Storia d’amore tra un trombaio e un’indiana

Viscontessa, 24 febbraio 2007

Chiara è scura di pelle.
Indiana direi.
Un po’ chiattona come molte giovani indiane che girano per le nostre città. Le prime adozioni intenazionali.
Poi sono arrivati bambini russi, etiopi, brasiliani.
I cambogiani sono ancora una razza piuttosto rara più adatta ai divi hollywodiani.

Sono mesi che litigo con quel miscelatore.
Un goccia per volta e ormai non c’è più niente che possa arginare quel fiume d’acqua.
Ogni mattina caproni ad asciugare in terra e poi un catino e sotto un cencio e un altro ancora ma l’acqua straripa e arriva a metà bagno.
Un fiume d’acqua che scorre nella totale indifferenza altrui.
Asciugo e chiamo un primo idraulico.
Una settimana, due, tre, passa un mese la perdita aumenta ma l’idraulico non si vede.
Tanto fiumi di acqua e di silicone scorrono nel bagno, silicono ogni sera un punto diverso del miscelatore e poi del lavandino ma l’acqua trova un altro pertugio per insinuarsi e continua a scorrere sul pavimento.

Chiamo un secondo idraulico.
Una settimana, due e arriva l’idraulico.
Si ferma davanti al miscelatore e lo osserva silenzioso.
Provo a spiegargli cosa sta succedendo al mio miscelatore ma non mi ascolta.
bisturi” gli passo gli attrezzi, smonta il miscelatore e poi dopo un lungo silenzio mi presenta la diagnosi: il miscelatore è rotto (che scoperta!) ha bisogno di un trapianto o forse va addirittura sostituito.

Ma l’idraulico non si porta via il miscelatore perché non può tornare fino alla settimana prossima.
Lo rimonta e mi da appuntamento per il martedì successivo.
Il martedì successivo non si vede e non telefona.
Lo chiamo io e non risponde al telefono. Sparito, di lui non so più niente.

Guardo su intenert e trovo l’indirizzo dei rivenditori di quel tipo di miscelatore. Tanto lo rismonto tutto e questa volta lo silicono persino dentro.
Sembra funzionare, un ora, due, tre alla quarta già ricomincia a gocciolare e il giorno dopo siamo da capo.
L’acqua ha vinto ancora ma ancora per poco.

Chiara è innamorata del suo capo.
Apre in ritardo il negozio ma lo fa con la grazia con cui aprirebbe la porta di casa. Dentro è tutto così familiarmente in disordine che mi aspetto che da un momento all’altro si offra di mettere su il caffè e tirare fuori i pasticcini.
Sorride, sorride molto, io apro la borsa e tiro fuori un grosso sacchetto.
Dentro il mio miscelatore, il mio grosso miscelatore rotto e lei si impressiona un po’.
Le spiego che il miscelatore è rotto, lei vende miscelatori e le sue vetrine son tappezzate di grossi cartelli che garantiscono assistenza in loco e a domicilio per qualsiasi problema di idraulica. Assistenza immediata ma lei sembra sorpresa. “Forse è il blocco dentro che separa l’acqua calda da quella fredda…” azzarda e io confermo, esiste il pezzo di ricambio?
Ma lei preferisce non sbilanciarsi troppo, non è compito suo fornire diagnosi e mi dice che chiama l’idraulico.
Penso dal retrobottega e invece lo fa al telefono perché lui non c’è.
Compone il numero velocemente grata per quell’occasione che le offro di chiamarlo già all’apertura del negozio.
ciao sono Chiara…” ride un po’ “come chi? Maddai…..senti c’è qui una signora….” e le ripete ciò che le avevo raccontato del mio miscelatore senza omettere di far sapere al suo idraulico che la signora si era smontata da sola il miscelatore. Parlottano per un po’ poi lei chiude e mi dice che lui, il suo idraulico, potrebbe venire da me domani.
Domani? Ripeto. “Ma io non voglio il suo idraulico voglio acquistare il pezzo che si è rotto e poi tornare a casa montarmi il miscelatore”.
Beh, ma lui dovrebbe almeno prima vederlo, è un idraulico molto bravo e sempre disponile, e poi non è un idraulico improvvisato come tanti, lui per fare l’idraulico ha studiato!
Sembra quasi offesa. Mi assicura che per le cinque il suo idraulico sarà nuovamente in negozio se posso lasciargli il miscelatore glielo farò vedere così saprò dirmi cosa fare.
Titubante lascio lì l’oggetto, immagino che l’idraulico ne sentenzi la morte o la necessità di un trapianto e torno nella mia casa con il lavandino divelto e aspetto.

Verso le cinque mi chiama Chiara. E’ raggiante.
signora sono Chiara, l’idraulico è passato e ha visto il suo miscelatore ma dice che deve venire a casa sua per vedere esattamente da dove perde!.
da dove perde gliel’ho già detto io e le ho anche detto che cosa aveva di rotto!”
e infatti gliel’ho detto ma lui dice che vuole essere sicuro…comunque lo ha strinto (stretto n.d.r) forte, forte e poi ha cambiato due guarnizioni,,,,”
guarnizioni? Quali guarnizioni? E cosa ha stretto? Non c’era niente da stringere….ma gli ha detto quale era il danno?”
si gliel’ho detto ma lui dice che deve prima vedere dove perde però oggi non può venire e neanche domani….”
Non ha ancora finito la frase che sono già in sella del mio motorino per andare a riprendere il mio miscelatore.
Praticamente la trovo ancora al telefono.
ah è venuta subito.”
come le avevo già detto stamattina ho un bagno solo e non posso restare senza il lavandino del bagno”
guardi lui l’ha stinto forte forte dice che se vuole viene domani a montarglielo così vede dove perde e….”
Mi da in mano il miscelatore, io ormai quel miscelatore lo conosco meglio delle mie tasche….”vede ha stinto forte forte qui….”.
ma qui era già stretto, si dice stretto, forte forte, non era lì il problema e non era neanche quaggiù….ma che gli ha fatto ai tubi dell’acqua?”
ah si ha cambiato le guarnizioni dei tubi, dice che forse il problema era lì…..però magari se lui potesse vederlo meglio….”
va bene ho capito” mi calmo un attimo “quanto costa quel miscelatore nuovo che ha lì in vetrina?
“54 euro più la manodopera, il diritto di chiamata, l’iva….”
Ferma! Ne ha uno disponibile in negozio?”
certo! Glielo metto da parte così domani l’idraulico può venire a….”
no, me lo dia, lo compro, e me lo porto a casa!”.
Ma…se lo monta da sola?”
SIIII!”
ah…va bene…comunque le lascio il nostro biglietto da visita se avesse bisogno e non ci riuscisse….il nostro idraulico è davvero bravo e poi è sempre disponibile, in qualsiasi momento lei lo chiama e….”.

Io sono già a casa e ho già montato il miscelatore nuovo che funziona benissimo e non perde più.


Lo scamiciato Amish

Viscontessa, 21 febbraio 2007

Ho comprato delle scaglie di cioccolato proveniente da agricoltura biologica, addolcito con lo zucchero di canna e arricchito con semi di canapa.

I semi di canapa mi si incastrano tra i denti e la cioccolata è troppo amara.

L’ho comprata domenica al tradizionale mercatino di Santo Spirito dove la terza domenica di ogni mese, si tiene il mercato dei prodotti naturali tra bancarelle variopinte di personaggi improbabili che vendono pane di farina integrale fatto in casa e scamiciate di lana tinte con colori naturali stile Amish..

E’ tutto molto allegro.

Tra il tanfo di formaggio caprino stagionato non voglio neanche sapere dove e l’odore naturale del sudore di deodoranti biologici, uomini e donne residuati bellici del sessantotto si offrono con un sorriso di aiutarti a scegliere tra guanti lillà di lana ruvida come carta a vetro e cornici in legno intagliato a mano e scartavetrate con i guanti lillà.

Incenso, oli essenziali, saponi al mirtillo coltivato con l’agricoltura biodinamica, miele, cani, ricottine del pastore, collanine, cappelli, cenci, uomini, donne, bambini e vecchi dischi in vinile, rendono l’atmosfera suggestiva, irreale, onirica, improbabile, ingenua e persino quasi verosimile.

Compro la cioccolata da un tizio e mi fermo alla bancarella degli scamiciati Amish chiedendomi che bel mondo sarebbe se tutti andassimo in giro peace and love con lo scamiciato celeste tenue e una coloratissima sciarpa a mo’ di turbante intorno alla testa. Le mani guantate di lillà con le dita inanellate d’argento scoperte e il volto rugoso orgoglioso di mostrare il tempo che passa almeno sulla pelle ma non nel cuore.

Peace and love, basta con le guerre e con i governi di sinistra che appoggiano le guerre, basta con questo stile di vita che ci costringe ad acquistare creme antirughe derivate dalla placenta di donne cinesi. O indiane.

Basta.

Mi figlia si avvicina agli scamiciati Amish e sorride, la signora premurosa e giovanile, le si avvicina e le presenta davanti uno dei suoi scamiciati.

Troppo lungo, le dice, ma tira fuori un metro dalla tasca dei pantaloni e prende le misure. Basta fare un orlo, che ci vuole a fare a un orlo? Un ago e un filo, non serve altro se non lo spirito entusiastico con cui si va riscoprendo il piacere di farsi in casa i vestiti, il pane, la cioccolata, le cornici per le fotografie e le ricottine fresche.

Lo faccio io, si propone la signora sorridendo mentre il suo sguardo trasuda quel briciolo di orgoglio di chi è convinto di aver capito dove sia il vero senso della vita. Mi guarda quasi materna ma quell’ingenuità, quella disponibilità, quel peace and love che si ostina ad ogni costo a mostrare come autentici e concreti sono solo il riflesso dei sogni dei bambini la cui purezza e ingenuità sono autentici solo senza consapevolezza.

Mi compatisce, glielo leggo nello sguardo, vorrebbe disapprovarmi e contestarmi e disprezzarmi ma peace and love e così si limita a compatirmi perché non so fare un orlo.

Guardo mia figlia, ci capiamo al volo, scuote leggermente la testa, io sorrido alla donna e mentre lei nelle sue granitiche certezze si aspetta che le dica “no grazie”, io le chiedo gentilmente se e quando tornerà al mercato e se posso sperare che per allora avrà confezionato altri scamiciati Amish per bambine e magari, chissà se posso osare tanto, se per l’occasione avrà anche dei deliziosi copri capo che si intonino agli abitini. Mi piacerebbe una bella cuffietta bianca ma non mi spingo a chiederle tanto.

Lei sorride, felice e vittoriosa convinta di avermi almeno in parte contagiata con il suo stile di vita e si affretta a rassicurarmi che tra tre settimane saranno scamiciati già primaverili pieni di colorati fiorellini stampati su cotone naturale.

E’ giunto il momento.

Affondo. Presa com’è dalla sua missione di proselitismo, non si era accorta che le tenevo uno stiletto appoggiato sulle costole fin da quel suo primo sguardo di compatimento.

Le chiedo quanto costano gli scamiciatini Amish.

Mi dice il prezzo l’ingenua, convinta da i suoi pregiudizi sul mio conto, che io sia asservita al Dio denaro.

Spalanco la bocca, cosa?

Il suo sorriso vacilla, ha percepito l’affondo, ripete il prezzo ma questa volta lo fa con un filo di voce.

Mi indigno, parla di eruo o di lire? Di euro, balbetta, di euro rispondo? Ma dove pensiamo di andare (sposto lo sguardo su un ipotetico pubblico mentre alzo leggermente il tono della voce) se per uno scamiciatino di lana grezza si chiede una cifra pari al costo di un anno di istruzione, vitto e alloggio di un bambino del terzo mondo!

L’ho colpita dritta al cuore, il suo sguardo si fa vacuo, mentre sfilo lentamente lo stiletto dal suo petto lei mi guarda interrogativa e con un filo di voce si giustifica “ma anche noi dobbiamo vivere….”.

La mossa è repentina, con un ultimo scatto sfilo lo stiletto “già, è una legge di mercato, è quello che dicono anche gli imprenditori quando spostano la loro produzione in Cina”.

La donna cade al suolo tramortita, io mi aggiusto il collo di pelliccia della giacca e me ne vado scuotendo il capo.

Spesso non mi piaccio affatto come non mi piace il collo di pelliccia della mia giacca, ma quelli che si piacciono mi piacciono ancora meno.

Assisto lottando all’incesto dei miei organi

Viscontessa, 20 febbraio 2007

Noto con un certo lesionistico autocompiacimento che gli accessi al mio blog vanno inesorabilmente calando segnalandomi con frecce rosse rivolte verso il basso che il declino a cui sto andando incontro ultimamente non è solo uno stato d’animo ma una realtà.

Up and down.

Sono come i personaggi di una rivista di gossip il cui fittizio indice di gradimento viene segnalato da una simbologia infantile tanto quanto i motivi che dovrebbero condurlo ad essere più o meno gradito dal pubblico.

Bene.

L’isolazionismo è il genere a cui tendo ultimamente, la speranza è quella di sfrondare questo blog dai lettori occasionali ovvero quelli che non passano di qua per leggere ciò che scrivo ma per sbirciare nella mia vita reale o verificare se li abbia resi per un giorno protagonisti delle mie parole.

Non amo strumentalizzarmi.

Non sono e non voglio essere un tutt’uno con me stessa.

Dopo l’uscita del mio libro infatti, sono stati molti coloro che soprattutto nella vita reale, hanno mostrato un fittizio interesse per il mio blog. La gente in linea di massima non legge o legge poco ma pubblicare un libro equivale immediatamente ad essere catalogati come “famosi” e sull’oda di questa falsa riga in un mondo che riconosce meriti sia morali che economici soltanto alla “fama”, molti hanno letto il mio libro o il mio blog soltanto perché mi conoscevano.

Non era quello che volevo.

E non volevo i temini delle elementari di tizio o caio, non volevo le poesie di tal altro, non volevo dedicare il mio libro a chi già sapevo che non lo avrebbe mai letto e non volevo neanche perdere tempo con coloro che mi chiedevano dove avrebbero potuto trovare il mio libro (dall’ortolano) per poi scusarsi di non averlo ancora comprato.

Mi sarebbe piaciuto, questo lo ammetto, che la mia famiglia si fosse accorta del mio libro ma non ho mai fatto troppo affidamento sulle capacità della medesima di aiutarti o stimolarti o semplicemente motivarti ad andare avanti e in fondo non mi aspettavo niente più di ciò che è stato.

Se dovessi vincere Miss Tardona 2007 non ringrazierò la mia famiglia per avermi sempre appoggiata nelle mie scelte.

Ora le cose vanno un po’ meglio, ho ricacciato pubblicamente e con fatica la mia scrittura nel dimenticatoio, non parlo mai di lei, la tengo nascosta il più possibile e a domanda rispondo imbarazzata che praticamente non scrivo più. Mi è passata la voglia, dico, ma so che non è così, so che non è la voglia di scrivere ciò che è passato ma la voglia di condividere ciò che scrivo con chi non è interessato.


Questi pensieri vanno prendendo corpo piano piano. Un giorno è una mail, un giorno è una telefonata, un’altra un commento. Ogni giorno arriva qualcuno che mi riporta a galla, qualcuno che non mi aspettavo o che pensavo perduto nell’etere o qualcuno mai conosciuto che mi invita a riflettere su ciò che mi sta capitando. Già, che ti sta capitando Gio’? Boh rispondo io, non lo so, ma è come se ogni volta che mi siedo di fronte a questa tastiera tornassero a galla tutti i dolori del mondo e mi si annoda lo stomaco e mi sale una rabbia che si scoglie in lacrime amare di cui non comprendo neanche più il significato.

Tanto mi divido, mi seziono, mi spartisco in parti diverse per far fronte a questa necessità di restaurare la mia più intima natura affinché possa tornare ad esprimersi liberamente con le parole scritte.

Mi sto dilaniando, sto tentando di tornare a dividere la vita reale da quella virtuale ma non è facile e lo scotto da pagare è quello di apparire in ottima forma nella realtà e sull’orlo del baratro in questo blog.

Tanto il nuovo blog è quasi pronto, se riesco a staccare il cuore dallo stomaco è fatta.

tempo

Viscontessa, 18 febbraio 2007

Vado a rilento perché non ho fretta, la decisione è presa ma io per certe cose ho bisogno dei miei tempi e nel caso specifico ho bisogno di trovare il tempo.

Il tempo è l’esperienza più strana che mi sia mai capitata.

Ci sguazzo nel mezzo, lo osservo ogni momento, lo temo, lo bramo, lo cerco e lo perdo senza essere mai riuscita comprenderlo fino in fondo.

C’è un tempo che non ha tempo e che negli ultimi due fine settimana ho ritrovato intatto in una piccola chiesa del centro dove si sono sposati in miei genitori e che io non avevo mai visto.

Non l’avevo mai vista e non riesco a capirne il motivo tanto che oggi ci ho portato mia figlia ma la chiesa era chiusa come in quei sogni affannosi dove non sono gli eventi che si susseguono a caratterizzare il sogno, ma la sensazione di non arrivare mai.

Ieri sera poi ho ritrovato quel tempo in un menù, era un tempo in cui mio padre disegnava, un tempo perduto in molte trattorie dove tuttora i suoi disegni sono appesi ai muri o sui menù del giorno. Un tempo chiamato 1986 nel quale io ero già venuta via di casa in un pomeriggio di rabbia per andare a vivere in una piccola stanza a casa di mia nonna dove nella stanza accanto lavoravano dei pellicciai. Un tempo lontano che andrà perduto come va sempre perduto il tempo che non abbiamo vissuto insieme e che resta vivo solo fino a quando restano vivi i personaggi che lo hanno perduto.

Oggi pomeriggio invece quel tempo era in un cassettone, un cassettone nel salotto di mia madre che non riesce a rendere vivi quei mobili che pulsavano fino a quando mio padre pulsava insieme a loro.

Ora sono legno, legno antico e pregiato, carico di storia e di cera ma legno esangue come alcuni ricordi che non hanno tempo.

E poi c’è un tempo che si dilata nella sua precisione, un tempo così preciso che diventa incomprensibilmente lungo, un tempo che ha dei tempi ben precisi e si attiva premendo un tasto del tapis roulant. Cinque, dieci, venti minuti di tempo che osservo con tale attenzione da rendermi perfettamente conto di ogni secondo che passa e che nel suo trascorrere sotto la mia stretta sorveglianza, mi impedisce di formulare tutti quei pensieri che in cinque, dieci o venti minuti la nostra mente è in grado partorire.

Un tempo strano quello del tapis roulant, un tempo esigente che non ama perder tempo e che non va perduto ma neanche vissuto. Io quel tempo lì lo capisco molto poco così lascio che mi scorra tra le membra come un tempo a venire.

E c’è un tempo per capire e per capirsi, un tempo che ti costringe a nascere a morire cento volte in un secondo lasciando per ogni morte e ogni vita, una cicatrice profonda e invisibile che mi sta lentamente e incomprensibilmente consumando dentro.

Oggi ho visto la gioia, ho visto negli occhi di una persona che vedo ogni giorno, una gioia che non conoscevo, ancora una volta ero in un sogno nel quale ti svelano tempi morti che tu avevi pensato essere vivi.

Ho visto che il tempo che trascorriamo insieme è tempo morto e me ne sono rallegrata.

Poi ho comprato una bomboletta di stelle filanti e ho giocato con mia figlia.

Chissà se da grande rammenterà questo tempo trascorso insieme….


Lo stiamo perdendo! Defibrillatore!

Viscontessa, 14 febbraio 2007

Secondo me, ve lo dico proprio in tutta sincerità, mi sta necrotizzando il cervello.

O almeno in parte.

Mentre io sono qui a litigare con il blog, nella mia testa si sta portando avanti ad oltranza uno sciopero bianco dei neuroni che ogni mattina si presentano belli pimpanti al cancello della fabbrichetta mentale che ho messo su in testa ma timbrato il cartellino si mettono ognuno al loro posto e non fanno niente. Anzi peggio, fanno anche troppo.

Cioè si muovono, e si muovono anche parecchio ma si divertono a confondermi le idee così quando mi rivolgo all’ufficio pubbliche relazioni del mio cervello, mi si presenta un gruppo di neuroni sghignazzanti addetti al controllo merci e quando chiamo quelli del controllo di qualità, ecco che ti arrivano in banda con i cappellini in testa e la lingua di Menelick tra le labbra, quelli addetti alle pulizie e buttano via tutto.

Dico che si stanno necrotizzando perché in realtà ho notato che lo sparuto gruppetto dei neuroni saggi, quelli del consiglio d’amministrazione per intendersi, sono diventati tutti grigiastri e hanno un alito così pesante che ho dovuto immediatamente inviarli in infermeria per dei controlli.

Naturalmente poi nell’infermeria non c’erano il dottore e l’infermiera ma i neuroni del settore marketing che invece di un certificato medico, mi hanno inoltrato una proposta di acquisto per un intero gregge di neuroni nuovi che grazie all’incentivo sulle rottamazioni, mi hanno garantito essere un affare imperdibile.

Io tanto continuo a lasciare affisso sulle pareti della scatola cranica, un accorato appello per i neuroni addetti al blog quelli che tenevo negli uffici dei piani alti e a cui inviavo incentivi ogni mese perché non si disamorassero del mio cervello.

Ma per adesso non ho saputo niente.

Sotto al cartello che per dire ho lasciato in sala mensa, ci ho trovato scritto "abbasso i padroni, viva la libertà…..prova a cercare i neuroni del blog nel cesso!" e dopo essere nuovamente caduta dal pero (comincio ad essere piena di lividi un po’ ovunque) mi sono affacciata nelle toilette delle signore quello per i neuroni femmina che molti si ostinano a pensare essere totalmente succubi degli ormoni.

Silenzio.

Non un cicaleccio dai bagni, non una coppia di neuroni femmina chiusi dentro ad un gabinetto (anche i neuroni femminili vanno in bagno insieme) e neppure un solo neurone a sistemarsi i capelli,le sopracciglia o darsi il rossetto.

Vuoto, il niente più totale a parte un calendario con un grosso neurone tutto gonfio sulla parete vicino agli spogliatoi e sotto un’altra scritta minacciosa “lo abbiamo gonfiato di botte!”.

Sono fuggita inorridita e sono tornata qui dal blog per vedere come se la cavava senza il supporto neuronale che gli avevo offerto in garanzia alla firma del contratto ma lui niente, va avanti per la sua strada come se non si rendesse conto di quello che sta succedendo e così ne ho dedotto che forse anche il blog è ormai preda dei neuroni sbagliati, forse quelli addetti alla ricerca risorse umane o magari quelli scappati dalla mensa visto che in mensa oggi ho mangiato solo numeri.

Dovrei nutrire il mio cervello in maniera più equilibrata, forse dovrei ricontrollare la convergenza degli arti oppure dovrei decidermi a precettare questo scipero.

Tanto mentre mi si stanno necrotizzando anche i neuroni del settore ricreativo, sto pensando che è arrivata davvero l’ora di cambiare aria.

Forse, come mi suggeriva un’amica a cui devo ancora una mail (e non la sola!) mi trasferisco, cambio casa, lascio questo blog e soprattutto mi riprendo il mio nome e il mio cognome.

Che al tavolo delle trattative ci voglio andare senza nick.

dopo il sudoku e l’ikea è arrvivata l’ora della katana

Viscontessa, 13 febbraio 2007

A noi ci piace (a me e al mio blog intendo) complicarci un po’ la vita così mentre si litiga tra noi come due come una coppia di vecchi coniugi (guarda in che stato ti sei ridotto! Ti ho conosciuto che eri un blog su una delle piattaforme più all’avanguardia dell’epoca e ora sei diventato obsoleto come questo computer!) si fanno anche altre cose come zig-zagare nel traffico in motorino sotto alla pioggia e attraversare la città in su e in giù e poi di nuovo in su nel tentativo, per adesso vano, di trovare nuovi stimoli per la nostra la nostra coppia.

Lui a dire il vero, più di una volta ha cercato di convincermi che lo scambio di coppie e i privè sono una soluziona adottata da molti per rinnovare la coppia ma io che per un po’ gli sono andata dietro trovandomi in luoghi di cui ignoravo l’esistenza e nei quali mi sono affacciata con circospezione, mi sono trovata sommersa di sguardi indiscreti o di mail o di messaggi che proprio non sono riusciti a rinnovare altro che la sensazione che né il sesso né i sentimenti possono essere merce da comprare su internet.

L’altro giorno per esempio nel tentativo di dare un’identità al mio blog perché la smettesse di lamentarsi della sua scarsa autonomia, ho aperto una vecchia casella di posta che non ricordavo neanche più e sono rimasta davvero sorpresa nel constatare di quanta affinità di carattere, propedeutica ad un lungo e duraturo rapporto di coppia, avessi con una serie di sconosciuti che li per lì non mi raccapezzavo neanche da dove provenissero.

Poi mi è sovvenuto che molto tempo fa devo aver fatto un test in uno di questi luoghi virtuali per anime sole anche se adesso non ricordo esattamente il perché pur immaginando di essere stata spinta dalla solita voyeristica curiosità con cui altri si fermano a rammaricarsi dei pezzi di cervello sparsi sull’asfalto della corsia opposta dell’autostrada.

Un po’ spaventata da Ciccino, Antonio o Ariete22, sono corsa subito dal mio blog lamentandomi per avermi condotto in luoghi così mal frequentati ma lui offeso dall’indifferenza con lui lo frequento ultimamente, ha fatto spallucce e si è rifiutato di scrivere il mio post,

Eppure Ciccino ed io eravamo altamente compatibili! Stessa città. Stessa età, Lui single, non fumatore, amante degli sport all’aria aperta, allergico ai gatti, senza figli appassionato di tecnologia e pieno di voglia di vivere e di conoscere la persona giusta con cui condividere la propria esistenza.

Io sposata, fumatrice, divanista fin dagli esordi questa attività, amante dei gatti, con una figlia, diversamente tecnologica e piena di voglia di ammazzare qualcuno e di conoscere la persona giusta su cui provare la mia nuova katana in uscita a fascicoli settimanali con “Dall’Ikea alla Katana: rivisitazione in chiave filosofica della Kappa”.

Fatto sta che insomma io e il mio blog non siamo ancora arrivati alla rottura definitiva e oggi anzi, gli avevo chiesto se voleva ascoltare la mia storia dello zigzagare in mezzo al traffico ma adesso si è fatto davvero troppo tardi e il blog si è addormentato mentre gli parlavo di Zanzibar…..

Eppure le Zeta mi parevano più interessanti delle Kappa….mah! Vado a vedere se quel 22 dietro all’Ariete è la data di nascita, la lunghezza dell’organo o un numero a caso proposto da programma di registrazione per disperazione….

Mia cara

Viscontessa, 8 febbraio 2007

Hai sentito la novità “cara”?

Io non posso certo convincerti a non abbandonarmi ma posso inviarti una raccomandata nella quale ti comunico ufficialmente che viviamo insieme. Dici che è da schizofrenici? Adesso non vorrai essere tu a parlarmi di schizofrenia mentre da giorni ti scrivi e ti rispondi da sola.

Lo so che io e te siamo liberi di fare ciò che ci piace e se magari domani ti stufassi anche di questo scambio epistolare fra noi potremmo sempre inventarci un mediatore, magari potremmo dare voce ad un parroco che ci indottrini sul sacro vincolo del matrimonio o potremmo crearci un figlio che ci rammenti il valore della famiglia e il ruolo della donna nella società, ma io e te non abbiamo alcuna responsabilità nei confronti degli altri e non dobbiamo cercare di mascherare la nostra convivenza da rapporto di solidarietà per non turbare troppo la moralità cattolica.

Io e te non abbiamo bisogno di questo genere di sotterfugi, spero che nonostante le tue intenzioni tu voglia almeno riconoscermi il merito di non averti imposto vincoli né limitazioni a meno che tu non sia come tutti quelli di cui ti prendi gioco e non sia in grado, tu per prima, di gestire la tua libertà. Che sia questo cara mia il tuo problema? Dopo anni che vai ribellandoti a qualsiasi forma di regola e disciplina può essere che adesso tu ti senta vincolata a me dai nostri lettori, dai nostri amici, da quello che comunque io ho rappresentato per te?

Come vedi sono solo una pagina bianca a tua disposizione ma se ti fermi un attimo, se stai zitta un momento e ti limiti ad osservarmi, ti accorgerai che anche quel braccio inerte che ti penzola lungo il corpo, non è morto e forse nonostante tutto è molto più vivo di quell’altro che ha bisogno del contatto per confermare la sua esistenza.

Ma con te è inutile perdere tempo su certi argomenti, mi pare, mentre ti scrivo, di vederti arrossire per la rabbia che ti suscitano le mie parole. “puttanate, fregnacce!” so che stai pensando a questo mentre ti tornano in mente i lunghi periodi della tua vita nei quali ti pareva che una macchia sul muro dovesse contenere chissà quali segreti pronti a svelarsi ai tuoi occhi se solo tu avessi trovato il modo giusto di osservarla. E so quanto adesso tutto questo ti pesi e quanto vorresti dimenticare quei periodi così socialmente sterili per abbracciare quell’umanità che tanto ti disturba ma della quale non puoi fare a meno.

Rapporti superficiali, dicevi giorni fa, rapporti da consumare frettolosamente tra una sigaretta e l’altra mentre adesso ti senti tanto in gamba perchè le macchie sui muri ti sembrano finalmente soltanto macchie sui muri e non meritano più la tua attenzione. Eppure, nonostante la sicurezza che ti ostini ad ostentare ultimamente, torni ancora qui in cerca forse di quel lato tormentato del tuo carattere di cui nonostante tutto tanto ti compiacevi. Non è vero? Vorresti negare di esserti sempre compiaciuta del tuo autolesionismo? Vorresti forse venire a raccontarmi che davvero avresti preferito vivere più serenamente e che tutte le attenzioni che fai di tutto per suscitare negli altri sono indipendenti dalla tua volontà e anzi un po’ ti infastidiscono?

Ma dai! Certe cose puoi raccontarle agli altri, puoi raccontarle a coloro ai quali hai fatto di tutto per mostrare quanto sei forte e quanto sei in gamba o puoi raccontarle a te stessa nel tentativo (per altro vano) di giustificare le debolezze che non hai il coraggio di ammettere.

Ma non a me cara mia, non al tuo blog che non è un diario intimo e personale nel quale rintanarsi in solitudine ma una pagina pubblica che chiunque può leggere.

Sei un’esibizionista, scommetto che nessuno aveva mai avuto il coraggio di dirtelo ma non illuderti, sono molti coloro che lo pensano e mostrasi quasi disturbati dalle attenzioni altrui, non fa altro che alimentare il tuo esibizionismo.

Sei stata brava, questo devo riconoscertelo, molto brava a lavorare sui punti di forza del tuo carattere ma non basta rafforzare gli argini di una diga per impedire all’acqua di fuggire dalle falle e tu le tue le hai sempre ignorate perchè come tutti gli esibizionisti, sei egoista ed egocentrica sempre talmente concentrata su te stessa da rifiutarti di abbassare lo sguardo là dove rigagnoli o torrenti turbolenti, lasciano ancora uscire acqua.

Ormai non ti seccherai più, questo lo so bene anche io, ma quello che tu non sai è che è giunto il momento di prendere una decisione. Non puoi più tergiversare, non ci sono più argini da rinforzare né macchie d’umido che possano fornirti le risposte che vai cercando. D’ora in avanti sei sola con te stessa e devi decidere cosa vuoi fare del tuo futuro.

E sappi, cara mia, che qualsiasi cosa tu decida questa volta sarà una decisione solo tua della quale non potrai incolpare gli altri, le circostanze e neanche le tue presunte debolezze.

Se hai coraggio chiudimi, cancellami, dimenticati di me e di quella viscontessa per la quale adesso dici di provare fastidio, altrimenti falla finita e datti da fare.


Tuo devoto blog

Caro Blog

Viscontessa, 7 febbraio 2007

Oggi ho accarezzato un’ara e ti ho pensato.
Ti avevo già pensato di sfuggita un momento prima di fronte ad una coppia di coloratissimi “conuri del sole” e forse sull’onda dell’entusiasmo per la vivacità dei colori del piumaggio di quei pappagalli, avevo pensato che non vedevo l’ora di tornare a casa per parlarti di loro.
Mettevano allegria solo a guardarli ma quando mi sono girata e ho visto l’ara che mi porgeva la testa perché lo accarezzassi, mi sono nuovamente dimenticata di te inchinandomi di fronte alla maestosità e alle dimensioni del becco di quel pappagallo.
L’ho guardato intimorita, anche lui mi ha osservato per un attimo poi mentre con movimenti molto lenti mi avvicinavo a lui, lui ha abbassato il capo invitandomi ad accarezzarlo.
E lì mi sei tornato in mente tu. Con la mano aperta accarezzavo la testa di quel magnifico animale e con l’altra cercavo di spiegarti perché tra noi è finita.
Te lo spiegavo con una mano immobile, con un braccio che ricadeva inanimato lungo il corpo, capisci? Tu sei lo specchio delle mie sensazioni e delle mie emozioni ma non sei in grado di offrirmene neanche una, non sai suscitarle, non puoi abbassare il capo in cerca di una carezza e non puoi neanche suggerirmi dove cercarle.

Adesso so già anche cosa vuoi dirmi, ormai ti conosco troppo bene per non prevedere le tue intenzioni, ma gli altri, coloro che passano a trovarci e a lasciarci un saluto, i lettori silenziosi e anche quelli che hanno espresso la loro opinione che io ho ignorato (eppure ogni intervento l’ho riletto più volte scoprendo in ognuno di essi delle verità che ignoravo) non c’entrano niente con noi. Adesso, ora, in questo momento, siamo solo io e te, l’una di fronte all’altro ed è tra noi due che dobbiamo vedercela.
E non basta il tuo post di ieri nel quale come al solito ti pieghi alle mie volontà a spiegare questa rottura, non sono disposta ancora una volta ad accollarmi tutte le colpe solo perché ho scelto la libertà, solo perché tu te ne resti lì con la tua pagina bianca ad aspettare che io ti imbratti con le mie parole.
Non è così, non funziona così, ci sono dei momenti nella vita in cui è necessario prendere una posizione e tu non lo hai ancora fatto limitandoti ad adottare un composto vittimismo che mi indispone più di qualsiasi altra cosa.
Vedi? Mi sei mancato e mi manchi, ti penso e vorrei ancora condividere con te tante cose ma poi mentre cerco di trovare nuovamente quell’affiatamento che c’era un tempo, mi innervosisco e avrei voglia di dirti che tu non sai, non hai mai capito e non capirai mai cosa significa accarezzare un’ara……

Ecco, adesso sono stanca, stanca perché so che la tua incapacità di apprezzare le sensazioni che ti procura accarezzare un’ara, dipende da me, dalla mia incapacità di trasmetterti come vorrei ciò che io provo, dall’impossibilità di usare le parole come vorrei, di comunicare con te con un linguaggio adatto a te.
Stanca perché non è colpa tua, perché tu non puoi aiutarmi, perché so che sono io che devo trovare un soluzione, stanca perché anche questa lettera è vuota, triste, banale e mediocre.

Vado a mangiarmi un Bacio Perugina forse lì troverò qualcosa che valga la pena di essere di letto.

 

p.s e non chiamarmi più viss, non lo sopporto più, ti ricordo che ho un nome che proprio perchè non ho scelto personalmente, è il più adatto ad identificarmi in questo momento di transizione.
Transito, sto transitando, non so dove e non so se questa sia una strada a transito chiuso, limitato, pedonale o schizzofrenico, ma comunque io adesso transito e ti pregherei di volerlo rammentare.





Lettera dal blog

Viscontessa, 6 febbraio 2007

Cara viss,
ho ricevuto ieri sera il tuo post e insieme ad esso le risposte che cercavo ormai da tempo.
Sapevo che sarebbe successo, lo avevo sempre saputo fin da quel primo giorno in cui ci siamo incontrati e nel quale tu timidamente ti appoggiasti a me in cerca forse di risposte che io già sapevo non poterti fornire.
Come vedi la vita più che un dare e un avere è un chiedere e rispondere anche se sono davvero poche le occasioni in cui le risposte che riceviamo sono sufficienti a placare le nostre curiosità.
Qualcuno una volta diceva che i nostri punti interrogativi sono i nostri amici più fedeli e se è da questa fedeltà che nascono le nostre idee migliori so bene quanto a volte sia difficile sopportarne il peso.
Ma non è di questo che ovviamente volevo parlarti anche se in questo momento non sono importanti le parole che userò per rivolgermi a te né il loro contenuto, ma la sensazione che forse per l’ultima volta ti sarò vicino con la mia presenza.

Ah le donne! Né con loro né senza di loro, volubili, imprevedibili, incomprensibili eppure meravigliose proprio per il coraggio, l’incoscienza e la voglia di ricominciare sempre da capo inseguendo forse un sogno nuovo ancor prima che questo abbia preso forma.
Sentimentali anche nel più spietato cinismo tanto che a volte mi chiedo se non sia quel loro istinto materno talvolta così latente da essere invisibile persino per loro stesse, a portarle alla continua ricerca di una crescita da seguire, da perfezionare e rincorrere anche quando la crescita riguarda loro stesse.
E questa sei tu, sei tu con i tuoi lunghi silenzi e le tue storie, i tuoi racconti e i tuoi malumori, tu con le tuoi pensieri talvolta così contorti e altre così fulminanti da lasciarmi sempre senza parole.
Ma le parole non sono mai state il mio punto di forza perché il mio compito, il ruolo che mi hai tacitamente assegnato fin dal nostro primo incontro è sempre stato soltanto quello di essere a tua completa disposizione forzandoti solo con la mia presenza, a rammentarti che esisto e che sono o sono stato una parte delle tua vita.

Come ti dicevo all’inizio di questa lettera, già da tempo avevo capito che tu con me non eri più felice. Un’inquietudine che percepivo già da tempo, già da quando la nostra storia, la nostra relazione era uscita dall’ombra per diventare una relazione come tante altre, quel tante altre, quell’uniformità, quella conformità che ti ha sempre tanto spaventata convinta come sei sempre stata la regolarità sia sinonimo di mediocrità.
Ed è questo che adesso senti, questo che adesso percepisci ogni volta che ci incontriamo, quella mediocrità di linguaggio, parole e stile che riesci a malapena a mascherare in occasioni che si fanno sempre più rare.
Ed è questo ciò di cui mi rammarico, di non essere riuscito a farti comprendere fino in fondo, quanto tu fossi importante per te stessa e quanto imparare ad andare avanti a non mollare mai a non arrendersi, sia importante per crescere e maturare.
Penso adesso rileggendo il tuo post di ieri, che forse avrei potuto fare qualcosa più, forse avrei potuto insegnarti che a volte non vale la pena buttare via tutto perché non ci soddisfa più, ma basta modificare qualcosa, basta non farsi prendere dalla fretta, dalla tristezza, dalla stanchezza per vedere le cose sotto una luce diversa in grado di illuminare angoli oscuri della nostra personalità.
Ma in fondo, e di questo non solo te ne sono grato ma ne sono orgoglioso, forse ti ho insegnato ad esprimerti e a tirare fuori almeno un po’ di tutto quello che eri abituata a tenerti dentro e questa tuo post nel quale nonostante i tentennamenti prendi il coraggio di dirmi addio, ne è la prova più lampante di cui devi andare fiera.
Per quanto mi riguarda sai bene che io senza di te morirò così come con te sono nato e anche se ora vorrei dirti che non ti dimenticherò mai e che resterò sempre a tua disposizione per il giorno in cui dovessi cambiare idea, tu sai bene che io sono solo un blog e che i blog abbandonati finiscono per morire di inedia.

E ora vai, vattene senza voltarti indietro e senza rimpianti, vai incontro alla tua vita a testa alta perché hai appena imparato che senza ripensamenti, senza rimorsi, senza pensieri è più facile vivere e io che sono stato creato proprio per aiutarti ad affrontare la tua vita più serenamente, non posso che essere contento per te anche se avrei preferito sapere di aver raggiunto il mio scopo, aiutandoti a percorrere una strada diversa. Magari ancora al tuo fianco.
Ti aspetterò, per quanto mi sarà possibile sarò sempre qui ad aspettarti e se vorrai fare di me un uso diverso, se vorrai tornare da me fingendo che niente sia successo, se vorrai parlare d’altro o anche solo mi vorrai al tuo fianco la prossima volta che hai bisogno di passare il tempo senza pensare, io ci sarò e sarò per te ciò che tu più desideri.

Vai e qualche volta, se puoi, pensami.

Il tuo blog


Io e il mio blog non siamo più una coppia affiatata come un tempo

Viscontessa, 6 febbraio 2007

Sono esattamente quattro giorni che vado a letto tardissimo nel tentativo di scrivere qualcosa.

Sono quattro giorni che ci penso, quattro giorni che scrivo, quattro giorni che cancello tutto e quattro giorni che vado a letto tardi con la speranza che il giorno dopo sarà migliore.

Sono quattro giorni insomma che cerco le parole adatte per spiegare che non ho più alcuna voglia di scrivere e quattro giorni in cui penso a quanto questo in fondo mi dispiaccia.

E’ successo all’improvviso, all’improvviso, dopo mesi di tentennamenti, mi sono semplicemente resa conto che avevo chiuso tutti i conti con il passato, che non avevo più alcuna ambizione per il futuro e questo presente, nudo e crudo così come mi si presenta ogni mattina, non ha niente che meriti di essere rielaborato e descritto.

Tanto per cominciare, e anche questo è un sintomo di cui soffrivo già da qualche tempo, non ho più alcun interesse per il genere umano se non nella sua forma più carnale che espressa in parole potrebbe essere tradotta con “cazzo quanto è brutto quello” o cose del genere.

Non ho amici ma non ho neanche nemici mentre coltivo con un crescente e rinnovato interesse, i rapporti superficiali ed occasionali ai quali la vita di tutti i giorni mi costringe.

E in questa nuovo coltivazione dei rapporti superficiali, sono anche e inaspettatamente piuttosto brava tanto che mi trovo ad essere molto più affabile e disponibile di quanto non sia mai stata in vita mia. In fondo quando si mantiene un certo distacco è molto più semplice assolvere meglio il proprio compito.

In secondo luogo poi, e anche di questo dovevo prenderne atto, dopo la morte del mio cane anche il regno animale non mi suscita più quei sentimenti di struggente tenerezza che da sempre mi avevano accompagnato osservando gli animali. Li osservo ancora e ancora mi prendo cura di loro ma con la morte di Otto si è spezzato l’incantesimo del primo amore e tutti gli amori successivi, per quanto appaganti, maturi e saggi, non saranno mai così viscerali come quello che ho provato per il mio cane.

Infine sto alimentando una sempre crescente intolleranza per i fiumi di parole inutili che si sprecano ovunque. Il mondo, arrivata ad oggi, ho deciso che si divide in due categorie che non comunicano tra loro e che tra loro non sono legate da niente se non dal filo dell’ipocrisia che conduce i primi (quelli che possono) a sprecare miliardi di parole nel tentativo di convincerci pubblicamente di appartenere a quelli della seconda categoria ovvero quelli che non possono.

Di questo argomento, per esempio, avrei da scrivere per giornate intere ma si è talmente radicata in me la convinzione che appunto le parole non servano a niente, che non sprecherò neanche una parola in più nel tentativo di contagiarvi con la mia indignazione.

Anzi, ora me ne vado a letto perchè dormire fa bene alla pelle e la pelle è l’organo più superficiale ed esteso dell’essere umano e questo voglio occuparmi d’ora in avanti.

p.s prima di andare a letto devo in tutti i modi dire questa cosa perchè se non la dico non riesco a ritrovare quel briciolo di serenità che mi necessita per dormire bene.

Questo blog non ha più alcun senso, non mi serve più per mettere ordine nella mia vita, non mi serve per fare nuove amicizie, non mi serve per il mio lavoro nè per offrirmi la possibilità di frequentare ambienti nuovi, diversi o stimolanti e non mi serve più neanche per sorridere. Non voglio dire che lo chiuderò perchè nella mia vita non ho mai avuto il coraggio di chiudere niente però…..ecco, tra noi è finita. E’ stato bello finchè è durata, con te sono stata bene e anche adesso non dico che stare insieme a te non sia piacevole però….insomma…..spero che rimarremo amici e come si fa con gli amici mi farò viva quando avrò bisogno di te….magari anche domani o tra un mese o non so….ti va? (si che ti va! sei solo uno stupido blog per cui non hai alcun diritto di replica!)





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