3 - L’arrivo di Nicola

Viscontessa, 3 Giugno 2008

Quando Nicola era andato a vivere con lei e sua madre, Martina soffriva ancora dei postumi di una brutta polmonite che l’aveva colpita quando lavorava come aiutate di cucina presso il cantiere edile dove stavano costruendo il nuovo ospedale.
Lui allora si guadagnava da vivere guarendo la gente con l’imposizione delle mani ma dopo aver tentato a lungo di curare Martina dai suoi disturbi, le sue capacità taumaturgiche si indebolirono a tal punto che quando una sua paziente malata di tumore morì fu chiaro a tutti che le mani di Nicola erano tornate ad essere quelle di un uomo qualunque e nessuno si rivolse più a lui neanche per farsi togliere una verruca o cucire un orzaiolo.

La mattina del giorno in cui fu ricoverata d’urgenza in ospedale, Martina si era svegliata prima dell’alba con la sensazione che il sogno di quella notte così bruscamente interrotto, fosse un segno del destino di cui adesso toccava a lei interpretarne il significato.
Nel sogno le era apparsa una donna bellissima che sembrava proprio una di quelle che con il loro sorriso smagliante, la sera le tenevano compagnia dalla vecchia televisione di cucina. La donna le aveva teso la mano e le aveva detto qualcosa che lei non era riuscita a sentire e mentre nel sogno cercava il telecomando della televisione dentro alla scatola di vecchie fotografie che sua madre teneva in dentro al cassettone, la donna aveva cambiato espressione e adesso era diventata rugosa e sdentata mentre pareva che ora la implorasse di prenderle la mano prima che fosse troppo tardi. A quel punto del sogno si ricordava di aver lasciato andare in terra la scatola delle fotografie che però non erano cadute al suolo ma erano rimaste sospese nell’aria come farfalle colorate su un prato fiorito. Una su tutte volava più alte delle altre e quando lei aveva cercato di afferrarla per vederne l’immagine, anche quella era sparita come la donna . Allora ne aveva acchiappata un’altra che era rimasta incastrata tra il cassettone e la piccola specchiera che vi stava sopra e quando l’aveva guardata, aveva visto di nuovo il volto di quella donna che adesso però assomigliava all’immagine della Madonnina che il parroco le aveva regalato il giorno della sua prima comunione.
Poi, mentre anche la madonnina della foto pareva che volesse dirle qualcosa, si era svegliata di colpo con le orecchie che le fischiavano e i capelli sudati incollati sul volto.

Nel corso della lunga degenza in ospedale, ripensò molto spesso a quel sogno e nel dormiveglia di giornate che parevano sospese in aria come quelle fotografie, tentò di volta in volta di dargli un significato fino a quando si convinse che la Madonnina avrebbe voluto indicarle che il suo destino sarebbe stato quello di fare televisione. Non ne parlò con nessuno ma una volta tornata a casa fu certa che la polmonite che le impediva di riprendere il suo vecchio lavoro, fosse un dono della Madonna e da allora ogni mattina all’alba, sgattaiolò di nascosto da casa per andare in chiesa ad accendere un cero.

All’inizio, nonostante le giornate di Nicola fossero sempre fitte di appuntamenti lui le appoggiava le mani calde sul torace ogni volta che la tosse che le sconquassava i polmoni. Col tempo però aveva finito per prendere tanto a cuore la sua situazione che le sue energie furono quasi esclusivamente impiegate per la sua guarigione fino a quando parve che queste si fossero del tutto dissolte nei polmoni malati di Martina.

In paese, tanto, già da tempo ci si domandava chi fosse colui che ogni mattina si recava in chiesa ad accendere un cero alla Madonna e quando Don Alvise fu costretto dalle circostanze ad ammettere che tutto ciò che sapeva era che il misterioso fedele era in realtà una giovane donna, fu la grazia ricevuta dalla giovane donna a diventare l’oggetto principale della curiosità popolare.
La madre di Martina che invece fino a poco dopo l’arrivo di Nicola in casa loro aveva spesso trascorso la notte fuori per lavoro, all’ora presto in cui la figlia si recava in chiesa, era di solito sprofondata in un sonno così profondo da non accorgersi di niente. Tuttavia quando lasciò il suo lavoro presso un’anziana signora di un paese vicino della quale si occupava durante la notte, continuò a mantenere intatte le sue abitudine e per quanto adesso la notte la trascorresse in casa, non riusciva mai ad addormentarsi prima dell’alba tanto che continuò ancora per diverso tempo ad ignorare le fughe della figlia.
Martina in quel periodo, avrebbe spesso voluto chiederle cosa ne fosse stato della signora anziana da cui si era recata ogni notte per tanto tempo, ma i rapporti che aveva allora con lei, l’avevano sempre scoraggiata dal porle quella domanda e quando qualche tempo dopo sua madre trovò lavoro come commessa in un supermercato della zona, decise che la signora anziana doveva essere morta e per qualche tempo si fermò in chiesa qualche minuto in più per recitare un atto di dolore per la sua anima.

L’anno appena trascorso era stato un anno difficile, prima la morte di suo padre, poi la sua polmonite e infine la perdita del suo lavoro, avevano indurito il carattere di sua madre che pur senza mai rinfacciarle il suo stato di salute, aveva finito talvolta per insinuare che Martina se la prendesse troppo comoda e quando alcune sere preparasi per andare a lavoro pareva che le costasse più fatica del solito, finiva per mostrare un sottile rancore per la figlia incolpandola genericamente di essere la causa di tutti i suoi mali. Martina che non aveva idea a cosa si riferisse sua madre, percepiva questo rancore come i topi percepiscono la presenza delle trappole, ma quel muro che pareva innalzarsi ogni giorno di più tra lei e sua madre, non le concedeva spazi per alcun approfondimento così già allora aveva preferito tacere alla madre il destino che le aveva indicato la Madonnina in sogno e alla fine, quando la voce si era sparsa per il paese, non aveva avuto più coraggio di raccontarle la verità.
Dal canto suo la madre, un pomeriggio alla settimana, la portava a casa di una vecchia megera che pareva godere di tutta la fiducia e il rispetto che sua madre non aveva mai dimostrato nei suoi confronti e la vecchia, che non mostrava nei confronti di Martina alcuna simpatia, le faceva bere decotti dal sapore terribile mentre recitava strane litanie osservando una ciotola di acqua nella quale galleggiavano alcune gocce d’olio. Poi, quando il rito aveva termine, la vecchia si girava verso sua madre e scuotendo la testa le ripeteva che il male non era ancora stato scacciato e che se non fossero riuscite ad eliminarlo completamente, lei avrei fatto la stessa fine di sua madre costringendola di fatto a portare per la visita successiva, ora una ciocca di capelli, ora un’unghia rotta e una volta al mese persino un panno imbevuto del suo mestruo di adolescente.

Il suo nuovo lavoro alla cooperativa, per quanto si sentisse ancora molto debole, era stato un toccasana per il rapporto tra lei e sua madre che adesso aveva quasi del tutto smesso di mantenere nei suoi confronti quell’atteggiamento accusatorio e aveva soprattutto ridotto le viste dalla vecchia megera ad una volta al mese in occasione del suo ciclo mestruale.
Poi la sua salute peggiorò, arrivò Nicola e sua madre trovò lavoro come commessa del supermercato e quando tutte queste novità divennero la quotidianità, sua madre riacquistò il giusto equilibrio tra sonno e veglia facendo sì che una mattina si svegliasse proprio mentre martina rientrava dalla sua visita in Chiesa.
Li per lì non successe nulla. O quasi.
Martina, ignara di essere stata scoperta, fu portata il giorno dopo dalla vecchia megera per quanto ci fosse stata soltanto il giorno prima e dopo aver atteso fuori dalla porta la fine di una conversazione tra la vecchia e sua madre, fu costretta a bere un decotto dal sapore più terribile del solito che le procurò un fortissimo mal di pancia che la costrinse a casa per due giorni.
E fu proprio il secondo giorno nel quale si contorceva sul letto in preda gli spasmi, che sua madre rincasò improvvisamente e la trovò praticamente nuda e in un bagno di sudore mentre Nicola, anche lui sudato ed ansimante, le teneva una mano appoggiata sulla pancia e l’altra sotto alla lunga veste che indossava sempre quando curava i suoi pazienti.

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