Origini confuse

Viscontessa, 29 Aprile 2007

Di Grasse ricordavo le strade strette e sudice, il puzzo, il mercato dei fiori, la gente, la pâtisserie dove ogni mattina andavo a comprare le pain au chocolat, i palazzi diroccati, la confusione, i tanti arabi, il rossetto rosa ciclamino della zia Ghitte, la gioia di mia nonna, le Gauloise senza filtro dello zio Jannot e il primo “un café s’il vous plait” della mia vita.
L’ultima volta ci ero stata in occasione del funerale dello zio Jannot e di quell’ultimo viaggio ricordavo solo la tristezza e la rassegnazione di mia nonna che sapeva non sarebbe più tornata nella sua Grasse. Con la zia Ghitte non aveva buoni rapporti da anni, da quando, per la precisione, la zia Ghitte si era accorta che tra suo marito e mia nonna c’era molto più di quanto ci sarebbe dovuto essere tra due cugini per giunta di ben oltre i settant’anni.
Oggi Grasse è una cittadina come tante altre, con i tavolini all’aperto, le decine di negozietti pieni di souvenir della Provenza e un quartiere sudicio, diroccato e puzzolente abitato da arabi.
La patisserie è ancora al suo posto ovvero esattamente sotto alle finestre dell’appartamento dello zio Jannot e la zia Ghitte, ma sul campanello del loro appartamento ora c’è un altro nome e il mercato dei fiori ha lasciato il posto ad un’elegante piazzetta alberata dove déguter menù provençals tutti uguali.
A Marsiglia ho acquistato un occhio di Santa Lucia e un cavalluccio marino.
L’occhio di Santa Lucia l’ho acquistato in ricordo di Villasimius e della spiaggia di Campulongu dove da bambina, in compagnia dei miei cugini, andavo in cerca di occhi di santa Lucia incontrando qualche volta qualche tartaruga, altre un pastore con le sue pecore.
Di Villasimius ricordavo soprattutto il mare cristallino, le spiagge bianchissime e deserte, le misere case dei pastori, le pecore, i mandorli, gli occhi azzurri di mia zia, la gioia di mia mamma, le Muratti di mio zio e il primo bacio con la lingua.
L’ultima volta ci sono stata qualche anno fa e ci ho trovato spiagge affollate di gente, pastori che girano con la Mercedes, ovili trasformati in mini appartamenti da affittare a 500 euro a settimana e le figlie di quel primo bacio più grandi di quanto lo fossi io in occasione di quel bacio.
Il cavalluccio marino invece l’ho comprato in ricordo di mio padre che ne possedeva uno in ricordo della sua città natale, ovvero Marsiglia. Lo ha sempre custodito gelosamente fino a quando è stato in grado di custodire la sua memoria, poi mia madre lo ha regalato a me e io dopo tanti anni, ieri per la precisione, gli ho regalato un compagno imbalsamato e rinsecchito come i ricordi che mi sono tornati in mente.

chi non fa non falla

Viscontessa, 24 Aprile 2007

Vado via per qualche giorno.
A coloro che dovessero annoiarsi in mia assenza, segnalo quanto segue.
Quando torno fatemi sapere a che punto siete arrivati.

E’ in edicola la nuovissima raccolta “Costruisci i falli più belli”.
“Costruisci i falli più belli” è una collezione pensata per gli amanti del fallo e dei passatempi manuali. Piccoli falli da costruire con le tue mani assolutamente fedeli all’originale, una straordinaria collezione che ti appassionerà fin dai primi numeri.
In ogni numero troverete un kit di lavoro con pezzi di glande, testicoli, peli …e tutto il necessario per costruire facilmente con le vostre mani le riproduzioni di alcuni tra i più rappresentative falli del mondo.
Nonostante la minuziosità dei dettagli, chiunque - non solo le più abili ed esperte - può assemblare i differenti pezzi di cui si compone ogni modello. Senza nessun tipo di attrezzi né conoscenze specifiche particolari
I falli di Costruisci i falli più belli sono stati disegnati in tre scale differenti per poter abbracciare modelli molto diversi nelle dimensioni reali senza perdere l’equilibrio della collezione e la minuziosità dei dettagli.
Non si tratta perciò di una collezione di piccole miniature, senza personalità né dettagli, e neppure di una riproduzione enorme di un unico modello, che risulterebbe poi difficile esporre in casa. Mediante scale intermedie (che verranno indicate sulle basi dei modelli) potrete dapprima montare e poi esibire un magnifico insieme di falli con tutti i loro dettagli.
Nei fascicoli illustrati di Costruisci i falli più belli troverete informazioni dettagliate sui falli di tutti i tipi e di tutte le epoche. Le pagine di quest’opera affascinante ripercorreranno i quattro angoli del pianeta dall’origine dei tempi fino ai nostri giorni.
Inoltre per ogni fallo troverete schede con informazioni tecniche, la storia e le imprese…Tutto ciò che occorre sapere per comprendere il successo del fallo nel corso della storia e per scoprirne le avventure vissute nei cinque continenti.
L’ordine previsto per la collezione vi permetterà di completare progressivamente, sin dai primi numeri ricevuti, le diverse formazioni e i corpi cavernosi più celebri nella storia dei falli in modo da essere nella condizione di poter apprezzare da subito il gran numero e la significativa rappresentazione di ciascuno di essi.
Nel primo numero il glande di Rocco Siffridi e in omaggio una riproduzione delle mammelle dell’Arcuri.
Edizioni DelPrago

Emergenza immigrazione: aperte le frontiere del limbo per miliardi di anime

Viscontessa, 22 Aprile 2007

Caro diario,
ieri mattina, da brava madre di famiglia timorata di Dio, sono andata a fare la spesa al supermercato dove pareva che vi fosse radunata l’umanità intera.
Bianchi, neri, gialli, verdi e rossi, erano tutti lì con le loro famiglie multicolore a stipare carrelli della spesa come se la fine del mondo fosse vicina e nonostante la gioia che provo ogni mattina pensando a quanto sono fortunata a vivere in una società così evoluta da aver inventato il riso soffiato al cioccolato dietetico, ieri mattina per un attimo ho desiderato intensamente che l’apocalisse si abbattesse proprio in quel momento su quel supermercato.
Ma come ti dicevo è stato solo un attimo, poi con il cuore nuovamente colmo di gioia, sono andata a cercare un carrello che non ho trovato e dopo dieci minuti di affannosa ricerca, sono stata costretta a fare lo sgambetto ad una cinese incinta per prenderle il carrello.
Ma non preoccuparti subito dopo mi sono pentita e ho pregato per i miei peccati.

Quando due ore dopo sono rientrata a casa con i sacchi colmi di viveri e con solo qualche lieve escoriazione dovuta a piccoli incidenti di percorso, ho cercato invano di parcheggiare la mia auto, ma al terzo giro dell’isolato e concluso senza successo il giro di ricognizione degli isolati vicini, non mi è rimasto che fregare il posto del professor Abdul Mustafà Sticaz.
Ma non preoccuparti, quando l’ho visto arrivare, gli ho detto che erano venuti a cercarlo dal Consolato del suo paese e lui è ripartito come un razzo.

Arrivata quindi a casa ho avuto nuovamente modo di essere grata a nostro Signore per avermi concesso la possibilità di condividere ogni santo giorno della mia vita, con la famiglia di indiani che vive nell’appartamento di fronte al mio.
Mentre infatti l’aroma di primula di montagna e violetta del Caucaso del deodorante per la mia casa mi avvolgeva finalmente nella sua fragranza rilassante, è giunto dalla mia finestra un inebriante aroma di agnello la curry e melanzane alle spezie procurandomi quel senso di nausea atto a rammentarmi che siamo nati per soffrire e che è solo attraverso il dolore che si può raggiungere il Paradiso.

A questo punto però, caro diario, mentre cercavo sollievo al mio stomaco inginocchiata sulla tazza del cesso, mi è caduto l’occhio su una notizia del giornale gettato a terra.
Perché io caro diario, come tu ben sai, amo il mio prossimo come me stessa, porgo sempre l’altra guancia e mi pento sempre dei miei peccati, ma tutto questo l’ho sempre fatto convinta che un giorno mi sarebbe toccato il Paradiso e che almeno lassù, il fenomeno della globalizzazione, dell’immigrazione clandestina e dei permessi di soggiorno, fosse stato risolto molto tempo prima da un mio illustre concittadino di nome Dante.
Insomma, caro diario, diciamoci la verità, a conti fatti quante mai sarebbero potute essere le anime dei cristiani battezzati che potevano trovarsi lì? Sicuramente molte meno di quelle condannate al limbo che adesso invece, in un impeto di modernità del Papa, è stato abolito.
Abolito, ti rendi conto? E ti rendi conto che con questa abolizione di certe frontiere io rischio di ritrovarmi anche nell’aldilà con la cinese che mi frega il carrello, il pakistano che mi frega il posto auto e la famiglia di indiani che mi ruba la fragranza di primula di montagna e violetta del Caucaso?
Insomma caro diario, non è tanto per i bambini non battezzati della cui  anima  qualche amorevole sacerdote si occuperà volentieri, ma, per dire, all’anima dei kamikaze che si sono fatti saltare in aria convinti di trovare un paradiso pieno di vergini, io cosa gli racconto?

Tua devota Vis

Blog al femminile: siamo donne oltre alle “canne” c’è di più

Viscontessa, 19 Aprile 2007

Sono piuttosto incerta in questi giorni sulla mia volontà di essere donna.
Non che tra le varie crisi di identità che mi portano sovente ad esternare il mio desiderio di frazionamento, vi sia anche quella di voler all’improvviso essere un uomo, ma mi accorgo solo oggi che di sicuro non voglio essere prima di tutto donna ma semplice organismo vivente.
Questa nuova crisi d’identità nasce forse dalla mia incapacità di prendere e prendermi troppo sul serio qualsiasi sia l’argomento trattato e questo recente proliferare di blog al femminile, mi lascia un po’ perplessa sulle mie capacità di appartenere ad un gruppo. Anche questo qualunque esso sia.
Come molti sapranno un anno fa nasceva il blog del settimanale di Grazia su cui tutti, anche quelli con la puzzetta sotto al naso, sono passati per l’ospitata settimanale e ad oggi il blog, scostandosi un po’ dal target a cui è destinato il giornale, ha trovato una sua identità fatta di tante donne ma anche di tanti uomini la cui entrata in scena ha sicuramente contribuito a rendere più divertente, più vivace e più stimolante il blog stesso. Non si tratta di confronto, il blog di Grazia non è un luogo neutro nel quale rivendicare la propria peculiarità di specie, ma un mondo al femminile nel quale gli uomini che hanno il coraggio di tuffarsi tra “le cose da donne”, sono apprezzati e stimati tanto quanto altre donne.
E’ un po’ come per lo shopping, io vado, se rimani a casa non mi offendo ma se decidi di venire, sono io che decido come, dove e quanto tempo perdere dietro ad un paio di orecchini: se pensi di essermi complice in questa frivolezza ti adoro, altrimenti resta pure a casa a giocare con play station.
Nasce poi dall’esigenza di essere donne ben oltre lo shopping il blog di Sorelle d’Italia, un luogo che fa di necessità virtù ma che a mio avviso rischia di sacrificare le sue potenzialità di denuncia e confronto, in nome di una femminilità senza compromessi.
Lode al movimento femminista che ha offerto alle donne alla possibilità di prendere coscienza delle loro potenzialità e dei loro diritti, ma il contesto storico nel quale è nato e si è sviluppato, era molto diverso da quello nel quale ci troviamo adesso.
Il nostro interlocutore non è più l’uomo che per tradizione e cultura voleva la donna relegata ad un ruolo secondario e sottomesso, ma un uomo talvolta spaventato, altre convinto che la parità sia cosa fatta mentre togliendosi i calzini li lascia cadere per terra.
Infine, di recente apertura, la “sezione rosa” del blog di Macchianera di cui non ne comprendo l’essenza, lo spirito.
Insomma, mi dite secondo voi dove mi colloco con maggior disinvolutra mentre io vado a guardarmi le tette per rammentarmi che sono donna?

p.s al primo che mi risponde di collocarmi su “’sta minchia” lo fulmino!

Come son “graziosi” i cinesi

Viscontessa, 15 Aprile 2007

Il mio barista è curioso di vedere come sarà sua figlia.
Asia sarà il suo nome e cinese è la sua mamma.
Lui è siciliano, scuro di capelli e di carnato.
Ne abbiamo dedotto che la bambina avrà i capelli scuri.
La mamma è piccolina come tutte le cinesi ed è tonda solo grazie allo stato piuttosto avanzato della gravidanza. Si siede al bar e beve cappuccini in silenzio.
Strana coppia, quella dei cinesi è una comunità molto numerosa ma molto chiusa, così chiusa da non avere neanche la necessità di imparare la lingua del paese nel quale vivono.

Un’altra ragazza al pronto soccorso sabato pomeriggio, una gonna corta, sorride ma non parla italiano, l’infermiera le chiede il nome, un documento, qualcosa che aiuti ad identificarla. Lei sorride ad ogni domanda, l’infermiera parla più lentamente usa molti diminutivi perchè il diminutivo sdrammatizza, crea confidenza, agevola l’intimità.
Quella cosa lì costa molti “soldini” perchè i soldi sono sporchi mentre i soldini sono carini, anzi carinissimi. Ma sto divagando.
Al pronto soccorso di sabato pomeriggio c’è un indiano, un arabo, un tossico, un rumeno, due occlusioni intestinali e una cinese. Ma non dovrebbe esserci un mediatore culturale? Dovrebbe, come dovrebbe esserci la privacy, ma un’occlusione intestinale, una pera, un piede rotto, non possono aspettare né l’uno nell’altro. E come fai a sapere cos’ha? Se gli fa male qualcosa urlerà!
Ma sto divagando ancora, eravamo sui cinesi.

I cinesi sono un popolo strano, non nascono e non muoiono mai, non conoscono altri mezzi di pagamento che non siano i contanti, lavoravano 15 ore al giorno e vivono dove lavorano, sorridono sempre, non riescono a pronunciare la erre e producono manufatti in pelle.
Sono nel nostro paese da molto tempo, piccole comunità completamente autosufficienti che non hanno bisogno delle nostre scuole, dei nostri medici, della nostra lingua e neanche della nostra attenzione, gli bastano le nostre attività, i nostri appartamenti i nostri soldi..
Piccoli e scuri, sono sempre gentili e non danno alcun fastidio, non ne hanno mai dato, aprono le loro valigette piene di banconote e acquistano, comprano, rilevano, come il giocatore più silenzioso di una partita a Monopoli che mentre gli altri mettono su una casupola sul Viale dei giardini, lui si è comprato dal vicolo stretto in là e ci ha messo su due alberghi su ogni casellina.

I nordafricani spacciano, gli albanesi sfruttano la prostituzione, gli arabi son tutti i terroristi, i rom rubano. I cinesi invece sorridono, pagano i contanti e soprattutto non disturbano.

Non disturbavano, poi si sono sistemati nella più totale indifferenza delle istituzioni, hanno imparato e si sono messi a fare concorrenza agli artigiani locali.
Infine l’altro giorno si sono pure incazzati e adesso è emergenza “cinesi” che sono tutti mafiosi, schiavisti e anche piuttosto bruttini.
Mi chiedo, con un filo di preoccupazione, se usi almeno il bidet.

Ho un grosso uccello imprintato e uno piccolo spennato

Viscontessa, 13 Aprile 2007

Quando mi ha detto che il mio uccello era molto imprintato mi sono quasi commossa.

Avevo bisogno di conferme, mia figlia ultimamente mi pare tutto fuorchè imprintata e da una madre, una donna, ci si aspetta come minimo che sappia imprintare i propri figli.

E poi c’era quella parentesi mai chiusa degli uccelli che mi muoion tra le mani o scappano in cerca di nuove avventure e sapere che a prescindere dal rischio di volo insito in ogni uccello, questo almeno è molto imprintato, mi ha convinto ad accennare a matita la chiusura di queste benedetta parentesi.

Tutto era cominciato il pomeriggio di Pasquetta quando richiamata dagli urli di mia figlia, avevo trovato in giardino un inseparabile spennato come un pollo.

Non fatevi ingannare dal nome, l’inseparabile non è uccello che bivacca da anni sul vostro divano, ma un piccolo pappagallo così chiamato perchè ha bisogno di compagnia.

L’uccellino, comunque, riceveva prontamente le prime cure del caso: una bella gabbia recuperata dalla cantina, cibo, acqua e un po’ di pace nella corte interna del mio appartamento che io uso come nursery per ogni nuovo arrivo.

Due giorni sotto stretta osservazione e poi finalmente il giardino in un pomeriggio assolato dove il volatile, eludendo i mezzi di sicurezza messi in atto per evitare la sua fuga da una gabbia piena di spifferi, ha ripreso il volo e se ne è andato.

Adesso potrei confessare che sul momento, dopo la consueta preoccupazione per l’ennesimo uccello libero nel mondo, mi ha assalita una certa una certa malinconia e un senso di delusione, ma ad essere sincera ho fatto talmente il callo agli uccelli che migrano, che devo ammettere che sul momento mi sono limitata a prenderne eroicamente atto per rinchiudermi in un assordante silenzio. Poi la notte, mentre come il buon pastore, facevo la conta di tutti i miei animali rassicurata dalla consapevolezza che erano tutti equamente divisi sui miei divani, ho pensato ancora una volta al povero uccellino e mi sono sentita la solita pastorella distratta incapace di prendersi cura dei suoi piccoli volatili.

Fatto sta che la mattina dopo qualcuno o qualcosa ha bussato alla finestra della mia cucina e lì davanti alla porta c’era la bestiolina sempre più spennata e spaventata.

Un segno del destino? Non so, ma il pomeriggio, rincuorata dal ritorno dell’uccello, ho approfittato dell’occasione per portare anche il pappagallo, quello grosso, dal veterinario e in motorino con mia figlia e due gabbiette da viaggio per uccelli, sono stata per la prima volta da un veterinario degli uccelli.

Ed è stato lì che lui mi ha detto che il mio uccello, quello grosso, era parecchio imprintato e io mi sono sciolta in una serie di baci tra me e l’uccello che per l’occasione pareva persino più affettuoso del solito.

Il piccolino invece, l’inseparabile, l’ho lasciato lì per le analisi di rito. Dopo un più attento esame, infatti, mi è stato del tutto evidente che quella spennatura chirurgica da cui era affetto, non poteva essere opera dei miei gatti, diagnosi che il veterinario si è limitato a confermare offrendomi per la soluzione del caso, la possibilità di una serie di analisi atte ad individuare le cause delle pietose condizioni dell’inseparabile.

Il costo di questi accertamenti clinici mi vergogno persino a raccontarlo, ma mentre tornando a casa mi chiedevo quanto sono scema, mi sono risposta giustificando il mio gesto con la necessità di verificare se l’implume soffra di una malattia contagiosa anche per il mio grande uccello e infine, poco convinta, ho deciso che tutto sommato si può definire beneficenza anche occuparsi di un uccello smarrito.

Questo accadeva ieri e ieri a malincuore lasciavo in clinica l’uccellino per gli accertamenti mentre oggi a mezzogiorno, quando come da accordi con il dottore chiamavo per sapere cosa avesse la bestiolina, mi si rispondeva che il dottore oggi non c’era e mi si chiedeva il favore di richiamare dopo qualche ora, affinché nel frattempo si potesse identificare a chi fosse stato affidato il mio uccello.

Alle tre avevo in linea un dottore che mi comunicava che ancora non erano stati fatti gli esami e che mi avrebbe richiamato lui entro breve non appena sapeva qualcosa.

Due ore dopo mi richiamava il dottore ma io non ho sentito il cellulare e quando lo richiamavo io mi rispondeva che anche quel dottore non è di turno. Alle mie vigorose rimostranze sul modo di trattare gli uccelli (e soprattutto le clienti che glieli affidano) rintracciavano il dottore del giorno prima che mi comunicava che l’uccellino purtroppo ha il fegato e i reni compromessi probabilmente dall’ingestione di metallo rinvenuto nello stomaco grazie ad una radiografia.

Non si sa se ce la farà ma il piccolino è ancora in clinica dove lo terranno sotto osservazione e lassativi fino a martedì.

E io, cuore di mamma con un pennuto imprintato che mi caga sulla spalla, sono molto in pensiero per lui.

E un po’ anche per questo mio amore per gli animali che a volte mi pare davvero eccessivo.

Dimmi che mi vuoi bene

Viscontessa, 11 Aprile 2007

Caro lettore, ma quanto bene mi vuoi?
Mi farebbe piacere che in questa serata nella quale sono solo in attesa di un’ora umanamente accettabile per andare a letto, tu mi dicessi quanto bene mi vuoi.
Non ti chiederò, caro lettore, di rincalzarmi le coperte, di cantarmi una ninna nanna e di darmi il bacino della buona notte, ma sarebbe davvero cosa gradita se tu adesso volessi lasciarmi una manifestazione del tuo affetto
So già che non lo merito e lo so perchè tu caro lettore, non ricevi da me neanche uno straccio di visita nella tua casetta, né una mail o una telefonata e neanche un messaggino, ma magari caro lettore la tua vita virtuale è ricca di soddisfazioni mentre la mia si fa di giorno in giorno più misera per via di questo brutto carattere che mi ritrovo. Abbi pazienza caro lettore e voglimi bene lo stesso perchè io stasera ho messo i miei calzini preferiti in lavatrice e sarò per questo costretta a dormire con i piedini nudi e io, caro lettore, posso sopportare tante cose persino una lezione di gag con Marcus che scandisce il tempo contando “una…duea….trea….ohoh….” ma non riesco proprio a prendere sonno senza i miei calzini preferiti ai piedi.
E poi caro lettore, e non lo dico per impietosirti, la notte di Pasqua mentre i bambini sognavano i pulcini di peluche, le massaie gli agnellini in forno e gli uomini le coniglette di Play Boy, io sognavo che giovedì sarei morta e domani, guarda tu il caso, è proprio giovedì
Non sono sicura, caro lettore, di aver aver sistemato tutto quello che mi ero ripromessa di fare nel sogno, ma la mancanza dei miei calzini preferiti è sicuramente un brutto segno e se adesso tu non mi dici quanto bene mi vuoi, può essere che domani magari te ne penti e io non posso farci più niente.
Ma quanto bene mi vuoi caro lettore? Ma lo sai caro lettore che nell’ultimo anno questo blog l’ho tenuto in vita solo per te? Lo sai che io già da molto tempo avrei preferito dedicarmi al niente più totale mentre invece sono ancora qui per te per rammentarti che mentre invece non si dice?
E poi che ti costa, mica devi sopportarmi tu stanotte con i miei piedini freddi tutti raggomitolati l’uno sull’altro! Raggomitolati tutti sul lato destro che su quello sinistro mi fa male la coscia sulla quale sono caduta lunedì dai pattini.
Si ecco caro lettore, ho anche la bua su quel gran pezzo di coscia che mi ritrovo, un gran bel pezzo di coscia attaccato alla tibia da un’impalcatura che mi hanno trapiantato nella gamba esattamente tre anni fa. Già caro lettore, forse tu non lo sai, ma oltre a non avere i miei calzini preferiti, oltre ad aver sognato con largo anticipo che domani muoio, oltre ad essere oltre modo convinta che nella vita non combinerò niente di buono, tre anni fa mi sono anche rotta il piatto tibiale e adesso una gamba cionca e una brutta cicatrice.
E allora caro lettore, ma che ti costa? Quante volte caro lettore hai detto a qualcuno che gli volevi tanto, ma tanto tanto bene? E quante volte hai aggiunto “come amico/a” mentre il tuo interlocutore scoppiava in un pianto dirotto e tu battendo nervosamente il piedino per terra ti chiedevi quando avrebbe smesso? Ecco caro lettore, a me va benissimo che tu mi dica che mi vuoi tanto tanto bene come amica. Io mi accontento caro lettore, giuro che non piangerò chiedendoti se magari un giorno la nostra amicizia potrà trasformarsi in qualcosa di più e non ti chiederò neanche l’ultimo bacio, l’ultima sigaretta e tanto meno l’ultimo trombino in ricordo del tempo che fu.
Dal canto mio, caro lettore, sappi che ti voglio un gran bene, anzi tutto il bene del mondo perchè voler bene non costa davvero niente e per un “io ti voglio bene e tu lo sai” non è mai morto nessuno.
O almeno spero.

Il lavoro nobilita l’uomo e concede riposo alla donna

Viscontessa, 10 Aprile 2007

Sveglia alle sette perché il pappagallo giocherella con la catenella della sua gabbia e il gatto vuol mangiare, il cane vuole uscire e mia figlia vuole. Poi lei torna a letto.

Ufficio postale, ho sbagliato l’affrancatura, ci vuole il codice fiscale per pagare con un assegno circolare, vado dal meccanico che mi manda da un altro, lascio il motorino, vado a comprare il pianale per l’armadio, mi telefona una tizia che sostiene che ci eravamo conosciute in ospedale l’anno scorso, mi fermo al bar a far colazione con il pianale, non ho i soldi per un bicchier d’acqua, incontro un amico che non vedevo da dieci anni, mi offre l’acqua, mi dice che ha un tumore, mi accompagna a riprendere il motorino, non ho i soldi per pagare, lascio in pegno il pianale dell’armadio e la borsa, vado a fare un bancomat, mi ritelefona la tizia dell’ospedale per dirmi che si è sbagliata e si scusa, vado a prendere il motorino, mi telefona mia mamma per dirmi che arriva mia zia, mi prende di sorpresa, le invito a cena, rimetto il casco, risuona il telefono, mi levo il caso, è mia figlia che è pronta, vado a casa a prenderla, ci fermiamo a comprare delle scatole, torniamo a casa e lei vuole provare ad aprire il portone, ci infila la chiave della cassetta della posta e si rompe, impreco, ripartiamo, andiamo al negozio di animali a vedere i pappagalli, compro i semi e un’altalena, ripartiamo, attraversiamo la città, andiamo a mangiare fuori in campagna, bevo del vinello bianco sotto al sole con un fritto di carciofi, ripartiamo, alle due e mezzo siamo a casa, vorrei dormire, non posso, facciamo i compiti, monto le scatole, passo l’aspirapolvere, mi taglio con il vetro di un quadro rotto, ripartiamo, andiamo in palestra, faccio gag (non è vero, faccio finta), mi fa male la coscia e il polso (ieri sono caduta dai pattini), mi fa male il piede (mi sono fatta un grosso ematoma con il cavalletto rotto del motorino) mi telefona mia madre che allora vengono a cena, faccio la doccia, sono le sette e mezzo, dovrei fare ancora in tempo a fare la spesa, mi metto il casco, chiama mio marito, mi levo il casco, dove sei? Ho mal di schiena, mi fai una puntura prima che vada via? (va a cena fuori) cazzo, devo fare la spesa, ok ce la posso fare, rimetto il casco, stiamo uscendo, mia figlia ha perso la chiave dell’armadietto della palestra, corre a cercarla, torna, rimetto il casco, suona il telefono, levo il casco, mia mamma che non veniamo più a cena, mi rimetto il casco pensando che voglio svenire in una siepe, torniamo a casa, faccio l’iniezione al volo, ritelefona mia mamma, allora veniamo, tiro fuori gli avanzi dal frigo, riesumo le salme, gli do un bell’aspetto, arriva mia mamma con mia zia, mia cugina e a sorpresa anche mia sorella, aggiungi un posto a tavola, non mangiano niente e si parla di figli tutta la sera, voglio svenire sul tavolo, vanno via, dovrei sparecchiare ma mio marito deve ancora cenare, lascio apparecchiato, mi metto qui, vorrei svenire…..

Per fortuna domani torno a lavoro.

fra sapere e non sapere meglio trombare

Viscontessa, 7 Aprile 2007

Mi chiedevo oggi se ci sia qualche uomo che ogni tanto si sente offeso dai continui messaggi pubblicitari che gli suggeriscono come trombare di più.

Si fa un gran parlare delle donne e talvolta, almeno a parole, ci si indigna per l’immagine superficiale che si fornisce di loro spesso ridotte a semplice oggetto dei desideri maschili, ma non mi è mai capitato di sentir lamentarsi un uomo per essere esso stesso bersagliato da messaggi che non riconosco all’uomo nessuna ambizione maggiore di quella di portarsi a letto una donna.

Davvero scopare è l’unica cosa gli vi interessa?

Francamente non lo credo ma credo anche che non gli dispiaccia affatto essere quotidianamente ragguagliati su tutti mezzi messi a disposizione dal mercato, per catturare l’ennesima preda per il loro carniere.

E’ vero che non tutte le pubblicità utilizzano il richiamo sessuale per far presa sul pubblico, ma sono tantissime quelle che lo fanno, sono molte quelle che pur non facendo del sesso il messaggio pubblicitario, utilizzano comunque il sesso anche solo ironizzandoci su, e sono la maggior parte quelle destinate ad un pubblico giovane che dietro alla patina di una sessualità disinvolta, suggeriscono una versione del sesso tanto avvilente quanto diseducativa.

Mi è capitato per esempio in questi giorni di vedere la nuova pubblicità della Beck’s.

Su un aereo un uomo che per un disguido non ha un posto assegnato, si siede accanto ad una bella donna che si mostra gentile con lui. Poi arriva una hostess e gli comunica che si è liberato un posto in prima classe e lui si trova a dover scegliere se rimanere seduto lì dov’è e dove è presumibile che la gentilezza della donna sia un invito a trombare, oppure trasferirsi in prima classe.

Nel secondo spot invece, un uomo può scegliere tra la carriera e la reputazione, l’una suggerita dalle prospettive fornite da un provino per uno spot pubblicitario (ci sarebbe da scrivere a lungo anche su quale tipo di ambizioni si suggeriscano) l’altra dal messaggio pubblicitario stesso nel quale l’uomo deve parlare della propria impotenza.

La propria reputazione. Un uomo che in un messaggio pubblicitario parla di impotenza mette a rischio addirittura la propria reputazione.

Mentre da un lato si combatte ufficialmente quella mentalità maschilista che fa della virilità la vera e unica risorsa del genere umano, dall’altra la si asseconda con messaggi tanto subdoli quanto efficaci. Messaggi che proprio per la mancanza di chiarezza finiscono per essere molto più diretti di qualsiasi esplicita forma di condanna.

Ma siamo sicuri che nonostante queste pubblicità sia possibile creare una società migliore?

Come si cambia per non morire

Viscontessa, 4 Aprile 2007

Siccome la primavera è alle porte ma ancora non si decide a bussare e anche oggi ha piovuto, pensavo che devo assolutamente trovare un antiallergico prima che i germogli in fiore esplodano nella mia testa.
Non soffro di allergie, e questo va chiarito, ma come molti soffro di tutte le altre sindromi primaverili che dovrebbero portare il genere umano ad odiare la primavera anziché ad esaltarla come la stagione più bella dell’anno.
Per adesso me la cavo ancora bene, non passo le mie giornate a dormire, non mi fa male la spalla e non penso a quanto sarebbe bello morire in una splendida giornata di primavera, ma temo di non poter contare ancora a lungo su questo stato di grazia e urge correre immediatamente ai ripari.
Oggi pomeriggio, per esempio, una leggerissima emicrania è spuntata timidamente sulla mia tempia destra e prima che io potessi rendermi ben conto che in primavera niente fa la sua comparsa con timidezza, quella mi aveva già stesa a terra in men che non si dica.
Niente a cui non abbia potuto porre rimedio con una massiccia dose di Brufen, ma il messaggio subliminale che ne ho ricavato, è che la devastazione è ormai alle porte.
Infatti sull’ora di cena seduta a tavola di fronte ad una pizza, ho visto per un attimo le mie mani per l’ultima volta o almeno questa è stata la sensazione improvvisa che ne ho ricavata.
E’ stato un flash, un attimo che mi ha tolto il respiro, ma in quell’attimo mi sono fatta assolutamente convinta che entro la serata sarei morta. Morta in una forma qualsiasi perchè si può morire da vivi e vivere da morti.
Poi è passato, ma come un novello oracolo, ho letto in quel flash tutto l’orrore della primavera e dopo aver ripreso fiato, ho capito che dobbiamo in tutti i modi fare qualcosa per evitare di lasciarci coinvolgere da questa primavera.
Alacremente pensando su cosa inventarmi, mi è venuta in mente l’assoluta necessità di mettere ordine nelle nostre vite passate e di individuare con precisione quale sia stata quella nella quale tutto è andato in frantumi. La primavera in cui eravamo fiori di pesco e una ventataci ha portato via dai rami per gettarci di malagrazia nel tombino delle fogne di Calcutta? Oppure la primavera nella quale da ghiaccio ci facemmo acqua per finire in una pozza melmosa?
Insomma volendo rifuggire la teoria per la quale siamo solo pezzi di di carne e come tali soggetti alle intemperie e ai cicli stagionali, pensavo che sarebbe buona cosa accusare del malessere primaverile, una precedente vita da agnello in periodo di Pasqua.
E se fossi stata vergine nel paradiso dei mussulmani kamikaze?
E se voi fosse state blogger quando i blog ancora non esistevano?
Suvvia, teniamoci compagnia, cosa siete stati prima di essere commentatori indolenti di questo blog?

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