il nostro radioso futuro

Viscontessa, 29 marzo 2007

Quando ero piccola immaginavamo il futuro come un una dimensione spazio temporale animata da piccoli dischi volanti che avrebbero sotituito le vecchie auto, e pillole di tortellini alla panna liofilizzati che avrebbero sostituito i nostri pasti a tavola.
Mai avvremmo pensato, neanche nei nostri incubi peggiori, che i tortellini alla panna potessero diventare il peggior nemico delle nostre arterie e che con uno yogurt si potesse curare il colesterolo, la stitichezza o la stanchezza cronica (o almeno così mi è parso di aver capito dalla pubblicità di quello yogurt che aiuta gli agenti commerciali o le casalinghe a sentirsi meglio).
Di sicuro non avremmo mai pensato di essere costretti a girare ancora con gli stessi mezzi di trasporto di cinquant’anni fa e di essere costretti per legge a cambiarli almeno una volta ogni due anni.

Quando ero piccola il futuro che ci attendeva era radioso. Per salvare dalla fame i bambini del Biafra, bastava finire tutti gli spinaci che la mamma ci aveva messo nel piatto e che contenevano tanto ferro per farci diventare forti come Braccio di Ferro (il futuro era un po’ meno radioso quando mi immaginavo da grande con le sembianze di Braccio di Ferro) e l’unica cosa che ci spaventava davvero, erano i tumori perchè l’Aids non esisteva e la poliomelite l’avevamo sconfitta grazie ad un vaccino.
Mai avremmo immaginato che i bambini del Biafra fossero solo la punta di un icerbeg in rotta di collisione con la nostra cara, vecchia Europa e neppure nei nostri peggiori incubi avremmo mai pensato che adesso le malattie non si curano più grazie ai vaccini ma grazie alle donazioni ad enti di beneficienza pubblicizzate da calciatori sanissimi.
Quando ero piccola pensavamo che il Papa fosse un omino buono che si occupava di confortare i dereletti e di aiutare gli emarginati e gli esclusi, vabbè qualche dubbio sulla filantropia cattolica ci era già venuto fin da allora ma mai avremmo pensato di avere un giorno un Papa il cui unico scopo fosse proprio quello di condannare senza possibilità di salvezza, gli emarginati e i diversi.

Quando ero piccola pensavamo che lo schiavismo, il lavoro nero, la mancanza di qualsiasi forma di tutela dei lavoratori, le guerre sante e la siccità, fossero argomenti da leggere nei libri di storia e mai avremmo immaginato che nel futuro si potessero chiamare “attualità”.

Quando ero piccola pensavo che un giorno sarei stata grande e non immaginavo neanche lontanamente che da grande mi sarei sentita così piccola.

Potevamo stupirvi con effetti speciali ma noi siamo scienza e non fantascienza

Viscontessa, 28 marzo 2007

Potevo scegliere la forma della segnalazione.
Potevo inviatrvi a sfogliare la nuova pagina che ho aggiunto al blog e indicarvi il nuovo sito delle sorelle d’Italia.
Potevo inviare a tutti una bella mail….no, questo mezzo è meglio che per un po’ non lo usi.
E invece, quindi, insomma.
Pubblico anche qui il mio post di esordio tra le sorelle.

Lei si alza presto e prepara la colazione, dà da mangiare al gatto, prende qualche pasticca per bruciare i grassi, per favorire la circolazione, per rinforzare le unghie e per contrastare i radicali liberi. Tutta roba naturale comprata in erboristeria.
Poi dà un po’ d’acqua alle piante, prepara i vestiti e la merenda per i bambini, dà un’occhiata all’agenda, scrive un bigliettino con le istruzioni per la cameriera e va a cercare quel paio di calze bordeaux che la sera prima si era ricordata di aver comprato almeno un mese prima.
Lui si alza un po’ dopo e va in bagno.
Lei trova le calze nel cassetto delle lenzuola e con l’occasione le rimette a posto secondo una scala cromatica più gradevole, poi si prepara una spremuta d’arancia, si scruta allo specchio in cerca di nuove rughe, apre le finestre della camera da letto per cambiare aria, sveglia i bambini, gli fa fare colazione, li lava, li veste e li pettina.
Lui è sempre in bagno.
Lei riprepara la merenda per Giacomino perchè quella mattina Giacomino non vuole il solito panino con il prosciutto ma vuole un panino con il salame come il suo amico Pierino. Poi cerca di convincere Luisella che non può andare a scuola vestita con il tutù e mentre la piccina tra gli urli le chiede perchè Giacomino può avere il suo panino con il salame e lei non può avere il suo tutù, lui finalmente esce dal bagno e si siede a tavola per fare colazione.
Mentre lei per calmare Luisella le ha appena promesso che il tutù potrà metterlo nel pomeriggio per andare a danza scatenando in Giacomino una furia assassina perchè allora lui vuole vestirsi da Pockemon per andare a catechismo, lui le chiede nell’ordine: dove il caffè, dov’è il latte, dove sono i biscotti, dov’è lo zucchero e perchè fa urlare i bambini.
Lei si mangia il panino al prosciutto di Giacomino per non buttarlo via e conta mentalmente quanti carboidrati sta ingurgitando e quanti dovrà eliminarne dal pranzo per fare pari, versa nella tazza di lui il caffè, il latte, lo zucchero e pure i biscotti, mette in giardino Luisella scambiandola per il gatto e infila il gatto nello zaino di Giacomino, poi riprende Luisella dal giardino che tanto si è messa a giocare con la terra e toglie il gatto dallo zaino mentre Giacomino si è messo ad urlare perchè vuole andare in giardino a giocare con la terra anche lui.
Rilava Luisella e le mette le scarpe di Lelly Kelly con i lustrini, poi mette a Giacomino il mantello dei Pockemon e tanto si mangia anche il panino con il salame ripromettendosi di fare dieci minuti in più di cyclette per bruciare almeno quei grassi.
Lui entra in camera, brontola perchè c’è la finestra aperta e nell’ordine chiede dove sono: le mutande, i calzini, i pantaloni, la cintura, la camicia, cravatta, la giacca e quella sciarpa che le aveva regalato sua mamma per natale.
Lei tira fuori nell’ordine: la sciarpa di mammà su cui ha dormito il gatto riempendola di peli, le mutande, la cravatta, i pantaloni, i calzini, la camicia e un gilet.
Lui vuole la giacca e si lamenta perchè voleva prima le mutande e poi la cravatta che messo tutto insieme lì sul letto non trova niente.
Passa il gatto inseguito da Giacomino inseguito da Luisella con un succo di frutta in mano che inavvertitamente finisce sulla vestaglia di lei.
Lei perde la pazienza e urla “ora basta!”
Lui si gira stupito e le chiede “ma hai le tue cose che sei così nervosa?”

 

segue….

Chi trova un amico trova un tesoro… ma a volte ne trova anche troppi.

Viscontessa, 27 marzo 2007

Risponde la segreteria telefonica del blog della viscontessa.

Purtroppo la viscontessa al momento non è raggiungibile ma se avete qualcosa da dire riguardo ad una strana mail che avete ricevuto quest’oggi da lei, lasciate pure un messaggio sotto a questo post.

Sappiate tuttavia che la povera donna non è al momento raggiungibile perchè con la testa infilata nel cesso, sta cercando di tirare lo sciacquone nel tentativo di sparire definitivamente da questo mondo. E se la poveretta è intenta in questa spiacevole attività, è solo perchè si rende perfettamente conto del casino che ha combinato oggi inviandovi quella mail.

A sua discolpa, io che sono solo la sua segreteria telefonica posso dirlo, va detto che la Vis aveva a sua volta ricevuto una simile mail da Personalità Confusa che con tono straziante le comunicava che se non avesse accettato subito di essere amica sua, il poveretto avrebbe potuto pensare che lei non voleva essergli amica mai più.

E la sventurata rispose.

L’inadeguatezza tecnologica, il disordine virtuale con il quale la viscontessa gestisce le sue relazioni virtuali, la sua bontà d’animo e la sua notorietà hanno fatto il resto così che, essendo la poveretta molto nota soprattutto negli ambienti di polizia, in quelli delle agenzie delle entrate, e in quelli del comando dei vigili urbani della sua città, si sono create molte situazioni davvero spiacevoli alla quali la povera donna ha tentato di rimediare rispondendo sia a tutte le mail nelle quali si chiedevano spiegazioni, sia ai tanti che tramite chat hanno cercato di capire cosa stesse succedendo.

Ora, mentre si sta slogando un braccio nel tentativo di premere quel pulsante sopra al cesso che ormai da tempo ha sostituito la praticissima catenella dello sciacquone, mi ha incaricata, per quel che può rammentarsi, di scusarsi per aver via chat dato a Mario la risposta destinata a Luisa alla quale ha risposto come fosse Alvaro che ha ricevuto la risposta di Antonella che si è presa il vaffanculo di Bruno al quale ho chiesto se era l’idraulico al quale ho inviato il “ti adoro” destinato a Viola che ha ricevuto un “piacere di conoscerti” indirizzato a Marco che non ho idea di chi sia.

L’utente non è al momento raggiungibile, potete lasciare un messaggio dopo il segnale acustico.

Biiiip

update: accidenti! mi ero dimenticata di linkare il confuso, non che il confuso abbia bisogno dei miei link ma per correttezza….(ebbe si, ci ho pensato solo oggi:-)

Guardo ma non vedo

Viscontessa, 25 marzo 2007

Io devo trovare in tutte le maniere il modo di respirare con le orecchie.

Voglio dire, non è che le orecchie siano poi così distanti dal naso e se non ricordo male nelle orecchie ci si infila anche il muco quando si ha il raffreddore e nei casi più gravi vengono anche le adenoidi riconoscibilissime dal tono di voce nasale e dal pesante russare notturno.

Io non voglio russare la notte ma voglio camminare sul tapis roulant della palestra senza dare nell’occhio cinque minuti dopo che ci sono montata.

Per evitare di ansimare correndo il rischio di essere fraintesa, mi arrangio respirando con le narici dilatate ma quando non basta, socchiudo anche le labbra e tiro fuori quel pezzettino di lingua che fa tanto sexy ma che in realtà io ho adottato come tecnica canina per evitare il surriscaldamento dei polmoni.

Il fatto è che quella linguina di fuori viene sovente interpretata proprio come un richiamo sessuale che non come un’espressione canina e io comincio ad essere stufa del gioco di sguardi con quegli ometti tutti sudaticci che si lamentano come donne in travaglio per ogni esercizio che fanno.

Ma chi te lo fare, dico io, di spingere la pressa con 110 kili di peso se per ogni spinta urli come una partoriente?

Poi gli stessi li ritrovi nella vasca per l’idromassaggio dove ti accorgi che si depilano le gambe ma coltivano i peli sulla schiena che tra i flutti dell’acqua, sembrano alghe avvinghiate intorno a corpi morti. Morti perché i centodieci chili non fanno per loro se non fosse che di fronte ai centodieci chili ci sono le macchine per gli adduttori dove donzelle in tutina rosa e sguardo annoiato, allargano e stringo le gambe con lo stesso entusiasmo con cui io laverei a mano i panni.

Dicevo comunque che fin da subito avevo attirato l’attenzione di un tipo uguale uguale a Berlusconi. Stessa statura, stessa, stazza, stessa pelata e soprattutto stessa faccia. Cosa faccia in palestra di preciso non lo so, ma viene sempre tutto vestito di nero e punta come un cane da caccia. Poi, per dire, l’altra volta si è accorto che il suo vicino di macchina era mio marito e da quel giorno non mi ha guardato più. E’ vero che anche io lo guardavo, ma l’altro giorno per esempio guardavo con la stessa meraviglia una tipa al bar con un maglietta così scollata e due tette così grosse e pendule da chiedersi se non si aspettasse che gli dicessi davvero qualcosa.

Poi la mia collega mi ha detto che al “bar bello”, se faccio così, non mi ci porta più e allora ho smesso di guardare anche se ogni tanto per vincere la tentazione, mi cercavo le mie tette sotto al cappotto.

D’altra parte anche il bar bello è un posto singolare, il giorno prima, per dire, era entrata una signora con la carnagione così scura da obbligarmi a tenerle gli occhi puntati addosso per tutto il tempo.

Li per lì mi sono chiesta se fosse reduce da una cobalto terapia ma poi mi è sovvenuto che la cobalto terapia non esiste più. Ne è rimasto un vuoto, un vuoto incolmabile circa il colore della sua pelle così come mi è rimasto un vuoto incolmabile circa la fisionomia di un altro tipo che frequenta la palestra.

Da quando l’ho visto la prima volta ho avuto la sensazione che fosse uguale uguale ad un blogger di cui ho visto la foto e così mi sono messa ad osservarlo attentamente per scoprire le somiglianze. Un innocente passatempo da settimana enigmistica mentre su quello stupido tapis roulant mi faccio le mie lunghe e inutili passeggiate.

Poi quest’oggi mi sono accorta che lo stavo puntando con le narici dilatate, la bocca socchiusa e la lingua canina tra i denti.

E lì mi sono anche resa conto che o trovo un passatempo diverso o è meglio che impari a respirare con le orecchie.

Il tipo mi si è pericolosamente avvicinato e io ho dato lo stop al tapis roulant e crollando indecorosamente al suolo, mi sono poi frettolosamente trascinata verso un’altra sala attrezzi.

Che la notte vi sia lieve

Viscontessa, 25 marzo 2007

Ci sono delle voci nell’etere che non hanno volto e non hanno neanche un suono.

Sono voci silenziose che sussurrano sul monitor anche quando fuori c’è traffico o quando non puoi ascoltarle. Si ricomincia da dove ci eravamo interrotti, frasi brevi spesso sgrammaticate e piene di errori, parole che private di un suono e di un contesto riescono ad arrivare esattamente lì dove ti servono anche se tu non lo sapevi. Un bisogno indotto che piano piano ti conduce per mano verso una dimensione parallela nella quale riesci a dimenticarti dove eri un attimo prima e dove all’improvviso ti rendi conto che ogni pensiero, ogni tormento, ogni angoscia, non vale la pena di essere assecondato.

Ci saluta con rispetto e ci si ringrazia sempre alla fine di ogni conversazione, un ringraziamento che non ha bisogno di essere spiegato e che delicatamente si posa sulla tua giornata con la grazia di un abbraccio all’improvviso.

Ho sempre apprezzato questo lato misterioso della vita virtuale anche se con il tempo molti misteri sono stati svelati e altri sono andati perduti per sempre lasciando in fondo all’animo una leggera amarezza che sempre accompagna la dipartita di chi ci è stato accanto da lontano.

Amo gli animali per questo, per questo loro modo di starti vicini da una dimensione parallela e custodisco gelosamente nei ricordi le conversazioni a due con la chat di google.

Non ho mai frequentato una vera chat, le rare volte in cui mi è capitato di entrarci, sono rimasta seduta in un angolo come quando arrivi ad una festa dove sono già tutti ubriachi e a te non resta che sederti in un angolo con una coca cola in mano, ma questi colloqui a due, soprattutto con persone che conosco solo virtualmente, hanno un sapore più dolce, un ritmo più lento, un suono più silenzioso.

Grazie a chi c’è, a chi c’è stato e a chi ci sarà.

Che la notte vi sia lieve.

Nuove famiglie, esigenze lessicali e non solo

Viscontessa, 23 marzo 2007

A volte penso che anche per morire bisognerebbe trovare il momento giusto. Morire, come nascere o sposarsi è un evento per il quale la comunità deve trovare il tempo necessario da dedicare alle formalità che lo accompagnano e morire per esempio in un giorno feriale quando il lavoro e gli impegni si accavallano in un ritmo incessante, può essere fonte di malintesi davvero imbarazzanti.

Oggi per esempio ho ricevuto la telefonata di un’ amica che con il tono di circostanza, mi porgeva le sue condoglianze per la perdita di mio padre.

Mio padre naturalmente sta benissimo ma in un sms inviato da mio marito e letto troppo frettolosamente dal suo, (immagino tra una telefonata di lavoro e una riunione imminente) un “ex” è andato perduto e la cronica carenza di termini per definire i membri delle famiglie allargate, ha fatto il resto.

Ex suocero, ovvero il padre della ex moglie di mio marito alla quale la mia amica, dopo essersi profusa in innumerevoli scuse, ha dovuto rapidamente dirottare il cuscino di fiori che prontamente aveva ordinato dal fioraio.

Poi mentre io non riuscivo a decidermi se ridere o tirare un sospiro di sollievo, lei mi ha dovuto altrettanto frettolosamente lasciare per avere il tempo di avvisare rapidamente gli altri amici che quell’”ex” perduto, mi aveva risparmiato da un lutto tanto doloroso.

Mi auguro solo che insieme alla ricerca di un termine adatto a definire le convivenze, se ne trovino altri per venire incontro ad esigenze familiari molto più all’avanguardia dei Dico.

 

Da Il firenze di oggi

 

Ho bisogno di una bandante per la mia ipofisi

Viscontessa, 21 marzo 2007

Ieri sera mentre guardavo la televisione senza volume, ho finalmente capito cosa mi frena in questo periodo.Stavo lì con la copertina sulla spalle mentre i volti di alcuni personaggi noti mi suggerivano che, tanto per parafrasare, di un bel tacer non fu mai detto.

Di sotto fondo il traffico, sulle gambe un gatto che poppava la copertina di pelo che tenevo addosso, di fianco il cane che russava, intorno una luce tenue ed esile come il precario equilibrio che vado cercando ultimamente.

L’altro giorno per dire, nel corso della prima nonché ultima lezione di Bosu, non solo non riuscivo a stare in piedi su quella semi sfera di gomma su cui si dovrebbe più o meno danzare come uccellini, ma ad un certo punto nel tentativo di allungare le vertebre della schiena sdraiandomi su quel coso semi sferico, mi è venuto da prima mal di testa e infine la nausea come se avessi appena affrontato una traversata in gommone sulle Bocche di Bonifacio.

Ho riparato rapidamente negli spogliatoi dove bianca come un sudario intonso, mi sono accasciata sulle panche in attesa di riacquistare l’equilibrio sufficiente a raggiungere almeno la doccia.

Sul video andavano in onda volti che parlavano senza parole. Mimica facciale. La telecamera da fissare a volte di sfuggita altre intenzionalmente, e sorrisi finti, imbarazzi veri, inutile sfoggio di umanità.

Sono ancora seduta lì. Adesso mi alzo e vado. Ora, un attimo ancora e rimetto il volume della tv. Si, un attimo ti ho detto, un attimo e smetto l’atteggiamento catatonico che tanto mi dona. Mi sta bene, non vedi?

Si va bene ho capito, ora vado è che non so dove andare ecco.

Pensaci un attimo, mi alzo e non so dove andare, la direzione non è chiara perchè gli unici percorsi segnalati dalle strisce gialle come vie di fuga, portano all’uscita principale che prima o poi tocca a tutti ma per adesso è presto. Altri percorsi non ne vedo, c’è un’età che non consente a dire il vero di inventarsi tutto da capo e ci sono altri rifugi, anfratti, possibilità che però io adesso non riesco a trovare. Mi sono così avviata a passo lento nel percorso segnalato in giallo offrendo alle membra giovani un trastullo temporaneo che a volte si accartoccia sulle semisfere del bosu e altre si incanta di fronte ad una tv senza volume, ma oltre a questo non mi viene in mente niente.

Già, è vero, qualche settimana fa volevo fare il falegname. Questo lavoro non ha mai fatto per me e scrivere non è la soluzione. Così mi sono addormentata pensando a cosa avrei indossato il giorno dopo per offrirmi come falegnama presso una qualsiasi falegnameria della zona ma quando mi sono svegliata la mattina dopo mi sono ricordata che non esistono falegnamerie in zona e poi non avevo neanche scelto l’abito adatto.

Allora potrei fare la radio. Non so perchè ma il suono del “fare la radio” è piacevole e i suoni piacevoli ultimamente latitano come le giornate serene di un tempo che era sempre troppo presto.

Una soluzione lo so che ci deve essere ma io non riesco a trovarla e le linee gialle della via di fuga mi lusingano nella loro iridescenza mentre seduta davanti al computer penso che dovrei ripartire con lo scrivere un curriculum ma anche per quello è ormai troppo tardi.

Mi frena il curriculum.

Mi chiamo Giovanna Hugues ho 42 anni e mezzo nel senso che vorrei mantenere ancora le mezze età per illudermi che il tempo scorra lentamente.

Vivo a Firenze da quando sono nata, sono sposata, ho una figlia e un numero variabile di animali che dipende soprattutto dal tempo che passa portandosene via alcuni e offrendomene di nuovi.

So fare tante cose ma nessuna bene e cerco un lavoro che mi permetta di fare tante cose per periodi abbastanza brevi da non doverle fare troppo bene.

Il mio obbiettivo è quello di crescere professionalmente nell’ambito che più vi aggrada purchè l’ambito me lo forniate voi in cambio magari di una fornitura settimanale di biscotti fatti in casa.

Sono di razza bianca, di indole docile e mansueta e di buon carattere, ma ogni tanto mi faccio una lampada e spesso l’indole la dimentico a casa insieme all’ombrello quando piove.

Ottima conoscenza del divano e di tutte le sue applicazione, inglese e francese embrionale, presenza gradevole nel pomeriggio e inquietante la mattina presto.

Sono in possesso dei requisiti necessari alla guida di un carrello per la spesa e ho appena terminato uno stage formativo presso il forno della mia cucina.

Buona padronanza del telecomando televisivo e ottime capacità di relazionarmi con la mia cistifellea.

Nella speranza che il mio curriculum possa essere di vostro interesse, colgo le ortiche in giardino.

Cordialità.

Storie senza volto

Viscontessa, 15 marzo 2007

Ad Alina pareva di avere il nome di una profumeria.

C’era a dire il vero una catena di profumerie della sua città che aveva un nome simile al suo ma lei quella sensazione l’aveva avuta molto prima che esistessero quelle profumerie.

Ne avrebbe volentieri rivendicato l’idea ma non sapendo come far valere un diritto che non esisteva come quello di avere un nome che sarebbe stato perfetto per una profumeria, aveva rinunciato a farsene un cruccio.

Perché per un certo periodo se n’era fatta davvero un cruccio. Era successo una mattina di molti anni prima e in molti, dopo, avrebbero detto che il suo cruccio era solo la reazione ad un episodio molto più grave di cui era stata protagonista.

Fino ad allora effettivamente Alina non aveva mai pensato neanche alle profumerie. Era giovane allora e le bastavano un paio di pizzicotti sulle guance per donare al suo viso un aspetto luminoso. La mattina, prima di uscire da casa, si pizzicava le guance fino alle lacrime e durante il giorno, quando si sentiva affaticata o in difficoltà, riprendeva a pizzicarsi le guance fino a renderle rosse come pomodori. All’inizio il suo gesto, era stato dettato da quella vanità femminile delicata come un fiore di pesca ma con l’andare del tempo si era rifugiata in quei pizzicotti come molte altre sue coetanee si rifugiavano tra i riccioli dei capelli o le unghie morsicate delle mani.

Poi un giorno un amore andato storto o un brutto voto a scuola, avevano trovato conforto in un pizzicotto sulle guance e quel lieve rossore che le era apparso davanti allo specchio, l’aveva fatta sentire nuovamente viva come il sangue che circola nelle vene.

Era stato da quel momento che aveva preso quasi inconsapevolmente a pizzicarsi le guance e il suo inconsueto tic era diventato così frequente da essersi danneggiata i capillari del viso che adesso erano sempre rossi ed evidenti come le venatura di una foglia di vite americana.

Così crescendo mentre le sue amiche cadevano nelle trappole autolesionistiche tipiche dell’età adolescenziale, lei si era inventata una trappola tutta sua di cui nessuno era in grado di comprendere la gravità. La sera, quando tornando a casa l’inadeguatezza di cui si sentiva vittima le stritolava lo stomaco, si chiudeva in camera sua e si pizzicava furiosamente le guance fino a renderle rosse, gonfie e doloranti come le varici di una vecchia e una sera, nella quale le pareva che il rossore delle sue gote non fosse abbastanza acceso, cominciò a pizzicarsi con un paio di pinzette che sua madre usava per ritoccarsi le sopracciglia. Li per lì aveva sentito un gran dolore ma guardandosi allo specchio e notando quel leggero rivolo di sangue rossisimo che le colava sul viso, si era sentita all’improvviso felice e stringendo forte i denti per il dolore, si era pizzicata tutto il volto fino a ridurlo ad una maschera di sangue e lei era svenuta.

Fu quell’episodio che spinse molti a ritenere che il cruccio per il suo nome fosse nato a seguito di quell’episodio e furono in molti a ritenere che la sua fissazione fosse solo il frutto di una mente così malata da aver concepito un gesto tanto folle.

Quello che nessuno sapeva e che Aline non raccontò mai, è che nella clinica dove era ricoverata, una mattina le arrivò in regalo un belletto per le guance.

Ma soprattutto nessuno lesse mai il biglietto che accompagnava quel dono.

“cara Aline, è pensando alla tua triste storia che ho creato questo nuovo rivoluzionario prodotto. Usalo quando vuoi e quando sarai uscita da quella clinica, ricordati di venire a dirmi se ha funzionato”.

Ma lei, come le raccontavano quotidianamente da oltre cinquant’anni, aspettava ancora che le ricrescessero le guance devastate e da quella famosa clinica non era più potuta uscire.

Quando il destino si… accanisce

Viscontessa, 13 marzo 2007

Sarebbe effettivamente buona norma rammentarsi di tanto in tanto di quanto siamo fortunati ad essere normodotati o meglio di quanto siano sfortunati coloro che soffrono di qualche handicap.

Quando poi la danno si unisce la beffa dando vita a situazioni a dir poco grottesche, bisognerebbe proprio ringraziare il cielo per ogni occasione che ci è data di proteggere la nostra dignità.

Il mio cane, per esempio, è sempre stato un cane molto dignitoso che aveva fatto della sua castità un punto di onore anziché di biasimo. Pisciava ad ogni angolo, tentava di ingropparsi la cagnetta quando le avevo appena fatto fare il bagnetto, mostrava sovente l’arnese in segno di riconoscenza e una notte aveva persino tentato di avere con me un rapporto fin troppo ravvicinato, ma mai, nel corso delle nostre passeggiate, aveva perduto la sua dignità di cane tentando di ingropparsi la mia gamba o il palo del divieto di sosta. Ogni tanto ad essere sincera, pisciava sulla gamba di qualcuno che a suo avviso aveva invaso il suo territorio e un paio di volte ha bagnato persino le mie lenzuola stese, ma l’intento con cui orinava dignitoso su gambe o lenzuola, era affatto diversa dall’affannosa ricerca di piacere con cui alcuni cani maschi non si peritano di presentarsi in pubblico.

Fatto sta che certe reazioni non sono quasi mai prevedibili e che cagnetti dall’aria dolce e mansueta come agnellini, s’infoiano in un attimo per un non nulla e tentano continuamente il selvaggio accoppiamento con qualsiasi cosa adatta ad essere trattenuta tra le loro gambe.

La mamma di un compagno di scuola di mia figlia, si occupa ormai da qualche tempo di portare a passeggio una signora colpita da sclerosi multipla. Per chi ancora non lo sapesse la sclerosi multipla è una malattia che conduce alla morte ma lo fa con una lentezza esasperante e non prima di aver ridotto il tuo fisico in una macchietta di se stesso. A questa signora, ancora piuttosto giovane e di una bellezza molto particolare tenuta pietosamente in vita da una vanità tanto comprensibile quanto commovente, la sua malattia è stata diagnostica quando era ancora abbastanza giovane per decidere di giocarsi il tutto per tutto e mettere al mondo una figlia. Non si sa mai in queste circostanze se la scelta sia coraggiosa o incosciente, altruistica od egoistica, ma io so di per certo che la figlia non ha buoni rapporti con la madre il cui sacrifico a questo punto, se non vano, lo si può sicuramente definire doloroso.

Così questa bella signora dai movimenti incontrollabili e l’uso della parola compromesso, ha preso per compagnia un cagnolino il cui affetto, come si sa, non è mai inquinato da ciò che di noi vediamo allo specchio e ogni giorno spinta sulla sua carrozzella dalla mamma del compagno di classe di mia figlia, Cristina, e accompagnata dal cagnolino, la si può trovare davanti alla scuola.

Se fino a qui non ci sarebbe niente di strano né di comico, va detto che Cristina non vede l’ora di venire a prendere a scuola il pargoletto per poter con l’occasione, scambiare due chiacchiere con le altre mamme.

Così lascia la carrozzella e si distrae ed è a questo punto che il cagnolino annoiato, si attacca alla gamba della sua padrona e tenta furiosamente di accoppiarsi con lei.

Io lo so che non c’è niente da ridere ma mettetevi nei miei panni.

Cristina che di cani non ne capisce niente, non si rende conto che il cane sta tentando di accoppiarsi ora con la gamba ora con la carrozzina della signora affetta da sclerosi multipla, così notando di tanto in tanto la strana scenetta, invita il cane a non cercare a tutti i costi di salire in braccio alla sua padrona.

D’altro canto la sua padrona tenta di dissuadere il cagnetto da quell’accoppiamento ma i suoi movimenti scoordinati le impediscono continuamente di acciuffare le bestiola mentre si moltiplicano i suoi gesti nell’aria e quando si gira e tenta di richiamare l’attenzione di Cristina perché si renda conto di cosa sta succedendo, le sue parole biacicate sono ancora più incomprensibili dei suoi gesti cosichè mentre orde di bambini escono da scuola, questa signora in sedia a rotelle continua a gesticolare furiosamente nell’aria mentre il cagnolino, sempre più infoiato, si attacca alla sua gamba e Cristina del tutto inconsapevole di ciò che sta accadendo, invita la bestiolina a stare buona.

Non è buona norma prendersi gioco delle disgrazie altrui ma certo va detto che talvolta il destino è davvero crudele e che nell’attimo, nel flash di un momento, è difficile riuscire a rimanere seri, compiti e addolorati per le disgrazie altrui.

Io comunque temo seriamente che un giorno o l’altro finiranno per arrestarle per atti osceni in luogo pubblico. Devo in tutti modi trovare il modo di spiegare a Cristina un paio di cose se non sulla sclerosi multipla, almeno sui cani.

Dal blog alla palestra: come avere successo in ogni campo.

Viscontessa, 11 marzo 2007

Dopo tre mesi di palestra, scaduto insomma il tempo minimo di osservazione che mi necessità per formarmi almeno una vaga idea dell’ambiente dove mi trovo, mi sento pronta per formulare le primissime osservazione al riguardo che mi pregio di pubblicare su questo blog a beneficio di coloro che dopo il blog, hanno intenzione di affrontare anche questa nuova avventura.

Tanto per cominciare c’è la borsa da palestra che è un po’ come il template del vostro blog. Quando decidete di aprire un blog o di andare in palestra, le vostre preoccupazioni si concentrano prima di tutto sui contenuti o sugli esercizi fisici e questo vi impedisce di porre invece la dovuta attenzione agli accessori che invece sono quelli che fanno sempre la differenza tra gli esperti e i neofiti.

La borsa da palestra insomma, un po’ come il vostro template, non è solo il contenitore dei vostri indumenti o delle vostre parole, ma è e deve essere per il buon esito dell’avventura in cui andate ad imbarcarvi, il vostro segno distintivo, ciò che insomma vi identificherà con gli altri e di conseguenza con voi stessi, come uno dell’ambiente.

Tanto per cominciare la borsa da palestra dovete portarvela sempre dietro anche se non avete nessuna intenzione di andare in palestra e deve diventare per voi una specie di protesi, i vostri occhiali da vista, l’oggetto sempre in mezzo al corridoio di casa vostra quando siete a casa e sempre con voi quando siete fuori. Portatela in ufficio e buttatela sul pavimento, voi sapete benissimo che all’ora di pranzo andrete ad ingozzarvi di trippa nel baretto d’angolo ma i vostri colleghi vi penseranno in palestra a sudare e già dopo la prima settimana vi sentirete in obbligo con loro e comincerete il lungo e difficile percorso del tapis roulant invece di quello del trippaio.

Il contenuto della borsa, così come il vostro template, sarà tanto più prestigioso tanta più roba riuscirete ad infilarci. Lo so che esibire il premio della critica del blog di Antonio (vostro cugino) o quello per la miglior punteggiatura indetto dal blog di Adalgisa (la vostra collega) potrebbe sembrarvi più deprimente del nulla totale che avete scelto per il template del vostro blog, ma ricordatevi che siamo nell’era in cui l’immagine è tutto ed è per questo che nella vostra borsa da palestra è buona cosa infilarci almeno due paia di scarpe da ginnastica, un set completo di asciugamani, occhialini da nuoto e volendo anche un paio di sci perché tutto ciò fornirà di voi l’idea di un sportivo vero, duttile, versatile ed eclettico.

Il secondo consiglio, e questo è rivolto alle donne, è quello di non presentarsi mai in sala attrezzi e a maggior ragione ai corsi, senza trucco. Se qualcuno ancora vecchio stampo ritenesse che la versione acqua e sapone è quella che distingue una vera atleta da una smandrappata dell’ultima ora, sappia che la sua idea è tanto antiquata quanto strampalata. Esibire un trucco perfetto all’inizio della lezione e salvaguardarlo fino alla fine, significa essere state in grado di allenarsi senza neanche stancarsi. Quelle che sudano, si spettinano, perdono insomma il controllo del proprio fisico, sono solo delle parvenu che non hanno idea di cosa sia lo sport.

Per aiutarvi vi dirò che l’attenzione per il vostro maquillage deve essere inversamente proporzionale a quella dell’interesse che mostrate per i vostri commentatori: tanto più li ignorate, tanto più significa che siete dell’ambiente e non avete alcun bisogno di mostrarvi cortesi o gentili con loro per veder salire il contatore dei vostri accessi.

La terza e per adesso ultima osservazione riguarda gli spogliatoi. Per ottenere gli armadietti più capienti è necessario conquistarseli. In prima fila ci sono le esibizioniste quelle che non possono fare a meno di rimanere nude almeno un’ora nello spogliatoio. Queste donne le si riconoscono non tanto dalla permanenza negli spogliatoi (anche perché io un’ora intera non ci sono mai stata) ma dalle attività che svolgono completamente nude: parlano al telefono, mostrano alle vicine un nuova smagliatura nell’interno cosce, chiedono ad un amica di verificare la loro ricrescita pilifera nella zona dell’ano, si arricciano i peli del pube, si mettono i bigodini in testa, dispensano ricette di cucina consigli sull’agopuntura e calzini, bagnoschiuma e creme rassodanti a chiunque ne abbia bisogno.

I loro armadietti sono contenuti perché seminano tutto a giro mentre girano nude per lo spogliatoio come se fossero nel bagno di casa loro.

In seconda fila ci sono le signore di una certa età. La prima fila non fa per loro ma addentrarsi oltre la seconda le intimorisce e così si fermano tutte lì e a differenza delle loro colleghe in prima fila, non espongono quasi al pubblico neanche una caviglia. L’esiguità dei loro armadietti non è un problema perché la maggior parte di loro preferisce farsi la doccia a casa e comunque non si lava certo i capelli in palestra. L’imbarazzo è quasi palpabile e le loro conversazioni ridotte al minino indispensabile.

In terza fila infine ci sono le abituè, quelle che si conoscono tutte e che in palestra si portano anche tre o quattro cambi perché ogni disciplina richiede un abbigliamento, un’acconciatura e un trucco diverso. Fingono tutte di ignorarti e di provare anzi un certo fastidio per la tua intrusione nei loro ampi e capienti armadietti ma si ti capita di girarti di scatto, le trovi tutte in capannello ad osservarti le unghie dei piedi, la natica destra o la crema rassodante che usi. Per farsele amiche basta dire ad una qualsiasi di loro (che tanto sono tutte uguali e sembrano fatte con lo stampino) che hanno veramente un bel deltoide. Io non ho idea di dove stia il deltoide e credo che non lo sappiano neanche loro ma loro sono tutte felici e tu puoi accaparrati uno dei loro ambi bilocali chiamati armadietti.

Se avete un blog fate outing e accennate al Web 2.0. Non importa se non sapete di cosa state parlando, chi vi legge lo sa e vi fa subito posto nella sua blogroll.

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