bis-contessa

Viscontessa, 29 Dicembre 2006

Stasera, mentre me ne stavo dentro all’idromassaggio compiacendomi per l’impegno una volta tanto profuso nel mantenere fede ai miei buoni propositi, ho timidamente osato pensare che per l’anno prossimo potrei persino osare qualcosa di più.

Un getto d’acqua mi ha fatto sobbalzare improvvisamente una natica e mentre mi guardavo intorno nella speranza che nessuno avesse notato quello sfacciato ribollir di carni, mi è sovvenuto che il 22 di gennaio non ci sarò.

Il 22 di gennaio infatti, ci sarebbe la sfilata caustica al CPA di Firenze segnalata da Pralina e in memoria dei bei tempi quando nel mio condominio viveva ancora l’allegra combriccola dei punckabestia, avrei volentieri riassaporato quel senso di totale anarchia che da sempre regna sovrano in certi luoghi.

Purtroppo però per quella data ho in programma un viaggio, un viaggio vero, il primo dopo oltre dieci anni che il destino, per una serie di condizioni astrali favorevoli, mi ha voluto offrire una giornata di dicembre mentre acquistavo non ricordo più quale fantastico attrezzo da lavoro dal mio ferramenta preferito.

Ma di questo parlerò a suo tempo.

Ciò invece di cui mi premeva oggi parlare, era di quel timido rigurgito di autostima immediatamente scomparso tra le bollicine dell’idromassaggio e di cosa mi ha condotta in questi ultimi mesi, ad osare simili pensieri.

Non farò su questo post il classico bilancio di fine anno, ma sono già da giorni che mi osservo allo specchio con uno sguardo nuovo e non so decidermi se ciò che vedo mi piaccia o meno.

Il fatto è che circa sei mesi fa, più o meno in concomitanza con quella che sarebbe dovuta essere l’uscita del mio libro, mi è parso che questo blog non avesse più molto senso.

Privato della sua natura più intima, offerto in pasto ad un pubblico vero, reso pubblico dalla pur limitata pubblicità che ne ha fatto il libro, una mattina mi sono trovata di fronte ad una pagina bianca senza saper cosa scrivere. All’inizio ho pensato che fosse una crisi passeggera e ho abbandonato il blog senza rimpianti per tutta l’estate, ma poi, finite le vacanze, mi sono accorta che c’era ancora qualcosa che non andava e per non crearmi più sensi di colpa di quanti già non ne coltivi normalmente, ho iniziato a fare altre cose.

Mi sono messa a dieta, ho costruito la scarpiera, ho lavorato sodo in ufficio e soprattutto ho lasciato col tempo che mie pensieri fluissero in maniera più diretta e meno contorta concentrandomi più su me stessa che non sul quel mondo esterno che mi piaceva tanto osservare.

Il blog tanto era sempre lì con i suoi ammiccamenti e i suoi post e ogni volta che pensavo a lui mi pareva come di averlo tradito, abbandonato, tenuto in vita artificialmente con post di cui a distanza di sei mesi, ne salverei forse un paio.

Ho seppellito Otto, il mio cane, questa primavera e per lui non ho quasi versato neanche una lacrima ma con lui e con il libro, ho seppellito anche una parte di me, ho chiuso un capitolo della mia vita e insieme ai quasi dieci chili persi, alla palestra, ai sogni infranti e gli affetti spezzati, ho perduto anche questo blog e quello che per me esso rappresentava.

Un po’ me ne sono fatta una ragione, un po’ nei miei post lascio spesso trasparire questo senso di inadeguatezza che provo di fronte a ciò che era prima questo blog, un po’ mi rammarico per come sono diventata e un po’ mi illudo di non aver perduto per sempre quel lato oscuro ma così caro del mio carattere.

Parlando oggi pomeriggio con la mia collega con la quale solo ultimamente e dopo tre anni che lavoriamo insieme abbiamo cominciato a prendere in considerazione l’idea di definirci amiche, ho compreso quanto sia difficile per gli altri penetrare il mio mondo e quanto io sia sempre riuscita a mettere a disagio gli altri pagando con una solitudine difesa ad ogni costo, questo mio modo di essere nel quale le mie malinconie,le fantasie, gli affetti, l’ironia e le debolezze si esprimevano sovrapponendosi e intercambiandosi tra loro..

E ho compreso, prima che il rigurgito di autostima affiorasse rapidamente dall’acqua per poi nuovamente scomparire sotto alla sua superficie, di come in questi ultimi mesi abbia imparato a tollerare, ad apprezzare e quasi a voler bene, a quella solitudine che d’un tratto, sentendosi evidentemente sollevata dall’incarico di tenermi compagnia, si è presa una vacanza lasciandomi in custodia a me stessa, e portandosi via contemporaneamente tutto ciò con cui l’avevo fino ad oggi sostenuta.

Per questo oggi dentro a quella vasca da idromassaggio mentre pensavo a quanti obbiettivi avevo raggiunto quest’anno, mi era venuto in mente per il 2007 di pormi nuovi traguardi che contemplassero questa volta la possibilità di mettermi davvero in gioco senza rifugiarmi, per il timore delle delusioni, in quella solitudine che mi è stata vicina per tanti anni.

Poi quella natica impertinente mi ha riportato alla realtà e mi son resa conto che quella che sono diventata può proporsi solo per essere una delle tante, come tutti, come chiunque.

Una volta un’amica mi disse che si era iscritta in palestra e aveva comprato un cellulare nuovo e scherzando (ma non troppo) mi disse che finalmente anche lei si sentiva una donna al passo con i tempi. Ecco, forse anche io mi sto uniformando al mondo ma aprire questo blog ogni giorno, significa per me rendermi dolorosamente conto di quanto le uniformi possano essere strette.

Vi lascio con l’augurio che l’anno nuovo sia per voi un anno carico di altri auguri e che per me sia l’anno in cui dimenticarmi di me.

Al riguardo, un “come ero” sull’articolo di oggi su Il Firenze tratto da un mio post di esattamente un anno fa, e un “come sono” su Grazia e su “cosa forse vorrei essere” da Blimunda.

E ora, tanto per chiarirmi le idee, sparate a zero, prendetemi a freccette sul calendario e sotterratemi di critiche. Perché devo capire e devo capirmi.

quello strano senso del pudore

Viscontessa, 28 Dicembre 2006

Se si tratta di andare a comprare le sigarette nel bar dell’angolo, tengo ai piedi le mie pantofole gialle, i pantaloni del pigiama con gli orsacchiotti e vado.

Avevo una vecchia tuta nera che indossavo spesso per portare fuori il cane. Quando rientravo a casa dal lavoro, mi toglievo il tailleur e le scarpe alte e uscivo con la vecchia tuta nera e i capelli legati.
Allora in ufficio mi prendevano un po’ in giro perché qualche volta, quando sapevo che non dovevo incontrare dei clienti, arrivavo con la vecchia tuta da ginnastica e il giorno dopo in minigonna e giacca oppure con i jeans e le scarpe da ginnastica.
Mi sentivo a casa, mi vestivo così.

Quando mi sono trasferita a Roma per lavoro, ho subito acquistato una bella tuta nuova, bianca, bellissima e di ottima marca.
A Firenze avevo il mio cane nero mentre a Roma avevo un cane bianco e finito di lavorare tornavo a casa mi toglievo il tailleur e portavo al Pincio il mio cane bianco con la mia bellissima tuta bianca.
La prima volta che sono uscita con la tuta bianca, mi sono sentita terribilmente in imbarazzo, come fossi nuda, come se invece di una bellissima tuta bianca fossi completamente nuda con un cane al guinzaglio. Nudo pure lui.
La tuta bianca e la tuta nera, a distanza di oltre dieci anni, sono ancora nel mio armadio. Quella nera è bucata mentre la bianca è macchiata di morchia della bici e di qualcos’altro sulla coscia di cui non saprei indicare la provenienza.
Indosso indifferentemente entrambe e vado a fare la spesa, a portare fuori il cane e qualche volta persino altrove.

Anche il pigiama con gli orsacchiotti è molto vecchio, così vecchio che non saprei più neanche dire da dove arriva. Sono molti anni che non compro più pigiami né camicie da notte perché le mie vecchie tute e due vecchi maglioni infeltriti, bucati e macchiati sono diventati la mia divisa da casa.
Qualsiasi sia la mia attività casalinga.
Del cane bianco e del cane nero, invece, mi rimane soltanto una vecchia foto scattata con una polaroid. Il cane nero che fissa preoccupato l’obbiettivo, quello bianco acciambellato con gli occhi chiusi sul cane nero.

In palestra le cose piuttosto bene, mi siedo, faccio i miei esercizi poi torno nello spogliatoio, indosso il costume e l’accappatoio e attraverso il salone per andare verso il thermarium.
Come fossi a casa mia.
Come se io con quel posto avessi la stessa confidenza che ho con le mie tute, con i miei cani, con il bar dell’angolo o con il supermercato.
Sono costretta insomma a condividere l’intimità del mio accappatoio bianco con una marea di estranei e le cose non vanno certo meglio dentro agli spogliatoi dove le donne stanno tranquillamente tutte nude a spalmarsi creme o ad asciugarsi i capelli.
Io cerco sempre un angolo più nascosto, la doccia più lontana o gli armadietti più scomodi.
Mi sento a disagio.
Preferivo il mio cane bianco e il mio cane nero.
Con loro sarebbe stato più semplice attraversare il salone con l’accappatoio bianco o con la tuta nera.

per tutto il resto c’è matercard

Viscontessa, 27 Dicembre 2006

La prima tastiera su cui digitare il mio primo errore grammaticale, ventimila lire con Matercard.
Il mio primo approccio con i blog, venti euro di connessione senza Adsl con Mastercard.
Il primo post erotico su un blog, duecentoo commenti con Mastercard.
La mia prima amica virtuale, venti anni con Mastercard.
I primi stronzi su internet, duemila anonimi con Mastercard.
Il primo multiblog mandato affanculo: due partecipanti con Mastercard.
Il mio primo anno di blog, duecento post con Mastercard.
Il mio primo libro due lettori con Mastercard.
Il mio primo pensiero la mattina, tra due minuti mi alzo con Mastercard.
Il mio secondo pensiero la mattina, vorrei avere duemila Mastercard.
Il terzo pensiero la mattina, vorrei avere duecento paia di stivali con Mastercard.
Poter dire a distanza di quasi due anni “lo avevo detto cazzo!” non ha prezzo.
Certe soddisfazioni non hanno prezzo per tutto il resto c’è Mastercard (preferibilmente la vostra).


p.s di solito non mi diletto su questo blog con i pettegolezzi della blogsfera. Non che mi manchino gli argomenti, le fonti o i pettegolezzi più ineressanti ma alcune sono informazioni confidenziali che per ovvi motivi di correttezza non mi pare giusto divulgare, altre sono notizie a cui non mi va di dare rilievo per non fornire pubblicità gratuita a chi ne va in cerca un po’ ovunque.
In linea di massima, poi, non sono amante del gossip se non per motivi strettamente personali (sapere con chi si ha a che fare è sempre utile) e soprattutto questo blog non è nato per questo motivo.
Tuttavia nel caso specifico ero stata a suo tempo accussata di essere una donnetta petulante e pettegola e oggi mi è parso giusto e doveroso, rendere omaggio  a questo post con il personaggio che mi era stato assegnato.


Mamma Natale

Viscontessa, 25 Dicembre 2006

Se c’è una domanda che ogni anno tiro fuori dalla cantina insieme alle palle da appendere all’albero di Natale, è perché i regali li debba portare Babbo Natale.

Passi che Gesù Bambino fosse maschio. Siamo ancora qui a raffiguracelo, bello, biondo e snello e prima che qualcuno possa mettere in dubbio la sua identità sessuale, dobbiamo come minimo farlo diventare nero, grasso e con la forfora.

E passi anche che la Madonna fosse vergine, una madre questo fanciullo doveva pure averla e se la maternità è per la nostra Chiesa Cattolica un’esperienza da esaltare ed incoraggiare, l’esperienza che la precede di soli pochi attimi è sempre stata qualcosa di molto pericoloso, così pericoloso che nella storiella della Sacra Famiglia si è preferito evitare.

E poi Giuseppe, il buon falegname, non è che ci faccia proprio una bella figura, io un po’ me la vedo la Maria che stufa di aspettare il suo fidanzato sempre alle prese con le seghe, una sera gli dice:

Giusè, io stasera esco con Gabriele”.

E chi è questo Gabriele?”

un angelo! Giusè, anzi anche di più!”.

Certo, mi dico, se a Natale le donne non fossero così impegnate con i regali, magari qualcuna avrebbe trovato il tempo di protestare per l’improbabile castità di Maria e si sarebbe battuta per riconoscerle la sua libertà sessuale prima che gli omosessuali si impadronissero del presepe, ma ormai anche questa è fatta e della Maria, ben presto si avrà ricordi di tutt’altro genere..

Volendo poi ci sarebbe ancora da dire qualcosa sul bue e l’asinello, l’uno castrato (il bue) e l’altro, si narra, superdotato (l’asinello), ma sostituire il bue con un toro o con una vacca e l’asinello con una ciuca o un mulo, potrebbe aprire scenari ancora più inquietanti che francamente non mi sentirei di giurare che siamo ancora pronti ad affrontare.


Ma Babbo Natale che con il presepe non c’entra niente, perché anche lui è uomo? La mia, (attenzione) non è una domanda che chiede di ripercorre le orme di Santa Klaus fornendo una spiegazione storica alla sua figura, ma riguarda l’invito a riflettere sull’uso che si è fatto della sua figura nella nostra cultura cattolica di tradizione ma molto materiale nei fatti.

Diciamoci la verità, non dovendo combattere contro nessuno si è fatto in questi anni di Babbo Natale, il simbolo della laicità e del consumismo natalizio. Privo di qualsiasi tipo di appoggio politico o religioso, Babbo Natale negli anni si è moltiplicato in milioni di sue sosia che si possono incontrare ovunque. Lo si è riprodotto, lo si è modellato alle nostre esigenze, lo si è fatto passare indifferentemente il 24 o il 25 di dicembre. lo abbiamo fatto scendere dal camino, saltare dalle terrazze, volare sopra i nostri tetti e molto spesso suonare alle nostre porte sotto alle mentite spoglie di Zio Gustavo.

Babbo Natale, insomma, ce lo siamo gestito come meglio e ci è parso e questa autogestione di Babbo Natale, abbia finito per rendercelo molto più simpatico e popolare di quel Bambin Gesù che i regali oltretutto li riceve e non li porta.

E allora mi dico, ma siamo sinceri, chi è in famiglia che principalmente che si occupa di acquistare i regali di Natale? Chi è che compila lista, si imbottiglia nel traffico, fugge dall’ufficio per acquistare il regalo alla suocera o cerca amorevolmente di farsi confidare dalla nipotina cosa abbia chiesto a Babbo natale? E chi è che si ricorda dello zio Ettore, della taglia della zia Adalgisa, del colore preferito della bis cugina Concetta, del colesterolo del nonno Vittorio? E chi è che si tiene informato tutto l’anno su i nuovi pupazzi della Disney, sul guardaroba della Barbie e sui nuovi modelli di micro machines?

Chi è che l’altro giorno si percorreva chilometri in un famoso negozio di giocattoli per bambini mentre un capannello di uomini stazionava nel reparto modellismo raccontandosi dell’ultimissimo modellino di motocicletta appena finito di montare? E chi cucina il brodo di cappone con i tortellini perché Babbo Natale possa sfamarsi? Chi appende ghirlande di vischio e agrifoglio perché Babbo Natale possa riconoscere la casa dove portare i regali? Chi si occupa di nascondere i regali dentro alla cuccia del cane e chi di fare i pacchetti, i bigliettini di auguri e le candele profumate?

E allora, visto che questo babbo natale è un tipo democratico che si adatta al trascorrere del tempo molto meglio a quella Sacra Famiglia tutta ingessata nel suo ruolo, non sarebbe finalmente giunto il momento di rendere giustizia ai sacrifici di tante donne e cominciare a parlare di Mamma Natale mentre il babbo è al negozio di pesca a scegliersi la sua nuovissima canna da pesca con gli amici?

Prima che Babbo Natale venga preso in ostaggio dai salutisti che lo vorranno magro, da diversamente abili che lo vorranno audioleso, dai pensionati che lo vorranno vedere arrivare in autobus, dagli stilisti che lo vorranno in smoking, dai commercianti che lo vorranno con una tuta sponsorizzata, dagli animalisti che lo vorranno senza renne, dai mussulmani che lo vorranno con il velo, dagli ottici che lo vorranno con lenti a contatto giornaliere, dai transessuali che lo vorranno con le tette o dai cinesi che lo vorranno con gli occhi a mandorla, non sarà il caso che noi donne indiciamo uno sciopero dello shopping natalizio in cambio di un riconoscimento del vero lato femminile di questo babbo? Mamma Natale non suona affatto male e poi babbo…..mamma….zio…. con i tempi che corrono, che differenza fa?

Vi lascio con i consueti auguri per un natale il più rapido e indolore possibile e vi segnalo una bella iniziativa di Squonk il cui merito è soprattutto quello di spronarci ogni anno a scrivere qualcosa e per Natale e per compensare tanto festoso clima natalizio, vi segnalo anche lo Stronzalendario in onda su Grazia dove nel mese di settembre, vi sarà possibile ammirare una viscontessa molto meno natalizia.

Un saluto particolare a tutti coloro che hanno lasciato un augurio su questo blog, a coloro che mi hanno scritto in privato e a cui risponderò quanto prima e a coloro che mi hanno lasciato i loro auguri sul loro blog. In particolare ad una Signora un po’ speciale la cui mancanza avrebbe rattristato parecchi.




Un pensierino di Natale

Viscontessa, 21 Dicembre 2006

L’importante in questo periodo è non farsi trovare impreparati. Non importa se avete già acquistato tutti i regali di Natale e adesso pensate di potervi godere il tepore del vostro appartamento, ricordatevi che il vostro campanello è ancora esposto a tutte le intemperie e soprattutto alla vicina di casa, alla collega, alla suocera. Per quanto siate sicuri di non aver dimenticato nella vostra lista proprio nessuno, è molto probabile che prima del 25 arrivi un cultore del “pensierino” che rischiando di spiazzarvi e mettervi a disagio, vi farà l’inatteso dono di un oggetto dall’inutilità proverbiale.

Il mondo là fuori non è così buono come sembra. Dentro ad ogni vicina con cui siete in causa perché vi stende sulla testa il bucato fradicio, dentro ad una collega che vi ha fregato il lavoro, dentro ad una suocera che non vi rivolge la parola dal giorno del vostro matrimonio, può nascondersi il mostro del “pensierino” che mai come nel periodo natalizio, è affamato della vostra umiliazione. Per questo non bisogna farsi trovare impreparati perché “il pensierino” non è un gesto di generosità, di riconciliazione o di affetto, ma solo un espediente fin troppo crudele per mettervi a disagio.

E per questo quando la vostra vicina che ha appena sbattuto la tovaglia con gli avanzi di trippa sul vostro terrazzo, suonerà al vostro campanello, dovete assolutamente essere in grado di ricambiare il suo porta rotoli di carta igienica in pizzo con una candela profumata alla lavanda di cui voi sapete benissimo essere allergica.

Update: su Il Firenze del 15/12


La fiaba di Natale: Biancaneve e i sette piccoli spammer

Viscontessa, 20 Dicembre 2006

C’era una volta una bellissima fanciulla con un culetto tutto rinsecchito e due pere avvizzite che le ciondolavano dal decoltè della vestaglietta con cui la fanciulla era costretta tutto il giorno ad occuparsi del suo blog. La fanciulla aveva capelli nerissimi tinti di fresco e scriveva con la sua voce soave nonostante una perfida entità virtuale tramasse nell’ombra per distruggerla.
La fanciulla, che era di animo sensibile e di tastiera dislessica, era diversamente tecnologica e da quando il suo pellegrino virtuale se ne era andato, lei era costretta a vivere in compagnia dell’entità virtuale e ad occuparsi suo malgrado di lei.

L’entità virtuale però era perfida come una strega cattiva così quando un giorno chiedendo al suo ShinyStat chi era la più quotata del reame quello le rispose che la fanciulla era più quotata di lei, l’entità virtuale andò su tutte le furie e dopo aver manomesso il suo ShnyStat, si rivolse ad Techonarti e gli disse “devi portare la fanciulla nei luoghi più oscuri della blogsfera, uccidere il suo blog e per dimostrarmi che sei un tipo fedele dovrai portarmi in pegno i suoi accessi ”.
Il Techonarti che era un tipo sempliciotto e tropo buono per ribellarsi all’entità virtuale, inviò a malincuore una mail alla fanciulla e lei lo seguì.

Così i due si avviarono verso luoghi virtuali sconosciuti e la fanciulla che all’inizio pareva timorosa e schiva, cominciò ben presto ad appassionarsi a tutte quelle parole e cazzate virtuali che popolavano quel nuovo mondo fino quando saltellando come un capretto di blog in blog a Techonarti parve che la fanciulla diversamente tecnologica fosse fin troppo vivace e gli si spezzò il cuore all’idea di farla fuori. La fanciulla, infatti, pareva essere tornata a nuova vita, leggeva e scriveva e annusava nuove parole e dopo ogni odorosa esperienza, tirava su col naso e pareva ancora più felice e pimpante di prima. Fu per questo Techonarti la soprannominò Biancaneve e dopo aver massacrato una giovane blogger che si faceva pubblicità mostrando il tatuaggio di una farfallina sulla sua natica, decise che Biancaneve doveva vivere e soprattutto condividere con lui quel tic, quel vezzo, quel suo segreto che la rendeva così felice a allegra dopo ogni odorosa esperienza.
baincaneve” le disse stringendo in mano una manciata dei commenti osceni della blogger che aveva massacrato poco prima “tu devi fuggire e salvarti dall’entità virtuale che ti vuole vedere morta. Se fai fare un tiro anche e me, io torno dall’entità malvagia e gli porto in pegno questi commenti come fossero tuoi”.
A Biancaneve, diversamente tecnologica e molto, molto ingenua come solo i diversamente tecnologici sanno essere, caddero le pere dalla meraviglia e lo spavento ma dopo aver indossato un push(er)-up che le riportò un po’ di serenità e allegria, condivise con Techonarti l’ultima pista di neve con gli impianti ancora aperti prima e poi scappò via nel bosco virtuale terrorizzata ma pur sempre piuttosto su di giri.

Cosa successe dopo Biancaneve non avrebbe saputo dirlo. Qualche giorno dopo, infatti, si risvegliò in mezzo al bosco virtuale da quello che le era parso un lungo sogno e si ritrovò avvinghiata ad un toro, ad un asino e ad un caprone che non appena lei aprì gli occhi, le si fecero ancora più vicino e gli sussurrarono ad un orecchio “ehi baby, ce la siamo spassata eh?, senti piccola, noi conosciamo un posticino poco lontano da qui dove puoi nasconderti per un po’. Un posto fidato, gestito da sette amici molto particolari di cui ti puoi fidare e noi, stai tranquilla, verremo a trovarti spesso, molto più spesso di quanto tu possa pensare……” e dopo averle fatto l’occhiolino l’accompagnarono in una piccola casetta di marzapane in mezzo al bosco e la lasciarono lì.
Biancaneve, che era una fanciulla molto educata, bussò alla porta ma nessuno rispose così aprì la porta del suo nuovo blog e si trovò in una casetta piccola, piccola con sette piccole stanze, sette piccoli letti, sette piccoli vibratori, sette piccoli calendari porno risalenti al 1992 e sette piccole confezioni di preservativi che lei non sapeva neanche cosa fossero.
che confusione!” pensò Biancaneve “devo rimettere subito tutto in ordine” ma non sapendo bene cosa fossero tutti quelle mail, quegli inviti, quei palloncini e quei vibratori sparsi in quella piccola casa, fece ancora più confusione e quando i sette piccoli spammer arrivarono nel suo blog, fu fin tropo facile per loro approfittare della fanciulla che stremata giaceva ora su uno dei sette piccoli letti con una mazzo di preservativi gonfiati tra le mani….

Il tempo passò e Biancaneve che tanto adesso si faceva chiamare Viscontessa, imparò a convivere con i suoi sette piccoli spammer che grazie all’ingenuità di Techonarti adesso approfittavano di lei e del suo handicap tecnologico quasi ogni giorno.

E se adesso pensate di conoscere i loro nomi fin troppo bene, vi sbagliate di grosso perché i sette piccoli spammer si chiamano “cazzo storto”, “fica bella” “piedi sul cazzo”, “mamma nuda” e tutti simpaticissimi nomi di questo tipo.
Se poi alla vigilia di Natale ci fosse qualche blogger di animo nobile che non sa a chi rivolgere la sua beneficenza e volesse occuparsi di liberare Biancaneve da questi spammer, sappiate che lei ve ne sarà per sempre riconoscente perché questo è un blog serio e rispettabile che di certe cose non vuole neanche sentir parlare!

A proposito, ho dimenticato la morale! Come in ogni fiaba che si rispetti anche in questa c’è una morale e la morale è sempre quella fai merenda con Girella.

Il primo giorno di palestra

Viscontessa, 17 Dicembre 2006

La tipa arriva in palestra in tarda serata. Piccoletta, rotonda, un quarantino, un quarantino e mezzo nascosto dietro ad un trucco troppo pesante persino per una serata in discoteca.
Io mi sto confessando con l’istruttore, sono solo all’inizio della mia lunga lista di peccati alla fine della quale l’istruttore finirà per consigliarmi un nosocomio piuttosto che una palestra ma questa ondata di spontanea sincerità è talmente devastante che vorrei raccontargli anche di quella volta che a tre anni ho mangiato un’intera confezione di Togo al cioccolato e sono andata a letto senza neanche lavarmi i denti.
Ciò nonostante la tipa con il suo timido sorriso non si schioda di lì e ad un certo punto l’istruttore mi interrompe e si rivolge alla tipa piccoletta e rotondetta mentre io gli sto parlando di quando in terza media ho finto di avere il ciclo per tre settimane per non fare ginnastica a scuola.

E’ sabato pomeriggio ed è la mia prima lezione in palestra da quando hanno inventato le macchine isotoniche e quelle cardioqualcosa.
Sono macchine mostruose, le osservo diffidente mentre mi chiedo dove tengano la Vergine di Norimberga e se potrò osservare la collina di fronte dalle immense vetrate della sala attrezzi, mentre mi scioglieranno le giunture legata ad una ruota di legno fatta girare con forza dai cultursti dell’ultima edizione di Mister Muscolo.
Mi viene in mente Mel Gibson nella scena finale di Brave Hart e all’improvviso mi sento quasi un’eroina pronta adesso a raccontare all’istruttore di quando un paio di anni fa con sorprendente agilità sono salita sul tetto del casotto del giardino, per salvare il gatto che non riusciva a scendere.
La tipa sorride, si schiarisce la gola, allarga ancora di più il sorriso e con tono deferente chiede scusa non tanto a me ma all’istruttore che tanto ho scoperto chiamarsi personal trainer e che entro la fine della lezione scoprirò essere una figura quasi mitologica, mezzo palestrato e mezzo psicologo, o mezzo confessore e mezzi aguzzino.
"scusa se ti disturbo….." e qui comprendo che il "tu" in palestra non rappresenta la totale assenza di formalità, ma un modo di riconoscersi come appartenenti ad un gruppo, ad una setta, ad un circolo di viziosi uniti da un’intima complicità.

dimmi” pronuncia il guru in tono solenne e autoritario.

ecco, scusa volevo chiederti una cosa, l’altro giorno mi si è bloccato il collo, ma non qui in palestra! Ho preso una frescata……”
(devo in tutti modi ricordarmi di dirgli che mi dimentico quasi tutte le sere di usare il contorno occhi).

e allora ho preso un Aulin. Volevo sapere, ma secondo te posso allenarmi?”
(allenarsi? La guardo meglio e mi viene da piangere. E’ vero che domani ho dieci persone a pranzo e non ho ancora fatto la spesa né ho idea di cosa cucinare, e poi cazzo si, devo ancora stendere la lavatrice, dare da mangiare ai gatti, rifare il letto, telefonare a mia sorella e tagliarmi le unghie dei piedi….
Ma.
Ma guardo la donnetta a forma di palla con gli occhi pesantemente truccati, i capelli freschi di messa in piega e quel suo quarantino, quarantino e mezzo che di sabato pomeriggio con il torcicollo non sa cos’altro fare se non andare in palestra e chiamare i suoi esercizi “allenamento”).

quando si segue una terapia, noi sconsigliamo qualsiasi allenamento”
ah….ma pensavo, se “lavoro” magari la parte di sotto? Senza usare il collo”
(ma quali carenze e di quale entità può soffrire una donna che ha bisogno di farsi dire da un’istruttore che è meglio non fare sforzi fisici con la muscolatura del collo se si ha un torcicollo?)

beh, ma il problema non è il collo, quando l’hai preso l’Aulin?”
uno ieri sera e…… ne ho preso uno anche stamattina perchè stavo malissimo giuro, altrimenti non lo avrei preso….”
in tutti i casi noi sconsigliamo qualsiasi tipo di allenamento nel corso di una terapia. Non è una questione di cosa ti fa male e di quale parte del corpo potresti invece allenare senza problemi, è proprio il concetto di terapia che è incompatibile con lo sforzo fisico”.
terapia….cioè, è una terapia che mi sono fatta sola non è che sono stata dal dottore…. mi faceva male il collo, ma tanto male e siccome l’Aulin, ecco io so che me lo fa passare, l’ho preso….” (Mio dio! Ora si scusa per aver preso un Aulin senza aver consultato un medico)
si va bene, lo immagino, ma si tratta comunque di una terapia a base di medicinali e i medicinali ovviamente influiscono sul fisico. No, se me lo chiedi ti rispondo che è meglio sospendere l’attività fisica quando si è sotto terapia”.
Infatti guarda, non mi sono neanche cambiata perchè prima di cambiarmi volevo proprio chiedere a te se era il caso o meno” (e resta lì. Cioè non è che fa qualcosa tipo rispondere “allora vado a casa” oppure “vabbè, faccio un po’ di esercizio lo stesso “ o magari “senti gioia…quella dell’Aulin era una scusa, quando hai finito con questa rompicoglioni (che sarei io) ti aspetto negli spogliatoi perchè è sabato pomeriggio, ho già un quarantino o un quarantacinquino e non so che cazzo fare, non ho uno straccio di fidanzato con cui scopare e non ho neanche uno straccio di nessuno a cui fare un regalo di Natale e se torno a casa adesso potrei suicidarmi inalando una scatola intera di Aulin”. No, sta semplicemente lì e cerca disperatamente qualcos’altro da dire).

Anche l’istruttore cerca disperatamente qualcosa da dire e pure a me mi pare di dover dire qualcosa ma sento che qualsiasi cosa potrei dire sarebbe del tutto inopportuna. Batto il piede per terra, guardo in aria, fisso la tipa rotondetta mentre come una bambina a cui abbiano vietato la giostra resta lì con quella sua aria delusa. Poi finalmente si convince “allora vado a casa?” chiede ancora una volta.

Anche un po’ affanculo o farmi la spesa o a riprendere mia figlia……” penso io mentre con aria avvilita la tipa si gira e se va.

Mens sana in corpore sano

Viscontessa, 15 Dicembre 2006

A dire il vero non sono affatto convinta dei risultati che ho ottenuto.
Tutto è iniziato quando una mattina mi sono chiesta se non fosse il caso di verificare se davvero le menti sane si collochino preferibilmente nei corpi sani e afflosciata su un rotoletto di pancia davanti ad un specchio, ho deciso che forse era proprio da quel rotoletto di pancia che avrei dovuto cominciare a curare la mia mente.
A voler essere del tutto sincera il mio è sempre stato un corpo piuttosto sano e se quel giorno di fronte allo specchio mi fossi soffermata a riflettere su questo tipo di salute, non mi sarei certo illusa di guarire la mia mente sconfiggendo l’innocuo rotoletto di grasso che avevo accumulato sull’addome.
Invece poi le cose sono andate diversamente e insensibile ai richiami della mia mente malata ma perfettamente in grado di ragionare, mi sono imposta di riacquistare una forma fisica che a dire il vero non ha niente a che vedere con la salute.
Purtroppo nella nostra epoca si tende fin troppo spesso a confondere la salute con la bellezza, la giovinezza, l’avvenenza e la forma fisica e questo rinnovato amore per la chiappa soda ad ogni costo, ha finito per prevalere sulle esigenze della mente la cui salute non è condizione sufficiente a renderla appagata. Anzi.

Così ad oggi, a distanza di qualche mese, di qualche chilo, con una ritrovata taglia 42, un’iscrizione in palestra e una marea di complimenti che onestamente non merito e neanche mi interessano più di tanto, mi sento quella specie di oca giuliva che avrei sempre voluto essere ma che adesso mi rendo conto non mi soddisfa affatto. Non che provi nostalgia per il rotoletto di pancia che mi sono perduta per la strada, ma mi rendo conto che dopo aver infilato i miei pantaloni taglia 42 ed essermi rimirata allo specchio, non ho idea di cosa farmene di queste chiappette rinsecchite e neanche di questa mente che sarà anche sana ma è vuota come l’interno delle mie cosce.
Mi capita sempre più spesso, per esempio, di accendere questo computer e di trovarmi di fronte a questa tastiera che ora non mi suggerisce quasi più niente e mentre le mie manine quasi affusolate si apprestano a posarsi su questi tasti sudici e malaticci, questi si ritirano quasi inorriditi e mi guardano come se non ci fossimo mai conosciuti.

ciao tastiera, stasera volevo scrivere una cosa

cosa?” mi domanda subito lei mettendomi immediatamente di fronte alla consapevolezza che non avrò da parte sua nessun aiuto.

non lo so…cioè dai ci conosciamo da tanti anni e lo sai benissimo che non ho idea di cosa scriverò fino a quanto non sarai tua a guidarmi….”

io?” fa lei sputacchiando dall’ultimo puntino che ho appena digitato le briciole dei biscotti che fino a poco tempo fa consumavo allegramente insieme a lei.

beh…si… ti ricordi? Io mi mettevo qui, sistemavo il rotoletto della pancia, mangiavo qualche biscotto, poi un paio di cioccolatini che si appiccicavano sul mouse e tutti insieme si inventava delle storie divertenti….”

aaah….” fa lei mentre l’acca lascia tornare a galla una macchia scura di caffè “parli di quando avevi un corpo sano, una mente contorta ma funzionante e qualcosa da dire…. beh si ricordo ma adesso è tutto cambiato, ma ti sei vista? Ti sei accorta che per ammazzare il tuo rotoletto di pancia hai dovuto chiudere gli occhi e pensare ad altro? Ti sei resa conto che hai smesso di guardare il mondo per guardarti sempre allo specchio? Ti sei accorta di quanto vai di giorno in giorno assomigliando a tutte quelle svampite che vanno professando la pace nel mondo?”

la pace nel mondo? Ma io non ho mai parlato della pace nel mondo, cazzo! Ora esageri! Si è vero mi sono un po’ distratta e poi oltre al rotoletto di pancia avevo anche altre cose da sistemare, non avuto tempo, ecco, semplicemente non ho avuto tempo per sedermi e aspettare ma questo non significa che….che…..cioè ecco, non è mica che perché uno insomma per un certo periodo ignora il cervello per offrire un po’ di attenzioni alla chiappa che poi quello si deve offendere come fai tu adesso! Porca miseria è tutta la vita che sto dietro a questa mente ribelle che un giorno vuole una cosa e il giorno dopo ne vuole un’altra….ecco, semplicemente l’ho solo ignorata per un po’ però ecco,,, cioè ecco, capito?”

si, si…..io ho capito benissimo, ma lo vedi quello che stati scrivendo? Ti rendi conto di come scrivi, ti accorgi di non essere più in grado neanche di esprimerti? E poi guarda io ti aiuterei anche ma mentre sei qui che mi chiedi aiuto c’hai la chiappa ossuta che non vede l’ora di alzarsi per andare a ballonzollare un po’ a giro e allora sai che ti dico, porta via da qui quel tuo culo rinsecchito e per favore non tormentarmi più fino a quando non avrai capito che una mente sana è noiosa come la lista dei buoni propositi di fine anno”.

Fine anno? Ma perché siamo già a fine anno e io non ho ancora fatto neanche la letterina per Babbo Natale! E quale anno poi? Quale Natale?
Oh mio dio!

caro babbo natale, quest’anno vorrei che tu mi portassi in dono la pace nel mondo e poi quella piastra che liscia i capelli con una sola passata……”

E tutto passa

Viscontessa, 13 Dicembre 2006

Dieci anni fa la incontravo di persona per la prima volta anche se la sua presenza l’avevo percepita per nove lunghi mesi nei quali quella leggera diffidenza che avevo sempre provato nei confronti del mio corpo, si era fatta ancora più consistente.
Se la natura non provvedesse con gli ormoni a rendere serafiche le madri in attesa, l’impossibilità entro pochi mesi di tagliarsi anche le unghie dei piedi, sarebbe psicologicamente devastante.
Ci sono donne che ricordano con nostalgia la gravidanza, altre che la ricordano con orrore e alcune, come me, che la ricordano come una condizione fisicamente imbarazzante ed emotivamente appagante.

Oggi, a distanza di dieci anni, la guardavo commuoversi di fronte al saggio di danza di sua cugina e guardavo la cugina, più piccola, che non aveva occhi che per lei mentre nel suo tutù rosa, saltellava come un rospetto sul pavimento della palestra.
E’ seduta per terra, le gambe incrociate, i capelli sciolti sulle spalle, la cugina le passa di fronte e le sorride, io da dietro la vedo fregarsi gli occhi, mi giro verso mia sorella che posa rapidamente il suo sguardo prima su sua figlia, poi sulla mia e infine su di me. Ci guardiamo un attimo, un attimo solo prima che anche le nostre viscere si sciolgano e si facciano lacrime.
Un attimo lungo una vita. Eravamo così anche noi tanti anni fa? Anche tu eri bionda e sorridente e io bruna e sempre imbronciata? Cos’è questa infinita replica di un’infanzia ricca di aspettative e di adorazione?
Mia figlia abbassa la testa affinché i capelli le nascondano il viso, mia sorella sorride felice, io cerco velocemente qualcosa dentro alla borsa, una cosa qualsiasi, una penna, un’agenda, un ippopotamo, cerco qualcosa che sta dentro, qualcosa cacciato in fondo ad un borsa vecchia e consumata nella quale c’è posto per ogni evenienza ma non per un pacchetto di fazzolettini di carta.

E penso, penso a quanto sia breve l’incantesimo dell’infanzia e a quante siano le repliche che nella vita cerchiamo con ogni mezzo di mettere in scena, penso alla bella voce di mia sorella, al suo sorriso dolce, al suo immenso desiderio di creare la famiglia nella quale da bambina sarebbe voluta crescere e penso alla mia paura di ripetere gli stessi sbagli di mia madre che adesso è laggiù in un angolo, ingobbita dagli anni e saldamente ancorata ai suoi errori.
Dieci anni, oggi mia figlia compie dieci anni e quell’infanzia a cui si aggrappa con tutte le sue forze, comincia lentamente a svanire per lasciare posto a quei gesti ancora inconsapevoli che entro breve ne decreteranno la fine. Con un gesto femminile si tira indietro i capelli mentre io mi alzo da terra perché la posizione mi ha indolenzito le gambe.
E penso, penso ancora che lei non vorrebbe crescere e io non vorrei invecchiare, penso alla tenacia e all’angoscia con cui entrambe vorremmo rimanere così come siamo e penso a quante bambine in tutù rosa ci aspettano ancora al varco delle nostre emozioni.

Il balletto finisce, mia figlia corre a darmi un bacio sulla guancia, ci abbracciamo forte, ci ancoriamo ancora per un poco a quello che siamo, lei una bellissima bambina dagli occhi neri e malinconici e io una madre che si è appena iscritta in palestra per tenersi in forma.

Poi arrivano gli altri e tutto passa………

Quale morte?

Viscontessa, 11 Dicembre 2006

Oggi mi è morto un piede, mi è morto il piede destro e presto dovrò seppellirlo insieme al pezzo di intestino che mi è morto l’anno scorso. La mia voce invece è ancora viva ma langue in fondo a questa gola intasata dal grosso tubo che mi aiuta a respirare e questa mano che non mi appartiene più, mi tiene compagnia durante la notte come il l’orsacchiotto di peluche nel mio letto di bambina.

Oggi mi hanno truccata, mentre il mio piede moriva, le mie labbra si facevano di un rosa pallido, quasi timido, il rosa del giorno di festa e di questa donna che non conosco ma mi parla con tono confidenziale mentre sbircia l’orologio, richiude il rossetto e mi chiama amore per invitarmi a girarmi su un fianco.

Mi chiamano amore, tesoro, pulcino. Sono la loro bambola di pezza che giace in questo letto ormai da anni e da anni muore un pezzo per volta come una pianta a cui si avvizziscano lentamente le foglie, una bambola a cui domani dovranno amputare un piede che si è lasciato morire di inedia tra le lenzuola maleodoranti del mio letto.

I primi tempi avevo tanta paura, avevo paura di vivere, avevo paura delle infermiere e dei dottori, temevo il mio intestino e la mia vescica, mi terrorizzava quella mano che non conoscevo e quel tubo che mi impediva di parlare. Avevo paura dell’immediato e dei miei stupidi organi che mi avrebbero abbandonato un po’ per volta e osservavo con diffidenza il mio cervello chiedendomi se sarebbe riuscito a sopravvivere a tanta umiliazione.

Avevo paura di vivere, avevo paura di vivere in compagnia dei miei ricordi.
Adesso che mi rendo conto che i ricordi svaniscono quasi senza lasciare traccia, ho paura di morire.

Adesso mi sveglio nel cuore della notte e nell’oscurità fisso una macchia nella parete di fronte fino a quando non riesco a metterla a fuoco, a volte ci vogliono ore ma le ore sono un concetto di cui non ricordo più il significato mentre il contorno irregolare di quella macchia è il mio punto di riferimento, il mio compagno di vita, l’unica cosa per cui valga la pena vivere.

Una piccola macchia di muffa che con gli anni è andata ora scomparendo ora allargandosi, una muffa viva che chiama il mio sguardo e mi conferma nella sua evoluzione che ancora non sono diventata cieca. Vivo per lei, mi sveglio all’improvviso nella notte e la cerco come un neonato cerca il capezzolo della madre, vivo perchè lei è viva e non mi chiama pulcino mentre guarda l’orologio, vivo perchè posso vederla e osservarla e qualche volta sono persino riuscita ad annusarla e chiudendo gli occhi, anche ad accarezzarla con la mano morta che mi tiene compagnia.

Se potessi parlare mi direbbero che sono diventata matta ma io lo so di non essere matta ma solo troppo malata persino per morire.

L’altro giorno è venuto uno dei volontari del centro a leggermi il giornale. A me di cosa succede nel mondo esterno non mi importa più niente ma se posso osservare la mia macchia, ascoltare non mi da fastidio. Leggeva il giornale e poi mi spiegava le notizie come se non fossi in grado di capire, ma quando non hai modo di esprimerti gli altri finiscono per pensare che tu non sia neanche in grado di capire e ormai non me la prendo più.

Lo ascoltavo osservando la macchia che da qualche giorno si era fatta più sbiadita. Pensavo che doveva essere arrivato l’inverno e dovevano aver acceso i radiatori che seccano l’aria e si portano via le macchie di muffa per un po’. Lui tanto parlava di qualcosa che non mi interessava ma poi ad un certo punto ha posato il giornale sulle ginocchia e mi ha chiesto cosa ne pensassi io dell’eutanasia.

Non è la prima volta che qualcuno parla di eutanasia in mia presenza ma mai nessuno, sapendo che non posso rispondere, mi hai mai chiesto cosa ne pensassi io.

Lui mi ha guardato solo un attimo, non che io abbia visto i suoi occhi perchè i miei fissavano altrove, ma li ho sentiti posarsi inquieti ed angosciati su di me e ho capito quanta pena e quanta pietà dovevo fargli quel che è rimasto del mio corpo. Poi ha ripreso il giornale e si è rimesso a leggere.

Io tanto sono tornata a fantasticare sulla mia macchia.

Tanti anni fa avevo paura di vivere ma adesso ho paura di morire. Non sono matta ma non posso lasciare la mia macchia da sola e devo aspettare che torni la primavera per chiederle come sta.

La mia eutanasia è questa: la pietà per il mio corpo che gli uomini non mi hanno mai concesso, me l’ha offerta la mia mente. Io sono già morta, ero già morta molto prima che la morte si portasse via anche il mio piede destro.

Sono morta per sopravvivere, sono morta affogando dolcemente dentro ad una macchia di muffa.

Non sono matta.

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