Gentile Redazione

Viscontessa, 9 Ottobre 2007

Vi scrivo perché raramente capita di incontrare un troll così stupido da esercitare la propria attività con il proprio abito da lavoro e quando capita, voi mi comprenderete, l’occasione diventa troppo ghiotta per non essere sfruttata.
D’altra parte è pur vero che i troll non sono per loro stessa natura esseri dotati di particolare intelligenza ma di solito lo sono comunque abbastanza per rendersi conto che quello che fanno è talmente deplorevole da richiedere l’anonimato e quando questo non avviene, le possibilità sono solo due: la prima è che non si rendano conto di essersi lasciato il cartellino con nome e cognome appuntato sull’impermeabile che vanno aprendo di fronte ai passanti, la seconda è che non siano in grado di comprendere dove stia il confine tra libertà individuale e sopruso.
A loro discapito, va detto per onor del vero, la rete crea in tal senso molti malintesi. Si prenda ad esempio il recente caso della petizione lanciata dal sito dell’associazione degli utenti internet che sentendosi offesa per l’opinione (discutibile ma legittima) espressa nei confronti della rete da alcuni giornalisti, chiede che si firmi una petizione per richiedere scuse ufficiali di quest’ultimi. Associazione degli utenti internet? Ma vi rendete conto? In un paese come il nostro dove quattro imbecilli con un problema di calvizie formano il comitato dei trico-lesi per chiedere l’approvazione di leggi speciali per la tutela delle teste pelate, gli utenti internet per ribadire la loro indipendenza dai mezzi di comunicazione, formano un’associazione per chiedere che venga riconosciuta la loro esistenza. Come dire che un cretino per dimostrare che i cretini non esistono, si comporta da cretino.
Perché vede gentile redazione, io sono convinta che ognuno sia libero di esprimere le proprie opinioni, ma sono altrettanto convinta del mio diritto, non solo di non condividerle, ma persino di non ascoltarle e alla stregua di chi sceglie di non ascoltare la rete tanto da sostenere che la rete non esiste, nella stessa maniera io rivendico il mio diritto di non ascoltare o non pubblicare sul mio blog i commenti che ritengo offensivi. Che poi, detto proprio tra noi, io in realtà condivido l’opinione secondo la quale la rete non esiste e questo perché provo sempre un intollerabile fastidio nel sentirmi parte di un qualcosa che fonda la propria esistenza su caratteristiche troppo generiche per identificarmi.
Ciò premesso, se contro l’associazione degli utenti internet non posso e soprattutto non voglio fare niente, posso invece rivolgermi a voi perché interveniate affinchè un vostro collaboratore non se vada in giro per la rete a molestare gli utenti, e se mi permetto di rivolgervi questa richiesta è perché, ben consapevole che pur non volendomi sentire costretta ad appartenere ad una associazione che condivide solo l’uso di un mezzo, vado invece altrettanto fiera di condividere con voi la passione oggetto delle vostre pubblicazioni.
Perché poi resto convinta che sono le passioni quelle che uniscono la gente e non i mezzi a disposizione per coltivarle.
Grazie

(la presente mail non è ancora stata inviata ma)

Elezioni di Miss PD

Viscontessa, 7 Ottobre 2007

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Su Paparazzin di oggi

Ancora molte le incertezze che accompagnano l’elezione di Miss PD. Le primarie sono alle porte e gli elettori sono pronti a dare il loro voto ma tra i cittadini sono ancora molti coloro che chiedono a gran voce di poter vedere anche il lato B dei candidati. In difficoltà il comitato organizzatore: “il fattore C per tradizione è sempre stato venduto al miglior offerente e adesso non sarà facile trovare un accordo con gli sponsor”; affermazione alla quale ribattono con forza le liste civiche di Beppe Grillo “Dopo il vaffanculo day siamo pronti ad applicare il bollino di qualità sui culi delle miss che lo meritano”. Sdegnata la reazione della candidata Rosi Bindi che replica “non ho mai mostrato neanche il fattore F, figuriamoci se adesso metto in piazza quello C”. Più minacciosa invece la posizione di Miss Roma Walter Veltroni “Farò il culo a tutti e ve lo dimostrerò” che poi aggiusta il tiro e precisa “essere presi per il culo fa parte del gioco”.
Mistero invece sul nome di colui che condurrà la kermesse elettorale del 14 ottobre. Prodi, il cui nome era circolato insistentemente negli ambienti ben informati della politica, pare che all’ultimo momento abbia dovuto rinunciare: “purtroppo l’approvazione della finanziaria ha richiesto più tempo del previsto ma sono contento ugualmente perché la nostra è una finanziaria veramente giusta: più pezze al culo per tutti”. Qualche indiscrezione in più infine sul nome della valletta: è notizia delle ultime ore la candidatura di Veronica Lario scelta soprattutto per il suo fascino di donna comune. “Siamo convinti” hanno infatti affermato in un breve comunicato stampa dalla sede del PD “che lo stile acqua e sapone della signora Lario possa ripulire i nostri culi dalla vasellina con cui per anni ci ho governato suo marito”.

Ieri ho fatto indigestione/1

Viscontessa, 6 Ottobre 2007

Il mio problema è sempre il solito: scrivo a singhiozzo.
Che poi non è per il singhiozzo ma se entri in cucina e ti metti a preparare una torta e poi per finire il burro che ti è avanzato prepari i biscotti e quindi ormai che il forno è caldo ci metto dentro un pollo con le patate e le patate che ormai le ho pelate e sono troppe le faccio lesse e insieme alle patate lesse già che ci sono faccio un po’ di maionese e così via per tutto il giorno….
Insomma se poi la sera a cena sei da sola, tutta questa roba che altrimenti si sciupa, finisce che la porti al vicino di casa, alla zia, in parrocchia e ai poveretti della mensa.
Così è andata ieri ma poi stamattina mi è tornato un certo appetito e prima di rimettermi ai fornelli son tornata dai vicini a riprendermi qualcosa.
Insomma, insomma, questo è il primo, poi arriverà il secondo.
Buon appetito.

La prima volta sono morta a quattordici anni davanti allo specchio della mia camera.
La solita infanzia infelice dei bambini timidi e riservati che assorbono tutto come spugne senza che il mondo degli adulti se ne accorga. Un’adolescenza tardiva che non regala tempo alla spensieratezza della fanciullezza ma fa male come un pugno nello stomaco. E sogni di rivalsa che cominciano sempre con “un giorno anche io” mentre i giorni passano e tu resti ferma.
Poi arriva quel giorno, arrivano quei giorni nei quali il tuo corpo sonnolento di bambina si ricorda che è ora di diventare grande e nel giro di qualche mese si rimette in pari.
E arriva quel giorno in cui come sempre esci di casa pensando di essere trasparente e invece all’improvviso tutti ti notano. Ma sono io quella? E’ me che vogliono? E un senso di rabbia ancora maggiore ti attorciglia le budella. Tutto qua? E’ tutto qua quello che vi interessa? Sono le tette? Mi avete ignorato per anni solo perché non avevo le tette?
Torni a casa di corsa, ti spogli e ti guardi finalmente allo specchio.
Così sono morta la prima volta, ero stata ad una festa di compleanno e per la prima volta mi avevano chiesto di ballare. La prima volta sono morta per colpa di un ballo.

La seconda volta sono morta a ventisei anni seduta alla scrivania del mio ufficio.
Era una giornata di primavera, avevo un cane e un gatto che mi aspettavano a casa e mi ero tagliata da poco i capelli. E’ successo per caso, non mi aspettavo di morire proprio quel giorno lì e quando è successo ho provato quel senso di smarrimento che immagino accompagni gli ultimi istanti di vita di ogni essere vivente.
Le cause del mio decesso mi furono subito del tutto evidenti: la colpa era di quel taglio di capelli.
Quella mattina mi ero alzata dopo aver bevuto il caffè che il mio compagno mi aveva lasciato sul comodino come ogni mattina. Poi avevo riempito la vasca da bagno e mi ci ero immersa dentro mentre il canto degli uccellini che proveniva dall’esterno mi accompagnava dolcemente verso il mio destino. Mi ero preparata con calma dopo aver scelto nel mio vasto guardaroba un paio di pantaloni taglia 42, una camicia di seta e una giacca dal taglio perfetto. Quindi una ravvivata ai capelli corti e poi una mandata di chiavi al mio bell’appartamento dei quartieri alti. Quasi duecento metri quadrati di appartamento di proprietà oltre ad un terrazzo grande quasi quanto l’appartamento e poi il garage, il posto auto, la cantina e gli investimenti sicuri e redditizi. L’ufficio invece era situato in un palazzo storico della mia città e la scrivania Luigi XV sulla quale erano appoggiate le mie cose, quella mattina era sgombra di carte e rivestita invece da un raggio di sole che filtrava dalla finestra.
Come ogni mattina mi ero fatta portare la colazione e poi avevo avuto una piacevolissima conversazione con una cliente che dopo aver firmato un assegno di 75 milioni di vecchie lire, mi aveva regalato un foulard di Hermes in segno di riconoscenza.
Ed è stato proprio in quel momento, un attimo dopo aver richiuso la cassaforte dove avevo riposto l’assegno da 75 milioni, che ho cominciato a capire che sarei morta: ho passato una mano tra i capelli e mi sono accorta che contrariamente al solito quelli erano perfettamente a posto. Lì per lì, come avviene quando si comincia a percepire il pericolo, avevo fatto finta di niente ma poi rientrata nel mio ufficio avevo cominciato a morire piano, piano. Non desideravo niente, non c’era niente di niente che mi mancasse e avevo solo ventisei anni.
Che la situazione fosse tale lo sapevo ormai da diverso tempo ma come un malato terminale attaccato alla bombola d’ossigeno, io ero rimasta attaccata alla mia capigliatura ribelle per sopravvivere. Avevo un compagno innamorato, una bella casa, un bel lavoro, un ottimo reddito,un guardaroba favoloso, un cane, un gatto, una famiglia, degli amici e persino dei passatempi caritatevoli che mettevano a tacere la mia coscienza. Avevo tutto, tutto quello che pensavo avrei potuto desiderare a parte i capelli che non ne avevano mai voluto sapere di piegarsi alla vita che io avevo pianificato per loro. Poi il giorno prima di morire avevo trovato un parrucchiere che aveva sistemato anche loro e da quel giorno non avevo più niente da fare.
Così sono morta la seconda volta, ero stata dal parrucchiere e per la prima volta avevo i capelli in ordine. La seconda volta sono morta per colpa del parrucchiere.

La terza volta sono morta a trentasette anni nel giardino della casa di campagna.
Ero sdraiata sul dondolo e osservavo la fioritura del mio tamericio. Poco più in là mia figlia giocava con i cani che adesso erano tre di cui uno il cane che avevo sempre sognato. Otto era il suo nome e talmente forte era l’affetto che ci legava, che a distanza di un paio di anni dalla sua morte ho cominciato a detestarlo. Allora non mi rendevo conto che dopo di lui non avrei mai più potuto affezionarmi tanto ad un cane ma oggi che ne sono consapevole finisco spesso per incolparlo di aver compromesso, con la sua breve esistenza, tutti i miei futuri rapporti con qualsiasi cane.
Ma sto divagando.
Sdraiata sul dondolo avevo quindi spostato lo sguardo dal tamericio in fiore alla facciata della mia casa. Eccola lì, finalmente la “mia” casa, la casa in campagna tra animali e tamerici in fiore dove avrei trascorso serenamente la mia esistenza. Poco oltre, con il cuore colmo di gioia, avevo visto il mio secondo marito, il mio principe azzurro arrivato su quello stesso cavallo bianco che adesso mangiava il fieno nel suo padok, e poi mia figlia, la bambina più bella che avessi mai visto e un lavoro nuovo e diverso in società con un amica.
Certo dopo la seconda morte avevo imparato che le cose bisognava guadagnarsele e negli anni che l’avevano seguita, avevo lavorato tanto su questo concetto che le difficoltà economiche che avevano accompagnato questa nuova vita, erano diventate il sale della vita stessa, l’essenza della perfezione che mi mancava nella mia vita precedente. Una figlia da crescere, un lavoro da avviare, una casa da sistemare e un rapporto di coppia da collaudare. Così vivevo la mia terza vita quando ad un certo punto il dondolo si è rotto e io un attimo dopo sono morta.
Era un vecchio dondolo mangiato dalla ruggine, un dondolo che non era più possibile riparare e che doveva essere buttato, un dondolo che come una caldaia o il frigorifero, prima o poi doveva rompersi, e mentre la sua caduta offriva alla mia una visuale diversa della facciata della casa, ecco che all’improvviso vedevo cose nuove. Gli infissi delle finestre erano da rifare e anche le tegole non stavano troppo bene e il gas era quasi finito, e la rata del mutuo troppo vicina e mia figlia troppo piccola.
Così sono morta la terza volta, ero sdraiata su un dondolo e per la prima volta mi godevo la mia nuova casa. La terza volta sono morta per colpa del dondolo.

Recuperato da Sorelle d’Italia

Largo alla tramvia, spostiamo il Battistero

Viscontessa, 5 Ottobre 2007

Diciamoci la verità: un treno che passa di fronte al Battistero non è affatto bello. Magari sarà funzionale come lo potrebbe essere un ascensore che porta sul campanile di Giotto o un cinema multi sala dentro al Duomo, ma quanto ad impatto estetico, non c’è niente da fare, il risultato è quanto meno discutibile.
D’altra parte il nostro Sindaco non vuol sentir ragioni, la tranvia passerà da piazza del Duomo e anche incatenarsi per protesta agli alberi della nostra città, non pare una soluzione praticabile visto che anche loro verranno sacrificati in nome della viabilità.
Se però invece di far arrabbiare il nostro Sindaco spostassimo lo sguardo appena poco più in là, ci accorgeremo che i nostri cugini d’Oltralpe, quei cugini un po’ spocchiosi che hanno inventato la Costa Azzurra molto prima della nostra Costa Smeralda, hanno risolto brillantemente “l’affaire” della tranvia di Nizza spostando la statua di Garibaldi di qualche metro, per far spazio alle nuove rotaie.
E allora, per far contenti tutti, perché non spostare anche noi il Battistero e magari pure il Duomo e il campanile di Giotto? Smontiamo tutto come hanno fatto per l’obelisco di Axum e rimontiamo tutto un po’ più in là, magari, per incrementare il turismo e il commercio, si potrebbe rimontare i nostri bei monumenti vicino all’outlet di Barberino. E se la cosa funziona, magari più in qua, ci si porta anche palazzo Pitti nel quale allestire il più grande iper mercato della storia dell’uomo e al suo posto ci si costruisce un enorme stadio di calcio coperto.

Su Il Firenze di oggi

Postricilo 3

Viscontessa, 4 Ottobre 2007

Avevo un’amica sempre molto attenta ai problemi sociali.
Le piacevano tanto i bambini, e gli handicappati le facevano tanta tenerezza per non parlare poi degli anziani vera e preziosissima risorsa di ogni società civile. E le piacevano anche gli animali, i cani in particolare.
Sempre pronta ad ogni battaglia in favore dei più deboli sfoderava per l’occorrenza quel suo atteggiamento un po’ retrò da nostalgica dei figli dei fiori anche se lei era troppo giovane per esserlo stato.
La mia amica si prodigava sempre per gli altri, una volta ospitò in casa sua un ragazzo albanese e la sua compagna che erano momentaneamente senza alloggio. Due giorni dopo però era già stufa e prese un cagnetta randagia che rimase incinta un mese dopo. E il mese successivo i cuccioli affogarono tutti in una fontanella del giardino cosi che lei per non soffrire troppo al sol ricordo, si regalò anche l’adorabile cagnolina. L’albanese e la sua compagna invece rimasero a casa sua un po’ di più e lei ogni giorno mi chiamava per lamentarsi del bagno sporco, della televisione sempre accesa e non ricordo neanche più di quale altra grave mancanza della coppia sua ospite.
Poi ci furono gli handicappati, l’invadenza di un ragazzino down che stava sempre a casa sua, fu una benedizione del signore per circa una settimana, poi divenne un fastidio, infine un peso e così i bambini amichetti di suo figlio che dopo un paio di inviti a casa sua, furono bollati come maleducati e per questo dal quel giorno ignorati.

Un giorno, nella sua foga di altruismo, ospitò a casa sua un bambino Bielorusso.
Io adesso non saprei dire che fine hanno fatto questi bambini ma qualche anno fa offrire una vacanza in Italia a queste creature forse vittime di Chernobyl, forse solo vittime della miseria, era di gran moda in tutte le famiglie all’avanguardia.
Il suo non ricordo come si chiamasse ma era un ragazzino pallido e dai capelli biondi che non mostrò mai molto interesse per la famiglia che lo ospitava mentre si integrò subito perfettamente con la dispensa e la playstation.
Arrivò a casa della mia amica con quattro cenci e senza neanche uno spazzolino da denti perché anche l’igiene personale, è un fattore culturale irrilevante quando i denti si usano poco.
La mia amica, che del dialogo e la comprensione aveva sempre fatto i suoi cavalli di battaglia, fu commossa all’inizio da quella che lei riteneva timidezza e nella sua casa, nella sua famiglia, nel suo paese e nella sua vita, cercò di dialogare con il ragazzino affinchè il piccolo prendesse consapevolezza della necessità di lavarsi i denti e di mangiare composti a tavola o comunque di rispettare quelle regole base che si meravigliò non poco non fossero già metabolizzate anche dal ragazzino russo.
Il ragazzino russo di tutto ciò se ne fregava e come un piccolo selvaggio imperversava in casa senza regole e senza morale, usando il bagno con la porta aperta o ruttando a tavola mentre lei preparava gli spaghetti che sono un tipico piatto italiano.

Cio’ che però alla fine la convinse però a non ripetere più quell’esperienza, fu il bucato.
Il ragazzino russo infatti, non aveva idea di cosa fosse né la carta igienica né l’uso del bidet.

Nel mio piccolo…

Viscontessa, 2 Ottobre 2007

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Nel mio piccolo mi è scappato l’uccello. Era una bella coppia, si erano conosciuti a settembre e lei aveva appena finito di deporre le uova ma mia figlia voleva vederle, ha aperto il nido e il maschio è scappato. Lei cova e non lo cerca, lui è volato via, uccel di bosco, l’ha ingravidata, gli ha lasciato tre uova da covare e se n’è andato. E poi li chiamano “inseparabili”….

Nel mio piccolo domenica sono stata a Roma per l’aperitivo del blog di Grazia. Ho rivisto Giulia e Roberta e con loro ho camminato sotto al sole dell’ora di pranzo direi per ore. Ma Giulia ha le gambe molto lunghe e un’energia contagiosa, e Roberta verrebbe voglia di metterla sotto ad una campana di vetro e tenerla sul comodino accanto al letto. Quindi la mia versione non fa testo.
Più tardi è stata la volta di Laura, burrosa e disponibile come sempre abbiamo concluso la serata con uno scambio di medicine e di rossetti. Per chi pensasse che le donne son tutte scarpe, ciclo e rossetti, sappia che anche le medicine, dagli analgesici agli antistaminici, concorrono in maniera sostanziosa a creare quella complicità tra donne che alcune donne si vantano di non condividere come se passare la vita a misurare chi ce l’ha più lungo fosse più prestigioso di un rossetto.
Grande successo per Gandhi che mi ha accompagnata in questa avventura e che è diventato oggetto di appunti per Simona Coppa della redazione di Grazia con la quale ho anche condiviso lievi apprensioni e stanchezze per i problemi legati all’imminente pubertà delle nostre figlie.
Strepitosa Silvia che è capace di lamentarsi ancor più di me per i tacchi alti, il freddo, il caldo, l’allergia e la stanchezza, tutti fastidi che non hanno inciso sul suo umore se non in senso positivo.
L’importante è fare delle proprie lamentele un modo di essere.
Infine Smeerch, l’unico uomo del blog di Grazia che fosse presente ma che non ho avuto modo di conoscere bene anche perché, mentre me ne stavo seduta sui gradini dell’auditorium completamente dimentica di non avere in dosso i soliti jeans ma una gonna corta con le calze a rete, ci ha raggiunto il mio consorte al quale, nel tentativo di scusarmi per l’oscena seduta, ho giurato imperituro amore.
Nel mio piccolo il tutto è stato condito da un fastidioso mal di testa.

Nel mio piccolo questa volta il mal di testa se n’è andato lasciandomi un doloroso torcicollo. Ho tutto il collo fasciato, la spalla rattrappita e una singolare andatura da Pinocchio. Tanto per non perdere l’abitudine, ho buttato giù altro Brufen e se non funziona per il torcicollo va bene uguale: meglio un antidolorifico in più che uno in meno. Siamo nati per soffrire ma questa cosa non mi convince.

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