Mi son fatta una sega

Viscontessa, 31 Ottobre 2006

Il rischio più grosso della masturbazione non è quello di rimanere ciechi, ma quello di prenderci troppo gusto e finire per masturbarsi anche nei momenti meno opportuni.

Io infatti ultimamente mi masturbavo fin troppo spesso il cervello e la cosa era diventata così imbarazzante che ad un certo punto mi son resa conto che dovevo prendere provvedimenti.

D’altra parte una cosa è dedicarsi alle pratiche onanistiche in totale solitudine, un’altra è rendersi conto che mentre con lo sguardo acquoso ti stai chiedendo se sia contemplata la variabile socio economica nell’eterno conflitto tra il bene e il male, dall’altra c’è un tuo collega, un amico, un parente o anche solo un passante che con lo sguardo tra l’interrogativo e l’imbarazzato, ti sta osservando in silenzio da circa mezz’ora.

Ho delle attenuanti, come sempre, se al telefono con un perfetto sconosciuto questo ti dice che hai tradito la sua fiducia, che non potrà più fidarsi di te e che d’ora in avanti niente tra voi sarà più come prima, e il perfetto sconosciuto è un responsabile commerciale di un fornitore dell’azienda presso la quale lavori, qualche sega mentale finisci per fartela anche al telefono.

“Ma è una cosa personale tra me e lei?” gli dico mentre già l’occhio mi si fa acquoso al rinnovato dubbio esistenziale sulla necessità di fidarsi o meno del prossimo, “beh no” mi risponde il perfetto sconosciuto “ma lei si rende conto che io avevo dato la mia parola perchè che lei mi aveva dato la sua…..” ma io sono già molto vicina all’orgasmo della verità e ansimo leggermente al telefono mentre gli sussurro “suvvia, non faccia così, in fondo sia io che lei siamo solo pedine di un gioco molto più grande di noi (e leggendo sui miei appunti aggiungo) Claudio…..”.

Poi chiudo e me ne vengo su un fogliolino di carta che appollottolo rapidamente e faccio sparire nel contenitore della carta straccia insieme a quel nome che a questo punto non mi serve più.

Però, e questo in fondo è il conquibus, di Claudi è pieno il mondo e dopo l’ultima visita oculistica che mi è costata in lenti nuove € 140, ho definitivamente deciso che se la masturbazione non rende ciechi, abbassa di molto la vista e io non posso certo permettermi lenti nuove dopo ogni periodo onanistico..

Per questo, uscita dall’ottico, mi son detta basta con il manuale e mi son comprata una bella sega elettrica con cui si fa molta meno fatica e si ottengono risultati molto migliori. Non certo che con la sega elettrica si possa costruire un mondo su misura, ma un mobiletto per la lavatrice con tanto di ruote e sportello, è comunque una di quelle realizzazioni che ti danno le tue belle soddisfazioni e non ti abbassano la vista.

Poi naturalmente il passo è breve, prendi in mano una sega elettrica per una volta, e il giorno dopo sei già pronto per tutti i tipi di pratiche autogratificanti di cui non conoscevi neanche l’esistenza.

Scartatrice, avvitatore, trapano, saldatore, piallatrice, chiodi, viti, tasselli, cerniere, piedini e staffe, diventano solo la punta di un iceberg che qualche giorno dopo ti vede rientrare a casa con tutti i pannelli di legno necessari per costruirti una scarpiera altra tre metri.

Ora è tutto di là in salotto e mercoledì, attestato che una vita su misura non posso costruirmela, mi costruirò una scarpiera capace di accogliere tutte quelle deliziose creature che mi portano da tutti i Claudio del mondo ogni giorno

Muta la mutanda

Viscontessa, 28 Ottobre 2006
Sul fatto che la mutanda “tiri” mi pare che leggendo gli interventi al mio ultimo post, non vi sia dubbio alcuno. La mutanda d’altra parte accoglie, protegge e si prende cura della parte più intima del nostro corpo e il fatto che la moda attuale la lasci intravedere dai pantaloni a vita troppo bassa, non ha certo sminuito il fascino di un indumento che ben occultato sotto al resto dell’abbigliamento, rappresenta l’ultimo ostacolo di una sessualità imminente. Naturalmente, essendo un capo di abbigliamento così intimo, il tipo di mutanda che si indossa rappresenta anche la nostra intimità più interiore e coloro che sottovalutano la mutanda altrui, rischiano di peccare di qualunquismo circa la merce che essa contiene.
 La prima cosa che ti insegnano da piccoli è per esempio che bisogna sempre indossare mutande pulite e decorose perchè se ti succedesse un incidente, sarebbe davvero di cattivo gusto e sintomo di cialtronaggine, arrivare in ospedale con un paio di mutande sciupate. Mia madre me lo diceva sempre, magari mi diceva di mettere un po’ di smalto per le unghie per fermare le smagliature dei collant ma sulle mutande non transigeva e oltre ad avermi insegnato, come a tutte le bambine, che le mutande vanno cambiate tutti i giorni e magari anche più volte al giorno, buttava via senza remore, le mutande che erano inciampate in qualche errore di lavaggio o il cui uso, ne aveva liso il tessuto.
Poi quando cresci e la mutandina bianca a vita alta e con il fiocchetto sul davanti ti pare che possa dissuadere qualsiasi ragazzo dal farti la corte, si passa ad indumenti la cui finta ingenuità della stampa a fiorellini e la vita leggermente più bassa, sono solo un capriccio adolescenziale ben lontano dalle perversioni che la mente femminile di donne più adulte, riesce a partorire sulla fattura di questo indumento.
 Fino a qualche anno fa, per esempio, andavano di moda le mutande sgmabate in grado di allungare lo stacco di coscia fino a far sembrare il busto così corto che c’era da chiedersi se quella sproporzione tra gamba e tronco potesse davvero giovare all’armonia delle proporzioni di un corpo femminile. Tra l’altro, e sono sicura che molte lo ricorderanno, questo genere di mutande non era adatta per quelle donne di fianco largo che anziché guadagnarne in lunghezza di gamba, mettevano in evidenza con questa mutanda quei cuscinetti di cellulite che solo ultimamente sono diventati il peggior nemico delle donne. La depilazione dell’inguine poi necessaria per mantenere il pelo pubico solo all’interno di questo tipo di mutande, richiedeva talvolta un accanimento tale, che non era inconsueto trovare donne che dietro al trionfo di pizzo delle mutande anni novanta, non potevano che nascondere una strisciolina irregolare di pelo così misera da risultare quasi imbarazzante.
Se infine un bel culo è sempre stato un motivo di orgoglio per le donne e di interesse per gli uomini, in quegli anni non vi era ancora il culto per il culo così come è andato maturando da quando anche i pantaloni hanno perduto le pences sul davanti e le tasche sul dietro e le mutande sgmabate, nel favorire appunto un allungamento della gamba, sacrificavano impietose ogni tipo di culo che ne usciva di forma allungata piuttosto che rotondeggiante ma che veniva nascosto dal genere di pantaloni di moda in quel momento.
Poi se siano nati prima i pantaloni che fasciano o la microfibra, francamente non lo ricordo ma ad un certo punto le mutande sono tornate ad offrire alla gamba la sua naturale dimensione e mentre si è cominciato a ridurre le dimensione della parte posteriore delle mutande che non doveva più contenere interamente le natiche ma soltanto parte di esse, si è cominciato a mettere sul mercato mutande che grazie al nuovissimo materiale con cui erano confezionate, erano in grado garantire una perfetta aderenza anche a metà natica. Niente più mutande che si infilavano in mezzo al sedere ma indumenti leggeri e versatili che non perdevano mai il contatto con la pelle, né la loro elasticità anche se un lavaggio dopo, perdevano subito il loro candore per diventare delle mutande perfettamente aderenti ma grigiastre. Così anche la microfibra ha perduto parte del suo fascino a cui si è rimediato lasciando che le mutande perdessero anche parte della consistenza e sono arrivati sul mercato perizoma talmente ridotti che non solo il filo si incastrava tra le natiche, ma la parte che avrebbe dovuto proteggere la parte più intima di una donna, si incastrava in essa creando ora sollazzo ora fastidio tra le donne che indossavano questo indumento.
Attualmente, ritrovato un giusto equilibrio tra funzionalità e dimensioni, si è però abbandonato la microfibra in favore di un tessuto trasparente simile ad una sottilissima rete che oltre a lasciar intravedere il pelo pubico, spesso lascia che questo spunti tra le sue maglie offrendo il raccapricciante spettacolo di donne che a cui pare che tra i teneri fiorellini delle loro mutande, sia appena spuntato un prato di erbacce dure come canaponi.
Personalmente, dopo aver sofferto tra i pizzi di perizomi troppo insolenti, aver beneficiato della comodità delle sloggy a vita alta, aver imprecato contro la microfibra da lavare a mano e infine aver di recente e definitivamente cestinato mutande in pizzo dalla sgambatura ascellare, mi sono adagiata su mutande in tinta unita bianche o nere, in puro cotone e con un filo non troppo massacrante sui fianchi. Roba insomma che se mi capita un incidente, non mi fa sfigurare né lascia supporre ai soccorritori che più che al supermercato a fare la spesa, mi stessi recando in una casa d’appuntamenti per casalinghe in fregola di trasgressione.

siccome

Viscontessa, 26 Ottobre 2006

Siccome fino a ieri avevo un blog nel quale parlavo della mia vita reale ma ultimamente mi pare di avere una vita reale nella quale parlo del blog.
Siccome prima nella vita reale parlavo della vita reale e adesso nella vita virtuale parlo di blog.
Siccome devo scrivere un articolo per domani e mi è venuto un accostamento improbabile tra cani e autobus.
Siccome i cani con gli autobus non c’entrano niente ma sarebbe meglio se i cani potessero salire sull’autobus e se gli autobus non salissero sui cani (che poi muoiono poverini).
Siccome adesso c’ho un altro pin, un’altra username, un’altra password, ma non ho un altro paio di mutande (ci facevo caso oggi, non compro mutande da una vita).
Siccome quando ero piccola la password si chiamava parola d’ordine e serviva per entrare in bagno la mattina quando tua sorella si truccava gli occhi.
Siccome, non voglio correre il rischio di presentarmi con “salve, il mio nick è giovanna” e prima giovanna non lo avrei neanche detto sul blog.
Siccome adesso tutti sanno che scrivo e io non ho più niente da scrivere.
Siccome è tardi.
Siccome forse anche siccome che non mi viene un’espressione migliore…… anche per oggi si posta domani.
Forse.

p.s se morissi virtualmente non se ne accorgerebbe nessuno, invece se morissi per davvero qualcuno si occuperebbe della mia povera salma! Ingrati!

La strage degli indumenti

Viscontessa, 23 Ottobre 2006

Il bilancio è gravissimo, nel soggiorno ci sono ancora cinque sacchi neri di abiti che devono essere ritirati. Tre cappotti morti e due feriti, una decina di maglioni straziati dalle tarme, due in terapia intensiva e altri quattro ricoverati nel reparto della biancheria da lavare. Due sono i capi deceduti senza mai essere neanche stati indossati e non si contano le lenzuola, le coperte e persino le tendine, che hanno incontrato il loro destino dei sacchi neri del soggiorno.
Le forze dell’ordine e i soccorsi sono intervenuti prontamente sul luogo della strage, e grazie alla loro tempestività, è stato possibile salvare una mantella in cachemire dalle macerie di capi ormai in fin di vita ma nonostante l’infaticabile lavoro dei soccorritori, non è stato purtroppo possibile salvare i capi che erano già stati eliminati dalla furia omicida della sua padrona.

Dalla sommaria ricostruzione dei fatti che è stato possibile fare fino ad adesso, pare che stamattina verso le nove una donna ancora in pigiama e con lo sguardo che poi i pochissimi testimoni della strage avrebbero descritto invasato, si sia avvicinata alla ante dell’armadio come una casalinga qualsiasi ma un attimo dopo, seguendo quello che a prima vista pareva un piano già preparato da tempo, ha scaraventato giù i tutti i capi di abbigliamento e di biancheria che si trovavano disordinatamente riposti nell’armadio e ha cominciato a sbatterli per terra dove molti di loro, purtroppo, sono rimasti soffocati dalle coperte e i coltroni venuti giù dai piani alti dell’armadio.

E’ stata una questione di pochi minuti, la donna ha agito rapidamente forse in preda ad un raptus omicida, sicuramente con una precisione e una crudeltà tale che dopo pochi attimi dall’inizio dell’attentato già alcuni calzini, salvi per miracolo forse solo per le loro modestissime dimensioni, si sono trovati sotto ad un cumulo di pantaloni di cui è stato particolarmente difficile e doloroso persino il riconoscimento.
I calzini, tra i pochi testimoni che hanno potuto assistere alla tragedia, sono ancora sotto shock e per questo trattenuti nel cassetto in osservazione.

Ad avvisare della strage è stata la stessa donna che con voce concitata ha chiamato per telefono sua madre: “corri!” le avrebbe detto secondo le prime ricostruzione degli inquirenti “ho fatto una strage! Ho tirato giù dagli armadi persino le mensole e adesso tutto intorno sono piena di cenci che non so dove mettere”.
La donna, accorsa prontamente sul luogo della strage, purtroppo non ha potuto fare altro che constatare l’entità della catastrofe e dopo aver inutilmente chiesto aiuto (all’altra figlia che si è inventata un’influenza che non le permetteva di muoversi da casa) ha cercato di calmare la folle che nel frattempo piangeva disperatamente su un golfino di cachemire grigio finito dalle tarme.

La donna che poi ha rilasciato una breve dichiarazione agli inquirenti, ha detto di aver tentato di calmare la folle chiedendole come mai non avesse messo l’antitarme nell’armadio ma dover aver scoperto che la folle l’antitarme lo aveva acquistato e riposto nell’armadio ma si era dimenticata di togliere la pellicola protettiva che lo avrebbe reso efficace, si è resa conto che non c’era niente da fare e ha chiamato i soccorsi.

Nel corso di una brevissima conferenza stampa tenuta dalle forze dell’ordine e terminata solo pochi minuti fa, si è venuti a sapere che probabilmente la donna voleva solo fare il cambio degli armadi ma che poi, essendosi trovata di fronte i suoi golf migliori mangiati dalle tarme, abbia del tutto perduto il controllo della situazione e abbia tirato giù tutto quello che si trovava dentro agli armadi. I soccorritori, tre gatti e un cane ancora scossi per l’accaduto, hanno scavato tutto il giorno tra sciarpe, maglioni, guanti, gonne, giacche, pantaloni e persino vecchi collant bucati ordinatamente conservati dentro ad un sacchetto di plastica ma le ricerche dei sopravvissuti non sono ancora terminate anche se ormai le speranze di ritrovare ancora qualche capo in vita, si fanno più labili di ora in ora.

Della donna fino ad adesso si sa pochissimo a parte il fatto che pare che fino ad oggi non avesse mai manifestato nessun tipo di avversione per gli indumenti e che secondo le prime dichiarazioni rilasciate da chi l’ha conosciuta, pare conservasse addirittura lenzuola bucate che lei sosteneva poter essere sempre utili come stracci. Il suo gesto, che fino ad adesso gli specialisti tendono a valutare come il raptus di pazzia di una persona che probabilmente nascondeva già da tempo un malsano rapporto con gli indumenti, ha lasciato increduli tutti i suoi familiari che ignari dell’accaduto, sono rientrati in serata a casa e hanno trovato decine di sacchi “di roba da dare via” (come avrebbe detto la stessa donna), sparsi per tutto l’appartamento.

Il marito, avvicinato dalle nostre telecamere e visibilmente shockato dall’accaduto, si è detto ancora confuso ma anche scettico sulla presunta follia della consorte “mi rendo conto della gravità del gesto compiuto da mia moglie ma sapere che tutte le sue calzature, e in particolar modo i suo stivali, sono usciti indenni dalla sua furia omicida, mi induce a ritenere che parlare di follia per giustificare il suo gesto, sia ancora prematuro. Purtroppo non ho ancora avuto modo di vedere mia moglie ma mi ritengo certo di una spiegazione dell’accaduto da parte sua”.

La donna tanto, in evidente stato confusionale, è stata sedata con una forte dose di pizza prosciutto e funghi e birra in lattina e i sanitari che l’hanno in cura, hanno detto che adesso sta bene e riposa tranquillamente anche se probabilmente tutti gli indumenti che ha eliminato, torneranno a tormentarla nel sonno.
La madre invece, ancora in lacrime per l’accaduto, dopo la breve dichiarazione rilasciata agli inquirenti ha abbandonato l’appartamento della figlia con grossi sacchi di indumenti usati e si è rintanata nel suo appartamento dal quale si rifiuta di rilasciare ulteriori dichiarazioni.

Sifossifoco, se ci sei batti un colpo…ahi! non così forte però!

Viscontessa, 21 Ottobre 2006

Oggi è venuto a mancare all’affetto virtuale dei suoi cari lettori sifossifoco.splinder.com, vittima di un complotto ordito ai suoi danni da una piattaforma che si è scoperto di recente mantenere in vita blog la cui morte, sia fisica che celebrale, era già stata certificata molto tempo prima.

Sifossifoco, il cui nome era una leggenda per tutti noi splinderiani che dal suo blog potevamo trarre spunti di riflessione solo raramente velati da una lieve e pacata polemica, ci ha lasciato oggi senza darci neanche il tempo di capire cosa stesse succedendo e il grande vuoto che ci ha lasciato, anzi proprio il buco nero che è diventato da oggi il suo blog, è ora motivo di una sorda rabbia che potrà essere placata solo dalle spiegazioni che potranno fornirci i responsabili di questa strage di post.

Un lutto quindi, che non potrà soltanto essere commemorato ma che, affinché il suo sacrificio non risulti vano, deve condurci a porci seri interrogativi sull’operato di questa piattaforma e quindi sul futuro che ci aspetta sia nostro che dei nostri figli, anzi dei nostri post.

Io, per dire, mi chiedevo se in altre piattaforme potrò ancora indossare le mie squame verdi da splinderiana o se sarò magari costretta ad un ecopelle blu…… ma vabbè di questo avremo tempo di parlare in seguito.

Personalmente, distrutta dal dolore e con il volto solcato di lacrime, attendo ora che la sua anima mi si manifesti su un’altra piattaforma dalla quale, con la saggezza di chi ha già vissuto la sua esistenza, ci illuminerà su ciò che è realmente successo e sulle eventuali spiegazioni che la redazione di splinder avrà voluto fornirgli per il severissimo provvedimento preso.

Scherzi a parte spero che sifossifoco abbia almeno fatto in tempo a salvare tutti i suoi archivi e a teletrasportarli altrove e mi aspetto qualcosa di più di un blog oscurato e di un silenzio pesante come un macigno.

Benvenuti nella città che si chiude a guscio

Viscontessa, 20 Ottobre 2006
Non pubblico mai qui i miei articoli del venerdì su Il Firenze, perché quasi sempre riguardano quelle che sono le caratteristiche più detestabili della mia città. Vezzi, usi, costumi e consuetudini che non fanno che alimentare la già piuttosto diffusa sensazione che i fiorentini siano una razza piuttosto antipatica.
Oggi però mi sento in colpa e non tanto per la mancata pubblicazione dei miei articoli (ci mancherebbe altro!) ma perché mi sono perduta tra le molte mail di ringraziamenti e risposte che hanno seguito la piacevolissima giornata di domenica nella quale, secondo una pur recente ma ottima tradizione che sperò andrà a consolidarsi, c’è stato qui a Firenze un incontro potrei dire tra blogger ma che io preferisco definire tra amici.
A mia discolpa devo anche dire che per l’occasione ho ricevuto in dono un vecchio libro con le poesie di Leopardi a testimonianza del pessimismo cosmico che ultimamente traspare dai miei post ma che evidentemente induce chi mi conosce bene, a ritenere che io sia come un’araba fenice in grado di risorgere dalle proprie ceneri anziché impiccarsi, come ho minacciato di fare, all’albero di diosperi che risiede nel mio giardino.
Ciò premesso e chiedendo ufficialmente scusa, perdono, comprensione, affetto, immutata stima, indefessa ammirazione e rinnovata amicizia per la sottoscritta, per l’articolo di questa settimana mi sono liberamente (e sottolineo liberamente) ispirata al nostro incontro di domenica da cui ho tratto alcuni spunti di riflessione meritevoli, non tanto di riflessione, ma di essere messi a conoscenza di tutti coloro che ne hanno reso possibile la loro forma scritta.

“Mentre il resto del mondo ancora si chiede se sia nato prima l’uovo o la gallina, a Firenze si è arrivati alla soluzione molto tempo prima che il dubbio logorasse il resto dell’umanità.
Tra i due, infatti, non esiste alcuna relazione: da una parte l’uovo, al cui interno vivono i fiorentini,  dall’altra la gallina da spennare e rimandare a casa con la convinzione che Firenze sia una città davvero straordinaria  non solo per la  bellezza dei suoi monumenti ma soprattutto per la totale  mancanza di cittadini indigeni.
Mi è capitato per esempio domenica di accompagnare degli amici a visitare la nostra città e pur restia ad abbandonare il mio guscio domenicale, ho fatto buon viso a cattiva sorte e mi sono proposta di seguire itinerari che non fossero cosparsi dal becchime per polli delle guide turistiche.
Una Firenze dei fiorentini, con luoghi, palazzi, chiese e locali che non fossero contaminati dal virus del mercimonio, attualmente vero responsabile dell’influenza dei polli, una Firenze insomma nella quale riscoprire la suggestiva atmosfera dei suoi tesori più nascosti.
Tesori così nascosti da non essere accessibili di domenica mattina, chiese di culto cattolico con i battenti sprangati nel giorno dedicato al Signore, piccoli ristoranti con il cuoco che chiude la cucina alle 14.00, suggestivi scorci di vicoli intasati dalle carcasse delle biciclette e tanti fiorentini nel loro piccolo guscio di un centro che vive silenzioso dietro ai portoni chiusi dei suoi palazzi.”
Da Il Firenze di oggi

Offuscare il prodotto favorisce la promiscuità

Viscontessa, 19 Ottobre 2006

Una pubblicità televisiva su un nuovo detersivo per lavastoviglie, mi ha fatto tornare in mente che qualche anno fa è entrata in vigore una legge che consente di promuovere il proprio prodotto comparandolo con un altro di una marca concorrente.
E ricordo anche che la legge fu accolta favorevolmente dai consumatori convinti che come nel caso della liberalizzazione di alcuni pubblici servizi come quello telefonico, una maggiore concorrenza avrebbe favorito il miglioramento (in termini qualitativi ma soprattuto economici) sia dei prodotti che dei servizi.
Sul presunto miglioramento dei servizi non voglio neanche spendere una parola in più di quelle che consumo quotidianamente per lamentarmi di quanto questo miglioramento abbia riguardato soltanto la continua proposta di miglioramenti, ma sulle pubblicità comparative, invece, mi ci soffermo volentieri perchè questa legge non ha trovato nessuna applicazione concreta e io adesso sono qui a chiedermi quale sia il detersivo per lavastoviglie che offuscato dalla pubblicità di cui all’inizio del mio post, sarebbe meno efficace di quello pubblicizzato nello spot.
E’ importante? No, a dire il vero di quale accidenti di detersivo renda i miei bicchieri più brillanti, non me ne frega proprio niente come non me ne frega un bel niente di sapere se tizio ha il pisello più lungo di caio, ciò nonostante non posso fare a meno di notare quanto la comparazione e la competizione atteriscano l’uomo, inteso proprio come rappresentante del sesso maschile, mentre animino la donna intesa come rappresentate del sesso femminile.

In realtà affermare che le dimensioni non contano, sarebbe bugiardo da parte mia e vi garantisco che lo sarebbe anche da parte di ogni consumatrice appena un po’ consumata, ma certo che anche le modalità con cui viene reso il servizio, hanno un valore che non andrebbe sottovalutato e niente irrita più una donna, intesa come massaia o come rappresentante del sesso femminile, della sensazione che tra due prodotti vi sia il tacito accordo di evitare una diretta comparazioni che potrebbe danneggiare l’immagine di tutti i produttori di detersivo per lavastoviglie.
E’ una questione di mentalità, le donne per conquistare un uomo sono disposte a denigrare tutte le loro colleghe sottolineando il filo di grasso di eccesso che copre il giro coscia della loro presunta avversaria. Non c’è difetto, reale o immaginario, che una donna non sarebbe capace di far notare alla loro preda pur di sottrarla alle grinfie dell’altra donna e se il loro atteggiamento il più delle volte è solo lealmente scorretto, non mancano le fanciulle che a corto di argomenti e di possibilità concrete di denigrare la loro concorrente, si rifugiano nella pessima abitudine di denigrarle per la loro facilità di loro costumi. Sembra incredibile da dirsi ma sono molto più le donne a bollare come “troie” le loro colleghe, di quanto non lo siano gli uomini che della facilità di costumi delle donne non ne hanno mai fatto una caratteristica negativa. A meno che, ovviamente, la giocosità con cui una donna fa dono dei propri favori sessuali, non riguardi la loro donna nel qual caso tale generosità non viene affatto apprezzata.
Gli uomini invece, svezzati tra le risate compiaciute di tutta la famiglia per il prodotto che andranno in età adulta a proporre sul mercato, si accorgono sempre troppo tardi che non andranno ad affrontare la loro carriera di maschio in regime di monopolio assoluto e la presa di coscienza di un mondo popolato per circa la metà da esseri che tra le gambe conservano il loro medesimo prodotto, li induce saggiamente ad offuscare le dimensioni dell’avversario nel il timore di uscirne definitivamente frustrati da un confronto che non sanno se saranno in grado di superare.

La diatriba sulle dimensioni dell’uccello non ha ancora trovato una soluzione in grado di mettere pace tra uomini e donne perchè se le donne nel loro essere sessualmente più complicate, possono giocarsi molti prodotti diversificati in grado di soddisfare anche le più sofisticate esigenze maschili, i maschi per i quali tutti gli stimoli sessuali si concentrano nel basso ventre, sanno bene che una strumentazione di base inadeguata, potrà essere in parte sostituita da un ottimo funzionamento del prodotto ma il cui limitato quantitativo non passerà comunque inosservato.
Così, sensibili a questa debolezza che li accomuna tutti indistintamente, gli uomini evitano la concorrenza diretta pubblicizzando il loro unico prodotto senza mai compararlo apertamente con quello di un loro collega e noi donne, nonostante la legge ci consentirebbe di essere informate anche sulle pecche dei prodotti in commercio, siamo costrette ad acquistare a scatola chiusa oppure a provare tutti i prodotti in commercio fino a quando le nostre stoviglie non avranno la brillantezza o l’aroma o l’igiene che più si confanno alle nostre esigenze.

cancello?

Viscontessa, 17 Ottobre 2006

Millesettecentoventidue battute, le previsioni del tempo, mi fa male il ginocchio, ho finito L’Ombra del Vento, devo ricordarmi di….
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Si cancella.

Ottocentosedici battute, c’era una volta un tipo che…
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Si cancella.

Tremilasettcentodue battute, nel traffico i lavavetri, lo zoppo, lo zingaro con la foto dei figli, signora compra calzini, dammi almeno una monetina, una sigaretta, ho fame. Il finestrino è sempre abbassato, è più facile convincere una donna, Prendo il cellulare, fingo di telefonare, lo tengo lì accanto appena arrivo al semaforo lo prendo in mano e parlo nel vuoto, si avvicinano per lavare il vetro, una monetina, una sigaretta, signora compra i calzini, faccio cenno di no con la testa e non insistono, sono al telefono.
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Si cancella.
Sei proprio sicura di cancellare?
Si sono sicurissima, cancella.

Duemilatrentasei battute, l’ufficio delle imposte, non mi danno il pin, non ho consegnato la dichiarazione dei redditi dell’anno scorso, ma se ho qui la ricevuta? Non so che dirle vada all’ufficio imposte. Signora guardi ho la ricevuta, perché non risulta? Faccia vedere, si, forse ci siamo dimenticati di trasmetterla non è colpa sua, torni mercoledì che facciamo tutto e le do il pin. Ma mercoledì non posso! Non è colpa mia ma devo tornare, succede…
Cancello?
Si cancella.
Ma sei sicura che vuoi cancellare anche questa?
Si, ti ho detto che sono sicura, cancella tutto e lasciami in pace.

Quattromilanovantadue battute. Questi blogger sono dei dissociati, preferiscono nascondersi dietro ad una tastiera piuttosto di affrontare la vita vera, quella che sta fuori, la vita fatta di carne e ossa e traffico e ufficio imposte e signora compra fazzolettini che ho fame. Ma ci sono altre cose, parliamo. Digitare il pin, inserire la tessera, premere 9 per tornare al menù principale, lasciate un messaggio dopo il segnale acustico, Chopin è un messaggino, rispondi alla mail. Vivono virtualmente perché sono dissociati. Benvenuto nel servizio di risposta automatica, inserisca le banconote e si rifornisca alla pompa numero 2, compili il modulo, invia un mms, riceverà un sms di conferma, digitare la password, hai dimenticato la password? Qual’è il tuo animale preferito? La risposta sulla casella mail che ha lasciato al momento della registrazione. Ma c’è la vita vera la fuori, la vita fatta di carne, ossa e smog. Pronto? Questo è un messaggio registrato…
Cancello?
Si cancello?
Ancora? Ma se cancelli tutto cosa scrivi a fare?
E a te che te ne frega?
Un po’ me ne frega, è tutto il giorno che cancello
Beh è il tuo lavoro, sei una macchina, scrivi e cancella, non lo sai che sono una blogger dissociata?
Tu cancella che ora devo andare a vivere, ho lo zingaro del semaforo che mi aspetta e poi devo ancora richiedere il pin, ma lo sai che d’ora in avanti tutti i pagamenti dovranno essere effettuati tramite banca? Lo sai che siamo costretti a pagare le tasse e anche le banche perché queste controllino che abbiamo pagato le tasse?
E a me che me ne frega? Io sono una macchina. Allora cancello?
Ma no lascia fare, tanto nessuna cancellazione è definitiva, resta traccia di tutto.
Oh bene! Allora che faccio salvo?
Salvi? Ma cosa vuoi salvare? Qui non c’è più niente da salvare.
Va bene, va bene, inserisci la password che pubblico così puoi correre fuori a vivere….
Si bravo, ecco la password.
Ma dove vai? ti sei ricordata prima di chiudere il post di avvisare
avvisare i tuoi lettori di aggiornare il feed da quello vecchio di Splinder a quello nuovo di Feedburner il cui indirizzo è: http://feeds.feedburner.com/viss?
No, già mi ero dimenticata, ecco bravo pensaci tu.





Un sorriso sul mio viso: iniziativa benefica

Viscontessa, 13 Ottobre 2006

Siccome oggi, secondo la tabella autodisciplinare che mi sono imposta, è il giorno dedicato a “un sorriso sul mio viso” (iniziativa della quale potranno beneficiare tutti coloro che avranno occasione di incontrarmi) ho tirato un po’ le somme di queste ultime settimane e dopo averne tratto le conclusioni che seguono, ho deciso di lanciare una nuova iniziativa volta a prolungare l’indiscusso successo che otterrà la giornata di oggi.

Questo blog è nato circa un paio di anni fa con il chiaro intento di supportare il nuovo stile di vita che si addice a chi ha appena varcato gli “anta”. Infatti tra poco meno di un mese, non solo sarà il secondo compleanno di questo luogo virtuale (e su questo onestamente si può anche sorvolare) ma sarà anche il mio quarantaduesimo compleanno che nonostante tutta la buona volontà con cui ho inteso arrivarci nel miglior modo possibile, sancirà comunque il definitivo abbandono dell’uso della crema antirughe che nel corso di questi due anni appena trascorsi mi ha tenuto compagnia quasi ogni notte.

I motivi sono piuttosto ovvi ma vale comunque la pena riassumerli brevemente per tutti coloro che si apprestano, non senza timore, a varcare la famosa soglia degli “anta”.
La prima è che non ho rughe e che non avendo raggiunto i quarantanni con la serenità di chi, magari rugoso, può contare su una certa serenità economica, non posso continuare a permettermi un tipo di prevenzione che non sono mai stata in grado di applicare neanche per le esigenze di una terza età (ormai prossima) che mi troverà probabilmente a mendicare sotto ad un ponte.
E siccome con i tempi che corrono la concorrenza è assai dura, è tutto sommato meglio assecondare la formazione di qualche ruga sicuramente più utile al tipo di attività imprenditoriale verso la quale mi avvio per il mio sostentamento.

La seconda è che la gratificazione che si ottiene grazie ad un aspetto gradevole, ha tempi e modi che raggiungono il maggior profitto in un periodo molto precedente agli “anta” e che goduto di tali profitti quando si era effettivamente in grado di ottenerli con uno sforzo davvero minimo, è bene prendere atto del fatto che sia giunto il momento di ottenere gratificazioni personali da altre qualità il cui deperimento avviene di solito in tempi posticipati rispetto a quello fisico.

Nel normale tentativo di occuparmi di pari passo della salvaguardia di tutte le proprietà nutritive della mia persona, ho comunque proseguito per questi due anni nell’uso costante di questo prodotto fino a quando, appunto qualche settimana fa, mi sono alla fine resa conto che il mantenimento di un aspetto gradevole non ha alcuna utilità oggettiva visto che la mia immagine pubblica è del tutto virtuale mentre quella privata si consuma tra ufficio casa, casa e ufficio.

Ciò premesso ho derattizzato gli avanzi della preziosa crema antirughe e dopo averne fatto sapone per le mani, mi sono guardata indietro per fare un punto della situazione che mi consentisse un’analisi più approfondita dei progressi fin qui ottenuti dallo stile di vita degli “anta” e ne ho ricavato l’impressione che l’unico ambito in cui ho fatto dei progressi e ho ottenuto delle gratificazioni, è proprio questo luogo virtuale.
Non è che voglia lamentarmi della mia vita reale, ma mentre la mia vita reale è tutto un susseguirsi di lavoro, problemi e responsabilità, l’occuparsi dei quali non produce alcun tipo di gratificazione nè economica né di riconoscenza e non produce neanche mezzi adatti ad autogratificarmi (si va bene, posso sempre farmi una bella passeggiata in bicicletta ma un po’ anche fanculo) non ho più alcuna intenzione di continuare a sprecare più energie di quante siano effettivamente necessarie a svolgere disciplinatamente i miei compiti. Mia figlia, cuore di mamma, non se ne avrà a male se mi occuperò di lei con qualche ruga in più.

Ciò nonostante l’arrivo della cartella delle tasse, il direttore di banca, la rata di un vecchio finanziamento, l’auto che sta cadendo a pezzi, il cassettone del babbo tutto tarlato e cazzi mazzi frischi e lazzi, finiscono per incidere notevolmente anche sul mio profitto sul blog e di questo, voi cari lettori, so che finirete per risentirne ammosciandovi tutti come le mie piantine del giardino nel veder crescere le quali provavo quel senso di gratificazione ultimamente frustrato dall’uso a mo’ di cesso, che i gattini hanno fatto dei loro vasi.

Perchè “un sorriso sul mio viso” è un’iniziativa dei cui benefici possono goderne le persone reali, ma anche voi, miei cari piccoli lettori, ed è per questo che adesso, dopo avervi aperto il mio cuore ed avervi offerto le mie ansie, le mie angoscie e le mie paure, sono qui a chiedervi un piccolo contributo per una grande causa.
Sappiate che secondo i miei calcoli, anche quest’anno non avrò la possibilità di fare neanche una breve, brevissima vacanza anche solo di un fine settimana fino alla prossima estate (sempre ammesso che) e che nel mio cuoricino straziato mentre la mia famiglia se ne va a godersi i suoi hobby del fine settimana, da almeno un paio di anni nutro un desiderio, un piccolo desiderio la cui forza è soltanto quella di sopravvivere muto nel mio cuore.

Un fine settimana in un centro benessere….

Vi pare tanto? Vi pare davvero una spesa che divisa tra tutti voi possa davvero incidere sulla vostra vita? Vi pare che la mia presenza qui tra voi e il mio quarantaduesimo compleanno non valgano un piccolo sacrifico di cui poi poter godere i frutti?
No, dico, cazzo, mica sto chiedendo la luna! E poi cazzo, vi mando in cambio una copia del mio libro con dedica personalizzata….che ne dite?

“Un sorriso sul mio viso”, perchè la gioia di vivere non mi abbandoni per sempre, perchè la mia fiducia in voi resti immutata, perchè domani potresti essere tu ad avere bisogno!

amo l’ipocrisia

Viscontessa, 12 Ottobre 2006

Pensavo oggi che sarebbe finalmente giunto il momento di ammettere che abbiamo commesso un grosso errore quando ci siamo illusi che l’ipocrisia fosse un difetto e non un privilegio.
L’errore più grossolano probabilmente è stato quello di ritenere che la libertà fosse un’aspirazione di tutti e non soltanto il bisogno di qualcuno, e forti dell’idea che l’espressione del libero pensiero avrebbe sconfitto la necessità di mascherarsi dietro ad una facciata di perbenismo, abbiamo individuato nell’ipocrisia il peggior difetto di cui possa macchiarsi un essere umano.
Tutti odiano l’ipocrisia la quale poverina sopravvive e si riproduce indisturbata nell’animo umano , ma mentre prima l’ipocrisia era facile da individuare perché non vi era alcuna vergogna nell’ammettere che la sua presenza era indispensabile per garantire una serena convivenza, adesso siamo costretti a farne un uso illegale e incontrollato come sempre avviene quando si tenta di proibire ciò che ci è essenziale per sopravvivere.
Ho detto sopravvivere e non vivere.

Personalmente per dire, non m meraviglia affatto che in parlamento si faccia un uso sconsiderato di quelle stesse sostanze contro la cui legalità si è votato qualche ora prima e non mi meraviglio neanche, tanto per dire, che si faccia uno spot pubblicitario nel quale si giochi con il doppio senso delle affermazioni di un personaggio che pochi mesi prima era stato al centro di una vicenda giudiziaria dai risvolti a dir poco squallidi. Le vallette che popolano la nostra tv la danno via per fare carriera? I nostri parlamentari si fanno di cocaina? La Parmalat fallisce senza che nessuno se ne sia accorto? Gli arbitri delle partite sono dei venduti? La guerra in Iraq serviva per tentare di mettere le mani sulla più grande risorsa di petrolio del nostro pianeta?
Niente di nuovo, niente che possa meravigliarci, che anche i ricchi piangano ma piangano meno dei poveri, è risaputo. E allora dico, ma non era meglio l’ipocrisia di un perbenismo che non consentiva la divulgazione di notizie che mettevano a nudo la miseria dell’animo umano, anziché la coltivazione dell’illusione che la libertà di espressione e di pensiero generi denuncia e la denuncia condanna?
Prima l’ipocrisia era uno stile di vita da combattere ora che ne è stato vietato l’uso, è diventato un bene di tutti che conduce anche le anime più nobili, ha rinunciare a qualsiasi forma di lotta per abbattere questo privilegio.
Purtroppo la conseguenza più disastrosa di questa politica del proibizionismo dell’ipocrisia, è l’aver generato una frustrazione sociale senza precedenti.

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