Gli allocchi siamo noi

Viscontessa, 30 giugno 2008

Avevo scritto un paio di settimane fa su queste stesse pagine che la guerra ai piccioni intrapresa da molti comuni d’Italia, a Firenze non si sarebbe limitata al divieto di vendita del mangime. In un articolo del Corriere della Sera di ieri leggo infatti della riunione della Giunta Comunale nella quale si affrontata l’”emergenza” piccioni e se la provocatoria idea che avevo lanciato io di sistemare sul Battistero uno stormo di pupazzi a forma di corvo poteva sembrare strampalata, la proposta delle Giunta di introdurre a Firenze dei rapaci, in piume e ossa per mangiarsi gli indesiderati ospiti a me sembra ancor più pittoresca.
Nella fattispecie si tratterebbe di portare in città degli allocchi, rapaci molto più famosi per il loro sguardo vitreo e metaforicamente stupito che non per quella di essere mangiatori di piccioni di cui tuttavia immagino si dovrebbero cibare nel cuore della notte come si conviene a tutti i predatori notturni.
Non che la natura sia avida di crudeltà, ma da bravi cittadini quali siamo, adusi per esempio ad un consumo di carni da supermercato nel quale persino i polli squartati ci sorridono festosi dalle loro confezioni di polistirolo, non oso immaginare l’orrore suscitato da queste scene di caccia rupestre.
Una passeggiata serale potrebbe diventare un incubo, mentre un piccione assonnato si riposa sul cornicione di un palazzo ecco scendere in picchiata lo stupito allocco per portarsi via lo sprovveduto piccione immagino piuttosto restio a trasformarsi in in cena per chicchessia.
Non più guano a scender dal cielo come prima o poi è capitato a tutti di provare (di solito sull’abito da cerimonia indossato per una ricorrenza imminente) ma sanguinolenti resti di una presunta cena.
Suvvia, siamo ragionevoli, stiamo facendo tanto per cacciare la miseria dalle nostre città e ora vogliamo introdurci l’orrore di una battuta di caccia? Vogliamo ripulire le nostre strade dai rifiuti solidi e umani, vogliamo strade belle e fiorite dove i nostri pargoli non siano costretti a vedere mendicanti, accattoni e prostitute e poi lasciamo che siano costretti ad imparare fin da piccoli quanto sia crudele Madre Natura? Certo che no, lasciamo che i nostri bambini crescano come allocchi nella pia illusione che ogni città può diventare Gardaland mentre io mi domando un po’ perplessa: ma gli allocchi defecheranno più ecologicamente dei piccioni?

Il Firenze

un cazzo di niente

Viscontessa, 27 giugno 2008

Non mi hai chiesto niente, non mi chiedi mai niente ma io volevo dirtelo ugualmente, un cazzo di niente grazie.
Che qui fa caldo, e il caldo è una questione mentale più che fisica, stai tutto il giorno caldo e il cervello cuoce, il neurone si dispera, il fisico si accascia.
Hai sentito che caldo “torrido” che fa? Un cazzo di niente, quando fa questo caldo ti si sciolgono i pensieri e colano via insieme al sudore lasciandoti invertebrato nella tua posizione fetale sopra al divano.
No niente, è che le cose vanno così, la mattina è sempre una bella mattina d’estate con i merli che cinguettano in giardino e il sole che filtra trai rami dell’albero, poi piano piano ti accasci, ti ammosci, ti disidrati e mentre il sudore e i pensieri si sciolgono, una strana morbidezza affiora e dilaga ovunque nel tuo corpo e nel tuo cervello.
Quindi un cazzo di niente, non me lo hai chiesto ma io così, tutta invertebrata in questo caldo torrido, mi sento un po’ più morbida e un po’ più soffice di prima.
Che se fossi qui, se tu fossi qui ovunque dentro di me, mi sentirei meglio, mi sentirei protetta da questo caldo improduttivo che non si arresta fino a notte fonda.
Si lo so, non si capisce cosa voglia dire, non capisci se sto parlando a te che passavi di qua distrattamente o a te che mi hai incrociata nei tuoi sogni o nei tuoi pensieri, lo so, è sempre così: quando fa caldo si diventa morbidi e si attorcigliano i pensieri più del solito. E poi c’è che non si capisce mai cosa voglio dire, non si capisce mai se parlo seriamente o scherzo, se ti amo o ti odio, se sono consapevole o incosciente, coraggiosa o sprovveduta.
Oggi ho acceso la televisione, mi piace la televisione d’estate perché è una televisione abbandonata da tutti e ricca di cose, ricordi, sensazioni, schifezze e programmi che avevi già incontrato in qualche vita precedente.
Ho acceso la televisione e mi è tornato in mente un film “pomodori verdi fritti”, eppure niente mi conduceva ai pomodori e anche il fritto era da qualche parte in un cassetto che non ricordo.
Magari era solo che stavo lì al caldo, mi ero messa nuda sul letto e i pomodori verdi mi si sono affacciati per un’immagine che non c’entrava niente. Ma mi è tornata in mente della scena dell’autocoscienza tra le gambe osservata su uno specchietto da trucco.
Così ho preso uno specchietto e l’ho messo vicino all’orecchio, volevo avere autocoscienza del mio neurone se ancora esiste da qualche parte dentro alla mia testa.
Un cazzo di niente, non ho visto un cazzo di niente, non me lo hai chiesto ma volevo dirtelo.

Da paura

Viscontessa, 24 giugno 2008

La paura.
Abbiamo sconfitto la fame e il sonno, abbiamo sterminato le foreste, ammazzato la noia, addomesticato gli animali, inventato l’acqua calda e quella fredda. Abbiamo un rimedio per la solitudine e uno per il panico, abbiamo una soluzione per i peli incarniti e uno per la timidezza, abbiamo lo Zoloft per gli adulti e gli analgesici per i bambini.
E abbiamo un cellulare che squilla sempre e un computer che ci porta in america, un’america che ci in porta in guerra e una guerra che ci porta la pace.
Abbiamo la religione e la filosofia, lo yoga e il piercing, il latte senza latte e la televisione sempre accesa. C’è una vita da vivere, dei figli da crescere, delle battaglie da combattere e volendo una morte da programmare e una giovinezza da prolungare.
Ma la paura non siamo riusciti a capirla, a comprenderla e neanche ad individuarla.
Una paura che ti paralizza anche mentre parli, ridi, vivi. Una paura che accomuna tutti gli esseri umani e che non ha contorni perchè ognuno ha le sua e la tiene stretta a se per il timore che gli altri possano rubargliela per dargliene un’altra in cambio. Forse peggiore, forse ancor più terrificante di quella con cui ognuno è abituato a convivere.
Paura di vivere qualunque sia la vita che ci aspetta, paura di non essere all’altezza delle aspettative che noi stessi ci siamo imposti. Paura della solitudine e della compagnia, paura di non avere più nessuna paura per cui valga la pena di lottare.

Ballano, bevono e lumano pupe

Viscontessa, 22 giugno 2008

Mi disturba tutta questa gente.
Musica, birra, sudore.
C’era un vecchio con l’alito che sapeva di aglio e un bambino che piangeva per tornare a casa.
Hanno parcheggiato le macchine ovunque. Una grossa Mercede chiude l’accesso al passaggio tra le transenne lungo il viale. Ci si passa appena con le braccia lungo i fianchi e una chiave in mano.
Con le grosse Mercedes si può. Anzi si deve.
Incontro tanta gente, sembrano divertirsi. Ballano, bevono, lumano le pupe.
La società non si è evoluta poi molto.
Ieri sera al supermercato, poco prima della chiusura, i carrelli erano pieni di bottiglie e patatine, noccioline, salatini. Qualcuno aveva una bottiglia di spumante e olive denocciolate, un altro tre bottiglie di vino rosso e salamini. Guardi i loro carrelli della spesa e capisci quale sarà il loro programma per la serata. La partita con gli amici, siamo adulti ma ancora molto trendy e“le olive dovresti prenderle con il nocciolo. Si può giocarci con la lingua” ma non dici niente e lasci che si domandi tutta la vita dove ha sbagliato.
In fila alla cassa ho tre ragazzi spagnoli davanti. Il loro carrello è pieno di Bacardi e Coca Cola. Si dividono la spesa pagando ciascuno poche decine di euro con la carta di credito. Dietro ho un capello tinto con ricrescita e monili da due lire appesi al collo. “c’è la fame nel mondo e la tintura equo solidale” ma non dice niente anche se il suo carrello parla per lei. Una riunione in casa del comitato. Pistacchi, succo di frutta, un paio di bottiglie di vino bianco e una di birra. Forse più tardi passa Mario. Un pacco di spaghetti e un sacchettino d’aglio.
Più in là un gruppo di ragazzini sta mettendo sul tapis roulant una confezione da dodici lattine di birra e dietro un vecchio con le mani nere e la barba lunga stringe al petto una confezione di vino in cartone. Oltre un’anziana signora tira fuori dal carrello un fiasco di Chianti e una confezione di ravioli. Viene Enrico a cena, sta facendo carriera, sapevo di avere un figlio più in gamba di quello di mia sorella che è poco più in là. Qualcosa per cena e una confezione di tre bottigliette di Bellini. Se vengono ospiti abbiamo qualcosa da offrirgli.
Passa una bionda che ondeggia su tacchi altissimi. Ogni passo è un passo di danza. Si girano tutti a guardarla.
Incontro tanta gente anche senza notte bianca. Sembrano divertirsi.
Ballano, bevono, lumano le pupe.
Non necessariamente nell’ordine.

Film e ciliege

Viscontessa, 20 giugno 2008

Te li spari così uno dietro l’altro come ciliege. Accendi la tv e cambi canale senza pubblicità, senza assorbenti fatati, senza macchine che scivolano come ferri da stiro su strade deserte e senza detersivi intelligenti che riconoscono macchie di ragù. E tu stai lì e pensi alla prossima cambio ma la prossima non arriva mai mentre tu arrivi in fondo ad un vecchio film che tra previsioni del tempo e un tiggi veloce veloce come una sveltina, non eri mai riuscita a vedere tutto insieme.
Poi si cambia canale, altro giro, altra corsa e le notti passano così come un chilo di ciliege in ufficio, la pancia gonfia e gli occhi gonfi.
E’ l’estate dolcezza, anche se Giuliacci ci promette un caldo che non arriva mai, arrivano puntuali come le notizie di studio aperto i vecchi film un retrò, gli outsider della televisione, i border line del botteghino, i dessai del divano, i film d’autore de noartri.
I noartri che non resistono alle ciliege e ai vecchi film sul divano.
Si può piangere, ridere, fumare e mangiare ciliege.
E’ l’estate dolcezza.

Zanna per gli amici

Viscontessa, 17 giugno 2008


“Mi chiamo Massimo Zanardi, ho 21 anni, sono alto m 1,81 e peso circa sessantotto chili.
Mia madre è vedova e ho una sorella più piccola di me di cinque anni. C’è uno zio, fratello di mia madre, che provvede a noi. E’ proprietario di una concessionaria Alfa Romeo, ed è scapolo. Io gli sono piuttosto affezionato. Fu lui a regalarmi la golf decappottabile nera che ho fatto fuori l’anno scorso. Da allora giro a piedi. Non sono un mangione così come non ho vizi particolari, fumo una decina di sigarette al giorno e quasi mai di mattina. Mi drogo quando capita con quello che c’è.
Questo, diciamo, nella normalità che capita ogni tot come un fatto eccezionale.
Siccome non ho alcun rispetto del mio corpo e godo di una salute di ferro (mai una epatite!), trascorro la maggior parte del tempo a stravolgermi sicchè se un giorno bevo una intera boccia di Bacardi, la notte può capitare che fumi sessanta sigarette, così come non ho orari nel mangiare, e a pensarci bene effettivamente mangio solo una volta ogni due giorni, di notte, a casa mia o di altri, la testa infilata nel frigo a ingollare cose gelate, del resto non ho gusti difficili, anche se amo molto la trippa in scatola. Ah, ed anche il chektup, il miso, si, e il succo di pomodoro.
Ci sono periodi in cui vado in palestra, e allora mangio molta carne, ciamburgher, soprattutto; da tre anni seguo un corso estivo di kendo, e poi durante l’inverno faccio qualche combattimento, e devo dire che me la cavo. Il kendo è una cosa a metà, ci credo e non ci credo, così come mi rendo conto che il nostro maestro non è che un fissato. Col kendo va la verdura, si dice.”

“Zanna” per gli amici, nasce nel 1980 sulle pagine di Frigidarie dalla fantasia di Andrea Pazienza di cui ricorre quest’anno il ventennale della morte.
Per qualcuno forse non rappresenterà niente ma io, per dire, sui racconti di Zanardi mi ci sono innamorata per la prima volta sarà perchè Giorgio, dal famoso test per sapere se sei un giovane di tendenza pubblicato su un numero della rivista, né usci con il massimo del punteggio.
Domenica un bell’articolo su Queer l’inserto domenicale di Liberazione e soprattutto una telefonata chiarificatrice con lo storico ex “ho barato” mi ha confessato dopo oltre vent’anni.
Ma l’amicizia resta. Lo avrebbe detto anche Zanna.

Pubblicato su macchianera

Un grazie particolare a Mauro Biani per il suo contributo

Piccioni e cornacchie

Viscontessa, 17 giugno 2008

Leggevo ieri che anche a Milano è cominciata la guerra ai piccioni. Multe salatissime per chi venderà il mangime per questi pennuti ma anche per gli amministratori di condominio che non faranno una corretta manutenzione agli stabili.
Dopo i rom, gli zingari, i rumeni e gli extra comunitari in genere, ora tocca ai piccioni accollarsi parte della responsabilità del degrado delle nostre città e già immagino che qui da noi Firenze, per affrontare il problema, si stia studiando qualche forma di lotta molto più raffinata di quelle messe in pratica da altre amministrazioni comunali. Perchè a noi, tutto sommato, ci piace l’originalità dell’iniziativa più che l’iniziativa stessa e se per combattere l’accattonaggio ci siamo inventati prima il divieto dei lavavetri ai semafori e poi quello dell’accattonaggio sdraiati, non vedo perchè ai piccioni non debba essere riservata qualche forma di divieto che vada ben oltre la dieta forzata o l’impossibilità di trovare un alloggio adeguato.
Certo non si può pensare di vietare ai piccioni di defecare in volo né costringerli ad occuparsi della loro igiene personale obbligandoli ad un bagnetto quotidiano in Arno, ma per esempio mi è capitato una volta di vedere su un terrazzo un grosso pupazzo a forma di cornacchia che nelle intenzioni di colui che lo aveva messo lì, doveva proprio scoraggiare i piccioni dalla frequentazione del suo balcone. Il pupazzo, a dire il vero, aveva un aspetto piuttosto inquietante non foss’altro che per le dimensioni davvero ragguardevoli, ma ridimensionandolo nella forma e nell’aspetto forse si potrebbe adottane l’idea certi che, comunque vadano le cose, saremo riusciti ancora una volta a distinguerci dalla massa. Per amor del vero va detto che l’idea non è proprio originalissima, in alcuni paesi del nord Europa, per esempio, sono già state adottate sagome di uomini e donna in divisa che dovrebbero trarre in inganno gli automobilisti indisciplinati, ma che io sappia un Battistero popolato di sagome di cornacchie sarebbe una novità assoluta degna quasi di competere con quella di spostare il Davide dall’Accademia.
D’altra parte, e in quest’epoca di cambiamenti non possiamo più esimerci dal farlo, dobbiamo ammettere che a noi a Firenze non ci piacciono affatto i cambiamenti ma non sappiamo resistere alla tentazione di proporne sempre di originalissimi tanto perchè si sappia nel mondo che noi siamo “diversi” per principio.

Pubblicato sul Il Firenze

Adalgiso

Viscontessa, 11 giugno 2008

Ci sono un po’ di cose che devo segnalare perchè poi alla fine quando i rapporti si complicano e l’amato lo presenti ad amici e parenti, non puoi neanche tornare a casa un giorno e dire “l’ho lasciato”. C’è sempre una mamma tanto dispiaciuta perchè un po’ era come un figlio e gli piacevano tanto i miei involtini di cavolo verza e un po’ ci sono sempre gli amici e vi aspetto per cena che devo chiedere ad Adalgiso se mi installa piripicchio sul computer.
Così ecco, mentre io sono qui a godermi la libertà ritrovata, c’è qualcuno che invece ha bisogno di me e soprattutto di Adalgiso e il fatto che io abbia bisogno della mia libertà e dei miei spazi (che poi di solito significa che ti sei stufata di darla sempre al solito e non vedi l’ora di darla a chiunque) non significa che devi scordarti degli altri anche perchè il rischio che gli involtini di cavolo verza tocchino a te è davvero alto.
Insomma, Adalgiso qui presente con quell’aria sconsolata da cane bastonato, non è più soltanto la scappatella del momento ma con gli anni ha cominciato a diventare un’entità vera e propria con la sua personalità e soprattutto con le sue relazioni sociali del tutto indipendenti dalla tua volontà.
Io in questi giorni ci ho anche parlato, gli ho spiegato che non lo amavo più, gli ho raccontato tutte quelle fregnacce che si raccontano di solito in queste circostanze come che per me lui è stato davvero importante, che la colpa non è sua ma mia, che non lo dimenticherò mai e, come da copione, che mi piacerebbe che rimanessimo per sempre amici, e lui, come da copione, non ha aperto bocca e si è limitato a fissarmi con l’occhio languido e acquoso del cane abbandonato in autostrada ovvero esattamente quel genere di atteggiamento che se proprio insisti ti ammazzo con le mie mani per il tuo bene.
Non io però , così gli ho detto ok va bene, rimaniamo amici a patto che tu venga a cena da me tutte le volte che ci sono gli involtini di cavolo verza e che io possa uscire con le mie amiche tutte le volte che voglio e mentre lui già lasciava che due grosse lacrime cariche di riconoscenza gli solcassero le sue pagine abbandonate, già pentivo della mia promessa.
Cosa ne sarà di noi insomma non lo so, probabilmente, come da miglior tradizione, lui sarà sempre più disponibile nei miei confronti e io sempre più irritata e insofferente per la sua disponibilità fino a quando mi convincerò che in fondo gli involtini di cavolo verza sono tutto sommato meglio di lui che si è fatto insegnare da tua madre come si fanno.
Quindi, dopo questo pistolotto da adolescente che tu non puoi capire quanto rompe, ecco che vi porto Adalgiso a cena così può montarvi questa intervista, può farvi leggere questa rivista e può prepararvi gli involtini di cavolo verza per il pic nic di domenica tra compagni.
Io ovviamente me se sto in un angolo un po’ imbronciata e annoiata con quell’aria da “madonna che palle questo!”.
Siate comprensivi, prima o poi rimetto la testa a posto. O le mani sulla tastiera.

Abbi cura di te

Viscontessa, 7 giugno 2008

… e invece non continua niente che tanto non c’è mai una fine come quella recita delle elementari che mi piaceva tanto e sarebbe andata avanti all’infinito se non fosse suonata la campanella.
E non continua neanche questo blog che si è consumato come un candela e volevo dirtelo che è inutile andare avanti, ci siamo detti tutto quello che avevamo da dirci.
Credimi è meglio così. Questo inverno sono successe tante cose ma non a me che come al solito me ne resto ferma sul divano.
Piove, ho mal di testa e non ho un valore aggiunto.
Credimi è la giornata giusta.

4 – Marco

Viscontessa, 6 giugno 2008

Marco arriva sempre puntuale in un giorno a caso.
Mi telefona qualche giorno prima e mi chiede se ho posto per martedì alle 15.30 meglio le 16.00 anzi se avessi posto sarebbe meglio giovedì magari nel tardo pomeriggio verso le 19.00 oppure no, bisogna che ci vediamo prima. E’ urgente.
Marco ha 42 anni è felicemente sposato con una donna bella e intelligente con la quale ha due splendidi bambini che lui adora ma dei quali non sa praticamente niente. Lavora in proprio come consulente aziendale per le risorse umane, ha un’agenda sempre fitta di appuntamenti non solo di lavoro, pratica molto sport, ha una segretaria che lui chiama assistente e con la quale ha una relazione fissa, e si fa continuamente vanto della sua capacità di comprendere il genere umano e di aver saputo sfruttare questa sua capacità, per crearsi una famiglia e uno stile di vita invidiabili.
All’inizio, quando l’ho conosciuto, non riuscivo a capire perché cercasse del sesso a pagamento. Non gli mancavano le donne né pareva che fosse l’abitudine ad acquistare tutto quello che desiderava a rendere desiderabile una donna. Per un po’ avevo pensato che l’abitudine alla transazione economica lo facesse sentire più a suo agio anche in questo genere di rapporto: pagare una donna significa privarla di qualsiasi tipo di rivendicazione a cui invece è facile andare in contro se si è abituati a pagare tutto il resto, poi però mi ero resa conto che il suo successo era il frutto della paura profonda e inconfessabile di trovarsi solo con se stesso e con la sua mediocrità.
In me cercava la fuga, cercava una via di fuga dal suo mondo e dal suo personaggio, cercava un luogo, una situazione, del sesso che gli consentissero di dimenticarsi della sua paura per qualche ora. I nostri rapporti di solito erano frettolosi, deludenti, sciatti, degni di un adolescente alle prime armi. Gli piaceva trovarmi molto curata nell’aspetto fin nei minimi particolari. Mi voleva profumata, truccata, pettinata, voleva che interpretassi per lui quell’immagine di seduzione patinata a cui era abituato a rivolgere le sue attenzioni. Voleva che rimanessi un’immagine anche nell’intimità, era terrorizzato dall’idea che potessi diventare umana, che potessi essere una donna, una persona, un corpo.
Anche lui non si presentava mai senza essersi fatto prima una doccia, un genere di attenzione che non mi riservavano tutti i clienti. Con alcuni per esempio era stata costretta ad insistere perchè si lavassero prima di venire a trovarmi, per altri, i più generosi, preparavo personalmente un bagno caldo e profumato nel quale mi prendevo cura della loro sporcizia umana come una madre premurosa si prende cura del suo neonato.
Quando arrivava mi salutava sempre con una calorosamente carica di promesse, si sedeva sul mio divano, si occupava della mia vita, del mio futuro, delle mie potenzialità e di tutto quello che pensava potessi desiderare, io gli preparavo qualcosa da bere piano piano parlando e ammiccando e promettendo e bevendo, lui cominciava a lasciarsi andare prima nell’abbigliamento che si toglieva in modo casuale buttandolo sul pavimento e poi nei gesti, nelle parole, nei movimenti e infine nel sesso che spesso veniva consumato rapidamente, i suoi calzini ancora indosso, la mia biancheria ancora al suo posto e un orgasmo raggiunto in pochi minuti, senza una parola, senza un gemito da parte sua e senza neanche la muta richiesta di partecipazione da parte mia.
Marco nel sesso con me cercava lo squallore, lo squallore che sentiva essere la parte più intima di se stesso e di quella vita perfetta e vuota che si era creato.
Poi si faceva una doccia, si rivestiva con cura e rimaneva ancora un po’ a casa mia quel tanto che gli era sufficiente a riacquistare le caratteristiche del personaggio che si era costruito.

continua

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