Sei una tetta o una mammella? test dell’estate

Viscontessa, 31 Luglio 2007

Pensavo ieri sera, dopo essere incappata in vago sentor di hashish, che la differenza esiste eccome e che questo vago sentor di disagio si colloca perfettamente nel solco tra i seni.
La colpa, me ne rendo conto, è dell’epoca nella quale sono cresciuta o meglio dell’epoca nella quale si è formato quel mio solco tra i seni e ai lati del quale allora non crescevan per lo più tette come oggi, ma giovani mammelle piene di speranze.
Nella spietata lucidità che l’hashish ti mette a disposizione come strumento di riflessione, mi pareva di intravedere un passato privo o quasi di quelle forme di compromesso e di ipocrisia che oggi, nei fiumi inquinati di cocaina, condurrebbero persino un tossico a negare di essersi mai fatti uno spinello. E per quanto sia facile lasciarsi incantare dalla malinconia della propria gioventù giustificando quel languore con la convinzione che la nostra sia stata la gioventù migliore di tutte quelle che ci hanno preceduto o seguito, francamente non riuscivo a trovare nell’orgoglio di posseder la tetta, alcun motivo di consolazione.
Perché la differenza tra una tetta e una mammella è enorme e non rendersene conto è proprio quel tipo di atteggiamento che induce molti a chiedersi che male c’è se nel nostro paese si usano le tette per richiamare l’attenzione su qualsiasi argomento.
La tetta non ha anima, non ha spessore, non ha morbidezza e come un fiore di stagione, conclude il suo ciclo vitale in un tempo brevissimo. La tetta è patinata, siliconata, impertinente, sorretta, ritoccata. La mammella invece è versatile, duttile, disponibile, utile, stanca, morbida e affettuosa. E e quando ad esser puttane non ci si nascondeva dietro alla professione di escort, all’ipocrisia del “solo per gioco”, al paravento dell’amore anche se dura solo una notte, la mammella parlava insieme te e nel suo mostrarsi senza pudore, urlava orrore per i valori di quella famiglia tradizionale (che allora si chiamava borghese) dietro alla quale invece adesso (in un assordante silenzio) si nascondono tutte le tette in circolazione.
La mammella, a differenza della tetta, non ha bisogno di avere dietro una mamma da ringraziare perché essa stessa è madre, essa stessa è completa, essa stessa è sesso e amore e famiglia allo stesso tempo ed essa stessa offre conforto e non ne cerca.
Poi mi sono addormentata a pancia in giù e stamattina quando mi sono svegliata, ci ho messo un bel po’ a capire perché avessi una mano su una tetta…..o era una mammella?

Labirintite esistenzialista farmacologicamente indotta

Viscontessa, 29 Luglio 2007

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Colpita da consueta sindrome da cane pastore ne convenivo quest’oggi e con vaghezza di càtara rimembranza, che non fui a suo tempo cipolla di tropea.
Vi era tuttavia in questa odierna presa di coscienza, un sentor d’oblio, un vuoto, un incompiuto approfondimento che lasciava intender al mio inquieto spirito che quel cane pastore non portò mai a compimento l’opera per la quale la sua esistenza fu concepita. Spirando infine l’animale tra i tormenti che a ragion veduta definirei una morte da cani, la bestiola della quale dovevo aver temporaneamente ricoperto il ruolo, doveva aver ravveduto nella sua futura esistenza, l’essere superiore per natura che fui io adesso e deve, l’incauto, aver lasciato che quel vago sentor di pecora smarrita, ricadesse sulla mia condizione attuale come odor di cipolla ricade in chi in vita passata fu tale.
Non ch’io aspirassi ad un passato da principessa orientale con vetusta scenografia d’accompagno che fin troppo spesso influenza i sogni delle fanciulle in fiore, ma il sapermi esser stata cipolla e per giunta di Tropea (quasi a futuro monito dell’alimento doc tanto in voga in questa attualità di multinazionali) mi aveva conferito fino ad oggi quella pacata ottusità e quell’inconsapevolezza che solo adesso non posso più negare non essermi mai appartenuta.
Giammai fui principessa, di questo fui consapevole fin dalla prima infanzia quando il canide già mi appariva essere più splendente, fedele e affidabile del compagno che la natura mi riserva per perseguir il mio compito di femmina, ma essendo per natura sprovvista della medesima fedeltà che tanto ammiravo in quell’essere a quattro zampe, mi ero rifugiata nella ben nota cipolla con convinzione che tanta modestia, sarebbe stata almeno ripagata con buona moneta in questa vita terrena che mi appresto a consumare.
Dietro si fatti pensieri, me ne andavo quest’oggi per il parco di Villa Celle che ospita maestose opere d’arte moderna dalle quali non son mai riuscita a trarre il giovamento per lo spirito che l’artista immagino si auspichi di infondere in colui che volesse ammirarle.
Giubilo infantile per quel tiglio dalle proporzioni ragguardevoli. Come cane in tormento urinario, ne ammiravo il maestoso tronco e poi l’altro nel quale un acero impertinente, era andato ad incastrarsi fino a formare un unico elemento che nessuna fusione di elementi operata dall’uomo potrebbe mai concepire. E profondo stupore e scoramento in osservazione di quella quercia la cui audace vitalità aveva reso vulnerabile agli eventi che ne avevano decretato la fine sradicandola dalla sua sede naturale per adagiarla infine mollemente sull’opera di quell’Oppenheimer che l’aveva voluta parte integrante del sua creazione. E ancora serpi tra i tronchi d’ulivo mentre di quel Morris dai tortuosi e pendenti labirinti ne percepivo la volontà di un movimento di forzata innaturalezza per il bipede così come lo è per lo stesso, l’egual inconsapevole strisciar di biscia.
Così me ne andavo a passeggiar nel parco in compagnia di un’emicrania che mi chiedeva rifugio nel cunicolo dell’opera di Bukichi Inoue il cui titolo “il buco nel cielo” era più auspicio per molti che non una consapevolezza per tanti, e così me ne andavo con lo sguardo di infantile candore da cipolla, mentre sullo sfondo di ogni opera vi era il canide che così come concepito da madre natura, rinfrescava il pelo nei laghetti, orinava sui tronchi, si stagliava sullo sfondo dell’anfiteatro, seguendo da lontano l’andatur dei bipedi di cui ne aveva in sorte la gradita compagnia.
Il sol leone, il frinir di cicale, l’emicrania, il blocco in pietra di Sol Le Witt che fra le fresche frasche di un immaginario pic nic, non mostrava di se la miglior parte di cui l’artista ne aveva inteso percezione. Queste insomma le condizioni nelle quali in un moto di vegetale ribellione, mi è infine apparsa con chiarezza l’opera di cui ero oggetto, il cammino, la storia, l’arte, la natura, il sangue, l’indole, il significato e infine l’origine della sindrome di cui al lontano incipit di questo post che librandosi come canne di bambù in un cielo toscano caldo come l’inferno, trovava una sua collocazione nel mio variabile umore. Di perfezione càtara mi son fatta allor, di dualismo mi sono ammantata, di ferocia mi son riempita mentre ogni singola opera d’arte di quel giardino mi si faceva ora portatrice di quel messaggio a quattro zampe che veniva ad appoggiare il suo muso accaldato tra le mie gambe.
“E’ così che ti senti tu quando le nostre stanche membra abbandoneranno l’opera della natura e dell’uomo, è questo smarrimento che ti conduce ad errare ed osservarci, è la perdita, la lontananza, la fuga, il caldo e il frinir di cicale che rendono noi pecorelle e te pastore, è questo che vuoi, è la nostra presenza, le nostre mani, le nostre parole che a te giungono sotto forma di odore a tenerti compagnia” e mentre in preda ad un delirio artistico-farmacologico mi pareva di vederlo annuir con gli occhi, io capivo, finalmente comprendevo che non sopporto le vacanze perché non sopporto la diaspora di umanità che l’accompagna.
E se domani foste già tutti in vacanza?

Saldi di fine stagione, varie ed eventuali.

Viscontessa, 26 Luglio 2007

Scrivi un post dal sapore vagamente saffico, un post che sembra tratto dalla pagine di un diario segreto chiuso con un lucchetto e una chiave da nascondere dentro al reggiseno, o un post che sembra una lettera sfilata dalla cassetta postale color scarlatto dell’angolo in fondo alla strada.
Sarà vero? Sarà un racconto, una confessione, un sogno, un’idea, una fantasia….
Nessuno lo sa, il post resta lì a farsi guardare come una di quelle opere di cui non se ne comprende il significato e che per questo ti costringono ad un attento esame mentre pensi a quando tempo dovrai mantenere quell’espressione assorta per non fare brutta figura.

Sei dimagrita ancora.
Si, no, non lo so, non ho più quindici anni e faccio un po’ come mi pare, non rischio l’anoressia e neanche l’acne giovanile, se sono dimagrita o ingrassata sono un po’ affari miei, del mio guardaroba e del mio umore. A volte bisognerebbe collocare le patologie più in voga nel giusto spazio temporale. Non posso soffrire di anoressia e neanche di arteriosclerosi. Per quanto tuttavia……

Sei sempre imbronciata, perché non sorridi ogni tanto?
Perché mi vengono le rughe.

Gentile collaboratore, purtroppo ecco, per ora non possiamo pagarle l’arretrato e anche la nostra collaborazione per ora finisce qui.

Gentile Viscontessa, abbiamo comunicato la messa fuori catalogo del suo libercolo, ne sono rimaste un bel po’ di copie, che facciamo le mandiamo al macero o le vuole lei al prezzo di costo?

Gentile utente, purtroppo sono momentaneamente fuori servizio perché qui fa caldo e nessuno ha più voglia di fare niente, se ha bisogno di noi si arrangi, in fondo è estate e adesso se la goda.

Cara amica mi manchi

Viscontessa, 25 Luglio 2007

Cara amica mi manchi,
volevo dirtelo perché qui ho fatto un ottimo lavoro e adesso manchi solo tu ma non ero sicura di avertelo detto e non sapevo neanche come fare a spiegarti che ero sparita perché dovevo rimettere in ordine.
Perché cara amica mi chiedevo se ti eri mai accorta del bisogno che talvolta provo di mettere ordine tra le cose come quando quell’estate spazzavo sempre il giardino perché cadevano le foglie e tu sorridevi mentre io mi affannavo in quel lavoro inutile.
Anche adesso spazzo via le foglie del giardino ma lo faccio con quell’indolenza a cui ti conduce la malinconia quando arriva senza essere invitata.
Così ho cambiato le lenzuola del mio letto e ho rimesso le nostre lenzuola bianche di lino di quella notte nella quale ci siamo addormentate mano nella mano e nella quale avrei voluto che l’amore fosse sempre così morbido come la tua pelle nuda.
Quella notte non ti ho detto niente e anche tu ti sei addormentata mentre le foglie del giardino si posavano lievi sul nostro sonno, e non ti ho detto niente neanche il giorno dopo mentre quell’essere femmine insieme, in un mondo di maschi, ci rendeva complici di un gioco che non abbiamo mai fatto.
Ma forse è l’attesa, forse come quando da ragazzina sognavi la tua prima volta, ogni prima volta ha bisogno di essere sognata, preparata e condivisa da un desiderio che non si fa così impellente come l’amore con gli uomini. Qualcosa di profumato, liscio, morbido come le labbra di un bambino che cercano il seno della madre o mani delicate ed armoniose che suonano uno strumento familiare.
Mi manchi tu e mi mancano altri vecchi amici con cui abbiamo condiviso quella primavera che si è dilatata come un sogno di mezza estate mentre accaldata assaporavo il gusto di un pensiero imprevisto e imprevedibile che è poi rimasto incastrato tra le cime di un melograno.
E mi manchi in questo momento che è sempre la solita estate che non lascia spazio all’urgenza, alla fretta, alle corse affannose in cerca di un piacere che invade la mente e il cuore ma brucia come questa nostra infuocata penisola.
Il mio giardino tanto è sempre uguale con le sue poltroncine di vimini sulle quali immaginavo di sfiorare sinuosi confini e morbide curve mentre mari in tempesta abbattevano argini per riversarsi tra le nostre lunghe gambe distese al sole. Ed è sempre uguale la mia pelle leggermente abbronzata, il mio sguardo imbronciato, la dolcezza dei miei pensieri quando hanno finito di mettere ordine nelle cose.
Lieve, struggente e accogliente si fa talvolta il desiderio.
Volevo raccontarti tante cose.
Ma lo avrei fatto dopo con una sigaretta tra quelle dita avvolte da un aroma familiare e sconosciuto.

Quanto costi?

Viscontessa, 24 Luglio 2007

Ognuno di noi ha un prezzo, cominciamo a venderci fin dalla nascita e quando arriviamo alla fine dei nostri giorni di quel che eravamo è rimasto poco o niente.
Ci vendiamo per ottenere un po’ di attenzione, per ottenere un po’ di rispetto e ci vendiamo persino per rivendicare il nostro diritto a non vendersi, vendiamo la nostra anima e il nostro corpo, mettiamo in vetrina le nostre paure perché qualcuno le acquisti e se le porti via e pure le nostre gioie perché la felicità è come un cartone di latte fresco con la sua bella data di scadenza sul retro e bisogna liberarsene prima che diventi acido.
Ognuno di noi si vende qualcosa, trascorsa l’adolescenza piena di ottimi propositi sulla propria integrità morale, cominciamo a smontarci a pezzetti come i mattoncini del Lego. Quei mattoncini che ci siamo già venduti sulla spiaggia quando si faceva il gioco del mercatino e quella monetina in cambio di una macchinina era un successo e non quel fallimento che poi ci parrà col tempo l’essersi liberati degli oggetti della nostra infanzia.
La scuola, “Luigino saluta il signore”, gli amici, la paghetta, la tua camera in ordine, la coca cola solo una volta ogni tanto perché fa male, sono tutti quei piccoli compromessi, quelle piccole compra vendite che ci vengono imposte come educazione perché vivere in mezzo agli altri significa adeguarsi a delle convenzioni sociali che rendano il gruppo sempre più omogeneo.
E ci vendiamo per un po’ di attenzione di nostro padre che non c’era mai o della mamma che allatta il fratellino e da quando è arrivato quello lì le cose sono cambiate e lei mi trascura.
E poi ci sono gli studi, c’è quel senso di onnipotenza che ti pervade quando ti pare di avere ancora tutta la vita davanti che poi magari resta incastrata tra le lamiere di auto mentre pensi “non a me”, e c’è l’amore, la carriera, l’impegno sociale e la vita che ogni giorno ti chiede in cambio qualcosa senza che tu all’inizio te ne renda neanche conto.
Ci vendiamo a volte per molto poco altre lasciamo lievitare il nostro prezzo senza un motivo apparente solo perché abbiamo bisogno di sapere che valiamo qualcosa. E ci vendiamo i sogni in cambio di un tozzo di pane, gli incubi per un abbraccio, i nostri baci per quella fame che non proviene da uno stomaco vuoto.
Tutti, indistintamente, chi più chi meno ma soprattutto chi più consapevolmente e chi meno.
Ed è proprio questa inconsapevolezza che mi fa paura e mi spaventa, è questo confondere la necessità di vendersi con la propria libertà a farlo.
Si è liberi di vendersi l’anima o il culo con la stessa disinvoltura, ma ogni volta che offriamo qualcosa di noi lo facciamo perché ci aspettiamo un corrispettivo in cambio.
Siamo liberi solo di fissare un prezzo e a volte neanche di quello.

Semmai è colpa del caldo

Viscontessa, 23 Luglio 2007

Io l’occhio “lombrico” lo avevo riconosciuto fin dalla prima volta che per motivi di lavoro lo aveva posato su di me. L’occhio “lombrico” da rappresentate quello con il catalogo e il decalogo dell’amante funzionale a prezzi scontati con il tre per due e la cena nel locale con la candela dell’Ikea come centro tavola.
Lo avevo riconosciuto e lo avevo invitato con il mio sguardo a farsi un po’ più in là perché un bravo rappresentante non sa distinguere un rotolo di carta igienica da un diamante ma li gestisce con la solita enfasi e disinvoltura e lui, che io sappia, è un ottimo rappresentate.
Pensavo di essere stata chiara, pensavo di averlo dissuaso con la facilità con cui di solito riesco a scoraggiare anche chi non vorrei, e pensavo che se ne sarebbe fatta una ragione anche se tutto questo teatrino del corteggiamento era stata una recita muta fatta di sguardi e di risposte fin troppo acide per far soltanto riferimento a mere questioni di lavoro.
E invece no, anzi, non ha capito assolutamente niente, ma talmente niente da non aver proprio capito se mi interessava o meno e così ogni volta tornava con il sorriso, mi salutava con timida referenza e se io solo gli rispondevo, si intrufola nella mia vita come un lombrico in un vaso di fiori.
Un giorno poi che mi pareva che il mondo potesse anche seguire una rotazione differente da quella stabilita per natura, ho lasciato che mi offrisse la colazione e pur facendo ben attenzione a mantenere le distanze, ho usato con lui quel tono “umano” che si conviene tra persone civili.
Inutile aggiungere che ho sbagliato e non perché lui si sia fatto avanti dandomi finalmente l’occasione di mandarlo a quel paese, ma perché nei giorni a seguire, adducendo infondati motivi di lavoro, mi telefonava continuamente fino a quando sono stata costretta a non rispondergli più al telefono e ad inviargli una mail nella quale gli facevo ancora presente che non ero io ad occuparmi di certe faccende all’interno dell’azienda.
Niente. Si è offeso, l’ho intuito dallo sguardo da “lombrico” frustrato ma non appena mi sono scusata per essere stata un po’ brusca, lo sguardo si è fatto nuovamente pressante e appiccicoso.
Perché il guaio è che questo omino con cui devo per forza intrattenere rapporti di lavoro, non solo è così fastidiosamente e timidamente insistente, ma pure permaloso e questo naturalmente è un altro problema.
Fatto sta che da oltre un anno sopporto questa situazione con un leggero senso di orticaria ogni volta che lo vedo oltrepassare la porta del mio ufficio ma ultimamente si è preso un genere di confidenza che supera davvero ogni limite.
Entra in ufficio e pensando forse di essere spiritoso mi chiama “giovannona coscia lunga”.
Temo che alla prossima dovrò sopprimerlo.
Semmai poi diciamo che è stato un raptus di follia dovuto al caldo.

Sono una miss ma solo per gioco

Viscontessa, 19 Luglio 2007

Lei è una bella ragazza, giovane e perfettamente in sintonia con i canoni estetici delle belle ragazze di oggi che a me sembrano tutte un po’ simili. Magari poi non è vero e sono io che non riesco a cogliere la differenza tra una bellezza e l’altra ma ho la sensazione che questa maniacale attenzione per il proprio corpo, finisca per assottigliare sempre più queste differenze offrendoci l’immagine di una gioventù che potendo contare sull’altezza e su tratti somatici non troppo evidenziati, può fisicamente trasformarsi nell’immagine stereotipata della bellezza.. In gioventù è normale cercare di trovare la propria personalità prendendo a modello quella del gruppo a cui si appartiene, ma fino a poco tempo fa si potevano condividere gli stessi abiti, le stesse scarpe, lo stesso tipo linguaggio ma chi per dire aveva i capelli corti e ricci, difficilmente poteva trovare il modo di averli sempre lunghi e lisci. Adesso invece grazie allo sport, alla medicina e all’estetica, quasi più niente è impossibile e io mi trovo sempre un po’ disorientata di fronte a queste belle ragazze che a volte temo non saprei riconoscere l’una dall’altra.
La bella ragazza di ieri, per dire, subito dopo i complimenti che su invito della mia amica sono stata costretta a tributare con un gran dispendio di gridolini di ammirazione, aveva appena finito di sottoporsi ad un trattamento estetico per dare luce al volto e forse un po’ intimorita dalla malcelata falsità con cui mi sono prodigata in questi benedetti gridolini di ammirazione, ci ha subito tenuto a raccontarmi che a lei della bellezza non importa niente per mettermi a parte poco dopo dei suoi successi universitari, del suo amore per il giornalismo e la letteratura, e della sua sviscerata passione per il latino. Poi mentre si spazzolava i lunghi capelli frutto di un’estenuante seduta di extencion, mi ha raccontato che lei detesta le miss con il loro cliché da pace nel mondo e che è stufa degli uomini che l’ammirano per il suo aspetto invece che per la sua testa. Una gran bella testa, come ci ha tenuto a precisare, visto che ha sempre studiato con profitto nonostante abbia sempre anche lavorato, naturalmente come ragazza immagine, come modella, come indossatrice e come altri umilianti lavori che ha accettato solo per la necessità di ribadire che era una ragazza in gamba. Anzi in gambissima visto che qualche concorso di bellezza lo ha vinto ma solo per soldi perché chiedere i soldi ai propri genitori per farsi un trattamento di bellezza è immorale.
Infine, tanto perché non si pensasse che fosse una ragazza così fortunata da essere tanto bella e tanto intelligente allo stesso tempo, mi ha confessato che però è tanto sfortunata in amore e allora lì, dopo il mio silenzio che ha accompagnato tutta la sua conversazione, non sono più riuscita a tacere e cercando negli anfratti della memoria il ricordo di qualche frase letta sulla rubrica del cuore di qualche rivista femminile, le ho risposto che sicuramente non era sfortunata ma soltanto molto esigente. E lì, come da copione, ha vivacemente confermato la mia teoria che le è sembrata veramente molto saggia.

Pensierino della sera

Viscontessa, 18 Luglio 2007

Ieri mi è impazzito il Shynistat, ad un certo punto della giornata mi ha inviato un messaggio e mi ha detto che lui non era pagato per contare oltre i mille accessi al giorno. Poi mi ha detto che se volevo tirarmela con il gioco degli accessi dovevo pagare e comprarmi la versione superiore.
Ma chi te l’ha chiesto? Gli ho detto io, ma lui si è fermato su 1001 tanto per farmi vedere che volendo sapeva fare molto di più e poi si è ritirato in un ostentato silenzio.
Che sfiga, ho pensato, famosa senza neanche darla (purtroppo).

Le mie vacanze

Viscontessa, 16 Luglio 2007

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Caro diario sono appena tornata dalle mie vacanze in colonia e sono ancora così emozionata che non riesco a prendere sonno. Sono stati quattro giorni davvero fantastici nei quali ho fatto amicizia con un sacco di ragazzi nuovi con dei nomi un po’ strani come Wittegenstein, Macchia Nera o Giovani Tromboni anche se io anche per quest’anno non ho trombato ma comunque ci siamo scambiati qualche Url e uno mi ha chiesto persino un Link anche se io non gliel’ho dato perchè avevo paura della mononucleosi.

Comunque mi sono divertita davvero tanto perché abbiamo fatto un sacco di giochi insieme e io ho anche vinto il concorso di Miss Maglietta Infilata perché faceva davvero così tanto freddo che invece di fare quello di Miss Maglietta Bagnata le maglie ce le siamo infilate addosso tutte insieme e se lasciavi una maglia incustodita per cinque minuti, qualcuno tela fregava per riscaldarsi. Ma dopo però te la rendeva e così si era di nuovo tutti amici.
A dire il vero, caro diario, io ho quasi rischiato di fare anche miss maglietta bagnata perché ad un certo punto c’era uno che ha detto che chiacchieravo troppo e mi voleva affogare nel laghetto ma tanto scherzava e poi io mi sono infilata in macchina e ho chiuso tutte le serrature.

E poi caro diario, lo sai che un ragazzo che si chiamava Matteo una sera mi ha anche chiesto se ero libera? Sapessi che emozione caro diario, io sono diventata tutta rossa e non sapevo cosa rispondere poi alla fine mi sono fatta coraggio e gli ho detto di si e lui allora mi ha detto se gli davo un passaggio che non aveva voglia di spostare la macchina.

Comunque caro diario mi sono divertita davvero tantissimo, pensa appena arrivata ho anche visto i ragazzi che giocavano a “i blog sono morti” un gioco da maschi che consiste nel fare a gara a chi ce l’ha più lungo (il numero degli accessi al proprio blog) e finisce quando uno dei ragazzi dice ad un altro “morto sarà il tuo che non fai neanche dieci milioni di accessi al giorno, il mio sta benissimo!”. Un gioco davvero molto divertente dove poi il vincitore sceglie la punizione per chi perde e che di solito consiste nel manomettere le classifiche dei blog più famosi d’Italia affinché il blog del perdente non appaia mai più nei primi dieci blog più letti d’Italia.

Ma poi caro diario abbiamo fatto anche altri giochi più di movimento come “cinque minuti a piedi” che è un gioco nel quale ti dicono che devi camminare per cinque minuti per un sentiero di montagna e invece ti devi arrampicare per un’ora su una vetta fino a quando raggiungi un grande prato dove gli altri si sono portati le melanzane alla parmigiana, gli spaghetti alla amatriciana e una torta di mele mentre tu hai uno sfigatissimo panino che non va giù neanche con un litro d’acqua. Il gioco lo vince che riesce a raggiungere la cima senza farsi venire un principio di enfisema polmonare. Io in questo gioco sono arrivata ultima ma non importa perché l’importante non è vincere ma sopravvivere.

Ma poi caro diario abbiamo fatto anche altri tantissimi giochi come il gioco del raviolo che consiste nel mangiare dei mattoni a forma di ravioli senza farsi venire l’ulcera o il gioco del panna cotta che era un gioco rischiosssimo che abbiamo fatto davvero in pochi. Funziona così, la sera a cena ti dicono che dopo il raviolo c’è la panna cotta ma che se vuoi mangiare la panna cotta devi aspettare fino alle nove e trenta e siccome alle nove e trenta devi essere al Castello Savoia a sentir suonare Cesare Picco, devi trovare il modo di mangiare la panna cotta e arrivare in ritardo al castello senza che gli altri se ne accorgano. Io avevo quasi vinto…un, due, tre…..e io ero quasi seduta poi la guardiana del castello ha detto “stella!” quando io mi stavo sedendo e lei mi ha visto così mi è toccato tornare fuori, dove c’erano forse cinque gradi, e ricominciare tutto da capo. Però è stato bello lo stesso soprattutto quando dopo il concerto con il raviolo sullo stomaco e la panna cotta sul maglione, abbiamo accompagnato Cesaro Picco a mangiare la polenta taragna che ci hanno messo sotto al naso e noi si poteva solo annusare. Io ho annusato più forte tutti, così tanto forte che alla fine ci hanno portato un paio di piatti in più e abbiamo mangiato anche noi.

Poi, caro diario, una sera siamo stati anche al cinema. Io quella sera lì ero davvero tanto emozionata perché avevo pensato che nel buio della sala cinematografica magari mi potevo fare coraggio e potevo limonare con qualcuno. Infatti qualcuno aveva detto che chi voleva limonare doveva andare nelle ultime file e si sono seduti tutti lì di corsa così quando io ho finito di fumare la mia sigaretta e sono entrata nella sala buia, i posti erano quasi tutti presi. Allora caro diario ho fatto finta di niente e mi sono seduta accanto ad uno che avevo saputo che chiamavano Caterpillar che secondo me era di buon auspicio anche se si chiama Massimo Cirri, però lui ha solo guardato il film e io ci sono rimasta un po’ male.

Ma non importa caro diario perché poi la sera dopo siamo andati tutti in discoteca e io lì mi sono divertita davvero tantissimo perché avevo le scarpe con il tacco e non potevo ballare così mi sono sbronzata in compagnia del barista e ho finito per raccontare tutta la mia vita al suo cucciolo di bassotto.

p.s caro diario, però ho fatto davvero una figuraccia tremenda perché ad un certo punto Daria Bignardi si è presentata e mi ha detto “ciao io sono Daria” e io invece di risponderle “piacere io sono Giovanna” gli ho detto “vabbè, lo so benissimo chi sei!”

p.s.s ora caro diario vado a letto perché è davvero molto tardi comunque speriamo che l’anno prossimo i miei genitori mi ci rimandano perché mi sono divertita davvero tanto.

Update: versione più seria dell’accaduto su Sorelle d’Italia,,
versione bucolica con foto da Gianluca
versione stringata con stringate foto da Mantellini
versione sfigata dell’accaduto così sfigata che ancora non è ancora uscita su Grazia

Questo non è un addio ma un semplice arrivederci….

Viscontessa, 11 Luglio 2007

Ho lasciato le coordinate geografiche sull’ubicazione esatta del frigo, dentro ho inserito una mappa per agevolare l’orientamento necessario ad individuare il suo contenuto e sopra vi ho apposto un pro-memoria con le istruzioni minime per la sopravvivenza del mio piccolo parco animali: dare da bere e da mangiare ai cani, i gatti e i pappagalli.
Poi ho tolto i tappeti, ho preparato un pezzo di roast-beef che va solo tagliato, un conchino di riso freddo e affettati, formaggio e insalata già lavata e tagliata a volontà.
Ho inserito l’irrigatore automatico, ho allertato mia madre e la protezione civile, ho innaffiato le piante che, ahimè, non possono essere raggiunte dall’impianto di irrigazione, ho fatto tutte le lavatrici, le ho stese e le ho ritirate, ho tolto i cuscini, ho lasciato la tovaglia sul tavolo, ho messo tutte le medicine a portata di mano, ho comprato due tubetti nuovi di dentifricio, ho messo tutti i calzini e le mutande necessarie sopra al cassettone dell’ingresso affinché siano ben visibili, poi mi sono raccomandata ai vicini, al gruppo di tossici che vive nel bar d’angolo e agli operai che stanno ristrutturando l’appartamento accanto. Quindi ho lavato i cani, li ho pettinati, ho rimpinzato tutti di cibo e ho parlato a lungo con il pappagallo.
In ufficio ho sistemato tutto, parlato con tutti, archiviato tutto e persino lucidato la scrivania non prima di aver lasciato tutte le matite con la punta fatta e le penne con il coperchio.
Ho preparato la lista delle cose che devo portarmi dietro, ho lavato la macchina, ho fatto il pieno, ho allucchettato il motorino, programmato il navigatore satellitare, caricato il telefonino, scelto i cd, fatto un prelievo in banca e avvisato il fisco che non sono fuggita.
Poi mi sono data lo smalto, ho fatto una ceretta, una maschera di bellezza, il parrucchiere, l’abbronzatura, le lezioni di pilates e quelle di bosu tutto in un giorno.
Quindi ho detto le preghierine, ho rimesso in ordine i cassetti, ho usato il filo interdentale e ho lasciato testamento.
Non mi rimaneva che scrivere questo post per avvisare.
Domani parto.
Ma sarebbe il meno.
Perché domenica torno.

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