Falce e tortello

Viscontessa, 28 settembre 2007

La pasta e il pane sono aumentati. E’ aumentato il latte, il costo della vita e il numero dei pensionati costretti a rubare il formaggio per mangiare. In crescita anche il numero delle trasmissioni e delle rubriche culinarie che svelano ad un pubblico più esigente, i segreti da gran gourmet. Sagre di paese, festival, e incontri enogastronomici offrono invece a chiunque la possibilità di degustare rane fritte o polenta concia un po’ ovunque mentre la riscoperta delle tradizioni alimentari regionali e il marchio DOP e DOC diventano argomento di discussione persino all’interno della CEE.
La guerra all’obesità la stiamo poi importando dagli USA mentre qui ci si cura con gli yogurt ricchi di fermenti lattici dai nomi impronunciabili e dalle capacità terapeutiche quasi miracolose.
La cura dell’anoressia è affidata agli stilisti e alle campagne pubblicitarie e donne in carne ma dalle curve perfette, ci assicurano che “grasso è bello” subito dopo un servizio con i consigli dell’esperto che ci mette in guardia sui rischi del grasso in eccesso.
Tanto aprono supermercati sempre più “mega”e tonnellate di cibo si riversano su banconi grandi come campi di calcio da cui occhieggiano offerte, sconti e promozioni che di giorno in giorno richiedono forme sempre più sofisticate di presentazione per risultare appetibili ai consumatori.
Qualcuno scrive un libro “falce e carrello” che dichiara guerra alla concorrenza, qui si pensava di fondare l’ennesimo partito per la tutela del povero consumatore frastornato e di chiamarlo “falce e tortello”.

Su Il Firenze di oggi

L’uomo e la bambina

Viscontessa, 27 settembre 2007

L’uomo è in fila alla cassa di uno dei tanti megastore dell’interland cittadino.
Un sabato pomeriggio poco prima dell’ora di cena quando la maggior parte delle famiglie è già di rientro verso casa.
Nel carrello dell’uomo pochi articoli, il necessario per una cena già confezionata e qualcosa per colazione. Wrustel, patatine, un litro di latte, una busta di surgelati, dei biscotti e poco altro.
Un uomo dall’aspetto modesto e il fisico mingherlino. Una maglietta infilata in un paio di jeans a vita piuttosto alta, scarpe da ginnastica, al polso un orologio a buon mercato e una catenina d’oro al collo. I lineamenti delicati e spigolosi al tempo stesso, occhi piccoli e penetranti di quelli che si incollano di nascosto su ogni paio di gambe che gli passa accanto, una leggera stempiatura e i capelli radi ordinatamente pettinati all’indietro forse con un po’ di gel o del sebo naturale.
Come nei giochi di bambina nei quali ritagliavi dal cartone una sagoma femminile e alcuni vestiti da sovrapporre alla sagoma, così, mentre sono in fila, immagino sul fisico dell’uomo mingherlino vari tipi di abbigliamento e mi accorgo che quello che gli sta meglio è un grembiule blu che gli casca sulle spalle. All’improvviso mi pare di vederlo dietro al bancone di una ferramenta a contare chiodi.
Accanto a lui bambina di 5 o 6 anni. La bambina ha gli stessi lineamenti delicati di lui ma il suo fisico è più massiccio e i suoi capelli biondi. Ha in testa una codina, alcune mollette, qualche pinza e nel complesso è una bambina mediocre come il padre anche se ho la sensazione che per la sua mamma quella bambina sia bellissima. Sarà il vezzo di quelle mollette tra i capelli o la rouche in fondo ai pantaloni da cui sbucano sandaletti bianchi ricamati.
La bambina si allontana dal padre e torna con una tavoletta di cioccolata. Il suo sguardo è luminoso e la sua espressione di sfida è evidente. Il padre senza convinzione dice alla bambina di portare indietro il cioccolato ma lei ha appena cominciato il suo gioco e sembra sapere benissimo quali siano le regole e quale il premio finale. Lui invece è molto paziente ma deciso e tra i due prosegue un tira e molla che va avanti per diversi minuti.
Cosa c’è che non va? Me lo chiedo mentre li osservo attentamente perché mi rendo conto che le reazioni dei due sono come falsate e compromesse da qualcosa che non permette loro di arrivare in fondo al quotidiano tira e molla tra genitori e figli.
La bambina sfida apertamente il padre tenendo stretta in mano la tavoletta di cioccolato e il suo sguardo è furbo e sorridente come se non fosse il cioccolato ciò che veramente le interessa ma il bisogno di sondare le reazioni del padre. Il padre insiste perché lei posi il cioccolato e non risponde alle sue provocazioni anche se il suo atteggiamento è incerto come se quel rifiuto non riguardasse solo una tavoletta di cioccolato ma la situazione stessa. Il padre non cede alla richiesta della bambina, ma è in una situazione di disagio che si percepisce anche nella bambina stessa che non chiede insistentemente la cioccolata, né il perché il babbo non voglia acquistarla ma si ostina a rimanere immobile con la tavoletta in mano ad osservare sorridente il padre che a sua volta la invita senza convinzione a riportare a posto la cioccolata.
E’ come se fossero due estranei, come se tra di loro non vi fosse alcuna familiarità recente. I due sono padre e figlia ma non sono abituati a stare insieme e mentre la bambina cerca a suo modo di instaurare un rapporto con lui e di sondarne l’autorevolezza, lui assume un atteggiamento di cui ha appreso solo alcune sfumate nozioni.
Guardo nuovamente dentro al carrello e quelle poche cose fanno pensare agli ingredienti per una cena a due da consumare con alimenti che non richiedano alcun impegno ma vadano incontro ai gusti più comuni di tutti i bambini.
Non c’è niente tra l’uomo, la bambina e gli articoli del carrello che faccia pensare ad una donna che li aspetta a casa, ma non c’è neanche quella familiarità che ci si aspetterebbe tra un padre e una figlia.
Sembra tutto così stereotipato nell’immagine di una coppia che si lascia e di un padre costretto ad occuparsi della figlia una volta alla settimana. Non che tra i due vi sia un evidente mancanza di affetto, ma vi è nell’atteggiamento del padre come l’incapacità di vedere nella bambina un essere umano in crescita che nella sua individualità non ha bisogno solo dei prodotti o degli atteggiamenti che si ritiene possano essere adatti ad un bambino della sua età.
Poi arriva il mio turno alla cassa e mi distraggo, metto sul nastro i miei prodotti mentre sento che sale la tristezza e la malinconia. Li immagino arrivare a casa e consumare quel pasto giudicato gustoso per i bambini non dall’affetto dei proprio genitori, ma dai produttori alimentari.
Poi forse un filmino giudicato adatto ai bambini dai produttori cinematografici e quindi lei che si mette il pigiamino e va a lavarsi i denti….
Poi mentre sto per uscire dal supermercato mi giro ancora una volta e questa volta la bambina è salita sul carrello e adesso li vedo abbracciati insieme, sorridenti e in un’affettuosa intimità di gesti e di parole che mi riscalda un po’ il cuore.

Ricomincio dalle pentole

Viscontessa, 25 settembre 2007

Ieri sera, mentre tentavo di scrostare una pentola, ho provato fortissimamente il desiderio di possedere una pentola per il sugo. Non ho idea di quale sia il nome corretto della pentola per il sugo che non è sicuramente casseruola, né padella ma mentre gli occhi mi si colmavano di lacrime di pura commozione, ho capito che qualunque sia il suo nome io devo avere una pentola per il sugo.
La voglio proprio uguale a quella che usano nella pubblicità di un detersivo per lavastoviglie nella quale una coppia dalla faccia conosciuta, basa la propria complicità di coppia sul modo più efficace per scrostare le pentole.
Io il sugo non lo faccio quasi mai e a dire il vero non ho mai neanche sentito la mancanza di una simile pentola, ma mentre ieri sera tentavo di scalfire e incidere i residui incrostati e mummificati della mia pentola in acciaio 18/10, mi sono accorta che io non ho mai voluto abbastanza bene alle mie pentole e ormai è troppo tardi per rimediare.

Qualche tempo fa, per esser sincera, avevo già provato un certo senso di inadeguatezza nel mio rapporto con le stoviglie. Era andata a trovare mio cugino e sua moglie e ricordo che lei, casalinga, senza figlia, senza grilli per la testa e lontana dalla famiglia d’origine, aveva con la sua batteria di pentole un rapporto quasi referenziale. Tanto per cominciare aveva una bellissima pentola per il sugo nel quale aveva cotto il peggior pollo al curry che avessi mai mangiato e poi le sue pentole erano pulite e lucide come specchi. Sorpresa da tanta luccicante precisione e soprattutto a corto di altri argomenti di conversazione, le avevo quindi chiesto come facesse ad avere pentole così belle e lucide e lei orgogliosamente mi aveva risposto che le lavava solo a mano, con molta cura e che appena lavate, affinché l’acqua rimasta non giocasse quegli strani effetti arcobaleno da cui sono colpite tutte le mie pentole, le asciugava prima con un panno assorbente e poi le lucidava con un panno morbido.

Così ieri sera, mentre mi si formava una galla su un dito che aveva premuto troppo su una spugnetta abrasiva, mi è venuta questa gran voglia di ricominciare tutto da capo e di cominciare, questa volta, dalle mie pentole.

Un futuro radioso.
Mi alzo la mattina e prendo la mia bella pentola per il sugo, cucino il sugo, la pasta o quello che mi pare e poi dopo pranzo di fronte ad un tronista della De Filippi, mi metto a lavare le pentole fino a quando non sono in grado di specchiarmici sul fondo.

Però, e questo è essenziale, voglio anche un bel grembiulino di cucina con i fiori e i volant e pantofoline morbide, calde e con un po’ di tacco per aiutare la circolazione.

Ci dicono

Viscontessa, 21 settembre 2007

Ci dicono che l’inquinamento sta distruggendo il nostro pianeta ma continuano a pubblicizzare ossessivamente la vendita di automobili.
Ci dicono che il trasporto pubblico è l’unica soluzione possibile al traffico delle nostre città ma i comuni sopravvivono grazie alle multe agli automobilisti.
Ci dicono che il tasso di natalità del nostro paese è così basso che la maggior parte della nostra popolazione è ormai vecchia, ma ci richiamano alla necessità di mantenere intatta la nostra identità culturale.
Ci invitano al proletariato di fatto: riprodursi copiosamente per fornire nuova forza lavoro in grado di sostenere l’Inps è l’unica speranza di ottenere prima o poi una pensione, ma non ci sono asili nido sufficienti neanche per i pochi bambini in circolazione ad oggi.
Ci insegnano il rispetto linguistico per i disabili invitandoci a definirli diversamente abili, ma non esistono percorsi diversamente strutturati per chi è senza gambe.
Ci dicono che l’importante è essere belli dentro ma ieri sera è iniziato l’ennesimo concorso di Miss Italia e la vincitrice sarà soprattutto bella fuori.
Ci parlano di prevenzione e ci fanno aspettare sei mesi per una tac.
Ci vietano le droghe e poi ci drogano con gli antidepressivi.
Ci dicono che viviamo in un paese libero, ma ci negano la libertà più intima di cui ogni individuo dovrebbe disporre.
E ci obbligano a vivere anche quando la natura ha già da un pezzo decretato la sua volontà.

Su Il Firenze di oggi

Se annaspi sei ancora viva

Viscontessa, 19 settembre 2007

Nessuno se ne accorge mai.
Mi si offusca la vista e all’improvviso non riesco più a vedere un futuro accettabile. Come un miope stingo gli occhi e cerco tutto il giorno di mettere a fuoco in lontananza ma l’espressione che assume il mio viso viene scambiata per uggia, noia, stanchezza.
La casa, con le sue pareti nude, diventa l’unico orizzonte visibile e il conflitto tra l’input razionale della rassegnazione e quello viscerale della ribellione mi sfinisce. Dormire per recuperare energie, mangiare disordinatamente per concedersi sollievo, il dovere per distrarsi e il tempo libero come un carnefice tra le mie frattaglie.
Mi muovo lentamente, l’incapacità di vedere oltre mi suggerisce cautela e con cautela porto avanti la mia vita mentre cerco di mettere ordine tra i ricordi dei periodi simili assegnando a ciascuno una data di inizio, una causa e una fine. Perché sono ancora qui? Me lo chiedo per consolarmi mentre di fronte allo specchio mi torturo con la consapevolezza che il tempo è come uno di quei personaggi femminili dei romanzetti d’appendice: capriccioso, volubile, inaffidabile e affascinante.
Isolarsi diventa una priorità, come uno sportivo prima di una gara importante devo concentrarmi sulla mia preparazione atletica anche se la mia concentrazione è volta all’autocommiserazione e l’autolesionismo attività, entrambe, che richiedono solitudine e metodi di espletamento rigorosi. Un’ora, due, un pomeriggio o una giornata nei quali con il naso tappato cerco di arrivare in fondo al famoso barile sul quale si narra ci sia il tesoro della salvezza. Poi torno in superficie e sfamo la razionale rassegnazione con l’atteggiamento ombroso del remissivo forzato. Mi spezzo da sola per non consentire agli altri di farlo e poi mi aggiusto per offrimi al mondo mentre coltivo in me un rancore sordo e doloroso per la mia incapacità di essere una cosa o l’altra.
Non esistono rimedi, il mio fisico è molto più forte di me e le mie influenze sono sempre senza quella febbre che giustifica l’uso degli antibiotici. Il letto per me resta sempre e soltanto un posto nel quale dormire e non mi è concesso il lusso delle lenzuola come un sudario. Raffreddori che si protraggono per mesi, tosse, mal di gola e dolori che non si sfogano mai con una febbre e che per questo si protraggono per mesi senza mai offrirmi la possibilità di un riposo.
Mi ammalo nel fisco e nell’anima con leggerezza, sviluppo gli anticorpi dell’opportunismo e mi nascondo alla vista di quel mondo ancora incapace di riconoscere alla capacità di sopravvivere nonostante tutto, lo status di patologia.
Mali di stagione, malinconia, un po’ di stanchezza, passerà come passa il tempo che debilita e infittisce i tuoi mali concedendoti spazi di respiro sempre più brevi.
Passerà, ti dicono: mangi? Dormi? Lavori? si. E allora passerà come passa un tornando che dietro di se lascia solo macerie.
E tu vai avanti sempre più consapevole di essere il peggior nemico di te stesso.

Stupido è chi lo stupido fa

Viscontessa, 17 settembre 2007

“Come smettere di fumare” è un libro stupido. E’ un libro talmente stupido che non mi ricordo neanche se questo sia il titolo corretto e in questo momento non riesco a trovarlo per controllare.
Ho guardato sotto al portacenere e tra le pila dei libretti di sudoku ma non l’ho trovato e non l’ho trovato neanche sotto i moduli per pagare le tasse, né sotto alle sigarette e neppure tra “il libro degli aforismi” e “il processo a Socrate”.
E’ un libro stupido per questo non si fa trovare ed è così stupido che adesso non mi meraviglierei se fosse in giardino a fumarsi una sigaretta. Ma io fumo in casa e non ho alcuna intenzione di uscire per cercarlo.

Comunque è un libro davvero molto stupido anche se non so decidermi quale sia con esattezza il motivo della sua stupidità. Nell’analizzare i motivi per i quali potrebbe essere così stupido, il primo che mi viene in mente è la sicurezza con la quale ti garantisce che dopo averlo letto smetterai di fumare senza fatica, e questa sicurezza è talmente irritante che non puoi fare a meno di leggerlo con un atteggiamento di sfida anziché di speranza. D’altra parte se funzionasse sarebbe geniale e non solo la popolazione intera avrebbe smesso di fumare, ma qualcuno, se non l’autore, avrebbe già fregato l’idea per applicarla alle situazioni più svariate.
Se funziona sfrutto il metodo per scrivere “Come smettere di risparmiare” e lo regalo a mia madre.

In seconda battuta ho pensato che sia così stupido perché è scritto da un americano. Non me ne vogliano gli americani ma l’entusiasmo quasi infantile con cui sono capaci di appassionarsi a qualsiasi novità, spesso li rende geniali ma qualche volta ridicoli. Capita che ciò che per gli americani è geniale e congeniale, sia per la nostra mentalità ridicolo. E capita che la nostra mancanza di entusiasmo renda ridicolo ciò che per gli americani è geniale.
Leggendolo mi vengono in mente le famose riunioni dei venditori multilevel nelle quali l’autosuggestione era fondamentale.

La terza ragione è che è noioso da morire. Nella prefazione l’autore prende in considerazione l’idea che il lettore lo possa trovare noioso e ripetitivo e giustifica la sua scelta con la necessità di effetture nel lettore un contro lavaggio del cervello. In pratica da al lettore di stupido e nessuno ha voglia di sentirsi dare di stupido.

La quarta e forse più indicativa ragione per cui è stupido è che il libro si conclude con un monito: “non prestare mai questo libro a nessuno” ed è su quest’ultimo punto che muoverei obiezione all’autore. Ma se io grazie al suo metodo ho smesso senza fatica di fumare e non ho mai più provato il desiderio di fumare, perché non devo regalare la mia copia del libro a chi ha bisogno?

p.s Tutta la premessa sui luoghi nei quali ho cercato il libro era finalizzata a chiarire meglio al lettore il mio scetticismo. Socrate non è mio.

L’M – Day

Viscontessa, 17 settembre 2007

Volevo andare a letto presto perché non volevo essere stanca domattina.
Domani è una giornata importante tanto che oggi sono rimasta tutto il giorno a casa da sola a pensare a domani. Ero così concentrata sulla giornata di domani che ad un certo punto mi sono anche addormentata e se non fosse stato che due gocce di pioggia hanno messo in allerta il pappagallo che ha cominciato ad urlare come….un pappagallo, avrei mantenuto la concentrazione onirica per tutto il pomeriggio.
Insomma volevo andare a letto presto per essere sicura di riposarmi ma oggi ero così tesa per domani che non ho quasi mangiato niente. Quasi, nel senso che ho mangiato un chilo di uva fragolina, tre yogurt all’uva fragolina e ho annaffiato il tutto con un paio di birre.
Adesso ho una sensazione strana allo stomaco. Sarà l’ansia.
E quindi volevo andare a letto presto e adesso ci vado anche se non è presto ma non è neanche troppo tardi.
Perché domani è una giornata importante, domani è lunedì, è l’inizio di una nuova settimana e domani volevo essere fresca e riposata per affrontare un’altra radiosa giornata di merda che poi non è solo una radiosa giornata di merda ma è la prima giornata di merda di una radiosa settimana di merda.
Sono ottimista.

Postriciclo 2°: 09/08/06

Viscontessa, 13 settembre 2007

La donna prese il gatto e lo mise a bollire nella pentola. Non prima ovviamente di avergli spezzato il collo come aveva imparato a fare da piccola con i conigli.
Il brodo di gatto le piaceva molto ma le piaceva molto anche rosicchiare gli occini della coda della bestiola lessa. Questo il motivo per cui sceglieva solo esemplari con la coda lunga e possibilmente anche con il pelo lungo.
E poi bastava prendere gatti molto giovani, di solito li prendeva da piccoli, i giornali di annunci gratuiti erano pieni di gente che regalava gattini tenerissimi e dolcissimi e di qualcuno c’era anche la foto: una cucciolata di micetti di tutti i colori nei quali si intravedeva dietro una mano che costringeva le bestiole a girarsi verso l’obbiettivo. A dire il vero questi erano i suoi preferiti perchè chi si prendeva la briga di fotografare i propri gattini prima di regalarli, doveva amare abbastanza i gatti per aver ben alimentato e curato mamma gatta. Certo, per non destare sospetti, non poteva quasi mai prenderne più di uno per volta ed erano rare le occasioni in cui, senza destar sospetto, riusciva a portarsene a casa un paio della stessa cucciolata, ma poi bastava girare l’angolo e c’era un altro affettuoso padrone disposto a regalare un altro gattino e volendo in una sola giornata potevi portarti a casa tutti i gatti che volevi.
Le stagioni migliori era naturalmente la primavera e l’estate, i gatti, come d’altra parte quasi tutte le specie animali, figliavano più frequentemente durante la stagione calda ma anche d’inverno si trovava sempre qualcosa e poi tra l’inizio della primavera e la fine dell’estate, ci si poteva procurare abbastanza gatti per sfamarsi anche d’inverno.
All’inizio aveva cominciato con i gatti randagi, le città erano piene di gatte randage che consumate dalla fame e dall’amore, mettevano al mondo nidiate intere di gattini pulcuiosi e cisposi che finivano sotto le macchine appena mamma gatta riusciva a staccarli dalle sue mammelle per partorirne un’altra cucciolata. E qualche volta, dopo aver raccolto quei piccoli pelle ossa che miagolavano disperati non appena lei si avvicinava con un po’ di cibo, aveva ucciso anche le gatte quando ad occhio le pareva che non fossero gravide. Le pareva che porre un definitivo rimedio a quelle vite randagie fosse il minimo che poteva fare per tutto quello che le gatte facevano continuamente per lei.
Poi ad un certo punto parte del genere umano che viveva soprattutto nelle città, pareva si fosse accorto del patimento di questi animali e avevano cominciato a castrare i gatti randagi e a creare le colonie feline ovvero gruppi di vecchi gatti sterili che non servivano né a riprodursi e neanche più ad essere mangiati. I primi tempi questa nuova usanza le complicò un po’ la vita, se prima per procurarsi qualche gatto bastava farsi una girata al parco, adesso poteva camminare giornate intere senza trovare un solo gatto che facesse al caso suo. E all’inizio quando pareva che alla penuria di gattini randagi non vi fosse rimedio, si era anche adattata a qualche grosso gatto castrato raccolto senza sforzo da una di queste colonie. Poi un giorno comprò per caso una rivista di annunci gratuiti e lì, con sua grande gioia e sorpresa, si accorse che poteva avere tutti gatti che voleva.
Di solito preferiva gatti che avessero almeno un paio di mesi, quelli più piccoli il più delle volte, dovevano ancora essere svezzati cosa di cui lei non poteva occuparsi, e quelli più grandi avevano già cominciato a mangiare fetide scatolette che ne compromettevano irrimediabilmente il sapore della carne. Per questo di solito si informava prima a che punto fosse lo svezzamento dei gattini e quando i padroni premurosi la invitavano ad un’altra settimana di pazienza perchè i piccoli prendevano ancora il latte, non metteva mai premura ai padroni restando tranquillamente in attesa del momento giusto.
I suoi gatti, infatti, erano i gatti più belli e più sani che si fossero mai potuti trovare in giro, non appena si staccavano dalla mammella materna, entravano a far parte della sua “gatteria”, come la chiamava lei, e da quel giorno e per circa un anno sarebbero stati nutriti con i migliori alimenti che un gatto potesse desiderare. La sua etica, infatti, le impediva rigorosamente di uccidere un gatto prima del compimento del suo primo anno di età, l’infanzia era una cosa sacra per la quale bisognava avere un rispetto profondo qualsiasi fosse la specie ed era suo preciso dovere fare in modo che i suoi gatti vivessero la propria nel miglior modo possibile.
Poi raggiunto l’anno di età quando le loro carni erano ancora tenere e la loro vita era stata la miglior vita che un gatto potesse desiderare, li ammazzava con un colpo secco alla nuca che non permetteva alle bestiole di soffrire e probabilmente neanche di rendersi bene conto di cosa gli stava capitando.
I gatti morti venivano scuoiati in un’apposita stanza dove le pellicce, fatte essiccare, servivano poi per confezionare coperte, cuscini, colli e persino oggetti più stravaganti come borsette o cappellini la cui successiva vendita le consentiva di poter contare su introiti più che sufficienti per i suoi bisogni, i gatti scuoiati invece finivano nella pentola d’acqua con gli odori, oppure nel congelatore per gli inverni più difficili.
Ciò che guadagnava dalla vendite tramite internet dei suoi articoli in “lapin” (chissà perchè la gente avesse tanto a cuore i gatti e così scarsa considerazione per i conigli) e non era necessario per il suo sostentamento, finiva tutto in beneficenza.

Adesso mentre nella casa cominciava a spandersi quel delizioso profumino di gatto lesso, la donna si rigirava tra le mani quell’invito non sapendo bene come regolarsi. L’associazione degli Amici del Gatto, in occasione di una serata speciale, voleva conferirle il premio quale più generosa sostenitrice della loro associazione e lei che i gatti vivi li toccava solo quando non poteva farne a meno e con le dovute precauzioni, non sapeva come fare ad accettare un invito che le sarebbe potuto costare la vita.

Sull’invito era chiaramente indicata la presenza dei loro “amici”gatti in occasione della serata ma era escluso lei si potesse presentare con la tuta che le consentiva di toccare un gatto vivo senza rischiare un shock anafilattico per l’allergia al loro pelo “vivo” ed era anche escluso che le massicce dosi di cortisone a cui faceva ricorso quando doveva andare a procurasi un gatto, sarebbero state sufficienti a consentirle una serata intera in compagnia di quelle bestie.

Tanto, sul calendario, un cerchietto rosso le suggeriva che altri quattro gatti avrebbero raggiunto l’anno di età entro la settimana prossima…….

I peli nel naso

Viscontessa, 12 settembre 2007

Non ho più voglia di scrivere.
A dire il vero non ho neanche più voglia di fare molte altre cose.
Praticamente tutte le cose che ho fatto fino a ieri.
Non ho più voglia.
Mi capita periodicamente di non avere più voglia e mi capita, con l’occasione, di sprofondare in quella noia che Moravia descriveva come assenza di voglia.
Ogni tanto cito la Noia di Moravia perché, che piaccia o meno, la Noia è stato il libro che mi ha introdotto nel mondo della letteratura e anche solo per questo gli sarò sempre riconoscente.
Sempre. Sempre poi è una parola davvero grossa perché non ho più voglia neanche di leggere o di levarmi i peli dal naso per quanto entrambe le cose siano un’abitudine difficile da dimenticare.
Solo che per leggere o levarsi i peli dal naso non devi fare niente, puoi levarti peli dal naso o leggere senza metterci niente di tuo e volendo, con un po’ di attenzione, puoi anche dormire mentre lo fai.
Invece per scrivere devi metterci del tuo.
Che poi puoi metterci anche quello degli altri ma comunque sia non puoi dormire mentre lo fai.
Non ho più voglia e questo è un problema, un grosso problema perché finchè non hai più voglia di toglierti i peli dal naso non rimpiangi con un po’ di malinconia il momento in cui provavi gusto, soddisfazione o anche solo un brivido di piacere guardarti allo specchio per estirpare i peli dal naso, ma se non hai più voglia di scrivere torni sempre di fronte alla tastiera e ti aspetti di provare ancora quell’orgasmo che provavi tempo addietro.
Adesso, ecco, mi trovo a fingere l’orgasmo di fronte a queste parole ma l’amarezza che ne deriva è molto maggiore rispetto a quella che si prova di fronte ad vero finto orgasmo.
Ne ho tratto la conclusione che sono geneticamente portata ad annoiarmi e questa considerazione, questa nuova consapevolezza, mi costringe a prendere atto che niente di ciò che potrò mai dire o fare in quel che resta della mia vita, mi consentirà di essere serena.
Perché poi io ero serena, ma scoprire all’improvviso che persino la serenità ha una durata limitata e del tutto dipendente solo da me, è come accorgersi che ciò che sto rincorrendo da una vita è soltanto la mia coda.
Avevo già a suo tempo deciso che la felicità è un piacere effimero.
Tanto per rimanere in tema avevo associato la durata media della felicità a quella di un orgasmo ma riversavo ancora non poche speranze sulla serenità e adesso mi sono completamente persa di fronte a questa nuova consapevolezza.
Così non ho più voglia di scrivere ma continuerò a farlo perché sono sicura che se smettessi non troverei poi motivo alcuno per non smettere di fare anche tutto il resto.
Dopo la scrittura sarebbe la volta della palestra e poi via via tutto il resto fino a rimanere completamente nuda e piena di peli nel naso.
Mi chiedevo insomma se con un naso pieno di peli si rischia di soffocare.

Io andavo a limonare al “cine”

Viscontessa, 10 settembre 2007

- Che hai fatto questo fine settimana?
- Niente di speciale sono stata alla Maratona per la Vita.
- Ah, bella? Chi c’era?
- La solita gente, solite cose, sono andata con la Mara che aveva fissato con un tizio che aveva conosciuto alla raccolta firme per la ricerca sull’intestino crasso dei lombrichi….
- La raccolta firma per la ricerca su cosa?
- Forse sbaglio, non ricordo, magari era il Family Day o la Marcia su Roma…
- La Marcia su Roma? Forse vuoi dire la marcia per la pace?
- No, quella è prossimamente, parli della Perugia Assisi?
- Direi di si.
- Allora ho ragione io quella è più in là me lo ricordo bene perché si è fissato di andarci con il gruppo della BOH. Si era conosciuto un tizio ad una manifestazione nella giornata mondiale contro l’omofobia e si era fissato di rivederci per il Family ma poi lui c’aveva la moglie che non stava bene e non è potuto venire così si è detto di rivederci ad Assisi…. e tu che hai fatto?
- Niente di speciale neanche io, sono stata al V-Day con Pietro.
- Allora vi vedete ancora con Pietro?
- Si, qualche volta, ma niente di serio, l’ultima volta ci si era visti al Gay Pride ma lui doveva scappare perché c’aveva un battesimo ed era pure pure il padrino del bambino. Comunque si è detto che ci si rivede per la giornata contro l’aumento delle tasse, sai mica se c’è qualcos’altro prima?
- Non lo so, non ho controllato perché c’ho già l’agenda piena ma se cerchi sono sicura che qualche giornata di protesta, di solidarietà, di beneficenza o di raccolta firme la trovi….ma mi chiedevo, ma i nostri genitori che facevano per il week end?
- Me lo chiedo sempre anche io, la mia mamma dice che andava al cinema o in discoteca, ma come si fa a conoscere i ragazzi al cinema o in discoteca?

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