2 -Antonio

Viscontessa, 30 maggio 2008

Antonio è un agente di vendita che passa a trovarmi ogni martedì all’ora di pranzo.
Le due ore che trascorriamo insieme sono per lui la rappresentazione il più fedele possibile di una normale coppia di moglie e marito.
Per questo ogni martedì alla solita ora indosso un abito semplice e un grembiule di cucina poi raccolgo i capelli con delle forcine e comincio a preparare il pranzo
Al suo arrivo la tavola è sempre perfettamente apparecchiata, io lo saluto ogni volta con un bacio sulla guancia e gli chiedo come sia andata la sua giornata lavorativa.
La moglie, che ormai potrei riconoscere in una sala cinematografica al buio pur non avendola mai vista, lo ha lasciato ormai cinque anni fa e lui da allora soffre di quella solitudine che immalinconisce e ti fa passare persino l’appetito.
Così il martedì, prima di lasciargli affogare la sua tristezza tra le mie cosce, lo convinco a sedersi a tavola dove comincia a raccontarmi della sua giornata come aveva fatto fino a cinque anni prima con sua moglie, e come allora comincia a mangiare con la stessa voracità con quale si dev’essere divorato la pazienza di sua moglie.
Poi, dopo aver fatto l’amore si ritira in un angolo del mio letto come una bestia ferita e io gli accarezzavo dolcemente i capelli mentre lui comincia a singhiozzare sotto voce, piano piano come un bambino e piano piano mi chiede perchè secondo me che sono donna, sua moglie se n’è andata senza dargli neanche una spiegazione.
Non era vero che la moglie non gli avesse dato delle spiegazioni ma lui era talmente innamorato di lei da non farsi una ragione di tutto quell’amore sprecato. Per questo quella noia profonda e devastante che lei gli aveva manifestato prima di fare le valige, non erano per lui una spiegazione plausibile.

Mi vuole bene Antonio ma io sono solo una puttana, una donna né migliore né peggiore di altre ma il mio ruolo nella società è quello di vendere sesso a pagamento come quello di una moglie è quello di aspettare il marito a casa, o ancora quello di una madre di allevare e curarsi dei propri figli per tutta la vita. Non esistono per lui vie di mezzo o compromessi, né persone od individui ma solo ruoli che ci vengono assegnati dal destino e che noi dobbiamo ricoprire con diligenza e scrupolosità per tutta la vita.

Prima di andare via mi ha lasciato sul tavolo di cucina le solite due banconote da 100 euro giustificando la sua generosità, con la solita scusa che non ci saremmo più rivisti.
Ma io lo aspetterò martedì prossimo come al solito.

Il secondo cliente arriverà solo tra un paio di ore.
Non prendo mai appuntamenti uno di seguito all’altro perchè per fare bene il mio lavoro devi comprendere fino in fondo i motivi che spingono un uomo a cercare il sesso a pagamento e devi imparare a consolarli per quella loro debolezza affinché finiscano sempre per preferire te rispetto ad un’altra.

Rammentandomi di ciò che mi aveva detto Mara, nell’ora successiva alla visita di Antonio, ho infilato in una busta le due banconote da 100 euro che erano rimaste sul tavolo di cucina ma questa volta ho messo nella busta anche un semplice bigliettino per mia madre.
Da quando moti anni prima sono venuta via da casa le ho inviato un po’ di soldi tutte le settimane ma da lei non ho mai ricevuto neanche una parola di ringraziamento.
L’unica volta che avevo provato a telefonarle, mi ha risposto che quei soldi sono il minimo che posso fare dopo che Nicola è rimasto senza lavoro per colpa mia.

continua

1 – Martina e la maga

Viscontessa, 29 maggio 2008

Martina e la maga

Rossana era diventata “cartomante” un notte di qualche anno prima quando abbassando lo sguardo flaccido si era accorta che i suoi capezzoli erano stanchi di mostrare la loro impertinenza al mondo..
Stanca di battere i denti e una piazzola di sosta fuori da un motel dell’autostrada, era entrata in autogrill e aveva stampato quei biglietti da visita alla macchinetta accanto alla toilette.
Di quella notte accanto alla toilette ricordava ogni particolare. Scegliere “cartomante” era stato semplice, di fronte alla scelta della professione la sua mano non aveva esitato un attimo tanto che negli anni aveva finito per convincersi che qualcuno, per la prima volta in vita sua, avesse guidato la sua mano verso il suo destino anzichè tra le cosce sudate di una squallida sessualità a pagamento. E Stella era il nome che aveva scelto per quella nuova vita che iniziava, come quasi sempre ogni vita, tra il dolore e la gioia di viscere squarciate dalle urla.
Stella sarebbe stato il suo nome come lo era stato quello di una vecchia cagna sempre gravida che quando lei era piccola cacava piccoli bastardi come stronzi che come stronzi finivano quasi sempre sotto alle ruote delle auto che sfrecciavano sulla statale dietro a casa sua..
Anche allora quel nome lo aveva scelto lei un giorno che portando a quel bastardo qualche crosta di pane avanzata, aveva notato sulla fronte del cane una piccola macchia bianca a forma di stella tanto che negli anni aveva conservato quel nome nella sua memoria, in attesa di poterlo usare quando fosse tornata a vivere.
Un giorno semplicemente la cagna sparì e con lei se ne andarono anche quei rari momenti di felicità di una bambina cresciuta troppo in fretta per le strade di un quartiere dimenticato da Dio ma non dagli uomini.

Stella guardò gli occhi della cagna che adesso aveva davanti e si commosse come le capitava da bambina. Non avrebbe dovuto scegliersi quel nome ma quando lo aveva fatto sapeva che ormai era troppo tardi per pensare che un giorno sarebbe potuta tornare a vivere e giurò a se stessa che almeno una volta nella vita avrebbe onorato i sentimenti che per la prima volta le avevano suggerito quel nome.
La donna che adesso aveva di fronte aveva paura.
La paura è questione di un attimo. Le sue aveva imparato a dominarle fin da piccola per non offrire il fianco alla vita di merda che le era toccata in sorte.
Afferrò lo sguardo della donna prima che la paura svanisse e quella bambina tornò a portare le croste di pane secco alla cagna che aveva davanti.

L’ultima carta dei tarocchi era stata la Morte.
Nella cucina di un modesto appartamento del centro, il futuro di uomini e donne si svelava su una vecchia tovaglia stinta dove antiche macchie di unto suggerivano un presente lacero come un mendicante.
La donna che un giorno in un autogrill si era fatta stampare “cartomante” sui biglietti da visita osservò senza farsi vedere l’espressione dell’altra. Poi decise come comportarsi.

– novità in arrivo – disse senza abbassare lo sguardo – la tua vita cambierà in meglio entro pochi giorni – e con quella penosa bugia saldò il suo vecchio debito con il destino tornando ad essere per un attimo la Rossana di cui fin troppi uomini non si erano mai scomodati di conoscere neanche il nome.
Mentre Stella, come un cane randagio, cercava un luogo qualunque dove appoggiare il suo sguardo, la donna tirò un sospiro di sollievo e giunse le sue piccole mani in segno di preghiera ringraziando forse le stelle, forse Stella o forse uno dei tanti Santi che a suo avviso la proteggevano ogni giorno.
Gli odori di quella cucina quel giorno le davano il voltastomaco. Le bacchette di incenso infilate dentro ad un limone quasi marcio bruciavano senza sosta ma l’odore di cibo stantio di cui erano impregnati tutti i mobili di quel fatiscente appartamento, riuscivano a sovrastare il lezzo di rosa canina dell’incenso.
O forse non era rosa canina ma soffritto di pancetta rancida, la provenienza di entrambe i prodotti dagli scaffali del medesimo supermercato forse ne confondeva gli aromi e il sapore.
Avrebbe vomitato sui tarocchi da un momento all’altro se non fosse arrivata la Morte a portarsi via la nausea serrandogli lo stomaco in una morsa d’acciaio che non le faceva più passare neanche il respiro.
Nell’attesa che Stella si pronunciasse aveva cercato un po’ di sollievo nella rassicurante convinzione che le carte non sono mai ciò che rappresentano ma sono soltanto dei pezzi di un puzzle di cui soltanto una vera cartomante poteva conoscere l’immagine finale e nel corso di quei due anni nei quali si era recata da Stella almeno un paio di volte alla settimana, non aveva mai avuto modo di dubitare delle sue capacità.
Una mosca si era posata sulla carta della Temperanza, si era pulita rapidamente le zampe anteriori ed era ripartita velocemente non appena Stella si era decisa ad emettere il suo verdetto.

Quando la donna uscì dal piccolo appartamento di Stella con gli abiti impregnati di un’essenza molto simile a quella del più comune disincrostante per la tazza del bagno, ebbe come la sensazione che quel cambiamento avrebbe avuto bisogno di un suo incoraggiamento. Per questo aveva cominciato ad attenderne i segnali fin da subito e mentre alla fermata dell’autobus aveva atteso trentacinque minuti il numero venti che l’avrebbe riportata a casa, si era convinta che cento euro su un ambo secco non potevano che essere il giusto prezzo dell’indicazione che avrebbe condotto a lei la fortuna.
Venti e trentacinque, nonostante fosse leggermente in ritardo, si fermò nella tabaccheria sotto casa e se li giocò.

Una volta a casa si tolse gli abiti puzzolenti che ora le procuravano anche un leggero senso di vertigine e dopo aver rivolto le sue preghiere alla Vergine Maria perchè perdonasse per i suoi peccati e a Padre Pio perchè vegliasse su di lei, si preparò per il lavoro con la solita cura.

continua…..

senza grazia ma con letizia

Viscontessa, 27 maggio 2008

All’inizio mi era piaciuta Haudry Hepburn forse per i capelli raccolti che porto ultimamente tanto che me ne ero andata in giro pensando a come mettere una gamba davanti all’altra e a come tenere ben allineato il baricentro che da quando c’è la Wii Fit pare che tutta la vita, compresa quella relazionale, debba girare intorno a questo benedetto baricentro.
Si dice che i nati sotto al segno dello scorpione abbiano sempre bisogno di un modello di riferimento e lo stile Jeky Kennedy sul quale ruota la mia vita fiorentina da quando ho individuato un affidabile puscher di ballerine, lo avevo lasciato a Firenze insieme a questa primavera glamour di abbinamenti e occhiali scuri.
Haudry, per lo stile rigoroso di una città rigorosa dove non trovi un solo cinese a venderti un trolley da 10 euro e persino gli ombrelli in mezzo alla strada te li vendono con la stessa disinvoltura con i quali ti venderebbero un kalashnikov, mi pareva perfetto.
Stivali bianchi, Milano grigia, luoghi comuni e tranch per tutte che a Firenze invece non è poi così di moda. Passeggio con la determinazione di un generale Ussaro e finisco per girare in tondo mentre mi godo strade larghe dove puoi marciare con decisione verso il tuo destino che non è poi come quello dei film dove alla fine succede sempre qualcosa a meno che non sia un cortometraggio di un regista ungherese dove non deve succedere niente.
Tolgo la giacca e infilo l’impermeabile che dal cielo sono cadute quattro gocce ed è l’ora di fermarsi.
Scelgo un tavolino in galleria, ordino un caffè, frugo nella borsa, faccio una telefonata a casa dove mia figlia mi comunica che la mia personal trainer del Wii Fit le ha detto di farmi sapere che mi ha trovata in forma. Oui cheriè, ora siamo in un film francese, lei telefona, chiede un caffè, gira il caffè, aggiunge del latte, scrive qualcosa sull’agenda, si da il rossetto, lascia che l’impermeabile strattonato le ricada morbidamente sulle spalle, si sistema il foulard, guarda l’orologio. Catherine Denevue si alza, Belle de Jour si avvia verso il proprio destino perchè le piace l’idea che ci sia sempre un destino dietro l’angolo anche se in questo caso si tratta solo di un taxi.
L’uomo con il riporto sistema la borsa nel bagagliaio e io mi tuffo dentro un’auto con gli interni in pelle rossa e d’improvviso sono negli anni sessanta e non ho fatto in tempo a scegliere il personaggio.
Dove andiamo?
Via Pegaso.
Non esiste mica questa via a Milano!
E’ dalle parti di San Siro
Ma è sicura? Ce l’ha scritto? Me lo faccia vedere!
Che gli faccio vedere, me lo hanno dettato per telefono e l’ho scritto qui sulla mia agendina
Guardi che via Pegano non esiste, le hanno dato male l’indirizzo
Pegaso, ho detto Pegaso, ha presente il cavallo alato? Comunque è via Pegaso
Tanto andiamo verso San Siro poi lo cerchiamo.

Questo stupido tassista mi sta rovinando tutto, questa scena non era prevista. Anna Magnani, Anita Ekberg, forse Monica Vitti, e io che sognavo di concludere con la Bellucci di Melena che avevo visto solo la notte precedente in tv.
Si ferma al primo semaforo.
Mi scriva qui l’indirizzo preciso
Via Pegaso
Me lo scriva qui, tenga il foglio e la penna
Ecco.
Ora me lo cerchi qui sullo stradario
Pure! Non ho neanche gli occhiali
Prenda i miei
No grazie, i miei non sono occhiali da presbite e poi mi viene mal di macchina a leggere
Mal di pancia? Vabbè che c’entra il mal di pancia, tanto fa presto
Ho detto mal di macchina!

Sto scivolando pericolosamente nel ridicolo. Franca Valeri, Sandra Mondaini…… devo trovare rapidamente una soluzione. Stefania Sandrelli, Claudia Cardinale…..
Mi mi apre un po’ il finestrino
Eccolo, via Pegaso, il secondo sulla seconda pagine
Ci faccia un segno
Oddio! Che segno vuole che le faccia?
Riecco la penna, faccia una croce, una freccia, lo cerchi, insomma faccia lei.

Una linea. Una croce. Un freccia. Un asterisco. Un cerchio. Un più.
Qualsiasi cosa purchè non mi rivolga più la parola fino a destinazione.
Lascio andare il mio sguardo fuori dal finestrino, Milano on the road. On the road. Nastassjia Kinski. Paris Texas. Mi sciolgo i capelli, mi levo l’impermeabile, lo sguardo si fa acquoso e malinconico, arriviamo a destinazione, il taxi si ferma in mezzo alla strada, dietro due auto in fila, gli porgo una banconota da 50 euro.
Io non ho da fare il resto, deve darmeli spiccioli
Spiccioli? Io ho solo una banconota da cinquanta, cosa le manca?
Tutto, non ho da farle il resto
tredici euro e lei non ha da farmi nessun resto a cinquanta?
Se li faccia cambiare alla cassa
ma quale cassa? Quella non è una cassa
senta qualcuno, chieda ad un’amica

Mi rilego i capelli, mi rinfilo l’impermeabile, scendo dall’auto mentre anche lui si avvia verso il bagagliaio, entro, chiedo conferma che quella non sia una cassa, urlo
non hanno cassa! Nessuno qui ha soldi cambiare!
Ah vabbè, li avevo appena cambiati, ora mi tocca dare il resto a lei….comunque
Ecco da bravo, comunque. Mi ha già rovinato tutto.

Viscontessa!
L’urlo arriva da dentro. Ma come viscontessa, con tutto quello che ho fatto per.
Salve sono Giovanna Hugues
Mi spiace ma sulla lista non c’è
Guardi un po’ come viscontessa
si eccola
appunto.
farò la viscontessa.
E io che.

“amare senza pensieri” ovvero spensieratamente

Viscontessa, 25 maggio 2008

Una bella campagna pubblicitaria sulle disfunzioni erettili era proprio quello di cui avevamo bisogno. Si lo so, non avevamo bisogno neanche di una campagna pubblicitaria sui problemi della ricrescita tra una depilazione e l’altra e non sentivamo neanche il bisogno di sapere come fare a fare la ruota se caso mai, avendo il ciclo, ce lo avessero chiesto nel corso di un colloquio di lavoro per un posto di amministratore finanziario.

Tuttavia, con la scusa del medicinale, avevamo già offerto a tutti gli uomini la possibilità di scopare ben oltre i termini stabiliti dalla natura per questo genere di attività e a poco valgono le scuse che il poveretto prende il Viagra per soddisfare ancora la moglie ottantenne, perchè di vogliose mogli ottantenni francamente non ne ho mai conosciute mentre immagino benissimo la felicità di una giovane prostituta costretta non solo a prostituirsi ma a farlo con un vecchio bavoso di ottant’anni tutto convinto di averla fatta per giunta godere.

La campagna televisiva, tuttavia, ha un tono molto sobrio, talmente sobrio che se la guardi senza volume pensi che si tratti di una campagna pubblicitaria in favore delle vocazione clericali. Uno stile che mi ricorda la pubblicità della pomata per le emorroidi o quella per le pomate contro il cattivo odore intimo quando ancora avevamo un certo pudore nell’affrontare certi disagi, molto prima, per intendersi, che il ciclo femminile o la stitichezza rappresentassero una possibilità per affrontare nuove sfide.

Comunque il geometra del catasto in abito grigio che interpreta la pubblicità, affida ad un cuore disegnato sul vapore dello specchio la sua pena d’amore perchè deve essere chiaro al telespettatore che qui non si sta parlando di volgarissimo sesso ma di amore, degli oltre tre milioni di italiani che, come dice la pubblicità, “stanno rinunciando a fare l’amore”.

E degli altri sei milioni di italiani che per sorpassati limiti di età l’amore non dovrebbero farlo più e ai quali invece avete dato il Viagra? Fortunatamente però quando il telespettatore comincia a pensare che a un non trombante che per manifestare il proprio disagio si mette a disegnare cuori sullo specchio come minimo si merita un attacco di colera, ecco che l’alter ego del geometra sfigato, ovvero lo stesso geometra in maniche di camicia arrotolate e sguardo da mandrillo, gli suggerisce di rivolgersi ad un centro specializzato.

La moglie, tanto (vincolo coniugale evidenziato dalla fede al dito, e indispensabile per sottolineare che ancora una volta si sta parlando di amore e non di volgarissimo sesso) è un’entità astratta del quale non si vede neanche il volto, un oggetto che si da per scontato risenta di questa situazione e che come tale, come oggetto, appunto, non viene assolutamente coinvolto né nel tormento, né nei suggerimenti e neanche nel modo scelto per affrontare questo problema.

Una pubblicità che sembra sponsorizzata da Famiglia Cristiana e velata da quella profonda ipocrisia che da sempre ha accompagnato questo argomento in certi ambienti. Un’ipocrisia che andando a vedere il sito, si ritrova in hompage in forma ancora più evidente tanto da diventare addirittura ridicola.

Il nostro geometra, infatti simulando il movimento con tre fotogrammi sovrapposti, da prima è in ginocchio con l’aria triste, poi nel secondo fotogramma è barzotto e infine eretto e sorridente di fronte alla moglie.

E ora andate pure sul sito a fare il test per scoprire se siete affetti da problemi di virilità che tanto l’età non ve la chiedono e se non vi riesce mantenere un’erezione per tutto il giorno, una pillolina azzurra la diamo anche a voi che 18 anni o 88, che differenza fa?

Giovinezza mon amour

Viscontessa, 22 maggio 2008

E pensare che una volta avevo anche tentato il suicidio per te.
Si va bene con trenta gocce di Valium forse non volevo proprio suicidarmi ma insomma mentre attendevo la morte vestita solo con la guepiere di pizzo bianco che mi avevi regalato tu, già ti immaginavo in lacrime ai piedi del mio letto di ospedale dove, come Cathy in Cime Tempestose, ti avrei concesso il mio perdono prima che un giovane e brillante medico follemente innamorato di me mi portasse via per farmi una lavanda gastrica.
Si va bene lo so, con trenta gocce di Valium avrei potuto sperare tutt’al più di dormire qualche ora di troppo ma se tu fossi passato a prendermi e io non avessi sentito il campanello, forse avresti chiamato i pompieri e prima che un giovane e aitante pompiere follemente innamorato di me mi prendesse tra le sue braccia per caricarmi su un’ambulanza, come Mimì ti avrei teso la mia gelida manina.
Ok d’accordo, non avresti chiamato i pompieri e avresti usato le chiavi di casa, ma trovandomi profondamente addormentata con in dosso solo la mia guepiere di pizzo bianco, come il Principe Azzurro mi avresti baciato appassionatamente e io come La bella Addormentata nel Bosco mi sarei risvegliata tra le tue braccia.

Invece quella sera non mi hai neanche telefonato e non lo hai fatto neanche il giorno successivo e neanche quello dopo, tanto che quando ti ho rivisto, circa una settimana dopo, ero così arrabbiata con te che il Valium te l’ho messo nell’aranciata amara quella che mi costringevi a comprare e tenere in frigo perchè a te piaceva tanto.
Tanto prima o poi avrei dovuto dirtelo e ormai sono passati tanti di quegli anni che forse non ti arrabbierai neanche più.
Si però non è stata tutta colpa mia, sei stato tu ad insidiarmi e il fatto che io abbia ceduto così facilmente alle tue avances, non significa che sia stata la sola responsabile di ciò che è accaduto dopo.
Si va bene dopo la fase Doris Day e quella Peace and Love volevo interpretare la Signora dalle Camelie ma anche tu che mi mandavi mazzi di lilium e mi portavi torte di cioccolato e Torcolato da consumare tra le lenzuola non facevi niente per smorzare certe mie piccole manie come quella di girare in piena notte per le pizzerie più squallide della città.
“voglio guardare l’umanità” ti dicevo
”si, mi è venuta fame” mi rispondevi e poco dopo eravamo seduti tra gli specchi fumè di qualche pizzeria di periferia gestita da un’annoiata signora con i capelli bruciati dalle permanente e le unghie con lo smalto rosso scrostato.
“se un giorno dovessi ridurmi così per favore sopprimimi”
“Perchè? Mi piace questo posto, quasi quasi lo compro e veniamo qui a vivere insieme, io mi metto a fare il pizzaiolo e tu indossi collant smagliati sull’alluce e vai a servire ai tavoli”.
Poi tornavamo a casa e tu diventavi più ombroso del solito.

Comunque volevo dirti che è finita proprio quel giorno nel quale ti ho messo il Valium nell’aranciata amara.
Eri arrivato a casa mia in lacrime perchè avevi rivisto la tua ex fidanzata e forse provavi ancora qualcosa per lei. Ti ricordi? Il giorno dopo dovevi partire per Boston e pareva che ogni decisione sulla tua vita futura dipendesse proprio da te e proprio quel giorno lì.
Naturalmente non era vera né una cosa né l’altra ma io quel giorno mi ero stufata di giocare alle Signore dalle Camelie e così per consolarti ti avevo portato un bicchiere di aranciata amara.
“E’ amara!” mi avevi detto
“certo che è amara, è un’aranciata amara come piace a te”.
“ma mi sembra più amara del solito” avevi aggiunto
“è perchè hai pianto, è l’amarezza di questa vita inutile che ti si incolla sul palato”.
Effettivamente dopo un’uscita così c’era poco da aggiungere e infatti di addormentasi quasi subito.

Che poi non è per il Valium nell’aranciata che in fondo era una sciocchezza come tante altre che avevamo fatto insieme, ma è che se te lo avessi detto subito forse avresti evitato tutte quelle interminabili telefonate da Boston nelle quali ti rifiutavi di credere che mi fossi fidanzata con Filippo.

Ci siamo incontrati oggi per caso, io uscivo con il mio casco in testa, lui entrava con il suo codazzo di assistenti dietro.
“che fai non saluti?”
“beh, se ti levi quell’orribile casco dalla testa magari faccio anche prima a riconoscerti”
“non è orribile e soprattutto era in saldo. Usi sempre il solito profumo”
“sempre. E tu hai sempre i soliti capelli morbidi”
“finchè durano. Che ci fai qui?”
“devo tenere una lezione”
“ah bene! Allora ricordati di parlare dell’importanza di mantenere i rapporti con i cittadini”
“in che senso?”
“nel senso che il tuo ufficio stampa fa schifo”
“perchè?”
“lascia perdere, è che son buona e non ne ho fatto di niente”
“ma di che parli?”
“volevo parlare con te prima di scrivere una cosa ma….lascia perdere dai”
“e perchè non mi hai cercato?”
“ci ho provato ma…. niente dai”
Tira fuori un biglietto da visita.
“chiamami”
“si vabbè”
“chiamami”
Ora vedo. Sono nella fase rivoluzionaria. Non so se.

Al bar sotto casa

Viscontessa, 21 maggio 2008

“oh meno male che sei arrivata! Vuoi provare a spiegarglielo tu?”
Francesca è appoggiata al bancone di fronte ad un Aperol liscio con gli occhi gonfi di lacrime.
Una ragazza di colore sfoglia svogliatamente un quotidiano mentre un’altra seduta ad un tavolino sta mangiando un panino.
“che succede?”
“dice che il padrone di casa vuole buttarla fuori ” mi porge un pacchetto di sigarette e con lo sguardo mi indica il bicchiere di Francesca.
“ma è una cosa seria?”
“si e no, se la smettesse di piangere e di bere…. ci provi tu?” Veramente avrei un po’ fretta ma mentre formulo questo pensiero anche la ragazza con il panino e quella di colore mi rivolgono uno sguardo implorante poi il brevissimo attimo di silenzio viene squarciato da un singhiozzo.

Francesca avrà sessant’anni o forse venti, porta due codine bionde ai lati del capo e parla con un pesante accento francese.
“allora, cosa succede? Cosa vuol dire che il padrone di casa ti vuol buttare fuori?”
“sono senza acqua da due anni, mi ha mandato gli operai che nel condominio gli hanno fatto causa e ora dice che mi butta fuori dopo venticinque anni che vivo lì.”
“ma non c’è quella cosa dell’usucapione?”
Ad intervenire è Rossella la proprietaria del bar, piccola, mingherlina e con un pesante accento siciliano.
“Ma c’è un contratto?”
“No” singhiozza Francesca “per questo ho paura che lui mi butti fuori”
“Guarda che se tu paghi un affitto al nero da 25 anni, il problema non è tuo ma del tuo padrone di casa”
“ecco vedi?!?! te lo avevo detto”
“Rossella per favore non ti ci mettere anche tu che due mesi fa ci ho messo una settimana a convincerti che con un regolare contratto di affitto nessuno poteva buttarti fuori!”
“ah ma ho risolto sai! Gli ho detto a quella del piano di sotto che io non me ne vado e che se il mio cane gli da noia se ne vada lei. E lo sai lei cosa mi ha risposto?”
“ehm no, ma non è che stiamo divagando?”
Francesca ricomincia a piangere “i miei gatti! I miei poveri gatti!”
“beh mi ha risposto che quella è casa sua e lei non se ne va!”
“e tu?” a parlare è la ragazza di colore con i pantaloni a vita bassa, la fascia in testa e una cascata di piercing.
“ma lo sai che sono due anni che sono senza acqua! Quello stronzo mi ha detto che sono sempre al bar! Certo che sono sempre al bar, è l’unico posto dove posso venire in bagno!”
“gli ho risposto che anche quella è casa mia e io e il mio cane non ce ne andiamo!”
“oggi ho fatto popò nel giardino accanto! Ti rendi conto?” .
“oddio! La fate finita tutte quante? Allora ricapitoliamo. Tu adesso la smetti di bere e torni a casa tua, la prossima volta che il padrone di casa pretende di entrare tu gli dici che chiami i carabinieri perchè lui non ha il diritto di entrare”
“e se la mandassimo all’unione dei piccoli inquilini?” la ragazza con il panino ha finito di mangiare
“i carabinieri? Così mi buttano fuori” e giù lacrime.
“io a quello stronzo gli direi che è uno stronzo”
“io invece gli direi che è casa mia e non me ne vado”
“secondo me bisognerebbe che si rivolgesse a qualche associazione”

“Basta! Voglio dire tu smettila di piangere e te falla finita di dargli da bere e anche voi, cazzo, non mettetegli strane idee in testa che già mi pare abbastanza confusa”.
Silenzio.
“e poi devo andare che ho lasciato la bambina a casa da sola”
“beh certo, vai pure tu che una casa ce l’hai”
“fino al 2009”
“in che senso?”
“sfratto esecutivo”
“cazzo!”
“che paese di merda”
“merde”

La ragazza di colore torna a sfogliare il giornale, l’altra raccoglie le briciole dal tavolo, Francesca ordina un altro Aperol e Rossella finalmente mi da il resto delle sigarette.
“buona serata, ci si vede ragazze”

Ronde di solidarietà

Viscontessa, 18 maggio 2008

E’ quasi commovente la generosità con la quale tanti cittadini dabbene non vedono l’ora di mettersi a disposizione della comunità per proteggerla e difenderla dalla criminalità.
In un contesto sociale nel quale se vivi da solo e ti senti male devi solo sperare di accasciarti al suolo facendo abbastanza rumore da sollevare le proteste dell’inquilino del piano di sotto, non mi sarei mai aspettata che la mia sicurezza stesse così a cuore a tanti volenterosi cittadini.
Sarà che nella vita di tutti i giorni, in quella quotidianità che per antonomasia non proclama mai eroi, non mi capita così spesso di incontrare persone tanto premurose verso il prossimo neanche quando la premura potrebbe essere per esempio soltanto quella di evitare il parcheggio dell’auto in modo da ostacolare l’attraversamento pedonale.
Certo che parcheggiare male l’auto non è un crimine così come non è un paladino della giustizia chi invece si preoccupa di parcheggiare sempre bene, tuttavia sono proprio le piccole cose a far la differenza, è lo spirito che anima le nostre azioni a renderci persone degne e più o meno meritevoli di fiducia.
D’altra parte che per “dinamiche del branco” ci si riferisca a quei meccanismi in grado di risvegliare i peggiori istinti dell’uomo, è cosa ormai risaputa e non mi consola affatto sapere che le intenzioni di chi propone le ronde cittadine sono sicuramente migliori di quelle che animano il branco: le famose dinamiche, molto più democratiche e popolari di qualsiasi intenzione, si applicano indistintamente al gruppo, qualunque esso sia.
Mi sembra invece interessante soffermarsi su questo nuovo moto dell’anima che conduce tanti a desiderare di rendersi utili per la comunità in maniera più attiva e partecipative rispetto a quelle a cui abbiamo assistito fino ad oggi oggi. Non più solo cene a base di champagne e aragoste per contribuire ad aiutare i paesi affamati del terzo mondo ma finalmente la voglia di offrire agli altri anche il proprio tempo ovvero il bene più prezioso di cui la nostra società possa disporre.
Quello stesso bene la cui presunta assenza ci ha costretto fino ad oggi ad affidare i nostri anziani alle badanti . E allora se prevenire è meglio che curare e se le intenzioni di chi propone le ronde cittadine sono quelle di combattere il degrado e la criminalità, perchè non organizzare ronde di solidarietà per evitare a monte che la criminalità si formi? Ma soprattutto, mi rivolgo a te giovane sceriffo votato alla causa, prima di uscire per salvare il mondo, hai salvato l’inquilino del piano di sopra che non vedi da settimane?

la prossima “ciliegina” protresti essere tu

Viscontessa, 15 maggio 2008

La colpa è degli extra comunitari che vengono nel nostro paese e non rispettano le nostre regole. Anzi no, la colpa è dei rumeni che si comportano come pensavamo si comportassero gli extra comunitari che invece si comportano meno peggio di quanto si comportino i rumeni.
Anzi no, non va bene neanche così, la colpa è dei Rom che si comportano ancora peggio di quanto potrebbero comportarsi i rumeni che vivono e lavorano onestamente nel nostro paese come gli extra comunitari in regola che anzi sono brava gente come gli arabi che fino ad un paio di anni fa erano tutti presunti terroristi ma adesso del velo e dei crocefissi non importa più niente a nessuno che anche gli albanesi son tutti muratori e i filippini non hanno voglia di far niente ma son onesti anche se gli indiani sono più efficienti ma puzzano mentre i sudamericani sono sfaticati e chiattoni mica come i cinesi che vivono come bestie nei capannoni dove lavorano anche 25 ore al giorno mentre i cingalesi vendono ombrelli e i magrebini spacciano droga che poi insieme alle puttane degli albanesi, alle scarpe dei cinesi e alla refurtiva degli slavi, sono tutta roba che ci vendono a noi rispettabilissimi cittadini italiani.
E che ne sapevo io che quella aveva tredici anni? Ne dimostrava molti di più e le scarpe costano molto di meno e non potevo sapere che i cinesi le fanno cucire ai bambini quando escono di scuola. Punto.
E poi ci sono i mafiosi, i leghisti, i grillini gli Sgarbi, i Travaglio, i Papa Boys, i belsuconiani, i dalemani, i sacerdoti, i giornalisti, gli psichiatri, gli opinionisti, gli esperti.
Servire caldo con granella di donne finemente triturata e guarnire con show girls, vallette, tette, pretty woman o ministre a piacere.
Punto.
Nel nostro piccolo raptus di follia, stalking, bulli, stupratori, molestatori, bamboccioni, vitelloni, gioventù bruciata, grotte, pozzi, anfratti. Morte.
Morte della guarniture e della granella. Tre minorenni uccidono una ciliegina, oliva verde stuprata da un rumeno, fogliolina di insalata vittima della gelosia del fidanzato, giovane rapanello torturato e violentato per giorni da una banda di sedani coetanei. La colpa è degli extra comunitari che vengono nel nostro paese e bla bla bla.
No anzi la colpa è dei raptus di follia, stalking, bulli bla bla bla.

Se ne parla stasera con i mafiosi, i leghisti, i grillini gli Sgarbi, i Travaglio, i Papa Boys, gli psichiatri, i giornalisti bla bla bla in una speciale puntata di. dal titolo “gioventù bruciata”.
Ciliegine, olive e rapanelli a letto dopo i Cesaroni che ad indignarsi perchè gli uomini non rispettano più le donne come rispetterebbero gli uomini ci pensano gli uomini.

La prossima Velina potresti essere tu.

La festa della mamma

Viscontessa, 12 maggio 2008

- Pronto Giovanna sono io! – me lo dice come sempre in tono allarmato come se avessimo lasciato in sospeso qualcosa di essenziale.
- Pronto mamma anche io sono io, dimmi – le rispondo con lo stesso tono ma non capisce.
- E’ successo qualcosa?
- No perchè?
- Ah no niente, mi pareva che tu avessi una voce strana, ma hai fretta? Ti disturbo?
- No mamma, scherzavo
- Ah si scusa, volevo dirti che è da mezz’ora che piango
- Piangi? Addirittura! Non è da te.
- Mi son detta, ma guarda che stronza, ma non ce l’ha una mamma? Poi stamattina mi son svegliata e ho capito benissimo. Mi son vestita di corsa e sono scesa a prendere il giornale. E ora son qui che piango come scema. Beh, ora anche se tu non facessi altro nella vita… posso morire contenta.
- Esagerata!
- No davvero grazie.
- Prego. Sapevo che lo avresti letto, volevo farti una sorpresa
- E’ stata una sorpresa bellissima.

Eppure c’è ancora qualcosa che rende la festa della mamma diversa da tutte le altre ricorrenze simili. La mamma certo, che senza stare a scomodare tutti i luoghi comuni su questo personaggio fondamentale nella vita di ciascuno di noi, è sempre qualcosa di più e di diverso rispetto a tutte le altre figure importanti della nostra vita. Qualcosa appunto, perchè oltre ad essere qualcuno, la mamma è anche qualcosa che ci portiamo dentro nostro malgrado e che a volte è un mal di pancia per una marachella altre un filo d’ansia per un una bugia, qualche volta una nostalgia infinita per una lontananza forzata e altre ancora una gioia improvvisa per una carezza. Tutte sensazioni che crescendo restano intatte e che quando riaffiorano anche se per motivi o con modalità diverse, ti fanno subito sentire inadeguato, mai abbastanza grande, mai sufficientemente autonomo o troppo poco riconoscente. Sensazioni insomma in grado di cancellare in un attimo il tuo lungo percorso per diventare adulto.
Per questo la festa della mamma è quasi una ricorrenza privata come potrebbe esserlo un anniversario di matrimonio, una ricorrenza che non è mai riuscita a diventare un’occasione pubblicitaria e che al di là delle iniziative benefiche che l’accompagnano, viene vissuta dalla maggior parte di noi con la delicatezza e l’intimità che merita. Un fiore, un dolce, una telefonata sono tutto ciò di cui ha bisogno per essere celebrata ed è proprio nella semplicità di questi gesti che talvolta tocca fermarsi a riflettere su questo rapporto indissolubile anche quando ci pare di essere riusciti a superare tutto il carico emotivo che esso comporta.
Io per esempio che fisicamente non assomiglio per niente a mia madre, ieri ho deciso di festeggiare la genitrice calzando un paio di sandali aperti. Ho sempre pensato di avere un piede talmente brutto da rifiutarne qualsiasi tipo di pubblica esposizione a maggior ragione quando l’ostentazione non fosse stata strettamente necessaria, tuttavia, ahimè, il piede brutto è l’unica cosa che fisicamente mi lega a mia madre e per questo ieri ho deciso di non vergognarmi, di non vergognarmene più e sono uscita con i piedi di fuori.
Perchè al di là di tutto mi piace pensare che la festa della mamma sia l’occasione per ritrovare, almeno per un giorno, quel conforto materno che non conosceva compromessi. Una carezza e per un attimo il mondo non ci fa più paura.

Su Il Firenze di oggi.

E io tanto non penso, non ci penso, è tutto sotto controllo. Non è il periodo giusto per soffrire.

Era crollata la casa! C’è stato un terremoto! Una tremenda inondazione! Le cavallette! Non è stata colpa mia! Lo giuro su Dio!

Viscontessa, 10 maggio 2008

Era crollata la casa
Mi è svampato il computer. Avevo una tovaglia con un’orrenda macchia di sugo proprio nel centro così ho pensato di metterla a mollo nella varechina per una decina di minuti. Poi, visto che avevo la bottiglia della varechina in mano, mi son detta che già che c’ero potevo provare a lavarci il pavimento in cotto del giardino ma subito dopo aver buttato la varechina per terra, è suonato il campanello così ho mollato tutto lì e sono andata ad aprire. Posta da firmare e la solita postina mi consegna la solita multa contro alla quale come al solito farò ricorso. Stiamo parlando del ricorso della multa, quando suona il telefono e Luisa di Sky mi propone per la terza volta in una settimana una mese di prova gratuita. Ancora con Luisa al telefono e la postina sull’uscio, mi arriva un messaggio sul cellulare ma mentre vado a cercare di corsa il telefono che ricordavo di aver usato come zeppa per il tavolo nell’attesa che la colla con cui avevo attaccato la zampa si seccasse, sono inciampata nel cane che ululando ha infilato la porta aperta e si è scaraventato in strada. Al che ho messo la cornetta in mano alla postina perchè parlasse lei con Luisa e mi sono precipitata in strada a rincorrere il cane senza pensare che avevo un paio di pantaloncini corti e gli stivaloni di gomma. Morale, mi è svampato il computer.
No.

C’è stato un terremoto
Chiedo perdono a miei affezionati lettori per la latitanza di questi giorni ma sono appena tornata dalla Fiera del Libro di Torino e i giorni che hanno preceduto la mia partenza sono stati zeppi di impegni e di cose da fare. Ovviamente, come avrò modo di raccontarvi nei prossimi giorni, ne è valsa davvero la pena perchè ho fatto cose e ho visto gente ma nei prossimi giorni sarò più precisa e giuro di mettermi in pari anche con le mail. Tanto però sappiate che è andato tutto a gonfie vele e anche se per scaramanzia ancora preferisco non parlarne, ci sono grosse novità in arrivo.
Mmmmm

Una tremenda inondazione
Quest’anno mi è presa la primavera glamour. Parola d’ordine: balleria ton sur ton con il foulard ormai diventato accessorio indispensabile per nascondere le rughe del decoltè. Lo stile Jeckie Kennedy de noartri ho notato che mi si addice, tanto che ieri sera persino un rumeno ubriaco mi ha schifato perchè ha detto che sembravo un manichino con un palo in culo. Tuttavia ho finalmente acquisito una certa pratica nel farmi lo chignon e adesso passo abbastanza agevolmente dalle porte. Sappiate comunque che incollarsi con la lacca ad uno stipite della porta e rimanervi incastrata per tre giorni non è stato affatto piacevole. Per fortuna avevo con me il cellulare con il quale ho potuto chiamare il mio poucher di ballerine perchè me ne recapitasse urgentemente un paio da abbinare con il color testa di moro della porta in questione.
Mah

Le cavallette
Mi sono svegliata con la netta sensazione che il mondo mi fosse crollato addosso. Dev’essere stato per via di quel mal di testa a calotta che mi ha tenuto compagnia nei giorni scorsi e che quando provavo ad alzarmi dal letto, mi avvolgeva la testa come un polipo conficcandomi di tanto in tanto qualche tentacolo nell’occhio sinistro.
D’altra parte se non fosse stato per la piovra dell’occhio non mi sarei neanche accorta di avere qualche organo in più rispetto a quel cervello ribelle e maleducato che mi sbatteva sul cranio.
Sapere di avere un occhio, per quanto minacciato dai tentacoli della bestia infernale, è una gran bella comodità perchè quando hai quasi raggiunto definitivamente la consapevolezza di essere un’ameba, ecco che ti rammenti che le amebe non hanno occhi pertanto devi essere per forza un essere almeno leggermente più evoluto. Magari una mosca e ti torna in mente Kafka.
Si vabbè.

Non è stata colpa mia
- però non ti va bene niente!
- E tu chi accidenti sei?
- E che ne so io? Dimmelo tu chi dovrei essere a questo giro
- Nessuno per bacco!
- Ah ok, allora sono Nessuno
- No guarda che questa storia di Nessuno se l’era già inventata Ulisse quando aveva accecato il ciclope
- Ma perchè Bacco non c’è?
- Bacco? E che c’entra adesso Bacco?
- Uffa, ma cosa vuoi che ne sappia io! Sei stata tu a dirmi che ero Nessuno per Bacco.
- Oh Madonna!
- Madonna? Senti basta che decidi che non è che posso star qui una settimana a fare il solito teatrino con te che inventi le scuse e io che te le smonto.
- Ecco, allora vattene.
- Ok, ma almeno mi offri una sigaretta?
- Non ci penso neanche
- Bastarda te la farò pagare!
Per carità!

Lo giuro su Dio
Isaia 9:5-6
5 Poiché un bambino ci è nato, un figlio ci è stato dato,
e il dominio riposerà sulle sue spalle;
sarà chiamato Consigliere ammirabile, Dio potente,
Cavaliere, Presidente del Consiglio,
6 per dare incremento all’impero
e una pace senza fine a Palazzo Chigi e al suo regno,
per stabilirlo fermamente e sostenerlo
mediante il diritto e la giustizia,
da ora e per sempre:
questo farà lo zelo del SIGNORE degli eserciti.

Sto leggendo la Bibbia

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