Liberi di non crederci
Viscontessa, 26 Gennaio 2007La prima disoccupazione è sempre la più dura perché rappresenta una tappa della propria esistenza a cui nessuno ci ha preparato.
Tutta la nostra vita, fin dalla più tenera età, è impostata per consentirci un giorno di entrare nel mondo del lavoro e rimanerci aggrappati con le unghie e con i denti il più a lungo possibile, ma se al precariato, la disoccupazione, le frustrazioni, lo stress, le delusioni e le difficoltà che esso comporta, ci arriviamo teoricamente preparati, ciò che invece ci coglie veramente di sorpresa è il tempo libero a disposizione che ci troviamo a dover gestire alla prima disoccupazione nella quale può capitare di incappare.
Ad un certo punto semplicemente succede che non devi più studiare, non hai un lavoro e il cercarlo non è sufficiente a riempire le tue giornate, il tuo tempo e le tue angosce.
Non hai niente da fare, semplicemente non hai niente da fare tutto il giorno e nonostante la sensazione di inebriante onnipotenza che sempre accompagna la percezione di una libertà assoluta e totalizzante, non siamo stati allevati per essere “liberi”.
“Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor non si spaura”.
Leggevo Feng prima, a cui il post è dedicato anche se non la conosco, e tornavo lentamente indietro negli anni fino a quel giorno in cui una mattina mi ero alzata libera del mio tempo e della mia vita. Una libertà che non avevo cercato ma di cui avevo finito per assaporarne ogni sfumatura prima che quella mattina mi si presentasse in tutta la sua più palpitante crudeltà.
Non avevo mai pensato fino ad allora, di non essere in grado di gestire la mia libertà e i mesi che seguirono quella mattina privi e privati di ogni responsabilità, scadenza, impegno o preoccupazione, li ricordo ancora come i peggiori della mia vita.
Il momento peggiore, e da allora ogni giorno alla stessa ora quella sensazione torna a tormentarmi, erano le ore pomeridiane. Tuttora, come il reduce di una malattia i cui strascichi intaccheranno per sempre il suo organismo, sento lieve affiorare l’angoscia nel mio animo e quando di questo malore riesco ad averne quella consapevolezza che spesso va perduta nell’abitudine, mi sforzo di trovare qualcosa da fare, qualcosa di concreto che ricacci quella lieve malinconia nell’angolo più recondito del mio animo.
“Già combatton la colomba e il leopardo
alle cinque della sera. “
Nel corso di quegli interminabili pomeriggi, osservavo il mio piccolo giardino pensile mentre l’acqua sul fuoco prendeva a bollire silenziosamente e gli abiti che indossavano, mi rammentavano che anche per quel giorno mi ero dimenticata di cambiarmi. Fuori, in quel piccolo spazio verde che ha sempre rappresentato per me la prova più tangibile dello scorrere della vita anche quando la tua sembra ibernata in una tuta di ghiaccio lacero, osservavo immobile ora la pioggia, ora le lucertole, adesso il gatto che distruggeva sistematicamente tutti i miei gerani.
Dentro, nel piccolo spazio buio della cui priorità esistenziale avrei fatto volentieri a meno, provavo un senso di totale e devastante inutilità che alla fine della giornata mi rendeva esausta come se avessi passato la giornata ad una catena di montaggio.
“Morire come le allodole assetate
sul miraggio
O come la quaglia
passato il mare
nei primi cespugli
perché di volare
non ha più voglia
Ma non vivere di lamento
come un cardellino accecato “
Poi una mattina sono uscita.





26 Gennaio 2007, 9:49
che bello, USCIRE!
Un bel respiro profondo, a pieni polmoni, e VIA!
Marina
26 Gennaio 2007, 13:20
capisco in pieno, riuscire ad essere davvero liberi è un’arte difficile da imparare.
ma una volta imparata, è difficile tornare indietro.
26 Gennaio 2007, 14:56
Io AVREI imparato l’arte da mia madre, sono una casalinga mancata. Le mie sono braccia rubate al Vetril…invece sono costretta a perdere tempo ogni giorno in un ridicolo ufficio, affiancata a qualcuna che davvero ci crede, che ce la deve fare…rispetto ma non condivido.
26 Gennaio 2007, 15:13
Ho sempre lavorato in proprio e allora è probabile che queste poetiche mi sfuggano…certo che, di questi tempi, per gli impiegati si sta come d’autunno, gli alberi, le foglie.

26 Gennaio 2007, 15:34
A me spesso succede l’inverso, ho sempre lavorato per conto mio ed in orari strani.
A volte penso di essere totalmente estraneo alla società.
B.
26 Gennaio 2007, 15:41
Grazie Viss per avermi aperto una finestra sul tuo blog (addirittura con un post dedicato)…
Io adoro la mia nuova libertà ed il mio tempo libero vorrei pur conservarli e concimarli, ma il primo vero problema è il tirare a campa’…vivere, oggi, vuol dire dover spendere un mucchio di soldi.
Di idee ne ho molte, sono creativa, sono piena di interessi, mi appassiono facilmente alle cose, scrivo, dipingo, compongo, cucino, etc. etc. e tutta qs sensibilità non vorrei buttarla al vento.
Ho 33 anni, da poco sposata, con una voglia pazzesca di affermarmi in qualche angolo per poter crescere, migliorarmi, collocarmi, difendermi, piacermi.
Ho paura a lanciarmi in qualche progetto creativo-imprenditoriale per questioni finanziarie, puramente.
Quindi ora piano piano farò luce su me stessa e come ad ogni bivio deciderò la direzione da prendere.
verso la felicità, la mia.
27 Gennaio 2007, 1:36
forse è vero, non siamo stati allevati per essere liberi .
e non è questo il bello ?
che dobbiamo imparare, prima a capire quale possa essere la nostra forma di libertà, e poi, ammesso che ci riusciamo, avere il coraggio di affrontarla.
nosacher
27 Gennaio 2007, 13:12
ieri mattina sono uscita anch’io
e si è messo a nevicare.
non so se vuoleva esser un segno.
27 Gennaio 2007, 18:54
“non siamo stati allevati per essere liberi”… molto vero e molto triste. Io da quando dispongo del mio tempo (nel senso che non devo timbrare nessun cartellino, nemmeno virtuale) lavoro molto di più, a tutte le ore, forse proprio per paura dell’horror vacui che mi prende quando, improvvisamente, dopo essermi lamentata per settimane per il troppo lavoro, non ho nulla da fare.
27 Gennaio 2007, 20:03
Un bacio, che è tanto che non te ne dò, con l’accento.
Beppe
28 Gennaio 2007, 2:00
Mi trovo assolutamente d’accordo con Luisona anche se le mie sono braccia rubate al viakal più che al vetril:-)
Ma siete sicuri che il lavoro in proprio renda liberi, che nel mondo la sensibilità sia merce sosì rara da avere un valore ecomico, che imparare ad essere liberi abbia un costo irrisorio pagato il quale non ci resta che godere dei suoi benefici?
E uscire non significa poi trovare la neve, il gelo o la pioggia come suggerisce Giarina?
Io temo che ci abbiamo storditi con l’idea della libertà ma non ci abbiano mai insegnato cosa sia.
Ci piace vivere in branco.
28 Gennaio 2007, 23:11
non credo che la libertà sia associata SOLO al lavoro, penso a certi sindacalisti quando dicono …perchè il mercato del lavoro..il mercato ? ma quale mercato ? e che sono una zucchina? oppure una bisteccha ?
insisto, la libertà, umh.. che parolone, non può essere associata solo al lavoro.
nosacher
28 Gennaio 2007, 23:17
dimenticavo.. e insisto ancora, la libertà va imparata e per questo ho paura che non esistano scuole, bisogna per forza essere autodidatti .
e poi c’è una bella differenza tra il vivere in branco e il vivere assieme.
nosacher
28 Gennaio 2007, 23:30
Hai ragione, anzi la libertà proprio per natura, non può e non deve essere associata a niente.
Ciò su cui però nutro forti dubbi è che la libertà sia un’aspirazione di tutti.
Molti, anche inconsapevolmente, hanno bisogno dei vincoli e del branco per riconoscersi una propria identità.
29 Gennaio 2007, 22:58
che ognuno scelga la sua strada, sennò sai che palle ! tutti in fila nella stessa direzione. no, no, chi vuole il branco se lo tenga e agli altri il piacere di “spaziare”….
nosacher