La bara: idee e suggerimenti

Viscontessa, 31 Gennaio 2007

Ieri sera, dopo l’entusiasmante post nel quale comunicavo la mia decisione, mi sono lasciata prendere la mano e ho cominciato a pensare come potrebbe essere la bara dei miei sogni.

L’idea era così ben concepita ed avviata che ad un certo punto ho sentito il mio cuore riempirsi di gioia e in quel momento, nel momento in cui sono stata sopraffatta dalla gioia, avrei voluto poter condividere il mio sentimento con voi.

Perché a noi piccoli blogger di provincia lontani anni luce dalle filosofiche, serie ed interessanti dissertazioni che avvengono ovunque, certe cose ci piacciono.

Pensavo insomma che non dovrei essere l’unica massaia virtuale annoiata da questa calma piatta di fine gennaio e che magari dopo aver mostrato il decoroso rispetto per la politica, l’attualità, la letteratura e l’informazione, rimaneva anche a voi questo tempo da dedicare a noi stesse, alla nostra creatività, alle nostre fantasia.

Passate quindi rapidamente in rassegna le fantasie più pruriginose, quelle più lussuose e quelle più vanitose, magari ieri sera avrei trovato qualcuno che avrebbe condiviso volentieri con me la realizzazione di questo progetto.

Fatto sta che ieri sera, subito dopo aver superato l’amarezza provocata dalla solitudine nella quale mi trovavo costretta ad affrontare la situazione, mi sono messa a fantasticare sulla forma che compatibilmente con le mie capacità, avrei potuto dare forma alla mia bara.

Subito ho scartato il modello classico e, siamo sincere, piuttosto inflazionato con cui seppelliscono i morti da un vita(?) e mi sono chiesta se anche dietro alla progettazione di una bara non si nasconda quel maschilismo imperante che da sempre costringe noi donne ad adattarsi alle esigenze dell’uomo.

A me donna, madre, moglie, fertile e umido terreno da cui prende vita la vita, a me con le poppe, insomma, che me ne frega di avere una bara che mette in evidenza più le spalle che non le tette?

Le spalle larghe sono prerogativa maschile di cui non sento proprio la mancanza mentre provo quella medesima mancanza per un tipo di bara più femminile con la vita più stretta e un ampiezza per il vano tette più adatto alla mia conformazione.

E quel legno scuro, sobrio, direi quasi essenziale con cui vengono costruite le bare…..ma perché da morta dovrei rinunciare a quella femminilità che per quanto inutile tanta soddisfazione mi ha dato in vita?

Ma ve l’immaginate una bella bara disegnata per esempio da uno stilista famoso? Voglio dire , questi stilisti per soldi firmano occhiali, accendini, mattonelle da cucina, scopini per il bagno e persino rasoi per la barba, potrebbero firmare anche le bare.

Basta aprire un negozio nel posto giusto, affidarsi ad una campagna pubblicitaria seria e organizzare una sfilata esclusiva di bare affidando il commento ad una di quelle giornaliste in grado di farci credere che l’uomo in perizoma e canottiera è un uomo eclettico, rude ma sensibile come i vecchi cow boy degli anni 50 a cui la collezione è ispirata.

E basta anche con gli accessori in ottone e quella croce sempre uguale, sempre identica da secoli incapace di rinnovarsi, meglio affidarsi alle mani esperte di un Damiani o un Pomellato.

Ma vuoi mettere una bella croce in oro bianco satinato di Pomellato? Magari abbinata ad una bara in legno naturale e ricoperto di puro caucciù biodegradabile al cento per cento.

E vogliamo parlare degli interni? Il viola porta male, si sporca facilmente e poi il raso e la seta ormai sono materiali superati. Oggi si usano solo fibre naturali intrecciate tra loro come il cachemire e la seta o la lana d’angora o il Goratex e il piles. Tutti materiali che lasciano traspirare la pelle per quanto effettivamente la pelle, dentro ad una bara, si sciuperà molto presto…. a meno che.

A meno che anche le aziende cosmetiche più prestigiose non si decidano ad ideare una linea adatta per la pelli troppo mature, quasi marce direi anche se bisognerà trovare un sinonimo di marcio come si è fatto parlando maturità della pelle per dire vecchia. Se la pelle vecchia è matura, magari quella frolla la si potrà chiamare tenera come una bistecca. Una fettina che scioglie in bocca….

E infine bisogna pensare ai materiali per gli interni, di cosa sono fatti? Gommapiuma che attira l’umido e nel quale gli acari si moltiplicano in maniera imbarazzante? Basta! Io proporrei del più sano lattice che oltretutto assume con il tempo la forma del corpo che vi preme sopra, ma anche le grandi aziende di materassi potrebbero comunque fare qualcosa.

Vuoi mettere una bella televendita che pubblicizzi materassi per l’eterno riposo? Soddisfatti o rimborsati, garantiti una vita e per chi prenota subito pagamento a “babbo morto” e in omaggio due splendidi cuscini (di fiori), un forno (crematorio) e un necrologio sul quotidiano locale.

Ovviamente tutto a tempo debito.

Ho avuto un’idea

Viscontessa, 30 Gennaio 2007

Pensavo che dopo questi mesi di materialismo più sfrenato, è giunto il momento di occuparsi anche del futuro.

Ho già fatto tanto e questo lo so. Mi sono iscritta e frequento regolarmente la palestra, ho montato la serra in giardino, ho sistemato la scatola dei bottoni, ho adottato un’alimentazione più sana ed equilibrata, ho costruito e poi sfasciato e quindi ricostruito la scarpiera, uso con disinvoltura il filo interdentale e ho persino ritirato gli indumenti dalla tintoria per quanto questi, essendo stati depositati lì per circa un paio di anni, hanno avuto bisogno di essere nuovamente lavati.

Tutte attività estremamente concrete e materiali che pur non presentando alcuna caratteristica adatta a lasciar supporre che possano essere state utili ad una mia crescita interiore, mi hanno però dato modo di adottare quell’autodisciplina fondamentale per poi affrontare qualsiasi altra attività umana.

E infatti, ora che ho sistemato tutto e mi sono resa conto che tutto in qualche maniera si può sistemare, è giunto il momento di occuparsi concretamente del futuro rappresentato non solo dalla necessità di prevenire le rughe ma anche di affrontare con serenità ciò che inesorabilmente ci aspetta in fondo ad un rugoso percorso.

Mi sento pronta. Ora che è tutto in ordine e che ho acquisito tutti gli strumenti e le conoscenze adatte per costruirmi un futuro, ho deciso che voglio costruirmi una bara.

Ci ho già pensato. L’altro giorno mentre osservavo dei pezzi di legno avanzati chiedendomi se vi fosse in casa ancora almeno uno spazio libero per collocarvi l’ennesimo inutile mobiletto frutto del mio forsennato lavoro da piccolo falegname, mi sono improvvisamente resa conto che l’unica cosa che in casa non avesse trovato ancora una sua collocazione precisa era proprio il mio corpicino sempre in movimento. Un po’ lì per lì mi sono risentita con me stessa per via di quell’opera di restauro a cui lo avevo sottoposto negli ultimi mesi, ma poi, sopraffatta dalla necessità di essere quanto meno realistica, mi sono convinta che tanto prima poi ne avrei comunque avuto bisogno e allora tanto valeva confezionarsela da soli anche perché nessuno, meglio di me che dovrò usarla per l’eternità, può sapere come mi piacerebbe che fosse confezionata ed accessiorata.

Tanto per ora ho pensato che la vorrei con lo spazio necessario per poter calzare la mia salma con un paio di stivali con le punta, poi domani mi decido anche sulla posizione che vorrei mi fosse data nel momento della mia ora. Infine tiro giù un progettino che questa volta, se sbaglio e me ne accorgo dopo l’uso, non posso neanche sfasciarla e ricostruirmela nuova.

Vi terrò aggiornati.

Noblesse oblige

Viscontessa, 28 Gennaio 2007

Va bene.
Sono ancora qui che cerco di stabilizzare le tendine dello studio. Oscillano pericolosamente da ieri sera costringendo il mio stomaco ad oscillare con loro e coinvolgendo la mia testa in un perpetuo moto di lieve ondulazione tipico, per esempio, delle imbarcazioni in mezzo al mare.
Le osservo con determinazione perchè non posso fare altro.
Muovermi da questo divano, se non strettamente indispensabile, è sconsigliabile.
Ma constatare con mano tremante che le capacità di recupero fisico sono inversamente proporzionali all’età, è molto più deprimente di questa immobilità imposta da qualche vodka di troppo.
Tanto mentre sospetto che nella mia testa si giochi una partita di rugby, avrei circa un migliaio di argomenti interessantissimi da affrontare ma la seguente mail, che mio marito mi ha inviato oggi per conoscenza, mi dissuade ovviamente dal farlo.

“Carissimi Granduchi de la Vodka
in considerazione dell’innegabile successo delle serate a casa vostra (a proposito grazie ancora per ieri sera) ho passato una notte insonne al pensiero di cosa escogitare per far sì che la prossima a casa nostra non sia da meno.Perchè ciò avvenga ritengo che non ci sia cosa migliore da fare che prepararsi adeguatamente predisponendo in anticipo i temi sui quali Granduca e la Viscontessa possano adeguatamente confrontarsi.Avverto la gravosità del compito, in quanto deve trattarsi di temi adatti a a sollecitare - anzi, a metter nell’adeguato risalto - la ben nota tolleranza e predisposizione al dialogo costruttivo che caratterizza la mia signora.Visto che temi appassionanti quali:

- gravidanza, ormoni e loro ripercussioni sulla vita di coppia;
- educazione paterna e sue influenze sulla maturazione psico-fisica del fanciullo;
- l’etica;
- la morale;
- la libertà;
- l’esistenza dell’inferno;
- l’esistenza del paradiso;
- l’esistenza di Dio;
- vita e prospettive del punckabbestia e loro incidenza sui corretti rapporti condominiali;
- canne chimiche o naturali: differenze e preferenze,

sono stati adeguatamente sviscerati, io proporrei di venire preparati su temi sui quali possono sentirsi adeguatamente coinvolti anche Il Marchese Chapeau e soprattutto, la Duchessa sua consorte quali ad esempio:

- la cacciata da Lucifero dal Paradiso: mito o verità rivelata?
- la Sacra Sindone: mistificazione o miracolo?
- la resurrezione di Cristo: realtà o leggenda?
- le stimmate di Padre Pio: isteria o beatificazione?
- la verginità di Maria: dogma o credenza popolare?
- l’infallibilità del Papa: "instrumentum regni" o "rectio ecclesiae"?

Aggiungete pure qualsiasi altro argomento vi paia consono a render la serata……come dire…… adeguatamente frizzante.

Un abbraccio.

Contevico”

p.s io naturalmente ho già tutte le risposte pronte alle domande sopra proposte per cui se aveste altri argomenti da proporre fate pure.

Io tanto vado un attimino in bagno.

Liberi di non crederci

Viscontessa, 26 Gennaio 2007

La prima disoccupazione è sempre la più dura perché rappresenta una tappa della propria esistenza a cui nessuno ci ha preparato.
Tutta la nostra vita, fin dalla più tenera età, è impostata per consentirci un giorno di entrare nel mondo del lavoro e rimanerci aggrappati con le unghie e con i denti il più a lungo possibile, ma se al precariato, la disoccupazione, le frustrazioni, lo stress, le delusioni e le difficoltà che esso comporta, ci arriviamo teoricamente preparati, ciò che invece ci coglie veramente di sorpresa è il tempo libero a disposizione che ci troviamo a dover gestire alla prima disoccupazione nella quale può capitare di incappare.
Ad un certo punto semplicemente succede che non devi più studiare, non hai un lavoro e il cercarlo non è sufficiente a riempire le tue giornate, il tuo tempo e le tue angosce.
Non hai niente da fare, semplicemente non hai niente da fare tutto il giorno e nonostante la sensazione di inebriante onnipotenza che sempre accompagna la percezione di una libertà assoluta e totalizzante, non siamo stati allevati per essere “liberi”.

Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor non si spaura”.

Leggevo Feng prima, a cui il post è dedicato anche se non la conosco, e tornavo lentamente indietro negli anni fino a quel giorno in cui una mattina mi ero alzata libera del mio tempo e della mia vita. Una libertà che non avevo cercato ma di cui avevo finito per assaporarne ogni sfumatura prima che quella mattina mi si presentasse in tutta la sua più palpitante crudeltà.
Non avevo mai pensato fino ad allora, di non essere in grado di gestire la mia libertà e i mesi che seguirono quella mattina privi e privati di ogni responsabilità, scadenza, impegno o preoccupazione, li ricordo ancora come i peggiori della mia vita.
Il momento peggiore, e da allora ogni giorno alla stessa ora quella sensazione torna a tormentarmi, erano le ore pomeridiane. Tuttora, come il reduce di una malattia i cui strascichi intaccheranno per sempre il suo organismo, sento lieve affiorare l’angoscia nel mio animo e quando di questo malore riesco ad averne quella consapevolezza che spesso va perduta nell’abitudine, mi sforzo di trovare qualcosa da fare, qualcosa di concreto che ricacci quella lieve malinconia nell’angolo più recondito del mio animo.

Già combatton la colomba e il leopardo
alle cinque della sera. “

Nel corso di quegli interminabili pomeriggi, osservavo il mio piccolo giardino pensile mentre l’acqua sul fuoco prendeva a bollire silenziosamente e gli abiti che indossavano, mi rammentavano che anche per quel giorno mi ero dimenticata di cambiarmi. Fuori, in quel piccolo spazio verde che ha sempre rappresentato per me la prova più tangibile dello scorrere della vita anche quando la tua sembra ibernata in una tuta di ghiaccio lacero, osservavo immobile ora la pioggia, ora le lucertole, adesso il gatto che distruggeva sistematicamente tutti i miei gerani.
Dentro, nel piccolo spazio buio della cui priorità esistenziale avrei fatto volentieri a meno, provavo un senso di totale e devastante inutilità che alla fine della giornata mi rendeva esausta come se avessi passato la giornata ad una catena di montaggio.

Morire come le allodole assetate
sul miraggio
O come la quaglia
passato il mare
nei primi cespugli
perché di volare
non ha più voglia
Ma non vivere di lamento
come un cardellino accecato “

Poi una mattina sono uscita.

E’ arrivato l’inverno

Viscontessa, 25 Gennaio 2007

Oggi è finalmente arrivato l’inverno con buona pace degli ecologisti, degli operatori turistici e dei telegiornali.

E’ arrivato proprio stamattina mentre stavo uscendo di casa così ho indossato il piumino e la sciarpa, poi l’auricolare del telefonino e la borsa a tracolla, sopra ho messo la tuta da acqua, poi ho infilato il casco e i guanti e ho preso la borsa per la palestra, la racchetta e le scarpe da tennis di mia figlia, il suo casco e un sacco della nettezza.

Il cassonetto si apre premendo con il piede sul pedale che da sul lato marciapiede mentre se vuoi aprirlo dal lato strada, devi usare una mano che io in quel momento non avevo libera per l’operazione.

Ha iniziato a piovere.

Le macchine erano parcheggiate così vicine al cassonetto che per arrivare sul marciapiede ho dovuto nuovamente attraversare la strada e tornare indietro fino al semaforo. Da lì, un pertugio tra un paio di motorini mi avrebbe permesso di raggiungere finalmente il marciapiede ma a causa della borsa da palestra, del casco, della racchetta, delle scarpe e del sacco della nettezza, non sono riuscita a passare così ho dovuto aggirare l’angolo dal viale, salire finalmente sul marciapiede e raggiungere il cassonetto di fronte al quale c’era una rete per materassi che mi impediva di premere il pedale per la sua apertura.

Cinque minuti dopo, barcollando come un ubriaco, ho finalmente raggiunto il motorino e ho tentato di stipare ogni cosa nel bauletto e nel sotto sella del motorino.

Un quarto d’ora dopo mi ero completamente bagnata togliendo il lucchetto dal motorino e spostando la copertina sopra lo scooter. La racchetta, nel gioco delle tre carte era rimasta fuori così mi sono levata ‘auricolare, la sciarpa, il giubbotto da acqua e il casco e ho messo la racchetta a tracolla poi ho rindossato l’auricolare, la sciarpa, il casco, i guanti e il giubbotto da acqua e sono rimasta crocifissa sotto alla pioggia mentre la copertina dello scooter scolava litri di acqua sui miei piedi.

Ho lasciato tutto lì e sono corsa al bar d’angolo in cerca di aiuto. Mi hanno risistemata tutta, ho tirato giù la visiera ho infilato i guanti, sono tornata allo scooter e mi sono sistemata sulle gambe la copertina allacciandola dietro alla schiena con l’apposito gancio.

Ho tolto lo scooter dal cavalletto, ho inserito la chiave, ho messo in moto e ho tentato di partire ma avevo dimenticato di togliere il lucchetto della copertina così ho rimesso il motorino sul cavalletto, ho sganciato la copertina, l’ho spostata, sono scesa, ho tirato su la visiera del casco, mi sono tolta i guanti, ho preso le chiavi, ho tolto il lucchetto della copertina, ho spostato la copertina, ho riaperto la sella, ho appoggiato per terra le scarpe da ginnastica e il casco di mia figlia, ho messo sotto l’altro lucchetto, ho rimesso le scarpe e il casco, ho indossato i guanti, ho tirato giù la visiera e finalmente sono riuscita a partire.

Ma ieri sera mi ero addormentata sul divano come un piro e stamattina ero piena di buoni propositi e di speranze che non avevo alcuna intenzione di lasciar naufragare per così poco.

ho spaccato tutto

Viscontessa, 23 Gennaio 2007

Gli oggetti hanno un valore simbolico che spesso va oltre a quello che siamo abitualmente portati a pensare.

C’era questo mobile, questa scarpiera che mi ero costruita ormai qualche mese di cui non so fino a che punto sono riuscita a trasmettere il valore che ne ha rappresentato la costruzione. Ma non importa, non è questo. E c’era quell’altro pezzo, quel pezzo di scarpiera che con i pezzi d’avanzo era diventato un mobiletto.

Ieri avevo portato le gattine a sterilizzare, ultimamente, sopratutto una delle due, passava molto tempo in giardino in compagnia di altri gatti e adesso non sono dell’umore adatto per sorbirmi una paternale sul rispetto della sessualità degli animali da parte di chi non ha mai avuto gatti.

Oggi avevo dei programmi, dei progetti, li avevo anche ieri, ultimamente ne ho troppi e troppo spesso come se questo inverno più caldo del solito, portasse davvero con se l’imminente fine del mondo.

Avevo questi progetti tutti ordinatamente schedati nella mia agendina e avevo questa necessità di ordinare qualcosa come un testamento continuamente ritoccato.

Ma l’agendina non ho neanche fatto in tempo a guardarla e sotto alla pioggia sono tornata a casa.

Si, c’era da acquistare la corda per saltare e poi quella telefonata, quella mail, quella cosa e quell’altra che non finiranno mai.

Avevo sistemato una pianta, era una pianta grassa che finalmente dopo un anno cominciava a stare meglio. Il valore simbolico delle piante è ancora diverso, è un valore tenero, morbido, discreto.

Le avevo chiesto se le andava di stare lì nel ripostiglio insieme alla nuova scarpiera su quel mobiletto un po’ storto che ne era venuto fuori dai pezzi d’avanzo. Stava bene lì e io l’ho lasciata lì solo per un giorno, il giorno in cui ho lasciato le gattine in convalescenza.

Per la corda pioveva e siamo tornati a casa dove ho trovato la pianta distrutta.

Le gattine l’avevano dissotterrata e buttata per terra e avevano buttato la terra ovunque e la pianta era tutta rotta, distrutta, ammazzata così in questo inverno troppo caldo.

L’ho portata fuori e ho cercato di sistemarla ma ogni foglia che mi rimaneva in mano accresceva la mia rabbia e il mio furore.

L’ho lasciata lì, le ho buttato sopra una secchiata d’acqua perchè la terra si posasse pesantemente sulle sue radici massacrate e poi ho preso l’aspirapolvere per togliere la terra dal ripostiglio.

Era ovunque, c’era terra ovunque, i mobili del ripostiglio sono coperti con le tende che ho fatto appositamente confezionare e i cestini nei quali tenevo il necessario per pulire le scarpe, la biancheria sporca, i pochi oggetti per il cucito e le lampadine, le chiavi, fino a quello più grande che contiene tutta la mia piccola collezione di campionicini di prodotti di profumeria, erano pieni di terra. Una terra sabbiosa adatta per piante grasse e secca, asciutta, chiara.

Ho iniziato a spostare prima una scatola, poi un cestino e poi un altro ma mentre spostavo quegli oggetti la rabbia saliva e montava e si faceva furore.

E’ stato così che in cerca della terra ho cominciato a lanciare fuori i cesti e poi le scatole delle scarpe e infine quel mobiletto tutto sbilenco che cadendo si è rotto e rompendosi la rabbia è montata ancora di più e ho preso a calci come ho preso a calci le scatole degli stivali e quelle delle scarpe.

Più rompevo, fracassavo e tiravo calci, più aumentava la rabbia e ho lasciato questa rabbia aumentasse fino a quando è toccato agli stivali e poi di nuovo al mobile che ho spaccato e alle ceste piene di roba che è volata per terra. E poi i cassetti, l’armadietto, e altre scatole e la piccola cassapanca e l’aspirapolvere che tirava su terra ovunque mentre pezzi di carta e cartone e legno schizzavano per aria insieme alle saponette, i piccoli flaconcini della crema che rilassa, quella che tonifica, quella che distende quella che lucida le scarpe.

E’ andata avanti così per un’ora, poi sono uscita in giardino sotto alla pioggia e ho cominciato a piangere ma piangevo di rabbia, una rabbia sorda e cattiva che mi ha costretto a tornare dentro.

Un altro calcio qua e un altro là…. poi mi sono fermata.

Ho pianto.

Ho sistemato tutto.

Ho finito adesso.



Donne con le gonne

Viscontessa, 20 Gennaio 2007

Allora oggi mi è arrivato per posta lo Stronzolendario e io mi sono visibilmente commossa.

Il mio primo calendario! Ma vi rendete conto? Oggi se non hai fatto almeno un calendario non sei davvero nessuno e poi adesso che anche il Dott. House nella nuova serie ha smesso di lamentarsi per il ginocchio e si è messo a fare sport, (preciso, preciso come me), mi sento davvero una donna realizzata.

Certo ci sarebbero ancora una paio di cosette da ritoccare, l’altro giorno per dire, c’era un essere transegenico negli spogliatoi della palestra che parlava di piccoli interventi estetici con una disinvoltura da far invidia. Tette, culo, fianchi, cosce, ginocchia, ventre, labbra, zigomi, naso….tutto, lei si era rifatta tutto ma nonostante il tutto rifatto, aveva un trucco pesantissimo e io mi sono chiesta se esista infine un traguardo estetico da raggiungere, un obbiettivo raggiunto il quale uno si mette in pace con se stessa o almeno con quello che di lei resta.

E poi non so dipingere, da piccola era bravina ma poi ho smesso e mi sono messa a lavorare a maglia e dev’essere stato questo il motivo per cui son sempre rimasta solo una viscontessa mentre la signora Giarina, la principessa, è diventata la signora distinta e di classe che tutti conoscono e sono sicura che a lei non capiti mai di uscire con le pantofole ai piedi o di dire “cazzo, cazzo, stracazzo”.

Così lei ha finalmente finito di preparare la sua mostra mentre io sono ancora qui che non ho capito bene come si lavora l’incavo per le maniche del maglione.

Una volta mi ero anche data al taglio e cucito ma dopo il taglio, il cucito sarebbe stato del tutto inutile e così ho smesso.

Chi invece non ha smesso di divertirsi, di sperimentare, di provare e soprattutto di affrontare la vita con giocosa allegria è Pralina che mi ricorda (ma non lo avevo certo dimenticato) di ricordarvi che il taglio e il cucito, come ogni attività creativa, non sempre, anzi quasi mai, devono seguire regole o formule o centimetri e millimetri cuciti con il filo forte, imbastiti e poi cuciti a macchina.

Lunedì quindi tutti quelli che hanno voglia di divertirsi possono, anzi devono, venire qui.

Io invece, come al solito, finirò per non andare da nessuna parte.

La settimana prossima sarei dovuta essere su una battello sul Nilo e invece il viaggio è stato rimandato per cui potrei essere alla sfilata di Pralina ma forse no all’inaugurazione della mostra di Giraina e conoscendomi temo che mi troverete come al solito in ufficio….probabilmente a lanciare freccette contro lo Stronzaledario sghignazzando scompostamente in compagnia dei miei colleghi.

Il pettinino giapponese e i pidocchi

Viscontessa, 19 Gennaio 2007

Io ho un pessimo rapporto con i pidocchi.
Nessun pregiudizio in merito, non ho niente contro i parassiti in genere ma non riesco proprio a stabilire un rapporto con i pidocchi.
Con le pulci, per esempio, mi trovo molto più a mio agio. La loro presenza la noti subito dal furioso grattarsi degli animali e se di sorpresa prendi il gatto e con una mossa da karate lo metti a pancia in su, le pulci, che di arti marziali non ci capiscono niente, non fanno in tempo a dileguarsi nel pelo del gatto e le individui immediatamente.

Una volta, una delle prime volte che ho avuto a che fare con loro, mi sono messa in giardino con una ciotolina piena d’acqua, con un gatto e con un pettino a denti fittissimi.
Il gatto stava beatamente al sole e io lo pettinavo velocemente e poi le pulci stordite che restavano nel pettinino, le affogavo nella ciotolina d’acqua.
La procedura fu un po’ lunga ma il metodo efficace ed ecologico.

Il pettinino a denti fitti non era un pettinino da gatti ma un pettinino giapponese che avevo acquistato qualche anno prima nel corso del mio processo formativo di shopper addicted.
Gli acquisti che caratterizzano questa fase sono infatti non solo del tutto inutili come buona parte di quelli che caratterizzeranno il resto della carriera di una shopper woman qualificata, ma non avranno bisogno, come accadrà in seguito, di essere giustificati da un motivo che lenisca i sensi di colpa che ne derivano.

L’episodio del gatto e della ciotolina d’acqua risale a oltre quindici anni fa e di quel pomeriggio, nel quale la crisi adolescenziale già cominciava a fare posto a quella della mezza età (sono sempre stata precocemente in crisi) ricordo soprattutto il sollievo provato dall’utilità riscontrata nell’usare un oggetto inutile già passato da almeno tre traslochi.

Giunto quindi al suo sesto trasloco, il pettino perse ogni utilità perché in quel periodo il mio rapporto con i parassiti, si concentrò soprattutto verso le zecche.
Non che le pulci non facessero di tanto in tanto la loro comparsa, ma di fronte a zecche grosse come cacche di pecore o piccole e tenaci come giovani zecche, le pulci rappresentavano il problema minore e la guerra tra me e le zecche poteva essere tranquillamente combattuta a mani nude.
Il pettinino non ricordo neanche dove fu collocato nel corso della nostra permanenza in quella casa, ma ricordo invece benissimo che dopo pochissimo tempo, avevo imparato a sorprendere le zecche con movimenti talmente rapidi e precisi, che le poverette si ritrovavano dentro ad un barattolo di vetro senza neanche rendersi conto di come ci erano finite.

All’inizio infatti rimanevano lì dentro immobili, un po’ stordite e con tutte le loro zampette ancora chiuse in se stesse nella forse errata convinzione di trovarsi attaccate qualcosa. Poi piano piano aprivano le zampe e per un po’ se ne andavano in cerca di una superficie calda e morbida nella quale attaccarsi. A dire il vero adesso non ricordo neanche con esattezza per quanto tempo durasse la loro ricerca ma il mio barattolo di zecche lo ricordo invece benissimo.

I pidocchi invece non li avevo mai visti, poi un giorno raccolsi quello che rimaneva di un vecchio gatto randagio sordo e con un emiparesi al muso e quando lo portai dalla mia amica veterinaria, lei inorridì e mi spiegò che ciò non era dovuta solo all’aspetto raccapricciante di quel gatto, ma soprattutto alla presenza sullo stesso dei pidocchi.
Che sarà mai, pensai io, pulci, zecche, pidocchi….così lei prese un pidocchio, lo mise su un vetrino e mi costrinse ad osservarlo al microscopio e lì compresi di quanto bastarda sia la natura che non solo ti fa nascere pidocchio ma ti da anche un aspetto da pidocchio che per chi non lo sapesse, è davvero orribile.

Fatto sta che ormai al suo ottavo trasloco, il pettinino è ancora qui.
Se ne è andato il primo gatto pulcioso, il secondo pidocchioso e tutti gli altri animali che ne hanno usufruito ma lui, per un motivo che ignoro, è sopravvissuto a tutto e a tutti e adesso se ne sta addirittura nel cassetto di una piccola specchiera che tengo sul comò.
L’unica cosa che so è che ricordo di aver pensato più di una volta di buttarlo o di regalarlo a mia figlia ma ciò che invece non ricordo affatto, è il motivo per cui poi ciò non è avvenuto.

Tornando quindi ai pidocchi, era già da qualche tempo che mia figlia lamentava un fastidioso prurito in testa. Ai pidocchi ci abbiamo pensato subito ma per quanto cercassi tracce della loro presenza, non riuscivo a trovare niente.
Eppure, le dicevo, di certi esseri viventi ho una certa esperienza. Ricordi quando lamentasti delle strane punture di zanzare sulle gambe? Pulci, dissi subito osservando le piccole punture che non arrivavano oltre al ginocchio ovvero l’altezza massima del salto di una pulce da un tappeto.
E il giorno dopo disinfestai il tappeto e poi tutta la tappezzeria che poteva ospitare le pulci.
E rammenti quella sera in cui ti faceva male un orecchio e mentre mangiavi il tuo piatto di pasta io ti tolsi in un sol gesto la zecca dall’orecchio?
La vita di campagna! Una volta c’era una cavalletta che si mangiava un pezzo di pane secco e colorato creato all’asilo da mia figlia. Quella sera me ne ero rimasta ad osservare il pasto della cavalletta per ore….ma sto divagando.

Dicevo che quindi tutto questo gran cercare pidocchi o lendini non ci aveva portato da nessuna parte. Ogni sera, con la stessa attenzione con cui osservo la pancia dei gatti, le guardavo attentamente i capelli ma io un pidocchio di dimensioni reali e non ingigantite da un microscopio e soprattutto le lendini, non le avevo mai viste così non riuscivo a trovare niente.
Ogni tanto mi capitava di vedere qualcosa di bianco ma ricordavo ancora con orrore quando ai tempi della scuola, a seguito di uno dei primissimi allarmi pidocchi che gettò nello sconforto famiglie intere, confessai pudicamente alla mia amica del cuore che io dovevo sicuramente averli ma lei, dopo avermi osservato attentamente la cute mi disse che quelle non erano lendini ma forfora.

Così qualche settimana fa ormai angosciata da questo gratta gratta, era arrivata alla conclusione che non potesse trattarsi di pidocchi perché così fosse stato, saremmo stati ormai tutti pidocchiosi come il vecchio gatto bianco di cui sopra e ho telefonato alla pediatra.
La cosa strana è che tutti ti dicono di controllare se la bambina ha i pidocchi e ti spiegano anche come si fa ma non c’è nessuno che di fronte alle tue titubanze, si offra per fare il lavoro al posto tuo.
Ed è per questo che un paio di settimane fa ho fissato una visita dermatologica e una allergologica per mia figlia.
Se ci fossero stati i pidocchi me ne sarei accorta! E per marzo adesso abbiamo questo appuntamento presso la Asl 10 di Firenze.

Ieri sera infine, stufa di questo prurito, ho deciso di rifare un altro schampo contro i pidocchi a mia figlia ma questa volta, a differenza delle altre, mi è tornato in mente il famoso pettinino dell’età paleolitica (ormai ha più di venticinque anni!) e con la stessa pazienza con cui a suo tempo avevo spulciato il gatto, ho pettinato per ore i capelli di mia figlia fino a quando mi si è indolenzito il polso e lei si è addormentata con il pettine nei capelli.

Io adesso come stiano le cose non lo so ma quello che so è che lei oggi mi ha comunicato, tutta felice, che oggi non si è mai grattata la testa.
Se avesse i pidocchi o meno continuo a non essere in grado di stabilirlo, ma ciò di cui sono sicura sono gli effetti taumaturgici del pettinino.

Mai avrei pensato, quando l’ho acquistato, che si sarebbe reso così utile, così longevo e soprattutto così magico e mai avrei pensato di non riuscire in nessun modo a stabilire un rapporto con i pidocchi.

Meglio l’amante del diversamente consuocero

Viscontessa, 17 Gennaio 2007

Oggi su Grazia:

Su questo blog, ma l’argomento è scottante e d’attualità, si è parlato e spesso si accenna ai famosi Pacs il cui significato è già assimilato da molti ma che resta ancora per molti altri un argomento molto confuso.

Inutile stupirsi, il pubblico che legge i giornali, che segue la politica e l’attualità è meno di quanto noi frequentatori di blog, si possa essere indotte a pensare e se è’ vero che quasi tutti, anche i meno informati, ne ricordano almeno un suono simile (pax? pac? Come si chiamano?) sono ancora di più quelli che comunque ne ignorano il significato o ne travisano le intenzioni limitandosi a recepire, e di solito a non condividere, soltanto il lato più colorito e scandalistico di una delle sue sfumature.

I Pacs sono ancora per molti una proposta di legge che intende fornire la possibilità ai gay di sposarsi (nella confusione non è raro che si confonda persino il matrimonio laico con quello religioso) e quindi di adottare dei figli.

Ovviamente non è mia intenzione con questo post spiegare cosa siano i Pacs e non lo è neanche affrontare nuovamente questo argomento ma mi preme invece spiegarvi perché a mio avviso i pacs siano ancora così lontani dal diventare realtà.

Nonostante una diffusa esterofilia idiomatica dovuta sia ad esigenze pratiche ma soprattutto ad una moda a mio avviso troppo disinvolta, la nostra lingua italiana dispone di un quantitativo enorme di termini adatti ad identificare, descrivere, aggettivare, colorire ed abbellire qualsiasi concetto.

Volendo, nonostante il diffuso uso della lingua inglese, non ci mancherebbe proprio niente compresa la fantasia e la volontà per creare dei neologismi adatti alle esigenze linguistiche di ogni situazione. I mezzi di comunicazioni poi, sono il veicolo ottimale per diffondere qualsiasi neologismo e basta un cretino qualsiasi che in una trasmissione qualsiasi dice “cammellata”, che il giorno dopo ti ritrovi sotterrato da valanghe di cammellate che non riesci neanche a spiegarti come sia stato possibile che in così breve tempo si sia potuto assimilare un simile termine.

Ecco, abbiamo i pacs, abbiamo le cammellate, abbiamo la moda easy e abbiamo anche un sacco di persone che si perplimono ma ciò che proprio non abbiamo e che nessuno si sforza di creare o definire, è la terminologia adatta a definire gli appartenenti da una famiglia allargata.

Ci siamo fermati all’aggettivazione di allargata per definire quel tipo di famiglia, molto diffuso, al quale appartengono i membri provenienti da più prolifiche relazioni di almeno uno dei suoi appartenenti, ma tuttora è profondamente instaurata l’abitudine di definire i figli di primo, secondo, terzo letto, con figli di prime, seconde o terze nozze perché ancora le nozze, il matrimonio, il suggello di Dio sulla formazione di una famiglia, risulta essere la probabilità più auspicabile.

Per gli altri poi il nulla.

Così mentre da un lato si studia l’uso di termini politacal corret per definire chiunque (dallo spazzino che è diventato un operatore ecologico, dal vigilino promosso a Police Parker, dall’invalido che si ritrova ad essere solo diversamente abile) niente si è fatto (perché certi termini non nascono a caso ma ci si studia su per fare in modo che il termine acquisisca la sfumatura che gli si vuole dare) per definire, tanto per parlare di me, la figlia di secondo letto della ex moglie di mio marito.

A voi magari sembrerà una sciocchezza ma il nipotino di mio marito mi chiama “nigna” ovvero l’abbreviazione di “nonnigna” neologismo di invenzione casereccia e preferito a “nonnastra”, e mia figlia chiama zia la ex moglie di mio marito mentre il consuocero di mio marito è per me il consuocerastro anche se stiamo lavorando tutti insieme per trovare un termine che abbia un suono migliore.

A dire il vero io avevo pensato ad un diversamente consuocero ma l’ultima volta che ho provato a presentarlo così, mi sono dovuta arrendere di fronte alla faccia sbigottita del mio interlocutore e ho finito per dire “amante, ho detto che è il mio amante” e in questo paese nel quale di fatto si tutela ancora i clienti delle prostitute ma non le prostitute che sono e restano donnacce, è molto più facile accettare la scelta di farsi un amante piuttosto che quella di fare amicizia con la ex moglie del proprio compagno

Gara fra gli stilisti italiani per chi vestirà i prossimi condannati a morte iracheni

Viscontessa, 16 Gennaio 2007

Pensavo stasera che il problema di questi iracheni è che sono proprio dei gran capoccioni che non capiscono niente. Brava gente per carità, ma sono testardi, cocciuti, incivili e rozzi.

Prendi gli americani, per esempio, loro la pena di morte la applicano spessissimo ma lo fanno con classe, senza tanto clamore, fornendo al condannato a morte tutte le garanzie di una morte in perfetta salute e tutelando la privacy della sua morte da telecamere indiscrete. Negli Stati Uniti gratis non ti curano neanche un raffreddore ma se ti devono “giustiziare” pensano a tutto loro ti fanno gratuitamente anche un check up completo e se non sei in perfetta salute, aspettano ad ammazzarti che tu ti sia rimesso.

E prendi i cinesi. Quelli poi giustiziano come un Charles Bronson fatto come un Al Pacino in Scarface ma si è mai visto che un cinesino abbia filmato un’esecuzione e poi l’abbia spedita via mms a Novella Tlemila? Ovviamente no perché i cinesi per ogni esecuzione producono duemila paia di scarpe, mangiano un quintale di cavallette e assicurano ad un paese occidentale a caso di preferirlo come futuro partner commerciale. Ma, scusi signor ministro dell’economia cinese, ma il mese scorso non aveva promesso alla Germania la stessa cosa? Celto, signol ministlo della Lepubblica di Andolla, ma lei lo sa quanti siamo noi cinesi?

E i paesi africani? In molti Paesi la morte inflitta dallo Stato neanche si prendono la briga di chiamarla pena, o lo stato Stato o il paese Paese, semplicemente si nasce e si muore con la stessa facilità con cui da noi ci si tagliano le unghie dei piedi.

Per non parlare dell’Arabia Saudita, le uniche notizie che arrivano da quel paese riguardano il prezzo del greggio e le stravaganze degli sceicchi. Tanto è il mistero che avvolge le loro esecuzioni e tali le leggende che circolano sul conto delle favolose ricchezze di quel paese, che l’unica cosa che si sussurra al riguardo è che dopo averti giustiziato ti seppelliscono in una bara d’oro massiccio con l’aria condizionata.

Ma in molti altri paesi la pena di morte è tuttora in vigore come sono in “vigore” tanti di quei dittatori sanguinari che a contarli tutti non basterebbero le dite delle mani e dei piedi dei quali ti sei appena tagliato le unghie.


Ma gli iracheni sono speciali, sono testoni, cocciuti e con queste manie da prima donna che cominciano davvero a mettere a disagio un po’ tutti quanti.

Bin Laden dalla sua piccola caverna in Afghanistan tira giù le Torri Gemelle? E noi facciamo la guerra all’Iraq. I russi sterminano i ceceni? E ce la prendiamo con Saddam Hussein per i curdi,. Gli israeliani sono costretti a regolamentare a targhe alterne gli attentati contro i palestinesi? E noi parliamo di sconfiggere la resistenza irachena. La Corea testa la bomba atomica sotto terra? E noi portiamo in tivvu le fialette del ricostituente di Powell spacciandole per la prova che l’Iraq è in possesso di armi di distruzione di massa.

L’effetto serra sta distruggendo il nostro paese? Ma siamo sicuri che la colpa non sia di questi iracheni che si lavano poco e ci impestano l’aria?

Tanto, non contenti di essere sempre sotto i riflettori della politica internazionale, ancor non paghi di aver determinato di fatto questa crisi economica che ci sta mettendo in ginocchio, ingrati verso l’umanità intera per essere stati scelti come primo paese al mondo nel quale si è importata con forza e determinazione la democrazia, fanno i democratici, processano un paio di assassini, li condannano a morte, li giustiziano e lo fanno alla luce del sole!

Ma allora, dico io, non hanno proprio capito niente, allora tutti i nostri sforzi, le nostre pene, i nostri soldi e i nostri soldati non sono serviti a niente, allora la democrazia che abbiamo cercato di insegnarli non hanno ancora capito come funziona, non sanno cosa sia o si rifiutano ostentatamente di applicarla.

Ma dico io, allestisci pure il circo del tribunale, prendi un paio di assassini e portali al circo, portaci anche le telecamere, i buffoni, le ballerine e i trapezisti ma almeno, se vuoi fare il democratico, usa tutti gli strumenti a disposizione della democrazia e se proprio non puoi fare di meglio prenditi per la formulazione della sentenza i tempi della giustizia italiana o assolvi gli imputati per insufficienza di prove o al limite, come minimo, sospendi il processo per un’improvviso sciopero ad oltranza dei cancellieri, gli uscieri, i giudici o dei giornalisti.

Insomma una cosa è certa, noi adesso dobbiamo occuparci dei saldi, degli euro del nostro portafoglio e di quelli del nostro mezzo di trasporto, dei nostri i vicini di casa che rompono, dell’imminente fine del mondo perché quest’inverno è troppo caldo, dell’uomo elegante che sfila in passerella e che tuttavia non rinuncia alla sua natura selvaggia ma romantica e di Amici della De Filippi e non possiamo, non possiamo assolutamente perdere altro tempo a spiegarvi che democrazia fa rima con ipocrisia.

Giustiziate chi vi pare come fanno tutti gli altri, ma per carità non metteteci nella spiacevole condizione di esserne a conoscenza perché questo in democrazia significa obbligarci a prendere una posizione che non sai mai bene quale possa essere.

Ora vorrei anche dire la mia ma purtroppo qui non siamo in Iraq dove la gente può calzare i sandali tutto l’anno e io, se non voglio patire il freddo, devo andare a comparmi un paio di stivali!

« Post precedenti