Piccolo fiore
Viscontessa, 10 Luglio 2007Essere genitori non è un mestiere ma un dovere che ci si accolla più o meno consapevolmente e le difficoltà che derivano dal ruolo di genitore, non sono i figli, ma le nostre paure che emergono in superficie ogni giorno e ogni giorno ci costringono a fare i conti con noi stessi.
Ho sbagliato qualcosa, ho sbagliato molte cose ma una su tutte in questi giorni, mi pesa in modo particolare.
La vedo serena, piccolo fiore che sboccia tra giochi infantili, il tennis, la piscina, i pomeriggi a disegnare insieme ai suoi compagni dei centri estivi e quelle timide parole in inglese che adesso, dopo una settimana, cominciano ad affiorare con naturalità dalla sua labbra.
La vedo serena con quel piccolo dolore che si porta dentro e di cui solo adesso comprendo la gravità, adesso che la scuola è finita, adesso che è finito il suo primo ciclo di studi con risultati mediocri e una gran voglia di cancellare tutto, persino il ricordo, persino gli amici, persino i maestri.
Cinque anni di scuola elementare sono finiti pieni di un tormento che non avevo compreso e di cui ogni giorno ne ho prove sempre più tangibili.
L’ultimo giorno di scuola e dopo i pianti per la fine della quarta elementare, quest’anno neanche una lacrima e non un risentimento nei miei confronti per quella cena mancata con i suoi compagni di classe, non un moto di tenerezza per quei suoi maestri che gli mandano i saluti. Solo silenzio “amore perché non telefoni a qualcuno dei tuoi compagni?” non risponde, sparisce nella sua camera e mette ancora una volta un masso enorme sull’argomento.
Una classe che negli anni ha visto più arrivi e partenze di un terminal dell’aeroporto, ragazzini di tutto il mondo, spesso più grandi, che sono andati e venuti con la rapidità di un semestre e quegli insegnanti sempre precari fino alla terza elementare, fino a quando i bambini sono ancora così piccoli di avere bisogno di vedere nella maestra un surrogato dei propri familiari di riferimento e non un problema irrisolvibile di precariato. Un bulletto di quarta che in prima elementare la perseguita chiamandola “tappa”, la sua sciarpa preferita che sparisce nel periodo in cui dalla classe rubano di tutto e che coincide esattamente con il periodo di permanenza nella sua classe di Giuseppe. E Vicky la dolce biondina polacca che riparte dopo solo sei mesi, o Camilla la figlia in calzettoni bianchi del dentista che non appena salutato con un bacio il babbo le dice “schifosa”. E poi Natalina, dodici anni e dietro una famiglia rumena alcolizzata che già le racconta del fidanzatino. O Jarson, timido peruviano che per una malformazione congenita sarà costretto in sedia a rotelle prima della pubertà, o Kotono la giapponese prima della classe che parla e scrive correttamente anche in giapponese e non sopporta il contatto fisico.
E poi c’è Giorgio il ragazzino cinese sempre sorridente che nessuno sa dove viva e Lin, dodici anni di cinese con lo stazza di un giocatore Maori o il ragazzino argentino di cui non ricordo neanche più il nome che non voleva fare amicizia con nessuno e che dopo pochi mesi è ripartito perché aveva un fratellino gravemente ammalato e ancora Farsaneth l’iraniana che già a sei fa la smorfiosa con i maschi mentre sua mamma cerca di vendermi tappeti.
Cinque anni come in centro di accoglienza nel quale i rapporti appena fioriti si sgretolano sotto l’inefficienza di uno Stato che non è in grado neanche di occuparsi di quei bambini di cui ne invoca tanto l’aumento.
Una scuola senza palestra, senza un giardino, senza insegnanti, senza il rispetto per quei rapporti umani che richiederebbero un po’ più di attenzione per i bambini che provengono da altri paesi e per quelli che in questo paese ci sono nati.
Un luogo di parcheggio, la scuola obbligatoria per tutti e via, buttiamo dentro giovane carne umana che non sa parlare neanche l’italiano insieme ad altri che leggono in classe l’Odissea e i maestri sempre troppo occupati a gestire questo traffico di piccoli esseri umani, per rendersi conto dei piccoli dolori di ciascuno di loro.
Pensavo che se la sarebbe cavata, pensavo che anche essendo la più piccola della classe, sarebbe riuscita a cavarsela, pensavo che quando i maestri mi dicevano che era troppo agitata, che rispondeva male e si comportava male, dipendesse da lei e da quella immaturità che impedisce ai bambini di comprendere dove bisogna fermarsi, quale sia il limite che non va oltrepassato.
E poi invece adesso la guardo mentre cento volte al giorno mi dice che mi vuole bene e mi bacia, mi abbraccia e mi racconta che ha aiutato Filippo a colorare il disegno o Alberto a ritrovare la racchetta da tennis.
La guardo e non ha più quel mal di testa che l’ha tormentata nell’ultimo anno, non mi chiede più di venire a dormire nel lettone con noi e la sera si addormenta tranquilla nel suo lettino in compagnia del suo cagnolino.
In questi cinque anni ha lottato con tutte le sue forze per rimanere semplicemente a galla mentre io lottavo per insegnarle a nuotare. Un mare in tempesta e io con la mia paura di aver bisogno degli altri, non mi accorgevo di quanto lei avesse soltanto bisogno di me.
Fate figli, mettete al mondo tanti bambini perché la crescita demografica del nostro paese è zero, procreate e riproducetevi che un posto per parcheggiarli fino a quando non saranno abbastanza grandi da pagare le tasse, in qualche maniera lo si trova. E se poi la scuola fa schifo, pazienza, che noi qui dobbiamo occuparci di calciopoli, vallettopoli, il Sismi e la riforma elettorale.
Fanculo.




