Lo spacciatore di carta da culo

Viscontessa, 31 agosto 2007

“buonasera, scommetto che non si ricorda di me”.
Entra nel mio ufficio come entrasse nel bagno di casa sua.
“effettivamente” e riporto lo sguardo sul monitor del computer che mi invia messaggi sinistri e inquietanti.
“ha visto che ho indovinato?”
“effettivamente” e impreco a voce bassa ma non troppo in direzione del monitor.
“sono Mario Rossi (o Antonio Bianchi) sono venuto qui tempo fa con Marini”
“ah”
“ma ha capito chi è Marini?”
“no, effettivamente in questo momento sono piuttosto impegnata, tra l’altro è un caso che mi abbia trovata, di solito a quest’ora sono già andata via ma oggi ho un lavoro URGENTE da finire”
“Marini, si ricorda? Mi ha presentato lui perché adesso sono io il nuovo rappresentante….”
“…della carta da culo, ora ricordo”
“ahaha….carta da culo, ma com’è simpatica lei!”
“si, come un fistola nel culo…..ahahaha….è che avrei un po’ da fare”
“passavo di qui e mi sono detto: perché non andare a salutare?”
“se me lo avesse chiesto le avrei risposto io: perché ho da fare!”
“perchè mi sono detto che se non mi facevo mai vedere lei poi si dimenticava di me, infatti si era dimenticata….tutto bene? Serve niente?”
“si già che è qui mi serve proprio la carta da culo”
“Ma che fortuna allora che sia passato!”
“avrei telefonato in ditta”
“vabbè ma ormai che sono qui….che carta vuole? Quanta ne vuole?”
“la solito, il solito”
“Beh certo, non si preoccupi perché controllo io sugli ordini passati”
“si ecco, controlli lei. Beh è stato un piacere rivederla ora se non le dispiace….”
“senta…senti…..ma il sapone non ti serve?”
“no grazie no”
“ma ci diamo del lei o del tu?”
“diamoci del tu, ciao e grazie”
“si sono d’accordo meglio del tu anche perché io e te dobbiamo avere la stessa età”
Alzo finalmente lo sguardo dal monitor, lo guardo stupita, ha tutti i capelli bianchi, denti gialli con un paio di ponti d’oro, profonde borse sotto agli occhi, è segaligno vestito in giacca e cravatta nelle tonalità lavatrice sbagliata.
“non credo proprio”
“Io sono del ’56”
“Ecco appunto, io sono del ’64”
“Vedi? Te lo dicevo io che avevamo più o meno lo stessa età! Mia moglie è del ’64, ormai vorrei rottamarla ma non se la ripiglia più nessuno” e ride, ride di gusto.
Ho cambiato fornitore.

Pensava fosse amore e invece era un ormone

Viscontessa, 30 agosto 2007

gandhi.jpg

Gandhi si è innamorato. Si è innamorato di quell’amore puro che non conosce ostacoli né compromessi, si è innamorato nella sua prima estate di vita e nessuno riesce a spiegargli che tra il sesso e l’amore c’è una grande differenza.
Ci ho provato io con il mio linguaggio da umano ma mentre gli parlavo la palpebra gli si è fatta pesante e alla fine, dopo avermi leccato la mano, si è addormentato sulle mie gambe.
Ci ha provato il suo babbo, il bell’Amarillis dalla cresta bionda che mentre Gandhi si addormentava languido tra le zampe della boxer, portava una delle altre femmine della sua specie sul divano, luogo deputato per svolgere la sua attività di stalloncino della comunità: “guarda come si fa figliolo! Lascia perdere quella mastodontica cagna e osserva tuo padre come svolge con dedizione e impegno il suo lavoro!”.
Ci ha provato anche la sua mamma e pure la nonna e anche i suoi fratelli, le sorelle e i cugini, hanno provato tutti e in tutti i modi trascinandolo nei giochi sul prato ma lui niente, appena gli altri si giravano tornava di corsa in casa in cerca della boxerina e non si dava pace fino a quando non riusciva a trovarla.
Così ha trascorso l’estate Gandhi, in campagna, in compagnia della sua numerosa famiglia e distratto da quel subbuglio ormonale che lui ha scambiato per amore. Amore, accucciato tra le gambe della boxer il suo sguardo non aveva niente a che fare con gli ormoni impazziti del suo piccolo organismo ma si faceva morbido come la sua criniera mentre quella boxer dall’aria così simpatica e vitale, appariva al suo confronto sgraziata e rumorosa come un minatore in compagnia di una ballerina. Una coppia mal assortita.
Ora che Gandhi è tornato a casa con il cuore infranto, la situazione è anche peggiorata. Ogni cane che passa, in ogni essere a quattro zampe che incontra, ricerca quell’amore perduto tanto che non trovando conforto nei canidi, si è dedicato ai felini tentando insistentemente di copulare con il gatto non prima, ovviamente, di averlo corteggiato a suo di scodinzolate e grossolane carezze.
Il gatto, provato dalla nostra lontananza tanto che da quando siamo tornati non riusciamo a levarci di dosso neanche lui, si è da principio mostrato incuriosito poi, comprese le intenzioni di Gandhi, si è messo seduto e nella sua parlata maremmana gli ha detto “Maremma maiala! Né per scherzo né per burla intorno ai culo un voglio nulla!”.

Creatività divina

Viscontessa, 29 agosto 2007

Ma dai! Ma come funziona? Uno apre una pagina bianca e scrive. Ma cosa scrive? Cos’è un diario a cui affidare le proprie sensazioni e il proprio stato d’animo? Oppure è un luogo nel quale commentare i fatti di attualità come l’omicidio di Garlasco di cui parlare solo per manifestare la propria indignazione per tutti coloro che ne parlano indignandosi per la spettacolarizzazione del dramma?
Insomma cos’è questa pagina bianca? devo raccontare le mie vacanze, pubblicare foto, salutare gli amici, o devo far finta di non essere mai andata via e ricominciare da dove avevo smesso?
Non so, tutto ciò mi mette così a disagio che non vorrei neanche uscire di casa.
Sono giorni che vado a far colazione in un altro bar perchè sento che non poteri sopportare le domande di rito su come ho trascorso le vacanze. Che poi, anche se non vuoi, ti trovi a dover ascoltare le vacanze altrui ed è quasi peggio come la tipa che sono stata in Egitto, dove? a Sharm El Sheik, Ah. Bella ma guai ad uscire dal villaggio che le strade sono piene di gente ….. gente come? Gente con lo sguardo….lo sguardo come?…..lo sguardo cattivo, proprio cattivo come quello dei film. Ecco.
Insomma da dove si comincia? Da “le mie prigioni”, l’omicidio di Garlasco, le vacanze altrui o dalle palle sull’incudine come sacrificio estremo ad un Dio Svizzero? (non so perchè ma il Dio Svizzero è una bestemmia molto in voga qui a Firenze).

On the road

Viscontessa, 12 agosto 2007

In questi giorni mi è passata davanti tutta la vita.
I primi ventun anni all’andata e i restanti al ritorno.
Mi è passata davanti sull’onda della musica nelle lunghe ore di auto che da Firenze mi hanno portato in Camrgue.
I dettagli. Mi ero dimenticata i dettagli quelli che fanno la differenza e che ogni volta appunto meticolosamente nella memoria ma poi dimentico nel momento opportuno.
Il resto me lo sono sognato, stanotte per esempio ho sognato che avevo mal di testa e ancora non riesco a ricordare se mi sono davvero alzata per andare in bagno a guardare allo specchio il mio mal di testa o se me lo sono solo sognato.
Però appena sveglia ho preso un Brufen e dopo pranzo ne ho preso un altro.
Mi mancano ancora all’appello i restanti nove mesi di vita che non sono quelli trascorsi nel ventre di mia madre ma quelli più recenti, quelli che sono trascorsi dal mio quarantaduesimo compleanno fino ad oggi e che così ad occhio direi irrilevanti per giungere al dunque se non fosse che sono sicura che anche in questo caso mi sono dimenticata i dettagli.
Il dunque è che quando ti passa davanti tutta la vita significa che sta per succederti qualcosa. Se non hai tempo la vita ti passa davanti in flash di ricordi che non ricordavi, dettagli che hanno fatto la differenza senza che tu lo sapessi. Se invece hai tempo in quel cuneo ti ci passa tutto comprese le bucce e devi metterti lì con pazienza a separare la polpa dalle bucce. Ma io avevo tempo.

E’ stato per esempio all’altezza di Viareggio che mi sono ricordata che avevo immaginato che a quarant’anni sarei stata una robusta signora di mezza età alle prese con un salvifico tram-tram familiare e qualche rimpianto da alimentare nelle giornate più noiose. Era accaduto durante l’episodio di una sit-commedy americana nella quale la protagonista, il giorno del suo quarantesimo compleanno, si lasciava andare ai ricordi, ai rimpianti e ai rimorsi spazzati poi via, nel giro della mezz’ora di programmazione, dall’affetto delle figlie. Uno di quegli episodi che come una giornata di gelo in una estate afosa, hanno lo scopo di rendere più credibile lo scroscio di false risate e la vita fatta a sketch di tutte le interminabili serie di sit americane. Mezz’ora e anche l’angoscia più profonda, il dolore più persistente, l’insegnamento più crudele, si sciolgono come neve al sole.
Al ritorno all’altezza di Carrara mi sono poi ricordata che quell’immagine di robusta signora di mezza età, l’avevo cancellata qualche anno dopo con una lettera che avevo inviato alla Isabella Bossi Fedrigotti la quale, tramite un suo libro, mi aveva a sua volta lasciata impressa l’immagine della fugace illusione dell’amore giovanile. Suggerivo, in quella famosa lettera, una sarcastica riflessione sulle gioie delle terza età alla quale lei mi rispondeva seriamente e piuttosto stizzita con una serie banalità sconcertanti tipo che la vita è bella e va vissuta per quello che ogni giorno può donarci.

I famosi fenicotteri rosa della Camargue in agosto lasciano il posto a stormi di libellule che ferme nell’aria ti fissano negli occhi come alcuni venditori ambulanti delle nostre spiagge. In alto un cielo azzurro e limpido come infanzia e screziato da nuvole dense e compatte che si spostano continuamente con il favore del vento. Immagini che si formano e poi svaniscono che ti costringono a stare con il naso all’insu
“tu cosa ci vedi?”
“io un cavallo che si lima le unghie”
“un cavallo che si lima le unghie? Ma no! È un cavallo che prega!”
“ora prega, ma un attimo fa si limava le unghie”

E il vento che corre. Vento fresco, pulito, asciutto che porta con se odor di pane o di stalla con la medesima disinvoltura.

A Nizza poi ho incontrato mia nonna.
Eravamo su un treno che aveva appena varcato la frontiera e lei era impaziente di arrivare come sempre accadeva quando varcava il confine. E non era più mia nonna, quel confine con le carte d’identità ordinatamente mostrate al “gendarme” della dogana, era anche il confine oltre il quale lei avrebbe riacquistato il suo vecchio ruolo. Come un’attrice consumata tornava sul palcoscenico dopo aver appreso di un grave lutto ed era nuovamente grandiosa come se non fosse successo niente.
Aveva pianto per quel cugino perduto che portava nella tomba anche la speranza di lei di poter un giorno tornare nella sua Francia, ma varcato il confine si era asciugata le lacrime e si era dimenticata di me per prepararsi a quell’ultima consumata rappresentazione della sua esistenza. Anni prima su un vecchio letto in un maleodorante e buio appartamento di Grasse, avevamo parlato di sopranaturale fino alle quattro del mattino e io mi ero addormentata rinfrancata dall’idea che non tutti i vecchi ritrovano la fede in un Dio misericordioso. E lei non la ritrovò neanche in quella luttuosa circostanza e solo al ritorno all’altezza di Genova mi è tornato in mente che anche lei non era voluta morire senza prima salutarmi. E’ morta un’ora dopo avermi salutato e una settimana dopo una farneticante agonia nella quale aveva pazientemente atteso la mia ultima visita. E’ stato dietro ad una curva che ho capito quanti significati può accogliere in se la parola fede.

Le montagne di sale si levano altissime all’orizzonte. Il vento che spazza gli stagni paludosi delle saline, impedisce a qualsiasi forma di vita di alzarsi oltre il metro da terra. Negli stagni gli uccelli si lasciano cullare dall’acqua, oltre cespugli fitti e verdissimi che si propagano per largo anziché per lungo e sopra di nuovo quel cielo così azzurro da perdersi. Per ore o forse giorni, minuti, anni o secondi, una lunga striscia di asfalto ti esonera dalla consapevolezza del tempo che passa e ti conduce tra le melmose paludi delle sensazioni che accompagnano ogni ricordo.
Salins de Giraud è un piccolo paese che termina la sua corsa tra gli stagni scontrandosi con montagne di sale estratte dall’uomo. Uomini di cui puoi solo percepirne la presenza ma che restano invisibili tra le strade di un paese che ricorda la periferia di una delle tante città dell’ex Unione Sovietica. Per un attimo, se la smetti di guardare il cielo che non ti concede tregua, potresti essere in una miniera di sale in Siberia. Poi quando lo sconforto dei tuoi occhi che vanno a cozzare contro i blocchi di cemento chiamati appartamenti diventa insostenibile, alzi lo sguardo e ritrovi quell’azzurro impertinente di sempre.

A Pistoia c’era Giovanni. Stava nella villa medicea che suo nonno aveva comprato per due galline dopo la guerra. Il tetto della capella doveva essere restaurato ma l’amore sviscerato di suo padre per quella dimora faceva infuriare Giovanni che ogni volta che da bambino era stato costretto a trascorre in villa il fine settimana, pregava perché quel tetto cedesse.
Avevamo riaperto insieme quell’antica dimora inventando giochi più adulti per passare il tempo e per passare da una stanza all’altra dai cunicoli segreti che attraversavano tutta la villa. Ci piaceva la stanza azzurra, quella vicina alla stanza del pianoforte e adiacente alla stanza rossa. Dalle ampie finestre di quella camera si poteva godere di quella parte di parco adombrata dalle querce e la sfacciataggine del parco all’italiana che si mostrava impudico in tutta la sua bellezza, non disturbava la nostra giovane età ancora bisognosa di un utero materno nel quale nascondersi.
Di ritorno, non prima di Prato, ho capito che la solida maestosità di quel luogo aveva sempre avuto la meglio su ogni sentimento e solo il tempo aveva potuto intaccare gli affreschi di un soffitto che non erano stato dipinto per noi. La fine del mio ventunesimo anno di età era stata festeggiata tra quei saloni che all’improvviso erano diventati opprimenti come quella futura presunta suocera che in quell’occasione pronunciò la fatidica frase “un giorno tutto questo sarà tuo”.
La villa fu richiusa rapidamente insieme a quella cappella dove avevo immaginato che il fantasma di una bambina ricordata da una lapide, si aggirasse da secoli in attesa che un abito bianco da sposa la liberasse dal suo destino di perenne fanciulla.

Saintes Marie de la Mer in agosto è piena di turisti. Tra le sue strette strade incuneate tra basse costruzioni bianche con persiane azzurre, si vendono gelati, stivali da cavallo, spezzatino di toro e abiti gitani. La chiesa fortezza è l’unica costruzione visibile ovunque e la sua essenzialità la rende il luogo adatto a qualsiasi tipo di crisi mistica.
Senza sapere che avrei ripercorso i successivi ventun anni della mia vita sulla strada del mio ritorno a Firenze, è stato nella piazza che ospita la chiesa che ho ritrovato un ricordo senza tempo che forse solo lì poteva materializzarsi. Magari era un sogno, un altro sogno che perde i contorni della consistenza materiale per farsi solo sensazione dell’anima come quell’ostia consacrata che si attacca al palato e una lingua che non ti appartiene che cerca di staccarla. Ma i sogni sono innocenti o premonitori o angosciosi o dolci o crudeli o invisibili.

Ed è stato così che nell’ultimo tratto di strada quando il Rodano si fa sempre più ampio e l’acqua sempre più liquida, che mi sono ricordata di un ruscello del quale non ho potuto osservare lo sbocco perché sulla strada del ritorno mi sono addormentata proprio all’altezza di Sarzana.
Ed è stato rientrando a casa che ho capito cosa doveva accadere.
La casa era allagata per una perdita dello sciacquone e poche ore dopo è crollato il contro soffitto del bagnetto.
Goccia a goccia si arriva sempre al mare e tutto torna anche se le vie dell’acqua sono più infinite di quelle della fede.

il cronicario che è in me

Viscontessa, 3 agosto 2007

I bravi blogger (quelli che prima di questo post hanno già inviato mail a tutti gli amici lontani, hanno telefonato ha tutti agli amici intimi oltre che a tutti i parenti fino al terzo grado e infine si sono buttati sull’sms mentre infilavano le mutande in valigia) questo post, dicevo, lo avrebbero scritto almeno un paio di giorni fa.
I bravi blogger avrebbero già comunicato al loro affezionato pubblico che si sarebbero assentati per le vacanze, qualcuno lo avrebbe fatto inviando saluti e baci a tutti per poi attendere vicino alla tastiera i saluti e baci dei suoi lettori da ricambiare con altri saluti e baci e via sbavando in una maratona di due giorni di baci e bacissimi e baciottini e baciottoni, altri (quelli un po’ più blogger che sono blogger soprattutto dentro e il fuori è solo una noiosa formalità) lo avrebbero fatto con due parole stringate adducendo la necessità di riposarsi, rinfrancarsi la mente e alimentare la fucina di idee che è il loro cervello. Tanti libri da leggere sotto all’ombrellone e poi via, spariti sulla nuvola che li porterà a destinazione.
I blogger sfigati (quelli che scrivono solo per se stessi soprattutto perché nessuno li legge e alla fine devi pur fartene una ragione) avrebbero scritto questo post qualche ora fa, qualche ora prima di partire giusto per avere il tempo di dare una controllatina ai commenti prima di andar via per vedere se almeno uno gli aveva augurato buone vacanze. Ma non troppo prima, solo un paio d’ore, per avere poi la possibilità di mettere in valigia anche l’illusione che altri avrebbero potuto rispondere al suo post.
I blogger atipici come me invece, quelli che non sai mai che cazzo di blog ha quella lì, boh, magari è partita, ha smesso di scrivere, è morta, è fuggita con un tunisino in Islanda, c’è, non c’è, risponde, sparisce, scrive qua, scrive là, torna, fa ridere, fa piangere, è uno strazio, se la tira, è insopportabile, è simpatica, è figa, è un cesso, la dà, la tiene, la riporta…..ma so una sega io, questi blogger, dicevo, scrivono un post quattro ore prima di partire perché non sanno proprio comportarsi a modo e pensano: scrivo che vado via, ma che cazzo lo scrivo a fare, vabbè magari è una gentilezza avvisare, ma che cazzo dici a chi vuoi che interessi che tu vai via che tra l’altro vanno via tutti, non so….dici che non scrivo niente? Fai tu che tanto fai sempre di testa tua che poi mi spieghi che bisogno c’era di lasciar scritto in quale cronicario vorrai essere ricoverata da vecchia se andiamo via solo una settimana, ma a tua madre lo hai detto? No, non gliel’ho detto ma che c’entra, partire è un po’ morire e se poi c’è un contrattempo e non faccio in tempo a tornare prima che mi venga l’arteriosclerosi e uno non sa dove voglio andare a finire i miei giorni?
E così passano la giornata a litigare con se stesse e arrivano all’ultimo minuto senza neanche accorgersene. Che poi…ssshhhh…quella che dice che cazzo lo scrivi che è da stamattina che prepara liste, scrive testamenti, lascia istruzioni e si raccomanda al suo cronicario preferito, adesso finalmente si è addormentata e io zitta, zitta, son venuta qui di nascosto e ho scritto questa cosa.
Si lo so, le due si sovrappongono e una dice le cose dell’altra, ma che ci volete fare, convivere con se stessi a volte è molto difficile.