A chi non partecipa gli verrano le pulci..e forse anche i pidocchi

Viscontessa, 8 Marzo 2007

Il fatto che milioni di bambini al mondo siano seriopositivi o muoiano di fame, la siccità incombente, i talebani, la finale di Amici della De Filippi e persino il vostro colon irritabile, niente tolgono a molte altre tristi vicende a cui siamo costretti ad assistere ogni giorno.

Personalmente non ho mai sopportato la guerra tra poveri di chi si indigna perché si parla di salvare dall’estinzione una rara farfalla del Nord Dakota invece che della condizione della donna in una sperduta regione del Cashmire e sono anche piuttosto intollerante nei confronti di quell’integralismo che conduce molti a ritenere di aver capito dove si annida il male della nostra umanità.

Il male è ovunque, non ha età, sesso, provenienza e neanche giustificazione ed ognuno è libero di confrontarsi con esso come meglio ritiene opportuno. Due sole cose sono a mio avviso essenziali, la prima è quella di essere consapevoli che il male esiste e che anche noi ne siamo più o meno portatori sani o colpevoli, la seconda è che possono esistere milioni di attenuanti per tutto il male che ci circonda ma le attenuanti devono essere sempre e solo concesse all’individuo umanamente debole, arido o malato ma mai alla colpa di cui esso si macchia.

 

Quella che vi segnalo oggi è solo una delle tante storie di maltrattamenti su animali che si compiono ogni giorno, forse non più atroce di altre ma proprio per l’antefatto sulle attenuanti da concedere all’individuo, solo più sgradevole per le aggravanti da imputare al soggetto che pare si sia reso colpevole di questo reato. Il condizionale è d’obbligo anche se questa frase fatta nel caso mi sta un po’ strettina.

Brevemente, per chi scoprisse che non è interessato a partecipare all’iniziativa, riassumo di cosa si tratta: due levrieri maltrattati sono stati affidati ad una presunta studentessa della facoltà di veterinaria dell’Università di Pisa che li ha lasciati a sua volta morire di fame e di stenti. Uno, la femmine, è morta, l’altro è in fin di vita e adesso si chiede che oltre alle prevedibili azioni legali mosse nei confronti di questa donna, anche la facoltà di veterinaria prenda una netta posizione al riguardo espellendo la studentessa dalla suo ateneo.

Il Preside per ora, e giustamente, ha ritenuto di dover procedere con i piedi di piombo ma un simile provvedimento sarebbe davvero auspicabile e “aiutarlo” a prendere una decisione in tal senso mi è parsa una buona idea.

In pratica si tratterebbe di inviare una mail al preside nel quale lo si invita a provvedere e siccome una mail in più o in meno, a noi navigatori, ci fa una pippa, ecco che son qui a segnalarvi questa iniziativa.

Ovviamente vi segnalo il link dove è possibile reperire tutte le informazioni e purtroppo anche le foto delle povere bestie al momento del ritrovamento.

http://www.vet.unipi.it/

http://www.vet.unipi.it/

 

Grazie.

 

Ballata per un motorino rubato: proposta di testo socialmente utile per Sanremo2008

Viscontessa, 7 Marzo 2007

Io sono un motorino sfortunato
avevo un buon padrone
ma un giorno mi hann rubato.
Brillavo con la luna della notte
nero come il cielo
ma mi hanno preso a botte.
Avevo un padrone che mi voleva bene
mi chiudeva la sera
ma ogni volta eran pene.

La catena si incastrava
il lucchetto arrugginito
il cielo ci inondava
e lui ci ha lasciato un dito.

Ha urlato allora il mio padrone
imprecando contro il cielo
insultando Camillo e Don Peppone.
Poi certo di avermi infine chiuso
mi ha lasciato per strada
e ha mi ha piantato il muso.
“Domani torna come fa ogni mattina”
pensavo quella notte
ricoprendomi di brina.

La catena si sfilava
il lucchetto si apriva
il cielo ci illuminava
e lui lesto ripartiva

Ma uomo poi è venuto
nero come il cielo
e io mi son venduto.
Ha visto il mio lucchetto
un calcio mi ha sferrato
e via dal cavalletto.
Poi abbiam girato
c’era un vecchio
insiem lo abbiam scippato.

La catena ora bradiva
il lucchetto si agitava
il cielo ci copriva
e la polizia arrivava.

Mi ha buttato al suolo
mi sono ammaccato
e son rimasto solo.
Giacevo stordito sull’asfalto
qualcuno mi ha ripreso
ma avevo perso smalto.
Adesso vivo vicino ad un cassonetto
la sella ormai squartata
le multe sul baueletto.

La catena non volevo tagliare
il lucchetto mi dava sicurezza
il cielo mi abbracciava
e arriva la maleodorante brezza.

A volte casco e non so più volare
il cavalletto è rotto
e io son da rottamare.
I vigili mi ignorano
mi lasciano una multa
o mi deplorano
Io aspetto il mio padrone
silenzioso vicino al cassonetto
e volte mi viene un gran magone

La catena vorrei tenere stretta
il vecchio lucchetto arrugginito
il cielo io lo so che già mi aspetta
arriva il carroattrezzi e son finito.

Pidocchi 2

Viscontessa, 6 Marzo 2007

Ore 20,10 entro in farmacia.

  • Buonasera…senta avrei bisogno di qualcosa per….mia figlia….peidculosi… io non li ho visti ma io non li vedo mai, so riconoscere le pulci e le zecche ma i pidocchi proprio non li vedo….
  • Ah i pidocchi! Allora, le do una mousse da applicare sulla cute e per tutta la lunghezza dei capelli (e si allontana, poi dal retrobottega urla) quanti sono?
  • I pidocchi? Veramente non li ho contati….cioè
  • Ma no! I bambini da spidocchiare!
  • Ah…uno….una….
  • (torna) allora questa dovrebbe essergli sufficiente ma mi raccomando sarebbe opportuno che lo usaste tutti.
  • Anche il cane e i gatti?
  • No, il cane e i gatti non prendono i pidocchi, siete voi che dovete usare la mousse
  • Veramente guardi che almeno i gatti i pidocchi li prendono, io una volta ho avuto un gatto con i pidocchi.
  • Si va bene ma di solito non li hanno.
  • Ah va bene….ma senta c’è niente che si possa fare per prevenire i pidocchi?
  • Certo, le do uno spray da applicare sui capelli ogni due o tre giorni
  • E per quanto tempo lo devo applicare?
  • Dia retta a me che di figli ne ho tre e questi maledetti pidocchi non si riesce ad eliminarli (si gratta la testa) lei glielo applichi sempre, magari le annusi i capelli e quando sente che l’odore del disinfettante sta per svanire glielo ridà (e si allontana un’altra volta)
  • ma lei pensi che in tutti questi anni non se li era mai presi e adesso nel giro di pochi mesi…
  • (urlando dal retrobottega) quanti ne ha?
  • Di pidocchi? Io veramente non li ho neanche visti non saprei…
  • Ma nono di pidocchi, di anni!
  • Ah…dieci
  • (torna dal retrobottega) ecco con questo è a posto, senta non ha neanche un cattivo odore (e sparge nell’aere l’antipidocchi)
  • beh effettivamente non è malissimo, visto come vanno le cose ultimamente forse dovrei farne una scorta
  • da quanto?
  • Da quanto tempo ha i pidocchi? Non saprei io….
  • ma no! Da quanto vuole la confezione?! Non ha detto che vuole fare una scorta?
  • Ah! ecco, non saprei…..ma lei che dice? È efficace anche sugli indumenti? Immagino che adesso dovrò tornare a casa e lavare tutto, asciugamani, federe….
  • Non serve a niente, si fidi, mia moglie tutte le volte che i nostri figli si prendono i pidocchi, lava ogni cosa e io la prendo per il culo perché non serve a niente, l’importante è che lei applichi questa mousse per tutta la lunghezza dei capelli e poi gli dia lo spray, allora, quanto ne vuole?

(esco dalla farmacia tra due ali di folla che si aprono al mio passaggio come il Mar Rosso, in borsa altri € 35 di trattamenti contro i pidocchi).

p.s avrei volentieri pubblicato la foto di un pidocchio come si deve, ma nessuno dei primi siti che ho consultato e che parlavano di come prevenire e curare la pediculosi, mostrava la foto di un pidocchio. Immagino che sia per non urtare la sensibilità dei genitori a cui si insegna come affrontare il probelma ma gli si risparmiano le foto del parassita sostituite invece da graziosi disegni di pidocchi sorridenti. Mah!

Diversificazione sanitaria compulsiva

Viscontessa, 6 Marzo 2007

testa.jpg

Si dice che vi sia una sorta di alterazione neurologica che accompagna il mal di testa. Me ne parlava diverso tempo fa un dentista e io sono molto portata a credere ai dentisti quando parlano di problemi neurologici. Ma di solito do credito anche alla mia amica veterinaria quando mi cura l’influenza o alla dermatologa quando mi suggerisce una cura dentale. La chiamo diversificazione sanitaria e secondo me funziona perché un medico che parla di patologie che non è abituato a curare, è meno preoccupato di sbagliare, più emotivamente coinvolto, in un parola direi più umano.

Così se ti fidi dell’uomo più che della sua specializzazione, il gioco è fatto.Delle alterazioni neurologiche causate dal mal di testa non ne so niente.

Molti anni fa presi un appuntamento al centro cefalee dell’ospedale di Careggi ma quando arrivai lì trovai con il camice bianco un vecchio amico che mi prese in cura e io non ci tornai più. Gli amici devono fare gli amici e i medici i medici, non starò qui a spiegare perché un medico del centro cefalee non può essere anche un vecchio amico, ma fate conto di dovervi far visitare da un ginecologo che è stato il vostro compagno di banco per tutti gli anni di liceo.

Che poi, proprio per la teoria della diversificazione sanitaria, se il medico del centro cefalee mi avesse dato una mano a curare la mia periartrite, ci sarei anche potuta stare ma che un dottore della testa da cui ero stata ospite quell’estate volesse proprio curarmi il mal di testa, non era una soluzione che potessi accettare.

Diagnosi, non ho niente di fisico, non una malformazione, non un disturbo e neanche una predisposizione genetica se non si vuol tenere conto di mia nonna che a novant’anni si prendeva ancora una caffettiera di caffè a digiuno con tre Saridon. Ma quella nonna lì non l’ho mai frequentata molto per cui direi che non è valido e poi io sono anche allergica al Saridon.

La naturopata messicana invece da cui sono stata qualche tempo fa per sapere se poteva ipnotizzarmi per smettere di fumare (che se funziona voglio chiedergli di farlo anche per farmi smettere di pensare) mi aveva dato una cura per combattere il mal di testa anche se la cura prevedeva che smettessi di prendere caffè e di usare zucchero raffinato. Il caffè ho smesso di prenderlo per tre giorni ma al quarto già soffrivo di altri disturbi come la sindrome da abbandono definitivo e così ho chiesto alla dietologa e ho ricominciato.

La sindrome da abbandono definitivo, modestia a parte, me la sono inventata io.

L’ultima volta infatti che sono stata dallo psichiatra perché mi prescrivesse dei leggeri antidepressivi per il mal di testa, gli ho chiesto con un filo di speranza se potevo definirmi depressa. “Almeno un po’” l’ho supplicato, ma lui è rimasto inflessibile e mi ha detto che sono solo “stressata”.

Ecco perché non mi piacciono i dottori che fanno il loro mestiere: “stressato” è un termine intollerabile in bocca ad uno psichiatra che invece è un ottimo pediatra e un eccellente fumatore.

Allora, delusa dalle prestazione mediche del mio psichiatra (con quello che lo pago potrebbe almeno ogni tanto assecondarmi quando gli dico che il mondo intero ce l’ha con me invece di sostenere che sono io che ce l’ho con il mondo), me ne sono andata via a capo basso per elaborare la teoria di cui vado ormai parlando alla restante parte del mondo che ce l’ha con me. Perché è questa la teoria rivoluzionaria che sono tornata a sottoporre all’attenzione della mia dermatologa: non è vero che ad avercela con me sia il mondo intero, ma solo metà mentre l’altra metà semplicemente mi abbandona per sempre così che mi trovo costretta ad avercela con la parte di mondo che rimane.

E così ho sistemato anche il mio psichiatra.

Resta però adesso da vedere se la percezione extra corporea che riesco a raggiungere quando il mal di testa non se ne vuole andare, la si possa definire un’alterazione neurologica.

Funziona così, mi viene mal di testa, prendo un antidolorifico a volte due, qualche volta quando il brufen si rifiuta di fare il suo dovere, ci aggiungo del caffè (perché la caffeina la si usa per curare il mal di testa ma il caffè fa male a chi soffre di questo disturbo) e infine di solito, dopo i tre giorni monsonici di dolore, mi rendo conto che niente mi fa più effetto e allora non mi resta che buttarmi sul divano con la televisione accesa e concentrarmi sul punto esatto dove si fa sentire più intenso il dolore. Dopo un po’, se non perdo la concentrazione di solito ci vuole una mezz’oretta, perdo un po’ conoscenza e tutti i rumori che sento intorno (preferisco quelli della televisione perché sono passivi e non richiedono in alcun modo il mio intervento) diventano parte di me. E’ come se io fossi un nastro sul quale registrare le voci e io perdo completamente la percezione della realtà (dove sono, che ore sono, quanto tempo è passato) ed entro dentro a quelle voci, le vivo, le creo, le modulo. Oppure sono le voci che entrano dentro di me; in entrambe i casi “sento le voci” e questo secondo me non è affatto buon segno anche se il dentista si rifiuta di fornirmi una diagnosi neurologica definitiva.

p.s ho mal di testa.

La Dolce Parodi fa il volta Gabbana al femminismo.

Viscontessa, 5 Marzo 2007

dolceegabban.jpg
Mentre io mi affidavo alle amorevoli cure dei miei stilisti virtuali preferiti, altrove altri due famosi stilisti si affidano per la loro campagna pubblicitaria alla fantasia onirica sessuale più diffusa tra le donne. Non si dovrebbe dire, non è politicamente corretto ma la differenza tra sogno e realtà è enorme e il sogno spesso non è altro che la rappresentazione più istintiva, rozza e brutale di un desiderio.

Così mentre agli uomini è ancora concesso affermare candidamente che il loro ideale di donna è una donna remissiva e accondiscendente pronta a soddisfare ogni loro bisogno ancor prima di ogni loro desiderio, alle donne non è più permesso rappresentare oniricamente il desiderio dell’uomo forte. Nessuna donna desidera davvero la violenza sessuale, e questo dovrebbe essere ovvio, ma sono (siamo) ancora in tante a ritenere che in nessun luogo come la camera da letto, vi sia la necessità di mantenere intatte le proprie peculiarità sessuali.

Nessuna donna lo dirà mai apertamente, non troverete autorevoli testimonianze femminili che sosterranno la tesi della virilità non solo sessuale, ma vi sarà facile captare nei discorsi tra donne, la noia e l’uggia procurata da fidanzati troppo premurosi e attenti o da partner poco intraprendenti e fantasiosi. In fondo il piacere femminile passa forzatamente da quello maschile e dal desiderio che il maschio prova per lei, mentre quello maschile può manifestarsi in maniera del tutto indipendente da quello della propria compagna e la prostituzione ne è la prova concreta.

Ciò detto quando ho sentito parlare della polemica che è sorta intorno al nuovo spot di Dolce e Gabbana, per un attimo mi sono illusa che qualcosa stesse davvero cambiando.

Già da tempo infatti osservavo passare in tv lo spot di una bionda colta nei frenetici momenti che dovrebbero precedere l’entrata in passerella di una modella. Qualcuno le sistema i capelli, altri si occupano del trucco e mani invisibili le calzano sandali dai tacchi vertiginosi fino a quando la bionda che non mi permetterei di definire anoressica ma che sicuramente non è una taglia 46 ma neanche una 44 ed escluderei persino una 42, viene catapultata tra i falsh dei fotografi.

Dolce and Gabbana è l’unica voce di sottofondo che accompagna lo spot .

Osservavo lo spot, dicevo, con quel filo di disgusto che sempre provo per la discordanza tipica dei nostri tempi, tra i fatti e le parole. I fatti sono che nello spot la donna trasmette un modello di donna finta, inarrivabile, tanto bella quanto vuota, mentre le parole ci raccontano di quanto sia immorale, corrotto e pericoloso il mondo della moda tanto da ritenere che sia necessario intervenire politicamente obbligando gli stilisti a far sfilare modelle più “umane”, più rotonde, più verosimili.

Dopo il trituramento quotidiano di palle sull’inquinamento delle nostre città a cui seguono almeno dieci spot pubblicitari di automobili, per un momento mi ero illusa che la lobby della moda fosse meno potente di quella automobilistica e che davvero qualcuno si fosse accorto di quanto possa essere pericoloso il messaggio trasmesso dallo spot di cui sopra.

Vuoi vedere, mi son detta, che tra i milioni di comitati e associazioni che nel nostro paese si occupano di indignarsi per l’ovvio ce n’è stata una che questa volta si è occupata davvero di denunciare quel genere di messaggi che favoriscono la sempre tardiva indignazione?

Quasi commossa da tanta solerzia, mi sono quindi documentata sull’ultima boutade dei due “ragazzacci della moda” la cui definizione “ragazzacci” è già di per se un’attenuante per le loro presunte colpe e ho capito che tanto per cambiare non avevo capito un bel niente.

Non è poi che abbia trovato gradevole o educativa la pubblicità incriminata ma l’indignazione suscitata dal messaggio tanto esplicito quanto volgare, mi è sembrata tanto inutile quanto la chiusura di un recinto una volta che i buoi sono scappati.

E’ vero, l’immagine della donna trattenuta a forza da un uomo mentre altri quattro guardano, è a dir poco sgradevole, ma quando si lasciano passare continuamente messaggi molto più subdoli e per questo molto più efficaci che trasmettono della donna l’immagine di un essere effimero come l’abito che indossa, è inutile indignarsi per l’uso che si invita a fare dell’effimero.

E poi, tanto per tornare al discorso dell’inizio post, la pubblicità non è indirizzata agli uomini ma alle donne a cui viene lasciato intendere che i due famosi stilisti sono talmente sensibili ai loro desideri, da comprenderne anche quelli più segreti e inammissibili.

La concomitanza della festa della donna e lo spot di Dolce e Gabbana, hanno quindi indotto il TG5 ad affidare una nuova inchiesta al nostro Tony Capuozzo che stasera nel settimanale Terra, affronterà proprio questo argomento. La dolce Cristina Parodi ce ne da notizia nel TG5 di stasera e con un sorriso sulle labbra passa al servizio successivo nel quale si racconta la bizzarra storia di tre ballerine russe di lap dance che promettono spettacoli gratuiti per un mese a chi gli riporterà il loro cagnolino smarrito.

Le conclusioni, in questo caso, mi rifiuto persino di tirarle.

Chi sono?

Viscontessa, 3 Marzo 2007

Chi sono?
Ho cambiato blog e per farlo mi sono affidata a due degli stilisti più in affermati della blogsfera.
Creatori di immagine e di personalità virtuali, due personalità in fatto di blog e soprattutto due amici che come al solito hanno avuto la pazienza di sopportarmi.
Adesso però il loro compito è finito e tocca me mostrare cosa si nasconde sotto all’abito.
Chi sono?
Mi guardo intorno e non trovo il coraggio di lanciarmi sulla passerella virtuale di questo nuovo blog. Alcune cose sono ancora da sistemare e altre forse non le sistemerò mai “chi sono” mi incombe sulla testa e devo in qualche maniera riempire quella pagina bianca.
Chi sono?
Chi si nasconde sotto a quest’abito nuovo?
Strano da dirsi ma non riesco a trovare una definizione che mi soddisfi. Sarà che le definizioni sono statiche e io invece sono sempre in movimento e in evoluzione. Che poi anche questo non è vero ma crederlo aiuta, aiuta a credere che domani sarà migliore e che domani avrò imparato qualcosa di nuovo. E qualcos’altro l’avrò scordato, qualcosa trovato, qualcosa dimenticato e qualcosa guadagnato.
Chi sono?
Oggi ho fatto la mia prima lezione di pilates. Sapevo che ci sarebbe stata questa nuova passerella da affrontare e volevo essere all’altezza del mio abito nuovo. Ma il pilates è tutta una questione di equilibrio e io non riesco a trovare neanche quello del mio fisico. Sono caduta.
Chi sono?
Non ho coccarde da appendere al petto né successi da sbandierare.
Chi sono?
Non odio l’ipocrisia e non amo il tramonto, non ho una pila di libri sul comodino, non sono uno spirito libero e non voglio neanche essere me stessa.
Chi sono?
Me stessa, lo sono già, lo sono sempre, lo sono come tutti, a volte di più altre di meno ma il dubbio resta chi è me stessa?

Devo tracciare il mio profilo qualcuno mi da una mano? Apro i commenti sotto al mio profilo, chi ha voglia di partecipare al gioco si faccia avanti e mi rammenti anche cosa ho fatto nella vita.

I piatti parlano come 3131

Viscontessa, 1 Marzo 2007

E’ tutto così strano e così surreale.
Sono indietro nel tempo, in un tempo indefinito come un limbo da caricare di tutte le angosce, un tempo che negli anni ho colmato di ogni cosa pur di non non rischiare di precipitarci dentro.

C’è mia madre in cucina, è passata a salutarmi senza neanche togliersi il cappotto, non passa mai a salutarmi e non sono abituata ad avere gente per casa. Non passa mai nessuno e me ne rammaricherei se non sapessi che l’avere gente in casa mi riporta indietro nel tempo, un tempo delle mele nel quale a casa mia passava sempre qualcuno e io rimanevo altrove con quella sensazione di angoscia pomeridiana.
Lei la vedo in cucina mentre stira, la radio accesa su 3131 (chi ricorda la trasmissione?) quella radio che io non ho più potuto ascoltare di pomeriggio. Cosa succedeva in qui pomeriggi di tanto grave da avermi costretto tutta la vita ad evitare di creare similitudini con quelli della mia infanzia?

Forse niente e questa è la cosa peggiore, a volte c’è un trauma, il trauma da rimuovere è sempre un’ottima ancora di salvezza ma a volte non c’è niente, proprio niente che possa giustificare quell’angoscia.
Cerco ancora di ricordare.
Mentre adesso è in piedi nella mia cucina e io mi chiedo cosa dovrei fare, torno al ricordo di lei al telefono e io sotto alla console che aspetto per chiederle una stupidaggine.

Ma non è neanche questo. Vorrei invitare qualche compagno di scuola a casa mia e invece sono sempre sola, mia sorella non la ricordo ma ricordo quella voglia di chiedere a Sonia se vuol venire a casa mia a giocare e lei che mi risponde che non può perché va da Elena la figlia dell’ortolano che per merenda porta sempre le primizie.
Nel banco accanto c’è Francesca, un fisico mascolino e un termos con il thè per merenda. Francesca è taciturna, né simpatica né antipatica forse un po’ smorta, di un’intelligenza mediocre e un fisico scostante. Non ho mai pensato di chiedere qualcosa a Francesca, il suo termos e quei panini con la marmellata mi fanno un po’ senso.

Sto divagando, mi devo concentrare.
E’ un pomeriggio e mio padre mi chiede se voglio andare con lui ad un appuntamento di lavoro. La giornata è soleggiata e per raggiungere il cantiere bisogna percorrere una bella strada di campagna.
Non ricordo la strada e non ricordo il solito disagio che provavo in sua compagnia, la compagnia di un estraneo.
Invece ecco il cantiere, sono degli appartamenti e io giro per le stanze piene di uomini che lavorano, lui, mio padre, sta parlando con loro e io provo ancora quel senso di angoscia pomeridiana a cui non riesco a dare un nome.
Ripartiamo che è già buio, sono infreddolita e tesa come una corda di violino ma poi alla radio c’è una trasmissione ricca di testimonianze sui poteri paranormali e in macchina si fa silenzio mentre una signora racconta che dalle pareti del suo appartamento sono cominciati a piovere piccoli sassi. E in quel silenzio sono stranamente vicina a mio padre, il suo silenzio è il mio e per la prima volta siamo complici di qualcosa. Un attimo, il tempo dei sassi che piovono dai muri e poi torna tutto normale, siamo a casa, lui si siede a tavola e io sparisco nuovamente.
Il rumore dei piatti, mia madre sta lavando i piatti mentre mio padre è in salotto a guardare la televisione. Non ricordo ancora mia sorella ma quel rumore di piatti è un linguaggio carico di rancore e di rassegnazione che io comprendo anche se nessuno me lo ha mai insegnato.

Spero che si fermi. Conto i piatti uno per volta prima che arrivino le pentole , per le pentole mi devo ancora preparare perché il loro linguaggio è ancora più cupo e rabbioso. Le pentole sono le ultime, questa che sta lavando adesso la riconosco e so già che è l’ultima poi si farà silenzio e io potrò finalmente riposare.
Ma non è questo, non è neanche questo, ci deve essere ancora qualcosa che non riesco a scovare.
Silenzio, le tre stanze in fondo alla casa sono di mio padre. Il suo studio, il soggiorno e il salotto non sono per noi. Io gioco in bagno o nello stanzino dove mia madre tiene gli armadi e la macchina da cucire. Silenzio, non c’è musica e non c’è televisione solo la radio di tanto in tanto con le sue trasmissioni serie riempie l’aria di voci.

Silenzio, troppo silenzio, io mi alzo la mattina e accendo la televisione, torno a casa e accendo la televisione, lavo i piatti e accendo la televisione. Perché guardi queste cazzate? Non guardo e non sento niente, copro soltanto il silenzio e il mormorio dei piatti.
Non voglio sentirli parlare mai più.

Mia madre va via, se n’è andata, fuori adesso è buio, piano piano ricomincio a respirare, non è neanche questo ma forse lo scoprirò la prossima volta, per ora uso la lavastoviglie.

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