comprati e che poi, in seguito ad una sfortunata lavatrice, è rimasto solo. Da allora si accoppia con quel che trova in lavatrice.
Nei piani più alti avevo sistemato le mutande. Mutande di tutti i generi, giovani perizomi in cotone e pratiche coulotte in microfibra, mutande di tutti i colori e di tutte le razze capitate lì da ogni lavatrice della giornata.
L’altro stendino lo avevo riservato per capi istituzionali più importanti come le alte cariche del cassetto delle camice e una folta rappresentanza delle esponenti delle camicette che sventolavano a ritmo le loro maniche. Con il colletto rigido tenuto ben saldo dalle mollette da bucato, avevano per compagnia gli asciugamani che come colore, avevano potuto godere della medesima lavatrice. Tenui spugne losangate che appesantite dall’acqua si lasciavano cadere a piombo sui fili dello stendino, come soldatini che colpiti nella notte, cadano con onere e senso del dovere.
Il terzo stendino era quello dei pezzi grossi. Quello degli arricchiti, dei furbetti, degli immobiliaristi che prima si chiamavano palazzinari e degli imprenditori che prima si chiamavano corrotti, la fuffa insomma, l’ego spropositato e tanto spazio per nulla. Leggiadre lenzuola a far da corte da un copriletto vanaglorioso, l’ingombro del nulla trapuntato a losanghe e un vecchio e robusto tappeto che nonostante il tempo, non si rovina mai ma soprattutto non si asciuga mai. Quel fottuto tappeto era steso da una settimana e ce l’avevo quasi fatta…..
Infine i piani alti, l’attico con vista giardino riparato dalle foglie del diospero: i fili tirati tra due tronchi, il paradiso del bucato steso, il sogno di ogni fottutissimo straccio infilato in lavatrice.
Lì, a dondolarsi nel soleggiato pomeriggio di domenica, avevo steso i pantaloni. Quattro paia di pantaloni tra i quali gli illustrissimi jeans, indumento senza il quale, è impensabile affrontare una settimana lavorativa e scolastica.
Era tutto lì. Tutto il mio piccolo mondo antico fatto di amorevoli cure e imbarazzanti vezzi come quello di scegliere ogni molletta per ogni capo, se ne stava beato in giardino e riposava dopo la fatica delle centrifuga e prima del calore del ferro da stiro.
Sventolava allegro in una domenica pomeriggio di metà ottobre, mentre il cinguettino degli uccellini accompagnava il loro riposo fino all’ora del tramonto.
Poi sono andata in giardino e mi sono accorta che era quasi tutto asciutto.
Di solito la sera metto gli stendini sotto alle tende per ripararsi, di solito li riporto verso casa perché l’umido della notte non li disturbi, qualche volta, nelle sere nelle quali sono più apprensiva del solito, li porto dentro con me e non nego, talvolta, di portarli proprio in camera da letto così quando la notte mi alzo per andare in bagno, inciampo nello stendino che va a finire sulla gabbia del pappagallo che comincia ad urlare solo un attimo prima che il cane si metta ad ululare svegliando mia figlia che dopo aver acceso tutte le luci di casa piomba in camera nostra chiedendo al gatto che per lo spavento si è attaccato sulla testa di mio marito, “cosa è successo?”.
Sto divagando perché non ho il coraggio di andare avanti, certi ricordi fanno male, male davvero e non è facile parlarne.
Comunque sia ieri sera non ho fatto niente di ciò che faccio di solito. Ho delicatamente tastato, mutande e camice, calzini e tappeti, pantaloni e lenzuola, e poi ho deciso di lasciare tutto così come stava. Per una volta mi ero voluta fidare, i panni erano quasi asciutti, stavano bene e parevano così felici di passare la loro prima notte fuori, che non avevo avuto il coraggio di spostare niente.
Ho gettato un ultimo sguardo al carico di lavatrice che dovevo ancora stendere e sono andata a letto.
“domani” mi son detta prima di addormentarmi “quando torno dall’ufficio tolgo il bucato steso che sarà asciutto al punto giusto e stendo quegli accidenti di copri divano che mi domando che stracazzo li ho lavati a fare visto che avevo già lavato il copriletto”.
Purtroppo le cose non sono andate così.
Non ricordo per quale motivo ieri sera ho deciso di mettere la sveglia alle sette e mezzo.
Stamattina, quando è suonata la sveglia, ho tentato a lungo di ricordare il perché poi, in preda ad un attacco di autolesionismo da lunedì, mi sono alzata e quasi subito ho avuto la sensazione che qualcosa non andasse.
Dalla strada proveniva un rumore strano, quasi ovattato come se la strada fosse bagnata. Anche la luce mi pareva strana ma prima di lasciarmi andare alla più insopportabile delle verità, ho preso in mano il telefono e non ho controllato l’ora ma ho controllato a che ora avessi messo la sveglia.
Io perché faccio così la mattina appena sveglia non me lo spiego! Faccio delle cose assolutamente irragionevoli come quella di prendere il telefono e guardare a che ora ho messo la sveglia, invece di guardare l’orologio che ho al polso. Va detto che l’orologio da polso invece dei numeri ha delle tacchette e io la mattina non riesco mai a mettere bene a fuoco le tacchette.
Va bene, sto divagando nuovamente perché adesso viene la parte peggiore, la parte che ha emotivamente distrutto il mio risveglio.
Fatto sta che tra cellulare e orologio non ho capito che ore fossero ma quando ho spostato la tendina di cucina, ho capito perfettamente che l’ora era quella giusta e che il buio era colpa della pioggia.
Aveva piovuto. Stanotte ha piovuto senza dire niente e non quella pioggerellina fina fina che non gliel’ho detto mai ma io ci andavo matto.
No, ha piovuto seriamente, ha piovuto dalle nuvole sparse sulle tamerici salmastre ed arse,
sui calzini indolenti e i pantaloni fulgenti, piove sulle mie mutande silvane, sulle nostre camice ignude, sui mie vestimenti leggeri e i foschi pensieri che l’anima schiude novella sulla stagione bella che ieri m’illuse, che oggi mi delude oh cazzo!
Come una furia sono andata in giardino, ho levato coperte e lenzuola, pantaloni e mutande, e ho messo tutto sulla spalla, poi ho impugnato lo stendino delle camice e mi sono avviata dentro casa ma ho inciampato nel gradino del giardino che porta in cucina così lo stendino è volato dentro casa e sbattendo sul piano cottura e si è rotto lasciando cadere al suolo una fila di magliette umidicce mentre io gli atterravo sopra in un volo d’angelo seguita dai pantaloni, le mutande e le lenzuola che tenevo sulla spalla.
Ho sbattuto tutto sul tavolo di cucina, ho preso le borse per la spesa, ci ho scaraventato dentro tutta quella roba compresa quella della lavatrice che dovevo ancora stendere, ho preso la macchina, sono andata in una lavanderia a gettoni, ho sbattuto tutto dentro alla più grande essiccatrice che abbia mai visto, ho pagato sei euro, sono andata a prendere un caffè, a comprare il giornale, dopo venti minuti ho tirato fuori tutto il bucato asciutto, l’ho risbattuto nelle borse, ho ripreso l’auto, e sono tornata a casa per le nove. Prima di andare in ufficio ho anche fatto in tempo a rimettere il copriletto sul letto.
Fanculo!

briciole

Viscontessa, 9 ottobre 2009

Ecco, io adesso non so più cosa devo fare.
Sono qui seduta sul divano con la copertina sulle gambe e il cane acciambellato accanto.
Ho dato da mangiare ai gatti, ho già in mente cosa preparerò per cena e so di sicuro che dopo cena dovrò pulire la base di marmo della cucina e spazzare il pavimento.
Queste sono cose che, comunque vada la serata, dovrò fare personalmente perchè le briciole sono lì e io le vedo, le vedo tutte fino all’ultima e so di preciso che se non leverò le briciole dal marmo prima di andare a letto, quelle finiranno per terra, verrano pestate, portate in giro per casa e soprattutto creereanno un pericoloso precedente. Se non le leverò oggi, non avrò alcun motivo per levarle neanche domani perchè in fondo sono solo briciole e l’unico motivo valido per toglierle è una fede cieca per la metodicità fine a se stessa.
Il fatto è che sul lungo termine noi andiamo forte. Non solo le donne vivono più a lungo degli uomini, ma sanno benissimo che tra le briciole e il sudicio il passo è breve. Le donne ragionano sul lungo termine, un termine talmente lungo da consentirgli persino di comprendere che chiunque dovesse passare dalla loro eventuale casa sudicia, le incolperà, più o meno benevolmente, di quella situazione.
Così insomma non ho ancora finito anche se adesso sono qui seduta sul divano.
Sono seduta sul divano perchè mi pare di non aver niente da fare. Ma non è vero. Da qualche parte, nascosto in angolo remoto della nostra anima, sappiamo che è matematicamente impossibile non avere niente da fare. Una donna ha sempre da fare. Lo dicono tutti, lo dicono tutte le donne, ma lo dicono anche tantissimi uomini. Non ci crede quasi nessuno. A parte le donne dico, loro se lo sentono compassionevolmente ripetere tante di quelle volte che alla fine ci credono, oppure si sentono in colpa.
Multitasking, facciamo centomila cose contemporaneamente, tutte sul lungo termine. Se ne abbiamo solo novecentonovantanovemila, ci teniamo in forma. Tenersi in forma è un dovere, informarsi un lusso. Non dovrebbe essere tanto vero ma lo è. C’è chi va in palestra tutti i giorni e legge un giornale solo quando l’Italia vince una partita di calcio.
A proposito, Ghedini si è riempito una ruga d’espressione. Non riuscivo a fare a meno di fissarlo. Aveva una ruga appena accennata ai lati della bocca. Una ruga di espressione che alla sua età sarebbe dovuta essere molto più marcata. Ecco perchè non mi piace la chiurgia estetica, invece di eliminarle, mette in risalto le tue debolezze.
Noi c’abbiamo da fare. Accendi la televisione su un qualsiasi dibattito politico e ti rendi conto perfettamente di cosa devono fare le donne (aspetta la pubblicità e vedrai).
Tutti che discutono della nostra vita e a noi a controllarci il giro vita.
Poverino! Oggi ho sentito Berlusconi esigere rispetto. E lì ho capito. Fa confusione, non è colpa sua, non sta bene e non sono certo la prima a dirlo. Si esige l’obbedienza e ci si guadagna il rispetto, ma non con i soldi, ci sono alcuni guadagni che non si ottengono con i soldi e tutti quelli che con i soldi hanno guadagnato tanto, non capiscono perchè dovrebbero guadagnare con una forma di investimento diverso.
Tanto il tempo passa. E’ passato questo e quello. Hanno parlato tutti e sculettato tutte.
Le altre avevano troppo da fare. ‘Ste cazzo di briciole!

NO TAG

Viscontessa, 5 ottobre 2009

Cari amici,

è con rammarico che mi vedo costretta a richiamare ancora una volta la vostra attenzione sulla gravissima ingiustizia di cui siamo stati vittime anche questa volta.

Come sicuramente saprete si è appena conclusa la seconda edizione della Blogfest di Riva del Garda e ancora una volta, nonostante i nostri tentavi di sensibilizzare l’opinione blogghista, i tecnologicamente diversi sono stati volontariamente esclusi dalla competizione.
Un fatto gravissimo se si tiene conto che ogni giorno in Italia aprono internet per la prima volta in vita loro, centinaia e centinaia di nuovi utenti con un incidenza di tecnologicamente diversi altissima e che va aumentando vertiginosamente. Un numero impressionante di esseri umani che premono ogni giorno per entrare in quel mondo visto da un monitor. Disgraziati che arrivano in questo ambiente convinti di trovare la democrazia ma che il più delle volte trovano una morte per noia certa e infine tutti noi che abbiamo imparato a malapena a pubblicare un post.

Per coloro che infatti non si fossero accorti di questa odiosa discriminazione, – già avviata in occasione della pubblicazione sulla blogfest, quando il post stesso venne collegato con tutti i social network in circolazione – nel programma stesso dell’evento non è previsto un solo evento dedicato ai tecnolesi. Ora lo so che qualcuno mi dirà “potevi farlo tu il barcamp sui tecnolesi”, ma come sapranno benissimo coloro che non sanno niente come me, noi tencolesi il barcamp non lo tolleriamo. E’ una questione di principio, abbiamo vivacchiato per anni su l’unica piattaforma per blog in circolazione. Per anni, ogni mattina, abbiamo aperto ansiosi il nostro blog convinti che durante la notte fosse svampato. Solo quando è svampato davvero ci siamo decisi a cambiare piattaforma. E ti pare che sappiamo che accidenti è un barcamp?
Che poi non è per fare i conti in tasca a nessuno, ma con tutti quegli sponsor che si sono tirati dietro alla blogfest, potevano almeno sanare un paio di badanti per aiutarci nell’evacuazione quotidiana del post.
Ma non voglio divagare ulteriormente perché qui la situazione è davvero gravissima. Non solo nessuno si è preoccupato di invitarci, ma i blog, così come lo intendiamo noi, non esistono più, non se ne parla più, non se ne interessa più nessuno se non qualche giornalista di Libero che gli è parso di vedere dietro ai blog tutto un magna magna della sinistra.
E noi? Noi con le nostre malinconie, le nostre tristezze, i nostri dolori, le nostre piccole confessioni (‘mazza che palle!). Noi linfa vitale di un nuovo decadentismo, noi esponenti del nichilismo mediatico, noi base di un vero rinnovamento delle ideologie del fancazzismo, perché a noi ci avete escluso dai vostri squallidi giochi di potere?
Per questo, amici, vi chiedo di aderire al nostro appello. Se anche tu senti un tecnologicamente diverso e non ne puoi più di veder calpestata la tua sensibilità, allora aderisci al mio appello e chiedi anche tu che venga concessa la possibilità anche a noi, di presentare una lista di candidati per i prossimi MBA.
“NO TAG”. Firma anche tu.

Si ma.

Viscontessa, 3 ottobre 2009

Secondo me uno alla fine si stufa anche di crescere.
Invecchiare non è poi così male, significa solo smetterla, una buona volta, di combattere per ogni cosa che non va.

Non va affatto, per esempio, che aumenti costantemente e nella più totale indifferenza della gente, il prezzo delle sigarette mentre per ogni centesimo della benzina succede un casino. Io fumo e vado a piedi, sono più ecologica, inquino meno, sono meno pericolosa e faccio girare l’economia che è una bellezza. Ma ormai è diventato socialmente deplorevole essere dei fumatori mentre non pare scendere il livello di gradimento degli italiani per le macchine veloci e potenti. Siamo tutti deplorevoli e tutti un po’ fumatori. Io spengo le cicche delle mie sigarette sulla carrozzeria dei suv parcheggiati sulle strisce pedonali.

Non va affatto neanche che sia diventato socialmente deplorevole invecchiare. Quando ero giovane pensavo che a trenta sarei stata vecchia e ho vissuto la mia vita di allora proprio pensando che dovevo sbrigarmi perché a trent’anni sarei stata troppo vecchia. Poi, poco di prima di aver faticosamente raggiunto il traguardo, i giornali si cominciano a riempire di trentenni bellissime, e i tiggi ti mandano in onda un servizio su uno studio americano che dimostra che la giovinezza, grazie ad uno stile di vita più sano, si è prolungata. Oggi le trentenni sono le nuove protagoniste della ribalta. E tu aggiungi dieci anni ancora alla tua giovinezza anche se non sai bene cosa fare in quei dieci anni, che tu non abbia già fatto nei tuoi trent’anni precedenti.
Ma quando sei nuovamente prossima ai fatidici quaranta, appare su tutti gli schermi una Sharon Stone strepitosa e le quarantenni diventano la nuova generazione d’assalto.
Ma la cosa peggiore è che non ho ancora raggiunto i cinquanta e la nuova generazione di cinquantenni già mi fa l’occhiolino botulinato dal teleschermo.
Ma volete farmi invecchiare, si o no?

Non va affatto che tutti vadano a puttane e nessuno vada a puttane.
Tutti vanno a puttane e tutti negano di andare a puttane.
Tutti “poverine le puttane son tutte sfruttate per questo dobbiamo punire la prostituzione£ e tutti “se una fa la puttana un motivo ci sarà”.
Tutti nominano le puttane almeno dieci volte al giorno, la maggior parte della popolazione maschile va a puttane regolarmente e la rimanente si domanda come sarebbe, tutte le donne compartiscono ma detestano le puttane, la maggior parte degli italiani sono convinti che una puttana qua, una puttana là, nella politica siano inevitabili, e tutti, che se una puttana va a dire in televisione che fa la puttana “non sta bene”. La prostituzione prolifera proprio perché è un’ambiente omertoso. Una puttana che ammette di esserlo mette in dubbio la vostra virilità, mostra il vostro lato più debole, quello che non riuscite proprio a tenere sotto controllo. Vergogna, vergogna, vergogna!

Non va affatto che se una cosa non ti piace ti devi adeguare o sei tagliato fuori. Bisogna sempre identificarsi. Tu da che parte stai? Io vorrei sempre fermarmi nel mezzo più a lungo degli altri. Devo prima studiare bene tutta la situazione. E invece niente, resti sempre indietro ma non puoi invecchiare. Ti sembra come di crescere lentamente, così lentamente che alla fine ti pare che quello che stai facendo è invecchiare la tua crescita. Oggi mi sono fatta la tinta ai capelli.

Non va affatto che questo paese crolli come un castello di sabbia. Non va affatto che l’ammissione di una colpa ormai evidente, sia sufficiente a perdonare i carnefici che seppelliranno le loro vittime.
Alla fine la montagna è crollata e si è portata via una manciata di vite umane e un altro briciolo della nostra dignità nazionale. Ma grazie a Berlusconi e, diciamocelo, un bel grazie anche al Pd, i capitali della mafia potranno tornare puliti in Sicilia e lì essere comodamente investiti nella ricostruzione.
Sarà stata mica un’inondazione su commissione?

Non va affatto quelli che dicono sempre si ma non riescono mai a farlo senza aggiungere subito dopo un no. I famosi “si ma”. Ma che vuol dire “si ma”?
Quelli che ieri in senato non sono andati perché sono assolutamente contrari allo scudo fiscale ma.
Quelli che oggi alla manifestazione non sono andati perché sono d’accordissimo con la manifestazione ma.
Quelli che domani non daranno un centesimo alla zingara che chiede l’elemosina davanti alla chiesa perché loro sono cattolici praticanti, unici difensori dei valori umani, moralmente impegnati ad aiutare i più deboli ma.
Quelli che volevano andare in un sacco di posti e sono andati dal parrucchiere.
Mah!

Una storia di famiglia

Viscontessa, 2 ottobre 2009

Nel 2004 mi scappò un pappagallo e si appollaiò sull’albero del viale di fronte a casa mia.
Chiamai i pompieri che con una scala area riuscirono a recuperare il pappagallo tra gli applausi della folla riunitasi per l’occasione.
Il giorno dopo inviai una lettera a Repubblica per ringraziare i vigili del fuoco.

Circa un mese dopo, mi arrivò una strana telefonata.
Una signora di Gorizia che portava il mio stesso cognome aveva cercato il mio numero sull’elenco del telefono della mia città e mi aveva chiamata per raccontarmi che da una vita cercava in Italia altre persone che portassero il nostro cognome perché oltre ad essere molto poco diffuso, non era mai neanche riuscita a comprenderne le sue origini. Parlammo a lungo ognuna della propria storia di famiglia e qualche giorno dopo, mi inviò una lettera con allegato un albero genealogico.

Il mese scorso arriva a mio padre una notifica dall’ufficio del catasto per una proprietà dalle parti di Gorizia.
Mia madre si reca al catasto dove gli dicono che a nome di mio padre non risulta niente, nemmeno la casa di sua proprietà. Figuriamoci un terreno a Gorizia.
Allora mia madre chiama il numero di telefono riportato sull’atto di notifica e una signora del catasto le spiega che si tratta di un piccolissimo appezzamento di terreno che quarant’anni fa è stato espropriato per consentire il passaggio di un fiume. L’espropriazione pare che sia avvenuta senza riuscire a contattare il proprietario e senza che nessuno, in tutti questi anni, si sia mai fatto vivo per reclamare alcunché.
Fatto sta che qualcuno si deve essere messo a riordinare i vecchi incartamenti del catasto accorgendosi che quel terreno era ancora registrato con il nome del vecchio proprietario. Così, presa carta, penna, articoli di legge e commi, ha notificato a quello che dalle sue ricerche deve essere risultato essere mio padre, un atto nel quale gli viene comunicato che se entro 30 giorni nessuno si farà vivo, il terreno sarà registrato sotto al nome del nuovo proprietario ovvero il Comune.
Le indicazioni del proprietario che l’impiegato del catasto aveva in suo possesso, dovevano essere davvero poche perché mio padre viene identificato solo tramite il nome, il cognome e la paternità.
Tant’è vero che quando mia madre chiede se siano sicuri che si tratti proprio di lui (il nome di mio nonno non corrisponde e non ci risulta che nessuno dei miei avi abbia mai avuto qualcosa a che fare con Gorizia) le rispondono che non lo sono affatto ma che tuttavia le poche informazioni che hanno, non è neanche detto che siano corrette: magari “Carlo” non è il nome del padre di mio padre ma di suo nonno e siccome noi non sappiamo neanche come si chiama il mio bisnonno, mia madre chiede a me cosa possiamo fare.
Così oggi vengo per la prima volta a conoscenza di questa storia e quando mia madre mi mostra la notifica la prima cosa che mi salta agli occhi è la località di provenienza: Gorizia.

Sono passati diversi anni da quella famosa lettera del 2004 ma questa mancanza di un passato certo, evidentemente angoscia un po’ tutti coloro che portano il mio cognome.
La lettera della signora di Gorizia, insomma, l’avevo messa in un cassetto della scrivania a portata di mano, ed è lì che l’ho ritrovata nella sua scrittura antica, su una bella carta da lettere con tanto di nomi, indirizzo e numero di telefono.
Ho provato subito a telefonare ma il numero di telefono risultava disattivato.
Così ho riletto tutta la lettera e oltre a trovare conferma sui nomi – suo nonno si chiamava come mio padre e il nome del suo bisnonno è proprio quello citato nell’atto giudiziario – trovo anche altri riferimenti utili.
Nella lettera, infatti, la signora mi racconta di aver avuto quattro figlie femmine alle quali, in occasione della morte di suo fratello – unico maschio a poter tramandare il nostro cognome – le viene concesso dal presidente Saragat di dare il doppio cognome.
Anche lei si firma con il doppio cognome e ad inizio lettera, mi racconta di essere stata avvisata da sua figlia che fa l’architetto e della quale mi fornisce la città di residenza, della mia lettera a Repubblica.
Così cerco su Gorizia il mio cognome ma non trovo niente. Allora cerco, sempre su Gorizia, il doppio cognome ma ancora niente.
Quindi provo con il doppio cognome sull’elenco della città di residenza della figlia ma ancora una volta non ottengo niente.
Poi mi viene un’idea, cerco il doppio cognome nella città più vicina a quella di residenza della figlia e trovo l’indirizzo e il numero di telefono di uno studio di architettura che porta proprio il doppio cognome della figlia.
Domani telefono.