Una volta avevo un blog….

Viscontessa, 8 Dicembre 2006

Una volta avevo un blog.
Una volta avevo quello che pensavo dovesse essere un blog.
Lo indossavo tutti i giorni come indossavo le mutande.

Mutande scelte con cura eliminando di volta in volta quelle con l’elastico slabbrato, quelle scolorite o rovinate da una lavatrice sbagliata e quelle che non mi stavano più. Mutande semplici, a volte più elaborate, qualche volta sexy altre lacere per via di quello stato d’animo che ribelle ad ogni tentativo di addomesticamento, a volte si fa più cupo altre più allegro.
Ma erano le mie mutande, le indossavo sotto ai pantaloni o sotto ad una gonna, e stenderle in pubblico non mi identificava come la signora del piano di sopra o quella dell’appartamento di fronte. Erano le mie mutande, mutande che mi appartenevano ma non avevano un nome.
Gli oggetti, come le parole, i volti o le azioni, non rappresentano di per se qualcuno, non sono una carta d’identità né identificano la persona che fa mostra delle sue cose ma sono ugualmente qualcosa di privato e molto personale che non dovrebbero essere oggetto di giudizio ma solo spunto di riflessione.

Un perizoma non significa sesso, una lacrima non significa dolore e una risata non significa gioia.

Una volta avevo un blog, un blog molto intimo dove alcune ferite sanguinavano ancora e altre andavano piano piano rimarginandosi per lasciare poi cicatrici che non se ne andranno più. Avevo un blog senza consistenza e senza forma nel quale metafore, allegorie e realtà andavano intrecciandosi tra loro a volte con leggerezza altre con spietata crudeltà. Un blog di parole sintetizzate in un titolo che rappresentava da solo ciò che io sentivo, ciò che ho cercato di superare, ciò che ho curato o dimenticato o semplicemente affidato al tempo e alla necessità di vivere e sopravvivere anche quando ti chiedi insistentemente dove sia l’uscita di sicurezza.
Avevo un blog che un giorno ho chiuso con un lucchetto come un vecchio diario perchè ogni dolore, ogni delusione, ogni amarezza ha il suo tempo scaduto il quale, si deve decidere di vivere e lottare e andare avanti, oppure morire, morire dentro piano piano per consumarsi come una candela.

Siamo ciò che siamo per quello che abbiamo vissuto, per come abbiamo affrontato le nostre esperienze, per le scelte che abbiamo fatto ma ognuno di noi ha dentro, nel suo codice genetico, qualcosa di più e di diverso dagli altri, qualcosa che lo porta a reagire alla vita e alle medesime esperienze in maniera diversa.
Non è una scelta, non ho scelto di affrontare le esperienze dolorose con grinta come mia sorella non ha scelto di difendersi dal mondo producendo più anticorpi di quanto fosse necessario, semplicemente succede, semplicemente sono fatta così, semplicemente mia sorella ha sviluppato un modo di difendersi che alla fine ha preso il sopravvento anche sul suo organismo mentre io ne ho sviluppato uno che mi porta a rintanarmi su piedistalli sempre più alti dove gli altri difficilmente riescono a raggiungermi.

Viscontessa è il mio nick, lo è sempre stato perchè avevo bisogno di incoraggiarmi e incoraggiare la mia autostima con un po’ di ironia, una viscontessa che se con il suo vecchio blog fosse andata in cerca di consensi, non lo avrebbe chiuso.
Una viscontessa che un giorno ha solo detto basta, ha chiuso il suo diario e ne ha acquistato un altro su cui ha messo il suo nome, il suo cognome e quella leggerezza d’animo che andava cercando da tempo.

Il resto è solo la vita che non conosce giustizia né pietà, farsi una ragione del fatto che altri siano più belli, più bravi, più fortunati, più simpatici o più dotati di te, significa accettare la vita, accettare i propri limiti e impiegare le proprie risorse per trovare la propria strada anziché per farsi rodere dall’invidia.
Quello che in fatto di “pubblicazioni” questo blog mi ha portato è merito delle mie doti e non dei miei difetti, se ho pubblicato un libretto o ho una rubrica su un quotidiano “free press” è perchè a qualcuno è piaciuto ciò che scrivo e non perchè per qualche mese della mia vita ho steso in incognita le mie mutande.

p.s siamo a Natale e ho deciso di essere buona, per questo, nonostante il tono del commento cancellato, ho deciso che il suo autore volesse esprimere più delusione che malevola invidia.

Riapro i commenti nella speranza di.

Quando passi molto tempo sotto ad un pero va…

Viscontessa, 5 Dicembre 2006

Quando passi molto tempo sotto ad un pero va quasi sempre a finire che qualche pera marcia ti casca sulla testa.
Si potrebbero dire al riguardo molte cose ma quasi tutto quello che potrei dire è già stato detto da molti altri che un bel giorno hanno chiuso o reso privati i loro blog per poi dissolversi nell’etere come neve al sole.
Io non chiuderò il blog, almeno non per ora, ma, almeno per ora, mi trovo costretta a disabilitare i commenti che se ne sarò capace, verranno ripristinati solo su invito.

Tanto il/la faccia di merda che ha lasciato poco fa un commento anonimo sul mio blog è caldamente invitato/a a scrivermi in privato e a qualificarsi in maniera tale che io possa in tutta tranquillità e riservatezza, spaccargli la faccia.
Con le sue illazioni e supposizioni, ci pulisco il culo del mio cane ma le insinuazioni e le informazioni che ha divulgato gliele ricaccio in gola a calci.
Non so se sia possibile, ma ti assicuro che se riesco a scoprire chi sei, brutto vigliacco che non hai neanche avuto il coraggio delle tue azioni, ti vengo a cercare a casa e ti spiego un paio di cosine.

Mi scuso con tutti gli altri, la mia mail è lì a portata di mano per chiunque ne avesse voglia.

Vola, colomba bianca vola

Viscontessa, 5 Dicembre 2006

Una primavera di molti anni fa quando le mie coetanee già si dedicavano ai primi approcci con il mondo dell’uccello adulto, io mi trovavo a covare un uovo di colomba nella tasca del mio cappottino di adolescente convinta, nonostante i tentativi altrui di dissuadermi, che vedersi nascere un uccello tra le mani, fosse un’ottima occasione per instaurare con lui un durevole rapporto di fiducia e reciproca conoscenza.

L’uovo era stato lungamente covato da una candida colomba che una notte , insieme alle sue compagne, era caduta vittima dell’imboscata di una volpe da cui si era salvato appunto soltanto quell’unico uovo.

Mio zio, il proprietario delle colombe e della colombaia costruita sopra al suo piccolo cottage di campagna, mi disse subito di non farmi alcuna illusione ma la fanciulla sotto al pero, che quando si parla di certi argomenti ad essere del tutto sincera, da sotto il pero non si è mai alzata, non volle sentire ragioni e si infilò l’uovo nella tasca del suo cappottino cercando, con il tepore delle sue mani, di far schiudere il piccolo uovo affinchè una nuova colomba potesse spiccare il volo nel cielo blu della Costa Azzurra dove lo zio viveva e lei stava trascorrendo quella piacevole vacanza.

Per i tre giorni in cui la fanciulla si dedicò alla cova, la sua mano non abbandonò mai l’uovo e nel corso delle notti in cui le era vietato coricarsi con il solito cappottino, l’uovo veniva riposto ora sotto il cuscino, ora sopra alla pancia, ora in luoghi il cui tepore non poteva mai venire meno.

La fanciulla mangiava con una sola mano, si lavava con una sola mano e con una sola mano faceva qualsiasi altra cosa mentre nella sua mente già evidentemente compromessa da una fin troppo lunga permanenza sotto ad un pero, prendevano vita struggenti immagini di una piccola colomba che rompeva il guscio con il suo fragile becco e che osservando il mondo per la prima volta, riconosceva in lei la madre naturale, la colomba bianca che l’aveva generata e che le avrebbe insegnato a vivere e volare.

Di tanto in tanto, nascosta negli angoli più remoti del giardino, la fanciulla tirava fuori l’uovo dalla tasca e senza mai fargli mancare il tepore della sua mano, osservava l’uovo attentamente cercando di cogliere i movimenti di quella vita che a suo avviso, andava di giorno giorno formandosi dentro al guscio.

La fanciulla e il suo uovo erano felici, gli adulti sempre così impegnati ad organizzare gite, pranzi e cene che rallegrassero la loro vacanza, dimenticarono presto l’uovo nella tasca del cappottino e i primi giorni non fecero neanche troppo caso a quella mano della fanciulla sempre intenta a covare l’uovo.

Poi, allo scadere del terzo giorno, lo zio della fanciulla che non aveva dimenticato, mi chiese cosa ne avessi poi fatto di quell’uovo e quando io orgogliosa lo tirai fuori dalla tasca del mio cappottino, un’espressione stupita, preoccupata e inorridita, si impadronì dei volti degli adulti e un urlo di terrore si levò alto nel cielo “ma sei matta! Butta immediatamente via quell’uovo prima che marcisca e si rompa!”.

La fanciulla allora scoppiò in lacrime, in amarissime lacrime asciugate solo dalle dolci parole dello zio che si intendeva di uova e che le spiegò che l’unica possibilità che la colomba dell’uovo potesse nascere anche senza la cova della madre, sarebbe stata che l’uovo si fosse schiuso quasi subito dopo il suo ritrovamento.

“ma la colomba che sta dentro?” singhiozzò la fanciulla

“è morta” sentenziò amorevolmente lo zio e quando la fanciulla strepitando come una strega tentò la fuga nel bosco per andare a covare il suo uovo in santa pace, fu placcata da uno degli adulti che nel tentativo di fermarla, urtò l’uovo che si ruppe……

Dentro, effettivamente, c’era una piccola colomba bianca perfettamente formata ma perfettamente morta che non appena si affacciò alla vita in quelle misere condizioni, sprigionò nell’aria una nube tossica che causò attacchi di nausea e vomito in buona parte dei presenti compresa la fanciulla.

Il resto, purtroppo, fu solo il consueto espletarsi di una funzione religiosa che ebbe luogo nel prato del giardino dove dentro ad una piccola buca, furono sepolti i resti della colomba e con essa la prima grande delusione della fanciulla per il mondo degli uccelli.

storia di una dattilografa senza dita

Viscontessa, 3 Dicembre 2006

Ieri sera, osservando gli indici di entrambe le mane, ho capito che i tempi erano ormai maturi e che prima che anche io maturassi troppo, era giunto il momento di scrivere finalmente il capolavoro destinato a rivoluzionare la letteratura italiana.
Il romanzo, naturalmente, è già tutto scritto nella mia mente e ora, prima che le restanti otto dita delle mani facciano la stessa fine degli indici, è bene che mi sieda di fronte a questa tastiera per creare qualcosa di veramente unico e prestigioso che non sia soggetto al deterioramento materiale a cui andranno ovviamente incontro le mie ultime creazioni artigianali.
Un indice me lo sono giocato la settimana scorsa tentando di scrostare una cacca di pappagallo dal paralume di una lampada, sull’altro sono intervenuta ieri con una martellata che mi ha annerito l’unghia e che adesso si rifiuta anche solo di avvicinarsi alla tastiera.
Tutto nasce da un sogno di bambina e dal destino cinico e baro che si prende gioco delle nostre ambizioni frustrandole e maltrattandole fino a renderle uno sbiadito ricordo della nostra infanzia, e se ciò che siamo diventati da adulti non assomiglia neanche lontanamente alla proiezione dell’adulto che avevamo di noi nell’infanzia, ciò non significa che la vocina di quel fanciullo fiducioso e ingenuo che alberga in noi, debba rimanere per sempre inascoltata.
Sii te stesso, abbi il coraggio di affrontare la vita sempre a testa alta, credi nei tuoi sogni, impegnati per realizzarli e soprattutto non lasciare mai che siano gli altri ad ammazzare le tue ambizioni.

Questo in sintesi il succo del romanzo, un racconto autobiografico che inizia un pomeriggio d’estate sotto un pero quando una fanciulla perduta nello struggente spettacolo del tramonto, posa la manina sul suo cuore e scopre che quella fitta al petto che lei aveva interpretato come l’infausto presagio del destino, altro non era che il giovane dolore di una ghiandola mammaria che si affacciava per la prima volta sul mondo.
La fanciulla, rassicurata da quella ghiandola mammaria, si rende conto che da grande non dovrà fare la scrittrice come aveva temuto di fronte alla possibilità che il dolore al petto fosse il frutto di un’emozione troppo intensa per non essere descritta, e alzandosi dal pero sotto il quale era seduta, corre ad iscriversi ad un corso di dattilografia.
La sua infanzia infatti, era stata caratterizzata dalla malinconia dell’animo di un futuro incerto. Guardandosi ogni mattina allo specchio, aveva per lungo tempo temuto di dover fare della sua bruttezza virtù e ormai sulla soglia di un’adolescenza che pareva essersi dimenticata di lei, era quasi del tutto convinta che le sarebbe toccato studiare come un ciuco per ritagliarsi una sua posizione nella società.
Poi quel giorno sotto al pero aveva finalmente ricevuto il segnale in cui aveva riposto a suo tempo tante aspettative e ora, consapevole di una bellezza che sarebbe sbocciata entro breve ed entro breve se ne sarebbe andata, si apprestava con rinnovata fiducia ad affrontare il mondo e ad impegnarsi con tutta se stessa per realizzare il suo sogno di bambina.
Lei da grande avrebbe voluto fare l’amante di un uomo ricco e potente e quel seno, quella piccola ghiandola che finalmente le si era rivelata sotto il tocco lieve delle sue dita, le aveva confermato che anche lei sarebbe potuta essere ciò che aveva sempre sognato.
Per questo si era iscritta ad un corso di dattilografia, nei suoi progetti di bambina sapeva bene che diventare una brava segretaria sarebbe stata l’occasione migliore per realizzare il suo sogno e le sue dieci dita, fino ad allora preoccupate dall’idea di dover tenere in mano soltanto una penna, trovarono finalmente anch’esse la loro parte nel progetto della fanciulla.
Il romanzo, con un finale ovviamente a sorpresa, ripercorrerà la vita di questa donna, i suo tormenti, i suoi successi, i suoi fallimenti e il lungo e doloroso percorso interiore che la porterà ad acquisire una nuova e sconvolgente consapevolezza. Ambientato tra gli anni ottanta e novanta, il romanzo fornirà uno spaccato crudele e fedele di quegli anni per giungere fino ai giorni nostri in un alternarsi di personaggi e situazioni nei quali ciascuno potrà almeno in parte riconoscersi.
Un romanzo, che scritto stravolgendo completamente le regole di sintassi, punteggiatura, ortografia e senso logico, rappresenterà il primo romanzo della corrente letteraria del “kappa” di cui nei secoli futuri se ne riconoscerà l’immenso valore letterario e storico che esso rappresentarà.
Ora vado ad attaccare una mensola e quando ho finito io e le mie otto dita torniamo qui.

Speriamo che tanto non siano diventate sette altrimenti non finirò mai……

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