Viscontessa, 30 maggio 2007
Molti anni fa mio padre disegnò una vignetta nella quale si ritraeva in mezzo ad una serie di dichiarazioni che alla fine ne evidenziavano la sua enorme fragilità di uomo.
“Non sono gay, non sono nero, non sono donna” erano solo alcune di queste dichiarazioni dalle quali lui pareva schiacciato, oppresso, annichilito come chiunque si trovi in ruoli di responsabilità che non ha scelto.
Eppure prendere coscienza delle proprie responsabilità, è proprio il primo passo da compiere nella la direzione di una società civile che con il tempo dovrebbe giungere ad annullare qualsiasi tipo di catalogazione degli esseri umani. Ma questo è utopico, lo so, ed è per questo mi accontenterei di una semplice presa di coscienza delle proprie responsabilità.
Io per esempio, nella discutibile scala di valore dell’essere umano, mi collocherei uno scalino sotto a quello di mio padre perché sono bianca, sono nata in una bella città del centro di un paese occidentale, sono adulta, eterosessuale e normodotata, ma sono donna e al di là di tutte le dichiarazioni di uguaglianza e pari diritti e doveri di tutti gli esseri umani, essere donna significa ancora avere un peso inferiore a quello degli uomini.
Ciò premesso devo ammettere che sotto di me ci sono moltissime altre categorie e che rifiutarsi di riconoscerle tali, non significa essere progressista, illuminata e di sinistra, ma semplicemente rifiutare di sentirmi responsabile per la loro posizione.
Non che io ovviamente sia direttamente responsabile delle molestie sui bambini o delle uova marce a Luxuria, ma lo sono indirettamente come essere umano e come membro di una società che ha il dovere di occuparsi dei suoi simili affinché i loro diritti siano rispettati come i miei. Negare per esempio che come eterosessuale godo di maggior diritti rispetto agli omosessuali, significa di fatto rifiutarsi di accollarsi i doveri che ogni diritto comporta.
Io per esempio, non starò qui a far bella mostra della mia apertura mentale dichiarando che ho un sacco di amici gay e che sono delle persone eccezionali perché di fatto non ho idea se tra la mia cerchia di amici ci siano dei gay, e non per disinteresse della categoria ma perché il mio giudizio su un essere umano e la scelta di ritenerlo un amico, prescinde dalle sue abitudini sessuali o dal colore della sua pelle. E’ vero che per affinità sociali si finisce per entrare in contatto e fare amicizia con persone che assomigliano il più possibile a noi (effettivamente non ho neanche amici di colore ma non ho mai avuto modo nella mia vita di tutti i giorni di entrare in stretto contatto con persone di colore) ma la quotidianità spesso prescinde dalla necessità di essere qualcosa di più di un cittadino per bene che paga le tasse e si fa gli affari suoi.
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Viscontessa, 28 maggio 2007
Il momento più emozionante è stato quando ho potuto baciare Bernardino il Velino mentre Giulia al microfono ringraziava la platea per il premio ricevuto.
A dire il vero non è stato tutto così semplice perché nonostante il clima di cordialità che si respirava tra me, Giulia e Roberta in qualità di rappresentati del blog Sorelle d’Italia sito finalista nella categoria Premi Speciali del concorso Donna Web 2007, al momento della premiazione Giulia è scattata verso il palco con uno slancio degno di un ghepardo e non se non fosse stato per la prontezza di riflessi con cui le ho gettato tra le gambe un paio di passeggini che stazionavano nel corridoio, sono sicura che tra le braccia di Bernardino ci sarebbe finita lei anziché io.
Perché che il premio sarebbe stato nostro lo avevamo capito benissimo tutt’e tre fin dal pomeriggio quando, di fronte all’intervistatrice che ci poneva le consuete domande di rito tipo perché siete qui, quali sono i vostri progetti per il futuro e da cosa nasce l’idea di questo blog, avevamo fornito esattamente le risposte che ci si attende da donne per le quali oltre alle gambe c’è di più: siamo qui per gioco, nel nostro futuro c’è una famiglia numerosa con l’uomo giusto quando lo incontreremo, e l’idea del blog nasce per caso. Tra l’altro, in un colpo di teatralità veramente geniale, Roberta di fronte alla domanda su come era arrivata ad essere autrice del blog, aveva roteato le palle degli occhi verso il cielo e accasciandosi sulla poltroncina scossa da convulsioni mistiche, aveva dichiarato di aver “ricevuto la chiamata” esattamente nel momento in cui una folata di vento scompigliava per l’ennesima volta le chiome mie e di Giulia.
Di fronte quindi alla consapevolezza che il premio non poteva che essere nostro, adesso si trattava solo di mettersi d’accordo su chi si sarebbe dovuta recare sul palco a ritirare l’ambita bambolina di carta pesta e il mazzo di fiori.
Roberta l’abbiamo fatta fuori subito convincendola che un altro eccesso di quel suo misticismo, avrebbe potuto procurarle le stimmate e le abbiamo quindi affidato la telecamera il cui filmato ci ha confermato che se pur non evidenti, una cagata simile di filmato non poteva che essere causata da atroci dolori al palmo delle mani ma io e Giulia non siamo riuscite a metterci d’accordo e così da brave sorelle abbiamo deciso di salire entrambe sul palco ma ci siamo guardate bene dallo stabilire quale sarebbe stato il nostro ruolo una volta che lo avessimo raggiunto.
Fatto sta che Giulia ha ritirato la bambolina e io il mazzo di fiori e il bacio tra le braccia di Bernardino.
Poi la foto di rito con parenti e amici, un ringraziamento alla mamma per averci fatto così belle, un ringraziamento a tutto lo staff per la magnifica organizzazione e il lancio del bouquet alle finaliste escluse. Anzi no, il bouquet di fiori è toccato a me ma non so perché mi hanno impedito di lanciarlo.
p.s caro diario siccome sono così stanca da avere già le prime percezioni di un rigor mortis che non so se mi permetterà di sopravvivere ancora a lungo, volevo auto celebrarmi ancora un po’ segnalandoti il mio articolo sulla pagina satirica di Liberazione di cui qui a casa di Mauro e l’incipit del mio post sul blog di Grazia pubblicato sul giornale cartaceo di Grazia.
Ecco, se non dovessi tornare, occupati tu di citare sul mio epitaffio tutte le mie virtuose performances di blogger. E mi raccomando non usare più il mio nick che sono giorni che tutti mi chiedono perché mi chiamo Viscontessa.
p.s2 Caro diario, scusami, ma potresti anche occuparti di correggere tutti gli errori e le mostruosità sintattiche e verbali che ho commesso nella stesura di questo post? Il rigor mortis è ad uno stadio avanzato….
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Viscontessa, 24 maggio 2007
La donna aveva fame.
Sotto al vestito niente ma aveva fame.
Anche l’uomo aveva fame, ma la sua era una fame diversa infatti sotto alla divisa portava la biancheria.
La donna aveva fame, aprì la bocca per simulare il suo appetito.
Anche l’uomo aveva fame ma la sua era una fame diversa infatti le mise in bocca il suo membro.
La donna aveva fame ma sapeva che quello che aveva in bocca non era cibo e si mise a fare il suo lavoro.
Adesso l’uomo si saziava e non pensava più a niente.
La donna aveva fame e mentre lavorava pensava che anche lei dopo avrebbe saziato il suo appetito. Si mise a fare il suo lavoro di corsa per finire prima e ricevere la ricompensa.
L’uomo si saziava troppo velocemente, mise la mano sulla testa della donna e la invitò a saziarlo più lentamente.
La donna obbedì ma aveva sempre più fame. Si fermò un attimo e richiamò l’attenzione dell’uomo con lo sguardo. Poi si toccò lo stomaco.
L’uomo le poggiò nuovamente la mano sulla testa e questa volta la invitò a riprendere il suo lavoro.
La donna riprese il suo lavoro ma aveva sempre più fame. Poi sentì l’uomo irrigidirsi e pensò che entro breve avrebbe almeno bevuto qualcosa.
Poi avrebbe mangiato. Quegli uomini le davano sempre qualcosa da mangiare dopo averle dato da bere.
L’uomo era sazio. Sfilò il membro dalla bocca della donna e le disse qualcosa in una lingua che la donna non capiva. Rinfilò il membro nella divisa e si girò per andarsene.
Ma la donna aveva fame, lo tirò per i pantaloni della divisa e aprì nuovamente la bocca.
L’uomo si girò di scatto per colpirla poi vide la bocca aperta della donna e sorrise.
Anche questa volta l’uomo disse qualcosa in una lingua che la donna non poteva capire. Si slacciò nuovamente i pantaloni, questa volta con calma e tirò fuori nuovamente il membro, questa volta a riposo. L’uomo pensò che ci sarebbe voluto un po’ di tempo ma ne valeva la pena.
La donna pensò che l’uomo era troppo giovane e doveva essere arrivato da poco.
L’uomo non sapeva niente della fame e di come ci si sfamava vicendevolmente in quella guerra.
La donna invece sapeva tutto di ogni tipo di fame e di come saziare vicendevolmente ogni appetito bellico.
L’uomo la invitò con la mano ad accomodarsi.
La donna si accomodò al suo banchetto.
L’uomo sospirò pensando che fosse nuovamente il suo turno.
La donna inspirò pensando che non mangiava un pezzo di carne da mesi.
lo studio | 11 commenti »
Viscontessa, 22 maggio 2007
Cara amica ti scrivo così mi distraggo un po’.
Di Micione non ci sono tracce, ho fatto nuovamente il giro del quartiere ma pare che nessuno lo abbia visto e questa cosa mi preoccupa. Un gatto, per quanto gatto, in qualche maniera si fa sempre notare e in questo quartiere che è quartiere a macchia di leopardo, i gatti sono parte integrante delle macchie. Per questo temo che Micione possa essere finito nelle zone senza macchie, quelle che sono strade senza anima, viali di scorrimento e luoghi turistici di nessuno e per questo comincio a temere seriamente per la sua salute.
Quello che però non sapevo, cara amica, è che nonostante viva in questo quartiere da cinque anni e nonostante tutti mi conoscano, io sono ancora l’inquilina della casa dei Mannucci ovvero i vecchi inquilini che hanno vissuto in questo appartamento per oltre vent’anni. Inquilini ad equo canone ovviamente, che un giorno hanno semplicemente dovuto sradicarsi da queste porte con le maniglie in ottone e i gommini per non farle sbattere al muro, per trasferirsi chissà dove.
Ma questi non sono discorsi da farsi, adesso dobbiamo abbattere l’Ici sulla prima casa e chi la casa non ce l’ha può semplicemente abbattersi da solo.
Comunque, cara amica, mentre percorrevo le strade del quartiere in veste di nuova inquilina dei vecchi inquilini, provavo nuovamente quel leggero senso di inadeguatezza di cui soffro ogni volta che prendo il posto di qualcuno che se n’è andato. Perché ci deve essere qualcosa in me che mi impedisce di mettere radici abbastanza profonde ovunque e mentre in gioventù facevo della mi modesta cosmopolita esistenza un punto di vanto, adesso comincio a sentire il peso di queste perenni sostituzioni come se la mia fosse un’esistenza evanescente e fugace come un profumo.
Che sciocchezza vero! Noi siamo quel che siamo e quello che di noi ricorderanno gli altri e se gli altri di noi ricorderanno solo brevi periodi e rapide apparizioni, non significa che la nostra vita sia andata del tutto sprecata. Dico del tutto perché a volte ho la sensazione che questa necessità di non protrarre mai troppo a lungo nessuna situazione esistenziale, un po’ sbiadisca i nostri contorni e la nostra capacità di lasciare tracce evidenti del nostro passaggio.
Se per esempio Micione non dovesse tornare resterà di lui un ricordo di solo un paio di anni passati insieme e poi il suo posto verrà preso da altri gatti come la mia casa, la mia scrivania, o il mio cuore. Lo so, sto invecchiando e non lo sto facendo affatto bene, che poi questo non è proprio un bel periodo perché questo inverno, tutto sommato tranquillo, ha riportato in superficie quei bisogni secondari di cui ti dimentichi quando sei in emergenza. Il discorso lo so si fa complicato, ma in questa casa del Mannucci e adesso senza neanche Micione, mi sento all’improvviso solo un grumetto di carne ed ossa senza senso che poi, non volevo dirtelo, ma queste ossa mi dolgono anche un po’ e non mi decido ad affrontare la realtà di un tempo che passa e si insinua tra le giunture.
Vabbè cara amica, solo un po’ della solita malinconia che negli ultimi tempi avevo cercato di tenere sotto controllo ma che poi….. spero tanto che Micione torni.
A proposito, anche tu non esisti perché se fossi fatta di carne ed ossa saresti solo un fugace passaggio della mia vita. Sappi che comunque ti voglio bene.
Tua Viss
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Viscontessa, 21 maggio 2007

Questo è Ghandi ed arrivato venerdì sera.
Sabato sera Micione è sparito e non ha ancora fatto ritorno.
Io mi siedo in giardino e lo chiamo nella speranza di vederlo apparire sul muretto con la solita lucertola in bocca, sono ormai due giorni che non ci son più lucertole morte nel mio giardino e i boccioli del diospero cadono invano.
Ghandi è affettuoso, obbediente, simpatico. Vorrebbe giocare con le due gattine ma loro lo ignorano e io ci resto male per lui. Riprende la sua pallina, la poggia per terra, mi guarda e io non ho risposte da dargli se non una carezza su quel suo musetto senza peli.
Micione manca da sabato sera e nessuno lo ha visto. Ho chiesto ai vicini, ho chiesto alla gattara del quartiere e anche al bar ma nessuno lo ha visto. E poi Micione non è un gatto dall’aspetto particolare è bianco e tigrato, ama le lucertole e la poltrona bianca del salotto.
Ghandi dorme, si è acciambellato sull’angolo del divano e dorme. Fa di tutto per farsi volere bene ma sono sicura che sente sulle sue piccole spalle la colpa della scomparsa di Micione. Scodinzola Ghandi ma Micione è là fuori chissà dove e questa volta si è spezzato un equilibrio che per tanto tempo eravamo riusciti a mantenere intatto.
Tutti dicono che tornerà, tutti dicono che Ghandi è simpatico, tutti dicono che i gatti.
Ma stanotte lo abbiamo sognato e io adesso con la scusa di chiudere il motorino torno fuori a cercarlo.
Notte Micione, ovunque tu sia che il cielo ti accompagni.
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Viscontessa, 18 maggio 2007
Ieri giornata mondiale contro l’omofobia. Per curiosità sono andata a controllare cosa la città di Firenze propronesse al riguardardo ma non ho trovato niente.
Strano, ho pensato, e non perché Firenze sia per indole e per soluzioni logistiche offerte una piazza ideale per qualsiasi tipo di manifestazione ma perché ricordavo che la nostra città, per un certo periodo di tempo, era stata una delle mete predilette dagli omosessuali.
Ero più giovane allora e i motivi di questa preferenza mi erano più o meno sconosciuti, ma ricordo bene che allora come adesso, non è mai stata la diversità ad indispettire i miei concittadini.
Una famosa battuta de Il Ciclone di Pieraccioni ben sintetizza la nostra mentalità: “via se tu se’ buco allora dillo!” (suggerisce al protagonista un anziano signore) lasciando intendere che le libertà individuali di ciascuno non sono degne di essere fatte neanche argomento di conversazione purché la loro manifestazione non intralci quelle degli altri.
A Firenze “se tu se’ buco” non hai proprio bisogno di dirlo perché la cosa non interessa nessuno come a nessuno interessa sapere se io preferisco le scarpe a tacco alto invece di quelle senza tacco. L’importante, se mi incastro in tombino per via dei miei tacchi alti, è che non blocchi la circolazione.
Per questo a Firenze “se tu se’ buco” non c’è bisogno che tu venga a manifestare per farcelo sapere basta che tu sia un “buco” la cui presenza non si somma a tutti gli altri “buchi” del manto stradale che rendono impossibile la circolazione.
Su Il Firenze di oggi
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Viscontessa, 16 maggio 2007
Io per esempio sono meridionale ai miei coinquilini del piano di sopra.
All’inizio, quando al piano di sopra si è trasferita una famiglia sarda, ero convinta che fossero loro ad essere meridionali a me. Non che io sia razzista, per carità, ma io quelli che sono nati in Sardegna non li avevo mai conosciuti prima e siccome io sono del centro e quelli del nord non si trasferiscono mai al sud, ho capito che loro non potevano che essere del sud e quindi meridionali a me. Così ho subito avvisato mia figlia “stai attenta” gli ho detto “perchè al piano di sopra si è trasferita una famiglia di meridionali e non sappiamo come vivono, cosa mangiano o come lavano il bucato”.
La prima mattina che li ho incontrati per le scale, devo essere sincera, mi sono un po’ preoccupata e sono subito tornata dentro casa per osservarli dallo spioncino della porta. Erano una famiglia dall’apparenza normale, avrei detto quasi una famiglia tradizionale se non fosse che delle loro tradizioni non sapevo niente e non ero sicura che anche da loro ci si sposasse in chiesa con l’abito bianco come da noi. “Magari loro si vestono di rosso” ho pensato, e non avevo ancora parlato con il parroco per sapere se sposarsi in rosso è valido come sposarsi in bianco.
Comunque per quel giorno non ho detto niente ma la mattina dopo mi sono fatta coraggio e incontrandoli per le scale li ho salutati “buongiorno” ho detto un po’ timorosa
“buongiorno” ha risposto il marito mentre la moglie, uguale, uguale a me, tirava uno scappellotto al figlio più piccolo perché rispondesse al mio saluto.
“Ho saputo che siete sardi?” ho quindi incalzato per vedere come si comportavano “una mia carissima amica una volta ha avuto una cameriera di Iglesias, si chiamava Maria Carta, la conoscete?”.
“veramente non mi pare” ha risposto il marito un po’ perplesso “Anna? Conosci una certa Maria Carta di Iglesias?” ha aggiunto a questo punto rivolgendosi alla moglie.
“Non mi pare, poi noi a Iglesias mica ci siamo mai stati. Ma cosa faceva il padre di questa ragazza? Era mica Maresciallo dei Carabinieri di Tempio Pausania?”.
“Uguale uguale a noi” ho pensato. “Non lo so, però era mora, bassottina e parlava proprio come voi”
“come noi? Macchè quelli di Iglesias pronunciano tutte le vocali larghe che non si capisce niente quando parlano, ha sentito come dicono “eia”?”
“no, veramente non ci avevo fatto caso….ma scusi, voi non siete tutti sardi?”
“ma che c’entra, noi siamo del nord quelli di Iglesias sono del sud!”
“ma perché c’è differenza anche da voi?”
“beh certo che c’è differenza, i sardi del sud non hanno voglia di fare niente, si è mai chiesta perché la Costa Smeralda sia a nord e non a sud?”
“no, veramente non me lo sono mai chiesta, perché?”
“perchè noi del nord ci siamo rimboccati le maniche e ci siamo messi a lavorare quando quelli del sud ancora mangiavano le pecore!”
“Mangiano le pecore?!?! Ma cosa mi dice! Non ci posso credere”
“Guardi, per dirla tutta, la carne di pecora bollita è ottima e come la facevamo noi al nord, poi era eccezionale, ma che vuole, poi sono arrivati tutti quei Vip e insomma, ora noi la mangiamo soltanto per la festa del Santo Patrono”.
“Anche voi mangiate la carne di pecora? Ma voi meridionali avete proprio delle strane usanze” e tanto facevo segno a mia figlia di tornare dentro casa anche se lei si era messa a giocare che il bambino più grandicello della coppia.
“Meridionali?” fa lui a questo punto piuttosto risentito “guardi che a voler essere precisi Firenze è più a sud rispetto a Tempio Pausania!”
“Oddio” ho pensato mentre mi facevo velocemente il segno della croce “lo vedi che avevo ragione e che questi vivono ancora in un tempio e magari sacrificano ancora le pecore agli Dei e poi se le mangiano bollite?!?” ma non l’ho detto.
“Vabbè scusi, ma voi siete sardi e i sardi sono meridionali!”
“Signora mia ma cosa dice! Il meridione è il sud, è in basso, è sotto…anzi, se vogliamo essere precisi lei non solo è meridionale a noi per nascita, ma lo è anche per residenza visto che il suo appartamento sta sotto al nostro! E ora se ci vuole scusare, dobbiamo andare”.
Io sono rimasta lì per le scale come un’allocca ma alle prossime elezioni condominiali voto come amministratore di condominio il Rag. Rossi dell’ultimo piano.
In fondo anche a Lampedusa hanno votato un vice sindaco Leghista.
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Viscontessa, 16 maggio 2007
Io valgo perché non ho ancora non ho capito molto bene dove collocarmi. Tutti crescono e scelgono una propria strada mentre io cresco e continuo ad imboccare cento strade diverse senza mai arrivare da nessuna parte.
Capita così che mi faccia piacere segnalarvi un paio di sentieri che hanno in comune soltanto il fatto che io abbia posato le mie fantastiche calzature (ma non riesco ancora a decidermi sui sandali per questa estate) in ciascuno di essi.
La prima è Donna Web 2007 (sabato 26 maggio) tra le cui finaliste c’è il sito di Sorelle d’Italia e in rappresentanza delle quali, sprezzante del pericolo, mi sono candidata. Una volta tanto che qualcosa si fa dalle mie parti, mi pareva giusto esserci.
La seconda invece riguarda una serata qui a Firenze presso il Circolo Anarchico (venerdì 18 maggio) che vedrà protagonista Pralina la quale presenterà, in veste di coautrice, due antologie di racconti “Donne incazzate e “Sex Condicio”.
La terza invece mi impedirà di partecipare alla serata di Pralina perché venerdì arriva a casa mia Farinelli e per allora spero di aver convinto mio marito che nessuno lo prenderà in giro se porta a spasso il cane.
La quarta è la “favolosa” festa scout con messa in Duomo per domenica 20 maggio…..ah, ehm, no, vabbà scusate, mi sono fatta prendere la mano, qualcuno per caso a qualcosa da propormi per domenica 20 maggio? Sono disposta a tutto, persino a partecipare al posto vostro alla riunione di condominio.
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Viscontessa, 15 maggio 2007
Io vorrei che qualcuno mi raccontasse delle micro spugne contenute nel nuovo deodorante della Lycia.
Vorrei che qualcuno, facendomi inorridire, mi confermasse che dopo il barbonicino Toy e il coniglietto nano, l’uomo ha operato un mutazione genetica anche sulle spugne creando le micro spugne, organismi viventi magari frutto di un incrocio tra le spugne e plancton.
Vorrei, in alternativa, che qualcuno mi facesse presente che nonostante la pubblicità mostri un immagine di spugne naturali, l’inganno pubblicitario è pratica talmente comune da non meritare alcuna attenzione e vorrei che mi dicesse che quelle micro spugne contenute nel deodorante, sono spugne sintetiche magari a forma di paperella o di barbonicino toy.
Poi però vorrei che qualcuno mi rassicurasse sul fatto che le spugne, qualsiasi spugna, è composta di un materiale che assorbe i liquidi e quindi vorrei che mi spiegasse a cosa servono quelle micro spugne impregnate di deodorante in un deodorante. Escluderei ad assorbire il sudore ma non si sa mai.
Quando poi avete finito di spiegarmi a cosa mai dovrebbe servire portarsi delle spugne sotto alle ascelle, vi sarei davvero grata se mi spiegaste quale sostanza miracolosa contiene un detersivo adatto a lavare i Jeans, perché fino ai detersivi per i delicati ci posso anche arrivare (basta usare agenti meno aggressivi) ma che differenza di sostanze contenute c’è tra un detersivo per i delicati e uno per i jeans?
Infine, bontà vostra, vorrei sapere la cenere di cosa è contenuta nel detersivo che dovrebbe riportarci alla tradizione delle nostre nonne quando con i calli nelle mani e ceste piene di biancheria sporca dovevano andare al lavatoio del paese e sotto l’acqua ghiaccia strusciare per ore lenzuola sporche come la sacra sindone.
Se poi vi rimanesse ancora qualche minuto di tempo, mi piacerebbe sapere se sono più bella qui, qui o qui.
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Viscontessa, 11 maggio 2007
Sabato sono stata costretta ad acquistare un grembiule da cucina con la raffinatissima riproduzione dei particolari intimi del Biancone e una maglietta con su scritto “I love Firenze”.
Tutto era cominciato quando mia figlia mi aveva chiesto di applicare un’etichetta di stoffa sulla sua divisa da scout. La bimba mi aveva anche spiegato che per far ciò era sufficiente acquistare in una merceria un particolare tessuto adesivo, ma già alla parola “merceria” la piccola aveva messo su quella sua espressione interrogativa che tanto preoccupa noi genitori: mamma ma cos’è una merceria?
Così sabato pomeriggio nel tentativo, rivelatosi vano, di mostrare a mia figlia cosa fosse una merceria, l’ho portata in centro in cerca di quelle che io ricordavo come mercerie storiche della nostra città ma, neanche a dirlo, al loro posto ho trovato solo negozi di souvenir, cartoline e paccottiglia varia.
“Mamma” mi ha chiesto allora la piccina “ma le mercerie sono questi posti con le cartoline dei sederi nudi al Piazzale Michelangelo?”
“Non poprio amore” gli ho risposto io un po’ imbarazzata “ma al prossimo raduno scout puoi sempre indossare questa maglietta o questo bel grembiulino da cucina e se i capi scout ti chiedono come mai hai sostituito alla divisa un simile stravagante abbigliamento, dì loro che la prossima volta, prima di affidarci un compito così gravoso come la ricerca di una merceria, si ricordino che viviamo nella città più bella del mondo” e la più puttana, ma questo non gliel’ho detto.
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