Tutta la vita davanti
Viscontessa, 7 Aprile 2008Michela Murgia ha la capacità di soffiarmi tutte le idee che ancora non ho neanche formulato e di formularle con le parole che io avevo dimenticato che esistessero. Parole semplici ma incastrate talmente bene tra loro che quando ho finito di leggere i suoi articoli mi sento in ordine, ben messa, a posto come quando esco dal parrucchiere.
Michela però non la conosco anche se oltre ad ammirarla, condividerla e stimarla, la percepisco come si percepisce la sensazione di un ricordo atavico od onirico, come le proprie radici che affiorano in superficie e si lasciano annusare per poi scomparire nuovamente sotto il terreno caldo e umido delle proprie origini.
La sua terra, la Sardegna, è un po’ anche la mia. Per quanto la mia somiglianza con mia madre sia estremamente limitata, c’è qualcosa che va ben oltre i luoghi comuni sulla Sardegna e i suoi abitanti e che mi porta ad amare quella terra e i suoi abitanti con lo stesso orgoglio, signorilità e durezza con la quale tutti gli isolani restano attaccati alle loro origini,. Qualcosa che riaffiora ogni volta che metto piede in Sardegna, una muffa dell’anima che è vita e speranza, e qualcosa che mi inorgoglisce e mi intimidisce ogni volta che ho a che fare con i suoi abitanti.
Si nasce con una dignità che si è costretti a portarsi dietro anche nei momenti più difficili come si nasce viscontesse anche se è solo un nick che ognuno interpreta come preferisce.
Per questo non esistono luoghi, situazioni o lavori che possono intaccare quella dignità e per questo pare del tutto normale, quasi ovvio, che un lavoro come operatrice di un call center si trasformi per una come Michela prima in un libro e poi in un film firmato da quel regista che rimarrà per molti soprattutto “Ovo Sodo” , Paolo Virzì.
Il libro di Michela nonostante tutto non l’ho ancora letto in preda, come mi capita di tanto in tanto, a quella sindrome del dì di festa che mi porta ad indugiare sul sabato del villaggio per godermi l’attesa della domenica. Tuttavia ieri pomeriggio ho affrontato la versione cinematografica del suo libro spinta, lo ammetto, non solo dalla curiosità per l’accoppiata Michela-Virzì, ma da quella della vita in diretta degli operatori del call center dell’azienda dove lavoro anche io.
Un film che come mi hanno raccontato molti ragazzi con le cuffiette, ha lasciato l’amaro in bocca più per le speranze infrante da neo laureti che non per la desolazione umana, eccessiva ed esasperata, con la quale Virzì racconta la storia dei precari addetti ai call center.
Certo, per offrire anche solo un assaggio di ciò di cui stiamo parlando, era necessario calcare la mano su tutti gli aspetti più avvilenti di una professione che forse è purtroppo nella realtà, la vera esasperazione di una cultura dell’immagine e della comunicazione, ma nel complesso questa esasperazione viene poi concentrata sulle caratteristiche di ogni personaggio tanto che l’auspicata riflessione su che cazzo di mondo che abbiamo contribuito a costruire, risulta alla fine impossibile da affrontare.
Nessuno, uscendo dal cinema, può riconoscersi nei personaggi di un film che, come i precedenti film di Virzì, ha il merito di restituirci il lato più genuino e più tenero della gioventù, perchè anche la stessa Marta, la protagonista, è genuinamente tenera in un contesto nel quale chiunque avrebbe perduto la verginità dell’anima o la capacità di ragionare con la sua testa.
E ora non mi resta che il libro.





8 Aprile 2008, 9:06
beh, in effetti è bello leggerla.
un giorno vedremo anche il tuo film, carissima massaia?
8 Aprile 2008, 9:58
PErò….il film ho in programma di vederlo, e mi vien voglia di leggerlo, il libro.
8 Aprile 2008, 13:00
Davvero? Lavora nei call center anche al Viscontessa??
8 Aprile 2008, 16:02
lavoro in un call center, ma in amministrazione quindi niente telefono:-)
9 Aprile 2008, 13:15
beh, forse era meglio il telefono…
10 Aprile 2008, 13:35
dì la verità…l’hai scelto tu il titolo