Postriciclo: buoni e cattivi
Viscontessa, 21 Marzo 2008Marco ha festeggiato i suoi quarant’anni con gli amici e una puttana raccattata in un locale.
Lui se la ricorda russa perché l’Erzegovia non sa neanche dove sta e poi l’importante era che non fosse una di quelle nigeriane con il culo enorme e il puzzo di stalla sotto alle ascelle.
Doveva solo scoparsela e da dove veniva quella puttanella di si e non diciott’anni, non era affar suo.
Però si ricordava la sua figa bionda e lo sguardo vecchio di chi di cazzi ne ha già visti anche troppi e non si impressiona certo per uno più grosso di un altro. Gli avrebbe fatto piacere che lei lo avesse notato ma era solo una puttana e se una sceglie di fare la puttana evidentemente ci è portata e non era certo colpa sua se alla sua età era già finita a fare quel lavoro.
Non è vero che la miseria giustifica tutto, se una è una persona onesta va a pulire i cessi piuttosto che a fare la puttana ma con quello che gli è costata quella sera, quella lì ci campava tutta la famiglia per un mese intero.
E poi secondo lui lei si era anche divertita, questa era la verità.
Marinella non aveva niente da rimproverarsi, era stata troppo impegnata con i bambini per chiamare Anna e adesso che aveva trovato il tempo per ascoltarla, Anna non aveva niente da raccontarle.
Magari le cose si erano sistemate ed era lei una sciocca a farsi tanti sensi di colpa per la sua amica sfortunata.
Che poi, pensandoci bene, Anna era sempre stata un po’ così, troppo remissiva, troppo docile con il marito.
Marienella glielo aveva detto tante volte, la prossima volta che alza le mani tu fai le valige e te ne torni da tua madre.
E invece Anna niente, le diceva di si che lo avrebbe fatto e la volta dopo era sempre lì.
Anna le telefonava in lacrime e Marinella la consolava, ma quell’inverno i bambini era stati sempre malati e aveva dovuto cambiare tre tate così le ultime volte che si erano sentite Marinella aveva sempre un tono un po’ frettoloso e Anna aveva smesso di chiamarla.
Ma non poteva essere colpa sua, sicuramente Anna aveva trovato il modo di far ragionare quella bestia di suo marito e le cose si erano sistemate.
Tornò a pensare alla tata nuova, anche l’ultima se ne era andata via, se Anna non fosse stata così irriconoscente, le avrebbe chiesto se voleva lavorare per lei.
E poi secondo lei la gente non meritava niente, questa era la verità.
Antonio aveva ereditato l’appartementino dei genitori e aveva deciso di investire il ricavato dell’affitto per assicurare un futuro a suo figlio. Una piccola pensione che lo avrebbe aiutato a vivere anche quando loro non ci fossero stati più.
Lo avevano saputo fin da subito che il piccolo Benedetto non sarebbe stato come tutti gli altri bambini ma l’amore che li legava a quel piccolo feto, se possibile, era aumentato alla notizia della sua malformazione e quando finalmente Benedetto si eradeciso a nascere, lui e sua moglie erano stati i genitori più felici del mondo.
Don Giulio, a cui Anotnio era legato da una profonda amicizia, li seguiva con affetto e ammirazione e non dimenticava mai di portare una parola di conforto ogni volta che l’esperienza con Benedetto si faceva più dura e più dolorosa. Antonio, da parte sua, ricambiava aiutando Don Giulio in parrocchia con i ragazzi dell’oratorio che il sacerdote raccattava per la strada.
Antonio l’appartamentino lo aveva affittato proprio tramite Don Giulio e fu dato in locazione ad una coppia proveniente dall’Erzegovia. Un uomo e una donna a cui, per carità cristiana, non fu mai chiesta l’umiliazione di presentare una busta paga per ottenere l’appartamento in affitto.
Antonio pensò che fossero padre e figlia e che quello sguardo da vecchia della ragazza fosse la storia di un dolore antico che grazie all’aiuto suo e di don Giulio, avrebbe presto dimenticato.
E poi secondo lui la sofferenza aiutava a crescere, e questa era la verità.
Angela aveva avuto una madre che non si era mai fatta scrupoli ad elencarle i sacrifici che aveva fatto per lei.
Di suo padre ricordava poco ma dai racconti di sua madre ne emergeva un personaggio spregevole che sua madre aveva sempre sopportato per amore suo.
Angela aveva giurato che a lei non sarebbe mai capitato di dover dipendere da un uomo e aveva sempre lavorato come una matta per potersi garantire quell’autonomia economica che l’aveva infine portata a raggiungere una posizione di rilievo.
Memore delle sue origini emotive, aveva sempre scelto collaboratrici donne e aveva sempre fatto di tutto perché la sua efficienza fosse merito anche loro.
Poi un giorno le era capitata Anna, una donna bella e di una intelligenza fuori dal normale ma con quei suoi momenti di buio che Angela, nonostante gli sforzi, non riusciva a comprendere.
Un giorno Angela convocò Anna nel suo ufficio e con una dolcezza quasi materna l’aiutò ad aprirsi.
Anna le raccontò tutto, pianse le lacrime più amare che avesse mai versato e quando finalmente trovò un po’ di pace ai suoi singhiozzi, trovò anche le lacrime di Angela che tramite le sue parole, avevano trovato quello sfogo che attendevano da anni.
Angela le giurò che l’avrebbe aiutata in tutti i modi e poggiandole delicatamente una mano sulla spalla, cominciò ad accarezzarle il collo e più giù verso il seno.
Anna qualche giorno dopo si licenziò e Angela giurò che mai più avrebbe versato una lacrima per qualcuno.
E poi secondo lei nella vita bisognava imparare ad accettare i compromessi e questa era la verità.
Quella sera Anna, rientrando a casa, si accorse di una ragazza bionda che aspettava l’autobus con in dosso solo una giacca troppo corta per quel freddo pungente.
Si fermò e le chiese se voleva un passaggio.
La ragazza bionda sorrise diffidente e poi accettò il passaggio.
Veniva dall’Erzegovina ed era felice di essere in Italia.
Ma poi secondo me non è successo niente e questa è solo una storia.




