Quale morte?
Viscontessa, 4 Agosto 2008Oggi mi è morto un piede, mi è morto il piede destro e presto dovrò seppellirlo insieme al pezzo di intestino che mi è morto l’anno scorso.
La mia voce invece è ancora viva ma langue in fondo a questa gola intasata dal grosso tubo che mi aiuta a respirare e questa mano che non mi appartiene più mi tiene compagnia durante la notte come l’orsacchiotto di peluche nel mio letto di bambina.
Oggi mi hanno truccata, mentre il mio piede moriva, le mie labbra si facevano di un rosa pallido, quasi timido, il rosa del giorno di festa e di questa donna che non conosco ma mi parla con tono confidenziale mentre sbircia l’orologio, richiude il rossetto e mi chiama amore per invitarmi a girarmi su un fianco.
Mi chiamano amore, tesoro, pulcino. Sono la loro bambola di pezza che giace in questo letto ormai da anni e da anni muore un pezzo per volta come una pianta a cui si avvizziscano lentamente le foglie, una bambola a cui domani dovranno amputare un piede che si è lasciato morire di inedia tra le lenzuola maleodoranti del mio letto.
I primi tempi avevo tanta paura, avevo paura di vivere, avevo paura delle infermiere e dei dottori, temevo il mio intestino e la mia vescica, mi terrorizzava quella mano che non conoscevo e quel tubo che mi impediva di parlare. Avevo paura dell’immediato e dei miei stupidi organi che mi avrebbero abbandonato un po’ per volta e osservavo con diffidenza il mio cervello chiedendomi se sarebbe riuscito a sopravvivere a tanta umiliazione.
Avevo paura di vivere, avevo paura di vivere in compagnia dei miei ricordi.
Adesso che mi rendo conto che i ricordi svaniscono quasi senza lasciare traccia, ho paura di morire.
Adesso mi sveglio nel cuore della notte e nell’oscurità fisso una macchia nella parete di fronte fino a quando non riesco a metterla a fuoco, a volte ci vogliono ore ma le ore sono un concetto di cui non ricordo più il significato mentre il contorno irregolare di quella macchia è il mio punto di riferimento, il mio compagno di vita, l’unica cosa per cui valga la pena vivere.
Una piccola macchia di muffa che con gli anni è andata ora scomparendo ora allargandosi, una muffa viva che chiama il mio sguardo e mi conferma nella sua evoluzione che ancora non sono diventata cieca. Vivo per lei, mi sveglio all’improvviso nella notte e la cerco come un neonato cerca il capezzolo della madre, vivo perchè lei è viva e non mi chiama pulcino mentre guarda l’orologio, vivo perchè posso vederla e osservarla e qualche volta sono persino riuscita ad annusarla e chiudendo gli occhi, anche ad accarezzarla con la mano morta che mi tiene compagnia.
Se potessi parlare mi direbbero che sono diventata matta ma io lo so di non essere matta ma solo troppo malata persino per morire.
L’altro giorno è venuto uno dei volontari del centro a leggermi il giornale. A me di cosa succede nel mondo esterno non mi importa più niente ma se posso osservare la mia macchia, ascoltare non mi da fastidio. Leggeva il giornale e poi mi spiegava le notizie come se non fossi in grado di capire, ma quando non hai modo di esprimerti gli altri finiscono per pensare che tu non sia neanche in grado di capire e ormai non me la prendo più.
Lo ascoltavo osservando la macchia che da qualche giorno si era fatta più sbiadita. Pensavo che doveva essere arrivato l’inverno e dovevano aver acceso i radiatori che seccano l’aria e si portano via le macchie di muffa per un po’. Lui tanto parlava di qualcosa che non mi interessava ma poi ad un certo punto ha posato il giornale sulle ginocchia e mi ha chiesto cosa ne pensassi io dell’eutanasia.
Non è la prima volta che qualcuno parla di eutanasia in mia presenza ma mai nessuno, sapendo che non posso rispondere, mi hai chiesto cosa ne pensassi io.
Lui mi ha guardato solo un attimo, non che io abbia visto i suoi occhi perchè i miei fissavano altrove, ma li ho sentiti posarsi inquieti ed angosciati su di me e ho capito quanta pena e quanta pietà dovevo fargli quel che è rimasto del mio corpo. Poi ha ripreso il giornale e si è rimesso a leggere.
Io tanto sono tornata a fantasticare sulla mia macchia.
Tanti anni fa avevo paura di vivere ma adesso ho paura di morire. Non sono matta ma non posso lasciare la mia macchia da sola e devo aspettare che torni la primavera per chiederle come sta.
La mia eutanasia è questa: la pietà per il mio corpo che gli uomini non mi hanno mai concesso, me l’ha offerta la mia mente. Io sono già morta, ero già morta molto prima che la morte si portasse via anche il mio piede destro.
Sono morta per sopravvivere, sono morta affogando dolcemente dentro ad una macchia di muffa.
Non sono matta.





5 Agosto 2008, 8:12
Non mi sbagliavo quando pensavo alla tua penna, non so se hai avuto esperienze dirette con questa tipologia di situazioni, perchè se non le hai mai avute, evidentemente hai la capacità di capire quel gradino sotto rispetto alla semplice descrizione di un evento.
E’ una vita che mi spendo e parlo di queste cose, quindi mi/ti evito il ripetermi, laicamente aggiungo solo questo “cogito ergo sum” il resto lo lascio ai timorati.
Riccardo
5 Agosto 2008, 10:45
Ciao ti ringrazio di cuore,
finchè ci saranno persone come te ci sarà un briciolo di speranza.
anna
5 Agosto 2008, 15:08
non c’entra con l’argomento grande di questo post ma.. era solo per dirti che ho trovato bellissimo questo blog; e così ti ho messa tra i miei Irrinunciabili. Spero non ti spiaccia!