In questi giorni mi è passata davanti tutta la vita.
I primi ventun anni all’andata e i restanti al ritorno.
Mi è passata davanti sull’onda della musica nelle lunghe ore di auto che da Firenze mi hanno portato in Camrgue.
I dettagli. Mi ero dimenticata i dettagli quelli che fanno la differenza e che ogni volta appunto meticolosamente nella memoria ma poi dimentico nel momento opportuno.
Il resto me lo sono sognato, stanotte per esempio ho sognato che avevo mal di testa e ancora non riesco a ricordare se mi sono davvero alzata per andare in bagno a guardare allo specchio il mio mal di testa o se me lo sono solo sognato.
Però appena sveglia ho preso un Brufen e dopo pranzo ne ho preso un altro.
Mi mancano ancora all’appello i restanti nove mesi di vita che non sono quelli trascorsi nel ventre di mia madre ma quelli più recenti, quelli che sono trascorsi dal mio quarantaduesimo compleanno fino ad oggi e che così ad occhio direi irrilevanti per giungere al dunque se non fosse che sono sicura che anche in questo caso mi sono dimenticata i dettagli.
Il dunque è che quando ti passa davanti tutta la vita significa che sta per succederti qualcosa. Se non hai tempo la vita ti passa davanti in flash di ricordi che non ricordavi, dettagli che hanno fatto la differenza senza che tu lo sapessi. Se invece hai tempo in quel cuneo ti ci passa tutto comprese le bucce e devi metterti lì con pazienza a separare la polpa dalle bucce. Ma io avevo tempo.
E’ stato per esempio all’altezza di Viareggio che mi sono ricordata che avevo immaginato che a quarant’anni sarei stata una robusta signora di mezza età alle prese con un salvifico tram-tram familiare e qualche rimpianto da alimentare nelle giornate più noiose. Era accaduto durante l’episodio di una sit-commedy americana nella quale la protagonista, il giorno del suo quarantesimo compleanno, si lasciava andare ai ricordi, ai rimpianti e ai rimorsi spazzati poi via, nel giro della mezz’ora di programmazione, dall’affetto delle figlie. Uno di quegli episodi che come una giornata di gelo in una estate afosa, hanno lo scopo di rendere più credibile lo scroscio di false risate e la vita fatta a sketch di tutte le interminabili serie di sit americane. Mezz’ora e anche l’angoscia più profonda, il dolore più persistente, l’insegnamento più crudele, si sciolgono come neve al sole.
Al ritorno all’altezza di Carrara mi sono poi ricordata che quell’immagine di robusta signora di mezza età, l’avevo cancellata qualche anno dopo con una lettera che avevo inviato alla Isabella Bossi Fedrigotti la quale, tramite un suo libro, mi aveva a sua volta lasciata impressa l’immagine della fugace illusione dell’amore giovanile. Suggerivo, in quella famosa lettera, una sarcastica riflessione sulle gioie delle terza età alla quale lei mi rispondeva seriamente e piuttosto stizzita con una serie banalità sconcertanti tipo che la vita è bella e va vissuta per quello che ogni giorno può donarci.
I famosi fenicotteri rosa della Camargue in agosto lasciano il posto a stormi di libellule che ferme nell’aria ti fissano negli occhi come alcuni venditori ambulanti delle nostre spiagge. In alto un cielo azzurro e limpido come infanzia e screziato da nuvole dense e compatte che si spostano continuamente con il favore del vento. Immagini che si formano e poi svaniscono che ti costringono a stare con il naso all’insu
“tu cosa ci vedi?”
“io un cavallo che si lima le unghie”
“un cavallo che si lima le unghie? Ma no! È un cavallo che prega!”
“ora prega, ma un attimo fa si limava le unghie”
E il vento che corre. Vento fresco, pulito, asciutto che porta con se odor di pane o di stalla con la medesima disinvoltura.
A Nizza poi ho incontrato mia nonna.
Eravamo su un treno che aveva appena varcato la frontiera e lei era impaziente di arrivare come sempre accadeva quando varcava il confine. E non era più mia nonna, quel confine con le carte d’identità ordinatamente mostrate al “gendarme” della dogana, era anche il confine oltre il quale lei avrebbe riacquistato il suo vecchio ruolo. Come un’attrice consumata tornava sul palcoscenico dopo aver appreso di un grave lutto ed era nuovamente grandiosa come se non fosse successo niente.
Aveva pianto per quel cugino perduto che portava nella tomba anche la speranza di lei di poter un giorno tornare nella sua Francia, ma varcato il confine si era asciugata le lacrime e si era dimenticata di me per prepararsi a quell’ultima consumata rappresentazione della sua esistenza. Anni prima su un vecchio letto in un maleodorante e buio appartamento di Grasse, avevamo parlato di sopranaturale fino alle quattro del mattino e io mi ero addormentata rinfrancata dall’idea che non tutti i vecchi ritrovano la fede in un Dio misericordioso. E lei non la ritrovò neanche in quella luttuosa circostanza e solo al ritorno all’altezza di Genova mi è tornato in mente che anche lei non era voluta morire senza prima salutarmi. E’ morta un’ora dopo avermi salutato e una settimana dopo una farneticante agonia nella quale aveva pazientemente atteso la mia ultima visita. E’ stato dietro ad una curva che ho capito quanti significati può accogliere in se la parola fede.
Le montagne di sale si levano altissime all’orizzonte. Il vento che spazza gli stagni paludosi delle saline, impedisce a qualsiasi forma di vita di alzarsi oltre il metro da terra. Negli stagni gli uccelli si lasciano cullare dall’acqua, oltre cespugli fitti e verdissimi che si propagano per largo anziché per lungo e sopra di nuovo quel cielo così azzurro da perdersi. Per ore o forse giorni, minuti, anni o secondi, una lunga striscia di asfalto ti esonera dalla consapevolezza del tempo che passa e ti conduce tra le melmose paludi delle sensazioni che accompagnano ogni ricordo.
Salins de Giraud è un piccolo paese che termina la sua corsa tra gli stagni scontrandosi con montagne di sale estratte dall’uomo. Uomini di cui puoi solo percepirne la presenza ma che restano invisibili tra le strade di un paese che ricorda la periferia di una delle tante città dell’ex Unione Sovietica. Per un attimo, se la smetti di guardare il cielo che non ti concede tregua, potresti essere in una miniera di sale in Siberia. Poi quando lo sconforto dei tuoi occhi che vanno a cozzare contro i blocchi di cemento chiamati appartamenti diventa insostenibile, alzi lo sguardo e ritrovi quell’azzurro impertinente di sempre.
A Pistoia c’era Giovanni. Stava nella villa medicea che suo nonno aveva comprato per due galline dopo la guerra. Il tetto della capella doveva essere restaurato ma l’amore sviscerato di suo padre per quella dimora faceva infuriare Giovanni che ogni volta che da bambino era stato costretto a trascorre in villa il fine settimana, pregava perché quel tetto cedesse.
Avevamo riaperto insieme quell’antica dimora inventando giochi più adulti per passare il tempo e per passare da una stanza all’altra dai cunicoli segreti che attraversavano tutta la villa. Ci piaceva la stanza azzurra, quella vicina alla stanza del pianoforte e adiacente alla stanza rossa. Dalle ampie finestre di quella camera si poteva godere di quella parte di parco adombrata dalle querce e la sfacciataggine del parco all’italiana che si mostrava impudico in tutta la sua bellezza, non disturbava la nostra giovane età ancora bisognosa di un utero materno nel quale nascondersi.
Di ritorno, non prima di Prato, ho capito che la solida maestosità di quel luogo aveva sempre avuto la meglio su ogni sentimento e solo il tempo aveva potuto intaccare gli affreschi di un soffitto che non erano stato dipinto per noi. La fine del mio ventunesimo anno di età era stata festeggiata tra quei saloni che all’improvviso erano diventati opprimenti come quella futura presunta suocera che in quell’occasione pronunciò la fatidica frase “un giorno tutto questo sarà tuo”.
La villa fu richiusa rapidamente insieme a quella cappella dove avevo immaginato che il fantasma di una bambina ricordata da una lapide, si aggirasse da secoli in attesa che un abito bianco da sposa la liberasse dal suo destino di perenne fanciulla.
Saintes Marie de la Mer in agosto è piena di turisti. Tra le sue strette strade incuneate tra basse costruzioni bianche con persiane azzurre, si vendono gelati, stivali da cavallo, spezzatino di toro e abiti gitani. La chiesa fortezza è l’unica costruzione visibile ovunque e la sua essenzialità la rende il luogo adatto a qualsiasi tipo di crisi mistica.
Senza sapere che avrei ripercorso i successivi ventun anni della mia vita sulla strada del mio ritorno a Firenze, è stato nella piazza che ospita la chiesa che ho ritrovato un ricordo senza tempo che forse solo lì poteva materializzarsi. Magari era un sogno, un altro sogno che perde i contorni della consistenza materiale per farsi solo sensazione dell’anima come quell’ostia consacrata che si attacca al palato e una lingua che non ti appartiene che cerca di staccarla. Ma i sogni sono innocenti o premonitori o angosciosi o dolci o crudeli o invisibili.
Ed è stato così che nell’ultimo tratto di strada quando il Rodano si fa sempre più ampio e l’acqua sempre più liquida, che mi sono ricordata di un ruscello del quale non ho potuto osservare lo sbocco perché sulla strada del ritorno mi sono addormentata proprio all’altezza di Sarzana.
Ed è stato rientrando a casa che ho capito cosa doveva accadere.
La casa era allagata per una perdita dello sciacquone e poche ore dopo è crollato il contro soffitto del bagnetto.
Goccia a goccia si arriva sempre al mare e tutto torna anche se le vie dell’acqua sono più infinite di quelle della fede.