Non ho molto tempo

Viscontessa, 29 novembre 2008

Stasera volevo scrivere una cosa ma ho molta fretta e temo di non fare in tempo.
Metterò la cosa che volevo scrivere insieme alle cose che non ho mai scritto, accanto a quelle che non ho mai pensato e vicino a quelle che non ho mai fatto.
Un giorno, quando avrò tempo, butterò via le cose che non ho mai fatto e penserò alle cose che non ho mai pensato così potrò scrivere le cose che non ho mai scritto e potrò fare le cose che non ho mai pensato di fare ma di cui ho pensato di scrivere.
Ma non stasera.
Stasera non ho tempo di scrivere perché ho fretta di trovare il tempo per scrivere le cose che non ho mai pensato di fare.
Stasera, mentre penso che non ho più tempo per trovare tempo, scriverò del tempo in cui avevo il tempo di fare tante cose che allora non avevo tempo di pensare perché allora facevo altre cose senza pensare che un giorno non avrei più avuto tempo di fare quelle cose che non avevo neanche pensato di fare.
Allora pensavo che per pensare avrei avuto tutto il tempo futuro e non pensavo al mio futuro come ad un tempo nel quale avrei dovuto fare le cose che non avevo fatto allora né pensavo che certe cose avrei dovuto farle allora per avere tempo di fare oggi quello che invece mi trovo a dover soltanto pensare di fare oggi.
Stasera, mentre trovo il tempo per scrivere di un tempo passato, penso ad un tempo futuro con timore, con rispetto, con doveroso distacco e deferente ammirazione. Mi inchino leggermente al suo cospetto e abbasso gli occhi di fronte al suo sguardo acquoso e indagatore come quello di un vecchio saggio con i giorni contati e lo spirito guerriero e mi chiedo per quanto tempo ancora potrò contare sulla sua presenza, sulla sua vicinanza, sulla forza.
Il mio futuro così lungamente maltrattato che adesso claudicante e malconcio, mi chiede tacitamente aiuto per poter sopravvivere il tempo necessario a concedermi ancora un po’ di tempo.
C’è stato un tempo nel quale mi sentivo diversa.

Per tutto il resto c’è Social Card

Viscontessa, 27 novembre 2008

Presentata oggi dal Ministro Tremonti la Social Card una carta di credito di colore azzurro destinata agli ultra sessantacinquenni con un reddito inferiore ai seimila euro all’anno. Una specie di Viagra economico che dovrebbe tirare su le finanze dei pensionati italiani ormai economicamente impotenti già da metà mese.
Quaranta euro l’importo mensile con il quale verrà ricaricata la carta di credito. Invece che al 15 del mese i fortunati beneficiari potranno arrivare al 16. Se il Ministro Carfagna così attenta alle esigenze delle donne dovesse istituire la Sexy Card per aiutare i segaioli ad espletare le loro funzioni organiche, potrebbe ricaricare mensilmente la carta con non più di una fettina di culo del suo famoso calendario.
Ma le ipotesi sono tante, mi viene in mente per esempio che la Meloni potrebbe istituire la Drug Card per i giovani e ricaricare mensilmente la carta con un semino di marijuana per incentivare l’imprenditoria giovanile mentre Brunetta potrebbe ricaricare la Job Card con un caffè per gli impiegati più meritevoli e la Gelmini la sua School Card con un piccolo studente Rom di una classe differenziata per aiutare i ricercatori universitari con un contratto da precari in scadenza a ricrearsi un piccolo laboratorio a casa.
Libera imprenditoria, libero mercato, libera iniziativa. Mi chiedevo se si potesse avere una Vaffanculo Card ricaricata con 40 imprecazioni mensili da destinare a questo governo, e ovviamente sconti del 5% sulla pena per il reato di vilipendio al Presidente del Consiglio.
Si lo so, non esiste il reato di vilipendio al Presidente del Consiglio ma ci stiamo lavorando. E’ un’esigenza degli italiani, non ve ne eravate accorti?

Pubblicato su macchianera

Come si chiama quella legge?

Viscontessa, 25 novembre 2008

Non mi ricordo più come si chiama quella legge per la quale se venerdì sera sei stata a cena con le amiche, domenica mattina ti ritrovi a ripulire il giardino da un quintale di foglie secche. Parlo di quella legge secondo la quale se dopo la cena con le amiche prosegui con il dopo cena e vai a letto alle tre, la domenica oltre alle foglie aspiri anche qualche merda di cane secca che tritata e rigenerata dall’aspira foglie, puzza come solo una merda marcia può puzzare.
Si tratta di quella legge per la quale se il sabato mattina te ne vai a spasso per Roma a fare shopping con un’amica, la domenica pomeriggio te ne vai a spasso per casa a raccattare roba da mettere in lavatrice, quella legge, insomma, per la quale se vai via un solo giorno da casa lasciando il frigo pieno, le lavatrici fatte, la casa in ordine e persino i cani lavati e stirati, torni e trovi i gatti attaccati alle tende del salotto che cercano di mangiarsi i pappagalli che per la paura scagazzano sulla credenza del salotto mentre i cani pulciosi giocano a poker sul tuo letto dove hanno appena consumato un pasto con le tue scarpe buone. Quella legge per la quale quando alle sette di sera hai finito di pulire, lavare, fare la spesa, cucinare, stendere il bucato, buttare via foglie secche e cambiare i letti, tua figlia torna a casa infestata di pidocchi e mentre tu cerchi di spidocchiarla con l’antipulci, tuo marito che è appena tornato da una girata in moto con gli amici, ti dice che gradirebbe mangiare presto perché alle otto e mezzo c’è la partita in tivvu.
E’ una legge, di cui non ricordo bene il nome, per la quale se il sabato pomeriggio sei stata alla manifestazione di roma contro la violenza sulle donne, il lunedì mattina alle sette ti fiondi in giardino sotto alla pioggia gelida per togliere il bucato che avevi steso la sera prima e che era quasi asciutto. Una legge particolare per la quale se sabato sera hai dormito con un’amica in un delizioso appartamentino a trastevere prestato da un’altra amica, il lunedì mattina sotto al diluvio e con un freddo birbone, ti vesti come un palombaro per andare in motorino, prendi il motorino e alla prima curva di accorgi che il motorino ha una ruota bucata così torni a casa a piedi vestita da palombaro con tanto di casco in testa, prendi l’auto e vai a lavoro dove trovi un messaggio del tuo capo che ti dice che una certa cosa l’ha già detta venerdì. Ma, cazzo, io venerdì non c’ero! Appunto, fa lui, smettila di fare il gioco delle tre carte e rimbalzare le responsabilità. Si ma adesso vorresti dirmi quella cosa che mi hai detto quando io non c’ero?
Poi lavori tutto il giorno, torni a casa, porti il motorino ad aggiustare, vai a comprare qualcosa per cena perché con la spesa di ieri ti accorgi che non hai comprato niente per la cena di oggi, porti fuori un cane, poi ne porti un altro, poi togli il bucato dal salotto, prepari la cena, controlli i pidocchi di tua figlia e infine ti ritrovi con il seguente problema di geometria
La diagonale AC di un parallelogramma ABCD è congruente con il lato AB che è di 17 cm mentre uno degli angoli formato dalla diagonale è di 32°. Calcola il perimetro del parallelogramma.
E pensi che nel mondo non c’è giustizia

Adeguarsi alla recessione. Consigli per l’uso

Viscontessa, 20 novembre 2008

E’ ufficiale, siamo in recessione. Cosa sia la recessione non ha alcuna importanza saperlo, l’importante è adeguarsi agli usi e costumi imposti da una situazione che di fatto non cambierà la nostra vita ma cambierà il nostro modo di porsi nei suoi confronti. In sostanza, come sempre, i poveri rimarranno poveri e i ricchi resteranno ricchi ma l’ostentazione della ricchezza incontrerà grosse difficoltà ad essere manifestata con signorile minimalismo mentre la povertà potrà essere indossata quotidianamente senza correre il rischio di essere derisi.
Insomma, la povertà sarà di gran moda a prescindere dal grado di povertà effettiva di cui ognuno potrà soffrire ma a differenza di altre epoche storiche nelle quali si è assistito ad un peggioramento delle condizioni di vita dell’umanità, questa volta non ci sarà assolutamente da vergognarsi ad essere poveri anzi, essere poveri diventerà un must della stagione come lo è diventato molti anni fa il “nero” affrancandosi definitivamente dal suo ruolo di colore funebre.
Stamattina per esempio, sentivo un servizio di moda sui piumini. Ora che siamo in recessione, diceva il servizio, torna di moda il piumino quale capo indispensabile e versatile per affrontare serenamente i rigori dell’inverno. Un unico capo, come si conviene in periodi di recessione, di cui esistono molti modelli e varianti, dai più semplici e sportivi, a quelli impreziositi di ricami, pietre preziose e preziosi colli di pelliccia.
Ma di esempi e possibilità per sentirsi sempre a proprio agio in mezzo a questa recessione, ce ne sono davvero tanti e forse vale la pena segnalarne qualcuno.
Al supermercato. Il supermercato non va più di moda. La spesa, in periodi di recessione, la si fa dai contadini, nei mercati rionali, nei grandi mercati all’ingrosso, in quelli biologici o addirittura tramite internet. Accorgimenti questi, che oltre a garantire una alimentazione più sana, ci permettono di risparmiare. Farlo è semplicissimo, basta procurarsi una mappa dei luoghi dove acquistare derrate alimentari con queste caratteristiche, poi si prende l’auto, si fanno trenta chilometri, si fa la spesa per la frutta e la verdura per non più di tre giorni che altrimenti gli alimenti in frigo perdono le loro proprietà nutritive, poi si fanno altri venti chilometri e si va ad acquistare la carne e quindi un’altra manciata di chilometri per i formaggi, i latticini e tutto il resto. E’ probabile che in una giornata sola non riusciate a fare tutto ma d’altra parte nei periodi di recessione lavoro non ce n’è quindi tanto vale andare a fare la spesa.
Trasporti. L’automobile prima di tutto anche per andare a comprare il giornale, a fare una passeggiata o semplicemente per il gusto di muoversi. L’inquinamento, in periodi di recessione, non è una priorità tanto che non se ne sente più parlare mentre incrementare il mercato dell’auto è un dovere civico a cui tutti siamo sottoposti. Più auto si vendono più si contribuisce a riavviare l’economia.
Abbigliamento. Essere in recessione non significa comprare direttamente dai cinesi. Il made in Italy va tutelato e valorizzato quindi è bene acquistare dai cinesi sempre tramite aziende italiane in grado di garantire che il made in china che vendono, produrrà un reddito anche per il imprenditori italiani.
Beneficenza. D’ora in avanti coloro che vorranno fare beneficenza non dovranno più adottare un bambino del terzo mondo ma potranno comodamente adottarne uno del palazzo accanto. Inviando un semplice sms del costo di solo due euro, regaleranno ad un bambino sfortunato una nuova suoneria per il loro cellulare e con soli otto euro al mese, gli garantiranno la possibilità di stare tutto il giorno di fronte ad una pay tv.
Viaggi e vacanze. Si va dalla possibilità di trascorrere una settimana di vacanze all’aeroporto di Linate a quella di un soggiorno all inclusive presso un centro commerciale della zona. Per i più avventurosi i tour operator propongono il pacchetto “una settimana da Rom” mentre per coloro che amano l’ozio e il relax c’è il pacchetto “lo statale di sinistra” con tour nei più famosi tornelli della nostra penisola.

Prendi

Viscontessa, 18 novembre 2008

Prendi un martedì pomeriggio di metà novembre.
Prendi il solito tragitto avanti e indietro.
Predi un po’ di freddo, molto traffico, zero impegni.
Prendi il portafoglio e poi rimettilo a posto.
Prendi un bombolone alla crema e poi rimettilo a posto.
Prendi il motorino e la strada per tornare a casa. Prendi le chiavi, metti via il casco e togliti i vestiti.
Prendi la tuta rosa salmone macchiata con la varechina e indossala.
Prendi il telecomando e poi rimettilo a posto.
Prendi il giornale e portalo in cucina.
Prendi le notizie ad una ad una e leggile con interesse.
Prendi i programmi televisivi per stasera e poi chiediti perchè danno Montalbano due sere di seguito.
Datti una risposta convincente e tanto prendi le castagne e comincia ad inciderle.
Prendi una padella traforata e mettici dentro le castagne.
Prendi i fiammiferi e accendi il fuoco.
Poi vai a vedere una cosa che ti è venuta in mente sul giornale.
Ora che hai controllato prendi il giornale e mettilo vicino al fornello dove cuociono le castagne.
Prendi le castagne dal fuoco e avvolgile strette strette nel giornale.
Versati un bicchiere di vino, mangia le castagne, pensa che domani è lo stesso giorno e non c’è niente di nuovo da vedere.
Prendi il cane e vai a comprare il giornale di oggi.

Dignitosamente vivi o morti

Viscontessa, 15 novembre 2008

Definire una buona notizia la sentenza della cassazione sul destino di Eluana Englaro è molto difficile. In una situazione come questa non ci sono nè vinti né vincitori, non ci sono né buoni né cattivi ma solo lo smarrimento degli esseri umani chiamati a prendere una decisione su qualcosa di molto più grande di loro. I cattolici, a tal proposito, direbbero che la cosa più grande di noi è Dio, unica entità che tutto vede e tutto può ma io non credo in Dio mentre credo che sia inevitabile come esseri umani, accollarsi le responsabilità della nostra vita anche se questa resta quel meraviglioso e insondabile mistero a cui non sappiamo dare risposte.
Personalmente sono contenta di non dovermi trovare nella situazione di decidere per la vita o la morte di un altro, immagino che trovandomi di fronte ad un caso come quello di Eluana, le avrei concesso la pietà di una morte dignitosa, ma so anche bene che valutare certe situazioni senza essersene personalmente coinvolti, è difficilissimo.
Tuttavia ogni giorno decidiamo della vita e della morte di migliaia di persone, lo facciamo quando mettiamo a rischio la vita degli altri ma lo facciamo, in maniera ancor più colpevole perché come comunità non siamo visceralmente coinvolti, girandoci dall’altra parte di fronte ai milioni di persone che nel mondo muoiono di fame, di malattie, di miseria. Ci giriamo dall’altra parte ogni volta che lasciamo il rubinetto dell’acqua aperto, ogni volta che buttiamo via del cibo perché ci è scaduto dentro al frigo e ogni volta che prendiamo l’auto per andare a comprare il giornale all’angolo. Ogni giorno, i nostri comportamenti, incidono sulla vita degli altri e quando la vita è solo una labile speranza legata ad una ciotola di riso o un bicchier d’acqua, allora come comunità siamo colpevoli di omicidio non meno di quanto lo siano tutti coloro che hanno avuto o avranno un ruolo attivo nel concedere la morte alla Englaro.
La vita è un dono prezioso tanto quanto può esserlo la morte. Bando alle ipocrisie, la vita non è mai stata e non lo è tuttora un valore assoluto, ogni giorno uccidiamo migliaia di esseri umani e milioni di animali, ogni giorno, bene che vada, lasciamo che la morte vinca la sua battaglia contro la vita e ogni giorno, di fronte a vite spezzate, distrutte, devastate, pensiamo che la morte sia una salvezza. Lo pensa chi come me non crede in Dio, ma lo pensano anche coloro che sulla promessa di una vita dopo la morte, hanno costruito la loro fortuna.
Ora mi piacerebbe solo che sulla vita e la morte di Eluana Englaro calasse un sipario. Suo padre, sul corpo martoriato della figlia, ha condotto una battaglia di tutto rispetto. Difficile anche in questo caso valutare se abbia vinto il suo desiderio affermare le ultime volontà di Eluana o quello di affermare un principio, comunque sia non sta a noi giudicare. Ciò su cui invece vorrei spendere una parola, una preghiera nei confronti del padre della Englaro, sono le foto della figlia.
Basta, Eluana ha il diritto di morire a prescindere da come fosse prima dell’incidente o dopo. Le sue condizioni attuali non possono essere un incentivo alla nostra pietà e per non averle diffuse sono grata al signor Englaro, ma il suo diritto a morire dignitosamente non può passare neanche attraverso le immagini della sua giovinezza, della sua voglia di vivere, della sua vita prima che diventasse quello che è tutt’oggi.
Il diritto di vivere o di morire dignitosamente dovrebbero prescindere dalla propria immagine. Adesso per favore, che Eluana torni ad essere una vita senza volto, una vita sena immagine come, per il motivo diametralmente opposto, lo sarà la sua morte.

Postriciclo: la maionese

Viscontessa, 13 novembre 2008

Ho tirato fuori le uova dal frigo e ho preso la bottiglia dell’olio extra-vergine d’oliva.
Volevo fare la maionese, volevo farla a mano con il mestolo di legno, volevo lavorarla e farla montare fino a renderla soffice e gustosa al palato.
Per non farla impazzire bisogna avere la mano buona, il movimento deve essere circolare e costante, mai invertire il senso di rotazione e mai cambiare ritmo al movimento.
L’olio a filo, lo amalgami un po’ per volta e poi ne aggiungi altro. Lentamente.
Il risultato è più sicuro se le uova sono a temperatura ambiente, il freddo le inibisce, devi aspettare che si scaldino.
Mi sono seduta ad aspettare.
- cosa fai?
- Aspetto. Con le uova bisogna avere pazienza.
E ho divaricato leggermente le gambe.
Si è avvicinato e si è sbottonato i pantaloni. Lui non ha pazienza – ho pensato e tanto lui mi ha messo una mano sulla nuca.
Non ho detto niente, ho fatto quello che dovevo fare. Gli tiro giù le mutande e lo prendo in bocca.
Movimenti lenti e circolari, ritmo variabile in attesa che le uova si scaldino.
Ci vuole la mano ferma – ho pensato e tanto lui mi ha scopata in bocca con quel suo mestolo di legno mentre le uova si scaldano.
Non ho detto niente, ho lasciato che lui facesse quello che doveva fare. Ho invertito il senso di rotazione della lingua diverse volte e lui è impazzito.
- adesso basta, le uova sono calde
- aspetta – ha detto lui e tanto io mi sono alzata e sono andata a preparare la maionese.
Ho diviso i bianchi dai gialli, ho rotto le uova e le ho passate da un guscio all’altro fino a quando l’albume filamentoso ha abbandonato il tuorlo.
- cosa fai?
- Pulisco le uova.
E ho divaricato leggermente le gambe.
Poi ho messo un filo d’olio e ho cominciato a lavorare i tuorli. Movimenti lenti e regolari, la spalla immobile, la spinta arriva dal bacino, ogni giro completo del mestolo, un giro completo del bacino.
Per far lavorare il polso è ancora troppo presto.
- cosa fai?
- Ti scopo – e ha spostato la ciotola con la maionese un po’ più in là in maniera che dovessi inchinarmi per
raggiungerla e lavorarla.
Non ho detto niente, ho lasciato che lui facesse quello che doveva fare. Mi ha tirato su la gonna e mi ha tolto le mutande mentre la maionese montava e il ritmo prendeva la sua regolarità.
Il ritmo l’ho deciso io, ogni circolo del mestolo un colpo, ogni movimento del bacino un affondo.
Un filo d’olio per amalgamare, un giro del bacino per accogliere.
Abbiamo lavorato la maionese fino a quando è diventata gonfia, enorme e scivolosa. Il mestolo di legno impregnato del suo umore, la chiusa vicina, bramata, urlata.
Poi il silenzio.
- cosa fai?
- Ora tocca a te lavorare i bianchi – e mi sono girata inginocchiandomi di fronte a lui. I bianchi sono più semplici,
basta sbatterli con vigore per pochi minuti. Ho assaggiato la mia maionese mentre lui sbatteva con la forchetta gli albumi. Movimento di polso, il polso scivola dando il ritmo alla mano, movimenti rapidi e profondi.
Poi ho sentito che il composto era pronto, l’ho sentito duro e gli ho detto si smettere.
- cosa fai?
- Metto il tuo bianco nella mia maionese – e l’ho preso nuovamente in bocca un attimo prima della sua chiusa.
Copiosa, bramata, urlata.
Poi nuovamente il silenzio.
- cosa fai?
- Amalgamo gli ingredienti – e l’ho fatto inginocchiare tra le mie gambe perché assaggiasse la mia maionese con la sua lingua.
Gli albumi vanno amalgamati con molta attenzione, delicatamente e avendo cura di accarezzare ogni angolo della ciotola affinché i tuorli accolgano gli albumi con entusiasmo. La forchetta deve fare un buon lavoro e solo quando il composto sarà diventato soffice e spumoso, si può dire che la maionese sia pronta.
Un goccio di aceto balsamico tra le gambe ha concluso l’opera.
Poi il rumoroso silenzio del riposo.

Siamo nella merda

Viscontessa, 11 novembre 2008

Piove
Già
Ma piove piove
Già, si è messo d’impegno
Cazzo
Già, sembra una roba seria di quelle che potrebbe durare per giorni
Anche mesi
Già
Ieri c’era sciopero e oggi piove
Potrebbe andare peggio, potrebbe piovere con lo sciopero
Già
E non è detto che non succeda
Già è la stagione delle piogge
E anche quella degli scioperi
Con una giornata così non resta che una cosa
Ciobar con gli amici?
Pensavo ad una canna sul divano
Già, meglio
Già

domenica è sempre domenica

Viscontessa, 9 novembre 2008

Poi la domenica mattina andava a spasso con il cane. Percorreva sempre le solite strade con passo svelto senza mai dar l’impressione che guardasse veramente qualcosa, camminava sempre come se fosse diretta in un luogo preciso, in un luogo dove fosse stata essenziale la sua presenza. Marciapiedi sconnessi, finestre aperte e la gente della domenica con il pacchettino delle paste e i capelli in ordine del parrucchiere del sabato. Un passo dopo l’altro, con quel cane al guinzaglio e portoni aperti su androni bui dal profumo di muffa e di vecchio, il vecchio che diventa antico ma resta tenacemente attaccato all’umido della penombra.
A volte, mentre ripassava mentalmente un luogo, una strada, un portone o un negozio, sentiva di conoscere il manto stradale e i muri sporchi, l’acqua del fiume e quella delle fontanelle della sua città, a volte si fermava un attimo ad osservare la vita più in alto quella che si scorge alzando lo sguardo verso il cielo dove sono le nuvole e i piccioni a farti sentire un puntino tra tanti, una figura come tante altre che cammina per strade familiari e mute.
Non voleva nessuno durante le sue passeggiate, non voleva altra compagnia se non quella del cane perché temeva che l’umanità la distraesse dal suo intento. Doveva essere sola e sola doveva percorrere quelle strade in cerca di un’intimità che non era riuscita a comprendere quando molti anni prima, suo padre aveva tentato di insegnargliela. Ora seguiva disordinatamente le sue orme, ora che cominciava a percepire anche le sottili sfumature della somiglianza con suo padre, seguiva le orme di quelle passeggiate solitarie della domenica, quando rientrando a casa per il pranzo, di suo padre percepiva solo l’alone di quella intimità con la sua città. Tornava stordito da quelle passeggiate, lei si ricordava bene l’espressione sul volto di lui, la stessa espressione di chi ha condiviso, chi ha vissuto, chi ha sentito circolare il sangue nelle vene di un incontro amoroso. Passeggiate solitarie di cui si poteva solo immaginare l’itinerario grazie ai depilantes di qualche mostra, qualche incontro, qualche contatto con quella città che lei non aveva ancora avuto il coraggio di avere. Lei passeggiava per le strade osservando i muri e le erbacce, le mattonelle sconnesse e i cartelli stradali, le finestre aperte, i portoni, gli odori degli angoli più remoti e nascosti ma ancora, di fronte ad un soglia da varcare, si fermava incerta, accarezzava il suo cane, si fingeva pensierosa sulla strada da imboccare e il percorso da seguire, poi, rivolgendosi al cane, diceva “non oggi, magari domenica prossima” e tirava dritto e tornava a casa e metteva ancora una volta in cantina il coraggio di penetrare quella città come aveva fatto suo padre.

Caro Obama

Viscontessa, 7 novembre 2008

Caro Obama,
tu non mi conosci e a dire il vero non ti conosco molto bene neanche io, ma da quando sei stato eletto anche se per adesso non hai ancora fatto niente, tutti ti sono amici per la pelle anche se la tua è abbronzata e quella di qualcun altro invece è tirata con il lifting.
Ti scrivo caro Obama, e scusami se ti chiamo Obama come se fossi il mio cagnolino ma effettivamente il tuo nome mi sembra quello di un cane, perhè ho sentito dire che ora che sei arrivato tu alla casa bianca il mondo intero cambierà . Obama farà questo e Obama farà l’altro e anche se io ci credo così e così perchè dopo la storia del principe azzurro col cazzo che credo ancora alle favole, magari poi è vero e allora è meglio che ti dica subito che io ti sono amica, tanto, tanto amica e che comunque sia io non sono mai stata amica di quello con la pelle tirata.
Ci tenevo a dirtelo perchè secondo me quella battuta sulla tua abbrozzantura era la solita cazzata sparata dal nano con il trapianto di capelli. Lui è fatto così, mentre nel vostro stato la gente spara con i fucili, nel nostro la gente spara cazzate ed è per questo che abbiamo eletto il più grande spara cazzate del paese. Non siamo un popolo cattivo, ma questo ormai lo sa tutto il mondo, siamo solo un po’ coglioni e ultimamente pure parecchio presuntuosi ma anche questo dipende dal nano con la pelle tirata che ci racconta che siamo un grande popolo anche se non è mai accorto nessuno. Noi per primi. Insomma Obama, io a dire il vero sono quasi commossa da tutta l’attenzione che il mondo intero ha voluto dedicare alla battuta del nostro presidente del consiglio, non me l’aspettavo ecco, sarà perchè noi siamo abituati a sentirgli sparare una cazzata dietro l’altra e ormai non ci facciamo neanche più caso, ma se anche tu volessi passarci sopra e lasciarlo perdere, per noi sarebbe già una gran bella vittoria perchè secondo me il più grosso dispetto che gli si possa fare al nano, è ignorarlo. Anzi, se posso suggerirti un’idea, la prima volta che tuo malgrado sarai costretto a rammentarlo dovresti dire una cosa tipo “Berlusconi? Berlusconi chi? Il diversamente lungo capellone?” poi magari dici che era una “carineria” e tutto torna a posto. O anche no.
A proposito, io avrei un tubo rotto del bagno e non riesco proprio a trovare un idraulico, potresti mica passare tu a dargli un’occhiata? Grazie e buon lavoro, e sappi anche che se tu avessi bisogno di una paio di stagiste tipo quelle di Clinton, noi abbiamo almeno un paio di ministre da inviarti perchè qui da noi, alla formazione e alla professionalità per certi ruoli, ci teniamo davvero molto.

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