Si ma quando?

Viscontessa, 29 Ottobre 2008

Abbiamo garantito l’incolumità del nostro Presidente ma vogliamo ancora più carcere per tutti e più capelli per alcuni.
Abbiamo dato una mano agli imprenditori e una spinta ai lavoratori sulle impalcature e ci stiamo battendo per il diritto di inquinare come cazzo ci pare.
Abbiamo detto che i precari, i comunisti, i poveri non esistono e abbiamo in programma, entro breve, di sostenere che non esistono neanche i pensionati.
Abbiamo smantellato i campi rom e la pubblica istruzione. Abbiamo in mente una scuola più meritocratica e competitiva sul modello Amici della De Filippi.
Abbiamo eliminato la miseria dalle nostre città e la pietà dal nostro vocabolario.
Abbiamo ridimensionato la sanità, i contributi all’editoria, il trasporto pubblico, i fannulloni nei pubblici uffici e la delinquenza. Più tornelli e manganelli per tutti.
Vogliamo eliminare le preferenze per il voto del parlamento europeo e stiamo lavorando anche per rivedere il senso di democrazia. Appena abbiamo un attimo di tempo ci occupiamo dei giudici chiedendo l’interdizione a vita per chi affronta la carriera in magistratura e nominando dei tutori legali che si prendano cura del loro operato. Forse lo faremo anche per chi ostina a definirsi comunista.
Vogliamo aiutare le famiglie con la costruzione di centri commerciali in ogni condominio, e vogliamo aiutare le donne offrendo la lobotomizzazione gratuita a tutte coloro che non ne hanno ancora beneficiato.
Insomma abbiamo fatto tante cose e tante ne stiamo facendo.
Si ma….il falò dei libri quando lo facciamo?

L’Unità

Viscontessa, 27 Ottobre 2008

La pubblicità ideata da Oliviero Toscani per l’Unità diretto da Concita de Gregori, affida al lato B di una fanciulla in minigonna e t-shirt rossa, il suo messaggio provocatorio. Una minigonna come provocazione, un lato B contro i tabù, molti aggettivi coniugati al femminile riferiti alla copia del quotidiano che la ragazza porta nella tasca posteriore della minigonna. Oppure, in un doppio senso di discutibile originalità, all’immagine della ragazza con il giornale infilato in tasca.
Molte le polemiche che accompagnano questa immagine come sempre quando è il nome di Oliviero Toscani a firmare una campagna pubblicitaria, polemiche o meglio dubbi, più che sull’efficacia del messaggio, sulla provocazione che dovrebbe rappresentare la minigonna perché a pensare ancora a questo indumento come strumento di rivendicazione femminile sembra di essere tornati indietro di decenni a quando per esempio, mostrare una scollatura troppo audace in televisione poteva valere una censura a vita. Chiarisce la De Gregori in un intervista dalle pagine di questo stesso giornale che la provocazione consiste nell’usare una volta tanto un corpo femminile, non per pubblicizzare un’auto o un detersivo ma per comunicare che il suo giornale è in mano ad una donna.
Peccato però, dico io, che la donna della pubblicità non sia lei, non sia il suo lato B o almeno quello di una donna della sua età. Forse, seguendo il filo del suo ragionamento, non si strumentalizza un corpo di donna per far pubblicità, ma di sicuro si strumentalizza la giovinezza di quel corpo visto che dall’immagine si evince senza ombra di dubbio che si tratta di una ragazza molto giovane (e aggiungerei molto in forma, senza i problemi di cellulite, di grasso o di peso che affliggono la maggior parte delle donne, sia giovanissime ma soprattutto diciamo “mature”). E allora mi domando dove sta la novità, dove sta la differenza tra chi usa una giovane donna per pubblicizzare un detersivo e chi la usa per pubblicizzare un giornale? E dove sta la differenza tra chi posa nuda per un calendario di beneficenza o chi si spoglia per protesta e chi schiaffa un giovane lato B su un cartellone pubblicitario per comunicare?
Francamente con tutta la stima che nutro per la De Gregorio non riesco a capirlo. Se donna dev’essere che donna sia, ma Concita, dacci almeno un lato B che rappresenti davvero le donne, con le loro minigonne ma soprattutto le loro imperfezioni.

su Il Firenze di oggi

Il pifferaio magico

Viscontessa, 24 Ottobre 2008

Gli abitanti di Colle Vecchio di Sopra non scendevano quasi mai a Colle Vecchio di Sotto perché l’aria era ancora malsana come quando ai piedi del colle era tutta palude.
Negli anni cinquanta fu proprio a Colle Vecchio di Sotto che si insediarono le prime famiglie di immigranti richiamati dalla prospettiva di un lavoro nella fabbrica di componenti in ferro di una grossa azienda straniera e piano piano la palude fu bonificata, ma l’odore della fabbrica e di quelli che ci lavoravano dentro, era, se possibile, ancora più sgradevole del lezzo di acquitrino per il quale gli abitanti di Colle Vecchio di Sopra avevano provato un’improvvisa nostalgia non appena la palude era stata bonificata.
Così come fino al giorno prima avevano rammentato di quelle acque stagnanti soltanto zanzare grosse come fenicotteri, nel momento in cui le acque sparirono, gli abitanti di Colle Vecchio di Sopra cominciarono a rammentare della palude soltanto le grosse e gustose anguille che le popolavano. E quando anche la fabbrica fu chiusa, ecco che gli abitanti di Colle Vecchio di Sopra, dimenticarono in un istante la chiassosa miseria degli abitanti di Colle Vecchio di Sotto per rimpiangere la ricchezza ottenuta grazie alla loro miseria e che sfumò come a suo tempo erano sfumate le acque della palude. Le colpe, negli anni che seguirono, furono spartite equamente tra la palude, la guerra, la fabbrica, la bonifica della palude e la chiusura della fabbrica.
Poi però si trovò un compromesso e si preferì accanirsi contro il fato per macerarsi per molto tempo nell’autocommiserazione per essere nati in un territorio tanto ostile come quello paludoso fino a quando, sull’onda dell’edonismo degli anni ottanta si tramutò l’autocommiserazione in orgoglio e fu l’aria malsana della vecchia palude, il simbolo scelto per rafforzare la convinzione di essere un popolo forte e avvezzo alle difficoltà. Continua a leggere »

Oggi

Viscontessa, 22 Ottobre 2008

Tutte le volte che ci passo davanti mi ricordo di quella volta che gli portai il mio criceto. Avevo si e no dodici anni e avevo un criceto maschio con le palle screpolate. Presi il criceto, presi un autobus e andai alla sede della Protezione Animali. Gli prescrissero del Gentalin pomata.

Ho comprato il solito euro di schedina del superenalotto. Una giocata che ultimamente è comparsa nella vita degli italiani come una tassa. Ma come? Non hai giocato al superenalotto? Ma lo sai che ci sono centomilioni di euro in palio? Come se per il solito montepremi regolarmente in palio, non valesse la pena giocare. Sotto i cento milioni non mi abbasso. E vabbè, ho pagato la tassa.

Ma tu che ci faresti con centomilioni di euro? Il desiderio più frequente è quello di mandare affanculo qualcuno. Siamo davvero una società di merda se il sogno impossibile della maggior parte di noi è quello di sfanculare qualcuno. Compro tutto e rado al suolo.

Ufficio dell’impiego. Come si fa a trovare lavoro? Si leggono gli annucci. E se uno volesse cambiare settore? Beh questi settori sono più o meno blidnati deve andare per conoscenze. Il suo obbiettivo dev’essere quello di ottenere un colloquio conoscitivo. Mi raccomando non chieda un colloquio di lavoro ma un colloquio conoscitivo. E a chi lo chiedo? Di certo non alla segretaria, lei deve chiedere al suo network di amicizie e conoscenze e deve trovare il modo di parlare con un responsabile delle risorse umane o il titolare. E l’ufficio per l’impiego a cosa serve? Serve per orientarla al lavoro. Va bene, io le ho detto che cosa so fare e cosa vorrei fare, adesso lei mi dica almeno come lo devo fare. Gliel’ho già detto, deve leggere agli annunci e invare il curriculum o deve andare per conoscenze. Mi raccomando, in caso di colloquio lei dica così o così. Ah beh grazie. Ma ci prendono per il culo?

Inverno duro, le vetrine dei negozi sono piene di stivali. E se una li avesse già tutti? Ci sono le scarpe. Ballerine leggerissime che al primo freddo ti si ghiacciano i piedi e scarpe con tacchi dai 12 centimetri in su. Le vetrine sono piene di scarpe di Trudy la moglie di Gamba di Legno e a girare per il centro sembra di vagare per un cartone animato.Speriamo che l’anno prossimo non vadano di moda i guanti gialli di Topolino. Rimetto gli stivali ai piedi e vado oltre.

Ho mangiato una tazza di latte con i cereali per levarmi un po’ la fame. Pensavo di fregare così le lasagne ma quelle stronze hanno fregato me: ho mangiato il latte con i cereali e due piatti di lasagne. Prima di adottare provvedimenti del genere bisognerebbe imparare la distinzione tra fame e gola. Quasi sempre vince la seconda.

finalmente il week end

Viscontessa, 21 Ottobre 2008

Se almeno piovesse sarebbe un po’ meglio. Questo caldo fuori stagione è indisponente, mi irrita e mi disturba anche se i calzini stesi si asciugano subito e non sono costretta a mettere lo stendino in casa.
Passato fine settimana in casa. Acquisto gamella per scout il sabato mattina. Prendo il cane e vado a piedi torno con due zampogne attaccate alle caviglie e una mano con le stimmate. Per portare fuori quel cane ci vorrebbe un esorcista. E molta pazienza. “ma è così o la avete tosato?” cento passi, cento volte la stessa domanda. Gli ho fatto la ceretta, oh ma non si preoccupi, prima gli ho fatto un’anestesia. Forse gli faccio ai ferri una pelliccetta posticcia con i peli dell’altro cane.
Nel pomeriggio facciamo la spesa. Solite cose, mangiamo sempre le solite cose che a far la spesa ormai ci vogliono dieci minuti. Rigoli, mozzarella, pane bianco del Mulino Bianco, caffè Esselunga e la pasta per il cane. Mi ero dimenticata vai tu a prenderla. Soliti maccheroncini Fidel e il petto di pollo “glielo taglio a fette?” non grazie tanto devo lessarlo per il cane. Solite cose, solite frasi, solita strada.
Si fa tardi torniamo a casa che c’è Cold Case. Casi irrisolti e poi mi sparo Pupo su Rai Uno. Fatti una canna e sparati Pupo. Roba da urlo e buonanotte suonatori.
Domenica finisco il libro e sono indecisa se proseguire sul genere o farmi qualcosa di più feroce. Tiro fuori un paio di libri che volevo leggere e vado a mettere un’altra lavatrice. E’ finito il Dash ma l’ho ricomprato. Per i capi colorati vado con le offerte. Chanteclair per lavare i piatti. Colpo di vita, lo prendiamo al limone? Emozione igienizzante, ancora devo provare che effetto fa sui piatti, aspetto l’occasione giusta, vorrei che fossimo tutti presenti.
Inizio lui, leggo un paio di pagine. Non ce la posso fare. Inizio l’altro e l’altro ancora. Vediamo, c’è il sole meglio uscire. Mi vesto da esorcista e prendo il cane. Piazza Santo Spirito solito mercato dei prodotti naturali, frikketoni anni settanta che producono formaggio di capra, sapone naturale, mele brutte come il peccato. Ci ingroppiamo un paio di cagnette, salutiamo un paio di conoscenti, avviamo una baruffa con un barboncino e compriamo un chilo di lana di capra puzzolente, ispida e piena di rametti. Sarà anche naturale ma sembra di stare in un stalla.
Mangio, scarico e carico la lavastoviglie, carico e scarico la lavatrice, ricarico la lavastoviglie e scarico la lavatrice. Trenta gradi lavaggio per i colorati, stendi il bucato e buonanotte al secchio.
Lui o l’altro? Sfoglio il giornale e crollo sul divano prima dell’oroscopo. Giornata strepitosa, l’amore va a gonfie vele e sarete pieni di iniziative. Carico e scarico la lavatrice. Mi addormento prima di sapere quella cosa dell’amore che evidentemente mi passa accanto e non si ferma. Dormo e sogno l’ufficio, mi sveglio e sogno di dormire, mi mangio quattro bignoline al cacao e due alla crema. Me le sparo in gola come un antisettico per il cavo orale, ci butto un giù un caffè e carico, scarico, carico, scarico. Annaffia, pulisci le gabbie dei pappagalli tira giù qualche quintali di diosperi prima che si spiaccichino sulla ghiaia. Carico e scarico diosperi è l’ora di cena. Televisione perché non ho ancora deciso. Lui o lui? Storie fantastiche nelle quali nessuno carica o scarica mai la lavastoviglie.
E a che mi servono? Mi addormento con un gatto sulla pancia e il cane sul cuscino.

L’utero è mio e lo gestiscono i media

Viscontessa, 17 Ottobre 2008

Ci vuole tempo. La verità è che per decidere cosa farai da grande ci vuole del tempo soprattutto perchè la tua scelta influenzerà tutta il resto della tua vita da adulto e persino quella da vecchio che ormai dura tantissimo tempo, molto più di quello che hai a disposizione per scegliere cosa farai da grande.
Insomma non mettetemi fretta. Devo pensarci con calma e devo valutare attentamente tutte le possibilità e siccome le possibiltà sono davvero tante, ho pensato di andare per esclusione.
Per esempio ho escluso la professione dell’astonauta, del pompiere, dell’infermiera e della maestra. Tutte scelte che ho escluso fin da piccola quando i “mestieri” conosciuti sono praticamente solo questi. Si è mai sentito un bambino che da grande vuol fare il consulente aziendale? Ovviamente no perchè non ha idea di lavoro sia e francamente non è molto comprensibile neanche da adulti.
Poi quando sono stata più grandicella ho escluso la professione di velina, letterina e valletta anche perchè non esistevano ancora, e non mi ha mai attirato neanche la professione del ranaiolo. Mi pareva un lavoro troppo faticoso ma soprattutto difficilmente realizzabile visto che la sabbia dall’Arno non la si può più portare via. Certo tutta questa modernizzazione ti ammazza le professioni come niente fosse.
Verso i sei anni avevo poi maturato la decisione di fare la giornalaia. Mia mamma insisteva “giornalista vorrai dire”. No, proprio la giornalaia, mi piaceva l’idea di stare tutto il giorno dentro ad un chiosco a leggere tutti quei giornali. Aspirazione uccisa.
Allora sono passata alla portinaia, “portiere vorrai dire” faceva mia madre pensando che avessi improvvisamente sviluppato un interesse per il gioco del calcio. No, proprio la portinaia, mi piaceva l’idea di stare tutto il giorno seduta su una seggiolina in mezzo alla strada.
Poi con il tempo ho ucciso altre varie ambizioni e stasera, dopo lunga meditazione ne ho ammazzata un’altra. Non voglio fare la cronista, non voglio passare le mie giornate di fronte ad un ospedale in attesa di sapere se una donna cerebralmente morta e costretta mensilmente a vivere la propria femminilità come un pericolo per la sua non vita, concederà al vuoto legislativo che accompagna decisioni su casi simili ai suoi, di continuare ad essere un vuoto.
Un vuoto a perdere, perchè la vita prima o poi perde sempre.

La principessa sul pisello

Viscontessa, 15 Ottobre 2008

Giuro che quando arrivano mi fingo svenuta.
Un po’ svenuta tanto per far finta di non sentire cosa diranno di me.
Rideranno.
Posso farcela, loro rideranno e io fingerò di essere svenuta.
Poi scappo. Posso farcela perché poi scappo e mi dimentico tutto.
Che situazione del cazzo e non mi viene in mente nessun’altra situazione più del cazzo di questa. Ammanettata ad un letto sopra ad un cadavere.
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Un pomeriggio al cinema

Viscontessa, 13 Ottobre 2008

Prima o poi dovevo fare anche questo. L’occasione mi è stata fornita da mia figlia che voleva andare a vedere una porcata di film, uno di quei film che bisognerebbe cominciare a fare una distinzione tra leggi, vai a vederti un film invece di stare tutto il giorno davanti al computer e amore mio stai tutto il giorno di fronte al computer e guai a te se ti muovi per leggere qualcosa o andare al cinema.
La gente non scrive più, non legge più, non va più al cinema, occasioni culturalmente sprecate ma la cultura arriva sempre molto dopo la pubblicità e a riportare i giovani nei luoghi e nelle situazioni che pensavamo fossero culturalmente ideali, ci hanno pensato prima i cellulari, i Blokbuster, la letteratura spazzatura in bella mostra nelle librerie come negli uffici postali, le chat e infine i cinema multi sala. Tutto è ancora una volta perduto.
Ieri sentivo un tizio che intervistato non ricordo dove, diceva che lui va all’outlet non per fare acquisti, ma per fare una passeggiata all’aria aperta che almeno lì si può guardare il cielo, godersi queste calde giornate di ottobre, godersi il sole. Mi chiedevo dove potesse mai arrivare il suo ragionamento fino a quando ha detto “invece nei centri commerciali è tutto al chiuso con quella luce artificiale e l’aria forzata”.
Una generazione da video gioco, da centro commerciale, da realtà virtuale. Un generazione simulata.

Arrivati comunque al cinema multi sala a mia figlia si illuminano gli occhi a me viene un leggero malore. Siamo nuovamente a Gardaland, siamo nuovamente in un contesto nel quale la condizione umana è solo un fastidioso intralcio alle regole. E’ tutto programmato e segnalato da indicazioni, ci sono dei percorsi prestabiliti da seguire e anche chiedere dove sia un bagno, è un genere di contatto non previsto dalle condizioni del luogo: ci sono i cartelli e anche se non ci fossero è già stato previsto esattamente in che momento del tuo percorso all’interno dei locali che ospitano 16 sale cinematografiche, ti scapperà la pipì o avrei bisogno di lavarti le mani.
“per evitare spiacevoli inconvenienti verificare sul biglietto d’acquistato il film scelto e l’ora di inizio” che significa non fate domande, non chiedete niente, seguite le istruzioni e il percorso e tutto andrò bene.

All’interno tutta la gioventù che pensavamo fosse sparita. Non è vero che siamo un paese di vecchi e che non nascono più bambini, i bambini e i giovanissimi ci sono solo che li abbiamo tutti rinchiusi negli allucinanti videogiochi di una multi sala e loro lì si muovono con disinvoltura senza chiedere niente, senza fare domande, seguendo il percorso che gli abbiamo segnalato e ballando su un videogioco che simula la danza o scorrazzando in moto e in auto alle folli velocità di videogioco che simula qualsiasi tipo di corsa. Forse, mi dico mentre mi chiedo se questa sia la sensazione che si prova a farsi un trip, copulando con altri videogiochi dei quali non ho capito il senso.
Una marea di ragazzini cicciottelli che, bene che vada, si finisce la paghetta in liquirizie, noccioline tostate e cioccolata con un cuore di mou al cioccolato bianco in un anima di crema alla vaniglia e una corazza di granella di nocciole al cioccolato gianduia tuffato in una polvere di cocco e mandorle e ricoperto di una deliziosa crema di cioccolato fondente al caramello.
Un divertimento nazional popolare dove una bottiglietta di tè freddo ti costa tre euro e dove i popcorn e le bibite te li prendi da solo da appositi dispensatori di schifezze. Segui le istruzioni, segui il percorso, non fare domande e vai avanti.

Dopo la prima sosta al bar, la seconda in biglietteria e la terza nella sala giochi ingannevolmente descritta come “family palyer room”, si percorre il lungo corridoio dal quale le sagome dei personaggi in arrivo sugli schermi con i loro film, ti aggrediscono con tutta la loro brutalità. Film d’azione, film horror, film d’avventura, e commedie sguaiate promettono adrenalina e risate come potrebbe promettertele il tuo puscher di fiducia. Con la differenza che tutto ciò è legale. Quindi si atterra in un enorme salone circolare con la moquette colorata e le luci piccolissime che come un planetario illuminano quel mondo parallelo nel quale niente è come sembra ma stai bene cazzo, ti senti bene cazzo e va bene così.
Sosta nei bagni, scendi per un attimo nelle viscere buie e scure del tuo stesso essere e dopo aver espulso il male, il disagio fisico, l’irrequietezza della tua vescica, sei di nuovo in alto catapultato nel fantastico mondo della gola. Mangia, godi con il mastello di popcorn e sali ancora di un livello, il livello più alto, il livello che ti condurrà nell’ultimo girone del piacere. Sedici sale ma non devi chiedere niente, basta seguire le indicazioni, sali la scalinata e segui le indicazioni fino a quando ti troverai nella tua movies room, nel tuo castello incantato, nel buio di una sala piccola e accogliente dove finalmente potrai fumarti il tuo film per riceverne le emozioni spicciole promesse dagli eloquenti cartelloni pubblicitari.
Il film finisce, si apre una porta laterale e tu vieni espulso nel grigiore di un retro senza insegne, senza luci, senza rumori. Se vuoi un’altra dose, bello, devi pagare, devi ricominciare da capo.

Nodi

Viscontessa, 12 Ottobre 2008

Non c’è niente di che dormir tranquilli, la costante sensazione di andar sempre più alla deriva subisce un’impennata al ribasso di pari passo con la borsa.
E’ tutto così angosciosamente precario che mi sento flessibile come una canna al vento.
Mi piego ma mi spezzerei volentieri se sapessi che può servire a qualcosa.
Ci avrei dovuto pensare tempo fa.
Nella tranquillità più stagnante incombe un futuro incerto per alcuni versi e fin troppo certo per altri, la sensazione è quella di sopravvivere nella serena attesa dei cambiamenti e la serenità alimenta angosce che in altri momenti non avrebbero trovato lo spazio per formarsi. Angosce allo stato embrionale che ti costringono a vivere nel presente per evitare un futuro nel quale è impensabile riporre una qualche speranza.
Non c’è niente in questo preciso istante che non vada. Sto bene, sono sul mio divano in compagnia del mio cane e non ho fretta di andare a letto perché domattina posso dormire un po’ di più. Oltre non mi spingo, non consapevolmente perché nella consapevolezza risiede il germe della conoscenza e io non voglio sapere del mio futuro niente di più dello stretto necessario.
Oggi pomeriggio mi sono trovata a passare per una stretta strada del centro, era quasi l’ora del tramonto e la gente passeggiava tra piccoli negozi illuminati e un orizzonte angusto come un corridoio. Passavo rapidamente tra altri destini chiedendomi quanto smarrimento fosse concesso portare a passeggio il sabato pomeriggio e quanto fosse rassicurante quel lieve smarrimento come compagno di viaggio. E’ come l’azalea del giardino che sta morendo. Ogni giorno un rametto se ne va mentre i restanti, rigogliosi e inconsapevoli, alimentano le loro foglio di un verde acceso. Io conosco il destino di quelle foglie ma non posso che voltarmi verso la aralia quando le vedo. Non posso fare niente per loro, domani si seccheranno e tra una settimana saranno morte anche loro.
E’ una sciocchezza, un’azalea, una passeggiata in centro, un cane che dorme, un negozietto illuminato. E’ tutto così prepotentemente radicato nel presente che del domani non voglio sapere. Mi giro metaforicamente verso qualsiasi aralia per non guardare ma la mente, ripulita dai rametti morti, trova ampi spazi per dedicarsi ad altro e c’è sempre un capitano dei bastoncini Findus che ti insegna a fare tanti nodi ma poi ti dice che esistono solo due tipi di nodi: quelli fati bene e quelli fatti male.
Tu non lo sai ma a guardare sane e rigogliose aralie invece di azalee morenti, finisce che il tuo nodo è sempre fatto male. E questo invece lo sai benissimo quando tramonta il sole.

Geniale

Viscontessa, 8 Ottobre 2008

La donna prese il cervello e lo appoggiò su una carta stagnola. Poi aggiunse un filo d’olio e un po’ di sale quindi andò in giardino per prendere un rametto di rosmarino e inciampò. Cadde per terra, sbattè la testa e gli uscì un occhio dall’orbita. Raccolse il suo occhio, prese il rosmarino e tornò in casa.
Appoggiò il rosmarino sul cervello e l’occhio sulla mensola, chiuse la stagnola, accese il forno e ci infilò l’occhio. Il cervello invece lo mise in lavatrice con un buona dose di Oxigen nella speranza che il cervello si ossegenasse un po’. Poi controllò l’occhio dentro al forno che stava facendo una bella crosticina croccante.
“sono l’operatore 4395, posso aiutarti?”
“io veramente cercavo il Telefono Amico”
“hai fatto il numero giusto, io sono l’operatore 4395 del telefono Amico, ben trovata, posso aiutarti?”
“penso di si, ho messo l’occhio in forno e il cervello in lavatrice ma non ricordo più perchè avevo preso il rosmarino”
“in che senso hai messo l’occhio in forno e il cervello in lavatrice?”
“penso nel senso giusto, beh l’occhio è tondo per cui qualsiasi verso immagino andasse bene, mentre il cervello l’ho adagiato sul fondo del cestello, ho sbagliato qualcosa?”
“ok, senti, allora vediamo, di che occhio stai parlando?”
“del destro, l’occhio destro”
“ma l’occhio di chi è?”
“mio perbacco, perchè di chi pensavi che fosse? Tu per caso te ne vai in giro a prendere gli occhi degli altri?”
“no certo e il cervello? Di chi è cervello?”
“ma allora mi prendi proprio per stupida, è mio anche il cervello”
“capisco, quindi tu ti saresti tolta il cervello e un occhio e avresti messo uno nel forno e l’altro nella lavatrice, giusto?”
“no sbagliato, lo vedi che non mi ascolti? Ho messo il cervello in lavatrice e l’occhio in forno”
“giusto, mi ero confuso”
“e allora?”
“scusa, pensavo a quello che mi hai raccontato, e come ti senti adesso? Sei a casa da sola o c’è qualcuno accanto a te?”
“e che importanza ha?”
“pensavo avessi voglia di parlare”
“ma voi li ascoltate quelli che telefono oppure leggete tutto su un fogliolino?”
“certo che ti ascolto, dimmi”
“oddio, te l’ho già detto, volevo sapere come posso fare a ricordarmi per quale motivo ho preso il rosmarino. Cioè il motivo per cui l’ho preso lo so, per metterlo sul cervello ma non ricordo a cosa possa servire il rosmarino sul cervello”
“ah ecco però a questa domanda non so rispondere neanche io. Quanti anni hai?”
“che importanza ha?”
“dalla voce mi sembri giovane, vivi da sola?”
“no, vivo con i miei gatti”
“a me piacciono molto i gatti, io ne ho due, tu quanti ne hai?”
“due anche io”
“ come si chiamano?”
“perchè mi chiedi dei miei gatti? Che te ne importa dei miei gatti? Comunque si chiamano Occhio e Cervello”
“Occhio e Cervello? Ma sono i suoi gatti che hai messo in forno e in lavatrice?”
“certo che no, mi hai preso per una pazza?”
“No figurati è che…. come hai detto che ti chiami?”
“Non lo detto”
“E non vuoi dirmelo?”
“aspetta un attimo, torno subito”
……
“eccomi, per colpa tua mi si è bruciato l’occhio. Allora vuoi dirmi o no a cosa mi serve il rosmarino?”
“ti si è bruciato l’occhio? Quello che avevi messo in forno?”
“no l’altro, maddai certo che mi si è bruciato quello che avevo messo in forno! Comunque ora ci ho messo l’altro ma se brucio anche questo poi li ho finiti. Allora vuoi dirmi si o no come faccio a sapere perchè ho preso il rosmarino?”
“hai messo l’occhio sinistro in forno? E ora come fai a vedere dove vai?”
“semplice, non vado da nessuna parte”
“va bene ma come farai adesso senza vedere?”
“guarderò invece di vedere”
“e che significa?”
“cosa scusa? Vuoi sapere la differenza tra guardare e vedere?”
“no, voglio dire che….. ma perchè hai messo gli occhi in forno?”
“mi piacciono gli occhi arrosto”
“ok, ok, senti, parliami del tuo cervello quello che hai messo in lavatrice, ti va?”
“e che ti dovrei dire?”
“non so, perchè non mi racconti perchè lo hai messo in lavatrice? A proposito come avevi detto di chiamarti?”
“non l’ho detto”
“già non lo hai detto. Allora, perchè hai messo il cervello in lavatrice?”
“per lavarlo, tu per cosa la metti a fare la roba in lavatrice?”
“era sporco?”
“ovvio”
“e di cosa si era sporcato?”
“solite cose, macchie di unto e di vino, ketchup, erba e persino uovo”
“ti piace il ketchup?”
“no mi fa schifo”
“e allora come mai il tuo cervello era sporco di ketchup?”
“lo avevo sporcato a posta per vedere se lo smacchiatore è davvero così efficace. Non è con tutta questa roba che macchiano i capi prima di metterli in lavatrice per dimostrare l’efficacia di un prodotto?”
“non lo so, mi dispiace”
“e quindi?”
“quindi vuoi sapere del rosmarino, giusto?”
“già”
“senti, io non lo so perchè ci hai messo il rosmarino, forse volevi metterlo sull’occhio prima di metterlo in forno”
“ti sei già arreso”
“come scusa?”
“mi hai dato una risposta tanto per fare, ti ho già detto che lo avevo preso per metterlo sul cervello ma non so perchè”
“senti…… se tu mi dessi un nome sarebbe più facile parlare”
“ok, ok, tu come hai detto che ti chiami?”
“io sono l’operatore 4395”
“ok, allora io solo l’utente 4396”
“bene 4396, vedo che facciamo dei passi avanti”
“ma se io sono ferma?”
“era un modo di dire 4396, allora dove eravamo rimasti?”
“4395 io sono rimasta a casa dove sia rimasto tu non lo so. Va bene comunque ho capito che non puoi aiutarmi e non me lo vuoi dire, bel servizio questo Telefono Amico!”
“senti 4396, facciamo una cosa, mi puoi aspettare solo un momento?”
“se fai veloce…..”
“ok torno subito”
…….
“ciao 4396, sono 4382, sono il supervisore di 4395 che mi ha detto che hai bisogno di aiuto”
“perspicace”
“4396 hai voglia di parlare con me?”
“dimmi”
“no, veramente dovresti essere tu a dirmi di cosa hai bisogno, hai chiamato tu, ricordi?”
“non sono mica scema, quattrotreottodue, certo che mi ricordo”
“bene, senti che ne dici se invece che per numeri ci chiamassimo con il nostro nome? Io sono Marina e tu?”
“ma siamo sicuri che ho telefonato al Telefono Amico e non ad un centro per malati di mente? Prima date i numeri poi volete i nomi”
“hai ragione, ma sai anche noi abbiamo delle regole da seguire”
“Sono Ada e vorrei sapere, come spiegavo al suo collega, perchè ho messo il rosmarino sul cervello”
“Bene Ada, che bel nome che hai”
“e quindi?”
“niente, dicevo che hai proprio un bel nome, e dove vivi Ada?”
“in casa”
“in casa dove?”
“in un condominio”
“è grande?”
“il condominio?”
“si, è grande?”
“abbastanza”
“e conosci qualcuno, qualche vicino, il portiere….. qual’è il tuo indirizzo?”
“vabbè, vado che mi si brucia anche l’altro occhio. Però come Telefono Amico fate davvero schifo, avevo fatto una domanda semplicissima e nessuno ha saputo rispondere”
“Ada?”
“che c’è ancora?”
“perchè non vai a controllare l’occhio che io ti aspetto?”
“perchè devo anche stendere il cervello prima che piova”.

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