Sniffare la vita per annusare la morte

Viscontessa, 12 Ottobre 2006

La paura.
Abbiamo sconfitto la fame e il sonno, abbiamo sterminato le foreste, ammazzato la noia, addomesticato gli animali, inventato l’acqua calda e quella fredda. Abbiamo un rimedio per la solitudine e uno per il panico, abbiamo una soluzione per i peli incarniti e uno per la timidezza, abbiamo lo Zoloft per gli adulti e gli analgesici per i bambini.
E abbiamo un cellulare che squilla sempre e un computer che ci porta in america, un’america che ci in porta in guerra e una guerra che ci porta la pace.
Abbiamo la religione e la filosofia, lo yoga e il piercing, il latte senza latte e la televisione sempre accesa. C’è una vita da vivere, dei figli da crescere, delle battaglie da combattere e volendo una morte da programmare e una giovinezza da prolungare.
Ma la paura non siamo riusciti a capirla, a comprenderla e neanche ad individuarla.
Una paura che ti paralizza anche mentre parli, ridi, vivi. Una paura che accomuna tutti gli esseri umani e che non ha contorni perchè ognuno ha le sua e la tiene stretta a se per il timore che gli altri possano rubargliela per dargliene un’altra in cambio. Forse peggiore, forse ancor più terrificante di quella con cui ognuno è abituato a convivere.
Paura di vivere qualunque sia la vita che ci aspetta, paura di non essere all’altezza delle aspettative che noi stessi ci siamo imposti. Paura della solitudine e della compagnia, paura di non avere più nessuna paura per cui valga la pena di lottare.
E poi c’è lei, la cocaina che si porta via tutte le tue paure lasciandoti solo la certezza che senza le tue paure non sei più neanche un essere umano.
E a volte è meglio così.

Il mostro siamo noi

Viscontessa, 9 Ottobre 2006

Ieri sera a Terra, il settimanale di approfondimento del TG5, si è parlato ancora di violenza sulle donne. Storie di Maria, Antonia o Francesca, violentate alla fermata dell’autobus da un extra comunitario ma anche uccise da un ex fidanzato geloso con problemi psichiatrici.
Diversi. Uomini diversi per cultura, per educazione o per malattia.
Diversità che sono patologie o sono il frutto di una cultura o di una educazione diversa dalla nostra, diversità in grado di rassicurarci sulla normalità della comunità nella quale viviamo e sulla validità dei principi, delle norme, dei valori e della morale che la regolano.
Perché adesso che i principali accusati di questo reato sono extra comunitari, è più facile indignarsene riempendosi la bocca di belle parole sui diritti calpestati delle donne o sul loro diritto di dire di no.
La nostra è una società civile, una società nella quale le donne godono degli stessi diritti degli uomini e nella quale si crescono, si allevano e si educano gli uomini nel rispetto di questi diritti, e coloro che tradiscono questa educazione, sono le mele marce di un albero in piena salute.
Poi ci sono Katrina, Olga o Ivanka, minorenni portate nel nostro paese dai mercanti di schiavi e vendute sull’angolo della strada di tutte le nostre città. Gli uomini, i nostri uomini così civili, le mele sane del nostro albero, fanno la fila ogni sera per violentarle con il consenso dei loro magnaccia tra l’indifferenza delle forze dell’ordine, dell’opinione pubblica, dei cittadini e persino delle stesse donne che si sentono così insicure ad uscire la sera.
Ma per parlare delle violenze di Katrina, Olga o Ivanka, bisognerebbe mettere sotto accusa proprio la mentalità di questo paese che si indigna anche solo per la considerazione che gli arabi hanno delle donne, ma che poi la sera, alla luce abbagliante dei lampioni, approfitta di ragazzine vendute sul mercato come quarti di bue.


Se lo abbandoni il bastardo sei tu!

Viscontessa, 6 Ottobre 2006

Torno nuovamente a parlare di blog per denunciare un fenomeno troppo spesso ignorato dalle sempre più colte e diffuse dissertazioni sul mondo della blogsfera.
Purtroppo l’enorme diffusione di questo mezzo di comunicazione e le sempre più stimolanti iniziative che alimentano le sue potenzialità, ha finito per illudere molti che i blog fossero davvero un mezzo per comunicare e non una continua comunicazione del mezzo.
Naturalmente questo malinteso ha convinto molti ad aprire un blog ma li ha anche costretti entro breve tempo a prendere coscienza dell’errore di fondo in cui sono incappati.
Nel giro di brevissimo tempo sono stati aperti migliaia di blog la cui esistenza è servita solo ad alimentare le statistiche delle piattaforme che li ospitano ma che poi, nel giro di brevissimo tempo, sono stati abbandonati a se stessa senza che il loro padrone potesse o volesse sopprimerne la loro esistenza.
E il fenomeno ha ormai raggiunto dimensioni tali da compromettere non solo l’uso di molti nick svenduti a sottocosto dalle piattaforme più all’avanguardia, ma ha finito anche per influenzare le blogroll di molti blog, ridotte ormai ad un cimitero di blog chiusi o inesistenti.
Per questo e con la speranza di sensibilizzare l’opinione pubblica della blogsfera su una piaga ormai fin troppo diffusa, questo fine settimana sarà dedicato ai blog chiusi o abbandonati di cui vi chiedo di segnalare il link.
Coloro che poi vorranno aderire attivamente a questa iniziativa, potranno pubblicare sul loro blog questo post annuncio affinché si possa stillare un elenco quanto più nutrito possibile, dei blog abbandonati.
A tutti coloro che aderiranno a questa campagna di sensibilizzazione, sarà offerto un gentile link da questo blog.

Partecipa anche tu a questa iniziativa perché ricordati che per ogni blog in buona salute, ce ne sono almeno cento già morti o in fin di vita.



La principessa frustrata e il principe assassino

Viscontessa, 5 Ottobre 2006

Voglio dire che a volte bisognerebbe essere maggiormente consapevoli di chi ci mettiamo in casa.
Metti per esempio me l’anno scorso, passo tra le macchine parcheggiate al porto in una piovosa giornata di agosto e mi lascio intenerire da quel mucchietto di peli pulcioso.
Che ti torna subito in mente la pubblicità della Barilla e ti vedi ancora bambina mentre sorridente torni a casa col gattino sotto all’impermeabilino giallo.

Questa volta – pensi - ho eliminato dalla sceneggiatura la mamma sorridente e felice che non ha mai funzionato

e anche se l’impermeabile non è proprio giallo e io non sono proprio una bambina, vabbè, mi sento giovane e c’ho la giacca a vento beige.
Le cose però vanno storte fin da subito, tu guardi il micetto infreddolito, ti avvicini per prenderlo e quello si gira e ti morde la mano. Non funzionava proprio così ma sono dettagli.
E ti ostini, lo agguanti ugualmente e lo infili sotto alla giacca a vento beige che un attimo dopo è piena delle sue pulci.
Ma si resta fanciulle nell’animo, se il principe azzurro non esiste, ci sarà pure qualcosa di azzurro da cui farsi intenerire e il gatto e le sue pulci si tingono d’improvviso di un azzurro terso come il manto di un principe.
Lo porti a casa e lui si rintana dietro al cesso, soffia come un matto e poi quando qualche mese dopo si fa una ragione di essere stato catturato da una principessa un po’ passatella, si arrampica su tutti i mobili e mangia le tue torte.

E’ un caso, poveretto ha sofferto tanto la fame e adesso è diventato insaziabile, gli passerà, io mi prenderò cura di lui, lo educherò e lo renderò un gatto domestico.

Ma lui si mangia le tue torte, tu compri una torta, una piccola torta che ti sorrida quando rientri a casa la sera e la copri con un tovagliolo, poi ci metti sopra il cellophane, quindi, un piatto, un coperchio, una pentola, il ferro da stiro, l’enciclopedia, il mappamondo e infine ci parcheggi sopra anche l’auto.
Lui sposta tutto, butta giù tutto, scava, gratta, morde e infine arriva alla torta e se la mangia.

E’ un caso, dev’essere proprio colpa di quella torta lì, chissà cosa ci hanno messo in quella torta che attira la sua attenzione.

Cambi torta, tortina, merenda, merendina, biscotti e cioccolato, e lui si mangia pure quelle.
Si porta via tutto sotto al tavolo e si mangia tutte le tue consolazioni.
Ti offendi, che accidenti di principe azzurro è mai questo che invece di essere riconoscente alla sua principessa si divora le sue illusioni zuccherose?
Lo chiudi in una stanza, così non si può andare avanti, quando imparerai a comportarti per bene potrai uscire di nuovo.
E lui ci piscia.

E’ un caso, si vede che gli scappava e poveretto.

Lo lasci libero tutto il giorno, è giovane ed è giusto che si sfoghi, come sono stata egoista!
Poi ci sono i cani, quei grossi cagnacci neri che girano per casa e per un momento, un solo momento lo chiudi in una stanza. Lo fai per il suo bene, mentre riempi le ciotole dei grossi cagnacci neri che ti girano intorno, è bene che lui stia lontano.
E lui ci ripiscia, e poi ci ripiscia ancora e poi un’altra volta ancora.
Ogni volta che non lo accontenti lui piscia.

Arrivi al settimo mese di fidanzamento e sei già diventata una casalinga frustrata con un principe azzurro che non solo non tira su la tazza del cesso ma dentro al cesso ci si infila per giocare con l’acqua e la pipì te la fa lì fuori, accanto alla tazza del bagno dove tu eri abituata ad andare scalza.
E scopre l’acqua il principe, qualsiasi sia il recipiente con un po’ d’acqua dentro, lui con le zampe la tira fuori tutta e allaga ovunque. In casa gli altri animali cominciano a manifestare i primi sintomi della disidratazione. Qualcuno cerca di bere dai sotto vasi, qualcuno dal cesso e il pappagallo che di imparare a parlare non ne vuol sapere, impara però a bere dal bicchiere.
Sette mesi ed un giorno e metti in pratica ciò che hai sempre pensato fosse l’unica soluzione per vivere in un mondo più tranquillo. Lo porti a castrare.

Si è vero le principesse potrebbero soffrire un po’ di una castrazione sistematica di tutti i principi azzurri non destinati ad una riproduzione programmata (in fondo per ogni stalla di cento mucche c’è solo un toro e per un pollaio di cento galline solo un gallo) ma vuoi mettere l’armonia di una stalla di cento mucche e un solo toro?
Va bene, va bene, le donne soffrono della sindrome pre mestruale e diventano intollerabili! Ma si tratta di una volta al mese, perdinci, gli altri giorni sarebbero tutto un fiorire di buoni sentimenti.

Pensi questo mentre aiuti il veterinario a castrarti il gatto.
Ne avresti fatto a meno ma perdinci, non sei una donna che si sottrae alle sue responsabilità!
Poi svieni o vomiti o piangi ma è la sindrome premestruale o roba così.
Torni a casa fiduciosa.

Chi la dura la vince stupido gatto!

E lo mandi finalmente in giardino, ora che è al sicuro dalla tentazione della femmina, non corro più il rischio che mi scappi via. In altre civiltà ritengono che per non incorrere in questa tentazione sia più opportuno mettere il burka alle femmine ma onestamente io resto dell’idea che la soluzione da me prospettata, e nel caso specifico attuata, sia molto più civile e indolore per tutti.
Infatti il gatto è felice, sale sugli alberi, dorme sulla sdraio, se ne sta a pancia all’aria sotto al sole…
La principessa si toglie finalmente i bigodini o il puzzo di piscio di gatto da casa, fate voi, e torna ad essere una principessa dei giorni moderni.
Un po’ delusa, un po’ invecchiata, un po’ rassegnata.
Poi un giorno la principessa torna a casa e trova un geco morto in giardino.

Vabbè l’istinto, mi spiace per il geco.

Il giorno dopo un altro geco, poi una lucertola, quindi un paio di lucertole, il resto di un merlo, il becco di un passerotto, lucertole grosse come iguane, cavallette, farfalle, falene grosse come un condor….
Un cimitero.
Ogni forma di vita del giardino viene sistematicamente soppressa e i resti abbandonati lì a spregio.
Quindi affinata la tecnica di caccia i cui unici risultati apprezzabili sono stato l’esodo in massa di una famiglia di topi che viveva sotto al casotto, le carcasse vengono portate dentro casa.
All’inizio è un piccione che mia madre trova in camera di mia figlia.
Mia madre sviene e io comincio a tremare.

Che vorrà dire?

E comincio a pensare ad una testa di cavallo sul cuscino.
Concludo che guardo troppa televisione ma una vocina dentro mi suggerisce che il principe è irrequieto.
E infatti il primo piccione è solo un’avvisaglia.

Te ne vai in vacanza e mi lasci con la vecchia? Potrei pisciarti sul tappeto ma dopo il servizietto che mi hai fatto la mia urina non puzzerebbe più come prima.

E lascia il piccione morto sul tappeto di mia figlia.

Ti aspetto a casa per le quattro e mezzo e prima di uscire ricordati di lasciarmi la porta del giardino aperta e la ciotola piena.

No dai vabbè, queste cose me le sto inventando, in fondo è solo un gatto….

Tanto la notte dormo con un occhio solo: se è in casa e all’alba decide di uscire, fa un solo miao, poi si attacca alle tende e le butta giù.
Se è fuori e all’alba vuole rientrare fa un solo miao, poi acchiappa una bestia e me la mette di fronte alla finestra di camera.
L’altra mattina era un piccione, apro la finestra e trovo questa bestia sanguinolenta ancor prima che abbia preso il caffè.

E’ un incubo mi devo ancora svegliare sto esagerando.

Chiudo la finestra, prendo il caffè ed esco.
Torno alle cinque, le quattro e mezzo non ce l’ho fatta.
Trovo il piccione sanguinolento sul tappeto di camera.
Svengo, trattengo il vomito, raccolgo quel che resta del piccione e rimetto su i bigodini.
Il giorno dopo trovo una lucertola in cucina.
Il pasto che gli avevo lasciato non era di suo gradimento.
Ieri faccio decisamente tardi, sono le sette e mezzo.
Apro la porta di casa e sul pavimento giace una cavalletta di dimensioni enormi.
Svengo, questa volta vomito e mi chiedo se sia andato a caccia in Africa. La bestia morta e i resti delle sue enormi zampe, un’ala, un organo non ben identificato sono sparsi per tutto l’appartamento.
Oggi torno a casa puntuale, anzi puntualissima.

CI SONO!

Urlo al gatto mentre me lo immagino indossare la mimetica e impugnare una mitraglietta in uso alle forze armate israeliane.

Eccomi!

Arrivo in cucina e trovo la sua ciotola vuota.
Sotto un piccione appena ucciso, ancora caldo.
Niente sangue, immagino che abbia affinato le tecniche di caccia e ormai li faccia fuori spezzandogli il collo con una mossa di karatè.
Rimango solo inorridita.
Lui arriva dal giardino, guarda il piccione morto, ci mette sopra una zampa mentre i gattini e il cane si avvicinano incuriositi, miagola (ma sarebbe meglio dire ruggisce), si mette in posa per la foto di rito e poi salta sulla mensola dove c’è la ciotola vuota.
Non dice niente, si siede e aspetta….

Un termometro nel culo del mondo

Viscontessa, 4 Ottobre 2006

Due quarantenni americani hanno vinto il premi Nobel per la fisica.
Ero lì che prendevo il caffè e mi chiedevo quale fosse il principio di fisica che ci permette di stare in equilibrio su una bicicletta solo quando si è in movimento.
Mi era venuto questo pensiero così stupido che quasi mi vergognavo a formularlo perché sono sicura di averlo studiato e mi sovviene che forse ha qualcosa a che vedere con quella faccenda delle forze che si attirano e si respingono contemporaneamente. Qualcosa tipo quello che scrivevo nel mio post di ieri.
Poi ti arriva questa notizia data da una giornalista che di fisica ne sa meno di me e mi vedo l’addetto all’ufficio stampa che legge la notizia e pensa “mah!” e poi il giornalista che ci deve scrivere sopra il pezzo e le immagini scelte per arricchire il servizio.
E la giornalista lì che legge e pensa come tutti noi che non ha la più pallida idea di cosa stia parlando.
Pare che i due archeologi dello spazio, così li hanno definiti, abbiano provato la teoria del Big Ben e che questa prova sia stata la misurazione della temperatura altissima dello spazio prima della formazione della terra. Come abbiano misurato questa temperatura è un mistero che neanche il servizio ha inteso svelarci e immagino che ciò dipenda dalla difficoltà con cui ciò è avvenuto.

Ero lì con il caffè in mano, la temperatura del caffè altissima ma non di sicuro come quella della scoperta scientifica e mi è venuto nuovamente in mente che la maggior parte dei quarantenni di questo pianeta al limite ha misurato la temperatura di un corpo umano. Al limite infilando il termometro in un culo.
Questi due invece il termometro lo hanno infilato nel culo dell’universo e non saprei dire se con la loro scoperta ci sono andati in culo a tutti noi che ad andar bene verremo ricordati da quattro familiari per un paio di generazioni e cadremo poi nell’oblio come tutti i morti, ma di sicuro quando hanno trovato il culo dell’universo e ci hanno infilato quel termometro, devono aver provato una soddisfazione non da poco capace di ripagarli di un’esistenza e di una morte intera.
Adesso, ad essere del tutto sincera, vorrei anche sapere cosa ne pensano i due scienziati quarantenni della messa al bando dei termometri al mercurio. La notizia, con tanto di interviste del cittadino comune ai quali in un servizio del tg5 è stato chiesto cosa ne pensassero di questa novità, è di qualche giorno fa. Il servizio era mortificante, la signora Maria pensa che sia un peccato e il sig. Alfonso non ha un’opinione in merito, e allora mi chiedevo, ma perché non domandare ai due premi Nobel cosa ne pensano di questa notizia?

Secondo voi, il progresso della scienza, quanto potrà risentirne dell’impossibilità futura di cacciare un termometro nel culo all’universo o di un paziente qualunque?

Quando il mondo è una pignata io divento una marmotta

Viscontessa, 3 Ottobre 2006
Non è che ad ottobre ti crolli il mondo addosso è tutto il resto che ti crolla addosso mentre il mondo continua imperturbabile a girare regalando il sollievo della bella stagione a latitudini opposte.
E ti crollano addosso indifferentemente le tazzine da caffè, l’ufficio delle imposte, il traffico cittadino, il direttore di banca, le nuvole grigie che gufano sulla tua testa, i programmi televisivi, la finanziaria o il bucato dallo stendino, mentre ti crollano nel lavandino i capelli, i residui di abbronzatura e l’umore che finisce nello scarico che poi si intasa e devi comprare l’idraulico liquido.
Sempre tutto più in basso, dalla forza centrifuga dell’estate capace si spararti con rinnovato ottimismo verso gli odorosi giardini dell’Eden, ci si ritrova ad ottobre con una forza di gravità che attira verso il nucleo del nostro pianeta dalle tette rinvigorite dall’acquagym dell’estate, al bucato dentro la lavatrice che all’avvio della funzione centrifuga si rifiuta di strizzare il bucato inondandolo dell’acqua dello scarico intasato dai capelli, i residui di pelle abbronzata e l’umore nero.
Io devo dire che nonostante si possa avere la sensazione esattamente opposta, me la cavo piuttosto bene. Imitando l’atteggiamento delle marmotte cerco di starmene nel mio letargo umorale in compagnia di una pelliccetta soffice e folta che entro breve ricoprirà il mio corpicino smagrito dall’attività estiva. Quando annusando l’aria con il musetto di marmotta ti accorgi che venti carichi di insoddisfazione stanno per travolgerti, tanto vale scavarsi una piccola buca e infilarcisi dentro mentre fuori gli umani, che non hanno ancora capito il valore esistenziale del letargo, si lasciano prendere dallo sconforto e dalla delusione.
Non c’è nessun episodio specifico a cui mi riferisco a parte il fatto che ho alcune difficoltà a seguire la programmazione a casaccio di tutti i telefilm e le serie televisive nei quali i morti, i malati e le indagini si susseguono in un crescendo di raccapriccio e orrore, ma sento con il mio musetto di marmotta che tutto intorno a me non si respira niente di buono.
Unica consolazione letargica il pavimento in cotto del mio giardino. Proteggere anche lui dall’incombere dell’inverno e dai malumori dell’albero di cachi che presto sfogherà la sua frustrazione lanciando al suolo le bombe appiccicose dei suoi frutti, mi riconcilia con il cambio delle stagioni.
Spennello, spennello, spennello…..

Three is a magic number

Viscontessa, 1 Ottobre 2006

Ho provato con la sequenza di Fibonacci. Poi ho digitato i numeri della mia data di nascita. Quindi mi sono affidata alla cabala, poi ad un’equazione matematica. Di seguito ho originato un complicato algoritmo basato sulle statistiche dei morti di noia applicata alle possibilità concrete che questa piattaforma di splinder funzioni correttamente.
Ho calcolato la radice quadrata dei miei capelli, ho riprovato incrociando i dati della finanziaria con quella del bilancio della 3, ho diviso i minuti trascorsi al telefono per quello delle parolacce che mi sono venute in mente. Ho aggiunto il perimetro della mia scrivania, ho provato a sottrarci quello della superficie dei miei denti, lo moltiplicato per un fattore x e poi l’ho nuovamente diviso per un fattore y.
Ho lasciato che il disco proseguisse la sua solitaria conversazione, sono scesa in strada e ho chiesto un numero ad un passante poi ci ho aggiunto quello dell’autobus la cui fermata era proprio lì davanti e quindi ho contato i secondi necessari alla macchinetta del caffè per fornirti la bevanda.
Sono tornata su e ho digitato nuovamente tutte queste sequenze di numeri sulla tastiera.
Niente, la voce registrata di una signorina continua a darti informazioni senza consentirti di parlare con un operatore.

Digiti 1 per sapere come entrare nel favoloso mondo di 3, digiti due sapere tutti i vantaggi che otterrà se entrerà nel favoloso mondo di 3, digiti 3….beh, il 3 lo deve digitare comunque perché is a magic number! E poi se vuole digiti 4 per parlare con l’amministrazione.

Ah bene, vedo che ha preferito digitare 4 piuttosto che digitare i favolosi numeri che le avevo suggerito! E allora adesso digiti 1 o 2 a caso tanto non serve niente oppure digiti 3 e allora beh…is a magic number! Lei lo digiti e vedrà come si trova bene nel nostro favoloso mondo di 3!

Vedo che insiste e si ostina, mi ha digitato ancora una volta 1 invece di seguire i miei consigli, vuol parlare con l’amministrazione? Bene, bene, allora adesso le mando uno stacchetto “three is a magic a number” poi quando abbiamo finito digiti 1 per parlare con l’amministrazione clienti, 2 per quella fornitori, 3…beh…se digita tre non solo entra nel favoloso mondo 3, ma le azzeriamo il costo di questa telefonata che lei forse non si rende conto, ma le sta costando molto più di un cellulare 3 con scheda 3 , un mese di telefonate gratis e la visione gratuita per una settimana della vita segreta di Pippo Baudo, oppure digiti 4 per parlare con un operatore ma sappia che l’operatore è occupato a chiamarla sull’altra linea per offrirle le fantastiche offerte del mondo 3.

Allora cosa facciamo? Lo vogliamo digitare questo 3 oppure pensa che io possa stare tutto il giorno qui ad aspettare lei? Guardi che lo so benissimo che sta cercando di digitare i numeri in una sequenza che alla fine la metta in contatto con un operatore in carne ed ossa. Crede che sia scema solo perché sono un disco registrato? Ma lei pensa davvero che qui nel favoloso mondo di 3 ci siano degli esseri umani che poi magari alla fine si mettono pure in testa di usare il loro umano cervello per risolverle i problemi? E allora che favoloso mondo sarebbe!

Guardi, è l’ultima offerta che le faccio, si decida a digitare il numero 3 e le metto sull’offerta anche un mese di sms gratis verso tutti i cellulari 3 della Lapponia.

Io più di così non posso davvero fare!

Three is a magic number…..

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