Il pifferaio magico

Viscontessa, 24 ottobre 2008

Gli abitanti di Colle Vecchio di Sopra non scendevano quasi mai a Colle Vecchio di Sotto perché l’aria era ancora malsana come quando ai piedi del colle era tutta palude.
Negli anni cinquanta fu proprio a Colle Vecchio di Sotto che si insediarono le prime famiglie di immigranti richiamati dalla prospettiva di un lavoro nella fabbrica di componenti in ferro di una grossa azienda straniera e piano piano la palude fu bonificata, ma l’odore della fabbrica e di quelli che ci lavoravano dentro, era, se possibile, ancora più sgradevole del lezzo di acquitrino per il quale gli abitanti di Colle Vecchio di Sopra avevano provato un’improvvisa nostalgia non appena la palude era stata bonificata.
Così come fino al giorno prima avevano rammentato di quelle acque stagnanti soltanto zanzare grosse come fenicotteri, nel momento in cui le acque sparirono, gli abitanti di Colle Vecchio di Sopra cominciarono a rammentare della palude soltanto le grosse e gustose anguille che le popolavano. E quando anche la fabbrica fu chiusa, ecco che gli abitanti di Colle Vecchio di Sopra, dimenticarono in un istante la chiassosa miseria degli abitanti di Colle Vecchio di Sotto per rimpiangere la ricchezza ottenuta grazie alla loro miseria e che sfumò come a suo tempo erano sfumate le acque della palude. Le colpe, negli anni che seguirono, furono spartite equamente tra la palude, la guerra, la fabbrica, la bonifica della palude e la chiusura della fabbrica.
Poi però si trovò un compromesso e si preferì accanirsi contro il fato per macerarsi per molto tempo nell’autocommiserazione per essere nati in un territorio tanto ostile come quello paludoso fino a quando, sull’onda dell’edonismo degli anni ottanta si tramutò l’autocommiserazione in orgoglio e fu l’aria malsana della vecchia palude, il simbolo scelto per rafforzare la convinzione di essere un popolo forte e avvezzo alle difficoltà.

Tanto, mentre a Colle Vecchio di Sopra si passava il tempo a denigrare la vasta pianura abbandonata di Colle Vecchio di Sotto, qualcuno acquistava quell’enorme pianura edificabile a due passi dalla città e negli anni novanta ci costruiva decine di villette a schiera per modesti cittadini in cerca di pace e tranquillità. Ai nuovi cittadini giunti da quelle parti con le loro famigliole, non importava niente degli abitanti di Colle Vecchio di Sopra e quando fu costruito anche un nuovissimo centro commerciale nel vicino paese di Pianura Nuova, tra i cittadini di Colle Vecchio di Sopra e quello di Sotto non ci fu più proprio alcun rapporto.
Pianura Nuova, invece, era il paesotto al di là della ferrovia tirato su rapidamente dagli immigrati di Colle Vecchio di Sotto che, dopo la chiusura della fabbrica, avevano deciso di rimanere in zona e che lasciate le misere abitazioni messe a disposizione dalla fabbrica, avevano trovato in quella pianura un luogo adatto per tirar su le loro baracche che entro breve tempo diventarono prima misere abitazioni, poi decorosi alloggi e infine persino signorili villette. Una lunga tradizione di stenti e di miseria, non gli aveva permesso di perder troppo tempo ad indugiare oltre sulle proprie disgrazie e quel piccolo gruppo di famiglie che aveva deciso di rimanere lì, si era rimboccato le maniche e aveva ricominciato con le pecore, atavica tradizione dei loro luoghi di origine, per giungere dopo anni di duro lavoro a produrre un formaggio autoctono adesso esportano in tutto il mondo.
Negli ultimi anni gli abitanti di Colle Vecchio di Sopra avevano puntato tutto sul loro passato e la loro storia. L’antico borgo sull’incantevole colle circondato da una natura incontaminata, aveva riscritto la sua storia e l’aveva pubblicata sui depilantes turistici nei quali la storia di nonno Gino, mediocre pescatore di palude che un giorno grazie ad una pesca fortunata offrì anguille al tutto il paese, era stata trasformata nella vita di un eroe che salvò il paese da una tremenda carestia. Tracce delle sue gesta celebrate dai suoi compaesani a suon di targhe, statue e locande intestate a suo nome, si potevano anche trovare in antichi scritti dell’epoca che studiosi locali avevano confermato essere riconducibili proprio a nonno Gino ora conosciuto come il Pescator Valente. Un modesto agriturismo, una piccola agenzia immobiliare, un piatto a base di anguilla marinata tipico dell’antica tradizione del luogo e una corsa delle anguille per la festa del Santo Patrono che cadeva rigorosamente nei mesi estivi, avevano completato l’opera di restyling di Colle Vecchio di Sopra mentre grazie all’interessamento del Vescovo, si era provveduto a richiedere alla Santa Sede l’istituzione di un processo di beatificazione per il Pescator Valente.
Tra le famigliole piccolo borghesi di Colle Vecchio di Sotto, erano invece arrivati i nuovi cittadini in cerca di se stessi. La vecchia fabbrica ormai fatiscente, era stata in parte sontuosamente ristrutturata e, grazie alle antiche paludi che ancora sopravvivevano nel sottosuolo nonostante l’opera di bonifica, era stata trasformata in un moderno centro termale specializzato nella cura delle malattie psicosomatiche e nell’area adibita a suo tempo ad discarica per i residui ferrosi delle lavorazioni della fabbrica , era sorto un centro per lo studio di nuove tecniche di agricoltura su terreni inquinati mentre un gruppo particolarmente sensibile alle tematiche ambientaliste, aveva chiesto alla UE un finanziamento per ripristinare almeno parte della vecchia palude di Colle Vecchio di Sotto indicata dal WWF come unico habitat naturale per la riproduzione del fenicottero cinerino dei colli, un tempo abitante della zona e ormai a rischio estinzione.
A Pianura Nuova, infine, erano arrivate nuove famiglie di disperati in cerca di un futuro migliore. Questa volta erano di pelle scura o colori slavati e cercavano fortuna nei grandi e moderni caseifici della zona dove trovavano lavoro di giorno purché la sera andassero a dormire altrove, tanto che sulle sponde del fiumiciattolo che scorreva ai piedi di Pianura Nuova, era già sorta una piccola baraccopoli denominata Pianura Nuova di Sotto. Tuttavia a Pianura Nuova il clima era piuttosto teso per via della puzza che proveniva dalla baraccopoli sul fiume e che preoccupa non poco i cittadini del posto che riuniti in comitato, chiesero con una lettera indirizzata direttamente al Presidente della Repubblica che gli venisse riconosciuto lo stato di calamità naturale per il grave degrado nel quale erano costretti ad allevare le pecore dei loro caseifici.
Fu questione di qualche mese e anche i rispettabili cittadini di Colle Vecchio di Sopra e Colle Vecchio di Sotto, cominciarono a risentire dei miasmi che provenivano da Pianura Nuova di Sotto. Grazie ad un illustre concittadino che in gioventù aveva suonato per l’orchestra della Rai, si era pensato per qualche tempo di organizzare a Colle di Sopra un festival della musica d’autore ma nonostante l’interessamento dei media e quella prima e deludente edizione, il festival non era mai decollato e a conti fatti, l’unico motivo concreto che si era riusciti ad individuare come causa dell’insuccesso, fu quel puzzo che arrivava dalla baraccopoli nata sulle rive del fiumiciattolo di Pianura Nuova di Sotto.
Quando quindi si avvicinarono le elezioni per il rinnovo della giunta comunale, un comitato di cittadini riuniti sotto al simbolo dell’anguilla della pecora e del fenicottero, cercarono come sindaco un candidato forte, un uomo che fosse finalmente in grado di risolvere definitivamente il problema del puzzo per riconsegnare Colle di Sopra, Colle di Sotto e Pianura Nuova all’antico splendore di cui oramai si era creata una memoria storica.

Il Pifferaio Magico in gioventù era quello che si sarebbe potuto definire una testa calda. Figlio del farmacista di Colle di Sopra e della figlia del medico condotto, negli anni sessanta era considerato da tutti un grande seduttore. Gli piacevano soprattutto le donne giovani e la fabbrica di Colle Vecchio di Sotto era il luogo ideale nel quale esercitare la propria arte. Si presentava con la sua automobile all’uscita della fabbrica e si offriva di accompagnare le poverette a casa che poi, per la vergogna, non raccontavano a nessuno cosa era successo.
Un giorno di ottobre del 1965, però, una giovane operaia della fabbrica di Colle Vecchio di Sotto fu ripescata morta nelle acque melmose di un canale. Della ragazza non si avevano più notizie da una quindicina di giorni e le sue colleghe, interrogate dall’allora brigadiere dei carabinieri, avevano concordato tutte nel sostenere che l’ultima volta era stata vista montare sull’auto del Pifferaio Magico. Il Pifferaio Magico, interrogato al riguardo, non aveva potuto che confermare la versione delle operaie ma aveva sostenuto di aver riportato la ragazza a casa sana e salva anche se aveva lasciato intendere che la ragazza avrebbe gradito qualcosa di più.
Le ricerche erano iniziate subito ma grazie a quell’insinuazione del Pifferaio Magico lasciata cadere come polvere sull’onorabilità della ragazza, le indagini erano state condotte con molta superficialità mentre in paese c’era già chi avrebbe sostenuto di averla vista una sera passeggiare tutta sola lunga la strada statale e un altro avrebbe giurato di averla vista qualche sera prima aggirarsi in compagnia di uno sconosciuto dalle parti della palude.
Quando fu rinvenuto il cadavere, il caso fu rapidamente archiviato per mancanza di prove ma tra le famiglie che lavoravano nella fabbrica di Colle Vecchio di Sotto cominciò a serpeggiare un certo risentimento che nel giro di qualche tempo si tramutò in una vera e propria faida paesana.
La seconda sparizione, dopo la ragazza rinvenuta nel canale, fu la Fiat 850 bianca del Pifferaio Magico che con i vetri fracassati e la carrozzeria ammaccata, fu ritrovata in quello che era rimasto del magazzino dei depositi ferrosi della fabbrica. Poi sparirono delle galline, prese fuoco un vecchio deposito usato per il ricovero di mezzi agricoli e un giorno fu trovato nel canale il cane sgozzato del Pifferaio Magico che prese su le sue cose in fretta e furia, partì per andare a studiare in città.
Cose ne fosse stato di lui nei lunghi anni che restò lontano dal paese, nessuno ne seppe mai niente ma un giorno semplicemente il Pifferaio Magico tornò e dopo aver venduto tutti i beni di famiglia acquistò un vecchio casolare poco fuori da Colle Vecchio di Sopra nel quale si trasferì con la moglie e la giovane figlia.
Se all’inizio il paese era sembrato diffidente nei suoi confronti, ben presto il Pifferaio Magico aveva imparato a farsi ben volere grazie soprattutto ad una serie di iniziative che negli anni ottanta avevano trasformato la rassegnazione degli abitanti del luogo in orgoglio popolare. Fu merito suo e delle sue amicizie, se Colle Vecchio di Sotto fu trasformato negli anni novanta in zona residenziale e fu grazie a lui che i primi villeggianti vennero a trascorrere le vacanze proprio in quella zona maleodorante convinti che quell’odore insopportabile fosse un toccasana per la cura della vie respiratorie.
Quando quindi il Pifferaio Magico si candidò come sindaco promettendo di risolvere definitivamente il problema del puzzo, fu naturale che nessuno si ricordasse più di quella ragazza trovata morta nella palude tanti anni prima. Gli anni bui della faida furono dimenticati in favore del grandioso progetto di bonifica promesso dal futuro sindaco che non presentò mai un progetto chiaro su come risolvere il problema ma accennò, con doti da grande oratore e di straordinario persuasore, ad enormi mulini a vento che avrebbero soffiato lontano il puzzo e ad interventi di bonifica delle rive del fiumiciattolo di Pianura Nuova di Sotto. Parlò di finanziamenti che alcuni suoi amici, sicuri dell’investimento, avrebbero concesso al Comune per creare particolari impianti di depurazione dell’aria e infine richiamò al senso del dovere e di appartenenza alla comunità i dei suoi concittadini sia che fossero di Colle Vecchio di sopra o di sotto sia di Pianura Nuova di Sopra.
Irina fu fatta inginocchiare con un cazzotto in testa. “suonami il piffero troia” gli disse l’uomo mentre si slacciava i pantaloni. Non era la prima volta che l’uomo la costringeva a prendergli in bocca il membro ma quel giorno sembrava più arrabbiato del solito e a lei girava un po’ la testa per via del cazzotto che aveva ricevuto. “cosa c’è troia? Non ti piace il mio strumento?” ad Irina sembrava di soffocare, aveva la nausea e non riusciva a fare bene il suo dovere. Prima di farla inginocchiare l’uomo le aveva fatto il bagno come sempre. L’aveva fatta immergere in una vasca piena di acqua calda e schiuma e le aveva lavato tutto il corpo indugiando sulle sue parti intime con quelle mani grasse e troppo vecchie per il suo corpo ancora così fragile. Ogni volta Irina chiudeva gli occhi e aspettava che lui avesse finito di lavarla. Una volta le aveva infilato un grosso dito nella vagina, lei aveva urlato dal dolore e lui aveva tolto subito il dito chiedendole scusa e baciandola sul viso e sul seno, giurandole che non lo avrebbe fatto mai più ma da quel giorno, ogni volta che lui l’accarezzava, lei chiudeva gli occhi e pregava in silenzio. “eh troia? Cosa c’è? Non ti piace il piffero?” la ragazza non potendo rispondere accelerò il ritmo ma i conati di vomito la sconquassavano e la vista le si annebbiava. “povera piccola troia, vuoi che rimandi te e tutta la tua lerciosa famiglia in quel paese di merda da dove siete scappati? Pensi che lì ti tratteranno meglio? Pensi che lì ti facciano fare il bagno in una vasca con l’acqua calda e il bagnoschiuma? Povera illusa! E tuo padre e i tuoi fratelli poi, cosa penserebbero di te? Te lo dico io cosa penserebbero, che è colpa tua se sono dovuti tornare in quel paese di merda!….. ecco, brava piccola, lo vedi che quando vuoi ci sai fare?…..brava, brava la mia piccola Irina, vedrai che con il tempo vi ripulisco tutti da questa puzza insopportabile che vi portate dietro….. brava piccolina….così…..lo sai che quando vuoi sei proprio brava?”
L’autopsia rivelò che la ragazza era morta per trauma cranico. Aveva sbattuto violentemente la testa ed era morta. Quando era stata gettata nel canale era già morta ma le condizioni nelle quale fu rinvenuto il cadavere non consentirono ulteriori accertamenti. Irina, una giovane ragazza montenegrina che insieme alla sua famiglia abitava nei pressi di Pianura Nuova di Sotto era morta per un trauma cranico e il suo cadavere era stato gettato nella palude che circondava il colle.
Il Sindaco, con le lacrime agli occhi, annunciò davanti alle telecamere che non avrebbe avuto pace fino a quando i colpevoli non fossero stati assicurati alla giustizia e il padre della ragazza, con gli occhi bassi e le mani in grembo, dichiarò che era pronto a perdonare il colpevole purché fosse fatta giustizia per la sua povera figliola. Il paese in quei giorni si riempì di giornalisti, di inquirenti e anche solo di semplici curiosi. Gli abitanti di Colle Vecchia e quelli di Pianura Nuova furono talmente impegnati ad accogliere tutti questi visitatori improvvisi che nessuno si soffermò neanche per un attimo a riflettere sulle analogie tra il caso di Irina e quello della ragazza trovata morta nelle paludi tanti anni prima. Il paese di Colle Vecchio e Pianura Nuova era un paese tranquillo dove non era mai successo niente di male e dove la gente che lavorava sodo era nota per la sua accoglienza e ospitalità.
Furono intervistate le insegnati di Irina che dichiararono che la ragazza era una studentessa modello e che niente faceva immaginare una disgrazia del genere. Il parroco invece dichiarò che conosceva Irina e la sua famiglia fin da quando erano arrivati in paese e aggiunse che erano una famiglia molto per bene, devota e timorata di Dio. Il principale del caseificio nel quale lavorava il padre di Irina dichiarò dal canto suo che Alosha era un gran lavoratore sempre puntuale e disponibile nei confronti dei colleghi e i colleghi confermarono quanto detto dal loro principale e aggiunsero che di tanto in tanto la sera incontravano Alosha al bar ma che il più delle volte lui la sera stava a casa son la sua famiglia.
Furono intervistati i compagni di scuola di Irina, parlò il Sindaco e tutti gli assessori, rilasciò una lunga dichiarazione il maresciallo dei carabinieri e persino il proprietario del bar della piazza disse la sua sul caso. Gli affari, in quelle lunghe settimane di permanenza in paese di giornalisti, polizia e curiosi, andavano a gonfie vele. Oltre agli alberghi e ai ristoranti anche il locale salone di bellezza ebbe un gran da fare perché tutte le signore del paese, preoccupate di essere riprese dalle telecamere che giravano spesso per le strade di Colle Vecchio, volevano farsi trovare con i capelli in ordine e le mani fatte mentre anche il negozio di elettrodomestici registrò un grosso incremento nelle vendite a causa di tutti i nuovi televisori al plasma venduti agli abitanti dai quali i cittadini di Colle Vecchio e Pianura Nuova potevano seguire le decine di dibattiti che si scatenarono intorno al famoso caso di Colle Vecchio senza sopra o sotto che ormai erano diventati un’unica affiatata comunità. Qualcuno, quando fu espresso qualche dubbio sulla moralità dei suoi abitanti, si sentì leggermente indignato ma poi tutta quella gente nuova in paese rappresentava un’occasione troppo ghiotta per essere perduta e dai formaggiai della zona, al comitato per salvaguardia dell’airone cinerino delle paludi, tutti approfittarono di quella improvvisa notorietà per promuovere i loro prodotti o lanciare i loro appelli. Ad un certo punto si accennò anche al progetto del famoso festival della musica d’autore ma poi vennero fuori altri progetti su un presunto festival dell’anguilla doc e uno sull’interessamento della giunta per un programma avviato in Belgio per il recupero degli ovini dei caseifici a fine carriera e del festival della musica d’autore non si sentì più parlare.
Si parlò invece della storia di Colle Vecchio, della leggenda del Pescator Valente e della bellezza del luogo e delle paludi uniche nel loro genere. Nessuno aveva tempo di rammentarsi della storia della giovane operaia trovata morta nelle paludi quasi cinquant’anni prima e nessuno si ricordò neanche del puzzo che all’improvviso sembrava sparito per lasciar posto a quel profumo di tivvù, giornali, notorietà e protagonismo che aleggiava in paese.

Fu aperta un inchiesta e furono interrogati tutti coloro che conoscevano Irina e che avevano già rilasciato ampie interviste alle tivvù e ai giornali locali molto prima di essere interrogati dalla polizia. L’intervento dei tecnici della questura purtroppo non servì a niente, il cadavere era troppo mal ridotto e l’acqua purtroppo aveva cancellato qualsiasi traccia dell’omicidio ma all’archiviazione del caso mancava ancora tanto tempo e ciascuno degli abitanti di Colle Vecchio e di Pianura Nuova era intenzionato a non perdersi neanche un attimo di quella notorietà che gli era toccata in sorte e che condusse molti abitanti del luogo a partecipare ad alcune trasmissioni televisive nelle quale si parlava del caso.
Qualche mese dopo, scemato l’interesse dei media per il caso irrisolto della giovane ragazza montenegrina affogata nella palude, in paese si tornò alla normalità ma l’aria rimase tersa come nei giorni nei quali il paese era salito alla ribalta delle cronache. Ad Alosha e quel che restava della sua famiglia fu assegnato un alloggio popolare in una zona residenziale di Pianura Nuova e nel corso della cerimonia con la quale il Sindaco consegnò ad Alosha le chiavi del nuovo appartamento, furono versate molte lacrime in ricordo di Irina, l’angelo, come fu soprannominata, di Colle Vecchio e Pianura Nuova. Il Sindaco in quell’occasione ringraziò pubblicamente Alosha quale rappresentate di tutti gli stranieri presenti sul territorio per l’enorme contributo fornito con il loro lavoro all’economia locale e ricordò alla popolazione intera quanto fosse importante fare delle distinzioni tra coloro che vengono nel nostro paese a lavorare onestamente e coloro che invece vengono per delinquere e stuprare le nostre o le altrui donne.

Il Pifferaio Magico quel giorno si sentiva irrequieto, tutto il casino scaturito dal caso della morte di Irina lo aveva indotto ad un atteggiamento di maggior prudenza. Nonostante tutto quello che aveva fatto per il paese, nessuno lo avrebbe ripagato con l’indulgenza se si fossero accorti del suo vizietto e anche se quella troietta non era certo morta per colpa sua, nessuno avrebbe perdonato ciò che aveva fatto ad Irina. Peccato, pensò in un rigurgito di commozione, Irina gli piaceva davvero e se non fosse morta così presto, forse tra qualche anno avrebbe potuto portarsela a casa come cameriera.
Quella sera era uscito prima dal suo ufficio e si era fatto un giro dalle parti della strada statale per vedere se trovava qualche giovane prostituta da rimorchiare. Si sarebbe fatto fare un servizietto veloce e poi sarebbe tornato a casa dalla sua famiglia con la quale avrebbe trascorso una piacevole serata. Ma non trovò nessuno, le donne sul ciglio della strada erano troppo vecchie per i suoi gusti e la sua frustrazione crebbe a tal misura che una volta arrivato a casa pensò di impazzire per la rabbia. Quando si avvicinò alla porta di camera di sua figlia si convinse che la colpa di ciò che stava per fare non era sua ma delle circostanze e poi la ragazza non avrebbe fatto storie come non ne aveva fatte mai neanche quando era più piccola. Certo era passato diverso tempo dall’ultima volta ma in fondo lui era sempre suo padre e avrebbe trovato il modo di convincerla a fare ciò che voleva.
Aprì piano la porta e rimase in attesa di sentire il suo respiro.

Il cadavere fu ritrovato sulle rive del fiumiciattolo che passava in prossimità di Pianura Nuova di Sotto. Si trattava del corpo di una donna che fu identificato come quello di una prostituta che lavorava in prossimità della vicina strada statale. Una sua collega, interrogata sul fatto, raccontò di aver visto parlare l’ultima volta la sua collega con un uomo con una grossa auto. Non avrebbe saputo dire se la sua amica fosse andata via con lui perchè tanto un cliente l’aveva caricata in macchina prima che la sua amica terminasse la trattativa.
In paese arrivarono i soliti cronisti e la polizia ma questa volta il nome di Colle Vecchio fu definitivamente collegato a quello di un pericoloso serial killer che uccideva le donne. Se in occasione dell’omicidio di Irina nessuno si era occupato di andare a scavare nel profondo della paludosa storia di Colle Vecchio, questa volta quel primo omicidio degli anni sessanta, venne subito alla luce e insieme ad esso riaffiorarono anche sospetti sull’attuale Sindaco la cui presenza in paese, venne facilmente ricollegata alle date nei quali erano stati commessi gli omicidio. La foto del Sindaco, su tutte le prime pagine dei giornali, venne mostrata anche alla collega della donna morta che confermò che quello era l’uomo con il quale aveva visto l’ultima volta la sua collega viva.
Ora in paese la gente non era affatto contenta di tutto quel trambusto e più che vergogna per il loro sindaco, gli abitanti di Colle Vecchio erano indignati e preoccupati per il loro futuro indelebilmente legato, da allora in poi, a quello di un serial killer. Gli affari, questa volta, non decollarano affatto e anzi per le strade e dentro i bar, non c’era mai nessuno se non qualche cronista in cerca di notizie. Tanto il puzzo che proveniva da Pianura Nuova di Sotto era tornato ad impestare le strade e le abitazioni del paese, e, se possibile, era ancora peggiore di quello di miseria e povertà che aveva sempre attraversato la palude. Era puzzo di morte, la morte della ambizioni e delle speranze.
Il Pifferaio Magico arrestato e interrogato per giorni, raccontò di aver trascorso la serata in compagnia della figlia.
La ragazza chiamata in questura per confermare la versione del padre, disse di aver veduto il padre quella sera ma poi aggiunse di essere andata a letto molto presto.
L’autopsia rivelò che la donna era stata uccisa intorno alle due di mattina.
La ragazza rammentò che a quell’ora era intenta a suonare il piffero di suo padre.
Il Sindaco fu processato e condannato per i tre omicidi.
Colle Vecchio è rimasta da allora imprigionata in un fetore di cadavere di cui non si è mai riusciti a comprendere l’origine.



2 commenti a “Il pifferaio magico”

  1. mario Says:

    Bello. Mi hai fatto contorcere le budella, tanto è crudo il finale ….

  2. mario Says:

    Ovviamente, vista a lunghezza, non è racconto da blog. Il blog è come un fast-food, richiede cibi che possano essere consumati velocemente e che abbiano sapori di immediata percezione. Non berresti mai un vino stagionato in un fast-food, tantomeno uno dal retrogusto amaro, ma duraturo e piacevole. Insomma, la stessa differenza che c’è tra un big-mac ed uno stracotto al barolo …..

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