dentro chi può

Viscontessa, 29 giugno 2007

A volte per essere davvero avanti bisogna fare un passo indietro oppure bisogna fare un salto dentro purché lo si faccia da una rispettabile altezza.
Incerta su dove trascorre le vacanze per quest’estate, mi sono informata sulle ultime tendenze estive dei vip e ho scoperto che Forte dei Marmi non è più “in” come una volta mentre si allungano le liste di attesa per Sollicciano. Fuori i poveracci con l’indulto e dentro i vip con clamore.
Dopo Paris Hilton, Lele Mora, Stefano Ricucci, per essere davvero alla moda bisogna insomma trascorrere almeno una settimana rinchiusi nella cella di una patria galera perché se qualche anno fa andava tanto di moda il ritiro meditativo in monastero, adesso si preferisce quello rieducativo presso un istituto penitenziario.
Devo dire subito però, prima che vi precipitiate presso la vostra agenzia di viaggi per prenotare un soggiorno in carcere, che le prenotazioni per Sollicciano possono essere accolte soltanto dal Tribunale e che i tempi medi di attesa, per voi poveri mortali, possono essere molto lunghi.
Buone notizie invece sul fronte dei servizi offerti: vitto e alloggio gratuito, assistenza legale garantita, check up completo e completamente gratuito su richiesta, assistenti sociali e parroci per il vostro benessere mentale e infine un’ospitata presso una trasmissione televisiva di grande successo per raccontare all’Italia intera la vostra esperienza.
Se poi dovesse venirvi la voglia di pubblicare “le mie prigioni” un editore disponibile lo si trova sempre.

su Il firenze di oggi

Mamma che noia!

Viscontessa, 28 giugno 2007

E’ tutto incastrato alla perfezione, tutto sincronizzato, tutto previsto fino all’ultimo più imprevedibile imprevisto eppure c’è sempre un imprevisto che non avevi previsto che sarebbe stato imprevisto nel momento in cui non era previsto.
Sveglia alle otto e questo è già il primo imprevisto perché nonostante tutti gli ottimi propositi della sera prima non riesco a rotolare giù dal letto prima delle otto mezzo e nelle rare volte in cui ci riesco, rotolo così malamente al suolo che devo subito tornare a letto per riposarmi.
Eutirox 75 prima di colazione ma a volte lo dimentico e passo direttamente alla fase due ovvero caffè e fette biscottate. Poi ci sono i pappagalli, tiro giù le tende del giardino e li metto fuori quindi, cani, gatti, casa, letti da rifare e il bucato da stendere o il cencio da passare per terra perché la vescica del cucciolo è un altro imprevisto che non avevo previsto in questa fase della mia vita.
Se riesco a coordinare bene i movimenti (non sempre la mattina ne sono capace) posso persino lavarmi i denti mentre rifaccio un letto e spolverare il comodino mentre mi infilo le scarpe.
Sono fuori prima delle dieci ma troppo poco prima delle dieci per arrivare in ufficio in un orario che si possa definire accettabile. Oggi per dire ho cercato un tipo verso le undici e mezzo ma mi hanno detto che a quell’ora era già troppo tardi e dovevo chiamarlo a metà mattinata “tipo?” ho chiesto io “verso le dieci” mi hanno risposto e lì ho capito che anche gli orari non sono un fattore prevedibile.
Posta, segreteria telefonica, colazione, agenda, mail ed è subito ora di pranzo: da mesi prevedo di saltare il pranzo ma poi mi viene una fame pazzesca e mangio come un bufalo superando ampiamente le mie previsioni di spesa per la giornata. “Scusa hai mica da prestarmi 5 euro che sono rimasta sensa?”.
Lavoro, cazzo, non ho combinato ancora niente e avevo previsto che oggi questa pila di documenti qui sarebbe stata smaltita, pausa caffè, volevo scrivere un post, devo rispondere ad una mail, adesso chiamo per quella cosa che cazzo, dovevo chiamare ieri, lavoro cazzo e stracazzo è già l’ora di andare, finisco domani, non ho benzina, cazzo mi ero dimenticata anche questo, prendo mia figlia e poi si metto benzina e la tintoria ora vado, si ora mi tengo a mente che la tintoria e ci passo davanti, si ora vado e ho dimenticato il pane ma c’è la palestra e finisco la benzina, non compro il pane e metto benzina arrivo in palestra già sudata e ho dimenticato di nuovo la tintoria….
Corri, devo andare a riprendere la bambina, la doccia la faccio a casa, arriva un messaggio, ci sentiamo per telefono, ti scrivo, non ho comprato il pane, devo finire l’articolo, il cane dal veterinario, il bucato ancora in lavatrice, per cena pasta all’olio che forse quella c’è e poi albicocche, basta prenderle dall’albero ma non ho fatto in tempo sono già tutte marce e ho dimenticato in ufficio i cetrioli dell’orto della mia collega, o li ho lasciati all’ufficio delle imposte? Le albicocche dicevo, devo concentrarmi perché c’è qualcos’altro che adesso non ricordo legato alle albicocche, dunque, albicocche, giardino, sole…annaffiare! Cazzo, ho staccato l’irrigatore perché il cane aveva staccato un tubo e l’acqua annaffiava anche il giardino dei vicini ma mi sono dimenticata e adesso le piante hanno sete. Ce la posso fare, tiro fuori il pappagallo che altrimenti è sempre in gabbia e fuori i gatti che altrimenti si mangiano il pappagallo, metto l’acqua per la pasta, innaffio il giardino mentre do un’occhiata al giornale con la televisione accesa che almeno sento le notizie “AMMMOOOOREEE!?!?!”
“che c’è mamma?”
“amore mi devi aiutare che altrimenti non facciamo in tempo”
“in tempo per cosa?”
“in tempo per tutto accidenti! Datti da fare che facciamo tardi!”
“mamma ma tardi per cosa?”
“che ne so! Ma non è gia tarda mattinata, tardo pomeriggio, tarda serata? Insomma non è tardi per qualcosa?….’spe, hai sentito?”
“sentito cosa?”
“come cosa?!?! sta squillando il telefono, l’acqua bolle, il gatto miagola perché ha fame e hanno appena detto che è morto…chi è morto? L’hai capito tu?”
“mamma calmati…. non è successo niente o almeno non qui, quando mi hai chiamato con quel tono come se stesse cadendo il mondo, stavo giocando con la play station e adesso è molto probabile che effettivamente il mondo del mio gioco sia crollato tutto”

Siamo quel che siamo

Viscontessa, 26 giugno 2007

Che cagata pazzesca che è diventata questo blog.
Alla fine bisogna ammetterlo questo blog è proprio una cagata pazzesca come la stanza dove volevi fare lo studio e invece alla fine ci hai messo l’asse da stiro, la gabbietta per il gatto e la cesta con i panni sporchi.
Proprio una cagata pazzesca, all’inizio ci mettevo i libri per terra in attesa della libreria e ogni giorno aprivo almeno la porta per alimentare un po’ le speranze ma adesso qui dentro c’è puzza di chiuso, di piedi, di amido e di gatti.
Una cagata pazzesca e non c’è più niente che possa fare per rinfrescare l’aria e sistemare i libri.
Magari prima c’era la voglia di crearsi un angolo tutto proprio, un posto nel quale sognavi una poltrona in pelle su cui sprofondare per riflettere sulla tua vita, poi hai cominciato a metterci tutto quello che non sapevi dove mettere e adesso ti rendi conto che non c’è tempo per riflettere e che tutta la tua vita è fatta di panni da stirare, di panni da lavare e gatti da portare dal veterinario.
Una cagata pazzesca, questo blog è una cagata pazzesca come la vita che trascorri nel tentativo di sistemare per poi accorgerti che è già finita. Una cagata pazzesca di cose da fare e di relazioni che non hai mai il tempo di coltivare come accade per le piante del giardino che la primavera scorsa avevi piantato con tanto amore e quest’anno non hai avuto neanche il tempo di concimare.
Una cagata così pazzesca che le piante mi sono morte tutte e questo blog non riesce più coltivare neanche le vecchie amicizie che chissà dove sono finite.
Questo blog è proprio una cagata pazzesca perché io senza le stampelle non riesco neanche a camminare e qui da sola, tutta sola nel mio blog, mi accascio al suolo senza idee.
Eppure, cazzo, datemi un paio di stampelle e corro come un leprotto e allora perché mai da sola non riesco neanche a camminare?
Che cagata pazzesca questo blog, il mio studio, i panni da lavare, il giardino e pure io.
Io sono una cagata pazzesca, me ne sto finalmente facendo una ragione e quando sarò arrivata in fondo a questo processo di autocoscienza potrò finalmente ad essere quella enorme, stratosferica, puzzolente, ingombrante cagata pazzesca che sono sempre stata.

Il pensiero a volte basta

Viscontessa, 25 giugno 2007

Mio padre scelse per me il nome di Giovanna perché San Giovanni era il patrono di Firenze e perché non gli piaceva il suono Lorenza ovvero la versione femminile di uno storico nome fiorentino.
San Giovanni quindi erano auguri e un pranzo per festeggiare l’onomastico, ed erano regalini e qualcosa per rammentarmi che non ero solo un membro della famiglia, ma la pro pro pro nipote di uomini che con il loro amore per l’arte, avevano contribuito a rendere migliore il mondo.
Lo so, tutto ciò è un po’ pretenzioso ma mio padre era un amante della storia dell’arte e amava la nostra città visceralmente forse più di quanto amasse me o mia sorella.
Poi gli anni sono passati e insieme a mio padre se n’è andato anche buona parte del suo patrimonio di piccole opere d’arte e libri che lui aveva raccolto nel corso della sua vita. Una passione la sua che lui non provava il desiderio di tramandarci e di cui anzi era così geloso da aver sempre lasciato detto che dopo la sua morte potevamo e dovevamo vendere tutto.
E così è stato, non per volontà mia ma perché di noi resta solo ciò che si è seminato e il raccolto della semina di mia padre, non era destinato a noi.
Fatto sta che ad oggi quasi nessuno ricorda più di farmi gli auguri per l’onomastico e San Giovanni è diventata una giornata come tutte altre con mia madre che chissà per quale contorsione mentale si domanda se mi interessi ancora ricevere gli auguri per l’onomastico e mio marito che pur sapendo che mi fa piacere, si rifiuta ostinatamente di farmeli.
Eppure poi, mentre rammenti con un filo di nostalgia quelle tavolate di San Giovanni con gli gnocchi alla romana che sono sempre stato il mio piatto preferito, ti arriva un messaggio di auguri da una amica di giovane data e poi anche qui sul blog da chi non ti saresti mai aspettata e da un’amica di vecchia data che non vedevi da tempo.
E un po’ semplicemente, ti commuovi….

Più auto per tutti

Viscontessa, 24 giugno 2007

Cazzo io lo sapevo che prima o poi avrei fatto arrabbiare Montezemolo. Non che sia una sindacalista e non lavoro neanche nella pubblica amministrazione ma di sicuro non faccio neanche il tifo per la grande azienda.
Ma poi la mia non è una cosa personale contro la grande azienda anzi, quando ero più giovane c’erano i padroni da una parte e gli operai dall’altra, i padroni avevano un nome un cognome o magari due, avevano una villa da favola o magari due e andavano in vacanza sulla Costa Smeralda, o su quella Azzurra o magari su tutt’e due. Dall’altra c’erano gli operai che anche loro avevano un nome e un cognome magari banale ma pronunciabile avevano un appartamentino ad equo canone e la domenica andavano al mare a Ostia o all’Idroscalo o magari da nessuna parte.
Era tutto più semplice.
Adesso invece non trovi più uno straccio di imprenditore con nome e cognome neanche a pagarlo oro: tra holding, controllate, joint venture, capitali stranieri, partecipazioni e via dicendo se devi prendertela con il padrone non ti resta che qualche furbetto del quartierino con l’aria da play boy de noartri che neanche quello di casa ti dura più di un contratto 4+4, per non parlare poi dei colleghi che a cercare un Mario Rossi se ti va di lusso trovi tutt’al più un Mohamed Assan che della tua lotta di classe gli importa un cazzo che c’ha già le sue belle gatte da pelare.
Ma prendi anche i commercianti, per dire, prima c’era un bel negozio con le commesse, il cassiere e il titolare che se spendevi abbastanza ti serviva lui e ti chiamava per nome.
Adesso invece prendi un bel negozio e scopri che fa parte di una catena di negozi con un fatturato che supera quello della Fiat che se non leggi il Sole24ore tutti i giorni, non hai neanche idea chi siano i proprietari. Altro che grandi aziende, industrie e rinnovamento tecnologico. Dentro, invece delle commesse gentili e premurose ci trovi uno stuolo di ragazze in divisa che lavorano nel negozio come in una catena di montaggio: due ore a piegare gli abiti, un ora ai camerini, dieci minuti di pausa, due ore in magazzino e così via che invece di trovarsi in mensa ad incazzarsi tutte quante contro il padrone, vanno al bar a mangiare l’insalatina e poi corrono in palestra a rassodarsi le chiappe. Gli chiedi, dove lo vuoi mettere il TFR? E loro tra un’insalata scondita e due ore di tapis roulant ti chiedono stupite se il TFR sia un sex toy perché un contratto di lavoro dipendente non lo hanno mai visto.
Che poi è questo il nostro paese, le grandi aziende del Made in Italy producono in Cina, quelle straniere vendono in Italia, gli operai sono diventati una classe più abbiente dei ricercatori, degli stagisti, dei lavoratori flessibili o dei precari e meno dei contadini che adesso han fatto tutti l’agriturismo nelle stalle e vendono prodotti tipici della tradizione gastronomica del nostro paese.
E questo è il nostro paese circondato da bagnarole che traghettano disperati in Costa Smeralda e diversamente disperati a Lampedusa, il paese delle domeniche ecologiche, delle stragi del sabato sera, delle città devastate dal traffico e del foglio rosa a sedici anni così a diciotto consegnamo una nuova generazione di neo patentati nelle premurose mani del nostro Montezemolo nazionale.
Ma che dobbiamo dargli di più a quest’uomo perché non ci consideri nemici o fannulloni?

(su Macchianera)

Biancaneve e la Madonna

Viscontessa, 21 giugno 2007

La situazione del mio giardino è ormai ingestibile.
Quando qualche anno fa avevo sostituito la statuetta di una madonnina che non aveva mai pianto neanche quel poco d’acqua necessario ad annaffiare le piante del mio giardino con quelle di Biancaneve e i sette nani, mai avrei pensato di trovarmi un giorno nelle condizioni attuali.
A dire il vero allora non pensavo neanche che ad oggi fossimo ancora qui a parlare dell’omosessualità come un vizio, come un peccato, come una malattia contagiosa ma ancor meno mi sarei aspettata che i miei sette nani da giardino si ribellassero così violentemente alla loro condizione di oggetti.
D’altra parte che la colpa sia mia lo so benissimo, quando mi sono portata a casa Biancaneve e i sette nani, gli ho subito fatto sapere che se la statuetta di una madonnina prima di un oggetto è la rappresentazione di un’immagine sacra, non c’era motivo per cui anche loro non dovessero prima di tutto rappresentare se stessi ovvero degli omosessuali diversamente abili e convinta che entro breve questa loro diversità non sarebbe più stata considerata indegna di ottenere gli stessi diritti di tutti gli esseri umani, gli ho lasciato la libertà di esprimersi come meglio credevano.
Fatto sta che qualche giorno fa Dotto mi ha detto “se non posso sostenere che il mio orientamento sessuale non è pregiudizievole per il godimento dei medesimi diritti degli eterosessuali, esigo che anche la mia statura sia considerata una diversità di genere da debellare!” e si è buttato di sotto da un vaso.
Poi è arrivato Brontolo e ha aggiunto “io non pretendo che gli eterosessuali siano tutti uguali a me, non vedo perché invece loro pretendano che io sia uguale a loro!” e si è evirato.
Quindi è stata la volta di Pisolo e di Eolo che senza dire niente, e tenendosi per la mano, mi hanno mostrato un biglietto di sola andata per Barcellona e se ne sono andati.
Infine è arrivata persino Biancaneve che stracciandosi le vesti di dosso ha sentenziato “io sono alta e sono anche eterosessuale tuttavia ricordo molto bene che quando sono venuta a stare nel tuo giardino, mi avevi promesso che entro breve anche noi donne avremmo ricoperto dei ruoli di responsabilità e non parlavi certo di farmi piangere sangue nel tuo giardino!” e mi ha mostrato un biglietto di sola andata per Parigi.
Ora, gli altri rimasti, si sono chiusi nella serra non oso pensare cosa stiano macchinando.

Giornata mondiale del Uacciuariuà: fate girare questo appello

Viscontessa, 19 giugno 2007

Caro lettore che passi di qua.
Mi chiamo viscontessa, vivo a Firenze, ho un lavoro, una famiglia, una collezione di scarpe, un teschio umano conservato in salotto, un cane cinese nudo,un pappagallo brasiliano, un motorino, un’età di mezzo, una buona presenza, un ginocchio imbullonato, un blog, un giardino, due orecchie, un abbonamento in palestra, un’amica gay, una tessera come socio Coop e una Fidaty dell’Esselunga.
Ho anche un passaporto, un pezzettino di fumo in un cassetto, due icone russe da viaggio, un cellulare, un mal di testa piuttosto frequente, tre gatti, una mamma che vota Fini, due nipoti, un capo buddista, una lampada Tiffany, l’abbonamento a Cucina Italiana (scaduto), l’opera omnia di Sidney Sheldon e due cd dei Bronski Beat.
Ora così su due piedi non mi viene in mente altro ma se hai bisogno chiedi pure.
Perché caro lettore che passi di qua, io lo so che anche tu come me sei incazzato per qualcosa, tutti siamo incazzati per qualcosa, c’è chi ce l’ha con la Tav, chi con le biciclette, chi con i cattolici, con i gay, con i comunisti, con Prodi, con il vicino di casa, con i SUV, con canili, le baleniere, il protocollo di Kyoto, i terroristi, il costo dei pomodori, Priebke, i tassisti, Berlusconi, il traffico, il caldo, Bush, Bagnasco, la discarica di Ariano Irpino, i blog, i massoni, la Panther Oil, la famiglia tradizionale, il capo, Il Corriere della Sera, i garibaldini, la banca, il fidanzato, gli uomini, le donne, le zanzare, l’afa, il costo dei biglietti per la Sardegna, i fumatori, i salutisti, i vegetariani, Mastella, i palestinesi, gli ospedali, il Libro Cuore, Feltri, la pena di morte, Paris Hilton, le scarpe strette, le stragi del sabato sera, il parrucchiere, il partito democratico, l’Alitalia…..
Calma caro lettore, so bene di aver toccato almeno un punto dolente e so bene che adesso stai ribollendo di rabbia per quel nervo scoperto che ho appena sfiorato ma rilassati caro lettore, perché io sono qui a posta, sono qui per te, sono qui per aiutarti a “contestare” ciò che tu hai bisogno sia contestato, sono pronta a fare mia la tua incazzatura e a sfilare al tuo fianco per aiutarti nella tua battaglia.
Si caro lettore hai capito bene, in questa nostra società di prese di posizione dure e irremovibili, io sono proprio la qualunquista che ti serve, una qualunquista professionale che proprio grazie alla sua lunga esperienza è in grado di offrirti un servizio di ottima qualità che va dalla condivisione totale del tuo ideale, alla partecipazione attiva a qualsiasi contestazione tu voglia portare in una pubblica piazza.
E allora caro lettore rilassati e contattami, discrezione, puntualità, efficienza e prezzi modici sono la mia forza. Soddisfatti o rimborsati, soluzioni personalizzate per ogni tua esigenza, pagamento anche a rate senza interessi a partire da settembre 2007 e in più alle prime cento mail che mi arriveranno, sono anche in grado di offrire un servizio di bicchieri plastica, un copri materasso in puro cotone, la collezione completa del  Rider’s Digest e le istruzioni in fascicoli settimanali per realizzare a punto croce uno striscione davvero glamour.
Se poi invece caro lettore anche tu come me sei un pusillanime, iscriviti subito alla grande giornata mondiale del Uacciurariuà che si terrà il 31 giugno e che porterà nelle piazze italiane milioni e milioni di persone che si sono rotte i coglioni un po’ di tutto.
Più siamo e meglio è, per questo, caro lettore, fai girare questo post perchè è giunto il momento che anche la castrazione sia un diritto che girare sempre con i coglioni rotti non è neanche tanto bello a vedersi.

si fa quel che si può

Viscontessa, 16 giugno 2007

Oggi.
Gay Pride a Roma: forse si può partecipare anche solo con lo spirito perché il tempo è quello che è.
testata.gifSenza Berlusconi la scuola delle tre B.

Vita di coppia

Viscontessa, 14 giugno 2007

Ma il latte è finito?
Non lo so, hai guardato in frigo?
Si in frigo non c’è è proprio per questo che ho chiesto se il latte è finito
Allora prova a guardare nella lavatrice
Il latte nella lavatrice? Ma perché tu tieni il latte nella lavatrice?
Ovviamente no, lo tengo nel frigo
E allora perché mi dici di guardare nella lavatrice?
E tu perché mi chiedi se il latte è finito visto che in frigo non c’è?

Si è rotta la lampada
Si è rotta come?
Come sarebbe a dire “come”?!?! Non funziona e basta
Ah non funziona, non è che si è rotta
Vabbè, non funziona, che sarà?
Dipende, non funziona perché?
Come perché!?!? semplice non si accende!
La spina è attaccata?
Si ho controllato
La luce c’è?
Si ho acceso l’altra lampada
La lampadina?
La lampadina!?!? Non ho controllato
……..
Abbiamo un’altra lampadina?
Si
E dov’è?
In frigo
In frigo? Ma perché tu tieni le lampadine in frigo?
No volevo solo vedere se ci cascavi
……….

Scusa, hai preso tu il telecomando?
No
Come no, era qui e adesso non c’è  più
E allora?
Allora siamo soli io e te se non io non l’ho preso non puoi che averlo preso tu
E allora perché me lo chiedi?

Hai mica visto i miei calzini?
No
Eppure ieri sera li avevo lasciati in fondo al letto e ora non ci sono più, mica se ne saranno andati via da soli!
Sei sicuro?

E poi la verità ce la costruiamo noi

Viscontessa, 9 giugno 2007

Marco aveva festeggiato i suoi quarant’anni con gli amici e una puttana raccattata in un locale.
Lui se la ricorda russa perché l’Erzegovina non sapeva neanche dove fosse e poi l’importante era che non fosse una di quelle nigeriane con il culo enorme e il puzzo di stalla sotto alle ascelle.
Doveva solo scoparsela e da dove veniva quella puttanella di si e non diciott’anni, non era affar suo.
Però si ricordava la sua figa bionda e lo sguardo vecchio di chi di cazzi ne ha già visti anche troppi e non si impressiona certo per uno più grosso di un altro. Gli avrebbe fatto piacere che lei lo avesse notato ma era solo una puttana e se una sceglie di fare la puttana evidentemente ci è portata e non era certo colpa sua se alla sua età era già finita a fare quel lavoro.
Non è vero che la miseria giustifica tutto, se una è una persona onesta va a pulire i cessi piuttosto che a fare la puttana e con quello che a lui era costata quella sera lì, la puttana ci avrebbe campava tutta la famiglia per un mese intero.
E poi secondo lui lei si era anche divertita, questa era la verità

Marinella non aveva niente da rimproverarsi, era stata troppo impegnata con i bambini per chiamare Anna e adesso che aveva trovato il tempo per ascoltarla, Anna non aveva niente da raccontarle..
Magari le cose si erano sistemate ed era lei una sciocca a farsi tanti sensi di colpa per la sua amica sfortunata.
Che poi, pensandoci bene, Anna era sempre stata un po’ così, troppo remissiva, troppo docile con il marito.
Marinella glielo aveva detto tante volte, la prossima volta che alza le mani tu fai le valige e te ne torni da tua madre.
E invece Anna niente, le diceva di si che lo avrebbe fatto e la volta dopo era sempre lì.
Anna le telefonava in lacrime e Marinella la consolava, ma quell’inverno i bambini era stati sempre malati e aveva dovuto cambiare tre tate così le ultime volte che si erano sentite Marinella aveva sempre un tono un po’ frettoloso e Anna aveva smesso di chiamarla.
Ma non poteva essere colpa sua, sicuramente Anna aveva trovato il modo di far ragionare quella bestia di suo marito e le cose si erano sistemate.
Tornò a pensare alla tata nuova, anche l’ultima se ne era andata via, se Anna non fosse stata così irriconoscente, le avrebbe chiesto se voleva lavorare per lei.
E poi secondo lei la gente non meritava niente, questa era la verità.

Antonio aveva ereditato l’appartementino dei genitori e aveva deciso di investire il ricavato dell’affitto per assicurare un futuro a suo figlio. Una piccola pensione che lo avrebbe aiutato a vivere anche quando loro non ci sarebbero stati più.
Lo avevano saputo fin da subito che il piccolo Benedetto non sarebbe stato come tutti gli altri bambini ma l’amore che li legava a quel piccolo esserino, se possibile, era aumentato alla notizia della sua malformazione e quando finalmente Benedetto si decise a nascere, lui e sua moglie furono i genitori più felici del mondo.
Don Giulio, a cui Antonio era legato da una profonda amicizia, li seguiva con affetto e ammirazione e non dimenticava mai di portare una parola di conforto ogni volta che l’esperienza con Benedetto si faceva più dura e più dolorosa. Antonio, da parte sua, ricambiava aiutando Don Giulio in parrocchia con i ragazzi dell’oratorio che il sacerdote raccattava per la strada.
L’appartamentino lo aveva affittato proprio tramite Don Giulio e fu dato in locazione ad una coppia proveniente dall’Erzegovina. Un uomo e una donna a cui, per carità cristiana, non fu mai chiesta l’umiliazione di presentare una busta paga per ottenere l’appartamento in affitto.
Antonio pensò che fossero padre e figlia e che quello sguardo da vecchia della ragazza fosse la storia di un dolore antico che grazie all’aiuto suo e di don Giulio, avrebbe presto dimenticato.
E poi secondo lui la sofferenza aiutava a crescere, e questa era la verità.

Angela aveva avuto una madre che non si era mai fatta scrupoli ad elencarle i sacrifici che aveva fatto per lei.
Di suo padre ricordava poco ma dai racconti di sua madre ne emergeva un personaggio spregevole che sua madre aveva sempre sopportato per amore suo.
Angela aveva giurato che a lei non sarebbe mai capitato di dover dipendere da un uomo e aveva sempre lavorato come una matta per potersi garantire quell’autonomia economica che l’aveva infine portata a raggiungere una posizione di rilievo.
Memore delle sue origini emotive, aveva sempre scelto collaboratrici donne e aveva sempre fatto di tutto perché la sua efficienza fosse merito anche loro.
Poi un giorno le era capitata Anna, una donna bella e di una intelligenza fuori dal normale ma con quei suoi momenti di buio che Angela, nonostante gli sforzi, non riusciva a comprendere.
Un giorno Angela convocò Anna nel suo ufficio e con una dolcezza quasi materna l’aiutò ad aprirsi.
Anna le raccontò tutto, pianse le lacrime più amare che avesse mai versato e quando finalmente trovò un po’ di pace ai suoi singhiozzi, trovò anche le lacrime di Angela che tramite le sue parole, avevano trovato quello sfogo che attendevano da anni.
Angela le giurò che l’avrebbe aiutata in tutti i modi e poggiandole delicatamente una mano sulla spalla, cominciò ad accarezzarle il collo e più giù verso il seno.
Anna qualche giorno dopo si licenziò e Angela giurò che mai più avrebbe versato una lacrima per qualcuno.
E poi secondo lei nella vita bisognava imparare ad accettare i compromessi e questa era la verità.

Quella sera Anna, rientrando a casa, si accorse di una ragazza bionda che aspettava l’autobus con in dosso solo una giacca troppo corta per quel freddo pungente.
Si fermò e le chiese se voleva un passaggio.
La ragazza bionda sorrise diffidente e poi accettò il passaggio.

Ma poi secondo me non è successo niente perché questa è soltanto una storia come tante altre e Anna e la puttana dell’Erzegovina tornarono semplicemente a casa mentre la vita va avanti……..

Settembre 2005

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